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Eccezionale scoperta fuori Porta Stabia a Pompei: trovata la tomba monumentale in marmo del “princeps”, il più famoso impresario di spettacoli gladiatori, con la più lunga iscrizione mai rinvenuta nella colonia: insieme all’elogio del defunto anche i retroscena della rissa all’anfiteatro del 59 d.C. La tomba si può completare col grande bassorilievo dei gladiatori, al Mann dalla metà dell’Ottocento. Per la prima volta trovato sullo strato di lapilli le tracce dei carri dei pompeiani in fuga dall’eruzione

Archeologi al lavoro per ripulire la monumentale tomba in marmo a ridosso delle fondamenta del palazzo San Paolino a Pompei

La Porta Stabia a Pompei da cui usciva la strada che lambiva la tomba scoperta

Il soprintendente Massimo Osanna illustra l’eccezionale scoperta

Trovata a Pompei la tomba del “princeps”, il più famoso impresario di spettacoli gladiatori dell’area vesuviana, con la più lunga iscrizione mai trovata nella colonia romana, che svela i retroscena della più grave rissa mai registrata nell’anfiteatro pompeiano (episodio che costrinse l’imperatore Nerone a sospendere gli spettacoli a Pompei), e permette di “collocare” un grande bassorilievo, proveniente dalla zona di Porta Stabia, ma trovato fuori contesto, e conservato al Mann dalla metà dell’Ottocento. Ce n’è abbastanza per far esultare il direttore generale della soprintendenza Massimo Osanna, che mercoledì 26 luglio 2017 ha presentato ufficialmente il ritrovamento fuori Porta Stabia a Pompei: “Senza falsa modestia, è la scoperta più importante registrata a Pompei negli ultimi decenni, e soprattutto un colpo di fortuna straordinario perché questa scoperta non viene da uno scavo programmato ma da uno scavo che nasce per la ristrutturazione dell’edificio di San Paolino”. Il caso ancora una volta ha dato una mano agli archeologi. Il San Paolino era stato realizzato negli anni Quaranta dell’Ottocento come cascinale privato ai margini dell’area archeologica. “Già allora si fecero degli scavi. Ma l’abbiamo capito quando siamo intervenuti con uno scavo preventivo prima di procedere alla ristrutturazione del San Paolino che, speriamo dall’autunno, è destinato ad ospitare la grande biblioteca della soprintendenza, mentre gli uffici sono al piano superiore”. Durante gli accertamenti sulle fondazioni, è stato fatto uno saggio in profondità che ha intercettato un pezzo della strada che usciva da Porta Stabia e un pezzettino di un monumento: “Essendo in marmo ci ha fatto capire che doveva essere un qualcosa di eccezionale. Ma con il Grande Progetto non si poteva fare scavi perché sarebbe stata una variante al contratto che quindi Bruxelles non ci avrebbe riconosciuto, e quindi abbiamo deciso di fare uno sforzo e con il nostro Cda abbiamo individuato i fondi, 200mila euro, per scavare, aspettandoci una sorpresa. E la sorpresa è avvenuta: la tomba monumentale probabilmente è del personaggio più importante degli ultimi anni della colonia”. Morto un anno prima dell’esplosione del vulcano, il notabile – di cui non si è trovato il nome – fu seppellito nell’area di Pompei, fuori Porta Stabia, denominata San Paolino, quindi lungo la strada più importante che usciva dalla colonia verso la ricca Stabiae e quindi il mare. Per la sua fama e la sua ricchezza gli fu dedicata una lunga epigrafe su marmo che ora emerge dal terreno e rivela aspetti della storia pompeiana e, quasi sicuramente, il nome dell’uomo sepolto. Che per ora però non è emerso. Secondo Osanna potrebbe trattarsi di Gneo Alleo Nigidio Maio, che il popolo soprannominò “principe” della colonia, in segno di gratitudine per i favolosi spettacoli che organizzava.  Ma andiamo con ordine.

I solchi lasciati sullo strato di lapilli dai carri con i pompeiani in fuga dall’eruzione

Tracce dei pompeiani in fuga dall’eruzione. “Il monumento”, riprende Osanna, “sorge lungo una strada basolata che in questo momento non vediamo perché è ricoperta da uno spesso strato di lapilli. È proprio sopra questa superficie trasformata in strada di fortuna che arriva il dato più toccante: per la prima volta si sono scoperte le tracce della fuga dei pompeiani. Si vedono i solchi lasciati dai carri dei pompeiani che fuggivano da Porta Stabia e correvano due metri sopra i lapilli verso la salvezza. Lo scavo è stato fatto con grande perizia e ci ha permesso di individuare queste tracce che probabilmente saranno state presenti anche in altre situazioni ma non sono state viste perché in passato non sempre gli scavi sono stati condotti in maniera stratigrafica corretta, cosa che invece bisogna fare sempre”.

L’iscrizione scoperta sulla tomba monumentale, 4 metri di lunghezza e 7 righe di testo, la più grande mai trovata a Pompei

Osanna indica la grande iscrizione su un lato della tomba

L’iscrizione. La tomba presenta un’iscrizione lunghissima: 4 metri su 7 righe, che ci dà dati inediti sulla storia di Pompei riportando in maniera dettagliata le tappe fondamentali della vita (acquisizione della toga virile, nozze) e la descrizione delle attività munifiche che accompagnarono tali eventi (banchetti pubblici, elargizioni liberali, organizzazione di giochi gladiatori e combattimenti con belve feroci). “Questa iscrizione”, assicura il soprintendente, “un po’ cambia la storia di Pompei”. Si tratta di una iscrizione sepolcrale nella forma delle res gestae (cioè con la descrizione delle imprese realizzate in vita).  Le iscrizioni sepolcrali, notoriamente, contengono il nome del defunto, possono o meno indicare l’età, la condizione sociale e la carriera o altre notizie biografiche. Per i magistrati la citazione delle attività svolte si riassume nel cursus honorum (la carriera pubblica); altri riferimenti sono piuttosto rari. Nel nostro caso invece viene fatto l’elogio del defunto, cosa che a Pompei non ha confronti. “Questo personaggio racconta quello che ha fatto nella sua vita: il suo racconto inizia quando, raggiunta la maggiore età, prese la toga virile. Per l’occasione donò a tutto il popolo pompeiano un banchetto – sarebbe bello capire dove -, soffermandosi anche sui dettagli: allestì 456 triclini, dove le persone potevano banchettare. Quindi dobbiamo immaginare migliaia di pompeiani stesi a triclino, tutti ospiti di questo personaggio che, non pago, offrì anche uno spettacolo gladiatorio con 416 gladiatori – cita l’iscrizione – cosa straordinaria. Se pensate che tutti i dati che noi abbiamo sugli spettacoli gladiatori, anche quelli ricavati dalle iscrizioni ritrovate a Pompei, non ricordano mai più di 30 coppie di gladiatori. Qui invece sono 416 per uno spettacolo gigantesco che in quel momento si poteva allestire solo a Roma. Quindi fu un grande spettacolo, e sostanzialmente una grande carneficina”.

La cruenta rissa tra pompeiani e nocerini del 59 d.C. alll’anfiteatro è ricordato da un affresco pompeiano oggi al Mann

I retroscena della grande rissa del 59 d.C. “L’iscrizione – e qui è il dato straordinario che vien fuori – ci parla della rissa del 59 d.C. registrata anche da Tacito ma di cui oggi possiamo dire non ci aveva detto tutto”. Negli Annales (XIV, 17) Tacito ricorda come in quell’anno, durante uno spettacolo di gladiatori nell’anfiteatro di Pompei, iniziarono alcuni screzi tra gli abitanti di Pompei e quelli di Nuceria Alfatena. I primi erano infatti ancora risentiti per la deduzione a colonia di Nuceria (avvenuta nel 57 d.C.), a svantaggio della vicina Pompei, che perse così parte del suo territorio agricolo. Durante i giochi, dalle ingiurie si passò alle sassate e poi alle armi. Alla fine dei tumulti erano soprattutto i Nocerini i più danneggiati, e molti di essi rimasero uccisi o tornarono a casa feriti. L’imperatore Nerone portò la vicenda al Senato romano. Dopo l’inchiesta venne deliberata la chiusura dell’anfiteatro pompeiano per dieci anni (poi ridotti a due)  e lo scioglimento dei collegia; il senatore Livinio Regolo, organizzatore dei giochi, e gli altri incitatori della rissa vennero esiliati. “Ma l’iscrizione ritrovata”, fa sapere Osanna, “ci dà alcuni dettagli che Tacito non aveva scritto: innanzitutto questo personaggio si pregia che lui aveva così buoni rapporti con l’imperatore che solo lui godette di riportare a casa i duoviri, cioè i magistrati del 59 che evidentemente erano stati esiliati anche loro, ma di cui Tacito non parla. Quindi un torbido notevole di straordinarie proporzioni che doveva coinvolgere le famiglie principali di Pompei che quindi nel 59 si trovava con entrambi i duoviri esiliati.

Un dettaglio del grande bassorilievo con scene gladiatorie trovato fuori contesto nell’area di Porta Stabia e conservato al Mann dalla metà dell’Ottocento

Poi parla delle sue nozze. “L’impresario ricorda  che anche in occasione delle sue nozze continuò a organizzare spettacoli gladiatori e ne fece uno enorme questa volta accompagnato con venationes, cioè spettacoli con la caccia ad animali esotici e bestie feroci. Per l’occasione portò a Pompei animali catturati in Africa proprio per allietare i cittadini pompeiani. E alla fine i pompeiani lo acclamarono patronus, e lui – sottolinea Osanna – si schernisce dicendo di non esserne degno. Nell’iscrizione è ricordato come princeps coloniae, un altro caso interessante: vuol dire che era uno dei personaggi più influenti per la cittadinanza, un titolo onorifico per ribadire che lui era il migliore della colonia”. Questo continuo rinvio agli spettacoli gladiatori e alle venationes nella monumentale iscrizione scoperta fuori Porta Stabia ha permesso di ricontestualizzare un pezzo importante finito al MANN alla metà del XIX secolo da un ritrovamento fuori contesto. “È più che verosimile che la parte superiore della tomba, danneggiata dalla costruzione dell’edificio di San Paolino nell’Ottocento, fosse completata con un rilievo conservato al Mann. Se si valuta il ruolo che gli spettacoli gladiatori e le venationes hanno nell’elogio, si può ipotizzare che fosse ivi collocato il noto rilievo con scene gladiatorie e di cacce con animali del Mann. Il rilievo ha infatti dimensioni compatibili con il monumento, lungo com’è circa 4 metri, e risponderebbe bene nel tema al ruolo del defunto di straordinario organizzatore di giochi.

Un bell’esemplare di elmo gladiatorio in bronzo rinvenuto a Pompei

Si può dare un nome a questo importante impresario? “Purtroppo”, ammette il soprintendente, “sull’iscrizione messa in luce non il nome non c’è. Ma dal prosieguo delle ricerche potremmo essere smentiti. Noi comunque pensiamo possa trattarsi di Gneus Alleius Nigidius Maius, uno dei personaggi più in vista dell’età neroniana-flavia, il più noto tra gli impresari di spettacoli gladiatori della città, che risulta acclamato più volte a Pompei proprio come prodigo dispensatore di giochi. Morto nel 78 d.C., quindi un anno prima dell’eruzione del Vesuvio, era un liberto figlio di uno schiavo. Il personaggio ben rappresenta la classe dirigente degli ultimi decenni di vita della città, affermatosi in virtù dell’estrema mobilità sociale di quegli anni e grazie all’adozione da parte dell’importante famiglia degli Alleii. Si tratterebbe quindi di un personaggio ben in vista a Pompei”.

Pompei è la nuova sfida dell’università di Padova: studiare, scavare e valorizzare le Terme del Sarno grazie a una stretta collaborazione con la soprintendenza speciale. Obiettivo: aprire al pubblico entro il 2020 il grande complesso con oltre 100 ambienti disposti su sei livelli

L’impressionante complesso delle Terme del Sarno a Pompei oggetto dell’accordo di collaborazione tra l’università di Padova e la soprintendenza speciale

I professori Claudio Modena e Francesca Ghedini (Università di Padova)

L’impressionante complesso architettonico sul fronte meridionale di Pompei accompagna lo sguardo delle migliaia di visitatori che ogni giorno varcano l’ingresso degli scavi della città romana sepolta nel 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio. Sono le terme del Sarno, frutto dell’accorpamento, trasformazione e sviluppo di due abitazioni affacciate con terrazze verso il mare, terme che, nella fase finale, contavano oltre 100 ambienti, 60 metri di fronte, 28 di altezza, articolato su 3000 metri quadrati coperti e 700 di scoperto, sei terrazzamenti. Ma il pubblico, per poter visitare le terme del Sarno, dovrà aspettare fino al 2020. È l’impegno preso dall’università di Padova e la soprintendenza speciale di Pompei alla presentazione del bilancio dei risultati dei primi due anni di collaborazione nell’ambito del progetto Mach, uno dei Progetti strategici di Ateneo con il quale l’università di Padova concentra significative risorse per consentire di sviluppare la ricerca e sperimentare nuovi approcci metodologici. In particolare il progetto Mach (Multidisciplinary methodological Approaches to the knowledge, conservation and valorization of Cultural Heritage) mette in campo approcci metodologici multidisciplinari alla conoscenza, conservazione e valorizzazione dei beni culturali già applicati nei siti archeologici di Nora in Sardegna, Gortina a Creta, Aquileia nell’Alto Adriatico, e che ora vengono attuati a Pompei. Si tratta infatti di un contributo scientifico di fortissimo impatto che ha visto, da luglio 2015 a giugno 2017, cinquanta ricercatori di tre dipartimenti (Ingegneria, responsabile Claudio Modena; Beni Culturali, responsabile Francesca Ghedini; Geoscienze, responsabile Gilberto Artioli) lavorare insieme, contaminando le loro conoscenze, per arrivare ad elaborare nuovi metodi condivisi e raggiungere risultati innovativi. “Nel progetto inter-area (Umanistiche e Scienze dure)”, ricorda il direttore del dipartimento Beni culturali, Jacopo Bonetto, “le aree d’intervento prescelte sono contesti di altissimo valore, sia sul piano archeologico che paesaggistico, del Mediterraneo: Gortina, a Creta, è stata una delle maggiori metropoli del Mediterraneo di età greca e romana; Nora, in Sardegna, è protesa sul limite sud-occidentale del golfo di Cagliari, lungo le rotte di navigazione che solcavano il Mediterraneo sin dall’età del Bronzo; Pompei rappresenta un sito paradigmatico per la sua unicità storico-archeologica e il suo significato strategico in termini di conservazione e fruizione. A Gortina le indagini si sono concentrate sul Santuario di Apollo e il teatro ed abbracciano un arco temporale  dal VI secolo a.C. al IV sec. d.C., a Nora si sono sondati diversi contesti appartenenti al VIII sec. a.C. e al III sec. d.C., mentre Pompei, dal 1997 sito Patrimonio dell’Umanità, ha avuto come focus scientifico il complesso multifunzionale noto come Terme del Sarno che data dal II sec. a.C. al 79 d.C.”. Con Mach, Pompei, il più grande e significativo sito archeologico del mondo, entra a far parte dei progetti scientifici dell’università di Padova grazie ad una convenzione tra i tre dipartimenti patavini e la soprintendenza: “Una scelta strategica di grandissima importanza”, sottolinea Francesca Ghedini, “perché permette la collaborazione di enti diversi che condividono obiettivi fondamentali di ricerca, conservazione e valorizzazione. Per l’Università di Padova MACH diventa una sintesi perfetta di tutte e tre le missioni di un Ateneo: Ricerca, Formazione e Terza missione”.

Studio dei materiali costruttivi alle terme del Sarno di Pompei

Il progetto Mach. “Tra il 2015 e il 2017 l’università di Padova ha condotto a Pompei, uno dei più importanti siti archeologici al mondo, una ricerca connotata da un approccio fortemente interdisciplinare, idoneo a rinnovare le metodologie di studio e le conoscenze sull’intera città”, spiega Claudio Modena, responsabile del progetto Mach e dell’Unità di Ricerca sullo studio statico e strutturale. “Il progetto ha inteso valorizzare le importanti competenze presenti in ateneo nell’area di ricerca sui beni culturali, consentendo di sviluppare una metodologia integrata di studio dei beni architettonici e archeologici, che possa essere implementata in modo versatile e generale ai fini di ampliare le conoscenze del bene investigato, oltre che definire strategie conservative e di valorizzazione.  L’intervento specifico del gruppo di lavoro di Ingegneria è stato rivolto alla conoscenza e valutazione dello “stato di salute” del complesso e alla realizzazione di un rilievo accurato”.

Veduta delle terme del Sarno a Pompei: obiettivo è l’apertura al pubblico per il 2020

L’università di Padova a Pompei: il caso-studio delle Terme del Sarno. “L’università di Padova è entrata in questa grande sfida lanciata dall’Unione Europea e dal ministero dei Beni culturali per la sicurezza e la valorizzazione di Pompei, mettendo a disposizione i suoi ricercatori e le sue risorse nell’ambito di una formale convenzione”, afferma Maria Stella Busana, coordinatrice del progetto Mach. “In accordo con il prof. Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, è stato scelto come caso di studio il complesso delle Terme del Sarno (Regione VIII, Insula 2), in un settore di Pompei poco indagato e mai aperto al pubblico. Il complesso si articolava su sei piani, accogliendo molteplici funzioni (residenziali, ricreative, di servizio, forse anche pubbliche). Un convegno e la successiva pubblicazione faranno conoscere i risultati delle ricerche finora condotte, dalla rivisitazione degli studi passati e degli archivi storici alle indagini più analitiche, frutto dell’approccio interdisciplinare che caratterizza il progetto Mach. I risultati delle indagini forniranno il supporto scientifico per la valorizzazione di un complesso straordinario, di fatto ancora sconosciuto”.

Ortofoto della facciata delle Terme del Sarno a Pompei

Il soprintendente Massimo Osanna e la professoressa Maria Stella Busana

“Pompei, entrata esattamente vent’anni fa nel Patrimonio dell’Umanità (1997), rappresenta la città più nota tra i siti archeologici e un laboratorio di ricerca essenziale per la comprensione della civiltà antica, in particolare romana”, ricorda Bonetto. “La lunga storia di scavi (in realtà, quasi sempre sterri), avviati nel 1748, ha oggi restituito circa 2/3 della superficie urbana originaria, estesa su 63 ettari, e un elevato numero di complessi edilizi, molti dei quali oggi visitabili. Di contro alla straordinarietà del sito, la conoscenza di questa realtà immensa e la sua conservazione sono state perseguite in forma molto discontinua nel tempo e nelle diverse aree della città, mettendo a serio rischio i suoi resti. Da alcuni anni, grazie a un significativo finanziamento europeo, Pompei è oggetto di un grande piano di documentazione e restauro al fine di garantire la salvaguardia dei resti e potenziarne la fruibilità (Grande Progetto Pompei). In questo quadro sono stati avviati anche importanti ricerche scientifiche, prevalentemente rivolte allo studio dei caratteri architettonici, decorativi e funzionali di singoli edifici, soprattutto abitazioni private (domus)”. Anche l’Università di Padova ha deciso di mettere a disposizione di questo straordinario sito archeologico le proprie competenze, avviando nel 2015, nell’ambito dei Progetti Strategici di Ateneo, un progetto di ricerca organico sul complesso eccezionale noto come Terme del Sarno (Regio VIII, Insula 2, Civici 17-23): una scelta decisa insieme alla soprintendenza speciale di Pompei, con la quale è stato siglato un accordo di collaborazione. “L’incontro con la prof. Francesca Ghedini”, sottolinea Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, “mi ha particolarmente sorpreso: non è venuta a chiedere concessioni ma a offrire le risorse professionali dell’ateneo patavino da mettere a disposizione di Pompei e del Grande Progetto Pompei. Si è deciso di concentrare gli sforzi nel complesso delle Terme del Sarno, che era rimasta fuori dal Grande Progetto Pompei, perché richiede un grande impegno per la conoscenza, l’analisi e la diagnostica. Senza dimenticare che studiare quest’area, sul fronte meridionale della città romana,  darà indicazioni importanti per capire finalmente dove era il porto”.

Le analisi degli affreschi del frigidarium nelle Terme del Sarno a Pompei

“Le Terme del Sarno sono un complesso polifunzionale”, spiega Maria Stella Busana, “originariamente articolato su sei piani, posto ai limiti meridionali della città, al margine del pianoro vulcanico su cui Pompei venne costruita. Gli scavi eseguiti tra il 1888 e il 1890 avevano portato alla luce quasi un centinaio di stanze e un intero livello utilizzato come terme. Benché sottoposto subito a restauro, il complesso non venne mai aperto al pubblico, anche per problemi di natura statica dell’intero fronte meridionale del pianoro, e dopo i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale divenne un deposito di materiali archeologici. Le caratteristiche strutturali, la funzione, la cronologia, il contesto ambientale in cui era inserito, la natura (pubblica o privata) dei proprietari e dei fruitori dell’edificio sono stati discussi da molti studiosi dal momento della sua scoperta fino agli anni ’90 del secolo scorso, senza raggiungere mai a risultati definitivi”.

Studio delle tecniche costruttive del complesso delle Terme del Sarno

Il prof. Jacopo Bonetto

“Le indagini dell’università di Padova – continua Busana – hanno deciso di affrontare lo studio del complesso attraverso un innovativo approccio multidisciplinare con l’intento di ricostruire: il contesto ambientale attraverso scavi archeologici e analisi geologiche e palinologiche; l’evoluzione architettonica dell’edificio, tramite analisi strutturale, statica e dei materiali in un’ottica diacronica, dalla costruzione alla destrutturazione, fino alla riscoperta e ai restauri di fine Ottocento; i sistemi decorativi e la cultura artistica dell’epoca, tramite analisi stilistiche e strumentali dei pigmenti; la cronologia assoluta delle fasi costruttive, tramite datazioni al radiocarbonio, epigrafiche e stratigrafiche; le funzioni e i fruitori degli spazi tramite lettura architettonica, analisi epigrafiche, studio della decorazione. Fondamentale per tutta la ricerca si è rivelata la raccolta sistematica e l’analisi critica dei dati editi a partire da fine ‘800 e della documentazione d’archivio (giornali di scavo, inventari dei materiali, foto, disegni)”. La prima fase della ricerca, condotta nell’ambito del Progetto Strategico, interviene Bonetto, “ha rivelato le grandi potenzialità dell’approccio multidisciplinare e archeometrico. I risultati, dal valore soprattutto metodologico, costituiscono un’esperienza di grandissimo valore per le future indagini sull’intero complesso del Sarno, estendibili ad altre aree limitrofe, e forniscono il supporto scientifico per la futura valorizzazione e apertura al pubblico dell’area”

Una scansione 3D della facciata delle Terme del Sarno

Il rilievo 3D. “Il contributo del Laboratorio di Rilevamento e Geomatica del Dicea è consistito nella progettazione, acquisizione dati, elaborazione e rappresentazione di un  modello tridimensionale dell’intero complesso delle Terme del Sarno, tramite l’integrazione di metodologie avanzate di rilevamento”, sottolinea Vladimiro Achilli, responsabile del rilievo 3D. “Le metodologie impiegate (laser scanning, satellitari GNSS, fotogrammetria e livellazione geometrica di alta precisione) hanno consentito, dai modelli 3D ottenuti e dai dati forniti dalla Soprintendenza, di definire piante, sezioni, ortofoto ad alta risoluzione, di misurare gli spessori delle volte e di contribuire all’attività di monitoraggio della struttura. Il rilievo così definito, coordinato con i risultati ottenuti dagli altri gruppi di ricerca, ha costituito la base necessaria per la progettazione ed esecuzione degli interventi effettuati e fornisce i presupposti  per la programmazione di eventuali interventi futuri”.

Gli affreschi del frigidarium con la raffigurazione dei pigmei prima e dopo il restauro

Il prof. Gilberto Artioli

Le indagini archeometriche. “L’unità di ricerca ha investigato i materiali delle Terme del Sarno a diverse scale spaziali e con tecniche di avanguardia”, sostiene Gilberto Artioli, responsabile dell’Unità di Ricerca sullo studio archeometrico dei materiali e sulle indagini geofisiche. “Tutti i materiali presenti nell’edificio, usati sia nelle fasi costruttive che nelle fasi di restauro (unità murarie – mattoni, litica; leganti – malte, intonaci; pigmenti) sono stati identificati  e caratterizzati a livello microscopico e sub-microscopico per individuarne la natura, l’origine, la distribuzione e la loro funzione architettonica, strutturale o decorativa. Discussi in modo coordinato con i risultati ottenuti dagli altri gruppi di ricerca, i dati fino ad ora misurati sui materiali forniscono una solida base per la comprensione e l’interpretazione strutturale dell’edificio, la ricostruzione della storia architettonica e conservativa, e un punto di partenza per la proposta di conservazione futura”.

La ricostruzione della decorazione parietale del frigidarium delle Terme del Sarno

Le indagini archeologiche e geoarcheologiche. “Grandi novità hanno portato anche i primi saggi di scavo e la campagna di carotaggi condotti fuori della città in corrispondenza del complesso delle Terme di Sarno”, conclude Jacopo Bonetto, responsabile dell’Unità di Ricerca sullo studio storico e archeologico. “Queste hanno riguardato in particolare la ricostruzione della morfologia dell’area, che presentava un ripido declivio, le caratteristiche ambientali (un ambiente palustre) e l’uso degli spazi (discariche), delineando un quadro del tutto inaspettato dell’immediata periferia di Pompei”.

Pompei fu una città della Magna Grecia? Alla domanda risponde la mostra “Pompei e i Greci” curata da Osanna e Rescigno: lo spiegano bene nel saggio pubblicato sul catalogo Electa. Seguiamo il rapporto di Pompei con i popoli e le culture che fin dal VI sec. a.C. interagirono e si influenzarono: ecco le storie di un incontro tra Etruschi, Greci, Sanniti, Latini, Romani

Pompei romana e il Vesuvio: un connubio indissolubile. Ma Pompei è nata molto prima dell’arrivo dei Romani

Il manifesto della mostra “Pompei e i Greci” a Pompei

Statuina in bronzo della Sibilla da Cuma (Foto Luigi Spina)

Possiamo considerare Pompei una città della Magna Grecia? A questa domanda che mette in discussione l’immagine tradizionale di Pompei, città romana sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., cerca di rispondere la grande mostra “Pompei e i Greci”, allestita fino al 27 novembre 2017 nella Palestra Grande degli Scavi di Pompei, curata dal direttore generale della soprintendenza di Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), e promossa dalla soprintendenza di Pompei con l’organizzazione di Electa. Sono oltre 600 i reperti esposti tra ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate – greco, etrusco, paleoitalico -, argenti e sculture greche riprodotte in età romana. La mostra nasce da un progetto scientifico e da ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei; gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali ed europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro “biografie” luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. Pompei e i Greci racconta le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediterraneo greco. Seguendo artigiani, architetti, stili decorativi, soffermandosi su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Vengono così ricostruite le presenze greche prima di Pompei, le forme della città arcaica, i cambiamenti imposti nel golfo dopo la fondazione di Neapolis – di cui si espongono materiali inediti dai fondali del porto – fino al mondo ellenistico e alla grecità pensata e segmentata del mondo romano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/).

Il suggestivo allestimento della mostra “Pompei e i Greci” nella palestra grande di Pompei

“Con Pompei e i Greci”,  spiegano i due curatori, Osanna e Rescigno, “abbiamo voluto provare non a raccontare un incontro ideale con un mondo vagheggiato, l’Ellade. Che Pompei contenga la nostalgia del mondo greco era già noto. Nemmeno mettere al centro società ibride e meticce, un approccio che resta nella sostanza duale. Abbiamo voluto provare a indagare i meccanismi tramite i quali la cultura si muove, provare a restituire al grande pubblico il rumore degli ingranaggi che facevano funzionare il Mediterraneo tramite reti locali dai confini permeabili, continuamente in contatto, dai nodi mobili e stratificati, in cui le informazioni viaggiano. Abbiamo voluto mettere al centro dell’esposizione quel mondo fluido del Golfo di Napoli, fatto di accentuata mobilità, migrazioni, incessanti processi di contatti e trasformazioni, dove i porti marittimi e gli scali fluviali hanno per secoli generato una cultura estremamente dinamica, impedendo il radicarsi stabile di logiche identitarie monolitiche: città aperte dove anche lo scontro militare non ha impedito il transitare incessante di tradizioni artigianali e modi di pensare. La rete straordinaria di queste vicende si legge attraverso la materialità, gli oggetti che il passato ci ha trasmesso, carichi di biografie che ci parlano ancora oggi di chi li ha prodotti, usati, caricati di significati, scambiati e persi”.

Frammento di cratere attico (V sec. a.C.) dal santuario di Apollo a Pompei (Foto Luigi Spina)

Il soprintendente Massimo Osanna illustra la mostra “Pompei e i Greci”

Testa di acrolito (500 a.c.) da Poseidonia

È dunque Pompei una città della Magna Grecia? Sono proprio Osanna e Rescigno ad aiutarci a dare una risposta, seguendo il loro saggio pubblicato sul catalogo Electa. “Considerare Pompei una città della Magna Grecia potrebbe apparire un errore storico”, esordiscono. “Non furono i Greci a fondarla, non abbiamo consultazione di oracoli, né la trasmissione del nome degli ecisti (condottieri greci scelti per andare a colonizzare una città, ndr) ma attraverso il mito si serba il ricordo dell’evento collegandolo a Eracle”. Fin da epoca arcaica, Pompei ci appare come un centro di nuova fondazione, quasi programmata. “La teoria tradizionale vuole che essa nasca dal sinecismo dei villaggi della Valle del Sarno in una temperie di profonda trasformazione urbanistica che investe la Campania e ne prepara il complesso assetto topografico arcaico: siamo tra la metà del VII secolo a.C. e gli inizi del secolo successivo e Pompei appare come città insieme a numerosi altri centri, dotata di mura, forse già di una piazza, con il suo santuario, dedicato ad Apollo, cui risponde, sul poggio del foro triangolare, l’area sacra e il culto di Atena. Ignoriamo quali ne fossero le forme istituzionali di governo: le iscrizioni, provenienti perlopiù da santuari e connesse alla pratica del rito, denunciano una significativa presenza etrusca ma non conosciamo quali fossero le sue assemblee politiche, quali i suoi sommi magistrati”. Nei due principali luoghi di culto – spiegano Osanna e Rescigno – furono all’opera maestranze diverse: nel santuario di Apollo maestri cumani a decorare un edificio costruito in legno e pietra; nel tempio dorico di Atena, costruito in pietra, forse una bottega locale che adatta a un modo originale di concepire lo spazio sacro la tradizione dorica, con un tetto che non riesce ad essere risolto né come produzione poseidoniate né cumana, condividendo tratti di entrambe le tradizioni. “Queste tracce di contatti, movimenti di genti, trasmissione di saperi e tecniche, che affiorano in maniera sfumata dalla ricerca archeologica, ci fanno riflettere su quanto abbiamo perduto di una storia complessa, fatta di contatti, contaminazioni, ibridazioni di tradizioni e costumi. Una trama di relazioni, una rete di rapporti che emerge nelle fonti letterarie solo nei suoi momenti più eclatanti e comunque deformata dagli occhi di chi osserva, interpreta, trascrive. Anche da questo punto di vista, Pompei si comporta quindi come una città greca o etrusca e forse dovremmo meglio dire arcaica, con le sue specificità ma anche condividendo, in un orizzonte ampio, tratti significativi delle nuove definizioni urbane che il VI secolo trascinava con sé in Italia meridionale e, più latamente, nel dialogo tra Grecia e Italia.

fregio in terracotta (III-II sec. a.C.) da Pompei con scene di battaglia

Lo spazio di Pompei arcaica è quello del golfo, tra gli scali cumani a nord, per esempio Partenope, e gli abitati che si snodano lungo il tratto costiero meridionale, in cui Pompei, Stabia e Sorrento costituiscono i nodi maggiori di realtà minori, come Vico Equense e l’insediamento arcaico di Piano di Sorrento. “Questo mondo”, ricordano i curatori della mostra, “conosce una profonda ristrutturazione con la fondazione di Neapolis che le recenti scoperte hanno oggi ancorato ai decenni finali del VI secolo a.C. La tirannide di Aristodemo aveva introdotto nuovi assetti, creato alleanze, la fondazione della nuova città, di Neapolis, altera i vecchi delicati equilibri e crea la risposta militare di una parte di quel mondo etrusco, quello dell’Etruria costiera, presente nel golfo”. Scoppia la battaglia di Cuma, combattuta nelle acque del golfo nel 474 a.C. L’intervento di Ierone, tiranno di Siracusa, condurrà alla vittoria dei cumani e da quegli anni il mondo del commercio costiero e la vita dell’opulenta Pompei sembrano arrestarsi. Non è un caso che nelle stratigrafie pompeiane, come registra chi scava in profondità, si percepisca sistematicamente una lacuna di documentazione che va dal secondo quarto del V secolo al 400 a.C. circa. “Un’inquietante assenza di documentazione materiale e di tracce di frequentazione, come se la città arcaica ricca e dinamica avesse cessato di vivere, o quanto meno di essere popolosa ed estesa”.

Lastra con cavalieri (VI sec. a.C.) dal palazzo di Torre di Satriano (Potenza) (foto Luigi Spina)

Carlo Rescigno illustra la mostra “Pompei e i Greci”

Il soprintendente Massimo Osanna in sopralluogo alla tomba sannitica della necropoli di Porta Ercolano a Pompei

Ritroviamo il confronto di Pompei con la Grecia dopo circa ottanta anni – spiegano ancora Osanna e Rescigno – , con un fenomeno che condurrà alla composizione di un linguaggio franco, quello ellenistico, dalle ampie latitudini che consegnerà alle soglie del primo impero le esperienze di un antico mondo fatto di città. “È il momento della “rinascita” di Pompei, della cosiddetta città sannitica che a partire dall’inizio del IV secolo a.C. ritorna progressivamente ad essere un centro importante all’interno delle dinamiche insediative del golfo. I protagonisti sono nuove genti, giunte verosimilmente da fuori, all’interno di quel rinnovato fenomeno di mobilità e migrazioni che interessa buona parte del comparto italico centro-meridionale”. Di questo “mondo campano” l’archeologia sta restituendo proprio in questi ultimi anni dati di rilievo: due tombe a cassa dell’incipiente IV secolo, una maschile, l’altra femminile, dal ricco corredo di ceramiche a figure rosse e a vernice nera, sono affiorate nella necropoli di Porta Ercolano (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/23/pompei-ancora-scoperte-a-porta-ercolano-allinterno-di-due-botteghe-artigiane-gli-scheletri-di-cinque-pompeiani-tra-cui-un-bambino-in-fuga-dalleruzione-del-vesuvio-del-7/), tra le più tarde botteghe artigianali, documentando tra l’altro la lunga durata nella destinazione degli spazi della nuova città, che userà quest’area di necropoli fino alla sua distruzione nel 79 d.C.  (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/06/pompei-stupisce-ancora-nella-necropoli-di-porta-ercolano-scoperta-tomba-a-cassa-del-iv-secolo-a-c-con-corredo-funerario-completo-un-anno-fa-la-stessa-area-restitui-una-tomba-sannitica-che-fa-luce/) . “Anche la nuova esperienza nasce nel segno dell’ibridazione. Le tombe a cassa con cadavere supino non si distinguono da quelle di altri coevi centri italici della Campania; il corredo presenta le forme da banchetto tipiche di una tradizione greca che è divenuta pervasiva nel Mediterraneo globalizzato, le decorazioni delle ceramiche a figure rosse, di ascendenza greca, rivelano però uno scarto nella maniera artigianale che sembra tradire ancora una volta una definizione locale, la nascita di una tradizione epicoria (indigena, ndr) che costruisce temporanee identità aprendosi e mescolando. La Grecia dei condottieri, di Filippo e Alessandro, compone un nuovo linguaggio di potere, che dalle arti di corte filtra nell’artigianato più corrente. La Grecia è ormai ancor di più un fatto plurale e mediterraneo e gli stimoli provengono da luoghi diversi. Le nuove ricerche hanno rivelato case e assetti urbani per frammenti e già per questi livelli è possibile trovare nuovamente un dialogare alla greca”.

Dischetto in bronzo con iscrizione (VII-VI sec. a.C.) probabilmente da Cuma

E anche lo studio delle lingue antiche si apre a nuove prospettive. “Ancora una volta”, riprendono i due curatori, “sono le storie del Mediterraneo contemporaneo a insegnarci la dimensione del multilinguismo e a illustrarci un fenomeno come l’utilizzo mimetico delle lingue, per situazioni e registri comunicativi. In un luogo come il golfo di Napoli in età antica possiamo scoprire le lingue, in più situazioni, utilizzate in senso tecnico: l’etrusco a Pompei come strumento dominante di comunicazione alta, il greco in alcuni contesti come comunicazione nelle pratiche del sacro e del rito, il latino al momento della fondazione del porto puteolano come lingua franca nelle transazioni commerciali, ancora il greco come lingua della comunicazione letteraria. Ma Pompei da questo punto di vista insegna ancora di più: negli spazi delle case ritroviamo eco delle terminologie riportate nelle fonti per descrivere le stanze utilizzando parole greche anche quando gli ambienti definiti con il mondo greco nulla avevano a che fare, il mondo latino rimodella e sviluppa il suo mondo greco. In questa stessa prospettiva, il greco a Pompei è anche la lingua dell’amore e della cura del corpo femminile. Non possiamo quindi stupirci di trovare tracce d’insegnamento della lingua greca a Pompei, in un contesto che non può fare a meno di ricorrere a questa lingua per descrivere oggetti e idee anche sue proprie. Il mondo greco diventa immagine culturale al plurale, non supinamente ereditata ma vitalmente accresciuta e declinata nel proprio mondo”.

Dettaglio della straordinaria hydria in bronzo (460-450 a.C.) dal lussuoso corredo della casa di Giulio Polibio a Pompei

La statua in bronzo (I sec. a.C.) di Apollo lampadoforo chiude la mostra “Pompei e i Greci”

A Pompei, il mondo greco diventa anche patrimonio da collezionare, ma con forme culturali ben diverse da quelle che attribuiamo oggi a questo termine. Ritroviamo piccoli originali greci, in numero davvero limitato, in sculture e rilievi riadoperati, per esempio, negli arredi da giardino. Ancora un originale greco è la preziosa hydria di V a.C. premio dei giochi argivi che componeva, con altri vasi, il corredo lussuoso della casa di Giulio Polibio. “Proprio in questo”, sottolineano Osanna e Rescigno, “oggetto potremmo riconoscere una specificità: non sappiamo come sia giunta a Pompei, se per il tramite di vendite d’asta, come premio di guerra, acquisizione da mercanti d’arte o se recuperata scavando casualmente nei propri poderi e imbattendosi in tombe antichissime, in ogni caso cogliamo una risemantizzazione dell’oggetto. L’hydria di Giulio Polibio è inserita in un servizio composito, in cui quasi ogni singolo oggetto ha la sua biografia che può giungere fino a rinnegare o appannare il suo contesto di origine. Anche nella pittura pompeiana un tema greco viene utilizzato in luoghi diversi. Così di quello schema, di quella tavola perduta o lontana e copiata si crea una nuova immagine. Così per le sculture. “La presenza nel luogo ameno del golfo di Napoli di botteghe di copisti”, concludono Osanna e Rescigno, “crea i presupposti per la diffusione delle copie degli originali in bronzo del mondo greco e delle immagini sacre di Atene. Nel contesto pompeiano questi oggetti sono rivissuti e risemantizzati, un processo ormai da tempo oggetto di studio della ricerca contemporanea”.

Napoli e Pompei: museo Archeologico nazionale e scavi. Bilancio di una partnership preziosa: mostre, collaborazioni internazionali, restauri, riaperture, e una grande risposta del pubblico. Dopo l’Egitto, ora si affronta il rapporto con la Grecia

Il soprintendente Massimo Osanna e il direttore Paolo Giulierini presentano sotto il Toro Farnese programmi e bilanci degli Scavi di Pompei e del museo Archeologico nazionale di Napoli

Progetti di mostre ambiziosi, numeri di presenze da capogiro: dati resi noti in occasione della presentazione delle due mostre più prossime da parte del direttore generale della soprintendenza Pompei, Massimo Osanna, e del direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini: Pompei e i Greci (Scavi di Pompei, Palestra Grande, 12 aprile – 27 novembre 2017) e Amori divini (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, 7 giugno – 16 ottobre 2017). Ma vediamo con ordine programmi e bilanci, in parte già descritti da archeologiavocidalpassato.

“Ganimede e l’aquila”, gesso dall’Accademia di San Luca di Roma, tra l opere che saranno esposte nella mostra “Amori divini” al Mann

Pompei e le civiltà del Mediterraneo: un progetto espositivo pluriennale Dopo la grande mostra su Pompei e l’Europa, allestita nel 2015 in due sezioni al museo Archeologico nazionale di Napoli e nell’Anfiteatro di Pompei, la soprintendenza di Pompei e il museo Archeologico nazionale hanno ideato e promosso, in stretta collaborazione, un progetto espositivo esteso, con l’organizzazione di Electa. Un programma di grande valore che si inserisce in una ampia riflessione di approfondimento sulle relazioni di Pompei con le grandi civiltà affacciate sul Mediterraneo. Il primo capitolo Egitto Pompei, nel 2016, articolato in tre esposizioni (Il Nilo a Pompei. Visioni d’Egitto nel mondo romano, Torino, Museo Egizio; Egitto Pompei, Scavi di Pompei, Palestra Grande; Egitto Napoli. Dall’Oriente, Napoli, Museo Archeologico Nazionale), ha raccontato influssi e innesti spirituali, sociali, politici e artistici originati da culti ed elementi di stile nati o transitati per la terra del Nilo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/01/egitto-passione-antica-da-torino-a-pompei-a-napoli-tre-sedi-per-un-grande-progetto-espositivo-egitto-pompei-grazie-alla-collaborazione-inedita-tra-enti-diversi-legizio/). Nella primavera 2017, la secondo tappa del progetto vede protagonista la Grecia, nel suo rapporto con Pom­pei, la Campania e il mondo romano.  Il 12 aprile (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/27/pompei-e-i-greci-ceramiche-ornamenti-armi-elementi-architettonici-sculture-e-poi-scritte-graffite-sui-muri-la-nuova-mostra-a-pompei-racconta-la-storia-di-un-incontro-tra-due-m/), la mostra Pompei e i Greci, curata dal direttore generale soprintendenza Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (università della Campania Luigi Vanvitelli), racconta al pubblico le storie di un incontro: partendo da una città italica, Pompei, se ne esaminano i frequenti contatti con il Mediter­raneo greco, mettendo a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Il 7 giugno, inaugura al Mann la mostra Amori divini, a cura di Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, che illustra i miti di trasformazione o metamorfosi e la loro rilet­tura da parte del mondo romano, permettendo al contempo di mostrare molti dei capolavori del Museo sotto nuova luce, in una collocazione diversa da quella consueta, come tessere più lontane di racconti che dall’antichità arrivano fino a noi anche attraverso opere del Rinascimento e del Neoclassicismo.

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

Strategie di condivisione e di rete Dopo la prima collaborazione internazionale per la mostra itinerante Pompeii. The Exhibition, negli Usa fino a maggio 2018, il 10 novembre 2016 è stato siglato a San Pietroburgo un accordo di collaborazione che lega per i prossimi quattro anni Ermitage, soprintendenza Pompei e museo Archeologico di Na­poli (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/11/16/mostre-convegni-restauri-scavi-archeologici-scambi-culturali-siglato-protocollo-di-collaborazione-tra-il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-gli-scavi-di-pompei-e-il-museo-ermitage-di-san-pie/): oltre allo scambio di opere per la realizzazione di mostre congiunte, le tre istituzioni lavoreranno insieme per condividere esperienze e competenze nel campo dello scavo archeologico, per organizzare conferenze scientifiche, seminari e tavole rotonde, confrontandosi sull’utilizzo delle nuove tecnologie per la conservazione, fruizione e valorizzazione del patrimonio culturale. In particolare sarà presentata all’Ermitage, nel 2018, una importante mostra su Pompei e i suoi riflessi nella cultura dell’Impero Russo. Il Mann, oltre all’importante rapporto strutturato con il Getty Museum di Los Angeles, ha potenziato il dia­logo con fondazioni private (Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo e Fondazione Ligabue) e con associazioni (Scarlatti, Astrea, Festival Barocco) che hanno contribuito alla crescita del numero di visitatori e continuano a farlo.

A sei anni dalla chiusura, riapre la Collezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli

Dalla mostra alla collezione permanente Nell’ambito del progetto espositivo dedicato alle civiltà del Mediterraneo, la nuova sezione del museo Archeo­logico Egitto Napoli. Dall’Oriente è stata funzionale alla riapertura della Sezione Egizia (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/02/i-faraoni-tornano-a-napoli-dopo-sei-anni-di-chiusura-riapre-la-sezione-egiziana-del-museo-archeologico-di-napoli-1200-reperti-la-piu-antica-collezione-egizia-deuropa-nata-nel-1821-come-rea/) e della Sezio­ne Epigrafica (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/06/grandi-riaperture-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-con-la-sezione-egiziana-torna-fruibile-la-sezione-epigrafica-collezione-di-iscrizioni-greco-romane-tra-le-piu-prestigiose-al-mondo-dalle/), riallestite per l’occasione e secondo un itinerario articolato per temi: sono state così esposte testimonianze della diffusione del culto isiaco a Ercolano, a Capua, ancora a Pompei, recuperando opere famosissime (come gli affreschi con cerimonie isiache da Ercolano, o le coppe di ossidiana da Stabia) o opere ritenute disperse (come la nicchia isiaca dai praedia di Giulia Felice a Pompei), ripresentando attestazioni dei contatti con i Nabatei della penisola Arabica devoti a Dusares, scoperte a Pozzuoli negli anni del regno di Carlo di Borbone e già esposte all’Herculanense Museum, o le iscrizioni della necropoli ebraica di Napoli mostrate per la prima volta al pubblico dall’epoca della loro scoperta.

Gli scavi di Pompei nel 2016 sono stati frequentati da quasi 3milioni 300mila visitatori

2016: numeri in crescita Il 2016 ha visto un importante incremento degli ingressi nei luoghi della cultura statali, crescita nella quale il sud gioca un ruolo importante: la Campania, al secondo posto della classifica delle regioni con il maggior numero di visitatori nei musei statali, ha registrato oltre 8 milioni di ingressi. Per la visita agli Scavi di Pompei sono stati staccati 3.283.740 biglietti, mentre al museo Archeologico nazionale 452.000, con un aumento di circa 102.000 visitatori rispetto al 2015. Al Mann, la crescita del numero di visitatori è stata sicuramente favorita – oltre che da una innovativa cam­pagna di comunicazione attraverso le varie forme d’arte del progetto Obvia (cartoon, fumetti, spot d’autore, grandi testimonial come Erri De Luca) – da mostre importanti (Mito e Natura, Carlo III), esposizioni di arte con­temporanea (Giorni di un futuro passato di Adrian Tranquilli) e mostre di oggetti conservati nei depositi (Mostra su Ercole liberato). Tra le varie iniziative promosse dal museo ricordiamo la riapertura al pubblico dei giardini storici, conferenze e iniziative dedicate (Festival Fuoriclassico, Festival di Musica Borbonica), l’apertura serale del museo ogni giovedì, al costo di soli 2 euro, nonché le azioni di fidelizzazione del grande pubblico (come il calendario con il Calcio Napoli). Ad aprile inaugurerà Festival Mann/Muse al Museo (19-25 aprile 2017), il primo Festival internazionale orga­nizzato da un museo autonomo statale e costruito sui principi della valorizzazione dei Beni Culturali dettati dalla Riforma Franceschini. Sullo sfondo la prossima apertura dei nuovi laboratori di restauro (12 maggio), della sala del plastico con ap­porti multimediali (19 maggio), della caffetteria entro l’anno.

La domus dell’Efebo, una ricca dimora di mercanti, tra le case pompeiane riaperte

Il manifesto del concerto di David Gilmour a Pompei il 7 e 8 luglio 2016

Nel corso degli ultimi due anni le attività di Pompei hanno seguito un duplice filone, che ha determinato oltre all’aumento dei visitatori che nel 2017 sta registrando in ciascun mese una crescita costante del +20 % circa di pubblico rispetto allo scorso anno, anche il consolidamento di un’immagine positiva del sito che funge da elemento indiscusso di attrazione. Le attività di valorizzazione, quali le mostre condivise con il Mann sono state di fondo precedute dalle numerose attività di restauro e messa in sicurezza delle strutture archeologiche previste dal Grande progetto Pompei, che oltre a restituire l’integrità delle strutture e fermare il degrado, hanno consentito anche l’ampliamento dell’offerta di visita, con l’apertura di ben 30 Domus/edifici restaura­ti negli ultimi due anni (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/11/15/pompei-dopo-i-restauri-apre-al-pubblico-una-nuova-domus-la-casa-dei-mosaici-geometrici-una-delle-piu-grandi-della-citta-romana-una-superficie-di-3000-metri-quadrati-e-60-stanze-disposte-a-terrazze/; https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/12/25/scavi-di-pompei-per-natale-i-visitatori-hanno-trovato-tre-doni-restituiti-il-piccolo-lupanare-la-casa-di-obellio-firmo-e-la-casa-di-marco-lucrezio-frontone-grazie-agli-interventi/) e la restituzione della rete viaria completa di intere Regiones. Le attività di valorizzazione che sono seguite si sono concretizzate nella realizzazione di mostre per la prima volta, dopo anni, organizzate all’interno dell’area archeologica (quali quelle condivise con il MANN), alle quali si sono aggiunte: l’esposizione delle colossali sculutre di Mitoraj nel sito fino a maggio 2017; le due mostre all’Antiquarium Per grazia ricevuta ormai conclusa e Il corpo del reato fino al 27 agosto (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/01/17/il-corpo-del-reato-in-mostra-a-pompei-un-primo-lotto-di-tesori-antichi-prove-del-saccheggio-del-patrimonio-archeologico-di-campania-puglia-basilicata-avvenuti-tra-il-1970-e-il-1/). In maniera permanente sono stati anche esposti alla Palestra Grande gli affreschi provenienti da Moregi­ne, e si è avviato l’innovativo progetto di musealizzazione diffusa con la ricollocazione in loco di reperti ori­ginali negli ambienti di provenienza (la cucina della Fullonica di Stephanus e il triclinio della Villa imperiale) e che sarà riproposta anche in altri luoghi degli scavi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/08/25/pompei-ecco-il-museo-diffuso-dai-cubicula-ricreati-nella-villa-imperiale-alla-cucina-nella-fullonica-di-stephanus-e-poi-arredi-nelle-domus-e-reperti-organici-alla-palestra-grande/). Una grande riapertura è stata quella dell’Antiquarium di Pompei dopo ben 36 anni, con spazi per mostre temporanee, sale di proiezione multimediale con rico­struzioni in 3d e un grande e attrezzato bookshop. E ancora la riapertura dal 2014 delle scene del Teatro grande con spettacoli dal balletto classico, alla lirica, alle tragedie greche, che con la programmazione estiva di quest’anno si ripeteranno con il Teatro stabile di Napoli. Ancora i due grandi eventi/concerto all’Anfiteatro degli scavi (David Gilmour, corredata dalla Mostra Pompei Underground e Elton John: vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/18/musica-e-archeologia-a-pompei-per-la-prima-volta-lanfiteatro-romano-apre-alle-rockstar-con-il-pubblico-il-7-e-8-luglio-david-gilmour-il-12-elton-john-e-nelle-gallerie-divenute-sede-esp/ ), le passeggiate not­turne abbinate a spettacoli di danza e performance teatrali che si riproporranno per la stagione estiva nell’area del Foro. L’inaugurazione del percorso Pompei per tutti itinerario facilitato di visita all’area archeologica per persone con difficoltà motorie e non solo. E non ultimo la nuova attività di promozione e comunicazione della soprin­tendenza con l’attivazione dei Canali Social che hanno determinato un coinvolgimento sempre più ampio e partecipato del pubblico di utenti, visitatori effettivi e potenziali del sito.

“Pompei e i Greci”: ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture, e poi scritte graffite sui muri. La nuova mostra a Pompei racconta la storia di un incontro tra due mondi attraverso 600 preziosi reperti

Apollo Lampadoforo, bronzo del I sec. a.C. scoperta nella Casa dell’Efebo a Pompei (foto Luigi Spina)

Seicento reperti per raccontare le storie di un incontro: quello di Pompei con il Mediterraneo. E per ricostruire i frequenti contatti tra la città italica e il mondo greco si seguono artigiani, architetti, stili decorativi, ci si sofferma su preziosi oggetti importati ma anche su iscrizioni in greco graffite sui muri della città, si mettono a fuoco le tante anime diverse di una città antica, le sue identità temporanee e instabili. Ecco dunque ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano e ancora iscrizioni nelle diverse lingue parlate (greco, etrusco, paleo italico), argenti e sculture greche riprodotte in età romana. La mostra “Pompei e i Greci”, curata dal direttore generale della soprintendenza di Pompei Massimo Osanna e da Carlo Rescigno (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), promossa dalla soprintendenza speciale di Pompei con l’organizzazione di Electa, illustrerà alla Palestra Grande degli Scavi di Pompei dal 12 aprile al 27 novembre 2017 questo storico “incontro” risultato di un progetto scientifico e di ricerche in corso che per la prima volta mettono in luce tratti sconosciuti di Pompei. Gli oggetti, provenienti dai principali musei nazionali e europei, divisi in 13 sezioni tematiche, rileggono con le loro biografie luoghi e monumenti della città vesuviana da sempre sotto gli occhi di tutti. L’allestimento è progettato dell’architetto svizzero Bernard Tschumi e include tre installazioni audiovisive immersive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion). La grafica di mostra e la comunicazione sono disegnate dallo studio Tassinari/Vetta. “Pompei e i Greci”, spiegano in soprintendenza, “illustra al grande pubblico il fascino di un racconto storico non lineare, multicentrico, composto da identità multiple e contraddittorie, da linguaggi stratificati, coscientemente riutilizzati: il racconto del Mediterraneo. Una narrazione che suggerisce non da ultimo, un confronto e una riflessione con il nostro contemporaneo con il suo dinamismo fatto di migrazioni e conflitti, incontri e scontri di culture”. La mostra di Pompei è la prima tappa di un programma espositivo realizzato congiuntamente con il museo Archeologico nazionale di Napoli dove, a giugno, si inaugurerà una mostra dedicata ai miti greci, a Pompei e nel mondo romano, e al tema delle metamorfosi.

Tourisma 2017: a Firenze per tre giorni il più importante evento europeo sulla promozione dei beni culturali. Trenta convegni, 240 relatori, sette laboratori, cento espositori. L’Egitto ospite speciale. Ricostruita la camera funeraria di Tutankhamon. E poi Longobardi, Etruschi, Preistoria, Vicino Oriente, turismo culturale

L'auditorium del centro congressi di Firenze stracolmo per Tourisma 2016 (foto Valerio Ricciardi)

L’auditorium del centro congressi di Firenze stracolmo per Tourisma 2016 (foto Valerio Ricciardi)

Ci siamo. Ancora poche ore, si può dire, e Firenze aprirà le porte alla terza edizione di TourismA 2017, il Salone internazionale dell’Archeologia, che si terrà al Palazzo dei Congressi di Firenze dal 17 al 19 febbraio. Nei tre giorni sono previsti oltre trenta fra convegni e workshop, con 240 relatori, sette laboratori didattici. Un centinaio gli espostori nel settore fieristico, fra cui cinque Paesi stranieri: Algeria, Cipro, Croazia, Egitto (special guest 2017), Giordania, Turchia. Sarà visitabile la camera funeraria di Tutankhamon ricostruita per la prima volta a grandezza naturale (grazie a Cultour Active) ed è esposta la copia in bronzo del meraviglioso Apoxyomenos di Lussino. Fra gli ospiti speciali: Alberto Angela, Franco Cardini, Valerio Massimo Manfredi, Giuliano Volpe, Louis Godart, Zahi Hawass, Alberto Sironi. Il ministro Dario Franceschini consegnerà a Piero Angela il premio speciale “R. Francovich” attribuito dalla Sami per la comunicazione scientifica. Il ministro greco della cultura Lydia Koniordou lancerà da TourismA il suo appello per la restituzione dei Marmi del Partenone da parte del British Museum. “L’archeologia ha un’attrattiva incredibile”, sottolinea Cristina Giachi, vicesindaco di Firenze. “A TourismA non si trattano solo buone pratiche dal punto di vista della conservazione ma si approfondiscono i temi legati alla valorizzazione dei patrimoni archeologici che si dimostrano in grado di attrarre molto pubblico. Più volte siamo andati a parlare di queste buone prassi in realtà dove si stenta a vedere il potenziale attrattivo di questa ricchezza. Un terreno, oggi, di grande attenzione perché riguarda Paesi interessati dal fuoco incrociato delle guerre e del terrorismo: questo patrimonio è spesso saccheggiato e molti reperti sono trafugati e, venduti sul mercato illegale, diventano un mezzo di sostentamento degli stessi gruppi terroristici”. Per avere il programma completo vedi http://www.tourisma.it/programma-2017/

Franco Cardini, professore emerito di Storia medievale alla Scuola Normale superiore di Pisa

Franco Cardini, professore emerito di Storia medievale alla Scuola Normale superiore di Pisa

ANTEPRIMA A PALAZZO VECCHIO L’inaugurazione di TourismA 2017 in realtà non è venerdì 17, ma giovedì 16 febbraio, alle 20.45 nel Salone de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio alla presenza di Dario Nardella, sindaco di Firenze; Andrea Pessina, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Firenze Pistoia e Prato; Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva; e Giuliano Volpe, presidente Consiglio superiore Beni culturali e paesaggistici. Il moment clou la lectio magistralis su “Firenze ai tempi di Dante e Boccaccio: idealità e realtà nella vita medievale” tenuta da Franco Cardini, professore emerito di Storia medievale alla Scuola Normale Superiore di Pisa. A Cardini riceverà il premio speciale “R. Francovich” per la divulgazione del Medioevo. Quindi la Società Archeologi medievisti italiani assegnerà il premio “R. Francovich” al miglior museo o parco archeologico a tema medievale. Infine premio speciale alla memoria di Mario Monicelli per la saga di Brancaleone.

L'archeologo Zahi Hawass davanti alla maschera di Tut in un'immagine esclusiva per SC Exhibitions

L’archeologo Zahi Hawass davanti alla maschera di Tut in un’immagine esclusiva per SC Exhibitions

OMAGGIO A TUTANKHAMON  L’Egitto sarà l’ospite speciale della terza edizione di TourismA. E a illustrarlo sarà un testimonial d’eccezione, il noto archeologo Zahi Hawass che venerdì 17 aprirà la manifestazione con un convegno interamente dedicato alla tanto discussa figura di Tutankhamon: Zahi Hawass presenterà al pubblico presente “Ultime notizie dalla tomba del faraone bambino”. Per il direttore dell’Ente del Turismo egiziano in Italia, Emad Fathy, “la partecipazione dell’Egitto in qualità di Paese ospite costituisce un’occasione importante per promuovere la destinazione in collaborazione con i tour operator. Il nostro intento è quello di rivolgersi a una parte importante del target di riferimento del Paese, vale a dire agli appassionati di archeologia e a tutti quei viaggiatori che amano il mondo antico”. L’Egitto, sottolinea dal canto suo Piero Prunetti, direttore di TourismA, “è una vera miniera di meraviglie archeologiche e ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo dell’archeologia mondiale. La collaborazione tra Egitto e Italia in questo campo ha prodotto risultati eccellenti grazie anche alle missioni archeologiche italiane in terra egiziana”.

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1 in esclusiva nella mostra "Omaggio a Tutankhamon" a Oderzo

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1 esposta in esclusiva a Firenze per Tourisma 2017

LA CAMERA FUNERARIA DI TUT E sempre per celebrare la civiltà della terra del Nilo, arriva in anteprima assoluta per la Toscana, l’unica copia esatta della celebre tomba di Tutankhamon scoperta dall’inglese Haward Carter nel lontano 1922. È questo uno dei «regali» più attesi dal pubblico della manifestazione fiorentina (oltre diecimila presenze nella passata edizione) che potrà visitare (gratuitamente) la meravigliosa camera funeraria, ricostruita in scala 1:1 dalle abili mani dell’artigiano e appassionato di egittologia Gianni Moro (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/04/10/legitto-a-oderzo-omaggio-a-tutankhamon-prorogata-a-grande-richiesta-la-mostra-di-palazzo-foscolo-visita-guidata-con-legittologa-avanzo-serata-speciale-con-i-fratelli-castiglioni-e-il-fi/). Si tratta di una vera e propria opera d’arte, proprio come l’originale rivenuta nella Valle dei Re, a cui si è giunti dopo anni di studio e lavoro su progetto scientifico delle università di Torino, Padova e Venezia. Riprodotta al millimetro in scala reale, la tomba del “faraone fanciullo” salito al trono all’età di otto anni e morto a soli diciannove, ripropone anche le copie esatte di gioielli, oggetti e perfino il famoso trono regale. Non solo. All’interno della tomba così come la scoprì Carter, vi erano anche tre anfore contenenti tre diversi tipi di vino. Uno di questi, il più alcolico e dolciastro, che doveva aiutare secondo le credenze a far rinascere il sovrano, era denominato Shedeh. Ebbene, con la stessa etichetta oggi quel vino – grazie al ritrovamento nella tomba stessa di Tutankhamon di alcuni semi utilizzati e alla disponibilità di un produttore vinicolo di Treviso che si è cimentato nell’impresa – è stato riprodotto e sarà presentato per la prima volta proprio a TourismA. Per costruire la copia perfetta della tomba sono stati necessari tre anni. Pazienza, rigore e passione le armi vincenti dell’équipe che adesso può mostrare al pubblico una delle più incredibili scoperte dell’egittologia. “Entrando nella tomba di Tutankhamon che abbiamo ricostruito”, spiega l’egittologa e ideatrice del progetto scientifico Donatella Avanzo, che a Firenze interverrà prima di Zahi Hawass, “si respira un fascino sospeso, come se fossimo accolti anche noi nell’aldilà del sovrano. Sono sicura che per i visitatori sarà un viaggio incredibile”.

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

TURISMO ARCHEOLOGICO Tra le novità di quest’anno, la prima conferenza sul Turismo archeologico. Opportunità per operatori e destinazioni a cura del Centro internazionale Studi Economia del Turismo, in programma sempre venerdì 17 al mattino. TourismA è infatti anche una grande occasione per parlare di parchi, musei e turismo culturale con proposte di nuovi tour nei Paesi mediterranei più ricchi di testimonianze del passato: saranno presenti – come detto – Egitto, Giordania, Turchia, Croazia, Cipro, Algeria. Per la Croazia interverrà (venerdì pomeriggio) il ministro del Turismo Gari Cappelli, per presentare il nuovissimo museo di Lussino dedicato alla preziosa statua greca dell’Apoxyomenos (a TourismA verrà esposta la fedele copia in bronzo) a suo tempo restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure. L’Ente del Turismo Egiziano (Eta) sarà presente con uno stand che ospiterà alcuni dei principali tour operator italiani specializzati, come Agenzia Viaggi Rallo, che da ventotto anni organizza i Viaggi di Archeologia Viva, Mistral Quality Group e Tui. L’area espositiva di TourismA 2017 ospiterà, inoltre, l’Ufficio Cultura e Informazioni della Turchia, l’Ente del turismo della Giordania l’Ente nazionale per il turismo di Cipro, il Consolato Generale d’Algeria che parteciperà con il tour operator Unitour e la Croazia che sarà presente con il Muzej Apoksiomena di Lussino. Storici tour operator specializzati in viaggi culturali presenteranno al pubblico i loro itinerari archeologici, come I Viaggi di Maurizio Levi e Tucano Viaggi, insieme a operatori dedicati a specifiche destinazioni, come “Sardegna Insolita” e “Fantastiche Dolomiti”. Le nuove proposte del turismo culturale in Algeria, Egitto, Giordania e Sicilia saranno presentate da enti del turismo e tour operator in quattro incontri che si succederanno all’interno della Rassegna “Viaggi di Cultura e Archeologia” sabato 18 febbraio dalle 14 alle 18.30. Il pubblico troverà, inoltre, tutte le novità dell’editoria archeologica e le guide di viaggio di Polaris Editore. Si parlerà anche di turismo digitale, storytelling e social media per la comunicazione dei beni culturali con il convegno e workshop su Archeosocial e il convegno sul Digital Storytelling (venerdì pomeriggio e domenica mattina).

Il ministro alla cultura Dario Franceschini annuncia per il 25 Aprile un lunedì speciale con musei aperti

Il ministro alla cultura Dario Franceschini consegnerà il premio “Francovich” per la divulgazione scientifica a Piero Angela

ARRIVA IL MINISTRO Spetterà invece al ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini in persona consegnare sabato 18 alle 11 a Piero Angela l’ambito Premio speciale “Riccardo Francovich” per il suo impegno nella divulgazione scientifica. Alla cerimonia che vede protagonista il popolare conduttore televisivo è presente Giuliano Volpe, presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e della Società Archeologi Medievisti Italiani che promuove il prestigioso riconoscimento. Il Premio ordinario viene invece assegnato alle Catacombe di Napoli e all’Area archeologica di Santa Maria di Siponto come migliori siti d’interesse medievale.

Il parco archeologico-naturalistico di Belverde completa la scoperta della preistoria in Valdichiana

Il parco archeologico-naturalistico di Belverde completa la scoperta della preistoria in Valdichiana

LONGOBARDI, ETRUSCHI, PREISTORIA, VICINO ORIENTE, PERSONAGGI Altri protagonisti di TourismA 2017 sono i Longobardi (sabato mattina), con lo storico Franco Cardini che rivede – e corregge – la loro cattiva nomea di distruttori. E Giampietro Brogiolo, ordinario di Archeologia medievale dell’università di Padova, interviene con “Ultime notizie dal fronte (archeologico)”. Omaggio doveroso anche ai “padroni di casa” gli Etruschi, con l’intera mattina di sabato 18 su “Riti e misteri etruschi: sepolture anomale e sacrifici umani”: da non perdere la presentazione di una scoperta sconvolgente in Valdichiana che fa parlare addirittura di sacrifici umani. Partecipa anche l’Università di Firenze con il rettore Luigi Dei ad aprire le comunicazioni (domenica 19 al pomeriggio) sulle ricerche dell’Ateneo fra Oriente e Africa. Poi il fascino misterioso della preistoria d’Italia: quando e come fu popolata la Penisola? Ne parleranno venerdì 18 al pomeriggio gli esperti di sei diversi atenei che da decenni svolgono indagini nel settore. Inoltre, per la prima a Firenze, arriva Ötzi, l’Uomo del Similaun, che non cessa di stupire con le notizie fornite dallo studio della sua mummia e che verranno presentate (venerdì pomeriggio) in anteprima a TourismA da Gunther Kaufmann curatore del Museo dell’Alto Adige. Spazio anche alle ultime scoperte a Pompei illustrate direttamente dal soprintendente Massimo Osanna (sabato 18, al pomeriggio). Tra speranze di rinascita e cronache di distruzione, si parlerà (venerdì pomeriggio) dello stato dei beni culturali in Iraq e Siria (con le ultime da Palmira): Paolo Brusasco, docente di Archeologia del Vicino Oriente antico all’università di Genova su “L’arte violentata della Mesopotamia: estinzione del patrimonio e orizzonti di rinascita”. Tanti i nomi della divulgazione storico-archeologica a corredare il già ricco programma. Sarà lo scrittore-archeologo Valerio Massimo Manfredi a farci rivivere (sabato 18, al pomeriggio) i terribili momenti (per i Romani) della battaglia di Teutoburgo, mentre sapremo qualcosa di più delle donne nell’antica Roma grazie all’intervento del’archeologa e scrittrice Marisa Ranieri Panetta (domenica pomeriggio) con “Messalina imperatrice trasgressiva da… morire”. La ministra greca della cultura Lydia Koniordou sarà presente (domenica 19, al mattino) insieme a Louis Godart, consigliere culturale del presidente della Repubblica italiana, per sostenere la causa della restituzione ad Atene dei marmi del Partenone che sono al British Museum. Mentre il gran finale toccherà ad Alberto Angela che parlerà di Leonardo e la Gioconda. Ma per le migliaia di appassionati che da anni seguono il popolare divulgatore scientifico e scrittore, non sarà possibile, come nei precedenti incontri, intrattenersi con lui alla fine del suo intervento. “Per impegni di lavoro”, avvertono gli organizzatori, “Alberto Angela dovrà ripartire subito dopo il suo intervento, per cui non potrà rilasciare dediche o autografi”.

Laboratori didattici nello spazio fieristico di Tourisma (foto Valerio Ricciardi)

Laboratori didattici nello spazio fieristico di Tourisma (foto Valerio Ricciardi)

LABORATORI  A grande richiesta è stata ampliata infine la proposta di Archeolaboratori per grandi e piccoli, dove sarà possibile simulare lo scavo di una tomba etrusca, sperimentare la scheggiatura della pietra e l’accensione del fuoco, praticare l’antica arte della tessitura, scrivere in geroglifico, giocare alla longobarda. Soddisfatto il direttore della manifestazione, Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva: “In tempi di crisi profonda, TourismA rappresenta una realtà culturale e fieristica in piena espansione. Abbiamo creato, anche grazie alla collaborazione di FirenzeFiera e sotto l’egida del Comune di Firenze, il più importante evento europeo dedicato alla promozione dei beni culturali e ambientali”.

“Il corpo del reato”: in mostra a Pompei un primo lotto di tesori antichi, prove del saccheggio del patrimonio archeologico di Campania, Puglia, Basilicata, avvenuti tra il 1970 e il 1990. In vent’anni depredati più di 800mila reperti

All'antiquarium degli Scavi di Pompei la mostra "Il corpo del reato"

All’antiquarium degli Scavi di Pompei la mostra “Il corpo del reato”

Sono ceramiche, crateri, ex voto, anche qualche falso: dal IV secolo all’età romana. Vengono dalla Campania (Pompei e nei dintorni come Boscotrecase, Gragnano e Sant’Antonio Abate), ma anche da Puglia e Basilicata. In tutto 170 reperti con una caratteristica in comune: ognuno è un “corpo del reato”, come ricorda il titolo della mostra, “Il corpo del reato” appunto, che li presenta, fino al 27 agosto 2017, all’antiquarium degli scavi di Pompei. Ma questi preziosi reperti in mostra sono solo alcuni dell’immenso patrimonio archeologico saccheggiato dai tombaroli. E sono stati proprio i tombaroli a immettere sul mercato clandestino una enorme quantità di oggetti dal valore inestimabile, alcuni dei quali finiti persino in collezioni di musei internazionali come il Getty a Los Angeles e il Metropolitan di New York. Tra il 1970 e il 1990 si calcola siano stati depredati non meno di 800mila reperti. “Questa mostra denuncia lo “stupro” subito dal patrimonio culturale italiano, saccheggiato e clandestinamente rivenduto dal 1960 a oggi”, afferma Massimo Osanna, soprintendente di Pompei. “Il recupero dei reperti consente oggi di esporre qui una piccola parte del “bottino” svincolato e ora in vetrina nell’antiquarium degli Scavi di Pompei”. Si tratta di materiale di deliziosa fattura e di immenso valore, recuperato con operazioni internazionali da carabinieri, guardia di finanza e magistratura e lasciato nel buio di locali blindati, dai quali non poteva essere spostato né mostrato perché costituiva, appunto corpo di reato”.

In mostra decine di vasi di ceramica depredati dai tombaroli in Campania, Puglia e Basilicata

In mostra decine di vasi di ceramica depredati dai tombaroli in Campania, Puglia e Basilicata

Nelle vetrine dell’Antiquarium di Pompei ora sono dunque esposti 170 reperti: ceramiche, statue, anfore, offerte votive che affiancano oggetti di pari bellezza, ma prodotti dai falsari, anche questi finiti per decenni nei depositi giudiziari e ora rispolverati e collocati in teche di vetro. Gli originali di fronte ai fake dimostrano quanta perizia i falsari hanno mutuato dalla storia antica che ha fatto grande l’Italia. “Questi oggetti”, stigmatizza Osanna, “simboleggiano la violazione cui è costantemente sottoposto il patrimonio culturale. Molti di questi reperti provengono dalla Daunia, non sono quindi tutti del territorio campano, ma sono stati trafugati in Puglia e in Basilicata, regioni che hanno maggiormente subito il saccheggio di opere antiche. Purtroppo sono anche una cruda testimonianza della perdita di conoscenza per la nostra società. In molti casi, infatti, non è possibile risalire ai luoghi in cui sono stati trafugati e, nel contempo, alle popolazioni che hanno subito il saccheggio non è più dato conoscere le straordinarie bellezze di cui erano custodi”. I reperti esposti sono stati sequestrati anche a piccoli ricettatori non inseriti nella ramificata filiera del commercio internazionale, dediti piuttosto a rifornire il livello “basso” del mercato, quello dei piccoli antiquari e delle collezioni private. Oggetti, quindi, trafugati e destinati al solo desiderio personale, ma che oggi tornano seppur silenti a essere patrimonio di ogni cittadino del mondo.

I reperti esposti, tutti "corpi del reato", erano conservati nei depositi giudiziari

I reperti esposti, tutti “corpi del reato”, erano conservati nei depositi giudiziari

Osanna sottolinea il valore anche educativo della mostra che “vuole offrire ai visitatori il senso dell’oltraggio arrecato al patrimonio culturale italiano”. I reperti esposti sono associati ai nomi dei detentori illegali ai quali le forze dell’ordine effettuarono i sequestri, avvenuti tra gli anni Sessanta e Novanta del secolo scorso, quando la razzia di migliaia di siti italiani alimentò preziose collezioni di musei internazionali come il Getty a Los Angeles e il Metropolitan a New York. Per allestire questa mostra, è stato necessario superare i vincoli burocratici che bloccavano questi beni durante i lunghi processi per i quali, appunto, costituivano corpo di reato. Grazie alla sensibilità del giudice Carlo Spagna, magistrato delegato all’ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Napoli, la soprintendenza di Pompei è entrata in possesso del materiale ora esposto. “Certe cose o si fanno in un giorno o non si fanno”, afferma il giudice Spagna spiegando con quale celerità è riuscito a ottenere ciò che non era affatto semplice: fare uscire dai sotterranei i reperti sequestrati negli anni Settanta, risalendo all’iter giudiziario per constatarne la chiusura. “Altri reperti sono stipati nell’Antiquarium di Stabia e speriamo presto di poterli svincolare per esporli al pubblico”, promette Osanna. I beni archeologici assegnati in via definitiva alla soprintendenza di Pompei provengono da Castel Capuano, a Napoli, sede del Museo Criminale che il giudice Spagna ha auspicato venga presto rinominato Museo delle Regole.

Tra i reperti sequestrati anche qualche falso come il famoso torso di ermafrodita: autentica contraffazione

Tra i reperti sequestrati anche qualche falso come il famoso torso di ermafrodita: autentica contraffazione

Attenti ai falsi. Tra i vasi decorati, utilizzati in epoca romana durante i banchetti, le piccole brocche dipinte finemente di nero, i boccali e i contenitori in vetro per custodire preziosi unguenti, spicca un busto bianchissimo di un ermafrodita. Né volto, né gambe ma il corpo sembra di una giovane donna dai seni appena accennati, vita stretta e fianchi rotondi, ma con portentosi genitali maschili. Ebbene, proprio questo busto è un clamoroso falso. Ed è il più fotografato. “Che sia un falso si ricava dall’analisi della fattura dei capelli e dei peli del pube, scolpita in riccioli”, assicura Luana Toniolo, l’archeologa che ha curato l’allestimento della mostra. Secondo solo al mercato della droga, quello dei falsi archeologici e artistici oggi è un vero e proprio business illegale. Ultimamente si è calcolato che i reperti archeologici immessi sul mercato dai trafficanti sono falsi per circa due terzi del loro volume. Falsi perfetti, o quasi, realizzati da artigiani e rifilati attraverso un’efficiente rete di canali, ai collezionisti privati e ai mediatori stranieri. Ad ogni sequestro, i tecnici delle soprintendenze si impegnano così a valutare l’autenticità degli oggetti custoditi clandestinamente, cercando di riconoscere la contraffazione sulla base degli errori che, involontariamente, il falsario può avere compiuto seguendo gli stili e gli usi del tempo antico. Nei laboratori dei falsari si rifà tutto: bronzi, ceramiche dipinte, monete, statue. Per soddisfare la richiesta di realizzano “falsi inediti” o rielaborati da oggetti veri; i falsi vengono poi venduti singolarmente o mescolati insieme a qualche pezzo autentico.

Scavi di Pompei. Per Natale i visitatori hanno trovato tre “doni”: restituiti il piccolo Lupanare, la casa di Obellio Firmo e la casa di Marco Lucrezio Frontone grazie agli interventi programmati dal Grande Progetto Pompei

Il grande atrio della casa di M. Obellio Firmo restituita per le festività natalizie ai visitatori degli scavi di Pompei

Il grande atrio della casa di M. Obellio Firmo restituita per le festività natalizie ai visitatori degli scavi di Pompei

Erotismo e lusso a Pompei nel 79 d.C nei 50mila mq restituiti ai turisti: il piccolo Lupanare, la casa di Obellio Firmo, la casa di Marco Lucrezio Frontone e, in più, lo scavo inedito di un ambiente totalmente occultato dal terreno sono i “doni” di Natale degli Scavi di Pompei ai visitatori del sito archeologico. Sessanta milioni di euro spesi, altri 40 milioni da impiegare. I fondi europei per i restauri del Grande progetto Pompei sono ancora in gran parte non spesi, ma il volto della città antica è già completamente cambiato come hanno sottolineato il direttore della soprintendenza speciale di Pompei, Massimo Osanna, e il direttore generale del Grande Progetto Pompei, gen. Luigi Curatoli, nel presentare la vastissima area di 50mila metri quadrati liberata da ponteggi, puntellamenti, vecchi residui di materiali inidonei che rendevano non percorribile le Regio V e IX. È terminato, infatti, il lavoro di messa in sicurezza della Regio V e IX previsti dal Grande Progetto Pompei. Un’imponente  opera di restauro che ha interessato le murature (integrazione di lacune e mancanze, stilatura dei giunti, revisione delle creste murarie, manutenzione o sostituzione di piattabande), gli apparati decorativi (pulizia, consolidamento, piccole integrazioni, sostituzione di materiali non idonei di vecchi restauri), oltre a prevedere interventi su strade e marciapiedi, cancelli e coperture, consentendo anche di conoscere e documentare dettagli finora ignoti delle aree interessate. Gli interventi strutturali sulle murature più compromesse hanno finalmente resi accessibili gli edifici del piccolo lupanare (Regio IX, insula 5, civico16), custode di un’altra serie di affreschi erotici in uno degli ambienti, la maestosa Casa di Obellio Firmo ( Regio IX insula 14 civico 4) aperta sul decumano di via di Nola e la casa di Marco Lucrezio Frontone (Regio V) completata con il restauro dell’ambiente triclinare, con lo splendido affresco che raffigura l’uccisione di Neottolemo da parte di Oreste.

Il gigantesco forziere in bronzo e ferro che M. Obellio Firmo teneva nell'atrio di ingresso della sua domus

Il gigantesco forziere in bronzo e ferro che M. Obellio Firmo teneva nell’atrio di ingresso della sua domus

Un gigantesco forziere in bronzo e ferro, sfondato dai lapilli dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. accoglie i visitatori all’ingresso della casa di Obellio Firmo, aperta nel sito archeologico di Pompei al termine del restauro. Cinque persone, delle quali sono stati trovati gli scheletri, tentarono di ripararsi all’ingresso del secondo atrio di questa Domus abitata da una famiglia aristocratica che mostrava la propria potenza economica esponendo all’ingresso una imponente cassaforte tra quattro colonne visibili dalla strada. La domus di M. Obellio Firmo è tra le più grandi e articolate di Pompei: il nome del proprietario, al momento dell’eruzione del Vesuvio, appunto Obellio Firmo, era scritto nell’angolo Nord Ovest del peristilio. La casa aveva due ingressi: il più importante, chiuso da un portone, era quello sul civico 4 di via di Nola, con un monumentale atrio a quattro colonne in tufo di più di 7 metri di altezza. Qui, visibile anche dalla strada, a ribadire lo status sociale della famiglia, c’era un cartibulum (tavolo)  in marmo a sostenere una statuetta. Un atrio secondario era destinato all’accoglienza dei clientes con sedili in muratura. È qui che sono stati trovati gli scheletri di cinque persone in cerca di un riparo durante l’eruzione. Su questo atrio gravitavano anche gli ambienti privati della casa, con la cucina e il quartiere termale tra i più antichi di Pompei.

La domus di Marco Lucrezio Frontone dalle preziose decorazioni

La domus di Marco Lucrezio Frontone dalle preziose decorazioni

Con le festività natalizie è stata aperta anche un’altra sontuosa dimora: la casa di Marco Lucrezio Frontone, identificata grazie alle iscrizioni elettorali rinvenute durante gli scavi. Lucrezio Frontone aveva infatti intrapreso una brillante carriera politica, candidandosi alle principali cariche pubbliche della città. In uno dei tre soggiorni di questa domus furono trovati i resti di cinque adulti e tre bambini morti in seguito dell’eruzione del Vesuvio. All’interno di questa casa, un gioiello per le decorazioni di notevole qualità nonostante le limitate dimensioni (460 mq), si può ammirare l’elegante parete a fondo nero e quadretti del tablino raffiguranti immaginarie ville marittime che affiancano i quadri principali: quello con il trionfo di Bacco e Arianna, e quello con gli amori di Venere e Marte. E poi, in un piccolo cubicolo, amorini in volo su un fondo giallo ocra e contorni di scene moraleggianti in cui si riconoscono Narciso e Perona, rappresentata mentre allatta il vecchio padre Micone per salvarlo dalla morte a cui era stato condannato. Triste pudore fuso con pietà è la traduzione del distico dipinto nell’angolo superiore della composizione per celebrare l’amore filiale proposto dal mito. I padroni di casa hanno ritratto i volti dei propri figli ai lati dell’ingresso di questo interessante cubicolo che probabilmente era la stanza dei ragazzi. Forse sono i volti di quei bambini trovati morti. La stanza della padrona di casa (domina) è decorata dall’affresco di Arianna che porge il filo a Teseo in una scena della toilette di Venere. Sulle pareti del giardino è ancora visibile l’affresco con scene di caccia (leoni, pantere e orsi, tori, buoi e cavalli). Al termine dei lavori di messa in sicurezza è stato restituito alla vista dei turisti il grande triclinio in cui campeggia il quadro in cui Neottolemo viene ucciso da Oreste davanti al tempio di Apollo a Delfi. La parte posteriore della casa è occupata dagli ambienti di servizio, con cucina e latrina, dal viridario e da un portico con tre colonne su cui si affacciano diversi ambienti di soggiorno. È qui che sono stati trovati gli scheletri di cinque adulti e tre bambini schiacciati dal crollo del tetto durante l’eruzione del 79 d.C.

Gli affreschi erotici del Piccolo Lupanare di Pompei o "Lupanariello"

Gli affreschi erotici del Piccolo Lupanare di Pompei o “Lupanariello”

La terza novità delle festività natalizie per i visitatori è il Piccolo Lupanare (“Lupanariello”) restaurato all’interno di una struttura che era, probabilmente, un luogo di ristorazione in cui veniva esercitata la prostituzione. Quattro affreschi erotici rivelano la natura degli incontri che si tenevano in quel locale, del quale era stata murata la finestra per garantire la privacy ai clienti. Inedito, infine, lo scavo emerso dalla pulizia effettuata dagli archeologi nella Regio IX, insula 3, utilizzata già dai pompeiani come una sorta di “discarica” di materiali di costruzione. Così la trovò Giuseppe Fiorelli e la lasciò durante i suoi scavi a metà del 1800. Oggi, grazie ai restauri del Grande Progetto Pompei, è riportato alla luce il pavimento in signinum di una dimora probabilmente abbandonata a seguito del terremoto del 62 d.C. Nei pressi, è stato portato alla luce un antico panificio (pistrinum) con una parte della macina, edificio poi trasformato in una tintoria (fullonica), con vasca e annesso lavatoio. Una bomba nel 1943 semidistrusse il pavimento in basoli della strada. Gli archeologi del Grande Progetto Pompei hanno risistemato la pavimentazione originaria di questa parte del sito.

Mostre, convegni, restauri, scavi archeologici, scambi culturali: siglato protocollo di collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Napoli, gli Scavi di Pompei e il museo Ermitage di San Pietroburgo

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

I firmatari del protocollo di San Pietroburgo: da sinistra, Massimo Osanna (Pompei), Paolo Giulierini (Mann), Michail Piotrovskij (Ermitage)

Il museo statale dell'Ermitage di San Pietroburgo

Il museo statale dell’Ermitage di San Pietroburgo

Il museo Archeologico nazionale di Napoli

Il museo Archeologico nazionale di Napoli

Il sito archeologico di Pompei

Il sito archeologico di Pompei

L’Ermitage sbarca a Napoli e mette radici alle falde del Vesuvio. L’accordo di collaborazione tra gli Scavi di Pompei, il museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann) e il prestigioso museo di San Pietroburgo è stato siglato il 10 novembre 2016 nella storica città russa dal direttore del museo statale Ermitage, Michail Piotrovskij, il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini e il direttore generale di Pompei, Massimo Osanna. L’obiettivo è ambizioso: preparare e realizzare un programma di collaborazione culturale e scientifica tra le tre Istituzioni. A darne notizia è stato il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini in visita a Napoli. “Il protocollo della durata di quattro anni – spiega – prevede una condivisione di esperienze e competenze nel campo dello scavo archeologico, lo scambio di mostre e la realizzazione congiunta di progetti espositivi e, inoltre, stage di studio tra i collaboratori scientifici e gli specialisti nel campo della storia dell’arte, dell’archeologia, dell’eredità culturale, della museologia, della conservazione e del restauro; l’attuazione di conferenze scientifiche, convegni, seminari, tavole rotonde, sulle problematiche della storia dell’arte, dell’eredità culturale, della museologia, della conservazione, del restauro e della gestione dei Beni Culturali; il confronto in merito all’utilizzo di sistemi e tecnologie innovative applicate ai beni culturali con particolare riferimento alla digitalizzazione, all’archiviazione, all’applicazione di realtà aumentate e multimedialità finalizzati alla valorizzazione del patrimonio, alla sua conservazione e fruizione pubblica e specialistica; lo studio e confronto sulle nuove forme di approccio e di diffusione della conoscenza, anche attraverso l’interdisciplinarità delle arti, dei patrimoni archeologici e delle eredità storico-artistiche; l’attivazione di borse di studio e la partecipazione reciproca ad attività di indagine e campagne di scavo sulla base di ricerche e progetti condivisi”. Secondo Giulierini “un protocollo con l’Ermitage, il più grande museo del mondo, vale più di una partecipazione a una Borsa del turismo, perché significa disseminare in Russia non solo l’immagine del Mann, ma anche quella della città e di tutta la Campania. E soprattutto fare in modo che i depositi di via Foria continuino a generare profitto senza depauperare l’esposizione permanente”. Il protocollo di San Pietroburgo è la seconda collaborazione internazionale siglata insieme da Pompei e Mann dopo quella per la mostra “Pompeii. The Exhibition” in tour negli Usa fino a maggio 2018 con tappe a Kansas City, Portland e Tampa.

Pompei. Dopo i restauri apre al pubblico una nuova domus, la Casa dei Mosaici geometrici, una delle più grandi della città romana; una superficie di 3000 metri quadrati e 60 stanze disposte a terrazze panoramiche

I caratteristici mosaici a disegno geometrico che hanno dato il nome alla Domus della Regio VIII a Pompei

I caratteristici mosaici a disegno geometrico che hanno dato il nome alla Domus della Regio VIII a Pompei

A Pompei riapre al pubblico la Casa dei Mosaici geometrici

A Pompei riapre al pubblico la Casa dei Mosaici geometrici

A Pompei una nuova domus mercoledì 16 novembre 2016 viene restituita al pubblico: è la Casa dei Mosaici geometrici, una delle più grandi domus di Pompei, situata nella Regio VIII, oltre sessanta stanze, frutto dell’unione di due abitazioni entrambe del III-I sec. a.C., rimodernata dopo il terremoto del 62 d.C.; copre una superficie di 3000 metri quadrati in una scenografica disposizione a terrazze panoramiche. La Casa dei Mosaici geometrici, così denominata per la ricca decorazione pavimentale con mosaici a tessere bianche e nere su motivi a labirinto e a scacchiera, apre al termine di importanti interventi di restauro. Adagiata sulle pendici sud-ovest della città, in posizione panoramica, presenta la tipica articolazione della domus romana: atrio (tra i più ampi di Pompei), con impluvium quadrato; tablino, da cui s’accedeva al portico e all’ampio peristilio. Interessante la decorazione superstite dei pavimenti, in cocciopesto e in bel mosaico bianconero a motivi geometrici. La casa è stata oggetto, assieme al Comitium e agli edifici municipali che affacciano sul Foro, anch’essi restituiti al pubblico, di interventi di restauro degli apparati decorativi nell’ambito del Grande Progetto Pompei. Mercoledì 16 novembre 2016, alle 11, la casa e gli altri edifici civili restaurati saranno mostrati in anteprima alla stampa e gli interventi e le relative indagini archeologiche dalle interessanti novità scientifiche saranno illustrati dal direttore generale Massimo Osanna.