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Ariano nel Polesine (Ro). A San Basilio per “Incontri di archeologia” conferenza di Caterina Previato (unipd), direttrice della campagna di ricerche, su “Novità dallo scavo romano” nell’ambito del “Progetto San Basilio. Alla riscoperta del passato”. E con “Scavi aperti” visita al cantiere con gli archeologi

Il cantiere di scavo dell’abitato romano di San Basilio interessato dalla campagna 2025 dell’università di Padova (foto unipd)

Week end speciale a San Basilio di Ariano nel Polesine (Ro). Venerdì 6 giugno 2025, alle 18.30, per “Conferenza – Incontri di archeologia” al Centro Turistico Culturale San Basilio “Novità dallo scavo romano”, seconda conferenza nell’ambito del progetto San Basilio a pochi giorni dalla chiusura della campagna di scavo 2025 degli edifici romani di San Basilio diretta da Caterina Previato nell’ambito del “Progetto San Basilio. Alla riscoperta del passato” che vede coinvolti la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza, il museo Archeologico nazionale di Adria e il Comune di Ariano nel Polesine, con il sostegno della fondazione Cariparo. Sarà proprio la professoressa Previato del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova a presentare le novità scoperte in queste prime settimane di indagine al sito romano. Per info e prenotazioni: + 39 392-9259875.

Lo scavo dell’abitato romano di San Basilio nella campagna 2025 dell’università di Padova (foto unipd)

Ma non è tutto. Sabato 7 giugno 2025, alle 10, con “SCAVI APERTI”, ci sarà la possibilità di seguire da vicino le grandi novità emerse in queste settimane. È la seconda giornata dedicata alla visita dello scavo romano condotto dal dipartimento dei Beni Culturali dell’università di Padova. Il ritrovo è al Centro Turistico Culturale di San Basilio alle 9.45. Info e prenotazioni: +39 392 9259875

Monselice (Pd). “Scavi aperti” sulla Rocca: visite guidate con gli archeologi dell’università di Padova

L’appuntamento è per tutti i mercoledì di giugno 2025 sulla Rocca di Monselice (Pd) per “Scavi aperti”. Tornano infatti le visite guidate agli scavi archeologici sul Colle della Rocca di Monselice dove l’università di Padova opera su concessione del ministero della Cultura e grazie a un accordo con la Regione Veneto e Veneto Edifici Monumentali. Appuntamento quindi mercoledì 4, 11, 18 e 25 giugno 2025 alle 16. Prenotazioni e info: info@castellodimonselice.it, tel. 0429 72931.

Padova. Ai Musei Eremitani la conferenza “La preistoria e la protostoria a Padova ai tempi di Pigorini: dal Paleolitico all’Età del Bronzo” con Michele Cupitò (unipd), terzo appuntamento del ciclo “Padova per l’archeologia preistorica e protostorica a 100 anni dalla morte di Luigi Pigorini (1925-2025)” a cura di Michele Cupitò e Silvia Paltineri (unipd)

Martedì 3 giugno 2025, alle 17.30, in sala del Romanino, ai Musei Eremitani di Padova, la conferenza “La preistoria e la protostoria a Padova ai tempi di Pigorini: dal Paleolitico all’Età del Bronzo” con Michele Cupitò, archeologo del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova, terzo appuntamento del ciclo di conferenze “Padova per l’archeologia preistorica e protostorica a 100 anni dalla morte di Luigi Pigorini (1925-2025)”, organizzato dalle cattedre di Preistoria e Protostoria ed Etruscologia e antichità italiche, del dipartimento di Beni culturali dell’università di Padova, in collaborazione con il Comune e i Musei Civici di Padova e con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. L’ingresso è libero fino a esaurimento posti.

Michele Cupitò (foto graziano tavan)

La conferenza mira a delineare la particolare traiettoria di sviluppo che lo studio della preistoria e della protostoria seguì a Padova tra gli anni ’60 dell’‘800 e i primi anni ‘20 del ‘900, focalizzandosi soprattutto sul ruolo che in questo processo ebbero da un lato l’Università, dall’altro il Museo Civico. “Se, infatti, il primo interesse per le più remote fasi della storia dell’uomo nel territorio si deve alla figura di Pietro Paolo Martinati, fondatore della paletnologia veronese ma strettamente legato a Padova per ragioni di carattere familiare”, spiega il prof. Cupitò, “fu solo con Giovanni Canestrini, insigne naturalista, protagonista delle prime, pionieristiche ricerche sulle terramare dell’Emilia e primo traduttore di Darwin in Italia, che, a partire dal 1869, la nuova scienza ebbe spazio nell’ambiente accademico patavino. L’attività di Canestrini a Padova, tuttavia, non si concretizzò, come negli anni modenesi, in ricerche sul campo, ma, attraverso la creazione di una collezione didattica di reperti pre-protostorici, ebbe il chiaro obiettivo di includere organicamente anche lo studio dell’antichità dell’uomo nel percorso formativo degli studenti di Scienze naturali.

Il vicentino Paolo Lioy, scopritore delle palafitte di Fimon (foto wp)

“La prematura morte di Martinati e la scelta di Canestrini di puntare sulla didattica e di concentrarsi, per quel che riguarda le ricerche innovative, essenzialmente su quella che oggi chiamiamo archeozoologia – sottolinea Cupitò -, è forse la ragione principale del notevole ritardo con cui Padova si affacciò sul palcoscenico della paletnologia militante. Fu infatti solo nel 1885-1886 che, grazie all’interesse e al sostegno economico del Museo Civico, Federico Cordenons, studioso di formazione né archeologica, né naturalistica, ma ottimo conoscitore della letteratura paletnologica contemporanea – e, in primo luogo, delle opere di Paolo Lioy, scopritore fin dai primi anni ’60 delle palafitte di Fimon, sui Berici, e di altri siti preistorici vicentini –, intraprese un sistematico lavoro di ricognizione sui Colli Euganei; lavoro che portò all’identificazione dei primi siti preistorici e protostorici di questo territorio e allo scavo di quelli che ancora oggi sono due contesti chiave per l’età del Bronzo dell’Italia settentrionale, cioè la palafitta del Lago della Costa di Arquà e il sito di Marendole.

Il naturalista Giovanni Canestrini (foto unipd)

“La metodologia di ricerca e le riflessioni interpretative di Cordenons non possono essere certo annoverate tra i prodotti migliori della letteratura paletnologica dell’epoca e, non a caso, le urbane ma aspre critiche di Luigi Pigorini non tardarono a manifestarsi. È tuttavia senz’altro in Cordenons – il quale, tra l’altro, con gli inizi del ‘900, grazie probabilmente al magistero di Gherardo Ghirardini, migliorò decisamente il suo approccio alla pre-protostoria – che dobbiamo riconoscere il padre della paletnologia patavina. Una paletnologia – conclude Cupitò – che, tuttavia, nonostante l’interesse mostrato per la materia anche da Enrico Tedeschi, successore di Canestrini come docente di Antropologia all’Università, non ebbe statuto di disciplina accademica fino al 1925 – anno di morte di Pigorini, casualmente –, allorquando un giovane Raffaello Battaglia tenne il primo corso di Paletnografia. Ma questa è un’altra pagina della storia”.

Parma. All’auditorium dei Voltoni del Complesso monumentale della Pilotta la conferenza “Pigorini e la struttura delle terramare. Che cosa regge e cosa no centocinquant’anni dopo?” di Michele Cupitò (università di Padova), quinto e ultimo appuntamento del ciclo “Pigorini Cent’anni dopo 1925 – 2025”

All’auditorium del Complesso monumentale della Pilotta a Parma con la conferenza “Pigorini e la struttura delle terramare. Che cosa regge e cosa no centocinquant’anni dopo?” del prof. Michele Cupitò (università di Padova) giovedì 29 maggio 2025, alle 17, si chiude il ciclo di cinque conferenze “Luigi Pigorini. Cent’anni dopo 1925-2025” dedicate al grande archeologo nel centenario della sua morte. L’iniziativa è patrocinata dall’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria e realizzata in collaborazione con Arkheoparma e l’associazione Amici della Pilotta. Ingresso libero e gratuito fino al raggiungimento della capienza massima della sala (100 posti). Il principale argomento degli studi condotti da Pigorini nel corso della sua lunga carriera sono senza dubbio le terramare; già nel 1882, pubblica autonomamente i risultati dello scavo condotto a Castione Marchesi nel 1877 dando interpretazioni non più in linea con il modello proposto da G. Chierici. Verso la fine del secolo, dopo la scomparsa dello stesso i Chierici e di P. Strobel, Pigorini dirige una serie di campagne di scavo nella terramara del Castellazzo di Fontanellato, da cui progressivamente trarrà una ricostruzione dell’impianto/strutture del villaggio così articolate e complesse da far lungamente dubitare, dopo la morte di Pigorini, della loro attendibilità. Solo in anni recenti, a partire dal 1990 circa una nuova intensa stagione di studi dedicata ai siti dell’età della piena età del Bronzo a Sud e Nord del Po ha dimostrato e continua a svelare la validità del “modello” pigoriniano e la genialità del suo autore.

Michele Cupitò (foto graziano tavan)

Michele Cupitò è professore associato del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova. Titolare degli insegnamenti di “Protostoria europea e mediterranea” e “Protostoria dell’urbanizzazione in Italia settentrionale” è responsabile Didattica e Ricerca, Laboratori di Archeologia dell’università di Padova, e direttore scientifico degli scavi nei siti dell’età del Bronzo di Fondo Paviani (Vr) e di Villamarzana (Ro).

Padova. Al museo Eremitani, la conferenza “Donne negate donne dimenticate: committenti e artiste nel Medioevo” di Giovanna Valenzano, evento conclusivo del ciclo “8 marzo diffuso. Donne nella cultura”

Martedì 27 maggio 2025, alle 17.30, nella sala Romanino del museo Eremitani in piazza Eremitani 8 a Padova, la conferenza “Donne negate, donne dimenticate: committenti e artiste nel Medioevo”, evento conclusivo del ciclo “8 marzo diffuso. Donne nella cultura” organizzato dalla commissione Terza Missione del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova, insieme ai Musei Civici di Padova, per comprendere e valorizzare il ruolo delle donne nella cultura. Introduce Francesca Veronese, Musei Civici di Padova. Relatrice Giovanna Valenzano, università di Padova. Evento gratuito senza prenotazione ma ad esaurimento dei posti in sala. Seguirà un piccolo aperitivo presso la Caffetteria Etica.

La professoressa Giovanna Valenzano indica la statua di Caterina dei Franceschi, immurata in verticale, da un monumento funebre medievale (foto unipd)

Dopo i ritratti famosi di donne committenti come Matilde di Canossa, l’imperatrice Teofane o la padovana Fina Buzzacarini, la professoressa Giovanna Valenzano presenterà dei ritratti inediti di donne artiste, da lei per la prima volta pubblicati in un volume stampato a Parigi, mostrati per la prima volta a Padova. Giovanna Valenzano ci farà scoprire il ruolo di alcune donne che hanno fatto realizzare straordinari capolavori, dal Mille al XV secolo, illustrando figure femminili di imprenditrici e personalità di donne colte e dotte, in grado di interloquire con Papi e Imperatori. Oltre alla presentazione di donne dipinte o scolpite, la docente ci aiuterà quindi a riflettere sui meccanismi di rimozione e di negazione che hanno fatto scrivere a grandi studiosi di Medioevo, come Georges Duby, che non esistono donne artiste.

Padova. Scoperte dieci tombe protostoriche (Veneti antichi) durante i lavori di ristrutturazione nel complesso didattico della Campagnola, dell’università di Padova. Già nel 2022-2023 il cantiere aveva intercettato una prima necropoli di età romana costituita da 220 tombe

Cantiere di via Campagnola a Padova: scoperte dieci tombe di età protostorica (foto unipd)

Scoperta una necropoli dei veneti antichi alla Campagnola di Padova. Durante i lavori di ristrutturazione nel complesso didattico della Campagnola, dell’università di Padova, sono state scoperte dieci tombe risalenti all’età protostorica la cui datazione va dal VI-V secolo a.C. fino all’inizio della romanizzazione. Una delle scoperte più interessanti è una sepoltura di cavallo, che riveste un forte significato simbolico e rituale mentre un’altra tomba è stata trovata in una grande cassa di legno quadrata con due vasi ossuari, vari manufatti in ceramica e alcuni oggetti in bronzo e ferro.

Una fase dello scavo della necropoli protostorica scoperta in via Campagnola a Padova (foto unipd)

Una prima necropoli di età romana costituita da 220 tombe, sepolture databili tra l’età augustea e gli inizi del II secolo d.C. ovvero nel periodo di massima fioritura della città romana, era stata rinvenuta nel corso degli scavi eseguiti tra il 2022 e il 2023 per la realizzazione del nuovo studentato dell’università di Padova nel complesso ex Seef in via Campagnola a Padova (vedi Padova. A Palazzo Folco, sede della soprintendenza, conferenza “Padova, scavi urbani 2022: un’anteprima”: presentazione degli scavi archeologici alla Nuova Pediatria (contesti artigianali-produttivi) e in via Campagnola (necropoli con oltre 170 tombe, I-II sec. d.C.) | archeologiavocidalpassato). Le tombe, disposte in gruppi ravvicinati, suggeriscono un carattere familiare e i corredi funerari, di buona qualità, indicano che i defunti appartenevano a una classe sociale media. Nel 2024, dopo l’inaugurazione delle nuove aule, sono iniziati i lavori di ristrutturazione, tuttora in corso, delle palazzine su via Campagnola. Durante questi lavori sono state scoperte tombe più antiche rispetto a quelle romane, risalenti all’età protostorica. Sebbene la datazione precisa debba essere confermata dallo studio dei materiali, si pensa che possano coprire un periodo che va dal VI-V secolo a.C. fino all’inizio della romanizzazione. Fino ad ora sono state trovate circa dieci tombe, tra cui diverse “a dolio” (grandi vasi contenenti ossa e corredi), oltre a sepolture in casse di legno e pietra.

Una sepoltura di cavallo scoperta nella necropoli protostorica di via Campagnola a Padova (foto unipd)

Una delle scoperte più interessanti è una sepoltura di cavallo, che riveste un forte significato simbolico e rituale. In questa sepoltura, un cavallo è stato sepolto insieme a un grande dolio. Questo e altri dolii sono stati estratti, portati in laboratorio per un’analisi approfondita e poi restaurati.

Necropoli protostorica di via Campagnola a Padova: la tomba più ricca, trovata in una grande cassa di legno quadrata, contiene almeno 36 oggetti (foto unipd)

La tomba più ricca, trovata in una grande cassa di legno quadrata, contiene almeno 36 oggetti, tra cui due vasi ossuari, vari manufatti in ceramica e alcuni oggetti in bronzo e ferro, che suggeriscono un ceto sociale elevato. “Si tratta di un’acquisizione della ricerca straordinariamente importante”, chiarisce il soprintendente Vincenzo Tiné, “perché questa nuova necropoli Nord ci consente di accertare che i limiti della città veneta coincidono sostanzialmente con quelli della città romana, chiarendo definitivamente la straordinaria dimensione urbana della Prima Padova”. “I lavori avviati dall’università di Padova per la realizzazione di nuovi spazi dedicati alla didattica e alla vita studentesca hanno portato alla luce un patrimonio archeologico di grande valore”, afferma Daniela Mapelli, rettrice dell’università di Padova. “È una scoperta che arricchisce la conoscenza della storia di Padova e dimostra, ancora una volta, quanto sia preziosa la sinergia tra sviluppo urbano, ricerca scientifica e tutela del territorio. L’Ateneo, attraverso i suoi interventi, contribuisce non solo alla formazione e all’innovazione, ma anche alla valorizzazione della memoria storica della città”.

Ariano nel Polesine (Ro). Per “Progetto San Basilio” la conferenza di Jacopo Bonetto (unipd) e Giovanna Falezza (sabap-vr) apre gli “Incontri di archeologia” legati allo scavo dell’abitato romano e di quello etrusco di San Basilio. Ecco il programma delle conferenze e delle visite sui cantieri di scavo

Con la conferenza di giovedì 22 maggio 2025, primo degli “Incontri di archeologia”, torna l’archeologia a San Basilio di Ariano nel Polesine (Ro). Grazie alla collaborazione dell’università Ca’ Foscari di Venezia e all’università di Padova, impegnate nelle diverse attività di scavo archeologico, sono in cantiere numerose iniziative nell’ambito del Progetto San Basilio per andare alla riscoperta della ricchissima storia antica del sito di San Basilio. Appuntamento dunque il 22 maggio 2025, alle 18.30, al Centro Turistico Culturale San Basilio, per la prima conferenza sul “Progetto San Basilio”, tenuta da Jacopo Bonetto del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova e da Giovanna Falezza, direttrice del museo Archeologico nazionale di Verona e ispettrice della soprintendenza ABAP di Verona. Info e prenotazioni: +39 392 9259875.

Come si diceva, la conferenza del 22 maggio è la prima degli “Incontri di archeologia” che si tengono sempre al Centro Turistico Culturale San Basilio, alle 18.30. Gli “Incontri” continuano il 6 giugno 2025 con Caterina Previato (università di Padova); il 27 giugno 2025 con Giovanna Gambacurta (università Ca’ Foscari); l’11 settembre 2025 con Silvia Paltineri (università di Padova); il 7 novembre 2025 con Jacopo Turchetto (università di Padova). Affiancano gli “Incontri di archeologia” le visite al cantiere “Scavi aperti”, in programma il sabato mattina alle 10, con ritrovo al Centro Turistico Culturale San Basilio alle 9.45. Si inizia il 24 maggio 2025 con la visita all’abitato romano a cura dell’università di Padova che promuove anche la successiva del 7 giugno 2025. Invece il 21 giugno 2025 la visita a cura dell’università Ca’ Foscari è all’abitato etrusco, come quella del 12 settembre 2025, ma quest’ultima a cura dell’università di Padova.

Padova. Al museo Eremitani la conferenza “Un ‘re’ preistorico sospeso tra due mondi e la sua immagine a Padova” con il prof. Massimo Vidale (università di Padova) sulla statuetta di origine mesopotamica conservata al museo Archeologico patavino

Il museo Archeologico di Padova conserva una preziosa e rarissima statuetta di origine mesopotamica, risalente alla seconda metà del IV millennio a.C. (periodo di Uruk), acquisita nel 1876. Raffigura un personaggio maschile nudo, con barba, la cui identità ha suscitato un grande dibattito tra gli studiosi e resta tuttora incerta: si tratta forse di un re o di un re-sacerdote. Ne sono noti solo altri tre esemplari: due conservati al Louvre e uno a Zurigo. Martedì 20 maggio 2025, alle 17.30, nella sala del Romanino al museo Eremitani a Padova, se ne parla nella conferenza “Un ‘re’ preistorico sospeso tra due mondi e la sua immagine a Padova” con il prof. Massimo Vidale del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova. Introduce Francesca Veronese, direttore dei Musei civici di Padova. Questa sarà dunque l’occasione per focalizzare nuovamente l’attenzione sull’antico reperto e per fare il punto sulle nuove conoscenze. Ingresso libero. Info: tel. 049.8204580; musei@comune.padova.it

Padova. A Palazzo Liviano presentazione del libro “L’VIII secolo a.C. in Veneto” di Vanessa Baratella e del libro “Padova 800 a.C.” a cura di Vanessa Baratella e Massimo Vidale

L’VIII secolo a.C. in Veneto e a Padova in particolare lunedì 19 maggio 2025, alle 16.45, al museo di Scienze archeologiche e d’Arte di Palazzo Liviano a Padova, quando – a cura del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova – verranno presentati due libri: “L’VIII secolo a.C. in Veneto. Tipocronologia ed aspetti culturali sulla base delle evidenze funerarie” di Vanessa Baratella (Sap libri), interviene Marco Pacciarelli (università di Napoli “Federico II”); e il libro “Padova 800 a.C. Storia di un laboratorio e dei suoi metallurghi” a cura di Vanessa Baratella e Massimo Vidale (edizioni Antilia), interviene Cristiano Iaia (università di Torino).

Copertina del libro “L’VIII secolo a.C. in Veneto. Tipocronologia ed aspetti culturali sulla base delle evidenze funerarie” di Vanessa Baratella

L’VIII secolo a.C. in Veneto. Tipocronologia ed aspetti culturali sulla base delle evidenze funerarie. L’VIII secolo a.C. rappresenta un momento di cruciale importanza sul piano storico, sociale, politico ed economico per il Veneto preromano: è infatti in questo preciso orizzonte cronologico che i centri veneti sono coinvolti nel cosiddetto fenomeno della protourbanizzazione. Tale fenomeno si manifesta attraverso un processo di selezione e la concentrazione del popolamento in siti di notevoli dimensioni e densamente abitati – come Este, Padova, Gazzo Veronese, Oderzo e Concordia –, nei quali emergono in modo evidente strutture sociali di tipo gentilizio-clientelare. In concomitanza con l’affermazione del modello protourbano si attesta in tutto il Veneto l’adozione di un preciso repertorio di forme e decorazioni, che si discosta in modo evidente da quello tipico delle ultime fasi del Bronzo Finale e che viene definito, per l’appunto, veneto. Gli studi e le ricerche sul Veneto preromano si sono susseguiti sin dalla fine dell’Ottocento e hanno avuto sostanziale continuità fino ai primi vent’anni del Novecento. Dopo una lunga interruzione, dagli anni ’60 del Novecento l’interesse per il tema ha ripreso consistenza, attraverso la pubblicazione di fondamentali studi sulla cronologia relativa e assoluta e l’edizione di importanti contesti, tra i quali i sepolcreti del centro di Este. A seguito dell’ormai imponente mole di dati a disposizione per questo orizzonte, derivanti sia delle ricerche ottocentesche che dagli scavi più recenti, sorge ad oggi l’esigenza di una loro sistematizzazione, attraverso lo studio tipologico e cronologico dei materiali ed il loro inquadramento culturale, ai fini di un’analisi organica ed esaustiva delle occorrenze fino ad oggi note. Questo volume si propone, pertanto, di illustrare i risultati dello studio delle evidenze funerarie edite provenienti dalle necropoli venete e datate, in letteratura, all’VIII secolo a.C.; a questo ampio campione è stata affiancata una selezione di sepolture provenienti dai nuclei di necropoli di Este Fondo Rebato e Fondo Capodaglio ex-Nazari, contesti di fondamentale importanza che, ad oggi, risultano ancora pressoché del tutto inediti. Questo lavoro ha permesso di ottenere la formalizzazione di una tipologia di tutti i materiali (manufatti ceramici e diverse categorie di oggetti in bronzo – armi, ornamenti, vasellame in lamina –) e di proporne un inquadramento cronologico. La ricerca di confronti e parallelismi per i tipi individuati, volta alla definizione delle traiettorie di comunicazione e scambio con le comunità coeve, è stata condotta a medio ed ampio raggio, ovvero sia in contesti italiani – in primis di ambito villanoviano e golasecchiano – sia in quelli centroeuropei ed europei occidentali, nelle aree coinvolte dall’orizzonte di Hallstatt. Infine, l’applicazione del metodo statistico-combinatorio al fine dell’elaborazione di una tabella di associazione ha aperto la strada ad una nuova riflessione sulle potenzialità informative del campione analizzato: alcuni aspetti peculiari del rituale funerario veneto della prima età del Ferro, tra i quali, su tutti, la pratica delle riaperture delle tombe, giocano un ruolo particolarmente rilevante nella possibilità di identificare e definire fasi e sotto fasi dell’orizzonte in esame.

Copertina del libro “Padova 800 a.C. Storia di un laboratorio e dei suoi metallurghi” a cura di Vanessa Baratella e Massino Vidale

Padova 800 a.C. Storia di un laboratorio e dei suoi metallurghi. Questo progetto si è protratto per quasi tre anni (dallo scavo, alle analisi e alla pubblicazione dei risultati), e si è cercato di rispondere a molte domande sull’archeologia di Padova antica: si potevano datare con tecniche radiometriche i primi livelli abitativi di Padova? Dove si fabbricavano le ceramiche usate nei primi tempi della città? I vasi conservavano tracce di quanto gli antichi mangiavano e bevevano? Come erano organizzati il lavoro dei lapicidi e dei metallurghi, e i reticoli commerciali che tali attività sostenevano? La sfida è stata quella di cercare le tracce del sorgere di una intera città con uno scavo dilazionato nel tempo e in assoluto riduzionista, essendo il cuore dei dati incentrato su due metri cubi di deposito archeologico, nel quale erano tuttavia celati un sorprendente insieme di vasi ceramici e resti di installazioni e pratiche metallurgiche. I dati di scavo e lo studio formale dei reperti, sia artificiali sia biologici, sono stati integrati con una nutrita serie di approfondimenti analitici.

Padova. A Palazzo Folco, sede della Sabap, presentazione del libro “Nel suburbio di Padova – Il contesto funerario romano di via Sant’Eufemia”, a cura di Cecilia Rossi, Stefania Mazzocchin e Silvia Tinazzo, e visita al laboratorio di restauro della soprintendenza con illustrazione di alcuni reperti

La soprintendenza e il dipartimento di Beni culturali dell’università di Padova presentano giovedì 15 maggio 2025, alle 16, a Palazzo Folco, sede patavina della soprintendenza, in via Aquileia 7 a Padova, il libro “Nel suburbio di Padova – Il contesto funerario romano di via Sant’Eufemia”, a cura di Cecilia Rossi, Stefania Mazzocchin e Silvia Tinazzo. Interverrà la prof.ssa Patrizia Basso, del dipartimento Culture e Civiltà – università di Verona, e sarà seguita, alle 17.30, da una breve visita al laboratorio di restauro della soprintendenza, dove il gruppo di lavoro illustrerà alcuni reperti. Ingresso libero fino ad esaurimento posti disponibili. Per la visione dei reperti presso il laboratorio di restauro, per limiti di capienza, l’accesso avverrà con turni di 6 persone alla volta, fino ad un massimo di 30 persone. Al fine di organizzare al meglio la breve visita, sarà necessario prenotarsi all’arrivo in Soprintendenza, prima dell’inizio dell’evento.

Attività al Laboratorio Didattico di Archeologia Funeraria (LaDAF) dell’università di Padova (foto agnese lena / unipd)

Il libro raccoglie gli esiti del Laboratorio Didattico di Archeologia Funeraria (LaDAF), condotto nell’estate del 2018 nel Laboratorio di Archeologia del dipartimento di Beni culturali – università di Padova. Il laboratorio ha avuto per oggetto i reperti provenienti da un contesto funerario di età romana, con tombe e strutture di bonifica, rinvenuto a Padova nel 2017 tramite un intervento di archeologia urbana nel settore orientale dell’attuale centro storico, in antico parte del primo suburbio cittadino. Lo scavo era stato condotto con la direzione scientifica della soprintendenza ABAP Ve-Met che ha poi accordato lo studio alla dott.ssa Cecilia Rossi, all’epoca Ricercatore a tempo determinato del DBC. Le attività formative hanno visto la pulitura e la ricomposizione dei manufatti, la setacciatura con flottazione delle terre di rogo, lo studio bio-archeologico dei resti umani, il micro-scavo dei contenitori integri e il campionamento dei medesimi. Analisi archeometriche e indagini biomolecolari sono state condotte sui campioni raccolti per la definizione del contenuto originario. Alle attività laboratoriali è seguito lo studio di dettaglio dei reperti, suddivisi per categorie e classi, la ricostruzione delle dinamiche rituali e l’inquadramento finale del contesto in rapporto alle conoscenze pregresse sulla Padova di età romana.

Copertina del libro “Le necropoli romane di Padova romana” di Cecilia Rossi

“Avviato negli anni Novanta con i primi lavori di dettaglio su singoli contesti funerari, emersi durante scavi urbani”, scrive Elena Pettenò, funzionario archeologo della soprintendenza, “lo studio delle necropoli di Padova romana ha trovato una sistematica edizione nel volume, uscito alle stampe nel 2014, Le necropoli romane di Padova romana a firma di Cecilia Rossi. Ad un decennio di distanza esce il presente volume che si concentra su un piccolo nucleo sepolcrale, di età giulio-claudia, emerso durante i lavori di archeologia urbana in via S. Eufemia 7, verosimilmente parte della necropoli estesa ad est dell’abitato antico e in relazione alla via Annia. Dieci anni, quelli compresi tra il 2010 e il 2020, durante i quali interventi di ricerche stratigrafiche condotte nell’immediato suburbium di Patavium hanno portato a un incremento di scoperte con conseguente ampliamento dei dati che, analizzati secondo un nuovo approccio di studio più attento ai resti umani, hanno correttamente posto la componente antropica come fulcro della sepoltura e suo elemento cardine. Di qui la necessità di porre in evidenza gli elementi di novità, il saper andare a capo, aprirsi ad un nuovo inizio, con occhio attento agli aggiornamenti metodologici e non solo”.

Copertina del libro “Nel suburbio di Padova – Il contesto funerario romano di via Sant’Eufemia” a cura di Cecilia Rossi, Stefania Mazzocchin e Silvia Tinazzo

“Nella premessa al volume, curato da Cecilia Rossi, Stefania Mazzocchin e Silvia Tinazzo – continua Pettenò -, è proprio Cecilia Rossi che illustra – suggestivamente in prima persona, tanto gli anni di studio e ricerca sono stati vissuti intensamente- il suo percorso di studio più in generale e, nello specifico, come sia nato e si sia sviluppato il progetto LaDAF, ovvero Laboratorio di archeologia funeraria, un esperimento che si può, a buon titolo, dire riuscito, proprio con l’edizione del testo. Per meglio comprenderne la genesi è utile fare un passo indietro; l’evoluzione della ricerca personale della studiosa si è arricchita dell’esperienza di workshop organizzati presso l’Ècole Française de Rome circa la “ricostruzione delle dinamiche culturali e deposizionali”, per citare le sue stesse parole, temi poi maturati durante il soggiorno di studio presso il Centre Camille Jullian ad Aix-en-Provence. Esperienze di grande sinergia foriere di suggestioni per nuovi approcci e nuove letture che si sono andati a consolidare sulla base del lavoro pregresso”.

Vaso ossuario dalla necropoli di via Sant’Eufemia a Padova (foto sabap-pd)

“Il volume – spiega Pettenò – si articola in un primo capitolo dedicato allo scavo e alla definizione topografica della necropoli affiancata da un apprestamento di bonifica con anfore, plausibilmente coevo, cui segue una rigorosa presentazione dei materiali; elencati per classe, di ciascuna viene esplicitata le caratteristiche e i confronti con altri contesti locali, la cronologia, per poi fornire il catalogo di tutti i pezzi rinvenuti. Tale approccio si avvale dello studio attento alla cultura materiale che costituisce la cifra di Stefania Mazzocchini, mentre, per quanto riguarda i disegni, sono raccolti in tavole il cui layout si deve alla eccellente mano di Silvia Tinazzo. Segue un corposo capitolo dedicato alle diverse analisi di laboratorio che hanno coinvolti non solo specialisti dell’università di Padova, ma anche il Laboratoire Nicolas Garnier SAS di Viv-le Compte (Francia); si sottolinea l’approccio multidisciplinare tanto vasto da aprirsi a contesti di studio stranieri che implementano le conoscenze. Una sezione è poi dedicata al restauro, seguito dalla collega Sara Emanuele, la quale non solo ha coordinato le attività di restauro del laboratorio, ma ha fornito di fatto una sorta di stage agli studenti che vi hanno preso parte. Il testo si chiude con un’analisi critica dei rinvenimenti, dove viene posta attenzione alla topografia e al rituale del contesto funerario, arrivando a definire le caratteristiche della compagine sociale ivi sepolta e al suo stile di vita, ponendo attenzione alla presenza della bonifica di anfore e, elemento che costituisce un valore aggiunto, una disamina degli indicatori di attività artigianali”.

Attività al Laboratorio Didattico di Archeologia Funeraria (LaDAF) dell’università di Padova (foto agnese lena / unipd)

“Il volume – sottolinea Pettenò – si caratterizza per puntualità, acribia, rigore di metodo, in ragione della consolidata competenza delle tre curatrici, ciascuna per la propria specializzazione; un metodo, che, come si è anticipato, è solido e si arricchisce anche di esperienze straniere, per lo più d’Oltralpe. Non trascurabile è il fatto che lo studio del contesto sepolcrale di via S. Eufemia prevedesse, inizialmente, un esame individuale da parte di Cecilia Rossi; ma le caratteristiche delle sepolture (ubicazione, l’essere esito di uno scavo stratigrafico, l’ottimo stato di conservazione) hanno reso i manufatti adatti ad uno studio globale, che ha consentito di applicare una nuova metodologia di studio globale, comprensivo di numerose analisi. Ne è nata così un’esperienza corale che ha coinvolto studenti in formazione per il corso magistrale e specialisti di settore. Con lezioni frontali e attività pratiche, di cui il volume è ricco di riproduzioni fotografiche, la ricerca non si è sottratta alla formazione degli studenti, alcuni dei quali sono stati coinvolti anche nella redazione del volume, il cui ricco indice è emblematico del lavoro svolto”.

“Pare molto significativo anche il logo scelto per il laboratorio il quale, tra forme e colori, allude ad una ricerca innovativa. A tale proposito vale la pena sottolineare l’importanza delle analisi biomolecolari, volte alla comprensione del contenuto di alcuni manufatti, affidata alla vasta esperienza e competenza di Nicolas Garnier che ha assicurato l’inserimento dei dati patavini in un contesto più ampio “volto alla definizione delle pratiche cultuali antiche, a prescindere dalla datazione e dal contesto culturale di appartenenza”. Il volume porta, a pieno titolo, alla visione di un’umanità dentro e dietro alle cose dando al defunto la sua centralità e soffermandosi sul ruolo dei congiunti durante i rituali funebri, spingendosi fino alla ricostruzione della compagine sociale e delle dinamiche cerimoniali, con riflessioni sullo stile di vita e lo stato di salute degli abitanti di Patavium in età imperiale. Esito di un lungo percorso, attento alla globalità degli approcci cui si sono sottoposti i diversi manufatti, il volume – conclude Pettenò – costituisce l’elaborazione finale di un lavoro che si caratterizza come uno studio paradigmatico, grazie al quale si è approfondita la conoscenza della ritualità funeraria di Padova romana, chiarendo quella che poteva essere il “funerale standard” per il ceto medio patavino della prima età imperiale e, per riprendere la parole di Cecilia Rossi, “gli esiti delle indagini scientifiche si sono rilevate tutt’altro che scontati, dando modo di ampliare, correggere e mettere in discussione quanto affermato finora sulla base delle fonti letterarie”.