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Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto: 56 film da una ventina di Paesi e sei conversazioni con protagonisti della ricerca archeologica. Ecco i titoli da non perdere

Il manifesto della 28.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto dal 3 all’8 ottobre 2017

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Giovanni Laezza, presidente della Fondazione Museo Civico di Rovereto

Il conto alla rovescia è iniziato per la più attesa kermesse sulla filmografia documentaristica della ricerca del mondo antico. Tra una settimana all’auditorium Melotti di Rovereto si aprirà ufficialmente la 28ma rassegna internazionale del Cinema archeologico, promossa dalla fondazione Museo Civico di Rovereto e diretta per l’ultima volta da Dario Di Blasi. Dal 3 all’8 ottobre 2017 saranno presentati 56 film da una ventina di Paesi, e si terranno 6 conversazioni con i protagonisti dell’archeologia: un’immersione totale nel lontano passato grazie alla sensibilità di alcuni dei migliori registi mondiali nel campo della divulgazione archeologica attraverso il cinema (vedi  https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/08/20/rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-prende-forma-il-programma-della-28-ma-edizione-dal-3-all8-ottobre-2017-sara-lultima-curata-da-dario-di-blasi-56-film-d/). “La manifestazione”, scrive nella presentazione della brochure della rassegna  Giovanni Laezza, presidente della Fondazione, “che da ben ventotto anni viene proposta dalla nostra istituzione ha molti meriti, primo fra tutti quello di ricordare la figura del roveretano Paolo Orsi, archeologo stimato, che con la sua opera scientifica ha portato alto il nome del Museo e della sua città natale, a livello nazionale e internazionale. Anche quest’anno ne celebriamo la memoria attraverso un premio a suo nome, il tredicesimo Premio Paolo Orsi consegnato al documentario giudicato da una giuria di esperti il più interessante tra le più recenti proposte cinematografiche a carattere archeologico, ritenendo che il cinema sia un mezzo suggestivo e straordinario per “raccontare” al grande pubblico il patrimonio culturale, sul quale accenderemo i riflettori alla presenza di ospiti illustri, scienziati, registi, ma anche importanti rappresentanti istituzionali”. Per tutto lo staff del museo, sottolinea il vice-direttore Alessio Bertolli, “la rassegna comporta una gran mole di lavoro: oltre alla selezione dei filmati più interessanti e accurati operata dai curatori, un anno intero di lavoro di un gruppo competente e appassionato è necessario per intrattenere rapporti con le produzioni internazionali e con gli illustri ospiti, per tradurre e rivedere i testi dei film stranieri, per curarne il doppiaggio e l’edizione italiana, per organizzare la logistica e l’intrattenimento e regalare alla città una settimana dove l’archeologia si sposta dalle sale istituzionali per avvicinarsi al grande pubblico attraverso il linguaggio diretto delle immagini. Una manifestazione unica, punto di riferimento per le molte altre che sono nate sulla sua scia, e che è per noi e per la città un motivo di grande orgoglio”.

Frame del film “La Pompei britannica dell’Età del Bronzo” di Sarah Jobling

E allora vediamo cosa offre il ricco programma della rassegna del cinema archeologico di Rovereto. La kermesse apre martedì 3 ottobre 2017, che approfondisce temi di preistoria. Al mattino, dai misteri dell’isola di Pasqua (Enquêtes Archéologiques – Île de Pâques: Le grand Tabou / Inchieste archeologiche – Isola di Pasqua: il grande tabù. Regia: Agnès Molia e Thibaud Marchand, Francia 2016) alla scoperta di un sito preistorico nell’est Europa (Doba bronzová. Objavenie pravekého sídliska / Età del Bronzo. Scoperta dell’insediamento preistorico. Regia: Stanislav Manca, Slovacchia 2016. Al pomeriggio, si va dal grande sito dell’età del Bronzo in Gran Bretagna (La Pompei britannique de l’âge du Bronze. Regia: Sarah Jobling, Francia 2016) alla cultura di Hallstatt (El Reino de la Sal. 7000 Años de Hallstatt / Il regno del sale. 7000 anni di Hallstatt. Regia: Domingo Rodes, Spagna 2013). La sera, da non perdere “Great Human Odyssey / La grande odissea umana”, regia: Niobe Thompson, Usa 2016.

Frammento di un bassorilievo assiro con il ritratto di re Sargon II dal palazzo di Sargon a Khorsabad in Iraq (museo delle Antichità di Torino)

Mercoledì 4 ottobre 2017 offre un programma particolarmente vario: dalla preistoria all’Antico Egitto, dalle popolazioni italiche preromane ai dinosauri. E c’è la prima conversazione:  alle 17.45, Frederick Mario Fales, docente di Storia del Vicino Oriente antico e di Filologia Semitica dell’università di Udine, parla de “Gli Antichi Assiri nell’odierno Kurdistan: Monumenti e iscrizioni da scoprire”. Tra i film, al mattino, “Handpas. Hands from the past / Handpas. Mani dal passato. Regia: José Camello, Spagna 2016; “Eravamo gente felice – Enotri”. Regia: Flaviano Pizzardi, Italia 2015; “La science se frotte aux momies dorme / La scienza si cimenta con le mummie dorate”. Regia: Nicola Baker, Francia 2016; “The Moving Statues of Alexandria / Le statue mobili di Alessandria”, Regia: Raymond Collet, Egitto 2016. Al pomeriggio, “Eis Pegas – Alle Sorgenti”. Regia: Andrea Giannone, Italia 2016; “A Gigantic Jigsaw Puzzle: The Epicurean Inscription of Diogenes of Oinoanda / Un gigantesco puzzle: l’iscrizione epicurea di Diogene di Enoanda”. Regia: Nazım Güvelŏlu, Turchia 2012. La sera, “Mémoires de Pierre: De l’art au Temps des Dinosaures? / Memorie di Pietra: L’arte al Tempo dei Dinosauri?”. Regia: Jean-Luc Bouvret e Benoît Laborde, Francia 2016.

Suggestiva visione dell’apadana di Persepoli

Terza giornata, giovedì 5 ottobre 2017, dedicata al mondo romano e all’Egitto dei Tolomei, ma anche all’antica Persia e al generale cartaginese Annibale. E proprio alle “Battaglie annibaliche attraverso le evidenze archeologiche, toponomastiche, letterarie: il  Trasimeno e altri episodi”, parlerà Giovanni Brizzi, docente di Storia Romana all’università di Bologna, nella conversazione delle 17.45. Al mattino da non perdere “Tecnologia mineira romana – o ouro de Tresminas / (The roman mining technology – the gold of Tresminas / Tecnologia mineraria – l’oro di Tresminas”. Regia: Rui Pedro Lamy, Portogallo 2015; “Limes”. Regia: Elli Kriesch, Germania 2016; “Did the ptolemies have a steam – powered force – pumpe? / I Tolomei avevano una pompa premente alimentata a vapore?”. Regia: Theodosis Tasios, Grecia 2014. Al pomeriggio, “Annibale al Trasimeno”. Regia: Luca Palma, Italia 2009. La sera, “Persepolis, le paradis perse. Enquêtes archéologique / Persepoli, il paradiso persiano. Indagini archeologiche”. Regia: Agnès Molia e Raphaël Licandro, Francia 2016; “Sensationsfund in Brasilien. Die ersten Amerikaner / Sensazionale scoperta in Brasile. I primi americani”. Regia: Peter Prestel e Saskia Weisheit, Germania 2016.

Frame del film “La tomba di Gengis Khan, il segreto rivelato”

Particolarmente ricco il programma del quarto giorno, venerdì 6 ottobre 2017, dall’imperatore Traiano a Gengis Khan, dalle misteriose linee di Nazca al popolo dei Mochicas, con un omaggio ai fratelli Castiglioni sull’Egitto all’anteprima di Alberto Castellani che introduce la conversazione alle 17.45 con Ken Dark, archeologo in Galilea, docente all’università di Reading, su “Gesù aveva una casa a Nazaret?”. Il mattino seguire i film “Traianus”. Regia: Livio Zerbini e Giovanni Ganino, Italia 2017; “Les secrets des lignes de Nazca / I segreti delle linee di Nazca”. Regia: Agnès Molia e Jacques Plaisant, Francia 2016; “Secret of Sakdrisi / Il segreto di Sakdrisi”. Regia: Toma Chagelishvili, Georgia 2016; “Dall’Egitto faraonico all’Africa di oggi”. Regia: Alfredo e Angelo Castiglioni, Italia 2016. Il pomeriggio, “Enquêtes archéologiques – Le crépuscule des Mochicas / Inchieste archeologiche – Il crepuscolo dei Mochicas”. Regia: Agnès Molia. Francia, 2015; “Rivisitare Nazareth. Archeologia e tradizione nel villaggio abitato da Gesù”. Regia: Alberto Castellani. Italia, 2017. La sera, “Facce di Etrusco”. Regia: Alessandro Barelli, Italia 2017; “La tombe de Gengis Khan, le secret dévoilé / La tomba di Gengis Khan, il segreto rivelato”. Regia: Cédric Robion. Francia, 2016.

Frame del film “Namibia. Il luogo dove regna il nulla”

E siamo arrivati alla giornata conclusiva, sabato 7 ottobre 2017, con la serata dedicata alle premiazioni. Con i film si viaggia lontano, dall’Australia (“Twelve canoes / Dodici canoe”. Regia: Molly Reynolds, Australia 2009) alla Namibia (“Namib. Der Ort an dem nichts ist / Namibia. Il luogo dove regna il nulla”. Regia: Rüdiger Lorenz e Faranak Djalali, Namibia 2016). Ma sono gli approfondimenti quelli che caratterizzano la giornata. Alle 11.15, tavola rotonda  su “Il Mondo Antico tra di noi? Realtà tridimensionale,  immersiva, aumentata, social e archeologia ai confini della realtà”, moderata da Antonia Falcone, archeologa, blogger e digital strategist, con Jacopo Bonetto (Progetto Nora – Università degli Studi di Padova), Davide Borra (NoReal), Alessandro Furlan (Altair4), Daniele Bursich (Gruppo Facebook “Archeologia, Beni Culturali e Nuove tecnologie”), Graziano Tavan (giornalista, archeologiavocidalpassato.wordpress.com): vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/09/18/nora-tra-archeologia-e-cinema-scavi-e-ricerche-multidisciplinari-delluniversita-di-padova-con-luso-delle-piu-innovative-tecnologie-per-studiare-valorizzare-e-comunicare-al-grande-p/. Alle 16.45, conversazione con Corinna Rossi, architetto ed egittologa, su “Raccontare il passato: l’archeologia tra fonti e interpretazioni personali”; e alle 17.30, Giulio Paolucci, direttore del museo civico Archeologico delle Acque di Chianciano, futuro direttore del museo Etrusco di Milano, e Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, converseranno su “Nuovi Musei e diffusione del Sapere”. La sera, alle 21, ma stavolta bisogna spostarsi al teatro Zandonai di Rovereto, cerimonia di premiazione con il saluto dell’ambasciatrice di Palestina, S.E. Mai Alkaila. Consegna del Premio “Paolo Orsi” e in chiusura, proiezione film più gradito al pubblico vincitore del premio “Città di Rovereto”.

Il personaggio di Indiana Jones “protagonista” dell’intervento di Graziano Tavan

Non solo film. Nell’ambito della rassegna sono previsti due eventi collaterali. Venerdì 6 Ottobre 2017, dalle 14.30 alle 17.30, a palazzo Alberti Poja, “Raccontare il patrimonio culturale. Dalla carta stampata ai social network”, corso di formazione per giornalisti a cura di Claudia Beretta, evento formativo accreditato dal Consiglio Nazionale  dell’Ordine dei Giornalisti. Relatori: Il giornalista Graziano Tavan su “Ricerca e divulgazione: l’archeologia sui giornali tra Tutankhamon e Indiana Jones” e l’archeologa e blogger Antonia Falcone su “Social Network per la comunicazione culturale. Strategie, tool, monitoraggio dei risultati e casi studio”. Mercoledì 4 Ottobre 2017, alle 18.30, a palazzo Alberti Poja, per “Incontro con… l’artista”  incontro con Maria Stoffella Fendros, artista roveretana protagonista della mostra temporanea ospitata a palazzo Alberti Poja. Introduce Micaela Vettori, curatrice della mostra “Il coraggio del colore. Maria Stoffella Fendros – Rovereto, Venezia, Firenze, Atene”, a palazzo Alberti Poja dal 28 settembre al 19 novembre 2017.

Nora tra archeologia e cinema: scavi e ricerche multidisciplinari dell’università di Padova con l’uso delle più innovative tecnologie per studiare, valorizzare e comunicare al grande pubblico il sito. Il prof. Jacopo Bonetto parlerà dell’esperienza di Nora alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Il prof. Jacopo Bonetto (foto Graziano Tavan)

Immaginate di avere a disposizione di una stand-cam e di poter tornare indietro nel tempo di oltre due millenni: è quello che hanno fatto nel sito romano-punico di Nora, nel sud della Sardegna, gli esperti dell’università di Padova, coordinati dal prof. Jacopo Bonetto, direttore del dipartimento Beni culturali. In un minuto e mezzo il video con ricostruzioni 3D condensa anni di studi e comparazioni, permettendo al grande pubblico di fare una passeggiata tra le case di Nora, come avrebbe fatto un antico romano, inerpicandosi fino al foro monumentale e al tempio. Gli scavi archeologici di Nora sono diventati così un esempio di studio, conoscenza e valorizzazione attraverso l’utilizzo di tutte le nuove tecnologie e i più vari canali di comunicazione.  E proprio di Nora e delle nuove tecnologie applicate all’archeologia parlerà il prof. Jacopo Bonetto nella conversazione “Il Mondo Antico tra di noi? Realtà tridimensionale, immersiva, aumentata, social e archeologia ai confini della realtà”, in programma la mattina di sabato 7 ottobre 2017 a Rovereto, giornata conclusiva della 28.ma rassegna internazionale del cinema archeologico diretta da Dario Di Blasi e promossa dalla Fondazione museo civico di Rovereto. Questo nuovo approccio allo scavo archeologico è stato possibile grazie al progetto MACH (Multidisciplinary methodological Approaches to the knowledge, conservation and valorization of Cultural Heritage: application to archeological sites), finanziato nell’ambito dei Progetti Strategici di Ateneo, a cui hanno preso parte studiosi afferenti a tre dipartimenti dell’università di Padova (Ingegneria, Beni culturali, Geoscienze). “Il progetto”, spiega il prof. Claudio Modena, responsabile di Mach, “ha inteso valorizzare le importanti competenze presenti in Ateneo nell’area di ricerca sui beni culturali, consentendo di sviluppare una metodologia integrata di studio dei beni architettonici e archeologici, che possa essere implementata in modo versatile e generale ai fini di ampliare le conoscenze del bene investigato, oltre che definire strategie conservative e di valorizzazione”.

Veduta aerea del sito archeologico di Nora, nel sud della Sardegna

“La città antica di Nora è posta sul limite sud-occidentale del golfo di Cagliari”, ricorda Bonetto, “e occupa un promontorio proteso sul mare ben visibile lungo le rotte di navigazione che solcavano il Mediterraneo dall’età del Bronzo in poi. Per questo fu interessata dal IX secolo a.C. dalle navigazioni dei Fenici, di cui divenne santuario, emporio e centro di smistamento dei prodotti dell’isola in relazione alle popolazioni nuragiche dell’entroterra. Divenuta colonia cartaginese nel corso del VI secolo a.C., entrò a far parte del dominio romano dal 227 a.C. e costituì un importante riferimento mercantile nelle rotte che univano l’Italia, l’Africa e la Spagna fino a età altomedievale, quando fu abbandonata”. Da sempre nota – continua Bonetto -, la città fu progressivamente riscoperta dalla fine del XIX secolo in poi e divenne la prima grande area archeologica dell’isola dagli anni Cinquanta del secolo scorso grazie agli scavi di Gennaro Pesce che riportarono alla luce oltre 3 ettari di rovine e un quadro monumentale di grande impatto. Attualmente risulta visibile la maggior parte della città venuta a formarsi nel corso dell’età romana e dotata di tutti i grandi complessi architettonici tipici dei centri dell’impero (Foro, Teatro, Templi, cinque Terme, acquedotto, Macellum, Basilica cristiana, domus).

I primi scavi a Nora risalgono alla fine dell’Ottocento

Le prime ricerche, ancora a livello pionieristico, risalgono alla fine dell’Ottocento (1889-1902) a cura di Filippo Vivanet e Giovanni Patroni, che portarono alla luce le necropoli della città. Negli anni Cinquanta, abbiamo visto, ci fu il grande lavoro di sterro di Pesce, mentre le ricerche sistematiche a Nora sono riprese dal 1990 con rinnovato impegno da parte di un gruppo inter-universitario (Padova, Milano, Genova, Viterbo, Cagliari) e dalla soprintendenza di Cagliari. Da allora gli scavi sono stati condotti ininterrottamente per 25 anni e si svolgono con cadenza annuale nei mesi di settembre e ottobre. Le indagini, svolte nelle forme di cantiere-scuola con la partecipazione annua di circa 45 studenti e il coinvolgimento delle scuole e della popolazione locale, riguardano diverse zone della città, del suburbio e del territorio e hanno permesso di giungere a una conoscenza della città che non ha confronti nel panorama delle ricerche archeologiche in Sardegna.  Le conoscenze acquisite sono inoltre state utilizzate per avviare piani di restauro dei complessi indagati e di valorizzazione materiale e virtuale dei percorsi turistici che permettono alla città di essere oggi visitata da 70mila visitatori.

La pianta del sito archeologico di Nora

Il prof. Bonetto spiega a un ospite il virtual tour di Nora

“Negli ultimi anni un impegno particolare dell’università di Padova”, sottolinea Bonetto, “è stato rivolto agli studi di carattere interdisciplinare dedicati particolarmente all’analisi dei caratteri strutturali dei monumenti (assetto statico e leganti), allo studio dei materiali da costruzione (identificazione e provenienza), all’identificazione delle tecnologie di produzione delle ceramiche (analisi delle argille e loro provenienza), alla valutazione delle variazioni del livello del mare. Negli oltre 300 articoli editi in diverse sedi editoriali, nelle 6 monografie della collana Scavi di Nora e nei diversi fascicoli della rivista Studi Norensi (http://quaderninorensi.padovauniversitypress.it) sono condensati i risultati delle ricerche che hanno permesso di riscrivere la storia della città e della sua cultura materiale dall’età nuragica fino al periodo tardo-antico”.

Si intitola “Nora. Il racconto dell’archeologo” il documentario di 27 minuti realizzato nel 2016 e diretto da Anna Ferrarese studentessa laureanda del corso di laurea magistrale in Scienze Archeologiche, relatore prof. Jacopo Bonetto. La voce narrante, di Antonio Andreetta, accompagna il racconto che si snoda attraverso immagini di repertorio girate in Sardegna, a Nora, sostenute scientificamente da esperti archeologi che approfondiscono alcuni aspetti interessanti del loro lavoro. Il soggetto è di Jacopo Bonetto, la sceneggiatura di Mirco Melanco, Anna Ferrrarese; riprese e montaggio di Alberto Fanin, Anna Ferrarese, Antonio Zanonato. Supervisione di Antonio Zanonato. Produzione di Mirco Melanco. Consulenza: Francesca Pazzaglia. Interventi: Simone Berto, Jacopo Bonetto, Filippo Carraro, Rita Deiana, Andrea Raffaele Ghiotto, Valentina Mantovani, Arturo Zara. Comparse: Alessandro Mazzariol, Federica Stella Mosimann, Maria Chiara Metelli, Federica Patuzzi. Questo video unisce archeologia e cinema, due anime componenti il Dipartimento dei Beni Culturali dell’università di Padova, sicuramente la più antica e la più, storicamente parlando, recente: in definitiva si tratta di una video-relazione piacevole nel suo narrare e particolarmente interessante dal punto di vista scientifico e culturale.

Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto: prende forma il programma della 28.ma edizione, dal 3 all’8 ottobre 2017. Sarà l’ultima curata da Dario Di Blasi: 56 film da venti Paesi, conversazioni con i protagonisti. Il simbolo della rassegna da una coppa egittizzante da Stabia oggi al Mann

Il manifesto della 28.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto dal 3 all’8 ottobre 2017

La 28.ma edizione della rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto prende forma. L’appuntamento, promosso dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto presieduta da Giovanni Laezza, è dal 3 all’8 ottobre 2017 all’auditorium “F. Melotti” di corso Bettini, dove saranno proiettati i 56 film in programma provenienti da una ventina di Paesi in rappresentanza di tutti i cinque continenti, e in sala convegni “F. Zeni” della fondazione Museo Civico in borgo Santa Caterina, dove la domenica 8 saranno presentati i film più graditi al pubblico e alla giuria internazionale. Quest’anno infatti ci sarà la 13.ma edizione del concorso biennale “Premio Paolo Orsi”, assegnato da una giuria qualificata composta da Maura Medri, archeologa e docente di Metodologia di ricerca archeologica e Archeologia dell’architettura all’università Roma Tre; Lulli Bertini, archeologa e regista cinematografica; Umberto Pappalardo, archeologo e docente di Archeologia classica all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli; Fari Djatali-Lorenz, regista e produttrice cinematografica Germania-Iran; Philippe Dorthe, presidente fondatore di Icronos, festival International du film d’Archéologie de Bordeaux.

Il prof. Frederick Mario Faled, assiriologo dell’università di Udine, apre le conversazioni alla Rassegna di Rovereto

Anche quest’anno alle 17.45, all’auditorium Melotti, sono previste conversazioni con alcuni protagonisti della ricerca archeologica moderate da Dario Di Blasi, curatore della rassegna internazionale del Cinema archeologico, e Barbara Maurina, conservatore per l’Archeologia del museo Civico di Rovereto. Il 4 ottobre 2017, interviene Frederick Mario Fales, docente di Storia del Vicino Oriente antico e di Filologia Semitica all’università di Udine, su “Gli antichi assiri nell’odierno Kurdistan: monumenti e iscrizioni da scoprire”; il 5 ottobre 2017, Giovanni Brizzi, docente di Storia romana all’università di Bologna, su “Le battaglie annibaliche attraverso le evidenze archeologiche, toponomastiche, letterarie: il Trasimeno e altri episodi”; il 6 ottobre 2017, Ken Dark, archeologo in Galilea, docente all’università di Reading, su “Gesù aveva una casa a Nazaret?”; il 7 ottobre 2017, Corinna Rossi, architetto ed egittologa, su “Raccontare il passato: l’archeologia tra fonti e interpretazioni personali”, e Giulio Paolucci, direttore del museo civico Archeologico delle Acque di Chianciano e futuro direttore del museo Etrusco di Milano, su “Nuovi musei e diffusione del Sapere”. Sempre al 7 ottobre, ma al mattino, alle 11.15, conversazione moderata da Antonia Falcone, archeologa, blogger e digital strategist, con Jacopo Bonetto, responsabile del progetto Nora dell’università di Padova; Davide Borra, NoReal; Alessandro Furlan, Altair4; Daniele Bursich, gruppo Facebook “Archeologia, Beni Culturali e Nuove tecnologie”; Graziano Tavan, giornalista del blog archeologiavocidalpassato.it, su “Il Mondo Antico tra di noi ? Realtà tridimensionale, immersiva, aumentata, social e archeologia ai confini della realtà”.

S.E. Mai Alkaima, ambasciatrice della Palestina in Italia

Ospiti internazionali sono confermati anche per la 28.ma edizione della rassegna internazionale del cinema archeologico. A Rovereto sono attesi S.E. Mai Alkaila, ambasciatrice di Palestina, che presenzierà nella serata conclusiva della rassegna, sabato 7 ottobre, alla cerimonia di premiazione dei film in concorso per il “Paolo Orsi” e per il “Città di Rovereto-Archeologia Viva”; dall’Egitto, Mostafa Amin Mostafa, segretario del Supreme Council of Antiquities of Egypt; Azza ElKholy, Head of Academic Research Sector della Biblioteca di Alessandria d’Egitto; Ahmed Mansour, Deputy Director of Calligraphy and Writing studies Center della Biblioteca di Alessandria d’Egitto; Mohamed Soliman, Head of Cultural Outreach Sector della Biblioteca di Alessandria d’Egitto.

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

“In un tempo di archeologia in frantumi  per guerre, terrorismo, incuria, aggressioni speculative”, scrive nella prefazione al programma Dario Di Blasi, curatore storico della rassegna, “si fa urgente per ogni comunità locale, in ogni parte del pianeta, il bisogno di occuparsi del proprio territorio, della propria storia a prescindere da quel che fanno o non fanno gli Stati nazionali, le organizzazioni internazionali, e le cosiddette istituzioni preposte alla tutela, alla conservazione e alla valorizzazione. Nessuna comunità è in grado di occuparsi di ciò a prescindere dalla conoscenza e dalla cultura e tutti gli strumenti che aiutano a diffondere conoscenza, sapere e cultura  come il cinema sono utili a  questo scopo. La rassegna è nata 28 anni fa per questo e questo rimane il suo intento”. Per Di Blasi questa sarà l’ultima rassegna: “Mi accingo a lasciare, dopo quasi trent’anni, questa attività legata alla rassegna  e non mi vergogno a citare ancora una volta queste frasi di Giovanni Semerano: …Solo i popoli che acquistano chiara coscienza del proprio passato sono in grado di costruire un avvenire commisurato alle proprie istanze, perché liberi da errori che gravano sull’antico cammino. Gli altri impigliati nei congegni di un mondo senz’anima, mimano ogni giorno una vita non alimentata da segrete salutari radici… È un linguaggio antico sempre più attuale!”.

Skyphos di ossidiana da Stabiae con scene di culto egiziano in mostra al museo Archeologico di Napoli

Simbolo della 28.ma edizione della rassegna roveretana è un particolare da una coppa in ossidiana conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli, per gentile concessione di Paolo Giulierini, direttore del Mann. “Il 21 e il 22 maggio del 1954, durante i lavori di scavo dell’ambiente n. 37 della Villa San Marco a Stabiae, l’attuale Castellammare di Stabia”, scrive O. Elia sul Bollettino d’Arte nel 1957, “si rinvennero numerosissimi frammenti di ossidiana finemente lavorata e una notevole quantità di fili d’oro e minuscole tarsie di malachite, diaspro giallo, lapislazzulo, corallo bianco e rosa, alcune ancora inserite in tralicci di lamine d’oro, che costituivano una ricca decorazione ad intarsio con motivi egittizzanti. Insieme con i frammenti furono anche rinvenute otto zampe leonine in argento forse appartenenti a un piccolo armadio in cui i preziosi vasi venivano custoditi. Gli scopritori, intuita l’eccezionalità del rinvenimento, trasferirono i frammenti presso l’Officina dei Restauri del museo nazionale di Napoli ove l’accurato e paziente lavoro di restauro permise di ricomporre due skyphoi quasi gemelli con decorazione egittizzante (Coppa A e Coppa B), uno skyphos più piccolo con elementi vegetali conservato quasi per intero (Coppa C) e parte di una phiale, una coppa poco profonda utilizzata per le libagioni, con scena nilotica”. “A questo primo restauro, conclusosi nel 1956”, ricorda Luigia Melillo della soprintendenza speciale per il Beni archeologici di Napoli e Pompei, “seguirono altri due interventi, uno effettuato nel 1964 e uno nel 1974, nel corso dei quali furono ricollocate ulteriori parti dell’intarsio e furono riassemblati frammenti delle anse. Ulteriori restauri nel 2011-2012 hanno consentito la corretta collocazione di alcuni frammenti e la riesposizione al pubblico delle tre coppe nel novembre 2012”.

Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto: il museo Civico di Rovereto presenta il primo volumetto di una collana didattica sull’Antico Egitto, illustra l’archivio digitale dei siti egizi con le fotografie di Maurizio Zulian, e anticipa il progetto Festival del Cinema archeologico con i film della Rassegna roveretana

Il manifesto della Fiera del Libro che si è tenuta ad Alessandria d’Egitto

Dalle Alpi alle Piramidi: il Museo Civico di Rovereto intensifica i progetti di collaborazione con i partner della Repubblica araba d’Egitto. A fare il punto dei risultati raggiunti è Barbara Maurina, conservatore per l’Archeologia della Fondazione MCR, con la delegazione roveretana, composta dall’assessore alla Cultura Maurizio Tomazzoni e dai rappresentanti della Fondazione Museo Civico (il vicedirettore Alessio Bertolli e il conservatore onorario Maurizio Zulian), al ritorno dalla Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto, tenutasi dal 23 marzo al 4 aprile 2017 nella prestigiosa sede della Biblioteca Alessandrina. Nell’ambito della manifestazione, in cui l’Italia era ospite d’onore, l’Istituto Italiano di Cultura ha presentato una serie di iniziative editoriali dell’Italia e di istituzioni culturali italiane, dedicando particolare spazio alla presentazione in anteprima dell’ultimo libro stampato al Cairo dall’IIC, redatto a cura della Fondazione Museo Civico di Rovereto in base a un progetto di collaborazione che ha preso avvio nel 2016.

La copertina del libro “Egitto, terra del Nilo”

“Il Museo Civico di Rovereto”, ricorda Maurina, “negli ultimi decenni ha potenziato in particolare il settore della didattica museale con programmi educativi, laboratori e iniziative editoriali specificamente dedicate al mondo della scuola. Si pone dunque in totale armonia con le attività della Fondazione il progetto, nato da un’idea del ministro delle Antichità dell’Egitto Khaled El-Enany e del direttore dell’Istituto Italiano Paolo Sabbatini, di una collana di libretti “tascabili” dedicati all’antico Egitto e destinati a un pubblico compreso fra gli 8 e i 12 anni”. Il primo libretto, “Egitto, terra del Nilo”, a cura di Barbara Maurina, è una presentazione dell’Egitto antico e costituisce una sorta di “pubblicazione-pilota”, cui potranno fare seguito altri volumetti dedicati a diverse tematiche sull’Antico Egitto. Il formato, messo a punto da Edizioni Osiride di Rovereto, cui si deve anche l’impostazione grafica, è particolarmente maneggevole (21×15 cm); il testo, bilingue (italiano/arabo), è stato redatto in un linguaggio semplice ed essenziale dall’egittologa Giuseppina Capriotti, direttrice del Centro Archeologico dell’Istituto Italiano di Cultura al Cairo. “Nella convinzione dell’utilità del gioco creativo nell’apprendimento infantile”, continua Maurina, “questa pubblicazione è stata concepita come un libro-gioco, con una parte (tavole da colorare, costruzione di una piramide) dedicata per l’appunto all’assimilazione dei concetti e delle informazioni di base attraverso il momento ludico. Le illustrazioni del libretto sono di due tipi: da un lato le tavole a colori originali di Davide Lorenzon dell’Accademia delle Arti Grafiche di Venezia, appositamente create per questa pubblicazione ed esposte, nell’ambito della Fiera del libro di Alessandria, in una mostra dedicata agli illustratori italiani di libri per bambini, dall’altro le fotografie di Maurizio Zulian, conservate nell’Archivio fotografico della Fondazione MCR”.

Il segretario del Supremo consiglio delle antichità dell’Egitto a Rovereto con Barbara Maurina e Maurizio Zulian

Com’è noto, la Fondazione Museo Civico di Rovereto da diversi anni, grazie all’instancabile attività del conservatore onorario Maurizio Zulian, intrattiene un proficuo rapporto con il ministero delle Antichità dell’Egitto, che nel 2004 ha condotto alla firma di una convenzione tra la Fondazione e il Supreme Council of Antiquities of Egypt, rinnovata e perfezionata nel 2015. Più recentemente l’istituzione roveretana ha attivato una nuova collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura al Cairo, il quale ha voluto coinvolgere la Sezione Archeologica del museo in un progetto editoriale a carattere sull’antico Egitto. “Entusiastica la risposta”, sottolinea l’archeologa roveretana, “ponendosi l’iniziativa in perfetta sintonia con la vocazione e la visione del Museo Civico, che pur riservando ampie energie alla ricerca storico-archeologica in ambito locale, ha però sempre mantenuto uno sguardo a 360 gradi sull’archeologia del Mediterraneo: si pensi solo che da Rovereto provengono gli scopritori delle culture preistoriche della Sicilia e della civiltà minoica a Creta, Paolo Orsi e Federico Halbherr”.

Maurizio Zulian e Barbara Maurina durante il loro intervento alla Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto

La presenza della delegazione roveretana alla Fiera del libro di Alessandria d’Egitto è stata l’occasione per illustrare anche l’archivio digitale roveretano dedicato all’archeologia e alle immagini dell’Egitto realizzate da Maurizio Zulian, accessibile al pubblico sul sito della Fondazione Museo Civico (www.fondazionemcr.it), A questa e alle altre attività divulgative museali è stato infatti dedicato, il 24 marzo, un intervento dal titolo: “The knowledge dissemination in a modern museum: the case of the Civic Museum of Rovereto Foundation”. Non si è persa poi l’occasione di presentare in anteprima la prossima edizione della Rassegna del Cinema archeologico di Rovereto e il progetto “Festival del Cinema Archeologico”, a cui la Fondazione sta lavorando in questi mesi in collaborazione con il Ministero degli Esteri italiano. L’iniziativa mira a promuovere in territorio egiziano una manifestazione itinerante dedicata all’archeologia, da tenersi al Cairo, ad Alessandria e a Luxor; protagonista il documentario archeologico, con una selezione dei migliori film dell’archivio roveretano. Le aree tematiche individuate sono i luoghi e le storie d’Italia, i luoghi e le storie dell’Egitto, le culture del Mediterraneo e i siti archeologici inaccessibili. “Un grande progetto”, conclude Maurina, “declinato in modi diversi, dunque, quello portato avanti dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto con il sostegno del Comune; un progetto che mira ad avvicinare il pubblico italiano a un Paese ricco di storia e fascino come l’Egitto e al contempo a divulgare all’estero la ricchezza di iniziative e attività culturali messe a punto dalle istituzioni roveretane”.

Egitto. I frammenti trovati alla periferia del Cairo appartenevano al faraone Psammetico I (XXVI Dinastia) e non a Ramses II: ora esposti nel giardino del museo Egizio del Cairo. Ne parla Zulian del museo di Rovereto al ritorno da una missione in Egitto, e spiega l’equivoco iniziale

Bambini di el-Matariya, un sobborgo del Cairo, si fotografo accanto al frammento della statua colossale appena scoperta

La copertina del libro “Egitto, terra del Nilo”

“Non è Ramses II”. A poco più di due settimane dall’eccezionale ritrovamento da parte di una missione tedesco-egiziana (“Una delle più importanti scoperte dell’Egitto”, aveva esultato il ministro egiziano delle Antichità, Khaled al-Anani) nel quartiere di el-Matariya, alla periferia del Cairo, dei frammenti della statua colossale di un faraone, subito associata al faraone più famoso, Ramses II, notizia che aveva fatto rapidamente il giro del mondo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/03/13/egitto-scoperti-alla-periferia-del-cairo-dove-tremila-anni-fa-sorgeva-la-grande-citta-di-eliopoli-i-frammenti-di-una-statua-colossale-di-ramses-ii-probabilmente-veniva-dal-tempio-che-il-grande-far/), gli archeologi egiziani correggono il tiro e danno un nome preciso al faraone ritrovato: “Psammetico I”. Il ché comunque lascia aperto ancora qualche interrogativo, essendo la più grande statua monumentale del Periodo Tardo mai trovata finora. A darne notizia, Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto della Fondazione Museo civico di Rovereto, al rientro in Italia dal Cairo dove, con la delegazione roveretana composta dall’assessore alla Cultura Maurizio Tomazzoni e dall’archeologa del museo civico Barbara Maurina, ha partecipato alla presentazione alla Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto, della pubblicazione bilingue italiano-arabo “Egitto, terra del Nilo”, curata dall’Istituto italiano di Cultura al Cairo con la Fondazione Museo civico di Rovereto.

I frammenti del torso e della testa coronata di Psammetico I nei giardini del museo Egizio del Cairo (foto Maurizio Zulian)

Maurizio Zulian in “missione” in Egitto

“Dopo la scoperta e il recupero a el-Matariya, i due frammenti del torso e della testa coronata, appartenuti alla statua di quello che si riteneva Ramses II, sono stati ripuliti e portati nel giardino esterno del museo Egizio del Cairo, visibili al pubblico, dove è posto anche il sarcofago di Auguste Mariette, il famoso egittologo che fondò il primo nucleo dell’Egizio nel 1858”, racconta Zulian. È proprio lì che l’esperto roveretano ha avuto modo di osservare da vicino i due frammenti ospite delle massime autorità egiziane, tra cui il segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità egizie, Moustafa Amin: “A chiarire ogni dubbio è stato il ritrovamento sul pilastro posteriore della statua scoperta il 7 marzo 2017 del cartiglio con uno dei cinque nomi del faraone: si tratta di Psammetico I (664-610 a.C.), il primo faraone della XXVI Dinastia con cui si apre il cosiddetto Periodo Tardo. Ma non c’è dubbio che questa datazione mostra dettagli arcaicizzanti dove le caratteristiche del re seguono stili di epoche diverse”. La statua, alta nove metri, è stata realizzata con la quarzite proveniente dalla cava di Gebel Ahmar nei pressi del Cairo. Proprio questa pietra molto resistente, costituita da arenaria con grani di sabbia cementati da quarzo, non solo ha permesso di resistere per due millenni e mezzo, superando il degrado e l’erosione delle acque del vicino Nilo, ma fa escludere che al momento del recupero da parte degli archeologi lo scorso marzo 2017 sia stata danneggiata dall’escavatore.

Frammento della testa coronata del faraone Psammetico I della XXVI Dinastia (foto Maurizio Zulian)

Ma come mai si era subito parlato di Ramses II? “Non dobbiamo mai dimenticare”, spiega Zulian, “che lì dove oggi c’è il quartiere di el-Matariya duemilasettecento anni fa sorgeva la città di Eliopolis, sacra al dio Sole, dove si sa sorgeva anche un imponente tempio di Ramses II, ricco di statue, che col declino dei faraoni caddero in rovina e divennero cava di materiale pregiato da riutilizzare all’occorrenza. Niente di più probabile quindi che questa in origine sia stata effettivamente una statua monumentale di Ramses II, che più di mezzo millennio dopo è stata riutilizzata e personalizzata da Psammetico I”.

Uno dei due frammenti trovati nel 2016 a el-Matariya con il dettaglio del rilievo di Ramses II (foto Maurizio Zulian)

Con l’occasione del trasferimento dei due frammenti della statua di Psammetico I nel giardino del museo Egizio del Cairo, il Supremo consiglio delle Antichità egizie ha deciso di portare anche i due blocchi scoperti nella stessa zona nel settembre 2016 sempre dalla missione tedesco-egiziana, blocchi che provenivano dal tempio di Ramses II costruito per il dio Amon e sua moglie, la dea Mut. Il rilievo rappresenta la cerimonia dell’unzione con il faraone Ramses II e la dea Mut seduta.

 

Rovereto porta nella capitale serba tre film per la rassegna internazionale del Cinema archeologico di Belgrado

Manifesto della 18ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Belgrado

Sono stati ben tre i film “messi a disposizione dell’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado dai loro autori grazie a Dario Di Blasi e alla preziosa collaborazione della Fondazione Museo Civico di Rovereto” per la 18ma edizione della rassegna internazionale del Cinema archeologico di Belgrado, organizzata dal 23 al 30 marzo 2017 alla cineteca Jugoslava di Belgrado, organizzata dal museo nazionale di Belgrado in collaborazione proprio con l’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado, uno dei suoi principali promotori fin dalla prima edizione. La Rassegna serba offre agli esperti del settore e al vasto pubblico di appassionati la possibilità di conoscere le produzioni più recenti nel settore dell’archeologia e delle discipline affini. L’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado ha partecipato alla 18ma edizione della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico sostenendo e promuovendo la presentazione di tre documentari, in lingua italiana con sottotitoli in serbo, dedicati a luoghi e momenti diversi del ricco patrimonio archeologico italiano. I film presentati sono stati, venerdì 24 marzo 2017, “Selinunte, città tra due fiumi” (Italia, 2015), regia di Alessandra Ragusa e Antonino Pirrotta; lunedì 27 marzo 2017, “Cirene Atene d’Africa” (Italia, 2016), regia di Giuseppe Dromedari; martedì 28 marzo 2017, “I confini del mare Tirreno e Adriatico diviso tra Etruschi, Fenici e Focesi” (Italia, 2016), regia di Maurizia Giusti.

A Rovereto la mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”: percorso più ricco e articolato rispetto a Firenze. A corollario proiezione di film a tema e degustazione della C-Sana, tisana elaborata dai botanici del museo Civico di Rovereto

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra "Il mondo che non c'era" a Rovereto

Inti Ligabue nel video-promo sulla mostra “Il mondo che non c’era” a Rovereto

per vedere il video clicca qui: http://www.ilmondochenoncera.it/rovereto/video/

L'imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

I vasi antropomorfi, le maschere, i pendagli vengono rimossi dalle vetrine, poggiati con cura sui tavoli di lavoro, impacchettati e riposti con grande attenzione nelle casse per la spedizione. Lui, Inti Ligabue, li segue con lo sguardo, quasi li accarezza amorevolmente, e li accompagna con un sospiro – come un genitore quando si stacca dai suoi figli -, mentre vengono caricati sui barconi per lasciare Palazzo Ligabue, sul Canal Grande a Venezia, con destinazione Rovereto, Palazzo Alberti Poja. È lì che poi li vediamo “rinascere” in un nuovo allestimento per la mostra “Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella collezione Ligabue”, aperta fino al 6 gennaio 2017. Il video-promo, ritmato da una musica andina particolarmente coinvolgente, proiettato senza soluzione di continuità per tutta la durata della XXVII rassegna internazionale del documentario archeologico di Rovereto, accoglie ora i visitatori della mostra “Il mondo che non c’era”: vita, costumi e cosmogonie delle culture Meso e Sudamericane prima di Colombo, raccontati da circa 200 opere d’arte della Collezione Ligabue. E bastano queste poche immagini per capire come la mostra non sia solo uno straordinario viaggio nelle civiltà precolombiane, ma anche un modo per conoscere “da dentro”, a due anni dalla sua scomparsa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/), la figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015), paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista. E tutto questo grazie alla sensibilità del figlio Inti Ligabue che ha aperto le porte di casa mostrando i tesori di famiglia. Proprio la fondazione Giancarlo Ligabue creata da Inti continua l’impegno di famiglia nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione, dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni (con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali di diversi Paesi) Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture.

Il suggestivo allestimento della mostra "Il mondo che non c'era" a Palazzo Alberti Poja a Rovereto

Il suggestivo allestimento della mostra “Il mondo che non c’era” a Palazzo Alberti Poja a Rovereto

Dopo il grande successo ottenuto a Firenze al museo Archeologico nazionale giunge dunque alla Fondazione Museo Civico di Rovereto nelle eleganti sale di Palazzo Alberti Poja, la mostra “Il mondo che non c’era” straordinaria esposizione dedicata alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni in quella terra. Un corpus di capolavori – esposti al pubblico in gran parte per la prima volta grazie a questo progetto – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e il territorio di Panama. Dagli Olmechi ai Maya, dagli Aztechi ai Coclé. La mostra racconta poi le Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina), dalla cultura Chavin, a Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca  (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/09/30/il-mondo-che-non-cera-dopo-firenze-arriva-a-rovereto-la-grande-mostra-sulle-culture-precolombiane-con-i-preziosi-reperti-della-collezione-ligabue-un-meraviglioso-viaggio-t/). E se un appassionato di civiltà precolombiane avesse già visto la mostra a Firenze, non rinunci a una gita a Rovereto, perché questa seconda tappa si presenta più ricca di informazioni  e meglio articolata negli spazi, col risultato che non solo è più accattivante e coinvolgente, ma addirittura sembra “un’altra” mostra. Il percorso dell’esposizione a Rovereto si snoda nelle varie stanze di Palazzo Alberti Poja per aree geografiche: dal Messico al Perù. Ciò permette di apprezzare non solo l’evoluzione delle espressioni artistiche nel medesimo territorio, ma anche il susseguirsi o il sovrapporsi delle diverse civiltà. E per facilitare la “lettura” dei tesori esposti in vetrina ecco ampi pannelli-poster in corrispondenza degli oggetti fissati sulle pareti movimentate con gigantografie delle architetture di quel periodo, di quella civiltà, di quel luogo. Il visitatore può così decidere se approfondire la conoscenza dei singoli oggetti senza disturbare chi si approccia alle vetrine.

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

La fondazione Museo Civico di Rovereto, in concomitanza con la mostra “Il mondo che non c’era”, ha organizzato proiezioni a tema il sabato e visite guidate la domenica. Ecco gli appuntamenti di dicembre. Alle 16, proiezione di un film della cineteca della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, compresa nel biglietto di ingresso alla mostra. Sabato 3 dicembre, “Una fanciulla sacerdotessa a Cahuachi” di Minoru Nakamura, Giappone, 53′; sabato 10 dicembre, “Naachtun, la citta maya dimenticata” di Stéphane Bégoin, Francia, 90′; sabato 17 dicembre, “Chavìn de Huantar. Il teatro dell’Aldilà” di Jose Manuel Novoa, Spagna, 52′. Visite guidate per il pubblico: tutte le domeniche di dicembre (escluso Natale) alle 16. Laboratorio creativo a tema per bambini: nel mese di dicembre tutte le domeniche (escluso Natale) alle 16, su prenotazione. Attività comprese nel costo del biglietto di ingresso. Visite guidate per i gruppi: su prenotazione, con degustazione guidata ‘Sulle rotte del cioccolato’ a cura della Enocioccoteca Exquisita di Rovereto. Costo: 5 euro a persona. E poi c’è un “Un sorso di conoscenza”: ai mercatini del Natale dei Popoli in piazza Battisti a Rovereto c’è uno stand dove si può degustare la C-Sana, la tisana del museo Civico, avere promozioni per l’ingresso alla mostra “Il mondo che non c’era”. Con una formulazione studiata dai botanici della fondazione Museo Civico di Rovereto in team con Aboca e le farmacie comunali di Rovereto, la tisana del Civico nasce per far conoscere la ricerca botanica del museo che da sempre studia, archivia e diffonde i dati sulla Flora del Trentino.

“Il mondo che non c’era”: dopo Firenze arriva a Rovereto la grande mostra sulle culture precolombiane con i preziosi reperti della Collezione Ligabue. Un meraviglioso viaggio tra vita, costumi e cosmogonie del Centro e Sud America prima di Colombo

L'arte precolombiana protagonista nella mostra "Il mondo che non c'era" promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

L’arte precolombiana protagonista nella mostra “Il mondo che non c’era” promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue

Sedici culture per scoprire “Il mondo che non c’era”: un meraviglioso viaggio tra vita, costumi e cosmogonie del Centro e Sud America prima di Colombo, raccontato attraverso duecento opere d’arte. Dopo il successo al museo Archeologico nazionale di Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/09/11/in-mostra-a-firenze-il-mondo-che-non-cera-viaggio-alla-scoperta-delle-civilta-precolombiane-del-centro-e-sud-america-con-i-tesori-mai-visti-della-collezione-ligabue-in-dia/) giunge a Palazzo Alberti Poja di Rovereto sede della Fondazione Museo Civico di Rovereto, la grande mostra che ci fa conoscere appunto “Il mondo che non c’era” (1° ottobre 2016 – 6 gennaio 2017) con gli straordinari reperti della Collezione Ligabue che accompagnano il visitatore nel cuore delle civiltà precolombiane: un corpus di opere – esposte al pubblico in gran parte per la prima volta proprio grazie a questo progetto – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador), del territorio di Panama, e delle Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina). Quegli oggetti precolombiani parlano di Olmechi e Maya, Aztechi e Tairona, Chavin e Tiahuanaco, Moche e Inca.

La "Venere" della cultura Chupicuaro (Messico)

La “Venere” della cultura Chupicuaro (Messico)

Un viaggio tutto da vivere. Proviamo a percorrerne insieme qualche tratto attraverso 16 oggetti emblematici esposti in mostra a Rovereto. Tra il III e il I sec. a.C., nello Stato di Guerrero, in Messico, si sviluppa la cultura di Mezcala ben rappresentata in mostra da un’enigmatica statuetta antropomorfa in diorite. La Venere in ceramica cava policroma a ingobbio beige chiaro e rosso mattone, nuda, il sesso sottolineato tramite incisione, piccole braccia staccate dal tronco con le mani congiunte sul ventre, rappresenta invece la cultura Chupícuaro (IV-I sec. a.C.), ancora in Messico ma nello Stato di Guanajuato. Più recente la cultura jalisco, espressione della statuetta antropomorfa in ceramica a ingobbio rosso mattone e ocra gialla: siamo sempre in Messico tra il I sec. a.C. e il III d.C. Con l’urna funeraria con l’effigie del dio Cocijo si entra nella successiva cultura zapoteca, che in Messico inizia con la fase Monte Albán (II sec. a.C. – II d.C.) e continua fino a circa l’800 d.C. Cocijo era il dio zapoteco della pioggia, del fulmine e del tuono.

"Maschera" della cultura Teotihuacan (Messico)

“Maschera” della cultura Teotihuacan (Messico)

Bellissima la maschera in serpentino verde scuro a superficie levigata, volto a forma di un triangolo rovesciato, fronte e naso larghi, labbra spesse e sopracciglia marcate: il reperto ci porta dritto nella cultura Teotihuacán (450-650 d.C), sempre in Messico. Invece tra Messico e Guatemala si localizza la cultura Maya (600-800 d.C.) del vaso cilindrico con divinità dell’inframondo: questo grande bicchiere è tipico di una forma della ceramica di stile codex che si utilizzava per bere la cioccolata durante le feste date dai membri dell’élite dirigente. Questi ultimi se li regalavano volentieri tra loro e poi ne rendevano imperitura la funzione destinandoli al proprio corredo funebre: è ciò che ha permesso ad un buon numero di queste ceramiche di giungere così ben conservate fino ai nostri giorni.  Spostandoci in Costarica, e tornando indietro di qualche secolo, troviamo la cultura Guanacaste (100-500 d.C.) con il pendente antropomorfo in pietra verde (giadeite) levigata e lucidata. Il pendente raffigura probabilmente il cosiddetto “dio ascia”, forse una divinità o un operatore rituale, la cui ricorrenza come soggetto iconografico risale al periodo olmeco. A Panama invece con l’olla in terracotta policroma sulla quale sono raffigurati una divinità e un alligatore, ci imbattiamo nella cultura Coclé (850-1000 d.C.).

Pendente in oro a forma di rana della cultura tairona

Pendente in oro a forma di rana della cultura tairona (Colombia)

Il viaggio continua lungo la cordigliera delle Ande in Ecuador dove si sviluppò l’antica cultura Valdivia – Chorrera (2000-1000 a.C.) cui appartiene il mortaio zoomorfo di serpentino verde in forma di giaguaro stilizzato. Prime “tracce” dell’El Dorado si riscontrano nella cultura tairona della Colombia (700-1000 d.C.) con pendenti in oro a forma di rana scolpita a sbalzo con foro sul collo. Nelle Ande del Nord, il lavoro dei metalli preziosi appare molto presto, circa verso la metà del primo millennio a.C. Proprio l’arte andina dell’oreficeria spingerà alla ricerca dell’El Dorado, uno dei grandi miti motori dei Conquistatori spagnoli. La bottiglia in ceramica a forma di sciamano della cultura Chavin-Cupisnique (1000 a.C) ci porta in Perù. Il personaggio seduto, con le braccia poste sopra le cosce e un volto dai tratti realistici, vestito con un perizoma, i lobi forati per due orecchini circolari, e una grande gobba, non era certo una persona comune, né un personaggio qualsiasi, bensì un essere con abilità sciamanica, abile per esempio nelle profezie dotato di capacità magiche speciali. Sempre in Perù troviamo la più famosa cultura Nazca (400-600 d.C.) a Rovereto ricordata da una bella coppa cerimoniale in terracotta ingobbiata, decorata su due registri sovrapposti: in alto una serie di teste trofeo stilizzate viste di profilo e ornate da corone plumarie; in basso corre un motivo formato da volti femminili giustapposti, conosciuto col nome di “facce di bambina”: le figure esprimono concetti e simboli appartenenti alla sfera della religione e non alle mode dell’arte decorativa, cioè simboli ritenuti dotati di un’efficacia che li rendeva attivi non solo nell’aldilà ma nella vita quotidiana.

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Vaso antropomorfo della cultura Moche (Perù)

Particolarmente interessante il vaso antropomorfo in ceramica della cultura Moche del Perù (100 a.C. – 200 d.C.): rappresenta il volto di un personaggio che porta al naso un anello d’oro. Le caratteristiche del volto, la fattura e l’anatomia che raggiunge livelli eccellenti di naturalismo – come in moltissimi vasi della cultura moche, che rappresentano governanti, malattie, mutilazioni e appunto volti – fanno pensare che una persona reale abbia posato per il ceramista. La più recente delle culture che si sono sviluppate in Perù è la cultura Inca (1300-1450 d.C.) che ritroviamo nel vaso urpu, terracotta dipinta con rilievo a forma di felino e manici per il trasporto.  Questa anfora, conosciuta col nome di urpu o ariballo con termine greco, era destinata al trasporto d’acqua e, più spesso, della chicha, o aqha, il vino ottenuto dalla fermentazione del mais.  Il nostro viaggio, prima della tappa conclusiva in Perù, si concede una deviazione in Argentina alla scoperta dell’antichissima cultura Las Bajas dei Tehuelche (2000-1000 a.C.), che ritroviamo nell’ascia cerimoniale intagliata in pietra e decorata a forma di otto con motivi geometrici. Questo tipo di ascia doppia di solito veniva utilizzata durante le cerimonie sacre e ha sempre mantenuto un grande significato simbolico.

Maschera funebre in rame coperto da lamina d'oro della cultura chimu-lambayeque (Perù)

Maschera funebre in rame coperto da lamina d’oro della cultura chimu-lambayeque (Perù)

Il nostro speciale viaggio si chiude in Perù con la straordinaria maschera funebre in rame ricoperto da lamina d’oro della cultura chimú-lambayeque (1300 d.C.). Nel Cinquecento, il cronista spagnolo Miguel Cabello de Valboa raccolse il mito che narrava l’arrivo dal mare dell’eroe fondatore Ñaymlap e del suo seguito regale. Approdato in quel tratto della costa pacifica che da lui avrebbe preso il nome, Ñaymlap era preceduto da un suonatore di buccina marina e da un servitore che precedeva i suoi passi spargendo polvere di conchiglie. Il capostipite delle genti di Lambayeque deriva il nome da un uccello acquatico (namla). Tra gli attributi, le ali e gli “occhi alati”, riproducenti le macchie oculari di alcuni uccelli o combinazione dell’occhio umano con ali. Il mito narra che in punto di morte sul dorso del sovrano crebbero ali ed egli volò al cielo lasciando la sua immagine intagliata nello smeraldo: l’idolo Yampallec, “icona di Ñaymlap”, che avrebbe assicurato al suo popolo prosperità e potere. Sedotto da un dèmone-femmina, l’ultimo sovrano, Fempellec, volle trasferire altrove la sacra immagine. Trenta giorni di piogge e un anno di siccità mutarono la fertile valle in terra desolata. Le maschere funerarie in oro, o rame dorato come questo esemplare, riproducono fattezze e attributi dell’antenato mitico: gli “occhi alati” e i dischi auricolari (orejeras) – gli stessi dei sovrani dei moche – contornati da una serie di globuli sbalzati, probabile simbolo della Luna, madre dell’umidità notturna, o del Sole padre della luce e della pioggia. Applicata al fardo funerario – l’involto di tessuti che copriva il corpo in posizione fetale – la maschera manifestava la partecipazione del defunto alla regalità divina dell’Antenato-Uccello. Dagli occhi cadono lacrime raffigurate da globuli di quarzo (in altri esemplari di resina di algarrobo).

L'imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue

Promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue di Venezia con il sostegno della Provincia Autonoma di Trento, del Comune di Rovereto, dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto e di Mezcala Expertises, main sponsor Ligabue Group, la mostra “Il mondo che non c’era” presenta dunque un nucleo scelto di opere delle antiche culture Americane della vasta Collezione Ligabue. A quasi due anni dalla sua scomparsa (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/26/e-morto-giancarlo-ligabue-imprenditore-archeologo-paleontologo-mecenate-sostenne-130-spedizioni-nei-cinque-continenti-fondo-il-centro-studi-ricerche-e-stato-lo-scienziato-veneziano-piu-famoso-a/), questa esposizione vuole essere infatti anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) – paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista – da parte del figlio Inti che, con la “Fondazione Giancarlo Ligabue” da lui creata, continua l’impegno nell’attività culturale, nella ricerca scientifica e nella divulgazione e dopo l’esperienza del Centro Studi e Ricerche fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo. Oltre infatti ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture. Una parte di questa collezione è il cuore della mostra aperta a Rovereto e che ha già affascinato il pubblico toscano e la stampa nazionale, curata da Jacques Blazy (tra i membri del comitato scientifico, André Delpuech capo conservatore al Musée du Quai Branly di Parigi e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig), specialista delle arti pre- ispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud. “Ringrazio per questa occasione Rovereto, città che da moltissimo tempo è un esempio significativo del nostro Paese per le scelte e le iniziative culturali, e con la quale – attraverso il sindaco Francesco Valduga e la Fondazione Museo Civico di Rovereto e Giovanni Laezza che la presiede – abbiamo avviato una cooperazione che ci rende orgogliosi e che ci procura nuovi e vitalissimi stimoli per future iniziative”, ricorda Inti Ligabue. “Ringrazio anche il direttore del Museo Civico di Rovereto, Franco Finotti e lo staff; e infine, in modo particolare, anche per la solida amicizia che viene da una lunga collaborazione dico un grazie a Dario Di Blasi, persona che è stata al centro di molte iniziative comuni con il Centro Studi e Ricerche prima e adesso con la Fondazione Giancarlo Ligabue”.

A Rovereto la XXVII rassegna internazionale del cinema archeologico: in cinque giorni più di 50 film da 14 Paesi, conversazioni e incontri con i protagonisti della ricerca archeologica. Le anticipazioni del direttore Dario Di Blasi

Il manifesto della 27.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Il manifesto della 27.ma rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Dario Diblasi direttore della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Più di cinquanta film in cinque giorni nella sezione principale all’auditorium Melotti, con tre conversazioni, una tavola rotonda e un laboratorio didattico; e altri tre film con altrettante conversazioni nella sezione “Arte, culto e spiritualità” nella sala conferenze del Mart: ecco in cifre la 27. Rassegna internazionale del cinema archeologico in programma a Rovereto (Trento) promossa dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, diretta, ideata e curata da Dadio Di Blasi. “Per molti anni”, scrive Di Blasi nella presentazione della Rassegna, “ho cercato filmati, preparato programmi cinematografici e coinvolto archeologi e uomini di cultura con l’intenzione di far conoscere e interagire tra loro culture e civiltà diverse, anche discordi tra loro, di luoghi ed epoche differenti, convinto di portare un sia pur piccolo contributo alla conoscenza e quindi alla tolleranza. In ventisette anni e altrettante edizioni della Rassegna ho visto con orrore ogni sorta di guerre, crudeltà e sopraffazioni, la guerra nei Balcani, la strage delle torri gemelle, un Medio oriente sempre in fiamme, eccidi di ogni tipo in Africa, migrazioni epocali a causa d’infiniti conflitti, non ultima l’anno scorso l’uccisione di Khaled al-Asaad a Palmira. Anche se malferma la speranza di contribuire alla conoscenza, alla tolleranza e alla pace non è mai morta comunque”. E continua: “Nella proposta di questa XXVII edizione lo spirito e le intenzioni sono e rimangono quelle originali. Il palinsesto cinematografico spazia nelle culture e civiltà di tutti i continenti, così come gli approfondimenti che coinvolgono l’America precolombiana, Pompei, l’Africa dei primi uomini, l’Egitto, l’arte parietale con le prime forme di spiritualità, il mito del mondo classico, ma soprattutto la domanda se i musei al giorno d’oggi abbiano ancora un ruolo e una funzione nella formazione e nella cultura, pur senza indulgere nella significativa ironia di chi disse, a proposito di musei, che Il sonno della ragione genera mostre”.

Un fotogramma del film "Impronta amerinda", una produzione francese

Un fotogramma del film “Impronta amerinda”, una produzione francese

La proposta di questa edizione – riassume Di Blasi – è, come sempre e soprattutto, una proposta cinematografica con film provenienti da 14 paesi ma che documentano epoche e territori diversissimi, la preistoria: Quand homo sapiens faisait son cinema (Francia), venerdì 7, al mattino; Dawn of humanity (Usa), sabato 8, al mattino; la Francia del Re sole: Marly, le Chateau disparu du Roi Soleil (Francia), mercoledì 5, al pomeriggio; mille anni di cultura islamica in Iran: Die Freitagsmoschee von Isfahan (Iran), venerdì 7, al pomeriggio; l’impero Khmer in Cambogia: Aux sources d’Angkor (Francia), mercoledì 5, alla sera; l’epopea vichinga con la scoperta dell’Islanda: Wiking Women-Sigrun’s wrath and discovery of Iceland (Germania), venerdì 7, alla sera; il popolamento delle Antille: Empreinte amerindienne (Francia), giovedì 6, al pomeriggio; il favoloso Perù: Chavin de Huantar. El teatro del Màs Allà (Spagna), giovedì 6, al pomeriggio; la sempre misteriosa Etruria: I confini del mar Tirreno e Adriatico diviso tra etruschi, fenici e focesi (Italia), venerdì 7, al pomeriggio; Sulle note del mistero. La musica perduta degli Etruschi (Italia), venerdì 7, alla sera; e il racconto “del mio eroe dell’infanzia”, Annibale: Tras la huella de Anibal (Spagna), venerdì 7, al pomeriggio.

Il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia: Massimo Osanna

Il soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia: Massimo Osanna

Anche nella XXVII Rassegna ci sono alcuni approfondimenti con protagonisti della ricerca: in tre mattine nella sala conferenze del Mart -Museo d’arte moderna e contemporanea per la sezione “Arte, Culto e Spiritualità”: Fabio Martini, archeologo preistorico dell’università di Firenze, il 5 ottobre propone “L’origine dell’arte. Documenti e problemi d’interpretazione “; Silvia Romani, docente di Mitologia classica e lingua greca all’università di Torino, il 6 ottobre “La terra di mezzo. Raccontare storie per comprendere il mondo“, e quindi Francesco Tiradritti, egittologo, docente all’università di Enna, il 7 ottobre “Ricerche nel cenotafio di Harwa: iniziazione e resurrezione nell’Egitto del VII sec a.C.“. In alcuni pomeriggi e mattine, al contrario nell’auditorium Melotti del polo museale, Giuseppe Orefici, archeologo, responsabile della missione a Nazca, giovedì 6, al pomeriggio, racconta “Centri cerimoniali e geoglifi a Cahuachi- Nazca”; Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, venerdì 7, al pomeriggio, “Nuove scoperte nei santuari pompeiani”; e Damiano Marchi, antropologo, docente all’università di Pisa, sabato 8, al mattino, “Homo naledi. Nuovi fossili scoperti in Sudafrica: è questa la zona d’origine del genere Homo?“. “A conclusione di queste giornate”, annuncia Di Blasi, “sabato 8, al pomeriggio, abbiamo voluto inserire anche una sorta di tavola rotonda dibattito per capire se il ruolo dei musei nella formazione di cultura sia ancora attuale. La proposta di dibattito con Cinzia Dal Maso, giornalista e blogger, e Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, quali moderatori è “Agitare prima dell’uso. Nuovi orizzonti del Museo”. Partecipano Daniele Jallà, presidente Icom Italia; Anna Maria Visser, università di Ferrara; Carmelo Malacrino, direttore museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria; Valentino Nizzo, direzione generale musei del MIBACT; Franco Marzatico, soprintendente ai Beni Culturali di Trento”. La rassegna chiude sabato 8 alla sera al teatro Zandonai di Rovereto con la cerimonia di premiazione e la proiezione del film più gradito dal pubblico con il premio “Città di Rovereto – Archeologia Viva”.

Al via la 7.ma edizione di Aquileia Film Festival: tre serate ad Aquileia nella prestigiosa piazza Capitolo con film della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto e le conversazioni di Piero Pruneti con Cardini, Cereti e Manfredi

Dal 27 al 29 luglio 2016 la 7.m edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo

Dal 27 al 29 luglio 2016 la 7.m edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo

Tre sere speciali per un tuffo nel passato: dal 27 al 29 luglio 2016 piazza Capitolo di Aquileia, davanti alla famosa basilica patriarcale dell’XI secolo, ospita alle 21  la settima edizione di Aquileia Film Festival, la rassegna di cinema di archeologia a ingresso libero organizzata da Fondazione Aquileia insieme ad Archeologia Viva e rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto/Fondazione Museo Civico Rovereto. Ancora una volta è l’archivio della Rassegna del cinema archeologico di Rovereto a fornire i titoli de palinsesto del festival dove spiccano due film del regista americano Gary Glassman, particolarmente interessanti e pluripremiati: uno su Santa Sofia, l’altro su Petra. Le proiezioni ogni sera sono intervallate da “conversazioni” a cura di Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva, secondo la formula ben collaudata di Rovereto. Ad Aquileia tre ospiti di eccezione: Franco Cardini, Carlo Cereti e Massimo Manfredi.

I protagonisti del film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova che apre il festival

I protagonisti del film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova che apre il festival di Aquileia

Ecco il programma. Si inizia mercoledì 27, alle 21, con il film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova (Spagna). Tra mummie, tombe e geroglifici, la storia di tredici scavi archeologici in Egitto sulle tracce di Djehuty, il supervisore del Tesoro di Hat-shep-sut, il primo faraone donna. I loro nomi sono stati sistematicamente cancellati 3500 anni fa per eliminarne il ricordo. Oggi un team scientifico internazionale ne ricostruisce la memoria indagando la necropoli di Ora Abu el-Naga a Luxor. Segue la conversazione con Franco Cardini, storico, saggista e grande esperto di Islam e Medio Oriente, che presenterà i suoi ultimi libri editi da Laterza “L’Islam è una minaccia (Falso!) e “L’ipocrisia dell’Occidente. Il Califfo, il terrore e la storia”. Quindi il film “Santa Sofia – Antichi misteri di Istanbul” di Gary Glassman (Usa). La basilica di Santa Sofia a Istanbul (oggi museo), poggia dal 537 su una faglia sismica che non cessa di destare preoccupazioni. Gli studi condotti da architetti, ingegneri e sismologi cercano soprattutto di comprendere i segreti della resistenza ai sismi della sua gigantesca cupola e sperano di scoprirne le debolezze nascoste.

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

La mostra "Leoni e tori dall'antica Persia ad Aquileia": ne parla Carlo Cereti

La mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”: ne parla Carlo Cereti

La seconda giornata giovedì 28 luglio inizia (sempre alle 21) con il film “Petra – la città perduta di pietra” di Gary Glassman (Usa). Perduta al confine di tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del mondo antico, Petra rappresenta un formidabile enigma. Oggi gli studi internazionali avviati da oltre venti anni cominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono emerge un’autentica capitale del deserto. Quindi in programma c’è la seconda conversazione del Festival. Ospite Carlo Cereti, addetto culturale dell’Ambasciata d’Italia a Teheran, che in occasione della mostra sull’Iran “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”, allestita al museo Archeologico nazionale di Aquileia, traccerà un quadro dell’Iran di oggi e di una cultura che ha avuto molti contatti col mondo occidentale. Chiude la serata “Il mistero del relitto del Baltico e la battaglia navale del 1712” di Florian Dedio (Germania). Il punto dove ebbe luogo una battaglia navale tra Svezia e Danimarca e il numero delle navi affondate sono rimasti ignoti per 300 anni. Nel 2011, un team di archeologi e storici ha battuto le acque del Baltico e scavato negli archivi navali di Svezia e Danimarca, scoprendo così diversi relitti della battaglia e documenti che descrivono l’accaduto. Con le riprese dei lavori e le ricostruzioni digitali dei relitti, il film rivela i segreti di una delle più grandi battaglie navali del Baltico.

L'archeologo Valerio Massimo Manfredi

L’archeologo Valerio Massimo Manfredi

Terza e ultima giornata venerdì 29 luglio. Alle 21 si apre con il film “Guerrieri rubati” di Wolfgang Luck (Germania). Come può una statua del tempio più famoso della Cambogia finire in un catalogo d’asta di Sotheby? Il documentario narra la storia di un caso spettacolare di trafugamento d’arte. Seguiamo la rotta della scultura di un guerriero sottratta da un tempio Khmer fino ad arrivare a un’elegante casa d’aste a New York. Un viaggio investigativo nel torbido mondo del commercio di antichità. Quindi incontro con lo scrittore e archeologo Valerio Massimo Manfredi, per la terza conversazione a cura di Piero Pruneti. Chiude la 7. Edizione di Aquileia Film Festival l’assegnazione al film più votato dal pubblico nel corso delle tre serate del Premio Aquileia, un pregiato mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli.