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A Venezia la mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”, terzo grande evento della Fondazione Giancarlo Ligabue: una finestra sulla “rivoluzione neolitica” e la raffigurazione umana, un viaggio nel tempo e nello spazio con oltre 100 opere tra Occidente e Oriente, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, tra il 4000 e il 2000 a.C.

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

Un mese. Manca solo un mese alla grande mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”, la terza in tre anni della Fondazione Giancarlo Ligabue, che dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 aprirà a Venezia, a Palazzo Loredan, una finestra sulla “rivoluzione neolitica” e la raffigurazione umana, un viaggio nel tempo e nello spazio con oltre 100 opere tra Occidente e Oriente, dalla penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, dal 4000 al 2000 a.C. L’alba della civiltà. Fin dalla preistoria l’uomo ha sentito la necessità di rappresentare la figura umana: con i graffiti e le pitture murali, ma anche in forma tridimensionale. Da quei lontanissimi tempi, fin dall’età paleolitica, ci è giunta un’immensa quantità di statuette realizzate in diversi materiali riproducenti tratti umani. Quale fosse il loro significato – valore simbolico, religioso o di testimonianza, espressione di concetti metafisici, funzione rituale o “politica” – e quali soggetti realmente rappresentassero, rimane ancora un mistero. La mostra “Idoli” (dal greco eídolon, immagine) – promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue, istituita nel 2016 da Inti Ligabue, e curata da Annie Caubet, conservatrice onoraria del Musée du Louvre – ci propone il primo tentativo di confronto dall’Oriente all’Occidente, di opere raffiguranti il corpo umano del 4000-2000 a.C. Attraverso 100 straordinari reperti – alcuni eccezionali per l’importanza storico-scientifica e la rarità – e grazie ad un apparato didattico coinvolgente, sarà possibile percorrere un ampio spazio geografico, che si estende dalla penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, in un’epoca di grande transizione, in cui i villaggi del Neolitico si evolvono a poco a poco nelle società urbane dell’Età del Bronzo.

Inti Ligabue, presidente della Fondazione Ligabue, con Annie Caubet, curatrice della mostra “Idoli”, tra il prof. Stefano De Martino, dell’università di Torino (a sinistra) e Alessandro Marzo Magno, direttore del Ligabue Magazine, alla presentazione della mostra (foto Graziano Tavan)

“È questa la mostra che segna il coronamento di una prima fase importante dell’attività della nostra Fondazione, una maturazione e un passo avanti sostanziali”, interviene Inti Ligabue alla presentazione dell’esposizione. “Ognuna delle esposizioni finora realizzate è stata un’avventura, in termini di conoscenza, organizzazione e ideazione, ma soprattutto sul piano umano e personale. Condividere nuclei importanti della Collezione Ligabue con il pubblico ha significato ripercorrere, con finalità nuove e sotto una luce diversa, la storia collezionistica della nostra famiglia e le ricerche condotte per tanti anni da mio padre, con il Centro Studi da lui fondato, aggiornando e approfondendo gli studi grazie a curatori e comitati scientifici prestigiosi, rivivendo le emozioni di tante missioni, ma anche acquisendo nuove conoscenze e indagando nuovi modi di “conoscere e far conoscere”. In tre anni dunque, tre grandi mostre e altrettanti focus sull’attività scientifica e sulle conoscenze archeologiche, paleontologiche e antropologiche sviluppate da Giancarlo Ligabue e dai tanti studiosi e Istituzioni che lo hanno affiancato. “Con l’esposizione “Il mondo che non c’era” sull’arte precolombiana – continua – abbiamo indirettamente dato conto di numerose spedizioni compiute in Centro e Sud America e di culture e popoli che ancora attendono un riscatto da parte della Storia e del mondo occidentale. Con “Prima dell’Alfabeto. Viaggio alle origini della scrittura in Mesopotamia” abbiamo ripercorso una delle avventure più affascinanti della storia dell’uomo, rendendo evidente il grande valore culturale di quell’infinità di segni che fin da piccolo io stesso guardavo, senza comprendere, impressi sulle tavolette di argilla e sui piccoli sigilli che papà collezionava con straordinario interesse. Ora, con questa mostra andando a ritroso nel tempo, affrontiamo un’altra “via di Damasco dell’Umanità” e ripercorriamo un’altra straordinaria avventura umana: quella della traduzione visiva, attraverso singolari opere scultoree, delle concezioni metafisiche elaborate dall’uomo in un’epoca di grande transizione e di sconvolgente evoluzione della società. Dal 4000 al 2000 a.C., di pari passo con l’imporsi della scrittura e con la rivoluzione urbana e tecnologica, si sviluppano e si diffondono diverse visioni estetiche nelle rappresentazioni tridimensionali e antropomorfiche delle “Idee”, che spesso percorrono distanze geografiche impensabili. È una rivoluzione epocale”.

Figura steatopigia in basalto del IV millennio a.C. proveniente dall’Arabia Saudita e conservata in una collezione privata di Londra

Era stato proprio Giancarlo Ligabue, in uno dei suoi ultimi studi, ad affrontare questo tema affascinante. “L’ipotesi che il Dio padre di tutte le religioni monoteiste fosse stato in origine una Dea Madre iniziò a delinearsi dopo la scoperta delle prime veneri paleolitiche, dove il corpo femminile era sentito come centro di forza divina. Proprio in quel momento, tra paleolitico medio e superiore, si pensa si siano verificati nello spirito e nella coscienza dell’uomo, determinati mutamenti di struttura della psiche. Alla fase dell’inconsapevolezza si contrappone una sorta di pulsione che gli specialisti oggi attribuiscono ad un rapido evolvere della coscienza. Nasce un concetto di religiosità. L’uomo aveva scoperto di avere un’anima”. Gli albori della cultura figurativa antropomorfa – spiega Inti Ligabue -, i miti fondativi dell’umanità, la rappresentazione del potere, sia esso di fecondazione, divino o eroico: c’è tutto questo nella mostra “Idoli”. Un viaggio unico e irripetibile che ci conduce alle origini delle raffigurazioni del corpo umano: dalle prime immagini ancora ambigue e dalla dubbia interpretazione, nell’età neolitica, alla loro evoluzione nell’età del Bronzo. Un viaggio che, valicando montagne, superando steppe e deserti, attraversando mari e oceani, rivela connessioni trasversali, comunanze di sentire e contatti in territori distantissimi.

La cosiddetta “Venere Ligabue”, star della mostra, in clorite, capolavoro della Civiltà dell’Oxus (2200-1800 a.C.), proveniente dall’Iran Orientale: fa parte della Collezione Ligabue

La cosiddetta “Rivoluzione neolitica” è epocale: segna il passaggio da clan e tribù a società più complesse, vede l’avvento di nuove tecnologie e della lavorazione dei metalli, l’affermarsi delle prime forme di scrittura in diversi centri, l’avvio di reti commerciali e dei relativi traffici anche tra popoli molto distanti, che in tal modo intensificano i rapporti e gli scambi di merci e materiali, di idee e forme espressive. In questo contesto si collocano le misteriose rappresentazioni della figura umana che saranno esposte a Venezia, di cui quattordici appartenenti alla Collezione Ligabue, le altre provenienti da collezioni private internazionali e da importanti musei europei: l’Archäologische Sammlung-Universität Zürich, l’Ashmolean Museum of Art and Archaeology– University of Oxford, il Musées Royaux d’Art et d’Historie di Bruxelles, il Monastero abbaziale Mechitarista dell’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia, il Badisches Landesmuseum Karlsruhe, il MAN-Museo Arqueológico nacional di Madrid, il Polo Museale della Sardegna–Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, i Musei Civici Eremitani di Padova, il Cyprus Museum a Nicosia e il Musée d’Archéologie Nationale et Domaine National de Saint-Germain-en-Laye. “Dapprima – spiegano i curatori – saranno quasi esclusivamente figure femminili, poi con l’affermarsi di società sempre più strutturate, saranno soprattutto gli uomini a divenire protagonisti: dei, sovrani, eroi. Sarà sorprendente vedere come, in parti del mondo tra loro lontanissime, si affermino tradizioni e forme di rappresentazioni simili o si ritrovino materiali necessariamente giunti da paesi distanti, eppure già in relazione tra loro: l’ossidiana della Sardegna e dell’Anatolia, i lapislazzuli importati dall’Afghanistan, l’avorio ottenuto dalle zanne degli ippopotami dell’Egitto o delle Coste del Levante”.

Suonatore d’arpa cicladico in marmo dell’Antico Cicladico II (2600-2400 a.C.), proveniente da Thera (Santorini) e conservato al Badisches Landesmuseum Karlsruhe

La mostra prende in esame gli idoli da un punto di vista estetico, a partire tuttavia da una solida base storica e archeologica, che si amplia ulteriormente nel catalogo dell’esposizione (Skira) grazie al contributo di esperti internazionali. Viene così proposto un confronto tra caratteri fissi e condivisi e aspetti variabili, visti dalla duplice angolazione dell’antropologia e dell’estetica. Tra i fattori comuni c’è la qualità artistica: “Gli individui che realizzarono quelle sculture – spiega la curatrice Caubet – erano artisti dotati di grande talento, che muovendosi tra il rispetto dei modelli tradizionali e la creazione innovativa, seppero comunque lasciare un segno”. Figure simili all’apparenza, rispondenti a codici iconografici analoghi, sono in realtà ciascuna un unicum nelle proporzioni, nei particolari, nel fascino, grazie al tocco dell’artista. L’esposizione a Palazzo Loredan, a Venezia, ci mostrerà – provenienti dalle Isole Cicladi, dall’Anatolia Occidentale, dalla Sardegna, ma anche dall’Egitto, dalla Spagna, dalla Mesopotamia o dalla Siria – le famose “Dee Madri” (raffigurazioni femminili particolarmente prospere nei seni e nei fianchi, simbolo forse del potere della Terra, della Maternità e della Fertilità), e gli idoli astratti e geometrici che tanto affascinarono gli artisti del Novecento: oppure i cosiddetti “isoli oculari” o idoli placca, nati dalla fascinazione esercitata dall’occhio come espressione della presenza spirituale, fino all’affermarsi nel Terzo millennio, nel corpo umano nelle sue forme naturali”. Non più solo esseri dall’identità ambigua, in particolare dal punto di vista del sesso (figure femminili androgine, presenza contemporanea di organi sessuali maschili e femminili, ecc.) né solamente espressione di principi divini, ma anche uomini mortali, reali – spesso colti in atteggiamento orante – e nuove divinità create a immagine dell’uomo. Quello che invece non cambia è il bisogno dell’individuo e della società di esprimere, con manufatti o con opere d’arte, le proprie paure, le proprie speranze, la propria fede.

Venezia sarà protagonista nel 2018 dei principali eventi della Fondazione Giancarlo Ligabue che chiude alla grande il primo triennio di attività: una nuova grande mostra sugli Idoli nel mondo antico e un simposio internazionale per capire come l’uomo conquistò la Terra

“Idols. Gli sguardi del potere” è la nuova mostra-evento della Fondazione Giancarlo Ligabue

Gli Idoli del mondo antico, dall’Indo all’Egitto, invadono Venezia. Proprio la mostra evento “Idols. Gli sguardi del potere”, dal 1° settembre 2018 al 6 gennaio 2019, sarà il nuovo grande progetto espositivo della Fondazione Giancarlo Ligabue che chiude così il primo triennio di attività, avviata dopo la scomparsa di Giancarlo Ligabue (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/): un anno particolarmente ricco il 2018, con due mostre evento in laguna; un importante symposium internazionale con Donald Johanson, e i “dialoghi della fondazione”. E sarà Venezia il teatro principale delle iniziative, la città di Inti Ligabue presidente della Fondazione, il luogo dove quasi cent’anni fa è iniziata l’avventura imprenditoriale della famiglia e dove hanno preso corpo la passione di esploratore e studioso del padre Giancarlo e si è formata la Collezione Ligabue.

Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’appuntamento di un intero anno con Venezia rappresenta il coronamento di un percorso che finora ha coinvolto in diverse città italiane quasi 100mila persone promuovendo cataloghi e ricerche, nuove collaborazioni con Istituzioni culturali nazionali e internazionali. Oltre ai 45mila contatti social, circa 3mila studenti veneti in questi mesi hanno partecipato ad attività di laboratori promossi dalla Fondazione. Da qui si parte: “Con la consapevolezza”, ribadisce il presidente Inti Ligabue, “che studiare un oggetto materiale, sia esso un vaso maya o una statua dea madre, significa dar voce a culture e umanità diverse, che hanno lasciato molti altri segni nella storia, e che la conoscenza e il recupero delle civiltà antiche è presupposto essenziale, come diceva mio padre, per la comprensione della nostra comune umanità”.

Dopo Firenze, Rovereto, Napoli, la mostra “Il mondo che non c’era” approda a Palazzo Loredan a Venezia

Gennaio 2018, inizia il ricco calendario di iniziative. Dal 12 gennaio 2018, dopo aver fatto tappa al museo Archeologico di Firenze, a Palazzo Alberti Poja a Rovereto e al museo Archeologico nazionale di Napoli, approda a Palazzo Loredan a Venezia, la mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella Collezione Ligabue” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/13/apre-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-il-mondo-che-non-cera-con-i-capolavori-della-collezione-ligabue-dedicata-alle-tante-e-diverse-civilta-precolombiane/). Oltre 150 opere ci conducono tra le meraviglie dei Maya, degli Aztechi degli Inca e di tanti altri popoli che hanno abitato la Mesoamerica e l’America del Sud prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo e dei Conquistadores. Un continente intero – con decine di differenti culture – palpitante di umanità, rimasto per l’Europa dietro il velo degli oceani fino al 1492, verrà svelato nella sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti.

Il manifesto della mostra “Idols. Gli sguardi del potere” a Palazzo Loredan di Venezia dal 1° settembre 2018 al 6 gennaio 2019

Lo stesso Palazzo Loredan sarà anche l’importante location del successivo e inedito progetto espositivo della Fondazione Giancarlo Ligabue, in programma nella seconda parte dell’anno.  “Idoli, gli sguardi del potere”, dal 1° settembre 2018 al 6 gennaio 2019, sarà un viaggio attraverso il tempo e lo spazio – in un’ampia area geografica dal Mediterraneo all’Indo, all’Egitto – dal tardo Neolitico all’Antica Età del bronzo ( ca. 4000-2000 a.C.), per indagare l’affascinante rappresentazione antropomorfa e il suo approccio artistico nelle società complesse che allora si stavano affermando. Mistero, comando, fertilità, geni e spiriti: ecco l’universo di sguardi che incontreremo in questa spettacolare esposizione curata da una grande studiosa del settore, Annie Caubet, già curatrice al Louvre. Assieme a opere notevoli della Collezione Ligabue sarà possibile osservare numerosi prestiti da prestigiosi musei europei e internazionali e famose collezioni private.

Donald Johanson, lo scopritore di Lucy, presiederà a maggio 2018 il simposio “How Humans Conquered the World”

Nel 2018 continueranno anche gli appuntamenti con i “Dialoghi della Fondazione”, incontri promossi con intellettuali di diversi campi del sapere e della cultura (tra i precedenti il teologo Vito Mancuso, il critico d’arte Philippe Daverio e il matematico e logico italiano Piergiorgio Odifreddi: vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/05/levoluzione-di-dio-luomo-e-la-ricerca-del-sacro-il-noto-teologo-vito-mancuso-apre-a-venezia-i-dialoghi-proposti-dalla-fondazione-giancarlo-ligab/) per avvicinare gli studiosi a un vasto pubblico di appassionati riflettendo sulle più ampie tematiche, in piena aderenza al motto della Fondazione “Conoscere e far conoscere”: tutti incontri a ingresso gratuito. Grande attesa anche per il Symposium internazionale presieduto da Donald Johanson, scopritore di Lucy, che – voluto da Inti Ligabue e promosso dalla Fondazione Giancarlo Ligabue – nel maggio del prossimo anno porterà a Venezia paleontologi e antropologi da ogni parte del mondo per fare il punto su come gli uomini abbiano conquistato la terra (“How Humans Conquered the World”) alla luce delle recenti scoperte paleontologiche. La Fondazione prosegue le sue collaborazioni con scienziati e università internazionali (Usa, Perù, Kazhakstan, per esempio); mentre il “Ligabue Magazine” – la rivista scientifica edita in italiano e inglese dalla Fondazione, il cui direttore editoriale è Alberto Angela – è divenuto ormai oggetto da collezione ambitissimo, grazie ai contribuiti di noti studiosi e al ricchissimo corredo iconografico.

“Un gioco da perderci la testa”: al Mann l’archeologo Davide Domenici racconta il gioco della palla nell’Antica Mesoamerica a margine della grande mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”

Statuetta di un giocatore di palla esposta a Napoli nella mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”

L’archeologo Davide Domenici

Una palla di gomma che rimbalzava con un’elasticità mai vista prima, giocatori che saltavano come acrobati per colpirla con i fianchi riparati da protezioni di cuoio. Questa fu la scena che gli attoniti spettatori della corte di Carlo V si trovarono davanti agli occhi quando, nel 1528, ebbero modo di osservare lo spettacolo dato da gruppo di giocatori aztechi che il conquistatore Hernán Cortés aveva inviato in Europa dalle lontane colonie messicane. Una strana sfera elastica realizzata con la linfa dell’albero della gomma: per la prima volta gli Europei scoprono il gioco della palla, diffuso da millenni in Mesoamerica tra rituali religiosi e incontri diplomatici. Fu l’artista tedesco Christoph Weiditz a immortalare la scena in un dipinto che, come un’istantanea d’altri tempi, ci ha trasmesso la memoria di quella prima esibizione di atleti aztechi in terra europea. Con l’incontro dal titolo “Un gioco da perderci la testa. Il gioco della palla nell’Antica Mesoamerica”, giovedì 29 giugno 2017, al museo Archeologico nazionale di Napoli, nell’ambito degli approfondimenti dedicati all’importante esposizione “Il Mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue” inaugurata il 16 giugno scorso e visitabile fino al 30 ottobre prossimo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/13/apre-al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-il-mondo-che-non-cera-con-i-capolavori-della-collezione-ligabue-dedicata-alle-tante-e-diverse-civilta-precolombiane/), sarà l’archeologo Davide Domenici a ripercorrere la straordinaria storia di questa meravigliosa scoperta che ha conquistato tutti. Ricercatore al dipartimento di Storia culture civiltà dell’università di Bologna, dove imparte corsi relativi all’archeologia e all’antropologia delle civiltà indigene d’America, Davide Domenici ha svolto ricerche archeologiche a Nasca (Perù), Isola di Pasqua (Cile) e Teotihuacan (Messico). Tra il 1998 e il 2010 ha diretto il progetto archeologico Rio La Venta (Chiapas, Messico) e attualmente dirige un progetto di ricerca archeologica a Cahokia (Illinois, Usa). Membro del comitato scientifico della Fondazione Giancarlo Ligabue e della mostra “Il mondo che non c’era”, sull’ultimo numero della rivista semestrale “Ligabue Magazine” (n. 70, giugno 2017), Davide Domenici approfondisce il tema del gioco della palla nelle civiltà precolombiane offrendo una serie d’interessanti informazioni che mostrano come gli europei siano debitori nei confronti di Maya e Aztechi e in genere delle culture precolombiane dell’ “invenzione” del pallone di gomma.

Un atleta abbigliato per il gioco della palla su un vaso in mostra al Mann di Napoli

“Le più antiche palle di gomma, realizzate aggomitolando una lunga striscia di caucciù”, spiega Domenici, “sono state rinvenute in una laguna nel sito olmeco di El Manatí (Veracruz), dove tra il 1700 e il 1600 a.C. vennero depositate delle offerte dedicate alle divinità sotterranee delle acque e della fertilità. Di un paio di secoli più tardi è invece il più antico campo da gioco oggi noto, scoperto nel sito di Paso de la Amada (Chiapas) e costituito da due monticoli in terra disposti parallelamente a delimitare uno spazio rettangolare, lungo 78 metri e largo 7. Significativamente, questo campo da gioco fu eretto su un lato di una piazza sulla quale si affacciava anche quella che è oggi considerata la più antica abitazione signorile della Mesoamerica. Nel corso dei secoli, la semplice architettura in terra si trasformò in qualcosa di molto più complesso, come testimonia il campo da gioco olmeco, di Teopantecuanitlan (Guerrero), al centro di un cortile semisotterraneo circondato da un muro in pietra sul quale si ergono, come i quattro denti dell’enorme bocca spalancata del Mostro della Terra, quattro sculture decorate con bassorilievi raffiguranti volti di divinità della fertilità sotterranea. Queste antiche evidenze mostrano come sin dal periodo Preclassico (ca. 2500 a.C. – 300 d.C.) il gioco della palla fosse un’attività carica di valenze politiche e religiose: gli studiosi ipotizzano che i leader delle comunità mesoamericane sponsorizzassero e prendessero parte a partite cerimoniali, probabilmente anche di carattere sacrificale, che dovevano servire a mettere in scena rivalità e alleanze politiche. Non è da escludere, inoltre, che il gioco avesse anche una notevole dimensione economica che si manifestava in scommesse, premi e scambi di doni”.

Un atleta impegnato nel gioco della palla rappresentato su un vaso Maya

Un’ascia, parte dell’abbigliamento del giocatore di palla, esposta al Mann nella mostra di Ligabue

Sono numerose le testimonianze – ritrovamenti sepolcrali, immagini dipinte o graffite ma anche un importante testo mitologico che racconta la morte e la resurrezione del Dio del Mais – dalle quali emerge il legame tra il gioco del pallone e il rito sacrificale della decapitazione. Una simbologia religiosa associata al gioco è inoltre suggerita, in epoca classica, anche dai copricapi e dai costumi indossati dai giocatori, raffiguranti cervi e un gran numero di entità extraumane che fungevano da patroni mitologici degli atleti; come pure il valore politico e sociale degli incontri con la palla – una sfera di gomma piena, pesantissima, che imponeva agli atleti l’uso di imponenti cinturoni protettivi e di ginocchiere – è provato dall’altro numero di campi da gioco presenti in diverse città antiche del centro e sud America come El Tajìn (Veracruz) o Cantona (Puebla) e documentato in molte opere d’arte maya, che mostrano giovani principi e sovrani competere in occasione di incontri diplomatici. “Nonostante la dimensione fortemente simbolica del gioco”, scrive Domenici, “i cronisti spagnoli che ebbero modo di conoscere il mondo nahua ci narrano anche di partite di carattere essenzialmente ludico, nelle quali imprudenti scommettitori arrivavano a giocarsi la propria libertà o quella dei loro figli. Gli atleti più capaci acquisivano grande fama e ricchezza e furono forse proprio alcuni di questi ad essere inviati da Cortés alla corte di Carlo V, dove gli osservatori europei rimasero sì stupiti dalla loro abilità ma ancor di più da quello strano materiale mai visto, ricavato dalla linfa dell’albero della gomma (Castilla elastica), che nei secoli avrebbe cambiato le abitudini – sportive e non solo – del mondo intero”.

Il pesante giogo, in mostra a Napoli, riproduce la cintura usata dagli atleti nel gioco della palla

Una delle vetrine della mostra “Il mondo che non c’era” al Mann di Napoli con gli oggetti sul gioco della palla

In mostra a Napoli oltre a statuette in argilla e interessanti raffigurazioni vascolari di atleti, ben documentata è anche la tenuta da cerimonia dei giocatori. Certi elementi erano concepiti come oggetti isolati, essenzialmente in pietra e in argilla. I pezzi più famosi sono il giogo, l’ascia e la palma che designano le parti della panoplia del giocatore. I gioghi sono rappresentazioni in pietra delle cinture in cuoio utilizzate dai giocatori e portate all’altezza delle anche per proteggersi contro gli impatti brutali della palla di caucciù duro. Anche se ne esistono di semplici, sono molto spesso scolpiti con motivi in rilievo relativi alla fertilità, come il rospo, o il giaguaro simbolo della pioggia e della fertilità. I gioghi di pietra pesano tra i 20 e i 30 chili e dunque non erano mai portati nelle partite ma è probabile che durante le cerimonie un giocatore importante li portasse.

“L’Evoluzione di Dio. L’uomo e la ricerca del sacro”: il noto teologo Vito Mancuso apre a Venezia “I Dialoghi” proposti dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

Il teologo Vito Mancuso, docente all'università di Padova, il 7 aprile a Venezia

Il teologo Vito Mancuso, docente all’università di Padova, il 7 aprile a Venezia

L’idea di Dio sembra essere scomparsa dall’orizzonte di noi occidentali, sempre più ossessionati da miti effimeri e ormai disposti a vendere al miglior offerente persino la nostra libertà. La sua assenza ci ha lasciati orfani di una guida in grado di orientare l’esistenza verso il bene e la giustizia, e per questo diventa necessario riflettere oggi sulla questione del divino. Ma quale Dio? Come possiamo ancora immaginarlo? E quale destino gli è riservato? Il teologo Vito Mancuso, che già ha cercato di dare una risposta a questi interrogativi nel libro “Dio e il suo destino” (Garzanti), ne parlerà a Venezia giovedì 7 aprile 2016 alle 17 a Palazzo Cavalli Franchetti, sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, nell’incontro “L’Evoluzione di Dio. L’uomo e la ricerca del sacro” che apre ufficialmente “I Dialoghi” della Fondazione Giancarlo Ligabue, a cadenza semestrale, con un obiettivo preciso: “Diffondere liberamente il piacere della conoscenza”. Una conoscenza dell’umanità vista nei suoi differenti aspetti e culture, con spirito di apertura al confronto delle idee, come nella tradizione più profonda di Venezia, città per la quale la Fondazione – voluta e presieduta da Inti Ligabue – ha deciso di operare con particolare impegno. La Fondazione Giancarlo Ligabue nata nel gennaio 2016 per volontà di Inti Ligabue che ne è il presidente intende dare continuità – anche con un nuovo sistema organizzativo e una serie di iniziative culturali – al lavoro svolto fino a ieri dal Centro Studi e Ricerche Ligabue, proponendo il suo raggio di iniziativa a livello locale, nazionale e internazionale.

La locandina dell'incontro a Venezia con Vito Mancuso promosso dalla Fondazione Giancarlo LIgabue

La locandina dell’incontro a Venezia con Vito Mancuso promosso dalla Fondazione Giancarlo LIgabue

Sarà dunque il noto teologo, famoso anche per le sue posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche, il protagonista del primo incontro promosso dalla Fondazione Giancarlo Ligabue in un dialogo/confronto con Adriano Favaro, responsabile editoriale della Fondazione, e il pubblico, cercando di illustrare il modo col quale la contemporaneità affronta il concetto del divino; un concetto – e un’immagine – che hanno subito molte evoluzioni e che, nei secoli, hanno avuto bisogno di essere aggiornati. Docente dal 2013 all’università di Padova, dopo aver insegnato alla facoltà di Filosofia dell’università San Raffaele di Milano, ed editorialista del quotidiano La Repubblica, Mancuso ci ha abituati del resto a occasioni di riflessione sicuramente acute e non scontate. A favore della fede in Dio ha disputato per iscritto con Corrado Augias e Paolo Flores D’Arcais, e a voce con molti altri intellettuali atei. Famose in particolare sono state le Conversazioni con Carlo Maria Martini, che egli ha firmato insieme a Eugenio Scalfari, e sempre stimolanti.

Il libro di Vito Mancuso "Dio e il suo destino" (Ed. Garzanti)

Il libro di Vito Mancuso “Dio e il suo destino” (Ed. Garzanti)

In particolare – è la riflessione fondamentale di Mancuso – se è vero che l’homo sapiens da sempre è anche homo religiosus, a partire dalla modernità si è aperta una frattura tra le due dimensioni che oggi, in Occidente ha condotto a una sempre più netta separazione tra conoscenza e religione. Il risultato? Una conoscenza spesso priva di calore spirituale e un discorso religioso spesso privo di rigore teoretico. È questo il tema che Vito Mancuso, relatore coinvolgente e penetrante e autore di molti libri che hanno suscitato notevole attenzione da parte del pubblico, oggetto di discussioni e polemiche per le posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche – affronterà nell’incontro del 7 aprile. Un tema che è anche al centro della sua ultima pubblicazione “Il destino di Dio” – in cui Mancuso analizza la crisi della divinità e, con essa, la crisi dell’umanità. Nelle pagine ambiziose di questo libro, Vito Mancuso conduce il lettore in un viaggio tra le problematiche raffigurazioni della divinità che nei secoli hanno accompagnato la nostra storia. E con coraggio ci sfida a liberarci dall’immagine tradizionale del Padre onnipotente assiso nell’alto dei cieli che ci viene ancora offerta da una Chiesa cattolica che sembra aver modificato il suo linguaggio ma non la sua rigida dottrina. Si riscopre così il valore di una divinità completamente partecipe nel processo umano, capace di comprendere i principi dell’impersonale e del femminile. Come ha scritto Agostino: “Sebbene non possa esistere alcunché senza Dio, nulla coincide con lui”. Soltanto in questa consapevolezza risiede la possibilità di salvare dall’estinzione la spiritualità e la fede, e di far risorgere quella speranza e quella fiducia nella vita senza le quali non può esserci futuro per nessuna civiltà.

“Il mondo che non c’era”: incontro a Venezia sull’arte precolombiana esposta a Firenze dal Centro studi ricerche Ligabue

Maschera funebre in rame ricoperta da lamina d'oro (Perù, 1300 d.C.) simbolo della mostra "Il mondo che non c'era"

Maschera funebre in rame ricoperta da lamina d’oro (Perù, 1300 d.C.) simbolo della mostra “Il mondo che non c’era”

Vita, costumi e cosmogonie delle culture del Centro e Sud America prima di Colombo raccontati da oltre 230 opere d’arte. Ecco la grande mostra “Il mondo che non c’era”, promossa dal Centro studi ricerche Ligabue fino al 6 marzo 2016 al museo archeologico nazionale di Firenze (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/11/in-mostra-a-firenze-il-mondo-che-non-cera-viaggio-alla-scoperta-delle-civilta-precolombiane-del-centro-e-sud-america-con-i-tesori-mai-visti-della-collezione-ligabue-in-dia/). Capolavori mai visti della collezione Ligabue, preziose testimonianze delle antiche raccolte dei Medici e prestiti internazionali ci accompagnano in uno spettacolare viaggio nelle civiltà precolombiane, dal Messico alle Ande. Chi non ha ancora avuto l’occasione di ammirare gli eccezionali pezzi della mostra fiorentina o vuole approfondire le tematiche delle civiltà del Nuovo mondo, può approfittare dell’incontro “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue” lunedì 14 dicembre 2015 alle 17 all’istituto veneto di Scienze, lettere e Arti in Palazzo Cavalli-Franchetti (San Marco, 2842) a Venezia. Due gli ospiti di eccezione che saranno moderati da Adriano Favaro, direttore del Ligabue Magazine e curatore della mostra “Il mondo che non c’era”: André Delpuech, curatore capo del Patrimonio, responsabile delle collezioni americane del Musée du quai Branly e uno dei curatori della mostra fiorentina; e Davide Domenici del dipartimento di Storia culture e civiltà dell’università di Bologna, esperto di archeologia americana.

Venere in ceramica policroma dal Messico occidentale (400-100 a.C.) in mostra a Firenze

Venere in ceramica policroma dal Messico occidentale (400-100 a.C.) in mostra a Firenze

“Con la mostra di Firenze e con il catalogo che l’accompagna”, racconta Inti Ligabue, presidente del Centro Studi Ligabue nell’introduzione al catalogo, “ho cercato di raccontare le storie delle culture di un altro continente che ci hanno affiancato per millenni senza farsi conoscere. Lo stesso continente al quale devo la metà delle mie radici. Mia madre, Sylvia, originaria delle vallate di Tiahuanaco della Bolivia, si è sempre adoperata affinché mantenessi in me vive origini ed orgoglio, a cominciare dal mio nome, Inti. Ho appreso invece da mio padre Giancarlo – scomparso all’inizio del 2015 (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/) – appassionato e curioso collezionista per decenni prima di me, l’importanza di raccogliere le testimonianze di questi popoli rimasti senza voce e dei quali si diventa conservatori di messaggi, poeti narranti. La convivenza con la sua costante ed appassionata ricerca di ritornare indietro all’archetipo mi ha contagiato antropologicamente. A lui si devono gran parte delle opere esposte a Firenze. In queste decine di capolavori dell’arte precolombiana si sono concentrati i segni dei villaggi centroamericani, delle aree olmeche, della grande testimonianza della città di Teotihuacan, delle meraviglie mixteche, azteche, maya. Vi sono trattenute le voci – che ora parlano – degli abili artigiani di Valdivia, Chorrera o Tairona. Per arrivare alle impressionanti testimonianze dei grandi imperi andini: chavin, vicus, nazca, moche, chimù e infine inca. Queste Arti Nuove – continua  Inti Ligabue – completamente diverse da quelle del vecchio mondo, troppo estranee alla mitologia classica e perciò diverse nell’estetica artistica, esprimono la propria realtà del “mito” e i misteriosi nessi degli elementi naturali con grandi realizzazioni nel campo dell’arte figurativa e non solo”.

Mortaio zoomorfo della cultura valdivia dall'Ecuador (2000-1000 a.C.) tra i pezzi pregiati in mostra

Mortaio zoomorfo della cultura valdivia dall’Ecuador (2000-1000 a.C.) tra i pezzi pregiati in mostra

“Gli occidentali, distratti anche dalla loro storia e dalla loro cultura permeate dell’asse tradizionale Oriente-Grecia-Roma”, riprende Inti, “non riescono ad immaginare quasi niente di quei mondi che hanno comunicato con glifi scolpiti, dipinti e cordicelle annodate o che hanno realizzato insuperati capolavori di idraulica, usando le loro energie per dialogare con l’ambiente e l’aldilà. Per cinque secoli il tesoro dell’antica Mesoamerica e del Sudamerica è stato visto solo come un’eredità misurata da quelle tonnellate d’oro e d’argento arrivate in Europa sui galeoni. È giusto ricordare come i Medici a Firenze – mentre gli spagnoli fondevano quelle stupende manifatture per trasformarle in banale oro e argento – raccoglievano nei loro gabinetti oggetto come quelli esposti in questa mostra: atleti, maschere di giada, collane. Solo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, successivamente all’esposizione universale di Parigi, dove anche Van Gogh rimarrà sbalordito dalla forza di queste creazioni, l’arte dell’America antica (o del “mondo che non c’era”) verrà considerata in tutta la sua grandezza. I primi collezionisti europei cominciano a raccogliere opere d’arte precolombiana a partire dagli anni Venti. E i musei li seguono poco dopo”. Nel frattempo, nota il presidente del Centro Ligabue, erano passati cinque secoli per tornare a vedere con gli occhi dell’ambasciatore veneto in Spagna, Francesco Corner, che aveva visto e toccato i doni di Montezuma a Cortes: tessuti, piume d’uccello, mosaici di pietre dure, inventariati con lo scrupolo di un raffinato intenditore rinascimentale.

26. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto: ospite d’onore il Centro studi e ricerche Ligabue. Anteprima del poster ufficiale della rassegna

Anteprima del poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Anteprima del poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

La macchina organizzativa della XXVI rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto sta definendo i dettagli dell’intenso programma di proiezioni e di incontri in programma dal 6 al 10 ottobre 2015, che quest’anno prevede anche l’assegnazione del premio biennale “Paolo Orsi” al miglior film in concorso sul tema “Le grandi civiltà”. Intanto c’è già un’anteprima: il poster ufficiale della XXVI rassegna, destinato a essere il manifesto della manifestazione roveretana nel mondo. La scelta dell’immagine-simbolo fatta dal direttore della Rassegna, Dario Di Blasi, con la collaborazione dei grafici e del direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, non è casuale: un pendaglio in oro di arte precolombiana appartenente alla cultura Tolima (500-1000 d.C.), immagine gentilmente concessa dal Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia che quest’anno è l’istituzione culturale ospite d’onore della rassegna, presente con una serie di film dell’archivio Ligabue nel programma ufficiale e in una sezione collaterale dedicata a ripercorrere l’attività scientifica e di ricerca decennale del Csrl e a ricordare la figura del suo fondatore, Giancarlo Ligabue, scomparso lo scorso gennaio (vedi post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/). Non solo. “Sabato 10 ottobre, giornata clou della rassegna”, ricorda Di Blasi, “ripercorreremo l’avventura scientifica di Giancarlo Ligabue nella conversazione all’auditorium con il figlio Inti e soprattutto con Viviano Domenici ex responsabile delle pagine scientifiche del Corriere della Sera, e Adriano Favaro, collaboratore di Ligabue nelle principali missioni scientifiche, e direttore del Ligabue Magazine”.

 

È morto Giancarlo Ligabue: imprenditore, archeologo, paleontologo, mecenate. Sostenne 130 spedizioni nei cinque continenti, fondò il Centro studi ricerche. È stato lo scienziato veneziano più famoso al mondo

Giancarlo Ligabue, imprenditore e paleontologo, nella sua casa-museo sul Canal Grande a Venezia

Giancarlo Ligabue, imprenditore e paleontologo, nella sua casa-museo sul Canal Grande a Venezia

Giancarlo Ligabue nelle isole Marchesi nel 1972

Giancarlo Ligabue nelle isole Marchesi nel 1972

Aveva l’entusiasmo e la determinazione dell’imprenditore, la competenza dell’archeologo e del paleontologo, la volontà del ricercatore, la curiosità dell’esploratore, la poesia del sognatore, la generosità del mecenate, la bonomia dell’amico, il carisma del grande uomo: questo era Giancarlo Ligabue, che abbiamo avuto la fortuna di incontrare la prima volta circa vent’anni fa e l’onore di godere della sua stima.  Giancarlo Ligabue è morto domenica sera, 25 gennaio, nella sua casa-museo sul Canal Grande a Venezia, dopo una lunga malattia, all’età di 83 anni. Imprenditore e paleontologo, studioso di fama internazionale, probabilmente lo scienziato veneziano più famoso al mondo, aveva partecipato o diretto, in collaborazione con le più importanti università, 130 spedizioni nei cinque continenti. Era stato autore di scoperte paleontologiche e archeologiche e aveva portato alla luce anche giacimenti con fossili di ominidi ma soprattutto di dinosauri nel deserto del Tenerè, lungo il confine tra Algeria e  Niger. Qui aveva scoperto un nuovo tipo di dinosauro, l’Oranosaurus Nigerensis, nel 1973.

Giancarlo Ligabue al museo di Storia Naturale di Venezia  davanti al dinosauro scoperto in Niger e donato alla sua città

Giancarlo Ligabue al museo di Storia Naturale di Venezia davanti al dinosauro scoperto in Niger e donato alla sua città

Nato a Venezia il 30 ottobre 1931, quartogenito di Anacleto e Zita Mazzieri, dalla fine degli anni ‘60 aveva sviluppato, espandendola in tutto il mondo, l’attività di forniture e servizi navali fondata dal padre nel 1919. Dopo gli studi di economia a Venezia, aveva conseguito il dottorato di ricerca in Paleontologia alla Sorbona di Parigi. Tutta la sua vita è stata divisa tra l’impegno come paleontologo-esploratore e quello di imprenditore. Dal 1962 e per quasi un ventennio è stato anche presidente della società Reyer di basket. La squadra, sotto la sua guida, ritornò in serie A entrando nell’olimpo della pallacanestro italiana.  Console di Svezia a Venezia, consigliere della Fondazione Cassa di risparmio di Venezia e della Fondazione Giorgio Cini, socio dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti è stato nominato veneziano dell’anno nel 1985 e ha ricevuto, nel 2005, le Chiavi della città dal sindaco Massimo Cacciari. Giancarlo Ligabue è stato anche presidente del Museo di Storia Naturale di Venezia al quale ha donato centinaia di pezzi tra cui lo scheletro del dinosauro portato alla luce nel deserto del Niger.

Giancarlo Ligabue nelle sue spedizioni curava molto anche la documentazione con produzione di filmati

Giancarlo Ligabue nelle sue spedizioni curava molto anche la documentazione con produzione di filmati

Il logo del Centro studi e ricerche Ligabue

Il logo del Centro studi e ricerche Ligabue

Negli anni Settanta del secolo scorso ha fondato il Centro Studi e Ricerche che porta il suo nome, da qualche anno affiancato dal figlio Inti. Ha ricevuto cinque lauree honoris causa (un vero record) dalle università di Bologna, Venezia, Modena, Lima (Perù), Asgabat (Turkmenistan). Nel 2000 a Parigi il Centro Studi e Ricerche Ligabue è stato insignito del premio Unesco per la divulgazione scientifica e l’impegno nelle attività museali. La divulgazione ha avuto infatti un ruolo centrale per Giancarlo Ligabue, fondatore della pubblicazione semestrale “Ligabue Magazine” e editore di importanti collane che raccolgono titoli di archeologia, antropologia, etnologia.

Giancarlo Ligabue accompagnato dal fedelissimo cineoperatore Sergio Manzoni

Giancarlo Ligabue accompagnato dal fedelissimo cineoperatore Sergio Manzoni

Le attività di ricerca ed esplorazione sono sempre state affiancate infatti da centinaia di pubblicazioni, comunicazioni e la produzione di oltre 70 documentari scientifici. Grande amico di Piero Angela con lui aveva girato alcuni tra i più bei documentari mai trasmessi dalla televisione italiana, ripresi dal fedelissimo amico Sergio Manzoni, documentari che abbiamo potuto apprezzare anche nella trasmissione “Quark” di Piero Angela. “Sono pochi gli industriali come lui in grado di usare le proprie risorse per fare cose appassionanti”, ricorda commosso Piero Angela, “Come un principe rinascimentale si è circondato di uomini di grandissima cultura a livello internazionale. Con il programma Quark abbiamo seguito le sue ricerche in Egitto, Brasile, Papua Nuova Guinea: esplorazioni e viaggi sempre emozionanti. Giancarlo è stato un uomo curioso, generoso. Raro”. Tra le sue pubblicazioni “Il pane e la chiglia”, testo fondamentale per la storia della navigazione nel mondo e “L’armata scomparsa di Re Cambise”, il diario delle ricerche portate avanti nel deserto tra l’Egitto e la Libia per ritrovare l’esercito scomparso sotto una tempesta di sabbia. A lui erano state intitolate varie scoperte come il piccolo dinosauro “Augustinia Ligabuei”, dato che le sue scoperte avevano letteralmente rivoluzionato la conoscenza dei dinosauri e avevano contribuito in maniera fondamentale all’elaborazione delle teorie sulla loro scomparsa. Giancarlo Ligabue è stato per molti anni presidente del Comitato Veneto dell’Airc (Associazione Italiana per il Cancro). Deputato al parlamento europeo con Forza Italia dal 1994 al 1999, col ruolo di capogruppo.

Giancarlo Ligabue con Piero Angela alla presentazione del libro "Ecce Homo"

Giancarlo Ligabue con Piero Angela alla presentazione del libro “Ecce Homo”

In chiusura vorremmo ricordare Giancarlo Ligabue sintetizzando un suo intervento (dal libro “Ecce Homo”, Electa 1999) che ben rispecchia non solo le sue conoscenze scientifiche e la sua grande capacità divulgativa ma anche la sua fiducia nelle capacità dell’uomo. “Nel 1969 venne presentato il film “2001, Odissea nello spazio” , realizzato da Stanley Kubrick, antesignano della moda fantascientifica dal sapore apocalittico. La scomparsa del pianeta Terra, l’incapacità umana di affrancarsi dal fato incombente, viene preconizzata fin dai primi fotogrammi. (…) In tutte le religioni c’è traccia di questa cultura apocalittica che alla fine potrebbe mutare anche il corso della storia. (…) L’inquietudine di oggi per la fine del II millennio è dovuta solo alla consapevolezza che un altro ciclo dell’Uomo si sta concludendo e sta per finire un’Era dominata solo dal progresso tecnologico. Ma è giusto ricordare che, a differenza di altri anomali, oltre alla capacità evolutiva e all’adattamento l’uomo ha messo in campo anche un altro potenziale: l’intelligenza. Ha trasformato cioè una primordiale pulsione animale di sopravvivenza in qualcosa di più complesso ed esaltante: il controllo dell’evoluzione.  (…) L’era dell’intelligenza fondata sulla chimica del carbonio sta per concludersi sulla Terra. L’intelligenza del futuro sarà fatta di silicio anziché di vasi sanguigni e di veri neuroni e non vi saranno limiti al suo sviluppo. E così il cervello umano colloquierà con il calcolatore per creare nuove intelligenze superiori e indistruttibili , pronte al balzo siderale. Ma nessun computer, anche quello più sofisticato, potrà mai sostituire la fervida fantasia e il “sense of humour” dell’uomo. E l’apocalisse sarà solo una testimonianza trasudata nel corso della storia umana, ed entrata nella leggenda. All’Uomo Nuovo che seguirà noi affidiamo un importante bagaglio di conoscenze ed esperienze, di vittorie e di sconfitte, di schiavitù e di libertà, in uno scenario di luci e ombre, che gli permetterà di essere migliore di noi e di armonizzarsi con l’intero Universo”.