“Imagines”, weekend a Bologna col cinema archeologico di qualità: da Nefertiti a Cleopatra, dal fascino delle tombe di Tarquinia ai misteri di Gobekli Tepe in Turchia, dalla figura di Francesco Orsoni a quella di Antonino Di Vita
Weekend all’insegna del cinema archeologico di qualità: da Nefertiti a Cleopatra, dal fascino delle tombe di Tarquinia ai misteri di Gobekli Tepe in Turchia, dalla figura di Francesco Orsoni a quella di Antonino Di Vita. Come tradizione, l’ultimo fine settimana di novembre il Gruppo archeologico bolognese organizza “Imagines: obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico giunto alla dodicesima edizione. Alla Mediateca di San Lazzaro di Savena (Bologna) si inizia venerdì 28 Novembre 2014, alle 15.15, con la presentazione della rassegna con Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria “L. Donini” di San Lazzaro (Bologna) e Giuseppe Mantovani, vicedirettore del Gruppo Archeologico Bolognese e curatore della rassegna “Imagines”. Segue la proiezione del documentario “Alla ricerca di Nefertiti”, regia di Brando Quilici (60’). Introduce la proiezione: Barbara Faenza. Oltre 3000 anni fa, una regina dalla leggendaria bellezza, Nefertiti, e suo marito, il faraone eretico Akhenaton, scossero le fondamenta dell’antico Egitto: la sua cultura, la sua capitale, perfino i suoi dei. Poi scomparvero, e della loro sorte, e di quella dei loro resti, per secoli non si seppe più nulla. Un famoso egittologo egiziano è ritornato nella Valle dei Re con le più avanzate tecnologie sulle tracce della bellissima regina, per scoprire cosa è stato di lei e della sua famiglia, una famiglia resa ancora più celebre dal giovane che si presume figlio di Akhenaton, e che a sua volta regnerà sull’Egitto col nome di Tutankamon. Dopo l’intervallo, proiezione del documentario “Al di là della Morte. Le tombe di Tarquinia si animano”, regia di Franco Viviani (25’). Introduce la proiezione: Silvia Romagnoli. Il filmato è lo sforzo di proporre in modo nuovo le tombe dipinte di Tarquinia, patrimonio UNESCO, dando cioè movimento ad alcune celebri scene della pittura etrusca, allo scopo di rendere il più possibile comprensibile ad un pubblico di non specialisti il celebre ciclo pittorico.

I fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni, qui in una loro missione nel deserto nubiano, alla rassegna “Imagines” di Bologna sono presenti con il film “Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra”
La seconda giornata, sabato 29 novembre 2014, inizia alle 15.15, proiezione del documentario “Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra”, regia di Alfredo e Angelo Castiglioni (27’). Introducono la proiezione: Alfredo e Angelo Castiglioni. Il documentario è la cronaca di una missione archeologica condotta nel 1985 dai fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni alla ricerca delle dimenticate miniere di smeraldi di Cleopatra. La missione, seguendo un vecchio itinerario, ritrovò le antiche miniere, i villaggi dei minatori e I templi scavati nella roccia. Alle 16.15, proiezione del documentario “La culla degli dei”, regia di Tim Conrad (53’). Introduce la proiezione: Gabriele Nenzioni. Il primo tempio conosciuto al mondo, un luogo in cui si professava una misteriosa religione organizzata già oltre 11000 anni fa, si trova sulla sommità di una collina nel sud della Turchia. Gobekli Tepe è un luogo enigmatico, eretto da un popolo sconosciuto di cacciatori-raccoglitori con blocchi di pietra monumentali per celebrare un culto di cui sappiamo ben poco. Un’équipe di National Geographic passa al vaglio tutti I dati disponibili per saper qualcosa di più su questa culla della religione e della civiltà umana. Dopo l’intervallo, alle 18.15, proiezione del documentario “Francesco Orsoni. Storia di un pioniere dell’archeologia preistorica”, regia di Claudio Busi e Giuseppe Rivalta (50’). Introduce la proiezione: Claudio Busi. Negli ambienti della ricerca scientifica bolognese dell’800 emerge, fra personalità di grande rilievo, la figura di Francesco Orsoni, singolare figura di autodidatta. Ebbe fin da ragazzo un forte interesse per le scienze naturali, che lo portò a scoprire nel 1871 la grotta del Farneto nella fascia collinare nei pressi di S. Lazzaro.

Il film “Storie dalla sabbia. La Libia di Antonino Di Vita” ricostruisce la figura del grande archeologo
“Imagines” si chiude domenica 30 novembre 2014 con una giornata piena. Alle 10.30, mattinata per i ragazzi. Proiezione del documentario “Le dodici fatiche di Ercole”, regia di Franco Viviani (30’). Introduce la proiezione: Elena Tonini. Alle 15.15, proiezione del documentario “Storie dalla sabbia. La Libia di Antonino Di Vita”, regia di Lorenzo Daniele (28’). Introduce la proiezione: Maria Antonietta Rizzo. “Anni sessanta. La Libia cambiava pelle in quegli anni. Modernità e tradizione si misuravano, si scontravano. Un mondo si trasformava e io avevo il privilegio di esserne testimone. Ogni giorno mi regalava un tassello nuovo su cui riflettere. Imparai a guardare la realtà in cui mi muovevo senza giudicare, senza pormi sul terreno di una diversità dichiarata. Appresi molto dalle persone più disparate”. La Libia di ieri, quella di oggi, filtrata attraverso I ricordi di uno dei più grandi protagonisti dell’archeologia mediterranea, il professore Antonino Di Vita. Alle 16.30, proiezione del documentario “La via Amerina”, regia di Raniero Pedica e Marcello Avoledo (40’). Introduce la proiezione: Marco Mengoli. Il Video è un viaggio archeologico-naturalistico sull’asse viario della via Amerina, tra boschi di lecci e le acque del Rio Maggiore, territorio ancora incontaminato. Il tratto della via preso in esame è stato a lungo luogo di sepoltura per gli abitanti di Falerii Novi, antica città romana del III secolo a.C. Dopo l’intervallo, alle 18, proiezione del documentario “Monumenti nella roccia”, regia di Giuseppe Mantovani (38’). Introduce la proiezione: Giuseppe Mantovani. Un viaggio nella splendida Tuscia Viterbese alla ricerca di antichi e poco conosciuti monumenti rupestri etrusco-romani e medievali che sorgono in questa zona d’Italia, nascosti tra boschi e foreste.
25. Rassegna del Cinema Archeologico: alla quarta giornata protagonista l’Antico Egitto con Cleopatra, i faraoni e le rovine di Umm el-Dabadib nell’oasi di Kharga
L’Antico Egitto protagonista della quarta giornata della 25. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto (7-11 ottobre). Sfiorato dalle proiezioni in programma nelle sedi “distaccate” di Mart, Muse e Museo Civico, l’Antico Egitto è presente in maniera marcata venerdì 10 ottobre. Da segnalare il documentario di Alfredo e Angelo Castiglioni Il viaggio alla miniera di smeraldi di Cleopatra e lo statunitense Building Pharaoh’s Chariot, ovvero la Costruzione del carro dei Faraoni. Alle 17.45 al Melotti il consueto appuntamento con le conversazioni della Rassegna: ospite d’eccezione del confronto è in questo caso Corinna Rossi, direttrice della missione archeologica di Umm el-Dabadib.
Le rovine di Umm el-Dabadib sono tra le meglio conservate dell’Oasi di Kharga. Sorgono in una regione remota, sono isolate ai piedi del Gebel, lontane da itinerari battuti in un luogo di sorprendente bellezza tra montagne e dune dorate. Le difficoltà di accesso, le temperature estreme che in estate possono anche superare i 50 gradi, e le frequenti tempeste di sabbia hanno finora scoraggiato gli archeologi a intraprendere scavi regolari, limitandosi a ricognizioni di superficie. L’insediamento romano risale al III-V secolo, anche se il posto era certamente già stato abitato in precedenza, e i resti archeologici ricoprono una superficie di vaste proporzioni (circa 150 kmq). L’agglomerato più importante è costituito da un forte in mattoni crudi con due torri agli angoli del lato sud, dov’è l’ingresso, edificato all’interno di un insediamento fortificato. Ed è proprio questo forte ad essere presentato grazie a una ricostruzione tridimensionale in anteprime alla Rassegna.

La delegazione egiziana a Rovereto con Maurizio Zulian (primo a destra) accanto a Moustafa Amin, segretario generale del Supremo consiglio delle Antichità dell’Egitto
Negli anni la Fondazione Museo Civico, attraverso Maurizio Zulian, collaboratore del Museo civico di Rovereto e autore dell’archivio fotografico con i tesori egizi inediti o chiusi al pubblico, che si trovano nel Medio Egitto, ha saputo stringere relazioni importanti con il mondo egizio. Il rapporto con la Repubblica Araba d’Egitto risale a molti anni fa. Nel febbraio 2004 fu formalizzato con la firma di un protocollo, grazie al quale il Museo Civico di Rovereto era autorizzato ad allestire, all’interno della propria banca dati, una fototeca con immagini di assoluta novità. Dopo le vicende che hanno interessato il mondo arabo portando alla destituzione della vecchia classe politica, l’istituzione trentina è riuscita a riavviare la collaborazione con la nuova dirigenza. L’anno scorso una delegazione egiziana guidata dal nuovo segretario generale del Supremo consiglio delle antichità della Repubblica araba d’Egitto, Mostafa Amin Mostafa Sayed, è stata ospite della Rassegna (vedi i post del 20, 23 e 26 novembre 2013 su archeologiavocidalpassato) e con il museo Civico ha affrontato la stesura di un nuovo protocollo che oggi è quasi completato e verrà firmato prossimamente da entrambe le parti.
Bimillenario di Augusto. A Caorle la mostra “Mare nostrum”: viaggio virtuale sulle grandi navi commerciali o i potenti vascelli da guerra alla scoperta dell’età dell’oro di Roma, l’età augustea
“Fermati, visitatore!”. È lo stesso imperatore Augusto “in carne ed ossa” a ricevere e introdurre i visitatori alla mostra “Mare Nostrum. Augusto e la potenza di Roma”, organizzata da Culture Active al Museo del Mare di Caorle fino al 30 settembre (vedi il post del 20 agosto su archeologiavocidalpassato). Augusto appare dal buio e per un attimo hai l’impressione di averlo lì davanti in persona. Il breve video apre il viaggio virtuale alla scoperta dell’età dell’oro di Roma, l’età augustea. Attraverso ricostruzioni immersive, ambientazioni virtuali strumenti interattivi il visitatore si trova a viaggiare sulle grandi navi commerciali cariche di prodotti artigianali e beni di lusso; ma in questo viaggio virtuale si vivono in prima persona anche le battaglie navali che hanno cambiato il corso della storia.
Siete pronti? Il viaggio può cominciare. E si scopre subito perché i romani chiamavano il Mediterraneo “Mare Nostrum”, che ha dato il titolo alla mostra. Se si segnano le rotte che collegavano Roma con porti, empori, colonie lungo le sponde del Mediterraneo dalle Colonne d’Ercole (stretto di Gibilterra) all’Ellesponto (stretto dei Dardanelli), ne esce un intrico di collegamenti degno di un portolano di molti secoli dopo. Nell’urbe arrivavano dalle regioni più disparate dell’impero olio, grano, garum (salsa di pesce), vino, porpora, cotone, incenso, marmi… La maggior parte dei beni arrivavano all’interno di speciali contenitori, le anfore, di forme e dimensioni diverse a seconda del contenuto e del luogo di produzione: differenze utilissime oggi agli archeologi per ricostruire le rotte e le derrate delle navi commerciali di duemila anni fa.
Ma non sempre il trasporto andava a buon fine. Tempeste, mare in burrasca, bassi fondali e scogli affioranti, e talora un cielo senza stelle, trasformavano una navigazione sicura e remunerativa in un viaggio a rischio naufragio. Le coste italiane e mediterranee annoverano sui loro fondali relitti di ogni epoca. Anche al largo di Caorle ne sono stati individuati più di uno. È proprio il cosiddetto relitto Caorle I (scoperto nel 1992 a 13 miglia marine dalla costa e a 30 metri di profondità) che offre lo spunto per fare una conoscenza multimediale delle navi commerciali romane. Così la mostra “Mare Nostrum” ti fa immergere nelle acque del mare Adriatico: vedi il relitto adagiato sul fondale, ci cammini sopra e, grazie a un effetto speciale – molto gradito ai bambini-, ecco che i nostri passi sembrano spostare l’acqua creando piccole onde. La “passeggiata” sul relitto è utile, perché ci permette di scoprire alcuni particolari interessanti (mettendo insieme ritrovamenti archeologici subacquei avvenuti in realtà su più relitti): dal fornello allo scandaglio e alla cassetta del pronto soccorso. Sì, proprio la cassetta del pronto soccorso! Anche duemila anni fa qualche piccolo incidente o problema sanitario erano eventi da mettere in conto. Il kit sanitario era contenuto in casse di legno (materiale molto deperibile e perciò raro da trovare negli scavi archeologici, soprattutto subacquei): strumenti medico-chirurgici per le emergenze durante la navigazione e alcuni farmaci-medicamenti a base di coriandolo e cumino per curare i disturbi intestinali. Non è un caso che il termine “nausea” derivi dal latino nãusea mal di mare, derivante a sua volta dal greco “nusia” (νυσία), variante ionica di “nautia” (ναυτία), derivante da “naus” (ναῦς) che in greco significa “nave” e ci porta direttamente ai greci, popolo di navigatori ben prima dei romani. Con il fornelletto da campo, diremmo oggi, si risolveva il problema della cottura dei cibi in mare. Ne esistevano di due tipi: il tipo “a cassa”, con un piano di cottura in laterizi con sopra delle braci e una graticola in ferro; e il tipo “mobile” in piombo, più comune probabilmente perché utilizza il piombo che è un metallo più resistente e si ripara più facilmente; un utensile perfetto quindi per la vita a bordo di una nave: il fornello era in doppia lamina di piombo con un camino dove veniva versata acqua per impedire che il metallo si surriscaldasse avvicinandosi al punto di fusione. E quando poi la nave si stava avvicinando alla costa o cominciava a far buio tornava utile lo scandaglio per verificare la profondità del mare ed evitare così gli insidiosi bassi fondali. All’anello si legava una sottile fune di canapa (“sagola”) che, misurata a braccia, consentiva di determinare la profondità di quel tratto di mare. La base, che andava a toccare il fondo, era incavata e ricoperta di grasso animale (“sego”) che permetteva di prelevare piccoli campioni di fondale marino.
Ma non sempre i romani andarono per mare con scopi commerciali. Anzi, prima per creare degli empori o individuare dei centri abitati amici e poi per garantire la sicurezza delle rotte alle grandi navi da trasporto, furono necessarie nel corso dei secoli molte battaglie navali nei passaggi strategici del Mediterraneo o contro i popoli che tentavano di opporsi al nascente concetto di “mare nostrum”. Le battaglie sul mare sono andate avanti fino all’ascesa al potere di Ottaviano, il futuro Augusto primo imperatore romano, che è il tema portante della mostra di Caorle. Sono tre le battaglie importanti che hanno costruito la fortuna di Augusto: Filippi, Nauloco e Azio. Ancora una volta la multimedialità viene in aiuto al visitatore che, salendo su un tappetino-sensore, fa partire le immagini della battaglia desiderata le quali, con uno sviluppo concavo di quasi 200 gradi, “avvolgono” il visitatore e lo “immergono” negli scontri sanguinosi. Così a Filippi (42 a.C.) nella battaglia campale tra Marco Antonio e Ottaviano contro Bruto e Cassio, gli assassini di Cesare. Così a Nauloco (36 a.C.), vicino a Milazzo in Sicilia, quando la flotta al comando di Marco Vipsanio Agrippa, ammiraglio di Ottaviano nonché suo migliore amico e futuro genero, sconfisse Sesto Pompeo che con la sua flotta aveva invaso l’isola. Così ad Azio (31 a.C.), vicino al golfo di Ambracia, l’odierna Arta sulle coste ioniche nord-occidentali della Grecia, con la battaglia navale che segnò la definitiva vittoria da parte di Ottaviano su Marco Antonio e Cleopatra.
Il percorso della mostra volge al termine. Del primo imperatore di Roma ormai si conoscono tutte le tappe fondamentali della sua vita. Non rimane che il saluto finale. E naturalmente è ancora lui, Augusto, ad accomiatare i visitatori accompagnandoli virtualmente all’uscita.






















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