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Quasi 15mila visitatori per la mostra “Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura” a Palazzo Loredan di Venezia della fondazione Giacarlo Ligabue. Inti: “Grande successo. Nel 2018 a Venezia mostra sulla scoperta delle Americhe e dei suoi popoli”

Tavoletta in argilla con pittogrammi proveniente dalla Mesopotamia meridionale (collezione Ligabue)

Se qualcuno pensa che una mostra archeologica con oggetti di non facile comprensione come possono essere le tavolette cuneiformi mesopotamiche non riesca a coinvolgere il grande pubblico, a parlare e a emozionare anche i non esperti si dovrà ricredere. Parlano chiaro i numeri di bilancio della mostra “Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura”, che la Fondazione Giancarlo Ligabue ha promosso a Venezia in Palazzo Loredan, sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti: in tre mesi di apertura sono stati raggiunti quasi 15mila visitatori (14.558) con un tutto esaurito, già a un mese e mezzo dalla chiusura, da parte delle scolaresche alle quali sono stati dedicati laboratori didattici e visite guidate specifiche. Oltre 2500 sono stati infatti i ragazzi che hanno visitato la mostra con le diverse scuole e partecipato alle attività laboratoriali. Guarda il video dell’inaugurazione:

Sigillo cilindrico in lapislazzulo con bevitori di birra e Imdugud (Collezione Ligabue)

“Sono stati mesi di grande fatica ma anche di enormi soddisfazioni per tutto lo staff della Fondazione Giancarlo Ligabue e per i curatori, instancabili e sempre disponibilissimi”, commenta soddisfatto il presidente Inti Ligabue. “Credo che questa mostra abbia reso evidente l’impegno e lo sforzo della Fondazione per valorizzare quel patrimonio di opere – testimonianze preziose di culture e civiltà – che mio padre ha riunito nel corso della sua vita e che sono un valore per la conoscenza, la comprensione e il dialogo”. Ma Inti Ligabue guarda già avanti: “Quest’incredibile esperienza a contatto con il pubblico, le tantissime presenze alla mostra in poco più di 80 giorni e la risposta dei veneziani agli eventi organizzati dalla Fondazione nel  primo anno e mezzo d’attività ci danno grande coraggio per pensare a qualcosa di permanente nei prossimi anni, una volta concluso il ciclo di mostre che abbiamo in programma. Nel frattempo ci rivediamo a Venezia nel 2018 con Il Mondo che non c’era, la scoperta delle Americhe e dei suoi popoli”.

Placchette in lamina d’oro raffiguranti un albero sacro e tre geni alati provenienti forse da Ziwiyé in Iran (Collezione Ligabue)

“Prima dell’alfabeto” curata dal prof. Frederick Mario Fales, grande assiriologo dell’università di Udine supportato da Roswitha Del Fabbro, ha avuto un riscontro  di critica straordinario, esaltata dai media nazionali – dagli esperti del Sole 24 Ore a quelli della Stampa di Torino, dal Manifesto all’Osservatore Romano, dall’Espresso ad Archeo fino ai servizi su Radio e TV – per la qualità dei reperti, gli approfondimenti dei curatori in mostra e nel catalogo Giunti; per la scelta dello spazio espositivo – l’antica biblioteca settecentesca di Palazzo Loredan – e la cura dell’allestimento accompagnato da supporti multimediali e immersivi. Perfino “Gulp Mistery” la trasmissione per i ragazzi di Rai Gulp condotta da Simone Lijoi, ha voluto dedicare una puntata alla mostra, alla scoperta della nascita della scrittura tra le affascinanti tavolette in cuneiforme risalenti a 5000 anni or sono. E se tra i visitatori illustri “Prima dell’alfabeto” può annoverare il presidente della Regione del Veneto Luca Zaia e l’archeologo e famoso divulgatore Alberto Angela, accompagnati entrambi dal presidente della Fondazione ed entrambi profondamente colpiti dall’esposizione, restano anche i lusinghieri commenti di plauso e le testimonianze raccolte nel libro dei visitatori: “Ho portato i miei genitori a questa bellissima e interessante mostra – scrive ad esempio Angelica di 9 anni di Vigonza – dopo esserci stata con la scuola”. Per Inti Ligabue “è una soddisfazione vedere come i bambini possono farsi affascinare dalla conoscenza ed essere talvolta il motore di nuove scoperte e passioni”. E il presidente dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, Gherardo Ortalli: “Attraverso un efficace percorso divulgativo e didattico la mostra ha disvelato passo passo un mondo remoto che è andato strutturandosi attraverso l’invenzione della scrittura, e ha intrecciato un dialogo ideale con la potenza del pensiero umanistico e scientifico custodito nella biblioteca dell’Istituto Veneto. L’Istituto è lieto di essere stato coinvolto in questo progetto che ha portato moltissimi visitatori di ogni età nelle sale abitualmente percorse da studiosi specializzati e auspica che tale collaborazione possa continuare in futuro con iniziative analoghe”.

Numeri di argilla, numeri di silicio: una storia straordinaria dai sistemi elaborati sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate all’epoca moderna. Il matematico Odifreddi protagonista dei “Dialoghi della Fondazione Ligabue” a margine della mostra “Prima dell’Alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura”

Il sovrintendente reale Ebih-il, statua in gesso, scisto, conchiglie e lapislazzuli da Mari, in Siria, del 2400 a.C., oggi al museo del Louvre

“Calculi, cioè sassi. Calcolo, cioè sasso. La parola calcolo deriva dal diminutivo di calx, calcis (calcinaccio, pietruzza). Usiamo ancora adesso questo termine per indicare i calcoli ai reni. O alla bile. Pr i calcoli numerici si tratta ormai di un termine diventato metafora”. Inizia così Piergiorgio Odifreddi, matematico, storico della scienza, il suo saggio “Numeri e calcoli” nel catalogo Giunti della mostra “Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura” promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue a Palazzo Loredan di Venezia fino al 25 aprile 2017. E continua: “Pietre d’argilla modellate come cilindri, coni e sfere di varie dimensioni sono state trovate negli scavi effettuati nei siti del Medio Oriente, in Turchia e in India. Le date nelle quali nelle quali si avvia questo sistema di conteggio sono diverse: dal IX al II millennio prima della nostra era. E dal IV millennio poi queste pietre vengono raccolte e confezionate in contenitori di argilla che si chiamano bullae (bolle). Le nostre bolle di accompagnamento che sono ancora adesso in uso derivano il loro nome dalle bolle che anticamente fungevano da documenti di trasporto di prodotti o merci perché venivano usate per registrare la quantità di oggetti trasportati. Un sistema di controllo per le merci o gli oggetti portati da un luogo all’altro”.

Il noto matematico Piergiorgio Odifreddi protagonista de “I Dialoghi della Fondazione Giancarlo Ligabue” a Venezia

Mercoledì 8 marzo 2017, alle 17,  nella sala del Portego di Palazzo Franchetti a Venezia, sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, sarà proprio il matematico e grande divulgatore Piergiorgio Odifreddi il protagonista, del terzo appuntamento con “I dialoghi della Fondazione Giancarlo Ligabue”: incontri e conferenze con grandi intellettuali e personalità dei più diversi settori della cultura, tutti a ingresso gratuito, per stimolare il dibattito e la riflessione; per “conoscere e  far conoscere” secondo  il “motto” scelto dalla stessa Fondazione. Con “Numeri di argilla e numeri di silicio. Una storia straordinaria”  Odifreddi accompagnerà il pubblico presente attraverso la grande avventura dei numeri e dei calcoli matematici a partire dal sistema  elaborato oltre 7 mila anni fa nell’Antica Mesopotamia,  grazie alle pietre d’argilla modellate fino all’età moderna con le lamine di silicio dei chip dei microprocessori. A introdurre e accompagnare l’intervento del noto matematico – laureato in Italia, America e Russia, autore non solo di numerose pubblicazioni di studio e ricerca ma anche di famosi libri di divulgazione scientifica e d’opinione , noto per le sue posizioni forti e spesso polemiche  – sarà Adriano Favaro, responsabile editoriale della Fondazione Giancarlo Ligabue e curatore del catalogo della mostra “Prima dell’Alfabeto” a Palazzo Loredan, mostra che per l’occasione resterà aperta, l’8 marzo, fino alle 21.

Tavoletta con testo di natura amministrativa, con pittogrammi (3300-3100 a.C.) dalla Mesopotamia meridionale, oggi nella Collezione Ligabue

L’incontro con Odifreddi, come si diceva, è in concomitanza con la mostra “Prima dell’alfabeto”, che sta affascinando il pubblico e ha già il tutto esaurito delle scuole. A un mese e mezzo dall’apertura si sono già registrati quasi 4mila visitatori con ben 200 cataloghi venduti, ma soprattutto – a soli venti giorni dall’avvio erano già state prenotate visite e laboratori da parte di 102 classi delle scuole veneziane. Tutte  esaurite le possibilità di visite scolastiche fino alla fine dell’esposizione. Una vera soddisfazione per Inti Ligabue, presidente della Fondazione e figlio del famoso imprenditore, studioso e collezionista veneziano, che ha voluto – con queste e con le altre esposizioni  precedenti e future –  far conoscere e rendere fruibile al pubblico quell’incredibile patrimonio d’arte e storia costituito dalla Collezione Ligabue, con un occhio di riguardo per le giovani generazioni e per Venezia.

“Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura”: in mostra a Venezia per la prima volta tavolette e sigilli con iscrizioni in caratteri cuneiformi della collezione Ligabue

Tavoletta in argilla con scrittura cuneiforme e lingua accadica della collezione Ligabue, in mostra a Venezia

Tavoletta in argilla con scrittura cuneiforme e lingua accadica della collezione Ligabue, in mostra a Venezia

Sono piccoli segni incisi con lo stilo nell’argilla morbida. All’occhio inesperto sembrano tanti piccoli cunei. Li trovi su migliaia di tavolette di argilla, sui sigilli, sulle pareti di montagne o di palazzi. Perché quei segni rappresentano una delle più antiche scritture al mondo, il cuneiforme, nata intorno al 3200 a.C. in Mesopotamia, quasi in contemporanea con il geroglifico in Egitto. E durata ben 3500 anni. La nostra scrittura, tanto per fare un paragone, ne ha “solo” 2500. Proprio la nascita della scrittura, che segna uno dei capitoli più affascinanti e rivoluzionari della storia della civiltà, fondamentale per le dinamiche di trasmissione del sapere e per la conoscenza dell’antichità, è al centro della mostra “Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura”, a Palazzo Loredan a Venezia,  una delle sedi dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, dal 20 gennaio al 25 aprile 2017.  Quasi 200 reperti della Collezione Ligabue esposte per la prima volta – tra cui tavolette e straordinari sigilli risalenti a oltre 5000 anni or sono – rievocano le grandi civiltà dell’Antica Mesopotamia, un territorio oggi praticamente inaccessibile per le continue guerre. A impreziosire l’esposizione, tra reperti e apparati multimediali, anche testimonianze delle esplorazioni di Paul Emile Botta e Austen Henry Layard nel XIX secolo, con prestiti dai musei archeologici di Venezia e Torino.

Tavoletta in argilla con pittogrammi proveniente dalla Mesopotamia meridionale (collezione Ligabue)

Tavoletta in argilla con pittogrammi proveniente dalla Mesopotamia meridionale (collezione Ligabue)

Promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue presieduta da Inti Ligabue, e curata dal professore Frederick Mario Fales, dell’università di Udine, uno tra i più noti assiriologi e studiosi del Vicino Oriente Antico, la mostra ci conduce in un viaggio indietro nel tempo, quasi 6000 anni or sono, nella Terra dei Due Fiumi, un universo di segni, simboli, incisioni ma anche di immagini e racconti visivi che testimoniano la nascita e la diffusione travolgente della scrittura cuneiforme, rivelandoci nel contempo l’ambiente sociale, economico e religioso dell’Antica Mesopotamia. Culla di civiltà straordinarie, oggi martoriata e saccheggiata dalla guerra e dal terrorismo che hanno reso inaccessibile il suo patrimonio di bellezza e conoscenza, la terra di Sumeri, Accadi, Assiri e Babilonesi ci viene raccontata e svelata grazie all’esposizione (patrocinata dalla Regione del Veneto e dalla Città di Venezia, main sponsor Ligabue SpA e Hausbrandt, con il contributo di DM Informatica, La Giara e Scattolon Renato) per la prima volta al pubblico, di quasi 200 preziose opere della Collezione Ligabue. “Una collezione di altri tempi”, come ama sottolineare F. Mario Fales, “quella messa insieme da Giancarlo Ligabue, imprenditore ma anche archeologo, paleontologo e grande esploratore scomparso nel gennaio 2015. Collezione straordinaria non solo per entità, qualità e per l’importanza storica di questi e altri materiali, ma in quanto testimonianza di un collezionismo slow, rispettoso dei luoghi che pure Giancarlo studiava e delle istituzioni, della ricerca e del sapere; un collezionismo appassionato, diretto a preservare la memoria e non a defraudare le culture con altri fini”.

Frammento di un bassorilievo assiro con il ritratto di re Sargon II dal palazzo di Sargon a Khorsabad in Iraq (museo delle Antichità di Torino)

Frammento di un bassorilievo assiro con il ritratto di re Sargon II dal palazzo di Sargon a Khorsabad in Iraq (museo delle Antichità di Torino)

Dai primi pittogrammi del cosiddetto proto-cuneiforme, rinvenuti a Uruk – annotazioni a sostegno di un sistema amministrativo e contabile già strutturato – all’introduzione della fonetizzazione (dai “segni-parola” ai “segni-sillaba”) la scrittura cuneiforme, con le sue evoluzioni, si sviluppò e si diffuse con estrema rapidità anche in aree lontane: dalla città di Mari sul medio Eufrate a Ebla nella Siria occidentale, a Tell Beydar e Tell Brak nella steppa siro-mesopotamica settentrionale. Abili scribi verranno formati per redigere documenti grazie a segni ormai classificati e vere e proprie scuole saranno istituite nei diversi centri, per insegnare a nuovi funzionari a leggere e scrivere. Centinaia di migliaia di tavolette di argilla – la materia prima della terra mesopotamica – hanno dato vita ad autentici archivi e biblioteche, in un mondo che aveva compreso il valore e il potere della scrittura: tavolette con funzioni contabili-amministrative, tavolette giuridiche, storiografiche, religiose e celebrative, o addirittura letterarie, racchiudono le storie, i lavori, i pensieri e i ritratti di uomini e re vissuti tremila anni prima di Cristo; miti e leggende di dei ed eroi. Si tratta soprattutto di tavolette cuneiformi e di numerosi sigilli cilindrici o a stampo ma anche sculture, placchette, armi, bassorilievi, vasi e intarsi provenienti da quell’antico mondo. A questi oggetti in mostra si affiancano, come detto, importanti prestiti del museo Archeologico di Venezia e del museo di Antichità di Torino: dal primo, bellissimi frammenti di bassorilievi rinvenuti dallo scopritore della mitica Ninive, Austen Henry Layard, che nell’ultimo periodo della sua vita si era ritirato proprio a Venezia, a Palazzo Cappello Layard (donò i suoi oggetti alla città nel 1875); dal secondo un frammento di bassorilievo assiro raffigurante il re Sargon II, scoperto nel 1842 da Paul Emile Botta – console di Francia a Mosul – e da lui donato al re Carlo Alberto.

Sigillo cilindrico paleobabilonese con iscrizione in cuneiforme e raffigurazioni: al centro la cosiddetta "dea nuda" e a fianco "l'uomo-toro"

Sigillo cilindrico paleobabilonese con iscrizione in cuneiforme e raffigurazioni: al centro la cosiddetta “dea nuda” e a fianco “l’uomo-toro”

Accanto alle tavolette, placchette e intarsi, in osso, in conchiglia, in oro o in avorio, bassorilievi e piccole figure, raffinati oggetti artistici e d’uso comune, ma soprattutto tanti importanti sigilli, straordinari per le figurazioni e le narrazioni, per il pregio artistico delle incisioni realizzate da abili sfragisti (bur-gul) e i diversi materiali usati. Creati per registrare diritti di proprietà e apposti fin dal periodo Neolitico sulle cerule – sorta di ceralacca a garanzia della chiusura di merci e stoccaggi – i sigilli, con l’avvento della scrittura, vengono apposti sulle tavolette o sulle buste di argilla (utilizzate fino al I millennio) per autenticare il documento, garantendo la proprietà di un individuo, il suo coinvolgimento in una transazione, la legalità della stessa. Come spiega l’archeologa Roswitha Del Fabbro “essi prima indicavano l’amministrazione, come oggi il timbro di un Comune, e col tempo vennero a rappresentare il singolo individuo, riportandone il nome, giungendo magari a presentare l’iscrizione di una preghiera”. Fino ad allora (cioè fino alle decifrazioni di Georg Friedrich Grotefend (1775 – 1853) e all’impresa di Henry Creswicke Rawlinson (1810 – 1895), che sospeso a 70 metri dal suolo copiò l’iscrizione trilingue di Dario I sulla parete rocciosa di Bisotun in Iran) furono soprattutto la Bibbia, debitrice di tanti racconti e suggestioni dell’antica Mesopotamia, e gli storici greci, latini e bizantini a tramandare in una luce più o meno leggendaria i nomi di luoghi come “il Giardino dell’Eden” o le maestose città di Ninive e Babele e quelli di personaggi come Nabucodonosor II, che distrusse Gerusalemme, o la regina Semiramide. In mostra le preziose tavolette raccontano di commerci di legname o di animali (pecore, capre, montoni o buoi), di coltivazioni di datteri e di orzo per la birra, di traffici carovanieri tra Assur e l’Anatolia, di acquisti di terreni e di case con i relativi contratti e le cause giuridiche; celebrano Gudea signore possente, principe di Lagash, promotore di grandi imprese urbanistiche e architettoniche; prescrivono le cure per una partoriente afflitta da coliche, con incluso l’incantesimo da recitare al momento del parto, o testimoniano l’adozione di un bimbo ittita da parte di una coppia o, ancora, le missive tra prefetti di diverse città-stato.

Placchetta circolare in argento del periodo neo-assiro con la rappresentazione del dio Assur

Placchetta circolare in argento del periodo neo-assiro con la rappresentazione del dio Assur

Ma il valore intrinseco dei sigilli cilindrici, già sostitutivi di quelli a stampo intorno alla metà del IV millennio, è dato dal fatto che essi erano generalmente realizzati in pietre semipreziose provenienti da luoghi molto lontani: i lapislazzuli (importati dal lontano Badakhshan, nell’odierno Afghanistan nord orientale, celebre per le miniere descritte anche da Marco Polo), l’ematite, la cornalina, il calcedonio; ma anche agata, serpentino, diaspro rosso o verde, cristallo di rocca. Per questo i sigilli furono spesso riutilizzati, diffondendosi anche come amuleti con valore apotropaico, ornamenti, oggetti votivi: veri status symbol talvolta indossati dai proprietari con una catenina o montati su spilloni. Nei sigilli cilindrici, in pochi centimetri, accanto alle iscrizioni venivano realizzati motivi iconografici sempre più raffinati, differenziati per periodi e aree geografiche. Sfilate di prigionieri davanti al re, scene di lotta tra eroi e animali, processioni verso il tempio, raffigurazioni di guerra e di vita quotidiana, donne-artigiane accovacciate, grandi banchetti, racconti mitologici: l’evoluzione stilistica, la raffinatezza delle incisioni diventano nel tempo sempre più evidenti. In epoca accadica gli intagliatori di sigilli prestano attenzione alla resa naturalistica del corpo umano e di quello animale, curano la narrazione, la simmetria, l’equilibrio, la drammatizzazione. Si individuano e si susseguono nel tempo stili e tecniche anche con l’introduzione del trapano e della ruota tagliente, a scapito della manualità. I sigilli rappresentano insomma un unicum artistico, prima delle gemme greche e romane.

A Rovereto la mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”: percorso più ricco e articolato rispetto a Firenze. A corollario proiezione di film a tema e degustazione della C-Sana, tisana elaborata dai botanici del museo Civico di Rovereto

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra "Il mondo che non c'era" a Rovereto

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra “Il mondo che non c’era” a Rovereto

per vedere il video clicca qui: http://www.ilmondochenoncera.it/rovereto/video/

L'imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

I vasi antropomorfi, le maschere, i pendagli vengono rimossi dalle vetrine, poggiati con cura sui tavoli di lavoro, impacchettati e riposti con grande attenzione nelle casse per la spedizione. Lui, Inti Ligabue, li segue con lo sguardo, quasi li accarezza amorevolmente, e li accompagna con un sospiro – come un genitore quando si stacca dai suoi figli -, mentre vengono caricati sui barconi per lasciare Palazzo Ligabue, sul Canal Grande a Venezia, con destinazione Rovereto, Palazzo Alberti Poja. È lì che poi li vediamo “rinascere” in un nuovo allestimento per la mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”, aperta fino al 6 gennaio 2017. Il video-promo, ritmato da una musica andina particolarmente coinvolgente, proiettato senza soluzione di continuità per tutta la durata della XXVII rassegna internazionale del documentario archeologico di Rovereto, accoglie ora i visitatori della mostra “Il mondo che non c’era”: vita, costumi e cosmogonie delle culture Meso e Sudamericane prima di Colombo, raccontati da circa 200 opere d’arte della Collezione Ligabue. E bastano queste poche immagini per capire come la mostra non sia solo uno straordinario viaggio nelle civiltà precolombiane, ma anche un modo per conoscere “da dentro”, a due anni dalla sua scomparsa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/), la figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015), paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista. E tutto questo grazie alla sensibilità del figlio Inti Ligabue che ha aperto le porte di casa mostrando i tesori di famiglia. Proprio la fondazione Giancarlo Ligabue creata da Inti continua l’impegno di famiglia nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione, dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni (con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali di diversi Paesi) Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture.

Il suggestivo allestimento della mostra "Il mondo che non c'era" a Palazzo Alberti Poja a Rovereto

Il suggestivo allestimento della mostra “Il mondo che non c’era” a Palazzo Alberti Poja a Rovereto

Dopo il grande successo ottenuto a Firenze al museo Archeologico nazionale giunge dunque alla Fondazione Museo Civico di Rovereto nelle eleganti sale di Palazzo Alberti Poja, la mostra “Il mondo che non c’era” straordinaria esposizione dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni in quella terra. Un corpus di capolavori – esposti al pubblico in gran parte per la prima volta grazie a questo progetto – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e il territorio di Panama. Dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi ai Coclé. La mostra racconta poi le Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina), dalla cultura Chavin, a Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca  (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/09/30/il-mondo-che-non-cera-dopo-firenze-arriva-a-rovereto-la-grande-mostra-sulle-culture-precolombiane-con-i-preziosi-reperti-della-collezione-ligabue-un-meraviglioso-viaggio-t/). E se un appassionato di civiltà precolombiane avesse già visto la mostra a Firenze, non rinunci a una gita a Rovereto, perché questa seconda tappa si presenta più ricca di informazioni  e meglio articolata negli spazi, col risultato che non solo è più accattivante e coinvolgente, ma addirittura sembra “un’altra” mostra. Il percorso dell’esposizione a Rovereto si snoda nelle varie stanze di Palazzo Alberti Poja per aree geografiche: dal Messico al Perù. Ciò permette di apprezzare non solo l’evoluzione delle espressioni artistiche nel medesimo territorio, ma anche il susseguirsi o il sovrapporsi delle diverse civiltà. E per facilitare la “lettura” dei tesori esposti in vetrina ecco ampi pannelli-poster in corrispondenza degli oggetti fissati sulle pareti movimentate con gigantografie delle architetture di quel periodo, di quella civiltà, di quel luogo. Il visitatore può così decidere se approfondire la conoscenza dei singoli oggetti senza disturbare chi si approccia alle vetrine.

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

La fondazione Museo Civico di Rovereto, in concomitanza con la mostra “Il mondo che non c’era”, ha organizzato proiezioni a tema il sabato e visite guidate la domenica. Ecco gli appuntamenti di dicembre. Alle 16, proiezione di un film della cineteca della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, compresa nel biglietto di ingresso alla mostra. Sabato 3 dicembre, “Una fanciulla sacerdotessa a Cahuachi” di Minoru Nakamura, Giappone, 53′; sabato 10 dicembre, “Naachtun, la citta maya dimenticata” di Stéphane Bégoin, Francia, 90′; sabato 17 dicembre, “Chavìn de Huantar. Il teatro dell’Aldilà” di Jose Manuel Novoa, Spagna, 52′. Visite guidate per il pubblico: tutte le domeniche di dicembre (escluso Natale) alle 16. Laboratorio creativo a tema per bambini: nel mese di dicembre tutte le domeniche (escluso Natale) alle 16, su prenotazione. Attività comprese nel costo del biglietto di ingresso. Visite guidate per i gruppi: su prenotazione, con degustazione guidata ‘Sulle rotte del cioccolato’ a cura della Enocioccoteca Exquisita di Rovereto. Costo: 5 euro a persona. E poi c’è un “Un sorso di conoscenza”: ai mercatini del Natale dei Popoli in piazza Battisti a Rovereto c’è uno stand dove si può degustare la C-Sana, la tisana del museo Civico, avere promozioni per l’ingresso alla mostra “Il mondo che non c’era”. Con una formulazione studiata dai botanici della fondazione Museo Civico di Rovereto in team con Aboca e le farmacie comunali di Rovereto, la tisana del Civico nasce per far conoscere la ricerca botanica del museo che da sempre studia, archivia e diffonde i dati sulla Flora del Trentino.

“Il mondo che non c’era”: dopo Firenze arriva a Rovereto la grande mostra sulle culture precolombiane con i preziosi reperti della Collezione Ligabue. Un meraviglioso viaggio tra vita, costumi e cosmogonie del Centro e Sud America prima di Colombo

L'arte precolombiana protagonista nella mostra "Il mondo che non c'era" promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

L’arte precolombiana protagonista nella mostra “Il mondo che non c’era” promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

Sedici culture per scoprire “Il mondo che non c’era”: un meraviglioso viaggio tra vita, costumi e cosmogonie del Centro e Sud America prima di Colombo, raccontato attraverso duecento opere d’arte. Dopo il successo al museo Archeologico nazionale di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/11/in-mostra-a-firenze-il-mondo-che-non-cera-viaggio-alla-scoperta-delle-civilta-precolombiane-del-centro-e-sud-america-con-i-tesori-mai-visti-della-collezione-ligabue-in-dia/) giunge a Palazzo Alberti Poja di Rovereto sede della Fondazione Museo Civico di Rovereto, la grande mostra che ci fa conoscere appunto “Il mondo che non c’era” (1° ottobre 2016 – 6 gennaio 2017) con gli straordinari reperti della Collezione Ligabue che accompagnano il visitatore nel cuore delle civiltà precolombiane: un corpus di opere – esposte al pubblico in gran parte per la prima volta proprio grazie a questo progetto – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador), del territorio di Panama, e delle Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina). Quegli oggetti precolombiani parlano di Olmechi e Maya, Aztechi e Tairona, Chavin e Tiahuanaco, Moche e Inca.

La "Venere" della cultura Chupicuaro (Messico)

La “Venere” della cultura Chupicuaro (Messico)

Un viaggio tutto da vivere. Proviamo a percorrerne insieme qualche tratto attraverso 16 oggetti emblematici esposti in mostra a Rovereto. Tra il III e il I sec. a.C., nello Stato di Guerrero, in Messico, si sviluppa la cultura di Mezcala ben rappresentata in mostra da un’enigmatica statuetta antropomorfa in diorite. La Venere in ceramica cava policroma a ingobbio beige chiaro e rosso mattone, nuda, il sesso sottolineato tramite incisione, piccole braccia staccate dal tronco con le mani congiunte sul ventre, rappresenta invece la cultura Chupícuaro (IV-I sec. a.C.), ancora in Messico ma nello Stato di Guanajuato. Più recente la cultura jalisco, espressione della statuetta antropomorfa in ceramica a ingobbio rosso mattone e ocra gialla: siamo sempre in Messico tra il I sec. a.C. e il III d.C. Con l’urna funeraria con l’effigie del dio Cocijo si entra nella successiva cultura zapoteca, che in Messico inizia con la fase Monte Albán (II sec. a.C. – II d.C.) e continua fino a circa l’800 d.C. Cocijo era il dio zapoteco della pioggia, del fulmine e del tuono.

"Maschera" della cultura Teotihuacan (Messico)

“Maschera” della cultura Teotihuacan (Messico)

Bellissima la maschera in serpentino verde scuro a superficie levigata, volto a forma di un triangolo rovesciato, fronte e naso larghi, labbra spesse e sopracciglia marcate: il reperto ci porta dritto nella cultura Teotihuacán (450-650 d.C), sempre in Messico. Invece tra Messico e Guatemala si localizza la cultura Maya (600-800 d.C.) del vaso cilindrico con divinità dell’inframondo: questo grande bicchiere è tipico di una forma della ceramica di stile codex che si utilizzava per bere la cioccolata durante le feste date dai membri dell’élite dirigente. Questi ultimi se li regalavano volentieri tra loro e poi ne rendevano imperitura la funzione destinandoli al proprio corredo funebre: è ciò che ha permesso ad un buon numero di queste ceramiche di giungere così ben conservate fino ai nostri giorni.  Spostandoci in Costarica, e tornando indietro di qualche secolo, troviamo la cultura Guanacaste (100-500 d.C.) con il pendente antropomorfo in pietra verde (giadeite) levigata e lucidata. Il pendente raffigura probabilmente il cosiddetto “dio ascia”, forse una divinità o un operatore rituale, la cui ricorrenza come soggetto iconografico risale al periodo olmeco. A Panama invece con l’olla in terracotta policroma sulla quale sono raffigurati una divinità e un alligatore, ci imbattiamo nella cultura Coclé (850-1000 d.C.).

Pendente in oro a forma di rana della cultura tairona

Pendente in oro a forma di rana della cultura tairona (Colombia)

Il viaggio continua lungo la cordigliera delle Ande in Ecuador dove si sviluppò l’antica cultura Valdivia – Chorrera (2000-1000 a.C.) cui appartiene il mortaio zoomorfo di serpentino verde in forma di giaguaro stilizzato. Prime “tracce” dell’El Dorado si riscontrano nella cultura tairona della Colombia (700-1000 d.C.) con pendenti in oro a forma di rana scolpita a sbalzo con foro sul collo. Nelle Ande del Nord, il lavoro dei metalli preziosi appare molto presto, circa verso la metà del primo millennio a.C. Proprio l’arte andina dell’oreficeria spingerà alla ricerca dell’El Dorado, uno dei grandi miti motori dei Conquistatori spagnoli. La bottiglia in ceramica a forma di sciamano della cultura Chavin-Cupisnique (1000 a.C) ci porta in Perù. Il personaggio seduto, con le braccia poste sopra le cosce e un volto dai tratti realistici, vestito con un perizoma, i lobi forati per due orecchini circolari, e una grande gobba, non era certo una persona comune, né un personaggio qualsiasi, bensì un essere con abilità sciamanica, abile per esempio nelle profezie dotato di capacità magiche speciali. Sempre in Perù troviamo la più famosa cultura Nazca (400-600 d.C.) a Rovereto ricordata da una bella coppa cerimoniale in terracotta ingobbiata, decorata su due registri sovrapposti: in alto una serie di teste trofeo stilizzate viste di profilo e ornate da corone plumarie; in basso corre un motivo formato da volti femminili giustapposti, conosciuto col nome di “facce di bambina”: le figure esprimono concetti e simboli appartenenti alla sfera della religione e non alle mode dell’arte decorativa, cioè simboli ritenuti dotati di un’efficacia che li rendeva attivi non solo nell’aldilà ma nella vita quotidiana.

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Particolarmente interessante il vaso antropomorfo in ceramica della cultura Moche del Perù (100 a.C. – 200 d.C.): rappresenta il volto di un personaggio che porta al naso un anello d’oro. Le caratteristiche del volto, la fattura e l’anatomia che raggiunge livelli eccellenti di naturalismo – come in moltissimi vasi della cultura moche, che rappresentano governanti, malattie, mutilazioni e appunto volti – fanno pensare che una persona reale abbia posato per il ceramista. La più recente delle culture che si sono sviluppate in Perù è la cultura Inca (1300-1450 d.C.) che ritroviamo nel vaso urpu, terracotta dipinta con rilievo a forma di felino e manici per il trasporto.  Questa anfora, conosciuta col nome di urpu o ariballo con termine greco, era destinata al trasporto d’acqua e, più spesso, della chicha, o aqha, il vino ottenuto dalla fermentazione del mais.  Il nostro viaggio, prima della tappa conclusiva in Perù, si concede una deviazione in Argentina alla scoperta dell’antichissima cultura Las Bajas dei Tehuelche (2000-1000 a.C.), che ritroviamo nell’ascia cerimoniale intagliata in pietra e decorata a forma di otto con motivi geometrici. Questo tipo di ascia doppia di solito veniva utilizzata durante le cerimonie sacre e ha sempre mantenuto un grande significato simbolico.

Maschera funebre in rame coperto da lamina d'oro della cultura chimu-lambayeque (Perù)

Maschera funebre in rame coperto da lamina d’oro della cultura chimu-lambayeque (Perù)

Il nostro speciale viaggio si chiude in Perù con la straordinaria maschera funebre in rame ricoperto da lamina d’oro della cultura chimú-lambayeque (1300 d.C.). Nel Cinquecento, il cronista spagnolo Miguel Cabello de Valboa raccolse il mito che narrava l’arrivo dal mare dell’eroe fondatore Ñaymlap e del suo seguito regale. Approdato in quel tratto della costa pacifica che da lui avrebbe preso il nome, Ñaymlap era preceduto da un suonatore di buccina marina e da un servitore che precedeva i suoi passi spargendo polvere di conchiglie. Il capostipite delle genti di Lambayeque deriva il nome da un uccello acquatico (namla). Tra gli attributi, le ali e gli “occhi alati”, riproducenti le macchie oculari di alcuni uccelli o combinazione dell’occhio umano con ali. Il mito narra che in punto di morte sul dorso del sovrano crebbero ali ed egli volò al cielo lasciando la sua immagine intagliata nello smeraldo: l’idolo Yampallec, “icona di Ñaymlap”, che avrebbe assicurato al suo popolo prosperità e potere. Sedotto da un dèmone-femmina, l’ultimo sovrano, Fempellec, volle trasferire altrove la sacra immagine. Trenta giorni di piogge e un anno di siccità mutarono la fertile valle in terra desolata. Le maschere funerarie in oro, o rame dorato come questo esemplare, riproducono fattezze e attributi dell’antenato mitico: gli “occhi alati” e i dischi auricolari (orejeras) – gli stessi dei sovrani dei moche – contornati da una serie di globuli sbalzati, probabile simbolo della Luna, madre dell’umidità notturna, o del Sole padre della luce e della pioggia. Applicata al fardo funerario – l’involto di tessuti che copriva il corpo in posizione fetale – la maschera manifestava la partecipazione del defunto alla regalità divina dell’Antenato-Uccello. Dagli occhi cadono lacrime raffigurate da globuli di quarzo (in altri esemplari di resina di algarrobo).

L'imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

Promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue di Venezia con il sostegno della Provincia Autonoma di Trento, del Comune di Rovereto, dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto e di Mezcala Expertises, main sponsor Ligabue Group, la mostra “Il mondo che non c’era” presenta dunque un nucleo scelto di opere delle antiche culture Americane della vasta Collezione Ligabue. A quasi due anni dalla sua scomparsa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/), questa esposizione vuole essere infatti anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) – paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista – da parte del figlio Inti che, con la “Fondazione Giancarlo Ligabue” da lui creata, continua l’impegno nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione e dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture. Una parte di questa collezione è il cuore della mostra aperta a Rovereto e che ha già affascinato il pubblico toscano e la stampa nazionale, curata da Jacques Blazy (tra i membri del comitato scientifico, André Delpuech capo conservatore al Musée du Quai Branly di Parigi e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig), specialista delle arti pre- ispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud. “Ringrazio per questa occasione Rovereto, città che da moltissimo tempo è un esempio significativo del nostro Paese per le scelte e le iniziative culturali, e con la quale – attraverso il sindaco Francesco Valduga e la Fondazione Museo Civico di Rovereto e Giovanni Laezza che la presiede – abbiamo avviato una cooperazione che ci rende orgogliosi e che ci procura nuovi e vitalissimi stimoli per future iniziative”, ricorda Inti Ligabue. “Ringrazio anche il direttore del Museo Civico di Rovereto, Franco Finotti e lo staff; e infine, in modo particolare, anche per la solida amicizia che viene da una lunga collaborazione dico un grazie a Dario Di Blasi, persona che è stata al centro di molte iniziative comuni con il Centro Studi e Ricerche prima e adesso con la Fondazione Giancarlo Ligabue”.

Parigi. Il collezionista veneziano Inti Ligabue presidente onorario del Parcours des Mondes, il più importante salone internazionale delle Arti Primitive e Arti Asiatiche. È la prima volta per un italiano

Il catalogo del Parcours des Mondes di Parigi, il salone delle Arti primitive e delle Arti asiatiche

Il manifesto del Parcours des Mondes di Parigi, il salone delle Arti primitive e delle Arti asiatiche

Parcours des mondes il più importante Salone internazionale di Arti Primitive e Arti Asiatiche, per numero, qualità e varietà dei suoi partecipanti, quest’anno – XV edizione – presenta dal 6 all’11 settembre 2016 ben 80 gallerie specializzate nell’Arte dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania e dell’America che espongono nel cuore di Parigi e oltre il 50 % proviene da altri Paesi: sono gallerie belghe, americane, australiane, canadesi, spagnole, italiane, marocchine, olandesi, svizzere. Una concentrazione eccezionale d’opere ed esperti che prende la forma di un Salone aperto a ingresso libero, con i visitatori che possono percorrere le strade pittoresche dello storico quartiere di Sant-Germain-des-Prés con le gallerie situate lungo tutte le principali vie rese, come ogni settembre, uno scrigno delle arti primitive. Ma la XV edizione ha una valenza in più. Per la prima volta la presidenza onoraria di Parcours des Mondes è stata attribuita a un italiano, l’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue che il 6 settembre ha inaugurato la prestigiosa manifestazione con il direttore Generale Pierre Moos e il Direttore artistico Alexander Arthur. Prima di Inti Ligabue, presidente e amministratore delegato del Gruppo Ligabue e presidente della “Fondazione Giancarlo Ligabue”, alte personalità del mondo della cultura e del collezionismo hanno ricoperto la presidenza onoraria del Salone, da Jacques Chirac a S.M. lo Sceicco Saoud Al-Than.

L'imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

“È un grande onore presiedere questa manifestazione divenuta negli anni punto di riferimento internazionale per gli esperti del settore”, dichiara Inti Ligabue. “È il riconoscimento di un’importante tradizione collezionistica familiare che, avviata da mio padre Giancarlo, prosegue da oltre 40 anni e ha dato vita alla Collezione Ligabue, un patrimonio d’arte che la Fondazione, istituita in suo ricordo, sta rendendo fruibile a un pubblico sempre più vasto, perché possa essere fonte di piacere e conoscenza, occasione per nuovi studi e ricerche. Ma è anche il riconoscimento della passione di un giovane collezionista che sta seguendo un proprio percorso, con l’innesto di nuovi stimoli. Sono questi i due valori che voglio testimoniare a Parcours des mondes: una tradizione da salvaguardare e valorizzare – consapevole della responsabilità che comporta conservare beni artistici di culture e tempi lontani – e una passione per l’arte, in particolare l’arte primitiva, che sa rinnovarsi e aggiornarsi”.

“L’Evoluzione di Dio. L’uomo e la ricerca del sacro”: il noto teologo Vito Mancuso apre a Venezia “I Dialoghi” proposti dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

Il teologo Vito Mancuso, docente all'università di Padova, il 7 aprile a Venezia

Il teologo Vito Mancuso, docente all’università di Padova, il 7 aprile a Venezia

L’idea di Dio sembra essere scomparsa dall’orizzonte di noi occidentali, sempre più ossessionati da miti effimeri e ormai disposti a vendere al miglior offerente persino la nostra libertà. La sua assenza ci ha lasciati orfani di una guida in grado di orientare l’esistenza verso il bene e la giustizia, e per questo diventa necessario riflettere oggi sulla questione del divino. Ma quale Dio? Come possiamo ancora immaginarlo? E quale destino gli è riservato? Il teologo Vito Mancuso, che già ha cercato di dare una risposta a questi interrogativi nel libro “Dio e il suo destino” (Garzanti), ne parlerà a Venezia giovedì 7 aprile 2016 alle 17 a Palazzo Cavalli Franchetti, sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, nell’incontro “L’Evoluzione di Dio. L’uomo e la ricerca del sacro” che apre ufficialmente “I Dialoghi” della Fondazione Giancarlo Ligabue, a cadenza semestrale, con un obiettivo preciso: “Diffondere liberamente il piacere della conoscenza”. Una conoscenza dell’umanità vista nei suoi differenti aspetti e culture, con spirito di apertura al confronto delle idee, come nella tradizione più profonda di Venezia, città per la quale la Fondazione – voluta e presieduta da Inti Ligabue – ha deciso di operare con particolare impegno. La Fondazione Giancarlo Ligabue nata nel gennaio 2016 per volontà di Inti Ligabue che ne è il presidente intende dare continuità – anche con un nuovo sistema organizzativo e una serie di iniziative culturali – al lavoro svolto fino a ieri dal Centro Studi e Ricerche Ligabue, proponendo il suo raggio di iniziativa a livello locale, nazionale e internazionale.

La locandina dell'incontro a Venezia con Vito Mancuso promosso dalla Fondazione Giancarlo LIgabue

La locandina dell’incontro a Venezia con Vito Mancuso promosso dalla Fondazione Giancarlo LIgabue

Sarà dunque il noto teologo, famoso anche per le sue posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche, il protagonista del primo incontro promosso dalla Fondazione Giancarlo Ligabue in un dialogo/confronto con Adriano Favaro, responsabile editoriale della Fondazione, e il pubblico, cercando di illustrare il modo col quale la contemporaneità affronta il concetto del divino; un concetto – e un’immagine – che hanno subito molte evoluzioni e che, nei secoli, hanno avuto bisogno di essere aggiornati. Docente dal 2013 all’università di Padova, dopo aver insegnato alla facoltà di Filosofia dell’università San Raffaele di Milano, ed editorialista del quotidiano La Repubblica, Mancuso ci ha abituati del resto a occasioni di riflessione sicuramente acute e non scontate. A favore della fede in Dio ha disputato per iscritto con Corrado Augias e Paolo Flores D’Arcais, e a voce con molti altri intellettuali atei. Famose in particolare sono state le Conversazioni con Carlo Maria Martini, che egli ha firmato insieme a Eugenio Scalfari, e sempre stimolanti.

Il libro di Vito Mancuso "Dio e il suo destino" (Ed. Garzanti)

Il libro di Vito Mancuso “Dio e il suo destino” (Ed. Garzanti)

In particolare – è la riflessione fondamentale di Mancuso – se è vero che l’homo sapiens da sempre è anche homo religiosus, a partire dalla modernità si è aperta una frattura tra le due dimensioni che oggi, in Occidente ha condotto a una sempre più netta separazione tra conoscenza e religione. Il risultato? Una conoscenza spesso priva di calore spirituale e un discorso religioso spesso privo di rigore teoretico. È questo il tema che Vito Mancuso, relatore coinvolgente e penetrante e autore di molti libri che hanno suscitato notevole attenzione da parte del pubblico, oggetto di discussioni e polemiche per le posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche – affronterà nell’incontro del 7 aprile. Un tema che è anche al centro della sua ultima pubblicazione “Il destino di Dio” – in cui Mancuso analizza la crisi della divinità e, con essa, la crisi dell’umanità. Nelle pagine ambiziose di questo libro, Vito Mancuso conduce il lettore in un viaggio tra le problematiche raffigurazioni della divinità che nei secoli hanno accompagnato la nostra storia. E con coraggio ci sfida a liberarci dall’immagine tradizionale del Padre onnipotente assiso nell’alto dei cieli che ci viene ancora offerta da una Chiesa cattolica che sembra aver modificato il suo linguaggio ma non la sua rigida dottrina. Si riscopre così il valore di una divinità completamente partecipe nel processo umano, capace di comprendere i principi dell’impersonale e del femminile. Come ha scritto Agostino: “Sebbene non possa esistere alcunché senza Dio, nulla coincide con lui”. Soltanto in questa consapevolezza risiede la possibilità di salvare dall’estinzione la spiritualità e la fede, e di far risorgere quella speranza e quella fiducia nella vita senza le quali non può esserci futuro per nessuna civiltà.

“Il mondo che non c’era”: incontro a Venezia sull’arte precolombiana esposta a Firenze dal Centro studi ricerche Ligabue

Maschera funebre in rame ricoperta da lamina d'oro (Perù, 1300 d.C.) simbolo della mostra "Il mondo che non c'era"

Maschera funebre in rame ricoperta da lamina d’oro (Perù, 1300 d.C.) simbolo della mostra “Il mondo che non c’era”

Vita, costumi e cosmogonie delle culture del Centro e Sud America prima di Colombo raccontati da oltre 230 opere d’arte. Ecco la grande mostra “Il mondo che non c’era”, promossa dal Centro studi ricerche Ligabue fino al 6 marzo 2016 al museo archeologico nazionale di Firenze (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/11/in-mostra-a-firenze-il-mondo-che-non-cera-viaggio-alla-scoperta-delle-civilta-precolombiane-del-centro-e-sud-america-con-i-tesori-mai-visti-della-collezione-ligabue-in-dia/). Capolavori mai visti della collezione Ligabue, preziose testimonianze delle antiche raccolte dei Medici e prestiti internazionali ci accompagnano in uno spettacolare viaggio nelle civiltà precolombiane, dal Messico alle Ande. Chi non ha ancora avuto l’occasione di ammirare gli eccezionali pezzi della mostra fiorentina o vuole approfondire le tematiche delle civiltà del Nuovo mondo, può approfittare dell’incontro “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue” lunedì 14 dicembre 2015 alle 17 all’istituto veneto di Scienze, lettere e Arti in Palazzo Cavalli-Franchetti (San Marco, 2842) a Venezia. Due gli ospiti di eccezione che saranno moderati da Adriano Favaro, direttore del Ligabue Magazine e curatore della mostra “Il mondo che non c’era”: André Delpuech, curatore capo del Patrimonio, responsabile delle collezioni americane del Musée du quai Branly e uno dei curatori della mostra fiorentina; e Davide Domenici del dipartimento di Storia culture e civiltà dell’università di Bologna, esperto di archeologia americana.

Venere in ceramica policroma dal Messico occidentale (400-100 a.C.) in mostra a Firenze

Venere in ceramica policroma dal Messico occidentale (400-100 a.C.) in mostra a Firenze

“Con la mostra di Firenze e con il catalogo che l’accompagna”, racconta Inti Ligabue, presidente del Centro Studi Ligabue nell’introduzione al catalogo, “ho cercato di raccontare le storie delle culture di un altro continente che ci hanno affiancato per millenni senza farsi conoscere. Lo stesso continente al quale devo la metà delle mie radici. Mia madre, Sylvia, originaria delle vallate di Tiahuanaco della Bolivia, si è sempre adoperata affinché mantenessi in me vive origini ed orgoglio, a cominciare dal mio nome, Inti. Ho appreso invece da mio padre Giancarlo – scomparso all’inizio del 2015 (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/) – appassionato e curioso collezionista per decenni prima di me, l’importanza di raccogliere le testimonianze di questi popoli rimasti senza voce e dei quali si diventa conservatori di messaggi, poeti narranti. La convivenza con la sua costante ed appassionata ricerca di ritornare indietro all’archetipo mi ha contagiato antropologicamente. A lui si devono gran parte delle opere esposte a Firenze. In queste decine di capolavori dell’arte precolombiana si sono concentrati i segni dei villaggi centroamericani, delle aree olmeche, della grande testimonianza della città di Teotihuacan, delle meraviglie mixteche, azteche, maya. Vi sono trattenute le voci – che ora parlano – degli abili artigiani di Valdivia, Chorrera o Tairona. Per arrivare alle impressionanti testimonianze dei grandi imperi andini: chavin, vicus, nazca, moche, chimù e infine inca. Queste Arti Nuove – continua  Inti Ligabue – completamente diverse da quelle del vecchio mondo, troppo estranee alla mitologia classica e perciò diverse nell’estetica artistica, esprimono la propria realtà del “mito” e i misteriosi nessi degli elementi naturali con grandi realizzazioni nel campo dell’arte figurativa e non solo”.

Mortaio zoomorfo della cultura valdivia dall'Ecuador (2000-1000 a.C.) tra i pezzi pregiati in mostra

Mortaio zoomorfo della cultura valdivia dall’Ecuador (2000-1000 a.C.) tra i pezzi pregiati in mostra

“Gli occidentali, distratti anche dalla loro storia e dalla loro cultura permeate dell’asse tradizionale Oriente-Grecia-Roma”, riprende Inti, “non riescono ad immaginare quasi niente di quei mondi che hanno comunicato con glifi scolpiti, dipinti e cordicelle annodate o che hanno realizzato insuperati capolavori di idraulica, usando le loro energie per dialogare con l’ambiente e l’aldilà. Per cinque secoli il tesoro dell’antica Mesoamerica e del Sudamerica è stato visto solo come un’eredità misurata da quelle tonnellate d’oro e d’argento arrivate in Europa sui galeoni. È giusto ricordare come i Medici a Firenze – mentre gli spagnoli fondevano quelle stupende manifatture per trasformarle in banale oro e argento – raccoglievano nei loro gabinetti oggetto come quelli esposti in questa mostra: atleti, maschere di giada, collane. Solo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, successivamente all’esposizione universale di Parigi, dove anche Van Gogh rimarrà sbalordito dalla forza di queste creazioni, l’arte dell’America antica (o del “mondo che non c’era”) verrà considerata in tutta la sua grandezza. I primi collezionisti europei cominciano a raccogliere opere d’arte precolombiana a partire dagli anni Venti. E i musei li seguono poco dopo”. Nel frattempo, nota il presidente del Centro Ligabue, erano passati cinque secoli per tornare a vedere con gli occhi dell’ambasciatore veneto in Spagna, Francesco Corner, che aveva visto e toccato i doni di Montezuma a Cortes: tessuti, piume d’uccello, mosaici di pietre dure, inventariati con lo scrupolo di un raffinato intenditore rinascimentale.

In mostra a Firenze “Il mondo che non c’era”: viaggio alla scoperta delle civiltà precolombiane del Centro e Sud America con i tesori mai visti della collezione Ligabue in dialogo con i reperti delle antiche raccolte dei Medici

Un'eccezionale scultura precolombiana della collezione Ligabue proveniente dal Messico e in mostra a Firenze

Un’eccezionale scultura precolombiana della collezione Ligabue proveniente dal Messico e in mostra a Firenze

Aztechi, Maya, Incas, tanto per citare le civiltà precolombiane oggi più famose, fino a cinque secoli fa erano dei grandi popoli sconosciuti. Oltre le “colonne d’Ercole” c’era l’ignoto o il mito: è “Il mondo che non c’era”. Per disvelare quel mondo bisognerà attendere il 1492, quando l’Europa sarà scossa da una scoperta epocale: le ”Indie”. Un evento che scardina la visione culturale del tradizionale asse Roma – Grecia – Oriente: “L’incontro di un nuovo continente è l’evento forse più importante nella storia dell’umanità”, ha affermato l’antropologo Claude Lévi-Strauss. In realtà si sarebbe dovuto attendere ancora qualche anno, per comprendere che le terre incontrate da Cristoforo Colombo nel 1492 non erano isole indiane al largo del Cipango (Giappone) e neppure le ricercate porte dell’Eden, ma un “Mundus Novus”: la scoperta della scoperta fu un’intuizione di un altro italiano, Amerigo Vespucci, ed è proprio in suo onore che pochi anni dopo alcuni geografi che lavoravano a Saint-Denis des Voges vollero chiamare il nuovo continente “America”. E i Medici, signori di Firenze, furono i primi governanti europei a decidere di conservare nelle loro collezioni alcuni degli affascinanti e spesso enigmatici manufatti arrivati dalle “Indie” come quelli dei Taino – gli indigeni incontrati da Colombo – che i conquistadores avevano portato in Europa. Invece fu Albert Dürer tra i primi a considerare quegli oggetti vere opere d’arte: di fronte ai regali di Montezuma a Cortes, giunti a Bruxelles nel 1520, scrisse: “Queste cose son più belle che delle meraviglie […] Nella mia vita non ho mai visto cose che mi riempissero di gioia come questi oggetti”.

Dal 19 settembre 2015 al 6 marzo 2016 il museo Archeologico di Firenze ospita la mostra "Il mondo che non c'era"

Dal 19 settembre 2015 al 6 marzo 2016 il museo Archeologico di Firenze ospita la mostra “Il mondo che non c’era”

Ora il “Mondo che non c’era” prende forma non a caso a Firenze in una mostra unica ed eccezionale in cui per la prima volta vengono esposti capolavori mai visti della Collezione Ligabue, preziose testimonianze delle antiche raccolte dei Medici e prestiti internazionali: 230 opere d’arte ci accompagnano in uno spettacolare viaggio nelle civiltà precolombiane a raccontare vita, costumi e cosmogonie delle culture del Centro e Sudamerica prima dell’arrivo di Colombo. Alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni in quella terra è appunto dedicata la spettacolare mostra che si terrà a Firenze dal 19 settembre 2015 al 6 marzo 2016 al museo Archeologico nazionale, con un corpus di capolavori – quasi tutti mai visti prima d’ora – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e delle Ande (Panama, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina): dagli Olmechi ai Maya, agli Aztechi; dalla cultura Chavin, a quelle Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca.

La mostra di Firenze è un omaggio a Giancarlo Ligabue fondatore e anima del Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia

La mostra di Firenze è un omaggio a Giancarlo Ligabue fondatore e anima del Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia

Promossa dal Centro Studi e Ricerche Ligabue di Venezia e dalla soprintendenza Archeologia della Toscana -museo Archeologico nazionale, prodotta da Ligabue SpA, con il patrocinio della Regione Toscana e del Comune di Firenze, la mostra presenta pezzi eccezionali e unici appartenuti proprio alle collezioni medicee, così come opere preziose del Musée du Quai Branly di Parigi e di prestigiose collezioni internazionali. Ma il nucleo centrale è costituito da una vasta selezione di opere delle antiche culture americane – mai esposte prima d’ora – appartenenti alla Collezione Ligabue. A pochi mesi dalla sua scomparsa, questa mostra vuole essere infatti anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) da parte del figlio Inti, che continua l’impegno nella ricerca culturale e scientifica e nella divulgazione, attraverso il Centro Studi fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo: paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista. Oltre ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture. Una parte di questa collezione è il cuore della mostra, curata da Jacques Blazy specialista delle arti preispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud. Tra i membri del comitato scientifico ci sono André Delpuech capo conservatore al Quai Branly e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig.

Una veduta del sito archeologico di Teotihuacan, la città dove si fanno gli dei, in Messico

Una veduta del sito archeologico di Teotihuacan, la città dove si fanno gli dei, in Messico

Le maschere funerarie sono tra i pezzi forti della mostra di Firenze

Le maschere funerarie sono tra i pezzi forti della mostra di Firenze

“La mostra Il mondo che non c’era”, spiega Inti Ligabue, che ha raccolto l’eredità del padre Giancarlo, “narra di quella parte dell’umanità che apparirà all’Europa solo dopo i viaggi di Colombo e degli altri navigatori ed esploratori. Il percorso tematico prevede di partire proprio da dove arrivarono i primi scopritori del continente americano e proseguire verso sud, scoprendo la bellezza ed il fascino delle culture andine. L’accento è posto sui due punti salienti della collezione Ligabue: la cultura della regione che gli archeologi denominano Mesoamerica, vale a dire, una gran parte del Messico, Guatemala e America centrale, da una parte, e le culture delle Ande ed in particolare Perù e Bolivia, dall’altro. A fianco dei pezzi provenienti dalle civiltà più conosciute come gli Aztechi, i Maya e gli Incas, altri altrettanto importanti evidenziano le culture occidentali del Messico, di Vera Cruz, di Guerrero o ancora degli Olmechi per il Mesoamerica, le culture Chavin, Moche, Nazca, Tiwanaku per le Ande centrali o ancora di Quimbaya, e di Tairona per la Colombia. Uno dei punti più alti della mostra prevede al centro del percorso la brillante civiltà Teotihuacan, la città più grande dell’America precolombiana, sviluppatasi nel Messico centrale durante i primi sei secoli dopo Cristo. La presenza di diverse maschere di pietra Teotihuacan è un vero e proprio evento: quelle delle vecchie collezioni di Jacob Epstein, Pierre Matisse, sono presentate insieme alla storica maschera della collezione dei Medici”.

Statuetta femminile seduta (Cultura Xochipala, stile Xalitla) dallo Stato di Guerrero in Messico (Preclassico medio, 900-600 a.C.)

Statuetta femminile seduta (Cultura Xochipala, stile Xalitla) dallo Stato di Guerrero in Messico (Preclassico medio, 900-600 a.C.)

Il viaggio, affascinante, nel cuore delle civiltà Mesoamericane prende dunque il via dalle testimonianze delle cultura Tlalica e Olmeca (dal 1200 al 400 circa a.C.), con esempi di quelle figurine antropomorfe di ceramica cava provenienti da necropoli, per lo più rappresentazioni femminili, con un evidente deformazione cranica, elaborate acconciature e il corpo appena abbozzato. La cultura Olmeca si diffuse attraverso tutta la Mesoamerica fino alla Costa Rica, compresa la regione di Guerrero (Xochipala) famosa per le statuine di donne nude, giocatori della palla, coppie o danzatori dai corpi modellati e realistici e, in genere, per la produzione lapidea (tra il 500 a.C e il 500 d.C.), che si svilupperà anche nella cosiddetta scultura Mezcala. Tra il 300 a.C. e il 250 d.C. l’Occidente del Messico si distinse per la realizzazione di tombe a pozzo collocate sotto le abitazioni. Il viatico funebre di queste tombe – formato da ceramiche a forma di granchio, cane, armadillo, rospo – è eccezionale e offre importanti informazioni sulla vita quotidiana e la religione. Tra le varie culture associate a questa regione, quella di Chupicuaro (il cui apogeo si situa tra il 400 e il 100 a.C.) è conosciuta per le statuette policrome di ceramica cava, delle quali sono in mostra alcuni notevoli esemplari, come la Grande Venere con la mani congiunte sul ventre, la testa deformata e gli occhi aperti a mandorla appartenuta alla collezione Guy Joussemet e ora in quella Ligabue. Quindi Teotihuacan: il primo vero centro urbano del Messico centrale, letteralmente “la città dove si fanno gli dei” e dove furono costruiti monumenti emblematici come la Piramide del Sole, quella della Luna e la Piramide del Serpente piumato. Leggendaria l’abilità dei tagliatori di pietra di Teotihuacan; l’arte lapidaria appare molto stilizzata, persino geometrizzata e ha prodotto pezzi monumentali ma anche le famose ed inconsuete maschere di Teotihuacan. Concepite secondo un modello standardizzato, con il volto a forma di un triangolo rovesciato, fronte e naso larghi, labbra spesse e sopracciglia marcate, le opere esposte in questa occasione (tra cui alcune provenienti dalle collezioni antiche di André Breton e di Paul Matisse) potrebbero essere servite come maschere funerarie. Una di queste, La maschera in onice verde, conservata al Museo degli Argenti è appartenuta alla collezione dei Medici ed è un esemplare davvero notevole di quella produzione. Interessanti per la perizia tecnica dell’ampia decorazione, sono i due punteruoli realizzati in ossa di giaguaro, animale emblematico del mondo mesoamericano associato alle più alte funzioni politiche e sacre. I due strumenti, originari di Michoacan – ma con un’iconografia tipica di Teotihuacan, glifi, testa di felino, fiamme- sono di probabile uso rituale, destinati per l’autosacrificio o a pratiche che implicavano la perforazione della carne: è incisa l’immagine del destinatario divino al quale il penitente offriva il suo sangue.

Le piramidi di Monte Alban, capitale religiosa del popolo Zapateco

Le piramidi di Monte Alban, capitale religiosa del popolo Zapateco

Della cultura Zapoteca – che si diffonde nel Centro del Messico nella regione di Oaxaca dal 500 a.C. al 700 d.C. e vede il suo centro nella città di Monte Albàn – sono altresì in mostra alcune delle famose urne cinerarie che appaiono dal 200 a.C. al 200 d.C. (II fase). Con la loro effige spesso antropomorfa, rappresentante un personaggio seduto con le gambe incrociate e le mani sulle ginocchia – probabilmente Cocijo, dio zapoteco della pioggia, del fulmine e del tuono – sono state trovate in differenti inumazioni; e resta da chiarire ancora la loro funzione. A introdurci nella cultura e nelle società dei Maya sono i sacerdoti, le divinità, gli animali addomesticati come i tacchini, i nobili riccamente adornati negli abiti e con bellissimi gioielli (spettacolare la collana di giada esposta) raffigurati in piatti, sculture o stele. Ma sono soprattutto i bellissimi e preziosi vasi Maya d’epoca classica, riccamente decorati, che forniscono informazioni sulla società e sulla scrittura di questa civiltà. Le divinità dell’inframondo, i giocatori della palla, i signori-cervidi e signori-avvoltoi, il drago celeste, il dio K’awiil o giovani signori dai copricapi piumati sono i protagonisti che popolano i vasellami in mostra. Sono Aztechi invece gli importanti  propulsori o atlati – utilizzati per lanciare frecce – provenienti dalle wunderkammer medicee e ora nel museo di Antropologia di Firenze: sono tra i pochissimi strumenti di questo tipo decorati in oro.

Una Venere ecuadoriana di Valdivia, in ceramica policroma, dalla collezione Ligabue

Una Venere ecuadoriana di Valdivia, in ceramica policroma, dalla collezione Ligabue

Il viaggio continua con le testimonianze dal Sud America: dalla spettacolare produzione delle prime ceramiche delle Veneri ecuadoriane di Valdivia, agli oggetti degli Inca; dal mondo dell’antico Chavin, dai tessuti e vasi della regione di Nazca, all’affascinante cultura Moche. Ma sarà l’oro – come quello dei Tairona (puro o in una lega con rame chiamata “tumbaga”) – a spingere nelle Ande spagnoli ed avventurieri alla ricerca dell’El Dorado, uno dei grandi miti, vero motore della Conquista. L’America, che aveva stupito e affascinato con i suoi “strani” indigeni, la natura così diversa e le sue meravigliose opere, in breve viene considerata solo per le tonnellate d’oro e d’argento che giungono sui galeoni in Europa. E se i Medici a Firenze conservano nelle loro raccolte le testimonianze del Mondo che non c’era – tra i capolavori in mostra anche un collier Taino del XIV-XV secolo – gli Spagnoli fondono quegli oggetti in metallo prezioso per usarlo poi come moneta.

Una maschera proveniente dal Messico e portata in mostra dal centro studi e ricerche Ligabue

Una maschera proveniente dal Messico e portata in mostra dal centro studi e ricerche Ligabue

“Questa mostra”, continua Inti Ligabue, “arriva in un momento molto particolare della mia vita. Mio padre, che ha dato inizio alla nostra importante collezione più di quarant’anni fa, è venuto a mancare alla fine di gennaio. Per me mettere mano agli oggetti che lui ha raccolto, scelto e in alcuni casi quasi letteralmente inseguito, rappresenta il modo migliore per ricordarlo attraverso una delle sue passioni. In un certo senso, per me, ne conferisce un valore e significato maggiore. È stato un grande privilegio poter condividere con mio padre l’amore per queste culture lontane e ancora poco conosciute, da lui ho imparato che il collezionismo non è solo il piacere di possedere opere d’arte ma anche, e direi quasi soprattutto, la curiosità ed il fascino verso la loro origine, i loro luoghi di provenienza, il contesto che li ha visti nascere e le storie di chi negli anni li ha studiati, conosciuti e raccolti. La passione e la conoscenza di un collezionista-viaggiatore nasce all’inizio anche dall’estetica, dal voler riportare attraverso gli oggetti le emozioni che essi hanno potuto suscitare nel momento della loro scoperta. Prima di rendere scientifica una passione c’è l’afflato del cuore, il segreto del disvelamento di oggetti che a poco a poco divengono intellegibili, si offrono ad una conoscenza graduale, raccontando vite passate, mondi lontani e differenti orizzonti. Il rigore scientifico nasce dopo l’irrazionalità dell’amore, della grande seduzione che opere dell’uomo di un tempo passato esercitano su chi vive il presente, sapendo che esse sono destinate anche al futuro. Il mecenatismo aiuta a diffondere la conoscenza evitando che oggetti importanti possano impolverarsi in dimore sontuose ma inaccessibili, la cultura è condivisione, non chiusura, e va favorita. Mi auguro – conclude – che questa mostra possa fornire una fresca prospettiva sull’arte dell’antico mondo precolombiano e che la fascinazione verso queste antiche e importanti civiltà possa trovare un numero sempre maggiore di appassionati”.

26. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto: ospite d’onore il Centro studi e ricerche Ligabue. Anteprima del poster ufficiale della rassegna

Anteprima del poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Anteprima del poster ufficiale della XXVI Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

La macchina organizzativa della XXVI rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto sta definendo i dettagli dell’intenso programma di proiezioni e di incontri in programma dal 6 al 10 ottobre 2015, che quest’anno prevede anche l’assegnazione del premio biennale “Paolo Orsi” al miglior film in concorso sul tema “Le grandi civiltà”. Intanto c’è già un’anteprima: il poster ufficiale della XXVI rassegna, destinato a essere il manifesto della manifestazione roveretana nel mondo. La scelta dell’immagine-simbolo fatta dal direttore della Rassegna, Dario Di Blasi, con la collaborazione dei grafici e del direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, non è casuale: un pendaglio in oro di arte precolombiana appartenente alla cultura Tolima (500-1000 d.C.), immagine gentilmente concessa dal Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia che quest’anno è l’istituzione culturale ospite d’onore della rassegna, presente con una serie di film dell’archivio Ligabue nel programma ufficiale e in una sezione collaterale dedicata a ripercorrere l’attività scientifica e di ricerca decennale del Csrl e a ricordare la figura del suo fondatore, Giancarlo Ligabue, scomparso lo scorso gennaio (vedi post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/). Non solo. “Sabato 10 ottobre, giornata clou della rassegna”, ricorda Di Blasi, “ripercorreremo l’avventura scientifica di Giancarlo Ligabue nella conversazione all’auditorium con il figlio Inti e soprattutto con Viviano Domenici ex responsabile delle pagine scientifiche del Corriere della Sera, e Adriano Favaro, collaboratore di Ligabue nelle principali missioni scientifiche, e direttore del Ligabue Magazine”.