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A Firenze Archeofilm anteprima nazionale del film “Il giuramento di Ciriaco” di Olivier Bourgeois: la storia vera di archeologi, operai e custodi che nel 2011 hanno portato in salvo 24mila reperti sotto i bombardamenti e il tiro dei cecchini, consentendo la rinascita del Museo di Aleppo. Una statua restaurata dall’università di Firenze

L’incredibile salvataggio delle opere d’arte del museo Archeologico nazionale di Aleppo, in Siria, dalle bombe e dalla distruzione della guerra civile, nel docufilm sugli “angeli dell’arte” dai toni thriller “Il giuramento di Ciriaco / The oath of Cyriac” di Olivier Bourgeois (Andorra, 2021; 73’), in anteprima nazionale a “Firenze Archeofilm”, venerdì 4 marzo 2022, alle 21, al Cinema La Compagnia. Per la prima volta viene mostrata al pubblico l’opera di archeologi, operai e custodi che nel 2011 ha permesso di portare in salvo 24mila reperti sotto i bombardamenti e il tiro dei cecchini, consentendo la rinascita del museo di Aleppo, e scongiurando il disastro avvenuto al museo di Baghdad: gli “angeli dell’arte” del museo vengono filmati mentre imballano i reperti con i propri vestiti, costruiscono muri per nascondere le statue ai saccheggiatori, arrivando a trasferire 24mila reperti da Aleppo a Damasco, grazie a camion di fortuna.

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Locandina del film “Il giuramento di Ciriaco / The oath of Cyriac” di Olivier Bourgeois

Custodi, archeologi, guardie museali sono, loro malgrado, attori-eroi nel film evento di Olivier Bourgeois, girato all’apice dell’ultimo conflitto siriano, mentre la guerra civile infuria. Volti di donne e uomini disperati quanto tenaci “sfilano” incuranti delle telecamere così come della grandine dei proiettili mentre si dirigono ogni giorno verso il museo affrontando come in una moderna via crucis il fuoco dei cecchini, spesso dormendo in terra nello stesso museo, nel tentativo di portare a termine il salvataggio delle opere. Ci riusciranno. Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti, nel risorto museo di Aleppo. Il titolo del film-evento che arriva ora in Italia è un omaggio a Ciriaco d’Ancona, il più prolifico studioso delle antichità greche e romane del XV secolo, riconosciuto come uno dei padri fondatori dell’archeologia classica moderna. Ciriaco d’Ancona aveva giurato a sé stesso di salvare le antichità condannate a scomparire. Proprio come hanno fatto i protagonisti del film.

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La statua di ‘Ain et-Tell, sovrano dell’area di Aleppo nel IX sec. a.C., distrutta nel cortile del museo Archeologico nazionale di Aleppo in Siria (foto AV / giunti)

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La verifica del danno della statua di ‘Ain et-Tell, sovrano dell’area di Aleppo nel IX sec. a.C., all’università di Firenze (foto AV / giunti)

Tra i protagonisti dei restauri post-bellici anche l’università di Firenze che ha fatto risorgere dalle macerie una straordinaria statua del IX sec.  a.C.  La professoressa Marina Pucci (università di Firenze): “Il testamento di Ciriaco ci ha fatto rivivere quei terribili momenti ma anche il sospirato lieto fine”. Una bellissima statua di oltre due metri e risalente al IX sec. a.C. colpita e spezzata in tre parti giace nel cortile del museo Archeologico di Aleppo. Un ordigno l’ha centrata in pieno durante l’ultimo conflitto civile siriano. Il volto è danneggiato. Ma non tutto è perduto. Scende in campo l’università di Firenze che da più di sessant’anni, sotto l’egida del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, porta avanti progetti di tutela restauro e valorizzazione dei monumenti legati a questo territorio così martoriato. Fanno parte del gruppo Unifi: Marina Pucci (direzione), Gianluca Buonomini (restauratore), Stefano Sarri (restauratore museo Archeologico nazionale Firenze), Margherita Carletti (documentazione), Corrado Alvaro (grafica pannelli, documentazione). La statua viene restaurata nell’ambito di due recenti missioni, nell’ambito del progetto “Still Standing” promosso dal dipartimento SAGAS e grazie all’équipe coordinata dalla professoressa Marina Pucci. Il risultato è sorprendente.  La scultura è quella di ‘Ain et-Tell, raffigura un sovrano dell’area di Aleppo nel IX sec. a.C., in un periodo politico in cui la città faceva parte di entità politiche regionali. Dichiara la professoressa Pucci: “Fare qualcosa di concreto per la città, aiutare a esaudire il desiderio dei colleghi e della comunità locale di tornare a occuparsi di altro che non fosse la mera sopravvivenza ci ha fatto dimenticare la mancanza di corrente elettrica, il muoversi tra edifici distrutti, le difficoltà di reperire i materiali”.

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Gruppo di lavoro dell’università di Firenze impegnato nel restauro della statua di ‘Ain et-Tell dal museo Archeologico nazionale di Aleppo (foto AV / giunti)

Il film “Il testamento di Ciriaco” di Oliverier Bourgeois, in prima nazionale al Firenze Archeofilm, documenta in presa diretta i momenti disperati dell’impresa che ha portato al salvataggio di oltre ventimila reperti facendo rivivere emozioni contrastanti a chi si è trovato a operare in quei momenti. Conclude la Pucci: “È stata un’infinita soddisfazione. Quel giorno di ottobre 2021, quando il velo che la copriva è caduto mostrando al pubblico il re di ‘Ain et Tell restituito alla sua maestà, la gioia e l’entusiasmo dei presenti, ragazzi delle scuole, insegnanti, uomini in divisa e no, donne velate o meno, ministri e quant’altro, ha dimostrato il valore assoluto che il passato di una comunità, specialmente una comunità ferita, rappresenta per le sue componenti. La percezione di aver contribuito a tutto questo dà un senso al lavoro di tutti noi”.

Pakistan. La missione italiana nello Swat dell’Ismeo/università Ca’ Foscari Venezia ha scoperto uno dei più antichi templi buddhisti nel Gandhara, nell’antica città di Barikot, risalente al II sec. a.C. Ecco i risultati delle ricerche e le prospettive future

Veduta aerea del tempio buddista scoperto a Barikot, nello Swat, dalla missione archeologica italiana dell’Ismeo e dell’università Ca’ Foscari di Venezia (foto ismeo/unive)

L’ultima campagna di scavo 2021 della missione italiana in Pakistan ha riportato alla luce uno dei più antichi templi buddhisti nel Gandhara, nell’antica città di Barikot, nella regione dello Swat. Ne dà notizia il magazine di Ca’ Foscari. La datazione si attesta intorno alla seconda metà del II secolo a.C., ma probabilmente risale ad età più antica, al periodo Maurya, dunque III secolo a.C., ma lo potranno confermare solo le datazioni al radiocarbonio (C14). La scoperta getta una nuova luce sulle forme del buddhismo antico e la sua espansione nell’antico Gandhara e aggiunge un nuovo tassello a ciò che si conosce sull’antica città. Da diversi anni direttore di quella che è la più antica missione archeologica italiana attiva in Asia è il professor Luca Maria Olivieri dell’università Ca’ Foscari Venezia (dipartimento di studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea). Allo scavo del 2021 hanno partecipato la dr. Elisa Iori (Max-Weber Kolleg, Universität Erfurt) vice-direttrice della Missione, e il dr. Michele Minardi (università ‘L’Orientale’ di Napoli). “La scoperta di un grande monumento religioso fondato in età indo-greca”, spiega Olivieri, “rimanda senz’altro ad un grande ed antico centro di culto e di pellegrinaggio. Lo Swat è terra sacra del Buddhismo già in età indogreca”. La missione fondata nel 1955 da Giuseppe Tucci è gestita dal 2021 anche dall’ Ateneo veneziano in collaborazione con l’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente), con il co-finanziamento del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, in collaborazione con il dipartimento provinciale pakistano di archeologia (DOAM KP) e con il locale Swat Museum. 

Il colle di Barikot nella valle dello Swat in Pakistan (foto ismeo/unive)

La città di Barikot è nota nelle fonti greche e latine come una delle città assediate da Alessandro Magno, l’antica Bazira o Vajrasthana. Le stratigrafie scavate dalla Missione, datate col radiocarbonio, dimostrano l’esistenza della città ai tempi della spedizione di Alessandro Magno intorno al 327 a.C. (https://doi.org/10.1016/j.nimb.2019.05.065). Si tratta di una città importante che gestiva tutto il surplus agricolo produttivo della valle dello Swat. La valle è speciale tra quelle del Karakorum-Hindukush perché gode di un microclima che permette di avere due raccolti dallo stesso terreno durante l’anno, grano o riso, uno in primavera e uno alla fine dell’estate. Barikot era dunque una sorta di “città-granaio” di cui anche Alessandro Magno si servì prima di proseguire il suo percorso verso l’India. Curzio Rufo la descrive come urbs opulenta nelle sue Historiae Alexandri Magni per definirne la ricchezza agricola. Il sito è impressionante, una valle verdissima in una sorta di pianoro di montagna a circa 800 mt. di altezza con sullo sfondo le montagne dell’Hindukush e con una storia che va dall’età del Bronzo fino alla fine del Medioevo.

Il tempio e gli scavi 2021. Barikot fu occupata ininterrottamente dalla protostoria (1700 a.C.) al periodo medievale (XVI secolo), con oltre 10metri di stratigrafia archeologica. Proprio verso la fine della campagna di scavo del 2021, nel mese di ottobre, dopo aver completato lo scavo dell’acropoli della città, gli archeologi della Missione decidono di spostarsi ed esplorare un’area al centro della città antica che era già stata oggetto di razzie clandestine evidenziate da ampie buche, in un terreno recentemente acquisito dalle autorità pakistane. E qui la sorpresa. A poco a poco si rivela un interessante monumento buddhista, preservato, nonostante i ripetuti vandalismi, di oltre tre metri di altezza. Un edificio dalla forma particolare: un podio absidato sul quale si erge una cella cilindrica, con all’interno uno stupa. Si tratta chiaramente di un’architettura legata ad un contesto buddhista. Ai lati del monumento ci sono uno stupa minore, una cella e il podio di un pilastro monumentale. La scala che conduce alla cella è stata ricostruita in tre fasi, la più recente risalente al III secolo d.C., coeva ad una serie di stanze in forma di pronao che conducevano ad un ingresso che si apriva su un cortile pubblico affacciato su un’antica strada. La scala più antica recava ancora in situ un’iscrizione dedicatoria in Kharoshti, paleograficamente del I sec. d.C., metà della quale è stata trovata rovesciata e riutilizzata nel piano tardo di cui sopra. Sono state inoltre ritrovate delle monete negli strati inferiori e insieme a molte iscrizioni su ceramica in kharoshti. Il monumento fu abbandonato quando, ai primi del IV secolo, la città bassa fu distrutta da un disastroso terremoto. Sotto il monumento gli archeologi hanno trovato un monumento più antico fiancheggiato da un piccolo stupa di tipo arcaico, la cui datazione va indietro al periodo indo-greco, 150 a.C., periodo in cui regnava il re indogreco, Menandro I o i suoi immediati successori. Menandro secondo la tradizione buddhista indiana si sarebbe convertito al buddhismo. Ma le sorprese non erano terminate. A pochi giorni dalla fine dello scavo, nel mese di dicembre, si è visto che parti del monumento indo-greco erano infatti costruite su strutture ancora più antiche i cui livelli hanno rivelato materiali ceramici che a Barikot sono caratteristici delle fasi datate al III secolo a.C. La cronologia sarà confermata dalle analisi radiocarboniche (C14) che saranno molto precise visto che durante gli scavi sono stati fatti flottare più di 10.000 lt di terreno e sono stati ottenuti 58 contenitori di campioni di semi carbonizzati. Alla fine dello scavo nel dicembre del 2021 sono stati documentati e inventariati 2109 oggetti. Vasellame, monete, iscrizioni, sculture in pietra e stucco, oggetti in terracotta, sigilli e monili sono stati consegnati al nuovo Swat Museum, con sede nella capitale Saidu Sharif, interamente ricostruito dalla Missione archeologica italiana dopo l’attentato del 2008.

Veduta aerea dell’acropoli sul colle di Barikot nello Swat in Pakistan (foto ismeo/unive)

Altre scoperte. Lo scavo della Missione di quest’anno ha portato interamente alla luce un tempio Shahi dedicato a Vishnu che misura nella sua interezza 21 metri x 14. Datato al radiocarbonio al 700 d.C. e demolito sotto i Ghaznavidi dopo il 1000 d.C., il tempio conserva solo il podio (conservato per circa 2 metri di altezza), i relativi pavimenti, parte cospicua della decorazione a lesene con capitelli pseudo-ionici, notevoli esempi della decorazione in stucco e frammenti dei gruppi scultorei in marmo del periodo Turki Shahi. È stata inoltre messa in luce l’acropoli tardoantica, mentre alla base di questa è stata anche scoperta una piccola necropoli di età storica scavata in collaborazione con Massimo Vidale dell’università di Padova (anche qui si attendono i dati radiocarbonici). Un ulteriore ritrovamento sempre a Barikot è legato anche alla scoperta di una delle antiche vie cittadine che dalla porta urbica scoperta quest’anno lungo la cinta muraria indo-greca, risaliva verso il centro della città. Il tempio absidato trovato quest’anno ed altri due santuari buddhisti rinvenuti negli anni scorsi si affacciavano sui due lati di questa via. Questa ultima scoperta potrebbe essere la prova dell’esistenza di una vera e propria via dei templi lungo l’asse viario che dal settore periferico delle mura risaliva verso l’acropoli.

Panoramica dello scavo 2021 a Barikot nello Swat della missione archeologica italiana in Pakistan dell’Ismeo/università Ca’ Foscari (foto ismeo/unive)

Le prospettive future di Barikot. Lo scavo ricomincia a febbraio 2022, le concessioni sono state già ottenute, nella zona a nord del monumento absidato per cercare la strada che costeggiava l’abitato ed una serie di strutture templari di importanza probabilmente maggiore a quelle già messe in luce. Da nominare anche un importante progetto collaterale allo scavo, anche questo diretto da Luca Maria Olivieri. Il progetto si occupa del paleoclima dello Swat in età tardo-antica (sul problema della cosiddetta LALIA o Late Ancient Little Ice Age) “Late Antique Swat Ecology and Resilience: Climate and Habitat in Interfacial periods” ed è svolto insieme a Dario Battistel (dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica). Il progetto biennale finanziato nel quadro dei progetti SPIN 2021 di Ca’ Foscari, vede anche la collaborazione di Nicola Di Cosmo (Princeton University), Ulf Büntgen (Cambridge University), Federico Squarcini (dipartimento di Studi sull’Asia e l’Africa Mediterranea) e Elisa Iori (Max-Weber Kolleg, Universität Erfurt). Tra i progetti della Missione già in corso con Ca’ Foscari, vanno ricordati il progetto “Ellenismo e India. Tecnologie della pietra e dei cantieri nel Gandhara: Saidu Sharif I” diretto da Luca M. Olivieri, che ha prodotto una monografia che è in corso di stampa con Edizioni Ca’ Foscari nella nuova serie Marco Polo diretta da Sabrina Rastelli e Elisabetta Ragagnin (dipartimento di Studi sull’Asia e l’Africa Mediterranea). Va menzionato inoltre il gruppo di studio “Lo Swat di Alessandro: toponomastica, archeologia e testi” con Claudia Antonetti (dipartimento di Studi Umanistici) e studiosi di vari atenei in Italia e all’estero, nonché il progetto SPIN diretto da Claudia Antonetti “Social, ritual and ceremonial use of wine in the Gandharan area, from the Achaemenids to the Kushans”, che si svolge in stretta collaborazione con la Missione archeologica in Swat.

Firenze. TourismA 2022: le date del Salone dell’Archeologia e del Turismo culturale (30 settembre – 2 ottobre 2022) e prime anticipazioni

Il Palacongressi di Firenze, sede di TourismA il salone dell’Archeologia e del Turismo culturale (foto AV / Giunti)

tourismA 2022. La macchina a Firenze è (già) in moto… E si possono già segnare la data sull’agenda: 30 settembre – 2 ottobre 2022. Il gruppo di lavoro di Archeologia Viva procede a pieno ritmo per selezionare le molte proposte per il prossimo Salone dell’Archeologia e del Turismo Culturale che sarà sempre ospitato nella monumentale e centralissima cornice del Palacongressi di Firenze capace di offrire ampi spazi espositivi e congressuali. I grandi temi di “tourismA 2022” sono orientati ad approfondire il dibattito su un turismo culturale e ambientale impegnato a proporre mete inedite e modalità per ridurre l’impatto sulle risorse del pianeta. In tal senso sarà orientato anche il workshop per gli operatori turistici già fissato per venerdì 1° ottobre 2022.

Gli spazi degli stand espositivi di TourismA al Palacongressi di Firenze (foto AV/Giunti)

Nei tre giorni della manifestazione sono previsti circa 40 momenti congressuali che vedono al centro le grandi scoperte e la partecipazione dei protagonisti dell’archeologia. Parallelamente grande spazio viene dato alle risorse locali e alla valorizzazione delle realtà virtuose che operano nei piccoli comuni italiani proponendo nuovi sorprendenti itinerari. Non mancherà il tradizionale momento delle missioni archeologiche italiane che operano in altri Paesi (anche i più difficili) con il sostegno del ministero degli Affari Esteri per la presentazione di una serie di sensazionali scoperte dalla Turchia al Pakistan, dall’Egitto all’Armenia, dall’Iraq all’Oman. Grande spazio anche all’archeologia virtuale che vede la partecipazione delle realtà pubbliche e private impegnate nello sviluppo di sistemi d’avanguardia per vivere fantastici viaggi nel tempo dall’età contemporanea fino alla più lontana preistoria.

Paestum. Alla Borsa mediterranea del Turismo archeologico consegnati due International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” alla scoperta archeologica dell’anno: per il 2019 (non conferito per lockdown), scoperta in Iraq, nel Kurdistan nel sito di Faida a 50 km da Mosul, di dieci rilievi rupestri assiri (università di Udine); per il 2020, scoperta di “centinaia di sarcofagi nella necropoli di Saqqara in Egitto”

Daniele Morandi Bonacossi, direttore della missione dell’università di Udine, davanti al rilievo 4 scoperto a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

paestum_XXIII-bmta_international-archaeological-discovery-award_locandina“Per non dimenticare chi si è sacrificato per il bene materiale dell’umanità intera”: così Ugo Picarelli fondatore e direttore della Borsa mediterranea del Turismo archeologico ha introdotto la cerimonia di consegna dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” intitolato all’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale. A ricevere il Premio per la scoperta archeologica riferita all’anno 2019 e vincitrice della 6ª edizione, ma non conferita a causa del lockdown, Daniele Morandi Bonacossi, direttore della Missione archeologica italiana nel Kurdistan iracheno e ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico dell’università di Udine, per la scoperta in Iraq, nel Kurdistan nel sito di Faida a 50 km da Mosul, di dieci rilievi rupestri assiri, gli dèi dell’Antica Mesopotamia. “Lo scavo archeologico non è più un palcoscenico per solisti ma per un grande coro”, ha detto Morandi Bonacossi. “Dietro ogni grande scoperta non c’è una sola persona ma è un successo di squadra. Questo Premio ha un grande valore soprattutto per tutta la grande equipe con cui lavoro. Avevo conosciuto Khaled al-Asaad a Palmira quando ero un giovane studente e sono onorato di ricevere un riconoscimento che ne ricorda il grande sacrificio e il grande impegno per un sito di grande importanza simbolica come Palmira, crogiolo di culture diverse” (vedi Paestum, XXIII Borsa mediterranea del Turismo archeologico: assegnato alla scoperta di “centinaia di sarcofagi nella necropoli di Saqqara in Egitto” la 7ma edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, scelta tra le cinque più importanti del 2020. A novembre sarà consegnato anche il premio della 6° edizione (saltato per il Covid) andato alla scoperta di dieci rilievi rupestri assiri raffiguranti gli dèi dell’Antica Mesopotamia presso il sito di Faida (Iraq) | archeologiavocidalpassato).

I sarcofagi in legno inviolati e sigillati, risalenti a 2500 anni fa, scoperti dalla missione egiziana nella necropoli di Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)
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I principi Firas di Giordania con il direttore Ugo Picarelli alla Borsa mediterranea del Turismo archeologico di Paestum (foto bmta)

La 7ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” è stato assegnato alla scoperta di “centinaia di sarcofagi nella necropoli di Saqqara in Egitto”. Unico riconoscimento mondiale dedicato agli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio, il premio annuale viene assegnato in collaborazione con Archeo e le testate archeologiche internazionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), AiD Archäologie in Deutschland (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). Alla cerimonia, coordinata da Andreas M. Steiner direttore responsabile Archeo, sono intervenuti Mounir Bouchenaki presidente onorario della Bmta, sua altezza reale Dana Firas presidente Petra National Trust, Paolo Matthiae professore emerito Sapienza università di Roma e Accademico dei Lincei, Mohamad Saleh ultimo direttore per il Turismo di Palmira.

Cerimonia di consegna premio “Khaled Asaad”: da sinistra, Steiner, Matthiae, Morandi Bonacossi, Dana Firas, Saleh, Bouchenaki, Picarelli (foto bmta)

È stato affidato alla voce di Roberta Salvatori della direzione generale per la Promozione del Sistema Paese del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale il saluto del ministro Luigi Di Maio che ha scritto: “Costituisce una consolidata e qualificata presenza nel panorama degli eventi intesi a promuovere un turismo di qualità e a diffondere la conoscenza della storia e del patrimonio culturale italiano e internazionale. Nella sua ultraventennale attività, la Borsa mediterranea del Turismo archeologico si è affermata non solo come manifestazione di riferimento per il turismo culturale, ma anche come appuntamento importante per Università, istituti di ricerca, operatori culturali: un’apprezzata opportunità di incontro per gli addetti ai lavori e di visibilità per il grande pubblico, con l’obiettivo di promuovere la cultura e diffondere lo studio e la conoscenza reciproca dei patrimoni culturali dei Paesi partner. La promozione della cultura è una delle priorità della politica estera italiana. Nella cultura, infatti, ritroviamo non soltanto un valore identitario, ma anche una risorsa capace di contribuire, in una logica di sistema, allo sviluppo economico-sociale di ciascun Paese”.

L’archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

“Siamo pertanto orgogliosi – ha continuato – dell’assegnazione dell’International Archaeological Discovery Award, significativamente intitolato all’archeologo Khaled Al Asaad, al prof. Daniele Morandi Bonacossi per la scoperta di dieci rilievi rupestri assiri raffiguranti gli dèi dell’Antica Mesopotamia. Da anni il MAECI sostiene finanziariamente la Missione del prof. Morandi Bonacossi “Terra di Ninive” in Iraq, nell’ambito di una più ampia azione di sostegno all’archeologia italiana fuori dai confini nazionali. Negli ultimi 10 anni siamo passati da 154 Missioni sostenute nel 2011 a 210 missioni nel 2021 attive in tutti i continenti, per contributi pari quasi a 2,2 milioni di euro. Quasi la metà di queste Missioni (98) si concentrano nel Mediterraneo e Medio Oriente, e ben 11 sono attive in Iraq. L’attività degli archeologi e dei restauratori italiani, oltre a ricevere l’indiscusso apprezzamento dei governi e delle comunità ospitanti, è per noi un fondamentale strumento di cooperazione e di dialogo, che ci consente di rafforzare le relazioni con gli altri Stati anche grazie alle iniziative di formazione e al trasferimento di tecnologie e conoscenze in settori, quali archeologia, restauro, tutela del patrimonio, in cui l’Italia è leader mondiale. Voglio congratularmi, quindi, con il prof. Morandi Bonacossi per i proficui risultati dell’impegno suo e dei suoi collaboratori nell’incessante opera di ricerca e messa in luce delle testimonianze di un passato che fonda il presente e illumina la via verso il futuro”.

Taranto. Al museo Archeologico nazionale si celebrano la Giornata mondiale dell’Alimentazione e la prima Giornata del Mediterraneo con un convegno in presenza e on line in streaming

Il 40% della popolazione mondiale non è in grado di garantirsi una dieta sana. Nel contempo, sono circa 2 miliardi gli individui obesi o sovrappeso. Il 14% degli alimenti viene buttato via a causa di difetti di produzione e il 17% è sprecato dal consumatore finale. È quanto ha ricordato la FAO in occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione 2021, lo scorso 16 ottobre. Quest’anno il CIHEAM (Mediterranean Agronomic Institute) di Bari e il museo Archeologico nazionale di Taranto – MArTA organizzano l’evento dedicato alle celebrazioni della Giornata mondiale dell’Alimentazione e alla prima Giornata del Mediterraneo nella sede del museo, lunedì 29 novembre 2021, alle 10, in presenza e on line. Per partecipare in diretta Zoom all’evento è necessario registrarsi al link: https://events.iamb.it/p/event/gmed. Al convegno, organizzato in stretta collaborazione con Regione Puglia, fondazione “L’Isola che non c’è” e con la partecipazione del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo, si parlerà di agricoltura, alimentazione e benessere, di patrimonio storico e archeologico. A dare il benvenuto agli ospiti saranno Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia; Maurizio Raeli, direttore del CIHEAM Bari; Mauro Massoni, capo ufficio II – Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo del MAECI; Eva Degl’Innocenti, direttrice del MArTa; Barbara Davidde, soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo; Franco Giuliano, presidente della fondazione “L’Isola che non c’è”. Interverranno, tra gli altri, Felice Ungaro, direttore della struttura di coordinamento Health Marketplace della Regione Puglia; Gianluigi Cardone e Roberta Callieris del CIHEAM Bari. L’iniziativa del Museo virtuale del Mediterraneo, un viaggio alla scoperta delle antiche civiltà agricole del Mediterraneo, sarà illustrata da Girolamo Fiorentino, archeobotanico del dipartimento di Beni Culturali dell’università del Salento. All’evento parteciperanno anche le delegazioni di Albania, Egitto, Libano, Montenegro e Tunisia. Le conclusioni saranno affidate a Teodoro Miano, delegato italiano e vicepresidente del consiglio di amministrazione del CIHEAM, e a Luigi De Luca, responsabile dei Poli Biblio-Museali di Puglia. Modererà Lino Patruno, giornalista e scrittore. Durante il meeting, inoltre, sarà presentato il Progetto Ci.Bu.S.- Cibo buono per tutti: uno “start” per l’Human Pole Puglia.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli a Paestum, nello stand alla XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, presenta in anteprima la mostra “Sardegna Isola Megalitica” e il percorso immersivo e multisensoriale NURAGICA

Lo stand del museo Archeologico nazionale di Napoli alla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico di Paestum (foto mann)

Imponenti architetture nuragiche, piante che riecheggiano la flora sarda, foto di reperti e visori per conoscere, grazie alla realtà virtuale immersiva, le meraviglie di una terra dalla cultura millenaria: sino a domenica 28 novembre 2021, il museo Archeologico nazionale di Napoli è presente alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum (25-28 novembre 2021) con uno stand dedicato alla mostra “Sardegna Isola Megalitica- Dai menhir ai nuraghi, storie di pietra nel cuore del Mediterraneo “, che sarà in programma al Mann dal 10 giugno all’11 settembre 2022. La grande esposizione sarà affiancata dall’experience NURAGICA, che racconterà la storia della civiltà sarda in un format innovativo e tecnologico. “Siamo qui a Paestum per presentare uno splendido evento al Mann”, spiega il direttore Paolo Giulierini, “dove l’archeologia della Sardegna sarà narrata non solo con un ricco progetto scientifico, ma anche con un suggestivo percorso multimediale. L’archeologia nuragica costituisce un punto di riferimento per la cultura del Mediterraneo e nasce dalla fusione di tanti popoli, ciascuno portatore di una specificità identitaria”.

Locandina del progetto “Sardegna Isola Megalitica”

Un percorso di approfondimento con due anime. In primis, “Sardegna Isola Megalitica”, che concluderà a Napoli il suo tour internazionale dopo Berlino, San Pietroburgo e Salonicco. La mostra è promossa, nell’ambito di un importante progetto di Heritage Tourism finanziato con fondi europei POR FESR 2014-2020, dalla Regione Autonoma Sardegna- assessorato del Turismo, Artigianato e Commercio con il museo Archeologico nazionale di Cagliari e la Direzione regionale Musei della Sardegna, insieme al Mann e ai musei ospitanti dei vari Paesi. L’esposizione ha ottenuto il patrocinio del MAECI e del MIC ed è realizzata con la collaborazione della Fondazione di Sardegna e il coordinamento generale di Villaggio Globale International. La mostra ha inoltre ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica Italiana. “Sardegna Isola Megalitica” presenta quasi 200 reperti delle antiche culture megalitiche e nuragiche dell’isola. I manufatti, provenienti dai musei di Cagliari, Nuoro e Sassari, tracciano un affascinante viaggio alla scoperta di civiltà ancora in parte ignote, sviluppatesi nell’isola al centro del Mare nostrum.

Il manifesto promozionale del progetto di realtà virtuale Nuragica al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

NURAGICA, poi, proporrà un percorso immersivo e multisensoriale, creato ad hoc per il museo Archeologico: un viaggio guidato in cui il mondo dei nuragici riprenderà vita grazie a spettacolari scenografie e ambientazioni in scala reale che riprodurranno i principali siti archeologici dell’Isola. Così alla Bmta, sulle pareti dello stand del Mann, è possibile scoprire alcune immagini dei reperti in allestimento per “Sardegna Isola Megalitica”; i visitatori, nel corner del museo, hanno anche l’occasione di indossare i visori oculus, che permettono quasi di attraversare un antico villaggio isolano, avendo così un’anteprima dell’experience di NURAGICA.

Rovereto. La Rassegna del cinema archeologico diventa Festival e si apre alla città. Gli interventi di Giovanni Laezza, Alessandra Cattoi e Claudia Beretta per archeologiavocidalpassato.com

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RAM film festival: da sinistra, Micol Cossali, assessore alla Cultura; Alessandra Cattoi, direttrice Fmcr; e Giovani Laezza, presidente della Fondazione museo civico di Rovereto (foto graziano tavan)

Il conto alla rovescia è cominciato. Mancano solo sette giorni alla prima edizione di RAM FILM FESTIVAL Rovereto, in calendario da mercoledì 13 ottobre a domenica 17 ottobre 2021 al teatro Zandonai di Rovereto, e in molti altri spazi di rilievo culturale della città trentina. Il festival, nato 32 anni fa come rassegna del documentario archeologico, cambia nome e si rinnova nella veste, allargando l’orizzonte alla più ampia tematica della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale. Il RAM film festival è organizzato dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, con il sostegno del Comune di Rovereto, della Provincia Autonoma di Trento e della Fondazione Caritro, con il patrocinio del ministero della Cultura e del ministero degli Esteri (vedi Rovereto. Presentato il programma della prima edizione di RAM Film Festival Rovereto-Archeologia-Memorie, un festival diffuso che si espande a coinvolgere la città e il territorio con un programma ricco e articolato: al teatro Zandonai e on-line, una sessantina di film con 16 prime italiane, 10 prime assolute e 2 prime internazionali; all’Alfio Ghezzi Bistrot gli incontri culturali; al museo della Città la mostra “C’era una volta la peste: Venezia e Rovereto”. Molti gli eventi speciali | archeologiavocidalpassato).

“Sono particolarmente soddisfatto del cambio di passo operato quest’anno dal Festival”, dichiara Giovanni Laezza, presidente della Fondazione Museo Civico, “e dello sforzo per aprirsi nei confronti della città e di un pubblico vasto, con un’offerta, oltre che del palinsesto cinematografico, anche di svariate opportunità in città in collaborazione con APT e Distretto San Marco. Grazie a preziose collaborazioni, sono molte le occasioni culturali, per riflettere, per incontrare i numerosi ospiti, protagoniste e protagonisti del nostro tempo, per usufruire di corsi di formazione e di masterclass”. E l’assessore alla Cultura Micol Cossali: “Oggi la Rassegna del Cinema archeologico diventa Festival e si presenta in un nuovo formato, una naturale evoluzione di un percorso lungo più di tre decenni che l’ha vista crescere e trasformarsi, uscire dai teatri e connettersi con la città. Con l’auspicio che RAM film festival possa raggiungere sempre più persone e ampliare ancora di più il suo pubblico e coinvolgere le giovani generazioni, non solo all’interno della sala cinematografica, ma nei tanti eventi collaterali che arricchiscono il panorama culturale roveretano”.

Il programma del festival è previsto su 5 giornate, durante le quali alle proiezioni dei documentari in concorso si aggiungeranno incontri quotidiani con esperti, conferenze, visite, presentazioni di libri, aperitivi, masterclass, una mostra e un concerto di musica per il cinema. Sono 62 i film, tra documentari, docufiction e animazioni in concorso, selezionati su oltre 1400 iscritti a livello nazionale e internazionale. Immagini spettacolari, luoghi e siti straordinari e popoli poco conosciuti, storie e narrazioni che fanno parte dei tesori culturali del mondo. I documentari provengono da 25 diverse nazioni, con 34 luoghi del mondo rappresentati, con il loro patrimonio materiale e immateriale. 26 première, di cui 10 prime assolute, 2 prime internazionali e 14 prime italiane. Tutti i film saranno visibili anche online attraverso una piattaforma digitale.

Quattro sezioni per i film in concorso con altrettanti premi: “premio Paolo Orsi per il cinema archeologico” (sezione principale): film archeologici dedicati alla tematica della tutela e valorizzazione patrimonio tangibile; “L’Italia si racconta”, sezione dedicata a opere cinematografiche sull’Italia che parlano di patrimonio culturale immateriale come, tradizioni, storia, antiche comunità; “Cultura Animata”: animazioni italiane e straniere dedicate ad archeologia, popoli, culture; “Sguardi dal mondo”, sezione dedicata a opere cinematografiche provenienti da ogni paese del mondo che parlano di patrimonio intangibile, tradizioni, cultura, antiche comunità. A completamento di un programma basato in gran parte sulla proposta di film e documentari, il Festival propone contemporaneamente alle proiezioni: conferenze e momenti di approfondimento con esperti del settore; un concerto dedicato alla musica nel cinema; una serata sul documentario tra Storia e Sport; aperitivi al bistrot sui temi del Festival; laboratori e presentazioni di libri a cura delle librerie della città; visite guidate sul territorio; visite guidate alla mostra “C’era una volta la Peste” allestita al Museo della Città che si terrà in concomitanza con il festival; corsi di approfondimento e aggiornamento professionale (per studenti, giornalisti ed operatori); menù a tema e iniziative varie in collaborazione con gli esercizi commerciali del distretto San Marco nel centro storico cittadino. Prestigiosi gli ospiti di questa edizione, impegnati sia in serate a teatro che in spazi alternativi, sui temi del Festival. Incontri a teatro, giovedì 14 ottobre 2021, alle 20.45, Federico Buffa, su “1936: L’Olimpiade che ha cambiato il cinema”. Storie di uomini e di sport si intrecciano attraverso gli “sguardi” della regista Leni Riefenstahl. Sabato 16 ottobre 2021, alle 20.45, Leandro Piccioni e Quartetto Pessoa in concerto per pianoforte e quartetto d’archi “Musica per il cinema. Omaggio a Ennio Morricone”; domenica 17 ottobre 2021, alle 16.30, Nicolò Bongiorno su “Raccontando l’India: Il Ladakh”. Incontri al bistrot: tre aperitivi a tu per tu con l’esperto alle 17 nel Bistrot dello chef stellato Alfio Ghezzi. Giovedì 14 ottobre 2021, “Il lungo viaggio dell’archeologia”, con Andrea Augenti, archeologo; venerdì 15 ottobre 2021, “Nôtre Dame: tecnologie e progetti per il restauro del secolo”, con Tiziano Straffelini, esperto di restauro di monumenti; sabato 16 ottobre 2021, “Il fumetto tra storia e fiction: Martin Mystère a Venezia”, con Andrea Artusi, disegnatore.

Gea 2021-Ica: “Archeologia e inclusione”. Contributo 16: “Missione Archeologica Italiana a Malta – Ricerche a Tas-Silġ”, dalla preistoria all’età bizantina

istituto-centrale-per-l-archeologia_logoPer l’edizione 2021 delle Giornate Europee per l’Archeologia, l’ICA – Istituto centrale per l’Archeologia propone il tema guida dal titolo “Archeologia e inclusione. Missioni archeologiche italiane all’estero e comunità locali dei paesi ospitanti: interazioni, coinvolgimento, formazione”. Sedicesimo contributo: “Missione Archeologica Italiana a Malta – Ricerche a Tas-Silġ”.

In occasione delle Giornate Europee dell’Archeologia 2021, l’ICA condivide volentieri il video della Missione Archeologica Italiana Malta, nata nel 1963 con l’obiettivo di indagare il santuario plurimillenario di Tas-Silġ (Marsaxlokk) unitamente ad altri siti dell’arcipelago (San Pawl Milqi – Burmarrad e Ras-il-Wardija nell’isola di Gozo). Una nuova stagione di scavi è stata condotta a Tas-Silġ tra il 1996 e il 2011 in collaborazione con la Superintendence of Cultural Heritage and Heritage Malta. Le ricerche, sostenute dal ministero degli Esteri Italiano e dalle varie Università afferenti alla Missione e attuate tramite le più recenti metodologie di analisi, sono ora rivolte allo studio del sito anche nel quadro degli sviluppi storico-culturali del Mediterraneo centrale dalla preistoria all’età bizantina. In stretta collaborazione con le istituzioni maltesi, l’Università di Malta, l’Istituto Italiano di Cultura e l’Ambasciata Italiana, la Missione è impegnata nella disseminazione al pubblico dei risultati, tramite conferenze, workshops e open-day sul sito.

The Italian Archaeological Mission was established in 1963 with the aim of exploring the multimillennial sanctuary at Tas-Silġ (Marsaxlokk), as well as other sites in the archipelago (San Pawl Milqi – Burmarrad and Ras-il-Wardija – Gozo). New fieldwork was undertaken at Tas-Silġ between 1996 and 2011 in synergy with the Superintendence of Cultural Heritage and Heritage Malta. Research activities, supported by the Italian Ministry of Foreign Affairs and the Universities collaborating on the Mission, are now mostly devoted to the study of the site in the framework of Central Mediterranean historic trajectories from Late Prehistory to the Byzantine period. In tight collaboration with the Maltese institutions, the University of Malta, the Italian Cultural Institute and the Italian Embassy the research team is committed to the dissemination of results to the public through conferences, workshops and open days on the site.

(16 – continua)

Gea 2021-Ica: “Archeologia e inclusione”. Contributo 12: “Missione Archeologica Italiana Afghanistan ISMEO”, fondata nel 1957 da Giuseppe Tucci

istituto-centrale-per-l-archeologia_logoPer l’edizione 2021 delle Giornate Europee per l’Archeologia, l’ICA – Istituto centrale per l’Archeologia propone il tema guida dal titolo “Archeologia e inclusione. Missioni archeologiche italiane all’estero e comunità locali dei paesi ospitanti: interazioni, coinvolgimento, formazione”. Dodicesimo contributo: “Missione Archeologica Italiana Afghanistan ISMEO”.

L’ICA condivide con piacere, in occasione delle GEA 2021, il video trasmesso dalla Missione Archeologica Italiana in Afganistan – ISMEO. La Missione (1957-1979/2002-), diretta da Anna Filigenzi (UniOr), è amministrata dall’ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente e, come tutti i progetti archeologici di ISMEO, è sostenuta dal ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, DGSP, Ufficio VI e gode di un contributo del Progetto MIUR “Studi e ricerche sulle culture dell’Asia e dell’Africa: tradizione e continuità, rivitalizzazione e divulgazione”.

(12 – continua)

Il ministero per gli Affari esteri con Unesco Italia lancia nel mondo “Archeo3D’Italia”, nuova video-piattaforma on line dedicata ai siti archeologici italiani iscritti dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità, realizzata con Altair4 Multimedia: mappa interattiva, video e ricostruzioni 3D

altair-multimedia_logoQuattordici siti Unesco, custodi di altrettante eccellenze archeologiche italiane, sono raccontati da Archeo3D’Italia, la nuova video-piattaforma dedicata ai siti archeologici italiani iscritti dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità, in rapporto con il loro contesto naturale, storico e culturale, promossa dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, in collaborazione con la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO attraverso le ambasciate e gli istituti di cultura. La piattaforma è stata realizzata in collaborazione con Altair4 multimedia, realtà realizzata nella ricostruzione 3D di siti dell’antichità: regia, Alessandro Furlan; curatore, prof. Vincent Jolivet; virtual 3D, Pietro Galifi, Stefano Moretti; post produzione, Luigi Giannattasio; raccolta dati scientifici, Maria Grazia Nini.

Una carta storica dell’Italia con i 14 siti archeologici inseriti nella lista Unesco del Patrimonio mondiale dell’Umanità (foto archeo3ditalia)

Attraverso una mappa interattiva e un video documentario, la piattaforma offre al pubblico internazionale la possibilità di scoprire più da vicino: Roma Antica (Fori e Colosseo); Area Vaticana (Circo di Caligola e Antica Basilica di San Pietro); Pompei (Foro e Teatri); Ercolano; Agrigento (Acropoli e Tempio di Zeus); Aquileia (complesso della Basilica patriarcale); Barumini (su Nuraxi); Brescia (Capitolium Romano); Città di Verona (Arena); Necropoli Etrusche di Cerveteri; Villa Adriana di Tivoli; Paestum; Siracusa; Piazza Armerina (Villa Romana del Casale). A ogni luogo sono dedicati videoclip in computer grafica 3D, che mostrano alzati e restituzioni virtuali degli scavi visitati, fruibili in italiano e in inglese. Un modo innovativo e divertente per conoscere l’assetto originario di questi affascinanti luoghi, le diverse fasi della loro evoluzione e le relazioni con il contesto naturale, storico e culturale in cui sono inseriti. Buona visione su  archeo3ditalia.it

italia_siti-unesco_logoUn portale per scoprire i Siti archeologici italiani Patrimonio mondiale Unesco. Le relazioni e gli scambi culturali internazionali sono profondamente radicati nella storia e rappresentano uno degli strumenti principali per favorire il dialogo, la comprensione e la pace tra i popoli. Le testimonianze archeologiche, storiche, artistiche e naturali rappresentano un palinsesto esteso e variegato su scala mondiale, come ben riflesso nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. L’Italia riconosce grande importanza a questo patrimonio impegnandosi nella sua tutela, conservazione e valorizzazione sia a livello nazionale che globale. Il nostro paese è uno dei principali sostenitori della cooperazione culturale multilaterale e un attivo organizzatore di missioni archeologiche, etnoantropologiche e di conservazione in tutto il mondo contribuendo a un sostanziale miglioramento delle relazioni tra gli Stati.

Il Colosseo nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1980 – Roma Antica (Fori e Colosseo). Il centro storico di Roma è stato riconosciuto, sin dal 1980, Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Delimitato dal perimetro delle Mura Aureliane, sovrapposizione di testimonianze di quasi tre millenni, è espressione del patrimonio storico, artistico e culturale del mondo occidentale europeo. Fondata da Romolo nel 753 a.C., secondo la tradizione, e definitivamente caduta come capitale dell’Impero romano nel 476, Roma è nata all’incrocio della strada che collegava le saline costiere con l’interno della penisola, con quella che metteva in relazione l’Etruria con la Campania. Molto presto, sulla riva sinistra del Tevere, si svilupparono luoghi di scambio cosmopoliti. Nel VI sec. a.C., con la dinastia etrusca dei Tarquini, il centro civico della città si struttura intorno al Foro grazie a un’audace opera di bonifica di terreni finora paludosi. La fine delle guerre puniche, nel 146 a.C., porta ad uno sviluppo veloce della città. La potenza della Repubblica viene celebrata dalla costruzione templi, basiliche, archi di trionfo, monumenti commemorativi, in gran parte concentrati nella zona del Foro. Molto presto, la crescita della città rese necessaria la costruzione di nuovi spazi pubblici. Si svilupparono così, durante poco più di due secoli, cinque nuovi fori, quello di Cesare, di Augusto, di Vespasiano, di Domiziano/Nerva e di Traiano, volti ad esaltare la dinastia allora al potere. Fino alla caduta dell’Impero, numerosi imperatori cercarono di attrarsi il favore del popolo romano facendo costruire edifici di spettacolo – circo, stadio, teatro, anfiteatro, odeon… -, monumenti commemorativi – archi, colonne, ninfei… -, nonché grandi complessi termali.

L’antica area del colle Vaticano con l’inserimento del complesso della Basilica di san Pietro nella ricostruzione 3D realizzata dal Altair Multimedia (foto altair4)

1980 – Roma – Area Vaticana (Circo di Caligola e Antica Basilica di San Pietro). Cuore della cristianità cattolica, l’enclave della Città del Vaticano, nel 1980 insieme al centro storico di Roma, è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Sulla riva destra del Tevere, la XIV regione di Roma, Transtiberim, non fece mai veramente parte del centro della città. Nella seconda metà del III sec., il quartiere più vicino all’isola Tiberina fu incluso nel perimetro delle mura di Aureliano, fino alla sommità del Gianicolo, sia per scopi strategici che per proteggere i mulini alimentati dall’acqua dello speco dell’acqua Traiana. Dall’età tardo-repubblicana, questa parte del Trastevere si popolò sempre più densamente di artigiani e di lavoratori del vicino porto, con un’importante componente di stranieri, in particolare ebrei e siriani, che vi celebravano i propri culti. Più a Nord, al di là della porta Settimiana, si estendevano parchi con ricche ville, come quella della Farnesina, forse appartenuta ad Agrippa. La zona del Vaticano, attraversata da strade costeggiate di tombe – tra le quali, alla sua estremità orientale, il mausoleo di Adriano -, era occupata da grandi giardini, tra cui quelli di proprietà di Agrippina e di Domizia, rispettivamente nonna e zia di Nerone. La costruzione della basilica di San Pietro cambiò drasticamente l’uso e la fisionomia di questa regione di Roma.

Il Foro romano e il Campidoglio di Pompei nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1997 – Pompei (Foro e Teatri). Pompei ha origine dal IX secolo a.C. per terminare nel 79 d.C., quando, a seguito dell’eruzione del Vesuvio, viene ricoperta da una coltre di ceneri e lapilli alta circa sei metri. La sua riscoperta e i relativi scavi, iniziati nel 1748, hanno riportato alla luce il sito, che nel 1997 è entrato a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Pompei era in origine un sito osco di cui Etruschi e Greci si contesero il controllo, prima di essere conquistato dai Sanniti nell’ultimo quarto del V sec., poi dai Romani all’inizio del III sec., prima di diventare Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum nell’80 a.C. Quando fu scossa da un potente terremoto, nel 62 d.C., la città contava circa 25mila abitanti; gli effetti del sisma furono così devastanti che gli edifici e le case non erano ancora completamente ricostruiti quando avvenne l’eruzione del 79 d.C. Per quattro giorni, il vulcano seppellì il sito sotto uno strato di circa tre metri di lapilli e di pietra pomice, il cui peso provocò il crollo delle costruzioni, complicando così considerevolmente il lavoro di quelli che iniziarono subito a saccheggiarne le rovine, e ben più tardi quello degli archeologi stessi. Sono noti, in seguito, due grandi risvegli del vulcano nell’Antichità, nel 203 e nel 472. Il sito costituisce oggi il più completo esempio conservato di una città romana, con i suoi monumenti pubblici, le sue case e le sue ville spesso sfarzosamente decorate, nelle quali sono stati rinvenuti in situ innumerevoli oggetti della vita quotidiana, eccezionalmente conservati.

La terrazza col monumento a Marco Nonio Balbo a Ercolano (foto mae-mic)

1997 – Ercolano. Ercolano (Herculaneum) ha origine dal XII secolo a.C. per terminare nel 79 d.C., quando, a seguito dell’eruzione del Vesuvio, viene ricoperta da una coltre di materiali vulcanici. Gli scavi della città, iniziati nel 1710, hanno riportato alla luce il sito, che è entrato a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 1997. Fondata dagli Oschi o dagli Etruschi, Herculaneum fu successivamente conquistata dai Greci, dai Sanniti, e infine dai Romani, nel 89 a.C., diventando lo stesso anno un municipio, e rapidamente un soggiorno residenziale privilegiato dell’aristocrazia romana. Niente permette oggi di comprendere, in una zona la cui la topografia è stata completamente modificata dalle eruzioni vulcaniche, la fisionomia originaria di questo sito che occupava un promontorio situato sulla strada litoranea, ai piedi del Vesuvio. Già colpita dal terremoto del 62 d.C., la città fu sommersa nel 79 d.C. da una valanga di fango la cui solidificazione ha assicurato la conservazione eccezionale dei materiali deperibili che vi si trovavano: legno, papiro, fibre vegetali ecc. Si pensava, fino ad una data recente, che i suoi abitanti, avvisati meglio rispetto ai loro vicini Pompeiani, avessero lasciato la città prima dell’eruzione del vulcano. Invece, gli scavi realizzati alla fine del XX secolo hanno rivelato la presenza di centinaia di corpi lungo la riva: quegli abitanti che, troppo tardi, avevano cercato di fuggire dalla città, si trovarono di fronte ad un mare in tempesta e perirono asfissiati nei grandi depositi che fiancheggiavano la spiaggia.

Il tempio di Giove nella vale dei Templi ad Agrigento nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1997 – Agrigento (Acropoli e Tempio di Zeus). La Valle dei Templi corrisponde all’antica Akragas, monumentale nucleo originario della città di Agrigento. Dal 1997 l’intera zona è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Il parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi è uno dei siti archeologici più estesi del Mediterraneo. Fondata nel 582 a.C. da coloni rodi e cretesi della vicina Gela, su un sito già occupato da Greci nel VII sec. a.C., Agrigento (Akragas) fu prevalentemente governata da una successione di tiranni: dopo Falaride, vissuto nella prima metà del VI sec., la cui crudeltà rimase proverbiale, Terone, sotto il quale, alleati ai Siracusani, gli Agrigentini vinsero la battaglia contro i Cartaginesi ad Imera, nel 480, e suo figlio Trasideo il quale, rompendo l’alleanza con Siracusa, portò alla fine della sua dinastia, nel 471 a.C. Nel 406 a.C., un nuovo conflitto con Cartagine si concluse, dopo un lungo assedio, con la presa e la distruzione parziale della città, che ritrovò la sua libertà solo grazie al generale corinzio Timoleonte, nel 340 a.C. Contesa tra Cartaginesi e Romani, Agrigento fu definitivamente conquistata dai Romani nel 210 a.C. Fiorente da questa data, e fino alla caduta dell’Impero romano, la città si spopolò gradualmente fino al VII secolo: si riduceva allora ad un villaggio raggruppato sulla collina di Girgenti (sede della città attuale), che fu conquistato dagli Arabi, nel 829, e successivamente dai Normanni, nel 1086.

Dettaglio dei pavimenti musivi della Villa del Casale a Piazza Armerina (foto mae-mic)

1997 – Piazza Armerina (Villa Romana del Casale). La Villa Romana del Casale a Piazza Armerina, in Sicilia, è l’esempio supremo di villa di lusso romana tardo-imperiale, famosa per la ricchezza e la qualità dei suoi mosaici (IV secolo d.C.), che vengono riconosciuti come i mosaici romani più belli ancora in situ. Dal 1997 fa parte del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Dopo la fine della prima guerra punica, nel 241 a.C., e la conquista di Siracusa, nel 211 a.C. l’insieme della Sicilia, a lungo contesa tra popolazioni autoctone, Greci e Cartaginesi, diventò provincia romana, uno statuto ulteriormente confermato da Diocleziano, nel 284, nel quadro della sua riforma amministrativa delle province. Straordinariamente ricca di fertili terreni agricoli, l’isola, sfruttata dai Romani tramite una rete di immensi latifondi, funse da importante granaio di Roma dalla fine della Repubblica in poi. A lungo depressa da questo sistema di sfruttamento, l’isola conobbe un nuovo periodo di prosperità all’inizio del IV sec., grazie alla sua posizione strategica sulle rotte commerciali mediterranee. Essa fu soggetta, da allora, ad una successione di conquiste da parte dei Vandali nel 440, dei Bizantini nel 535, degli Arabi nell’827, fino a quella dei Normanni, avvenuta nel 1086.

Il nuraghe Su Nuraxi a Barumini (foto mae-mic)

1997 – Barumini – Su Nuraxi. Il sito di Su Nuraxi a Barumini, in Sardegna, rappresenta il più famoso esempio di complessi difensivi dell’Età del Bronzo, caratteristici dell’isola, conosciuti come nuraghi. Costruito nel secondo millennio a.C. fu occupato fino al terzo secolo d.C. Dal 1997 è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Sito a Ovest di Barumini, nella parte meridionale interna della Sardegna, il villaggio protostorico di Su Nuraxi è uno dei più rappresentativi della cultura nuragica tipica dell’isola tirrenica. I nuraghi, i cui primi esemplari compaiono nella prima età del Bronzo, nel XVII sec. sono torri che avevano la funzione di sorveglianza delle coltivazioni e dei greggi, di difesa della popolazione contro assalti nemici, e forse di osservazione astronomica. I siti nuragici, la cui datazione viene ancora largamente dibattuta, erano collegati tra di loro all’interno di un sistema che interessava l’intera isola: si stima che vi si trovava un nuraghe circa ogni 3 kmq. La civiltà nuragica è stata divisa in cinque fasi cronologiche che vedono, a partire da una struttura di clan, l’affermazione progressiva delle aristocrazie locali, compiuta nei IX-VI sec. a.C. Ben lungi dall’essere isolata, la civiltà nuragica intratteneva rapporti politici, economici e culturali con le principali civiltà mediterranee coeve.

Il complesso e gli annessi della basilica patriarcale di Aquileia nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1998 – Aquileia (complesso della Basilica patriarcale). Aquileia, fondata nel 181 a.C. dai Romani, è stata una delle città più grandi e più ricche dell’Impero Romano. La città antica, ancora in gran parte sepolta, è il più completo esempio di una città dell’antica Roma nell’area del Mediterraneo, ed è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 1998. A Sud della provincia di Udine, Aquileia, connessa con il mare Adriatico da una fitta rete di canali, fu fondata come colonia latina nel 181 a.C. Grazie alla sua posizione strategica e al commercio dell’ambra e del vetro, la città conobbe uno sviluppo rapido e diventò, in età augustea, capitale della X Regione, Venetia et Histria. Nei primi secoli dell’Impero, Aquileia giocò un ruolo fondamentale nelle operazioni militari condotte verso il Danubio. Dopo la promulgazione dell’editto di Milano da parte di Costantino, nel 313, la città fu sede di un vescovado che promosse la diffusione del cristianesimo verso il centro dell’Europa. Dopo la sua distruzione da parte di Attila, nel 452, Aquileia, ricostruita, fu assunta alla dignità di patriarcato nel 554, e visitata da Carlo Magno dopo la sua incoronazione a Roma, nel 800. Il patriarcato, che controllava un immenso territorio, fu abolito solo nel 1751.

L’area templare di Paestum con la cd Basilica e il cd Tempio di Nettuno nella ricostruzione 3D realizzata da Marco Mellace (foto marco mellace)

1998 – Paestum. Paestum è un’antica città della Magna Grecia chiamata dai fondatori Poseidonia in onore di Poseidone, e poi Paestum dai Romani che la conquistarono. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura. Nel 1998 è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco con il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, ed i siti archeologici di Velia, e la Certosa di Padula. Sulla riva del Tirreno dove Giasone, con i suoi Argonauti, avrebbe edificato il santuario di Hera, alla foce del Sele, i Sibariti fondarono, verso il 600 a.C., una colonia dedicata a Poseidone, in mezzo ai terreni agricoli estremamente fertili della pianura del Sele. Poseidonia raggiunse il suo massimo splendore tra il 560 e il 440 a.C. All’inizio del V sec. a.C., i Lucani presero il controllo della città, fondendosi progressivamente con i Greci, contribuendo così alla creazione di una cultura profondamente originale. La città conservò la sua indipendenza fino alla conquista romana, nel 273 a.C., quando vi fu insediata una colonia di diritto latino; la sua prosperità nel corso della fine della Repubblica romana è testimoniata dall’edilizia pubblica e privata rivelata dagli scavi. La città era rimasta sufficientemente importante nel V sec. per diventare sede vescovile. Tuttavia, l’impaludamento progressivo dell’insediamento, che vi rendeva l’aria cattiva, e le incursioni dei pirati Saraceni, spinsero i suoi abitanti ad abbandonare definitivamente il sito nel corso del X sec.

Il teatro Marittimo di Villa Adriana a Tivoli nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1999 – Villa Adriana di Tivoli. Villa Adriana è la sontuosa residenza fatta costruire dall’imperatore Adriano (117-138) con un ricco complesso di edifici, estesi su una vasta area. Nel 1999, Villa Adriana è stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Già in età repubblicana, i membri dell’aristocrazia romana avevano preso l’abitudine di lasciare la città per soggiornare in giardini suburbani, oppure in ampie residenze situate a poca distanza di Roma, in particolare nella zona dei Colli Albani. Adriano, imperatore di Roma dal 117 fino alla sua morte nel 138, scelse di creare una villa d’ozio sui primi pendii dei Monti Tiburtini, sotto l’antica Tibur (Tivoli), una trentina di chilometri a Est di Roma. Questa straordinaria residenza, che riunisce nello stesso luogo luoghi e monumenti visitati da Adriano nel corso dei suoi viaggi – il Nilo e la città d’ozio di Canopo in Egitto, il Liceo, l’Accademia e la stoa poikilè di Atene, la vallata di Tempe in Tessaglia… – gli consentì anche di dedicarsi pienamente al suo gusto per l’architettura, a lungo contrastato dall’architetto di Traiano, Apollodoro di Damasco, che egli fece prima esiliare, e poi assassinare nel 130. Circa 130 ettari di superficie totale, più di due chilometri di lunghezza, una trentina di edifici principali, chilometri di gallerie di servizio sotterranee…Villa Adriana costituisce un complesso eccezionale, paragonabile ai grandi palazzi reali di cui quello di Versailles costituisce l’archetipo moderno.

L’Arena di Verona nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

2000 – Città di Verona (Arena). Ottenuta da Giulio Cesare la cittadinanza romana nel 49 a.C., Verona diventa ben presto municipium romano, potendosi fregiare del titolo di Res Publica Veronesium. Nel 2000 Verona è stata inserita nella Lista dei Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Controllando un guado sull’Adige, punto di passaggio obbligato, da sempre, tra Oriente e Occidente, Verona, già occupata in età preromana, fu una delle principali città dell’area veneta. Colonia di diritto latino nel 89 a.C., poi municipio romano nel 49 a.C., la città fu occupata da Vespasiano nel corso della guerra civile contro Vitellio, nel 69, e più tardi da Massenzio durante quella contro Costantino, nel 312. Successivamente, per la sua posizione strategica, Verona mantenne a lungo la sua importanza, Il monumento antico più famoso di Verona è il suo anfiteatro, dove si tenevano sia giochi gladiatori che spettacoli di caccia. Nonostante il nome, l’anfiteatro non è il semplice collage di due teatri, né il prodotto di una ricerca empirica: uno studio geometrico rigoroso aveva dimostrato la superiorità della pianta ellittica, sia in termini di circolazione che di visione dello spettacolo dato nell’arena, nome che deriva dalla sabbia o rena, che assorbiva il sangue degli uomini e delle bestie.

La necropoli etrusca di Cerveteri nella ricostruzione 3D realizzata da Marco Mellace (foto marco mellace)

2004 – Necropoli Etrusche di Cerveteri. La necropoli di Cerveteri è una delle più monumentali del Mediterraneo e costituisce una rara e preziosa testimonianza del popolo etrusco, che instaurò la prima civilizzazione urbanizzata nel Mediterraneo occidentale, sopravvissuta per circa 700 anni dall’VIII al I secolo a.C. Nel 2004 è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, assieme a quella di Tarquinia. Nella parte meridionale dell’Etruria, la città etrusca di Caere, attuale Cerveteri, si trova 40 km a Nord di Roma. Si tratta di una delle principali città-stato della lega delle dodici città etrusche confederate, che controllava una larga fascia del litorale tirreno. Ancora poco affermata in età villanoviana, tra il IX e il VIII sec. a.C., la città conobbe un’espansione veloce nel VII sec., nel corso del periodo detto “orientalizzante”, grazie ai suoi contatti con i mercanti greci e fenici, che contribuirono a cambiare radicalmente la cultura e l’economia delle popolazioni locali. Queste relazioni si svolgevano in particolare nel porto della città, Pyrgi, dove diversi templi, in particolare quello di Uni/Astarte, presidiavano ai rapporti commerciali tra etruschi e mercanti stranieri. Nel corso di questo periodo, si assiste all’emergere di una classe dirigente di principi, il cui potere declinò progressivamente, dall’inizio del VI sec. a.C. in poi, per portare ad una società più egalitaria. Il legame con la vicina Roma si rafforzò progressivamente dopo il saccheggio dei Galli, nel 390 a.C., nel corso del quale le Vestali avevano trovato rifugio a Caere, ma nuovi scontri tra le due città portarono alla sconfitta della metropoli etrusca, nel 273 a.C., e alla confisca della parte costiera del suo territorio, dove Roma fondò diverse colonie marittime. In età augustea, Caere viene menzionata da Strabone solo come una “piccola città”.

Il teatro greco di Siracusa (foto mae-mic)

2005 – Siracusa. Siracusa possiede una storia millenaria: fu annoverata tra le più vaste metropoli dell’età classica, tanto da primeggiare per potenza e ricchezza con Atene. È stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 2005, congiuntamente alle Necropoli Rupestri di Pantalica. Secondo Tucidide, la colonia greca di Siracusa, a sud-ovest della Sicilia, fu fondata sull’isola di Ortigia nel 734 a.C. dal corinzio Archias. Nella prima metà del V sec. a.C., la città, dotata di un ampio porto, sia commerciale che militare, dovette la sua espansione a due tiranni della famiglia dei Dinomenidi, Gelone, che sconfisse i Cartaginesi ad Imera nel 480 a.C., ed il suo fratello Ierone, vittorioso degli Etruschi a Cuma nel 474 a.C. Nonostante il ritorno della democrazia dopo la morte di quest’ultimo, la città fu assediata invano da Atene tra il 415 e il 413 a.C. durante la guerra del Peloponneso, e conobbe una nuova fase di tirannia inaugurata nel 405 a.C. da Dionisio I. All’inizio del III sec. a.C., Ierone II scelse di allearsi con i Romani, ma dopo la sua morte, nel 213 a.C., Roma assediò la città che dovette arrendersi dopo due anni, nonostante le ingegnose macchine da guerra concepite da Archimede che perse la vita, come gran parte della popolazione della città, nel corso del saccheggio. In età romana, Siracusa conobbe un’esistenza tranquilla e prospera come capitale del granaio di Roma che era ormai divenuta la Sicilia. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la storia successiva della città è segnata da ondate successive di invasioni ad opera dei Bizantini, degli Arabi, dei Normanni, degli Svevi, degli Aragonesi, prima della sua incorporazione nel regno delle Due Sicilie, nel 1816, e finalmente nel Regno d’Italia nel 1861.

Il Capitolium di Brescia nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

2011 – Brescia (Capitolium Romano). Il Foro romano di Brescia era la piazza principale del centro cittadino di Brixia a partire dal I secolo a.C. Questo complesso archeologico monumentale conserva i maggiori edifici pubblici di età romana del nord Italia, e per questo motivo è stato inserito nel 2011 nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, facente parte del sito seriale “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”. Su di un sito già occupato nell’età del Bronzo e del Ferro, Brescia fu fondata all’inizio del IV sec. a.C. come capitale dei Galli Cenomani, al quale deve il suo nome antico, Brixia, che significa «l’altura», in riferimento al colle Cidneo che la domina. Sconfitti nel 197 a.C., i Cenomani diventarono alleati dei Romani, conservando tuttavia parte della loro autonomia e delle loro tradizioni. Municipio di diritto latino nel 89 a.C., la città fu integrata al territorio romano nel 49 a.C. Nel 27 a.C., la Colonia civica Augusta Brixia fu inserita nelle Regio X augustea, Venetia et Histria, diventando così un importante centro religioso e commerciale. Saccheggiata da Attila nel 452, la città fu conquistata dai Bizantini nel 561, e qualche anno dopo dai Longobardi, un popolo di origine germanica che invase l’Italia bizantina nel 568. Sotto il loro dominio, e fino al 774, Brescia conobbe un lungo periodo di prosperità.