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Napoli. Il museo Archeologico nazionale propone “Sette statue per sette giorni”: anteprima virtuale della Sezione Campania Romana che aprirà nel giugno 2021 con sette scatti di Luigi Spina. Si inizia con la Notte dei Musei (solo virtuale)

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Le sale, ancora vuote, del Mann che ospiteranno la Sezione Campania Romana dal giugno 2021 (foto Mann)

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Rendering della nuova sezione Campania romana al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Al piano terra dell’ala occidentale del museo Archeologico nazionale di Napoli alcune sale, oggi vuote, ospiteranno nel giugno 2021 i capolavori della Campania Romana: la Sezione raccoglierà circa duecento reperti, provenienti dalle principali città romane della regione (non solo i grandi centri vesuviani come Pompei ed Ercolano, ma anche Cuma, Baia, Pozzuoli e Santa Maria Capua Vetere) e databili a partire dalla prima età imperiale. Nell’attesa il museo Archeologico nazionale di Napoli anticipa un suggestivo tour virtuale della Sezione Campania Romana: “Sette statue per sette giorni”, con sette post su Facebook ed Instagram.

L’Atlante Farnese uno dei simboli del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Luigi Spina)

Il viaggio online inizia su Facebook, simbolicamente il 14 novembre 2020 alle 20: per quella data e quello specifico orario era prevista la Notte dei Musei, con aperture straordinarie che, a causa dell’emergenza Covid, sono oggi trasformate in appuntamenti virtuali. Da sabato 14 novembre così, i fan e follower potranno trovare, nella rete, uno spazio per ammirare sculture quasi sconosciute: i capolavori scelti per questa preziosa e raffinata campagna digitale non saranno il Doriforo di Policileto, il Cavallo Mazzocchi o l’Afrodite di Capua, opere che pure figureranno nel riallestimento della Campania Romana, ma alcuni marmi che, provenienti per lo più dai depositi del Mann, arricchiranno le sale del piano terra nell’ala occidentale del Museo. A guidare gli internauti in un itinerario di scoperta, da vivere per ora con like, commenti e condivisioni, saranno sette splendide immagini di Luigi Spina: il fotografo ha ripreso a studiare la statuaria del Mann, con un impegno di ricerca pari a quello profuso per la Collezione Farnese. Se l’illuminazione e l’inquadratura saranno i primi strumenti per “interpretare” l’opera, facendone emergere il valore simbolico, culturale e sociale, la vera scommessa della campagna di Spina sarà conciliare le esigenze scientifiche della documentazione con il forte senso estetico espresso da marmi e bronzi: un approccio allo stesso tempo divulgativo e rigoroso, che non soltanto “premierà” gli appassionati di archeologia, ma anche i cultori di una ricerca evocativa ed emozionale sull’immagine.

La statua maschile del cosiddetto Germanico (I sec. d.C.) apre il tour virtuale anteprima della Sezione Campania Romana (foto Luigi Spina)

Primo post sabato 14 novembre 2020, dunque, con la statua maschile del cd. Germanico: proviene dal Macellum di Pompei, risale ai primi decenni del I sec. d.C. ed è uno dei tesori dischiusi dai nostri depositi. Quasi sconosciuta anche la testa di Apollo tipo Omphalos, che sarà postata la domenica: in ossequio alla dimensione “multicentrica” che connoterà la Sezione della Campania Romana, l’opera proviene da Cuma ed è copia romana (II sec. d.C.) di un originale di età severa. Per iniziare la settimana online, enigma e magnetismo nell’immagine della protome di Giunone, anch’essa svelata dai depositi: la testa, che per le sue dimensioni particolari (sessanta centimetri circa) probabilmente è parte di una statua di culto del Tempio di Giove a Pompei ed è databile al I sec. d.C. Ancora dai depositi, l’elegante figura femminile panneggiata (dal Foro di Ercolano, I sec. d.C.), così come non esposta da tempo la scultura di Olconio Rufo (I sec. d.C.), che proviene dal quadrivio di via Stabiana a Pompei. Completeranno l’anteprima social la statua femminile della Concordia Augusta (da Pompei, edificio di Eumachia, I sec. d.C.) ed il Busto di Plotina (dal settore cd. Mercurio del Palatium di Baia, 117-138 d.C., anch’esso custodito da molti anni nei depositi).

Protome di Giunone (I sec. d.C.) forse parte di una statua di culto del tempio di Giove a Pompei: sarò nella Sezione Campania Romana del Mann (foto Luigi Spina)

“Il lavoro sulla Campania Romana è da considerarsi una delle più significative ricerche fotografiche al museo di Napoli degli ultimi dieci anni”, commenta Luigi Spina. “Tutto questo si esplica in un’azione quotidiana di riprese che richiedono tempi precisi e giuste riflessioni per individuare l’unicità di ogni opera”. La campagna fotografica di Luigi Spina rientra nella prassi di valorizzazione del patrimonio museale, da divulgare e condividere in rete: nella recente rilevazione, realizzata dal Politecnico di Milano per la Direzione Generale Musei del Mibact, il Mann è risultato il museo italiano più attivo su Facebook, in termini di numero di post pubblicati (122)  nel settembre scorso. Così, nella compagine più complessiva e variegata dei dati inerenti alla “propensione social” degli istituti culturali, con particolare riferimento alla specifica attività su Facebook, il Mann conferma la cura nell’applicazione delle opportunità comunicative offerte dalla piattaforma: in questi tempi difficili, una risorsa indispensabile per mantenere vivo il dialogo con il pubblico.

Roma. Nella quarta puntata di “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica”, la band romana dei Måneskin protagonista in una passeggiata a ritmo di musica tra i palazzi imperiali del Palatino

I Måneskin protagonisti della quarta puntata di Star Walks . Quando il PArCo incontra la musica (foto PArCo)

Di gioventù, potere, Vent’anni, Palatino e Måneskin. La band romana invade i palazzi un tempo abitati dagli imperatori. Ad accompagnarli ci sono lo speaker di Rai Radio2 Massimo Cervelli e l’archeologo del PArCo Andrea Schiappelli, in una passeggiata a ritmo di musica tra i palazzi imperiali del Palatino, riflettendo sul rapporto tra giovinezza, potere e successo. Il peristilio della Domus Flavia, sede dell’imperatore Domiziano, accoglie il set della loro esibizione live. Dopo The Zen Circus, Clavdio e Silvestri, sono stati i Måneskin i protagonisti della quarta puntata della web-serie “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica”, sempre assieme all’importante media partnership di RAI Radio2, che si conferma il format della passeggiata a ritmo di musica insieme a un talent di Rai Radio2 lungo percorsi inediti, in un gioco di specchi, emozioni e rimandi di volta in volta diversi. La puntata registrata nel rispetto delle norme di sicurezza anti Covid-19. “Star Walks – Quando il PArCo incontra la musica” è un progetto del Servizio Comunicazione del PArCo (responsabile Federica Rinaldi), ideato e curato da Andrea Schiappelli (PArCo), con Elisa Cella (PArCo), Andrea Lai e Roberto Testarmata; produzione audio e video: Popup Live Sessions; Media-Partner: Rai Radio2; social-media manager: Astrid D’Eredità con Francesca Quaratino (PArCo),  Annalisa Vacca (Rai Radio2).

“Grazie a tutti i fan del gruppo per aver accolto questa puntata di Star Walks con grande entusiasmo!”, commentano al Parco archeologico del Colosseo. “E se vi è venuta un po’ voglia di vedere dal vivo i palazzi imperiali del Palatino protagonisti dell’episodio insieme ai Måneskin, abbiamo una notizia speciale, che purtroppo sarà valida solo quando sarà riaperto il parco dopo l’emergenza Covid: sotto i 18 anni l’ingresso è gratuito, mentre per i visitatori tra i 18 e i 25 anni il biglietto d’ingresso costa 2 euro, al PArCo come negli altri musei italiani e luoghi della cultura Mibact”.

Emergenza Covid-19: il parco archeologico di Ercolano chiuso per Dpcm. Il direttore Sirano: “I nostri visitatori sulle nostre pagine social continueranno a essere condotti in nuovi viaggi virtuali alla scoperta di contenuti, oggetti, storie dal passato”

Il Parco Archeologico di Ercolano, come da DPCM del 4 novembre 2020, rimarrà chiuso da oggi 6 novembre fino al 3 dicembre 2020 salvo nuove successive disposizioni, per contenere la diffusione del COVID-19. Si spengono le luci sul parco, ma non le attività. “I nostri visitatori continueranno a essere condotti in nuovi viaggi virtuali alla scoperta di contenuti, oggetti, storie dal passato”, assicura il direttore Francesco Sirano. “Noi continueremo a lavorare per la conservazione del sito UNESCO e per rendere il Parco di Ercolano ancora più accogliente. Ci rivedremo al più presto per scoprire insieme nuove storie e ritrovare di nuovo in presenza una parte delle nostre radici culturali”. E continua: “Un grazie da parte di tutto lo staff del Parco è rivolto proprio ai nostri utenti che hanno permesso un’accelerazione esponenziale delle pagine social del Parco di Ercolano nel 2020, che pur nella dolorosa circostanza della chiusura al pubblico imposta dall’emergenza sanitaria,  hanno offerto un arricchimento della visita con tanti contenuti ad hoc pensati non più solo per informare ma soprattutto per accompagnare il momento storico e creare senso di aggregazione, vicinanza, identità”. Le attività del parco si possono seguire sul web: https://ercolano.beniculturali.it/; su Facebook: https://it-it.facebook.com/parcoarcheologicodiercolano; su Instagram: https://www.instagram.com/ercolanoscavi/; su YouTube: https://www.youtube.com/channel/UCgpO_-ANFzlATc0CbObaQzg

Mibact, da venerdì 6 novembre chiusi al pubblico musei, archivi, biblioteche e aree archeologiche

In ottemperanza alle nuove misure di contrasto e contenimento dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 previste dal Dpcm 3 novembre 2020 (art. 1, lettera r), il ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo comunica che dal 6 novembre al 3 dicembre 2020 sono sospese le mostre e i servizi di apertura al pubblico dei musei, degli archivi, delle biblioteche, delle aree archeologiche e dei complessi monumentali di cui all’articolo 101 del codice dei beni culturali e del paesaggio.

Torino. Il museo Egizio si racconta in piemontese (la lingua dei suoi ideatori) nel progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri”: otto clip (una per ogni provincia) realizzate col Centro Studi Piemontesi e patrocinate dalla Regione Piemonte. Greco: “Ricerca e comunicazione non si fermano neppure con la pandemia”. Christillin: “Torino e il Piemonte: un rapporto antico con l’Egizio”. Cirio: “Egitto e Piemonte insieme contro la desertificazione linguistica”

La copertina del progetto del museo Egizio di Torino “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” (foto museo egizio)
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Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il museo Egizio non si ferma, nel rispetto delle regole. E si racconta in piemontese, la lingua dei suoi ideatori. Così mentre l’emergenza sanitaria non molla la presa, ed è imminente un nuovo Dpcm con ulteriori misure restrittive per contenere il contagio, come la chiusura di musei e mostre (e per il museo Egizio sarebbe la terza in questo horribilis anno 2020, dopo quella del 24 febbraio e dell’8 marzo), il direttore Christian Greco ne è certo: “In tempi di pandemia siamo tutti chiamati a fare la nostra parte, a seguire quanto ci viene chiesto. Ma non verremo meno alla missione del museo. Continueremo a curare, studiare, restaurare, custodire le collezioni egizie; e anche a comunicare, a mantenere il dialogo con il pubblico – locale, nazionale, globale -, perché il museo è la casa di tutti. E quando questa casa è chiusa, siamo noi ad andarli a trovare nella loro”. È in questa filosofia – di ricerca e comunicazione – che si inserisce il nuovo progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” otto clip realizzate in collaborazione col Centro Studi Piemontesi e patrocinate dalla Regione Piemonte in cui il museo Egizio di Torino si racconta in piemontese. Il progetto è stato presentato in un’inedita sala conferenze dell’Egizio priva di pubblico, con la presidente Evelina Christillin, il direttore Christian Greco, il governatore della Regione Piemonte Alberto Cirio e la direttrice del Centro Studi Piemontesi Albina Malerba a parlare davanti alla telecamera.

Gli otto personaggi, in rappresentanza delle otto province piemontesi, protagonisti del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” (foto museo egizio)

Il cammino di riscoperta delle proprie radici intrapreso dal museo Egizio in vista della celebrazione dei suoi 200 anni di vita nel 2024, avviato nell’autunno scorso con il riallestimento delle cosiddette “sale storiche” dedicate alla genesi della collezione egittologica torinese, vive oggi una nuova e inedita tappa. Un’operazione culturale vede protagonista la “lingua” della Torino dell’800, il tempo in cui l’istituzione vide la luce: il piemontese è infatti stato scelto come strumento per un viaggio narrativo sul filo della memoria che racconta la storia del museo Egizio e dei personaggi che l’hanno reso grande. Nascono così le otto clip del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” che, nel vero senso della parola, ridà voce, con la parlata del loro tempo (ma con sottotitoli in italiano), ad alcune delle più autorevoli figure del passato del Museo, ciascuna legata a una provincia della nostra regione. Sarà quindi possibile ascoltare in perfetto piemontese le vicende di Bernardino Drovetti nel video dedicato alla provincia di Torino, quelle del casalese Carlo Vidua per la provincia di Alessandria, conoscere l’astigiano Leonetto Ottolenghi, il biellese Ernesto Schiapparelli, per la provincia di Cuneo il monregalese Giulio Cordero di San Quintino, per quella di Novara Stefano Molli, natio di Borgomanero, mentre la provincia di Vercelli sarà rappresentata da Virginio Rosa e quella del Verbano Cusio Ossola da Giuseppe Botti.

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Evelina Christillin, presidente del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

“Nell’assolvere al nostro ruolo di custodi di un patrimonio culturale che appartiene all’umanità intera”, spiega la presidente del museo Egizio, Evelina Christillin, “abbiamo al contempo il dovere e l’onore di valorizzare il legame che ci unisce a Torino e alla Regione Piemonte, di cui siamo ambasciatori nel mondo. Un rapporto antico in cui affondano le origini di questa storica istituzione, in virtù del quale la comunità regionale vive con orgoglio la presenza del museo Egizio sul proprio territorio, così come noi siamo orgogliosi di far parte della storia del Piemonte e di rappresentare un punto di riferimento per la sua gente. Raccontando nel nostro dialetto le vicende dei personaggi provenienti dalle otto Province del territorio, desideriamo dedicarle al 50esimo anniversario della fondazione delle Regioni italiane, e a tutti coloro che ne hanno costruito la storia”.

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Il Centro Studi Piemontesi è attivo da mezzo secolo a Torino

“Il Centro Studi Piemontesi”, spiega la direttrice, Albina Malerba, “da sempre ha a cuore la collaborazione con chi è impegnato nella valorizzazione dell’immagine e della storia del Piemonte e ha accolto con entusiasmo l’invito del museo Egizio, una bella e ghiotta occasione – dovremmo dire galupa in piemontese – per raggiungere un pubblico più ampio e probabilmente meno avvezzo alle parlate della nostra terra, ma che ci auguriamo possa affezionarsi a questa lingua di lunga e ricca tradizione letteraria nonché glottologico-linguistica. Come Centro Studi siamo depositari e promotori di una lingua capace di indiscutibile forza espressiva e creativa, e dunque non diminutivamente confinabile nell’esercizio di un quotidiano e purtroppo sempre più povero parlare. Per i testi del progetto del Museo abbiamo optato per il piemontese di koinè, cioè quello della tradizione letteraria scritta (e anche parlata nel capoluogo), che tuttavia non rinuncia ad accogliere apporti di altre realtà più periferiche. Una soluzione ragionevolmente obbligata, che certo non sottovaluta le singole e plurime parlate del Piemonte, ma consente una più ampia e comune comprensibilità”.

Nel corso dei mesi di novembre e dicembre, ogni martedì con cadenza settimanale, il canale YouTube del museo Egizio proporrà queste otto storie esclusive, offrendo al pubblico non soltanto l’opportunità di riscoprire il dialetto piemontese quale patrimonio linguistico accessibile, ridando vigore e dignità alla cultura regionale, ma anche l’occasione per dare un volto ai protagonisti di grandi imprese e guardare da una nuova prospettiva al legame fra questa regione e l’antico Egitto. Ciascuno degli otto racconti si fonda su notizie documentate ed accertate seppur restituite da una narrazione creativa, non inverosimile, con l’intento di accompagnare i fatti reali ai sentimenti, alle ambizioni e allo spirito di uomini che guardarono allo studio, alla scoperta e alla cultura come uniche vie di arricchimento e crescita della società. Il medesimo approccio ha inoltre guidato la scelta della colonna sonora che caratterizza i video: si tratta della Danza Piemontese op. 31 di Leone Sinigaglia (1868-1944) nell’esecuzione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino. Anche Sinigaglia è un illustre figlio del Piemonte, formatosi fra Torino, Vienna e Praga, la cui produzione musicale comprende opere sinfoniche, da camera e vocali. Molti dei suoi lavori, e quello che accompagna i racconti del Museo Egizio ne è un esempio, traggono spunto dal patrimonio della musica popolare piemontese e si fondono con gli schemi formali del romanticismo tedesco.

Da sinistra, Albina Malerba, Alberto Cirio, Evelina Christillin e Christian Greco alla presentazione in streaming del progetto “Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri” (foto Ansa)
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Il logo della Regione Piemonte nel 50.mo dell’istituzione

Il progetto ha raccolto l’attenzione della Regione Piemonte, che l’ha patrocinato quale omaggio del museo Egizio ai piemontesi e alla loro terra nell’anno in cui si celebrano i 50 anni della costituzione delle Regioni a statuto ordinario. Un omaggio realizzato grazie alla collaborazione e alla piena condivisione dell’iniziativa con il Centro Studi Piemontesi, la cui attività istituzionale si fonda proprio sull’impegno scientifico volto a promuovere lo studio della vita e della cultura piemontese in ogni sua manifestazione, nella convinzione che un’identità affonda le sue radici più vere e profonde nel proprio patrimonio storico e culturale. “Non è un paradosso parlare la lingua piemontese dentro al più grande museo egizio del mondo”, interviene Alberto Cirio, governatore della Regione Piemonte, che non è voluto mancare alla presentazione del progetto, nonostante questo difficile momento. “La storia si incarica sempre, prima o poi, di scuotere la scatola della memoria per disvelare arcani misteri. Erano Piemontesi e parlavano piemontese i collezionisti del tempo quando fu pensato e costruito il secondo più grande museo dedicato alle antichità egizie dopo quello del Cairo. A queste persone, la cui storia è pressoché sconosciuta se non per gli addetti ai lavori, gli organizzatori hanno dedicato l’omaggio più grande, quello di farli parlare in video attraverso i loro manoscritti trasformandoli così da nomi stampati sui libri in personaggi che raccontano le loro scoperte nella lingua del loro tempo. Nel 50esimo anniversario delle identità regionali siamo orgogliosi di aver sostenuto questa iniziativa geniale nella sua «intuizione scenica», e allo stesso tempo pedagogica quando ricorda che la nostra terra custodisce beni materiali di inestimabile valore ma anche immateriali come quello dell’antico idioma che parlavano i nostri antenati. Spesso parliamo per acronimi che condensano meccanismi complessi in poche letterine che testimoniano la dolorosa rinuncia ai nostri idiomi, da quello nazionale a quelli dialettali. Egitto e Piemonte – chi l’avrebbe detto – uniscono oggi le forze per resistere alla tempesta della desertificazione linguistica, ma anche per omaggiare personaggi illustri della nostra regione che parlavano piemontese anche nelle terre d’Oriente. C’è, tuttavia, un significato ulteriore – conclude – che segna il passo di iniziative come questa che coincidono con il «senso della continuità» e la voglia di «proseguire» per portare a termine un progetto, un’idea un programma che non si fermano neppure di fronte alla pandemia trasformando così le insidie della condizione umana in opportunità”.

“Mann at work, il museo che cresce”: presentato il Piano Strategico 2020-’23 del museo Archeologico nazionale di Napoli che fa i conti con il Covid-19. Il direttore Giulierini: “Il Mann sarà il più importante museo archeologico al mondo per l’arte classica. Consegneremo alla città di Napoli il suo museo completamente riaperto, epicentro di un ‘Quartiere della Cultura’ pronto ad accogliere nuovamente il mondo”

“Mann at work, il museo che cresce”: è lo slogan scelto per racchiudere la filosofia del secondo Piano Strategico 2020-2023 (edito da Electa), documento che focalizza i principali obiettivi da realizzare nel quadriennio appena iniziato, presentato in streaming nel rispetto delle norme anti-Covid, “manifesto” del secondo mandato della direzione di Paolo Giulierini che conferma un’innovativa impostazione di management: il “MANN at work” racconta se stesso e come cambierà nel prossimo futuro, in termini di ampliamento delle collezioni fruibili, organizzazione di grandi eventi, promozione di nuove interazioni territoriali, dove trait d’union di attività solo apparentemente diverse è l’accessibilità fisica e culturale del Museo. ”Ci avviamo verso un anno ‘strategico’ per il nostro Museo che, nel 2021 sarà interamente restituito alla fruizione del pubblico, mai così vasto e  stupefacente nei suoi immensi giacimenti di capolavori, mai così aperto alla città”, esordisce Giulierini.  “Lo annunciamo  in giorni difficili, che ci chiamano alla testimonianza come presidi culturali e al massimo impegno verso gli obiettivi che ci siamo dati. Il Mann, museo della città, dalla prossima primavera avrà un  nuovo accogliente atrio a ingresso libero, e sarà gratuito anche l’accesso al giardino storico della Vanella. Tremila sono i mq della nuova area espositiva. In estate riscopriremo, nell’ala occidentale, le splendide sale chiuse da mezzo secolo dove torneranno i capolavori della Campania Romana.  In autunno, con il raddoppio delle sezioni pompeiane,  il Mann potrà orgogliosamente definirsi  il più importante  museo archeologico al mondo per l’arte classica. In questi ultimi mesi la  pandemia ci ha fatto riconsiderare la struttura  stessa del  nostro piano 2020-2023, che ora presentiamo anche alla luce delle attuali  priorità.  Resta  comunque salda la rotta da noi  prefissata all’inizio del primo mandato: lavoriamo  per consegnare alla città  di Napoli il suo museo completamente riaperto,  epicentro di un ‘Quartiere della Cultura’  pronto ad accogliere nuovamente il mondo”.

L’invito alla presentazione della rinnovata sezione Preistoria e Protostoria del museo Archeologico nazionale di Napoli, aperta solo pochi giorni prima del lockdown
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Tanto pubblico attorno alle “Tre Grazie” uno dei capolavori di Antonio Canova esposti nella mostra al Mann

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Il cratere di Altamura, uno dei capolavori della collezione Magna Grecia del Mann (foto Graziano Tavan)

Il Piano Strategico ’20-’23 è in raccordo e in continuità con il primo documento di programmazione (’16-’19), quattro anni densi di attività scientifiche, iniziative culturali, interventi sugli spazi museali, rapporti internazionali e di molteplici occasioni di relazione con il tessuto sociale, economico e civile del territorio: tutti dati raccolti nei Rapporti Annuali (l’ultimo, quello del 2019, è stato illustrato sempre in streaming da Elisa Napolitano e Pasquale Sasso) non solo esempio di trasparenza amministrativa, ed esempio in Italia per altre istituzioni culturali, ma anche strumenti di lavoro che vanno oltre gli addetti ai lavori. E i numeri di questi primi quattro anni di gestione Giulierini sono la conferma di questa politica culturale. Ingressi: +76% con un 2019 da record: 670.594 ingressi, +8,7% rispetto al 2018, 314 giorni di apertura al pubblico, con 13.500 metri quadri accessibili al pubblico. Entrate complessive del museo: registrato un trend crescente, passando da 16 milioni di euro del 2018 a 31,5 del 2020 (bilancio previsionale). Interventi strutturali:  numerosi gli assi di intervento, tra questi il riallestimento o l’allestimento ex novo di collezioni permanenti; i lavori di completamento e di rifunzionalizzazione del cosiddetto Braccio Nuovo; la riapertura dei giardini storici e la valorizzazione di spazi verdi chiusi o in stato di abbandono. “Si è così passati dai circa 6.300 mq di superfici espositive a oltre 14.600 mq, cui si aggiungono i circa 3mila mq di giardini aperti al pubblico, che in precedenza erano invece chiusi”. Nuovi allestimenti: nel 2016, la Sala dei culti orientali e la Sezione Egizia, l’anno successivo la Sezione Epigrafica, nel 2018 la risistemazione dell’atrio del museo, unitamente al riallestimento della Tazza Farnese; nel 2019 è stata riaperta la sezione della Magna Grecia, uno dei nuclei storici del Mann; nel 2020 è stata inaugurata la Sezione della Preistoria e Protostoria ed è stato effettuato il restyling della sezione affreschi e dell’instrumentum pompeiano. Offerta culturale del museo: si è sviluppata attraverso lo svolgimento di numerose esposizioni temporanee, secondo alcuni assi narrativi principali: Archeologia del Mann, Alla scoperta dei tesori del Mann, Riflessione sull’antico, Classico-anticlassico, Contemporaneo e antico, Il museo ospite. “Complessivamente, sono state realizzate 21 mostre nel 2016, 19 esposizioni l’anno successivo, 23 mostre nel 2018 e 27 nel 2019. Tra le più importanti ricordiamo Pompei e l’Europa nel 2015, Mito e Natura nel 2016, Longobardi tra il 2017 e il 2018, Mortali Immortali, i tesori dello Sichuan tra il 2018 e il 2019, Canova e l’Antico nel 2019, Lascaux 3.0 e Gli Etruschi e il MANN nel 2020”.   

E poi è arrivato il coronavirus. “I mesi compresi tra marzo e maggio 2020 sono risultati complicatissimi e hanno quasi messo in ginocchio il museo Archeologico nazionale di Napoli”, scrive Giulierini nella presentazione del Piano. “In questo periodo, ho visto all’interno dello staff persone piene di coraggio, che hanno saputo reagire alla grande e che non temono nuove sfide. Da chi è composto lo staff del Mann? Dai dipendenti, le cooperative, gli abbonati, i cittadini, le istituzioni, chi ama Napoli e la cultura, chi ha nostalgia delle giornate passate al museo. Per questo, con la riapertura avvenuta il 2 giugno 2020, non siamo stati a contare gli ingressi ma a osservare le relazioni immateriali e le alleanze che si sono create in questi anni, in primis con i cittadini, i reali proprietari del Mann. Mi piacerebbe vedere, al di là di chi entra, tutti coloro che con il loro affetto tutelano e valorizzano questo istituto. Questa sarebbe la prima grande vittoria dopo tante sconfitte. Questa è la differenza che abbiamo con tanti altri istituti. Il Mann ha, soprattutto, costruito una comunità di persone, legate dal “virus” dell’amore per la bellezza, il vero “bene culturale” per il quale vale la pena lavorare. Con questo spirito, ho lavorato alla redazione del nuovo Piano Strategico 2020-2023 del Mann”. E continua: “La pandemia che ha flagellato il nostro Paese, così come è accaduto nel resto del mondo, ha determinato anche uno slittamento nella predisposizione del nuovo Piano Strategico, la cui presentazione era stata inizialmente prevista per la fine del mese di maggio del 2020. Insieme al prof. Solima, abbiamo infatti dovuto riconsiderare i principali obiettivi del museo e, quindi, la stessa struttura del documento di programmazione, la cui prima stesura era stata completata nei primi mesi dell’anno. I contenuti del nuovo Piano Strategico sono stati dunque del tutto rivisitati, essendo cambiate drasticamente le condizioni di contesto e, quindi, le priorità del Mann, nell’immediato e negli anni futuri. Tale nuovo contesto ha portato però anche delle assolute novità: l’approccio professionale allo Smart Working, prima impensabile in una pubblica amministrazione; il dare sempre più fiducia ai dipendenti; lo stimolo alla creatività; la possibilità di uscire dagli schemi consolidati; l’opportunità di colmare il ritardo digitale; la possibilità di ragionare sulla centralità delle comunità e sull’importanza dei principi etici; l’importanza di saper giocare d’anticipo. Nonostante tutte le tempeste, rimane dunque la rotta prefissata all’inizio del primo mandato: riconsegnare alla città un museo completamente riaperto, con un’ala nuova, nuovi servizi museali, tre nuovi giardini e un terrapieno libero da autovetture, epicentro di un “Quartiere della Cultura” che ha come confini a Nord l’Istituto Colosimo, a Sud il Conservatorio di S. Pietro a Maiella, a Est e Ovest via Pessina e la “Via dei Musei”, luogo in cui confluiscono la costituenda tratta della metro che collegherà piazza Cavour con l’aeroporto e l’area sotterranea con nuovi spazi espositivi e di servizio. Di fronte al Mann, la Galleria Principe di Napoli diverrà lo spazio delle identità cittadine; di lato, sorgerà un futuro ingresso al museo dai giardini municipali di piazza Cavour”.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli è ospitato in un palazzo borbonico che è stato sede dell’Università fino al 1777 e dal 1816 sede del Real Museo Borbonico

“Che musei ci attendono nel futuro? Come ci piacerebbe il Mann del futuro?”, si chiede Giulierini. “È una questione complessa che passa attraverso una parola d’ordine: “connessione”, con i propri contesti e con la realtà politico-culturale internazionale. Si tratta di un processo ineluttabile di osmosi, che conferisce al museo un ruolo di attore consapevole nella società, capace di adattarsi a nuove situazioni e di essere punto di analisi e di dibattito di tanti temi irrisolti, non solo legati all’arte ma anche all’attualità. Quella che era prima una torre di avorio spalanca le finestre e diventa il luogo della riflessione e dell’incontro. Se pensiamo ad un futuro per il Mann abbiamo in mente un luogo del benessere professionale, una piazza dove essere non astrattamente felici, ma felici perché consapevoli di poter acquisire elementi critici di lettura e comprensione della storia. E, ancora, sogniamo un luogo completamente accessibile, un istituto ecologico, un centro che fornisca le coordinate culturali e urbanistiche al proprio quartiere, una speranza di orientamento e di lavoro per i giovani che si accingono a gestire dal basso i beni culturali, un luogo di ricerca che sia espressione della migliore tecnologia, un punto di riferimento culturale del Mediterraneo e del Meridione del mondo: e solo alla fine una cattedrale della bellezza. Ne deriva, da tutto ciò, la reale potenzialità dell’autonomia museale, per troppo tempo schiacciata solo su quadri quantitativi e numerici, soprattutto dalla stampa, e invece vera rivoluzione, proprio per la capacità di generare nuove strategie e adattarsi rapidamente ad un mondo in rapida evoluzione”.

Il Piano Strategico 2020/2023 è stato presentato dallo stesso curatore Ludovico Solima, professore ordinario di Management per le imprese culturali all’università della Campania “Luigi Vanvitelli”: “Il Mann si conferma, con la nuova edizione del Piano Strategico, un museo allineato alle migliori pratiche manageriali dei più prestigiosi musei del mondo”, spiega. “Il nuovo documento di programmazione contiene peraltro molti contenuti originali e sarà da subito disponibile sia in italiano che in lingua inglese. La presentazione del Piano Strategico 2020-2023 è anche un segnale di speranza: con esso infatti il Mann disegna l’idea di un futuro possibile, da perseguire con fiducia, pur nella consapevolezza della situazione di grande difficoltà che stiamo vivendo”.

Rendering della nuova sezione Campania romana al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)
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Piano strategico 2020-2023 del Mann: atrio e giardino a ingresso libero (foto Mann)

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Lucerna in oro massiccio dono dell’imperatore Nerone a Venere, divinità tutelare di Pompei (foto Mann)

Sarà il 2021 l’anno di svolta per il Mann: da maggio 2021, l’Atrio e il rinnovato Giardino della Vanella diverranno spazi della cittadinanza e saranno liberamente accessibili, senza pagamento di un biglietto da parte del pubblico (il ticket sarà dovuto per la visita alle collezioni). Nell’ala occidentale del Mann, nelle splendide sale poste a piano terra e parzialmente chiuse da circa cinquanta anni, da giugno sarà ospitata la “Campania romana”: la Sezione raccoglierà circa duecento reperti, provenienti dalle principali città romane della nostra regione (non solo i grandi centri vesuviani come Pompei ed Ercolano, ma anche Cuma, Baia, Pozzuoli e Santa Maria Capua Vetere) e databili a partire dalla prima età imperiale; tra i capolavori esposti e presentati nuovamente dai depositi, vi sono le sculture che abbellivano gli edifici pubblici di Ercolano, le statue dell’Anfiteatro (II sec. d.C.) dell’antica Capua, le opere colossali del Capitolium di Cuma, la decorazione del Macellum di Pozzuoli.

Una macina che sarà esposta nella Sezione Tecnologica (ottobre 2021) del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)
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Un compasso che sarà esposto nella Sezione Tecnologica (ottobre 2021) del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

A ottobre 2021, nel Braccio Nuovo del Museo, sarà presentato l’allestimento della Sezione Tecnologica del Mann: il progetto espositivo, realizzato in collaborazione con il museo Galileo di Firenze, si articolerà in tre livelli che prevedranno, per ciascuna area tematica, la presenza degli oggetti antichi, la ricostruzione moderna dei congegni e macchinari (torchio, vite di Archimede, noria, gru calcatoria, odometro, solo per fare alcuni esempi) ed i video esplicativi che ne illustreranno la funzione. Uno spazio ad hoc sarà dedicato alle tecnologie idrauliche che permettevano l’irreggimentazione delle acque a livello cittadino ed il rifornimento delle singole abitazioni. Ne saranno un esempio le grandi valvole idrauliche rivenute a Pompei, le fistule in piombo, le chiavi, i rubinetti, le bocche di fontana ed un unicum come  la ricostruzione di un balneum domestico originale; dopo la breve e lungimirante esperienza del 1932, la Sezione tecnologica troverà, all’interno del Museo, una nuova dimensione allestitiva, che sottolineerà la vocazione didattica e lo spirito empirico dei contenuti scientifici proposti.

Rilievo con corteo bacchico che decorava il giardino di una casa di Ercolano (I sec. a.C./I sec. d.C.): il reperto sarà ospitato nelle rinnovate collezioni pompeiane del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)
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Piano strategico 2010-23 del museo Archeologico nazionale di Napoli: raddoppio della sezione pompeiana (foto Mann)

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Collana in oro dell’area vesuviana (I sec. d.C.), che sarà esposta nelle collezioni pompeiane del museo Archeologico di Napoli (foto Mann)

Sempre alla fine del 2021, nelle sale 91-94 prospicienti al Salone della Meridiana, sarà inaugurata una nuova Collezione Pompeiana, con opere selezionate dai depositi e non esposte da almeno cinquant’anni: sculture, argenti, commestibili, armi gladiatorie consentiranno di ricostruire, grazie alle differenti tipologie di reperti presentati al pubblico, la cultura materiale, la vita quotidiana ed il gusto abitativo delle residenze private nelle città vesuviane tra il I sec. a.C. e l’eruzione del Vesuvio. Da non perdere, nel riallestimento, la scultura bronzea dell’Efebo dalla Casa del Citarista di Pompei, la Statua di Apollo in marmo dalla Casa del Menandro, numerosi gioielli in oro ed il tesoro di argenteria dalla Casa di Io e Inaco.

Un elmo di gladiatore delle collezioni del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Il 2021 sarà anche l’anno della grande mostra su “I Gladiatori”, che, dall’8 marzo, costituirà un’occasione per valorizzare le armi gladiatorie appartenenti al patrimonio del Mann: questi reperti, da anni “in tour” per exhibit internazionali, saranno presentati, come si è detto, anche nelle collezioni pompeiane del Museo. Dalla Svizzera saranno dati in prestito importanti reperti, come il grande mosaico di Augusta Raurica, che, esposto per la prima volta interamente dopo il restauro, rappresenta scene di combattimenti su una superficie di eccezionale estensione. In esclusiva per il Mann, un focus sugli anfiteatri campani per valorizzare l’avanguardia architettonica e l’eccezionale patrimonio archeologico regionale. Tra le prestigiose collaborazioni della mostra, non poteva mancare, naturalmente, quella del Parco Archeologico del Colosseo.

Piano strategico 2020-23 del museo Archeologico nazionale di Napoli: le grandi mostre in programma (foto Mann)

Nel 2022, continuerà il lavoro di riapertura degli spazi museali: in aprile, sarà sistemato il terrapieno con una nuova fruibilità da parte del pubblico; in giugno, si potrà visitare la Sezione di Cuma, in cui figureranno reperti della raccolta cumana e provenienti dagli scavi Stevens: con queste opere, anche alla luce delle nuove ricerche archeologiche, si traccerà un quadro aggiornato dell’evoluzione storica della più antica colonia greca in Occidente. Sempre in giugno, sarà effettuato l’arricchimento allestitivo della Sezione di Napoli Antica: il progetto scientifico terrà conto dei risultati dei nuovi scavi, con particolare attenzione ai materiali provenienti dall’area del porto della città, dall’età ellenistica sino all’età bizantina ed oltre. In dicembre, prevista la presentazione della sezione dedicata al collezionismo e alla storia del Museo. Saranno quattro le grandi mostre dell’anno: i “Bizantini” ed i “Nuragici”, con relativi focus su popolazioni e culture del passato; la grande retrospettiva su Alessandro Magno; infine, i “Vulcanici”, che traccerà un nuovo dialogo con le tradizioni, antiche e presenti, del Sol Levante, partendo dai concetti di eruzione e ricostruzione.

Piano strategico 2020-23 del museo Archeologico nazionale di Napoli: il Mann fulcro del “Quartiere della Cultura” (foto Mann)

Nel 2023, la dimensione “at work” connoterà gli spazi meno visibili del Museo: dalla cantierizzazione dei sotterranei al completamento del lavoro sui depositi, che prevedrà un riallestimento prima di Sing Sing (2020-2021), poi degli affreschi (2023). Tra i più importanti appuntamenti espositivi dell’anno, la mostra su “Samarcanda”. Fil rouge della programmazione triennale sarà la definizione di un Quartiere della Cultura, che avrà come baricentro il Mann e coinvolgerà non soltanto istituzioni culturali (partner della Rete Extramann, Accademia di Belle Arti ed Istituto Colosimo), ma anche imprenditori del circuito Negozio Amico ed artigiani operanti nel territorio: il Museo diverrà “espanso”, con focus espositivi nella Galleria Principe di Napoli e nell’Istituto Colosimo.

Paestum. La Borsa mediterranea del turismo archeologico posticipata all’aprile 2021. Il direttore Picarelli: “Abbiamo voluto salvare la manifestazione per permettere a tutti di partecipare”

La XXIII edizione della Borsa mediterranea del turismo archeologico a Paestum posticipata all’8-11 aprile 2021

Posticipare per salvare la manifestazione, per permettere a tutti di partecipare. La Borsa mediterranea del turismo archeologico riprogrammata per l’aprile dell’anno prossimo. Lo ha annunciato Ugo Picarelli, fondatore e direttore della Bmta, con un breve comunicato. “A seguito del Dpcm del 24/10 del Presidente del Consiglio dei Ministri – inizia Picarelli -, la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma a Paestum dal 19 al 22 novembre 2020 non potrà svolgersi. Pertanto, abbiamo ritenuto di non annullare la XXIII edizione e per assicurare a tutti i protagonisti soprattutto sicurezza, ma anche soddisfazione di risultati, posticiperemo la BMTA da giovedì 8 a domenica 11 aprile 2021, lasciando immutato il programma anche negli orari, come già da tempo pubblicato”. E continua: “La nostra gratitudine va ai 100 espositori che con il loro investimento qualificano il Salone, ai 250 relatori che con la loro confermata partecipazione contribuiscono al programma scientifico, ai buyer e agli operatori turistici che con la loro presenza danno vita all’incontro tra la domanda e l’offerta, ai giornalisti e ai media partner che divulgano i contenuti assicurandone il riscontro mediatico, ai partner istituzionali e alle prestigiose realtà che collaborano e conferiscono il patrocinio, consentendo la migliore realizzazione della BMTA. La nuova data – conclude – consentirà anche ai tanti visitatori e addetti ai lavori di vivere Paestum e la bellezza del Parco Archeologico, sito Unesco, con i colori della primavera, che, siamo certi, sancirà la definitiva ripartenza del nostro Bel Paese e del turismo in chiave più esperienziale e sostenibile, oltre che rivolto alla domanda di prossimità, tematiche tutte a cui la Borsa si è ispirata in questa edizione. Certi che plaudirete alla nostra scelta, Vi aspettiamo numerosi con un forte arrivederci a presto”.

Pompei. Causa Covid, niente pubblico per il via della vendemmia 2020 delle uve nei vigneti delle domus per la produzione del pregiato vino Villa dei Misteri: uvaggio storico di Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso

Il vigneto al Foro Boario di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)
Tradizionale taglio dell'uva negli scavi di Pompei

Tradizionale raccolta dell’uva negli scavi di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

XXI Vendemmia agli scavi di Pompei, ma senza pubblico causa Covid-19 giovedì 29 ottobre 2020, quando ricorre il taglio delle uve coltivate nei vigneti delle antiche domus che, frutto di un progetto scientifico di studio degli impianti e delle antiche tecniche di viticoltura pompeiana, consentono anche la produzione del pregiato vino Villa dei Misteri. Il progetto nasce nell’ambito degli studi di botanica applicata all’archeologia condotti dal Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco archeologico di Pompei, cui ha fatto seguito una convenzione con l’Azienda Vinicola Mastroberardino, che si è occupata negli anni delle ricerche preliminari, dell’impianto e della coltivazione dei vigneti dell’antica Pompei, fino alla produzione finale del vino.

L’idea progettuale, nata nel 1994, dapprima riguardava un’area limitata degli scavi, per poi ampliarsi e giungere oggi a interessare 15 aree a vigneto ubicate tutte nelle Regiones I e II dell’antica Pompei (tra cui Foro Boario, casa del Triclinio estivo, Domus della Nave Europa, Caupona del Gladiatore, Caupona di Eusino, l’Orto dei Fuggiaschi, ecc.) per un’estensione totale di circa un ettaro e mezzo e per una resa potenziale di circa 40 quintali per ettaro. Oggi il vino Villa dei Misteri rappresenta un modo unico per raccontare e far conoscere Pompei con la sua cultura e la sua tradizione antica e quale luogo di valorizzazione e, al tempo stesso, di difesa del territorio, del paesaggio e dell’ambiente.

Grappoli d’uva raffigurati in un affresco pompeiano (foto parco archeologico di Pompei)
Tradizionale taglio dell'uva negli scavi di Pompei

Tradizionale taglio dell’uva negli scavi di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

Il vino in degustazione quest’anno è il Villa dei Misteri Annata 2012, frutto dell’uvaggio storico di Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso. L’Aglianico è inserito in blend a partire dalla vendemmia 2011: risale infatti al 2007 l’ampliamento del progetto con l’individuazione di ulteriore aree da ripristinare a vigneto, destinandole integralmente alla coltivazione del nobile vitigno Aglianico – una delle varietà più rappresentative della viticoltura dell’antichità – naturalmente adatto alla produzione di grandi vini rossi da lungo invecchiamento. La forma di allevamento selezionata a tale scopo è stata l’alberello, che meglio si adatta, nel microclima di Pompei, al vitigno Aglianico, in un connubio perfetto tra il vitigno di origine greca (“Vitis Hellenica”) e la tipica potatura corta ellenica. In questo millesimo, i livelli qualitativi conseguiti sul Villa dei Misteri sono molto elevati e si percepisce, in misura ancora maggiore rispetto al 2011, il contributo dell’Aglianico, delineando buona concentrazione, intensità aromatica, vellutato patrimonio di tannini, densità e particolare eleganza.

Il vino Villa dei Misteri rappresenta un modo unico per raccontare e far conoscere Pompei con la sua cultura e la sua tradizione antica (foto parco archeologico di Pompei)

Il Villa dei Misteri del millesimo 2012, dopo un lungo periodo di affinamento, si presenta con colore rosso rubino e offre un profilo olfattivo molto complesso con note che ricordano la prugna, la marasca, la mora, il tabacco, la liquirizia, la vaniglia, le erbe officinali, il pepe e i chiodi di garofano. Al palato si caratterizza per buona densità e persistenza con sensazioni sapide, acide e morbide molto decise. Tutti gli aspetti sensoriali sono ben equilibrati tra loro e di particolare finezza.

I vigneti dei praedia di Giulia Felice a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

“Quest’anno non potendo accogliere il pubblico a causa delle restrizioni da Covid”, annunciano al parco archeologico di Pompei, “proponiamo alcune note informative sugli studi scientifici del verde e dei vigneti in particolare, raccontati dall’archeobotanica del Parco archeologico di Pompei, Chiara Comegna”: “Pompei  è un grande laboratorio a cielo aperto . Grazie alle integrazioni e ricostruzioni del verde nelle domus, o  dei vivai  e dell’orto botanico,  nonché alla messa  a dimora dei tanti vigneti, soprattutto nelle Regiones I e II è possibile comprendere l ‘ importanza degli spazi verdi all’interno della città antica. Le  esperienze ricostruttive in queste aree sono iniziate diversi anni fa. Se inizialmente seguivano canoni dettati dalla moda delle diverse epoche, sono diventate via via il risultato di una sempre più cosciente e approfondita conoscenza scientifica basata sulla documentazione archeologica, sugli studi archeobotanici e palinologici (studio dei pollini) e sulle fonti antiche a disposizione”.

Tra gli studi più importanti sull’ individuazione e l’interpretazione degli spazi verdi pompeani , nonché delle tecniche colturali delle aree produttive, sono da menzionare quelli della studiosa Wilhelmina Feemster Jashemski, che dal 1950 si è occupata anche delle pratiche vitivinicole delle aree in cui sorgono i nuovi vigneti. Gli studi si basavano sullo scavo sistematico, e sull‘analisi degli eco fatti , ovvero di tutti i reperti e le tracce naturali portati in luce durante lo scavo, sulla loro interpretazione, e a seguire sull’intreccio di questi dati archeologici con le fonti scritte. Grazie a questo complesso procedimento è stato possibile ottenere le prime informazioni sulla viticoltura romana-pompeiana, prima note quasi esclusivamente attraverso le fonti scritte.

Il riconoscimento di ampie e aree in qualità di vigneti urbani è stato possibile grazie all’individuazione, all’analisi e alla disposizione delle tracce lasciate dalla disgregazione degli apparati radicali che, solo nelle Regiones I e II vantano più di 2000 elementi. Lo scavo e lo studio dei vigneti hanno permesso di ricavare ulteriori informazioni riguardanti la viticoltura romana-pompeiana, scoprendo che i vigneti urbani erano coltivati a mano ,dato che le tracce lasciate dalla disgregazione delle radici erano distanti ogni 4 piedi romani, poco più di un metro, con riscontro anche negli scritti di Plinio e Columella.

Dagli studi è stato possibile definire le seguenti informazioni: la vite era sostenuta mediante supporti ,in particolare paletti e graticci, di cui sono stati individuati gli alloggiamenti accanto alle buche lasciate dalla disgregazione delle radici delle viti. Il tutto trova conferma in alcune fonti scritte; la presenza di sistemi di drenaggio che consentivano il defluire dell’acqua nel momento in cui vi fosse sia un eccesso oppure di trattenerla per i momenti di siccità; la presenza all’interno del vigneto di sentieri che consentivano l’accesso e il trasporto dei prodotti agricoli verso l’esterno, collegati ai punti di accesso del vigneto; la presenza di alberi da frutto (fichi, peri e ulivi), ricavata dallo studio dei reperti archeobotanici, ovvero delle buche lasciati dagli apparati radicali.

Un’altra caratteristica importante è la presenza tra filari di bauli, cioè rincalzi di terra nei quali sono stati individuati dei semi di legumi. Caratteristica che trova riscontro anche nelle forme scritte e che potrebbe testimoniare oltre alla pratica dell’intercoltura (con presenza di alberi da frutto, viti, prodotti orticoli) anche quella dell’utilizzo di legumi come fertilizzanti dei terreni.

X Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica: vincono Vanessa Tubiana-Brun e Francesco Di Martino, mentre il Premio “Antonino Di Vita” assegnato a Carmelo Malacrino. Il bilancio positivo di Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele: bene in presenza e in streaming

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Il pubblico nel rispetto delle norme anti-Covid alla X Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica (foto rassegna)


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La locandina della X Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologia a Licodia Eubea dal 15 al 18 ottobre 2020

Sono mancati solo gli abbracci. Simpatia, calore, professionalità, amicizia sono stati quelli di sempre a Licodia Eubea (Ct) e se quest’anno quella della Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica (15-18 ottobre 2020) doveva essere l’edizione speciale del decennale, causa Covid-19 è diventata l’edizione del coraggio e della sperimentazione: perché alle proiezioni in presenza (pur nel necessario contingentamento con prenotazione del posto) è stata affiancata la presentazione in streaming. Esperimento riuscito e rassegna promossa: parola di Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, che in chiusura della quarta giornata di rassegna, e dopo le premiazioni, danno già appuntamento alla terza settimana di ottobre 2021 per l’XI edizione, che sarà in presenza e in streaming. “Mai come quest’anno”, raccontano, “abbiamo vissuto il peso dell’organizzare e svolgere un festival. Il motivo è chiaro: le misure di contenimento giustamente imposte dal Governo per contenere la diffusione del Covid-19 hanno dato all’evento una rigidità a cui non eravamo abituati. Sono mancati gli abbracci con chi ogni anno torna a Licodia Eubea per stare con noi ma anche per vivere quattro giorni in una dimensione serena e fuori dal tempo che solo questo piccolo paese ibleo sa offrire, gli “assembramenti” fuori dall’ex chiesa dove si svolgono le proiezioni per commentare i film in concorso e gli allegri aperitivi al museo. La partecipazione dal vivo è stata calmierata dall’introduzione di un biglietto su prenotazione tramite il portale Eventbrite, mentre chi non ha potuto essere fisicamente con noi ha potuto usufruire del sito www.streamcult.it per assistere allo streaming. La creazione e l’uso di una piattaforma dedicata allo streaming è stata un esperimento che, pare, abbia funzionato. Stiamo pensando seriamente di organizzare la diretta streaming anche il prossimo anno, assieme all’evento dal vivo, che rimane comunque insostituibile”.

La regista siciliana Alessia Scarso (a destra) intervistata da Alessandra Cilio (foto rassegna)

Domenica 18 ottobre 2020 giornata clou, come si diceva, con la consegna dei premi ai film più graditi al pubblico e alla giuria tecnica. Ma prima c’è stato ancora spazio per un appuntamento ormai divenuto un “must” della Rassegna iblea: la “Finestra sul documentario siciliano”, che quest’anno ha visto protagonista la regista Alessia Scarso con “Tra tradizione e sperimentazione. Il cinema di Alessia Scarso” intervistata da Alessandra Cilio. Alessia Scarso, siciliana doc, nata a Modica nel 1979 dove oggi vive quando non è a Roma, montatrice e coordinatrice postproduzione con diversi giornalisti, produttori e registi, debutta come regista nel 2011. Della regista siciliana alla Rassegna viene presentato il corto “Vasa Vasa” (12’, 2017). A Modica, in Sicilia, la Pasqua viene celebrata sotto il segno della Madonna, che ha vissuto inerme la Passione del Figlio. Il buio di una chiesa, dove il rito, inaccessibile, della vestizione della Madonna ha il senso definitivo del lutto. Un mantello nero, aprendosi, racconta l’emozione della vita, che dalla morte rinasce nel bacio di Maria al Figlio Risorto. Dodici, intensi, minuti di dolore, canto, devozione. Dodici, come l’ora dodicesima, quella in cui la Madonna vede Gesù trionfare sulle tenebre.

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L’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana Alberto Samonà (foto rassegna)

Molti gli ospiti (ma gli organizzatori preferiscono chiamarli amici) che si sono avvicendati nel corso dei quattro giorni di proiezioni: dal sindaco di Licodia Eubea Giovanni Verga, all’assessore comunale ai Beni culturali Santo Cummaudo, dal presidente dell’Archeoclub di Licodia Eubea Giacomo Caruso (che “gioca in casa”, essendo co-organizzatore della Rassegna), al presidente dell’Archeoclub di Lentini Giuseppe Cosentino, all’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana Alberto Samonà, che ha detto parole molto belle e appassionate nei confronti della manifestazione, impegnandosi per un suo ulteriore sviluppo già a partire dal prossimo anno. E finalmente le premiazioni: Vanessa Tubiana-Brun e Francesco Di Martino vincono la X Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica; mentre il Premio “Antonino Di Vita” assegnato a Carmelo Malacrino.

Il regista siciliano Francesco Di Martino riceve il Premio “Archeoclub d’Italia” dal presidente dell’Archeoclub di Lentini, Giuseppe Cosentino (foto rassegna)

Premio “Archeoclub d’Italia”. È il regista netino Francesco Di Martino a vincere il Premio “Archeoclub d’Italia”, consegnato dal presidente dell’Archeoclub di Lentini, Giuseppe Cosentino, per il film “Prima che arrivi l’estate” (78’, 2019). L’opera è incentrata sulla figura di Italo, ex militante politico, ritiratosi a vivere quasi in solitudine a Saviore dell’Adamello, in Valcamonica. La sua vita è cambiata dopo l’incontro con alcuni gruppi di indigeni d’America, che ha avuto modo di ospitare: giunti da lontano, lungo strade differenti ma profondamente legate, i loro sguardi si riuniranno in un nuovo viaggio spirituale. L’attesa di questo incontro rende lo scorrere del tempo un viaggio in cui Italo vive lentamente le stagioni che si susseguono, assapora ogni attimo del freddo inverno, attende l’arrivo dell’estate e di un capo indiano. Al secondo posto il film cipriota “Cinira. Il sacerdote amato da Afrodite” di Stavros Papageorghiou (90’, 2019): la personalità di Cinira, sacerdote amato da Afrodite, è delineata attraverso riferimenti a fonti antiche e interviste con studiosi e artigiani. I miti che circondano Cinira sono rappresentati anche attraverso l’animazione. Il documentario è un’elegia del personaggio mitico più importante della storia antica di Cipro, Cinira. Sebbene la memoria del suo nome sia conservata fino ad oggi, i Ciprioti sanno poco di lui. Sul gradino più basso del podio, al terzo posto, il film iraniano “Alone among the rocks” di Arman Gholipour Dashtaki (21’, 2020): Baliti (Oak-man), che ora ha 70 anni, è una guardia fedele che ha imparato il cuneiforme dei rilievi rupestri di Kul-e Farah dall’archeologo francese Ghirshman. Per molti anni solo lui ha salvaguardato i monumenti. “Il film “Prima che arrivi l’estate” era inserito nella sezione “Cinema e Antropologia”, che abbiamo consolidato molto, riservandole lo spazio serale”, sottolinea Alessandra Cilio. “Una scelta che, abbiamo constatato, il pubblico mostra di apprezzare sempre molto. Non è un caso quindi che sia stato assegnato il primo premio proprio a uno dei film ospitati all’interno di questo spazio. Insomma, la lezione di vita che gli indiani Lakota e i loro “fratelli” della Val Camonica possono dare ha fatto presa più degli ultimi scavi a Pompei o dell’architettura nilotica!”.

La regista francese Vanessa Tubiana-Brun vincitrice del Premio “Archeovisiva” (foto rassegna)

Premio “Archeovisiva”. Il Premio “ArcheoVisiva”, assegnato dalla giuria di qualità, è stato conferito alla regista francese Vanessa Tubiana-Brun, per il suo film “Così parla Tāram-Kūbi. Corrispondenze assire” (46’, 2020). Il documentario è dedicato alla riscoperta, in Anatolia centrale, delle tavolette di argilla che documentano la corrispondenza di una donna assira, Tāram-Kūbi, con il fratello e il marito, offrendo uno spaccato della storia dell’insediamento commerciale dell’antica città di Kaneš. Circa 4000 anni fa, i mercanti assiri stabilirono infatti un insediamento commerciale nell’antica città di Kaneš, nell‘Anatolia centrale. Provenivano da Aššur, nel nord della Mesopotamia. Le tavolette d‘argilla, che hanno resistito al tempo, ci hanno fatto conoscere la loro storia. A consegnare il premio è stato l’assessore ai Beni culturali del Comune di Licodia Eubea, Santo Cummaudo.

Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, con il premio “Antonino Di Vita” , insieme a Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio (foto rassegna)

Premio “Antonino Di Vita”. Durante la serata è stato attribuito anche il Premio “Antonino Di Vita”, consegnato a Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. “Il suo arrivo”, si legge nella motivazione, “ha dato un impulso decisivo alla rinascita di un museo troppo a lungo chiuso e dimenticato. In meno di un anno, il MARRC è stato riconsegnato alla società profondamente rinnovato; nella voce, nell’immagine, nella credibilità, nella sua comunicazione mediatica. Grazie al suo intervento, i numerosi reperti custoditi in questo luogo, frutto di quasi due secoli di ricerca archeologica, sono divenuti protagonisti di narrazioni espositive di grande efficacia, e sono stati resi accessibili ad ogni tipo di utenza grazie all’uso delle più avanzate tecnologie digitali. In appena cinque anni ha saputo trasformare un luogo di conservazione in un vero e proprio hub culturale, contribuendo inoltre ad una riaffermazione del senso di appartenenza di una comunità, quella reggina, al suo territorio e alla sua storia”.

Visite guidate organizzate nell’ambito della Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica (foto rassegna)

Il grazie di Alessandra e Lorenzo. “Quest’anno è stato più difficile del solito. Eppure, mai come quest’anno abbiamo potuto contare su uno staff attivo e motivato, che è stato determinante per la buona riuscita dell’edizione. Domenico Raina, nostro web specialist, è stato fantastico; Roberto Greco si è occupato della fotografia e dei video; Lorena Leonardi ha curato, egregiamente come sempre, il desk assieme al giovane Ortis Ternova, alla giovanissima Ludovica Gandolfo e all’immancabile Gaetano Interligi; Veronica Martini ha curato l’ospitalità; la logistica è stata gestita da Guido Sterlini; la comunicazione social e stampa da Fabio Fancello. Concetta Caruso si è occupata della didattica e delle visite guidate con grande professionalità e competenza, mentre Vinca Palmieri si è cimentato nella traduzione di buona parte delle opere in concorso. Sono ragazzi che ci conoscono da tempo, alcuni sono nostri amici, altri stanno adoperando la Rassegna come “palestra” per esercitare le loro competenze organizzative e importare il nostro modello nei loro paesi d’origine. Mi piace questa cosa. Ci piace l’idea che il festival dopo dieci anni sia diventato un punto di riferimento, non solo in ambito cinematografico, ma soprattutto dal punto di vista umano e sociale. E questo forse è il traguardo più bello che potevamo tagliare dopo un decennio di esperienza. Più bello di quanto non sarebbe stato, che ne so, avere Alberto Angela in sala. Ma arriveremo anche a questo, prima o poi: lo abbiamo promesso al nostro pubblico più affezionato!”.

Al museo Egizio di Torino torna Silvia Giorcelli Bersani per presentare in streaming il libro “L’Impero in quota. I Romani e le Alpi”, evento annullato a marzo per l’emergenza coronavirus

La locandina dell’incontro con Silvia Giorcelli Bersani per la presentazione in streaming del libro “L’Impero in quota. I Romani e le Alpi”

Silvia Giorcelli Bersani torna al museo Egizio di Torino per presentare il suo libro “L’impero in quota. I romani e le Alpi” (Einaudi, 2019) in dialogo con il direttore del museo Egizio, Christian Greco. L’appuntamento è per lunedì 19 ottobre 2020, alle 18. Ma stavolta non ci sarà il rischio che salti per l’emergenza Covid, come è già successo il 2 marzo scorso, perché la presentazione sarà in streaming  sulla sola pagina Facebook del museo Egizio (https://www.facebook.com/events/950654795455141/). Al termine, la registrazione verrà caricata sul nostro canale ufficiale YouTube.

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La prof.ssa Silvia Giorcelli Bersani dell’università di Torino

Silvia Giorcelli Bersani insegna Storia romana ed Epigrafia latina all’università di Torino e, dall’anno 2020/21, Storia delle donne romane. Studia i processi di romanizzazione in area cisalpina con particolare riferimento alle strutture istituzionali, sociali, religiose delle comunità urbane; si interessa di ricezione del passato romano tra XVI e XX secolo, con attenzione alla storiografia e alle antichità sabaude. Ha curato le edizioni critiche del patrimonio epigrafico di Alba Pompeia, Vercellae e Augusta Praetoria e, sulla genesi del Corpus Inscriptionum Latinarum, ha curato la mostra “Carlo Promis e Theodor Mommsen cacciatori di pietre fra Torino e Berlino”, Biblioteca Reale di Torino, Catalogo edizioni Hapax 2015. Tra i suoi volumi, si segnalano: Epigrafia e storia di Roma (2004 e 2015); L’auctoritas degli antichi. Hannah Arendt tra Grecia e Roma (2010); Torino «capitale degli studi seri». Carteggio Theodor Mommsen-Carlo Promis, (2014); con Filippo Carlà-Uhink, «Monsieur le Professeur». Correspondances italiennes 1853-1888 (2018). Ha presieduto il Comitato Pari Opportunità e il Comitato Unico di Garanzia dell’Ateneo torinese ed è attualmente Presidente del corso di laurea magistrale in Archeologia e Storia antica e vicedirettrice della Scuola di Scienze Umanistiche. Per il volume L’impero in quota. I Romani e le Alpi (2019) ha vinto il Premio Itas del Libro di montagna 2020 (sezione Vita e Storie di montagna) e il Premio Mario Rigoni Stern 2020.

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La copertina del libro “L’impero in quota. I Romani e le Alpi”

Il volume non ha una sequenza cronologica, ma segue lo snodarsi storico degli eventi importanti con approfondimenti sulla vita materiale, sulle mentalità, sulle strutture sociali, economiche e religiose entro cui si sono formati e hanno operato uomini e donne vissuti nel territorio alpino. I Romani hanno scritto un capitolo importante nella storia delle Alpi, anche se a loro non piacevano affatto; per ragioni politiche e strategiche essi decisero di occuparle, abbastanza tardi nella loro storia, per riuscire a valicarle in sicurezza e completare la costruzione del loro grande impero. La conquista non si tradusse però nella mera occupazione militare di un territorio sottratto con le armi ai popoli che lo abitavano. Ben presto i Romani compresero che le Terre Alte, in apparenza «naturalmente» svantaggiate, potevano essere utili non solo dal punto di vista del controllo territoriale ma anche come serbatoio di materie prime e come potenziali incubatori di sviluppo economico. Nei secoli della conquista le Alpi diventarono dunque il teatro di avventure umane quasi in stile Far West rappresentando un’opportunità concreta per uomini spregiudicati alla ricerca di fortuna, per coloni italici trapiantati nelle città alpine, per imprenditori che fondarono le loro attività nelle valli e nelle aree collinari prealpine.