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#buonconsiglioadomicilio. Denis Ton ci parla della Fama e di come è cambiato il concetto di notorietà nei secoli, attraverso due Allegorie della Fama conservate al Castello

Nel disegno la Giunta Albertiana tra il Magno Palazzo e il Castelvecchio (foto buonconsiglio)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Denis Ton, storico dell’arte entrato a far parte dello staff del museo pochi mesi fa, ci parlerà della Fama e di come è cambiata il concetto di notorietà nel corso dei secoli, raccontandoci la storia di due celebri dipinti seicenteschi, Allegoria della Fama, di Pietro Liberi e Pietro Ricchi, esposti nella pinacoteca del Castello del Buonconsiglio, allestita nella Giunta Albertiana, quel corpo di fabbrica aggiunto nel Seicento per riunire il Magno Palazzo con il Castelvecchio.

“Le due opere, di Liberi e di Ricchi”, spiega Ton, “sono legate a un’ossessione che contagiò molti dei grandi committenti di quest’epoca, vale a dire l’ossessione per la Fama. La Fama è un concetto molto diverso dalla popolarità a cui siamo abituati oggi, in cui si può dire si sia avverata la profezia di Andy Warhol per cui ognuno di noi ha diritto al suo quarto d’ora di celebrità, non si misura nei follower ma è una prospettiva eterna. La Fama per l’uomo del Seicento e anche del Settecento è l’ambizione di durare nel tempo, che il proprio nome risuoni oltre la vita. Francesco Alberti Poja, il principe vescovo che realizzo la Giunta Albertiana, non fa eccezione. E commissionò a un artista veneto, Pietro Liberi, un importante ciclo di dipinti che, secondo le fonti, ornava due ambienti al secondo piano del palazzo. Purtroppo la decorazione che le fonti, in particolare Daniele Bartoli nel 1780, ci descrivono come rappresentanti soggetti dell’Antico Testamento e varie allegorie, è quasi del tutto scomparsa”.

“L’Allegoria della Fama” di Pietro Liberi conservata nelle collezioni del Castello del Buonconsiglio (foto buonconsiglio)

“Di questo ciclo disperso, realizzato tra il 1686 e il 1687 da Pietro Liberi in collaborazione col figlio Marco”, continua Ton, “si conserva tuttavia al castello un dipinto, acquisito all’inizio del Novecento, che rappresenta la Fama con il consueto attributo della tromba e insieme l’allegoria della Giustizia perché, come si vede, nell’altra mano tiene la spada. Utilizzando quindi gli attributi tipici scritti nel celebre manuale di iconologia di Cesare Ripa, Pietro Liberi combina insieme elementi differenti, e insieme allude anche alla sconfitta del Vizio. Come si vede sullo sfondo del dipinto, quasi un monocromo, i toni molto più scuri, Minerva con l’elmo, lo scudo e la lancia caccia alcune figure. L’allusione quindi che attraverso l’esercizio della Giustizia il principe vescovo ottiene la Fama. In questo modo Pietro Liberi si qualifica, come descritto anche dalle fonti, come un artista intellettuale, capace di parlare per allusioni, per geroglifici – come dicevano i contemporanei – perfettamente sintonizzato su un clima culturale che è quello delle Accademie, popolari a Venezia quanto anche a Trento come l’Accademia degli Accesi sostenuta dallo stesso principe vescovo”.

“L’Allegoria della Fama” di Pietro Ricchi conservata nelle collezioni del Castello del Buonconsiglio (foto buonconsiglio)

“Naturalmente sta all’abilità degli artisti trasformare queste allegorie, questi concetti che possono suonare un po’ cerebrali, in creature vive. E l’opera di Pietro Ricchi, sempre delle collezioni del Castello del Buonconsiglio, lo testimonia perfettamente. Ricchi è un artista lucchese che però ha molto viaggiato, si è fermato a Bologna e poi è stato in Francia via Milano, a Brescia, a Venezia. E ha lavorato molto anche in Trentino. Sua è ad esempio l’Assunzione della Vergine nella chiesa di Santa Maria. Pietro Ricchi concepisce un dipinto, probabilmente per una collezione privata, un quadro da portego, essendo un’opera del periodo veneziano degli anni ’50-’60 del Seicento, in cui la Fama giace addormentata. Questa meravigliosa creatura dall’incarnato quasi opalescente il viso incorporato nel sonno, mentre la Lascivia, rappresentata da un satiro, è intenta a tagliarle le ali. Alcuni amorini invece le sottraggono gli attributi tipici: la tromba con cui lei dovrebbe propagare il nome del committente. Quindi ci troviamo di fronte a una libera invenzione che ricombina insieme elementi diversi per creare un monito intellettuale, invece che una celebrazione tout court: la Lascivia sottrae gli attributi alla Fama. E l’invito quindi è quello di non cedere alla Lussuria perché questo tarpa le ali alla Fama e alla celebrità. Che cosa sta concependo Pietro Ricchi? Una sorta di poesia per immagini secondo il principio prettamente seicentesco ut pictura poesis (come nella pittura così nella poesia): l’ambizione – conclude Ton – è quella di creare delle rappresentazioni che possono rivaleggiare con la letteratura nel concetto della poesia barocca, ma soprattutto è la qualità di una pittura che sa giostrare molto bene tra una situazione di luminosità contrastata, ben rappresentata dalle figure che contornano l’allegoria, a quella invece di una Fama che diagonalmente imbastisce tutta la composizione della scena”.

#buonconsiglioadomicilio. Alessandro Casagrande ci porta nelle “Stanze nascoste” del castello: la stanza del famiglio e lo studiolo, non visitabili ma legate alla vita privata del principe vescovo Bernardo Cles

#buonconsiglioadomicilio ci porta nelle stanze segrete del principe vescovo

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Alessandro Casagrande, responsabile ufficio Promozione e Comunicazione del museo del Buonconsiglio con “Stanze nascoste: stanza del famiglio e studiolo” ci svela alcune sale del Castello del Buonconsiglio chiuse al pubblico e non visitabili ma legate alla vita privata del principe vescovo Bernardo Cles.

“Uno degli ambienti molto particolari legati alla vita più intima del principe Bernardo Cles è sicuramente la sua camera da letto”, spiega Casagrande. “Lui qui veniva a riposare, a dormire. È una stanza affrescata da Gerolamo Romanino nel 1531; anzi fu il primo ambiente che il pittore bresciano ha eseguito in Castello nel Magno Palazzo voluto dal principe vescovo. La decorazione ha un fregio che riporta i putti con i simboli del principe vescovo e dei busti di imperatori romani. La peculiarità di questa stanza è che è completamente affrescata, nel senso che anche la parete è tutta affrescata. Nelle altre stanze del Castello infatti la decorazione si limita al fregio sommitale. Ma perché questa stanza è molto intima? Perché qui il principe vescovo veniva costantemente sorvegliato da alcune persone. Da chi? Da una finestra sulla parte alta della stanza, verso il soffitto, si intravede una stanzetta, sempre chiusa al pubblico, ma molto interessante perché ospitava la stanza del famiglio. Per scoprire questa stanza segreta bisogna salire le scale”.

La stanza del famiglio con la finestrella per vegliare sul sonno del principe vescovo (foto buonconsiglio)

“La stanza del famiglio è solitamente chiusa al pubblico”, continua Casagrande. “Il soffitto è molto basso, semplicemente perché qui i famigli venivano a dormire e a sorvegliare il sonno del principe vescovo Bernardo Cles. Ma chi erano questi famigli? I famigli erano a volte parenti, a volte no, persone molto fidate che appunto dovevano sorvegliare il sonno del principe vescovo. Bernardo Cles – va ricordato – fu il principe vescovo che sedò col sangue la rivolta dei contadini, per cui aveva qualche timore mentre dormiva. La stanza è completamente decorata con bande rosse e bianche verticali. Una decorazione che ricorda molto quella della fascia inferiore di torre Aquila. È una decorazione di quegli anni – siamo nel 1531 – in parte poi è stata ridipinta, ma alcune parti sono completamente originali. Quando il principe vescovo Bernardo Cles risiedeva qui in Castello e non era a Vienna presso l’imperatore, la corte qui era molto numerosa: vi erano molte guardie, poi vi era il medico di corte Pietro Andrea Mattioli, vi era il giullare di corte Paolo Alemanno, vi erano i prelati, ma naturalmente vi erano anche i famigli, queste persone che erano molto vicine al principe vescovo tanto da dormire ogni notte con lui e sorvegliarlo. Dalla finestrella i famigli guardavano che il principe vescovo non avesse brutte sorprese o brutti incontri durante il sonno”.

Il foro segreto nello studiolo privato del principe vescovo attraverso il quale Bernardo Cles poteva ascoltare la messa (foto buonconsiglio)

Un altro ambiente molto importante ma sempre chiuso al pubblico e legato alla figura del principe vescovo Bernardo Cles è il suo studiolo privato. “Per accedervi bisogna passare da Sala Scarlatti”, spiega Casagrande, “un ambiente decorato e affrescato dai fratelli Dossi e un tempo completamente decorato con una tappezzeria color scarlatto con dei preziosi ricami in oro. Superata la parete allestitiva si entra finalmente nello studiolo privato del principe vescovo. Qui veniva a meditare, veniva a pregare, veniva a passare alcune ore in tranquillità. Lo studiolo è composto da due stanze. Una è completamente ricoperta con una base in legno novecentesca, e una stanza al piano superiore che conserva ancora oggi un fregio a grottesche di scuola fogoliniana. La stanza al piano inferiore nasconde anche un piccolo segreto, un segreto che si cela dietro la parete di legno. Tirando la parete infatti si svela un piccolo foro, un piccolo cunicolo dal quale il principe vescovo poteva ascoltare la messa che si celebrava nella cappella clesiana”.

#buonconsiglioadomicilio. Claudio Strocchi descrive alcune magnifiche sculture lignee tardogotiche: sacri legni scolpiti, intagliati, dipinti del XV secolo

Dettaglio dei rilievi scolpiti di un altare a portelle del XV conservato al Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Claudio Strocchi del settore Storico-artistico del museo del Buonconsiglio con “Sacri legni scolpiti, intagliati, dipinti del XV secolo” ci svela la storia di alcune magnifiche sculture lignee tardogotiche, tra queste una Schöne Madonna e un altare a portelle del maestro brissinese Hans Klocker.

Il Castello del Buonconsiglio è l’erede del museo civico di Trento, del museo nazionale e del museo provinciale d’arte. Le collezioni sono costituite da capolavori. Claudio Strocchi ci porta nella sezione dedicata all’arte del Rinascimento, sia italiano sia di stampo germanico, dove si possono notare medaglie risalenti al ‘400, in particolare le medaglie del Pisanello, ma anche opere della produzione vetraria di Murano, come il piatto da parata e il calice di vetro. Tra i capolavori che si possono ammirare nella sala vi sono anche esempi di Schöne Madonne, la Bella Madonna, una tipologia di scultura con la raffigurazione della Madonna in piedi che tiene il bambino. In particolare al centro della bacheca c’è una Madonna eretta sulla falce di luna con un Bambino estremamente grazioso in una posa decisamente dinoccolata, un Bambino completamente ignudo – come da tradizione – che viene mostrato ai fedeli. Esempi di questo genere, che derivano dalla tradizione germanica, vengono utilizzati anche per gli altari a portelle”.

Altare a portelle con quattro rilievi di tema mariano e al centro il gruppo scultoreo con l’Incoronazione della Vergine (foto Buonconsiglio)

“Uno dei capolavori dell’arte dell’intaglio che si possono ammirare – continua Strocchi – è costituito dai quattro rilievi di tema mariano e dal gruppo scultoreo con l’incoronazione della Vergine. Le opere sono state recentemente restaurate e ricomposte, e permettono di capire quello che era la disposizione dei manufatti all’interno di un altare a portelle appositamente realizzato verso la fine del ‘400 per l’altar maggiore della chiesa conventuale di San Marco a Trento. Le opere vennero realizzate dall’artista brissinese Hans Klocker, un artista attivo tra il 1478 e il 1500. I soggetti raffigurati dedicati alla vita della Vergine sono ispirati a incisioni presumibilmente eseguite in area tedesca dal cosiddetto maestro E.S. Sappiamo che l’altare di Hans Klocker venne smontato all’inizio dell’Ottocento nel momento in cui il convento di San Marco venne soppresso. I quattro pannelli con le storie della Vergine arrivarono al municipio di Trento perché la loro appartenenza alle collezioni comunali è documentata dal 1843. Il gruppo dell’Incoronazione, dopo varie peregrinazioni, arriva invece alla chiesa di Gardolo da cui è stato prelevato alcuni anni fa per essere restaurato e conseguentemente esposto al Castello del Buonconsiglio. La composizione allestitiva attuale, con i quattro rilievi che presentano quattro episodi della vita della Vergine e il gruppo dell’Incoronazione al centro, allude alla disposizione originaria, così come si trovava nella chiesa di San Marco a Trento”.

Altare a portelle di provenienza ignota con, al centro dello scrigno, la Vergine su una falce di luna, conservato al Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

L’altare a portelle o flügel altar era una struttura molto complessa. “Era costituito da una cassa o scrigno, che conteneva sculture”, ricorda Strocchi, “aveva due sportelli mobili, ed era appoggiata a un basamento o predella all’interno del quale vi erano ancora sculture. In questo caso vediamo nello scrigno la Madonna con Bambino affiancata da due santi mentre nella predella vediamo il Cristo con i dodici apostoli. Ma c’è un altro esempio di scrigno d’altare con sculture lignee. Si tratta di un manufatto la cui provenienza è ignota, che risulta appartenere alle collezioni del castello sin dal 1934. In particolare poniamo l’attenzione alla figura centrale della Madonna con Bambino, una figura femminile eretta sulla falce di luna che dal punto di vista tipologico si ricollega alla Bella Madonna che abbiamo visto in precedenza, una tipologia di origine nordica tedesca”.

#buonconsiglioadomicilio. Annapaola Mosca dei Servizi Educativi del museo del Buonconsiglio ci racconta l’antico sarcofago di piazza Mostra a Trento, con monete, balsamari e ampulla vitrea

Il sarcofago di piazza Mostra a Trento risale al II-III sec. d.C, (foto archeotrentino)

Nuovo appuntamento con i video buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Annapaola Mosca dei Servizi educativi ci racconta la storia di alcuni balsamari romani in vetro trovati sul finire dell’Ottocento in un antico sarcofago che oggi si trova in piazza della Mostra di fronte al castello del Buonconsiglio.

In una sala di Castelvecchio, nucleo medievale del castello del Buonconsiglio, è conservato un balsamario di vetro verde-azzurro. “Il balsamario realizzato in vetro soffiato con il corpo tronco-conico arrotondato e l’alto collo cilindrico”, spiega Mosca, “è stato ritrovato, come ci informano i dati di archivio, in piazza della Mostra il 12 maggio 1860. Lo storico Michelangelo Mariani ci informa che piazza della Mostra, sottostante il Castello, nel XVII secolo era uno spazio multifunzionale adibito a giostre o tornei. Ma in età romana, l’area ora occupata da piazza della Mostra vicina all’anfiteatro, a giudicare dai dati archeologici, poteva essere un luogo destinato a necropoli. Due manufatti di età romana si trovano attualmente di fronte alla porta detta di San Vigilio del Castello del Buonconsiglio. Sono un’ara in pietra rossa e un sarcofago. Mentre dell’ara non abbiamo al momento delle notizie precise circa la sua provenienza, dai dati di archivio e da uno scritto del 1861 sappiamo che il sarcofago era stato scoperto in piazza della Mostra e scoperchiato il 12 maggio 1860. Un disegno del sarcofago in piazza della Mostra è riportato nel testo dello storico Lodovico Oberziner sui resti del 1883. Il nostro esemplare ha il coperchio conformato a tetto a doppio spiovente con quattro tegole piane ricoperte da coppi e con quattro acroteri agli angoli. Il sarcofago rientra in una classe di manufatti diffusi tra il II e il III sec. d.C. La decorazione è infatti caratterizzata da una tabella centrale affiancata da due arcate laterali delimitate da una semplice modanatura. Il sarcofago ricordava vagamente un tempio o un’abitazione in quanto veniva a essere la casa del defunto. Considerati i costi del materiale, il sarcofago era un oggetto destinato a personaggi che avevano ricoperto un ruolo importante quando erano in vita”.

Ampulla vitrea dall’alo collo cilindrico, un balsamario ritrovato nell’antico sarcofago di piazza della Mostra a Trento (foto Buonconsiglio)

Da questo sarcofago sono state estratte delle monete molto corrose e quattro recipienti vitrei che sono stati inseriti nelle raccolte municipali. “Questi recipienti”, continua Mosca, “venivano a costituire il corredo funerario e avevano valore rituale in quanto probabilmente erano stati impiegati nel rito della deposizione. Sono recipienti molto delicati e preziosi in vetro soffiato e sono giunti intatti perché protetti dalla cassa del sarcofago. Tre di questi, qualificati come balsamari o lacrimatoi, sono sostanzialmente simili e trovano una particolare diffusione in età imperiale romana. Erano destinati a contenere balsami o unguenti potenziati spesso con essenze naturali e olii. Potevano essere aggiunti sale, resina, gomma per limitare l’evaporazione, come ci racconta Plinio nella Naturalis Historia. Il quarto recipiente vitreo estratto dal sarcofago è l’ampulla in vetro verde-azzurro dal lungo collo cilindrico realizzata appositamente per limitare l’evaporazione del contenuto. Generalmente sarcofagi di queta tipologia erano corredati da un’epigrafe: un’eventuale iscrizione potrebbe essere stata abrasa intenzionalmente per poter riservare il sarcofago alla deposizione di ulteriori defunti”.

#buonconsiglioadomicilio. Chiara Facchin dei Servizi Educativi del museo del Buonconsiglio ci racconta il mito di Fetonte nella Loggia del Romanino al Castello del Buonconsiglio: un monito ai governanti

La Loggia del Romanino, cuore del Magno Palazzo al Castello del Buonconsiglio (foto Nicola Eccher / Provincia di Trento)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Chiara Facchin dei Servizi Educativi del museo del Buonconsiglio ci racconta la storia mitologica di Fetonte immortalata dal pittore bresciano Girolamo Romanino nei bellissimi affreschi che realizzò tra il 1531 e il 1532 nella Loggia del Castello del Buonconsiglio su commissione del principe vescovo Bernardo Cles.

“Il cortile dei Leoni è il cuore della residenza del principe vescovo Bernardo Cles, il centro del Magno Palazzo”, spiega Chiara Facchin, “e da qui si può andare a scoprire la famosa Loggia del Romanino, uno spazio importante perché organizzava in modo razionale gli spostamenti all’interno della dimora. La corte del principe vescovo, il principe vescovo stesso e i suoi ospiti passavano da lì. Ma non solo: anche i dignitari di corte e coloro che dovevano incontrare il principe vescovo e i suoi funzionari rimanevano proprio nella loggia ad attendere ed è questo che svela il motivo di una scelta decorativa molto particolare. La decorazione della Loggia del Romanino richiama quelli che erano i princìpi fondamentali del Rinascimento dove architettura e decorazione ad affresco scultoreo erano strettamente legati tra loro. In particolare Bernardo Cles ha richiesto a Girolamo Romanino di decorare il centro della volta con un antico mito che richiamava il suo interesse per la cultura dell’antica Roma e dell’antica Grecia”.

Fetonte sul carro del sole, dipinto da Gerolamo Romanino al centro della volta della Loggia al Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“Il mito narra di Fetonte che si recò nella reggia del sole, del dio Apollo suo padre, e gli chiese conferma di essere proprio suo figlio”, riprende Facchin. “Apollo, per rispondere a questa domanda, si tolse la corona di raggi del sole, che circondavano il suo capo, perché erano talmente dorate e abbaglianti che impedivano a tutti di vederlo. Quando Fetonte si avvicinò, Apollo gli chiese di esprimere un desiderio affinché lui potesse dimostrargli di essere veramente suo padre e Fetonte fece una richiesta molto importante che rinunciasse al comando del carro e dei cavalli alati con il quale Apollo trasportava il sole durante il giorno sulla terra. Apollo disse a Fetonte di fare richieste adatte alla sua giovane età e al suo essere mortale. Ma Fetonte fu irremovibile, al ché il padre disse al figlio di stare molto attento. La difficoltà nel comandare il carro del sole era quella di trattenere i cavalli impetuosi. E Fetonte si preparò all’impresa. Una volta salito sul carro, però, i cavalli si resero subito conto che il cocchiere non era Apollo e si imbizzarrirono. All’interno della volta della Loggia è rappresentato proprio il momento in cui uno dei quattro cavalli che trainava il carro si era già staccato dalla quadriglia. Il carro e i cavalli si imbizzarrirono e Fetonte arrivò fino a sfiorare la volta celeste tant’è che la ruppe e ne discese una lucente scia di stelle. Nacque così la Via Lattea. Fetonte tirò violentemente le redini. I cavalli si abbassarono e andarono a sfiorare il terreno, la Terra, e crearono i deserti. A questo punto il carro sfrecciò davanti alla Luna che impallidì e lo guardò stupita. E Zeus tuonò, lanciò una saetta e colpì Fetonte che cadde ancora fumante nel fiume Eridano, il fiume Po. Le ninfe piansero la morte di Fetonte e ne raccolsero il corpo morente. La decorazione della Loggia presenta altri quattro personaggi: le Quattro Stagioni – continua Facchin -,  che sedevano a destra e a sinistra del trono di Apollo. La Primavera è riconoscibile dai fiori che tiene in mano, mentre l’Estate è circondata di spighe e di frutti. L’Autunno ha dei pampini e dei grappoli d’uva, mentre l’Inverno ormai vecchio e con la barba lunga presenta una serie di foglie secche. Questa rappresentazione doveva rendere ancora più completa la descrizione del mito. E infatti troviamo proprio Apollo rappresentato sul lato Est della Loggia, dove sorge il sole. Mentre di fronte a lui, sul lato Ovest, abbiamo Diana, la dea della luna, dove il sole ovviamente tramonta. La scelta decorativa della Loggia non è stata fatta tanto per dare spiegazione scientifica di fenomeni naturali quali la Via Lattea oppure i deserti, quanto piuttosto per ammonire gli ospiti che si trovavano all’interno della Loggia in attesa. Infatti Fetonte richiama la possibilità di chi è al governo di fare il passo troppo lungo rispetto alla propria gamba, di esagerare, di utilizzare in maniera anche inconsapevole ma negativa il proprio potere. L’invito di Bernardo Cles era quello di pensare sempre al benessere della comunità e quindi di governare al meglio delle proprie possibilità. Ecco cosa voleva raccontarci attraverso il mito di Fetonte”.

#buonconsiglioadomicilio. La storica dell’arte Elisa Colla ci fa scoprire lo straordinario ciclo di affreschi del ‘200 nella cappella di San Martino al castello di Stenico (Tn)

Castello di Stenico (Tn) costruito su uno sperone roccioso affacciato sulle Giudicarie esteriori (foto Buonconsiglio)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Elisa Colla del settore storico-artistico del museo del Buonconsiglio ci conduce a Castel Stenico (Tn) alla scoperta della Cappella di San Martino e dello straordinario ciclo pittorico (XIII secolo) conservato al suo interno.  

“Il castello di Stenico è un edificio fortificato di origine medievale costruito su uno sperone roccioso e guarda la conca delle Giudicarie esteriori”, spiega Colla. “Il castello è una testimonianza del potere dei principi vescovi in questa regione, un potere che iniziò nel 1163 quando il vescovo Adelpreto consegna a Bozone di Stenico il feudo di queste terre. Da allora qui ci fu sempre un capitano che doveva amministrare la zona e i vescovi nel castello di Stenico trovarono la loro residenza estiva, andando secolo dopo secolo a modificarne la struttura fino alla condizione attuale: dall’esterno rocca medievale fortificata, all’interno una residenza”.

La parete settentrionale della cappella di San Martino nel Castello di Stenico dove è stato scoperto un ciclo di affreschi del XIII secolo (foto Buonconsiglio)

La cappella di San Martino si trova oggi inserita nella struttura del castello e, in assenza di documenti che testimoniassero quale fosse stato lo sviluppo di questo edificio, i restauratori sono intervenuto negli anni Ottanta del Novecento con un restauro stratigrafico andando a indagare le diverse superfici di intonaco. “Intervenendo sulla parete settentrionale dell’edificio”, continua Colla, “si può immaginare lo stupore dei restauratori quando, dietro la parete, ne trovarono un’altra che conservava da ormai 800 anni un affresco del 1200, uno straordinario testimone della pittura romanica trentina. Realizzato presumibilmente tra il 1221 e il 1238 questo ciclo di affreschi fu occultato dopo pochissimi anni. La famiglia dei Bozoni da Stenico controllò questo castello per circa 70 anni, ma negli anni Venti del Duecento mancò un erede maschio e in quel momento i vescovi di Trento cercarono di proporre un’altra famiglia come feudataria della zona. Fu allora che Nicolò di Stenico rivendicò il suo potere, la sua legittima possibilità di controllare il castello. E probabilmente fu proprio lui il committente di queste figurazioni che rivelano una specifica volontà di lanciare di messaggi politici”.

La Crocifissione col Christus patiens nel ciclo di affreschi del XIII secolo nella cappella di San Martino al castello di Stenico (foto Buonconsiglio)

Facendo un’analisi iconografica si osserva come il ciclo sia diviso in due registri. “Nel primo registro”, illustra la storica dell’arte, “troviamo un ciclo cristologico con gli episodi più significativi della vita di Cristo, dall’Annunciazione – dove riconosciamo l’Arcangelo Gabriele e la Vergine mentre sta filando -, alla Natività – dove troviamo una matrice di sicura origine orientale bizantina che vede la Vergine distesa e un Bambino che è già un po’ adulto di fianco alle immagini di San Giuseppe e di un angelo -, per seguire poi con l’immagine più emblematica del Cristianesimo la Crocifissione: un Cristo che si sta già un po’ allontanando dalle tipologie orientali del Christus triumphans, del Cristo trionfante in croce, e somiglia già a quelle tipologie che iniziano a circolare dall’XI secolo di un Christus patiens, di un Cristo che soffre in croce, accanto alla Vergine dolente e a San Giovanni evangelista. E proprio alla fine di questo primo ciclo troviamo una figura che è estranea alle figurazioni più comuni nel territorio trentino, la figura di Sant’Osvaldo re. Come mai questa immagine in un ruolo e in una posizione così importante? Lo scopriamo andando a vedere quale fosse la posizione politica della famiglia dei Bozoni, in particolare di quell’erede che negli anni Venti del Duecento volle rivendicare il suo potere in quest’area, Nicolò da Stenico. Chiedendo alla bottega di pittori locali di realizzare qui nel ciclo il santo protettore dei conti di Appiano, Sant’Osvaldo re, il committente Nicolò da Stenico voleva ricordare sicuramente al principe vescovo di Trento che non solo i Bozoni erano al servizio dei principi vescovi ma erano anche vassalli dei conti d’Appiano, quindi una duplice posizione politica che viene ribadita poi nel secondo registro del ciclo di affreschi”.

Nel secondo registro dell’affresco la scelta iconografica rivela una precisa volontà del committente. “Le figurazioni sono anche descritte da iscrizioni ben chiare”, continua Colla, “e al centro di questa fascia di affreschi compare, pur essendo all’interno di una cappella, un personaggio laico, probabilmente Bozone da Stenico, che, vicino a San Biagio che lo sta investendo di questo ruolo del feudatario, mostra delle chiavi legate alla cinta. Alla sua destra altre figure di santi: San Martino, santo cui è dedicata la cappella, in abiti vescovili con la mitra e il pastorale, accanto al suo suddiacono San Brizio, e con lo stesso livello di importanza San Nicola, probabilmente con un chiaro riferimento a Nicola da Stenico. Conclude il ciclo la figura di San Gallo, normalmente associata all’immagine dell’orso, che qui lo vediamo con una piccola lepre e un cane, un chiaro segno che la bottega che lavorò nella cappella di Stenico era una bottega effettivamente itinerante che mescolava le fonti iconografiche e talvolta si prendeva qualche libertà anche nella realizzazione dei paramenti sacri. Le figure dei santi hanno uno stile monumentale frontale. Invece sul lato sinistro della scena del personaggio laico abbiamo delle figure più legate al mondo bizantino: una scena tratta dal dodicesimo capitolo dell’Apocalisse di San Giovanni rappresenta la lotta tra il bene e il male, male rappresentato da un dragone rosso a sette teste che minaccia una figura femminile che sta mettendo al mondo il Salvatore, l’immagine di una Madonna col Bambino nella tipica iconografia della Madonna della tenerezza,  tratta dalle 12 icone bizantine che sta in piedi sopra un globo a rappresentare il mondo caduco redento dalla venuta del Cristo; una salvezza ribadita poi dall’immagine della Sibilla immediatamente a destra che indica – come di consueto  si faceva nel Medioevo – col segno delle corna il potere malefico del dragone. Chiude l’immagine di Santa Margherita martire. Nel 1238 la famiglia dei Bozoni perde il controllo di questo feudo. E i successori occultano il ciclo di affreschi che tanti riferimenti politici conteneva. Lo vediamo ancora sulla parete meridionale che rimane coperta per motivi statici e che rivela solo una piccola parte che ci fa immaginare come dovesse essere il ciclo per intero. Anche questa parte divisa in due registri con un ciclo legato ai miracoli di Cristo e un registro inferiore probabilmente ispirato alla vita di Sant’Osvaldo re”.

#buonconsiglioadomicilio. Claudio Strocchi, curatore del museo, svela la storia della Bella Greca, “femme fatale”, ritratta dal trentino Giovan Battista Lampi

Il ritratto di Sophia de Witt, la Bella Greca, dipinto da Giovan Battista Lampi tra il 1789 e il 1791, e conservato al Castello del Buonconsiglio di Trento (foto Buonconsiglio)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Claudio Strocchi, curatore del museo settore storico-artistico, ci svela attraverso un magnifico ritratto realizzato dal pittore trentino Giovan Battista Lampi, la storia di una bellissima cortigiana, una “femme fatale” che visse a cavallo tra Settecento e Ottocento facendo innamorare i nobiluomini di molte corti europee: l’affascinante contessa Sophia de Witt, conosciuta come la Bella Greca, può tranquillamente essere considerata la Marilyn Monroe del suo tempo.

“Rientro al museo” è stata l’iniziativa culturale che il Castello del Buonconsiglio ha promosso nel mese di giugno 2020. L’immagine più accattivante proposta per l’iniziativa era il ritratto di una donna con la mascherina di colore azzurro. Ma chi è questa donna misteriosa? Ce la fa scoprire Claudio Strocchi. “È Sophia de Witt, una donna di origine turca che all’età di 12 anni era stata venduta a Costantinopoli come schiava. Il suo compratore era un nobile polacco. Sophia venne accompagnata alla corte del re di Polonia. I contemporanei la descrivevano “bellissima come un sogno, una bambina dei Paesi del Sud”. Tutti quelli che l’hanno vista ammirano la sua bellezza accendendo un fuoco nel cuore degli uomini e l’invidia negli occhi delle donne. A quell’epoca, alla corte del re di Polonia Stanislao Poniatowski, viveva un pittore di origine trentina Giovan Battista Lampi che conobbe la giovane fanciulla e la ritrasse nel dipinto ora esposto al Castello del Buonconsiglio. Venne iniziato nel 1789 in Polonia ma venne terminato nel 1791 quando il pittore si era già trasferito in Austria. Infatti nel dipinto si legge la firma Lampi e la data 1791. Sophia è rappresentata come una giovane donna con un abbigliamento alla moda, uno splendido vestito di seta bianca, la chioma corvina, e un’alta fascia con perle e rubini. Mostra una coppa per omaggiare la dea Vesta. Alle spalle, entro la nicchia, si intravede infatti la scultura della divinità greca a cui Sophia rende omaggio. Il pittore Giovan Battista Lampi sceglie una posa decisamente teatrale che esalta il fascino di questa donna che all’epoca era nota come la Bella Greca. Nel 1798, dopo essere stata per diverso tempo una delle damigelle della zarina di Russia Caterina II, Sophia diventa la moglie di un altro nobile polacco, il conte di origine polacca Stanislao Potocki. Per le sue caratteristiche stilistiche è uno dei capolavori della produzione pittorica di Giovan Battista Lampi. Per lungo tempo è appartenuto agli eredi della famiglia Potocki, e alla fine dell’Ottocento era custodito nella galleria di famiglia a Parigi. È stato acquistato per il Castello del Buonconsiglio nel 1998 e da allora è esposto nella sezione dedicata al pittore trentino Giovan Battista Lampi”.

#buonconsiglioadomicilio. Con Chiara Facchin alla scoperta del Torrione da Basso, camera da letto estiva del principe vescovo Bernardo Cles, dove l’esaltazione dell’impero romano diventa legittimazione del potere imperiale dei contemporanei

La volta affrescata della camera da letto estiva del principe vescovo nel Torrione da Basso del Castello del Buonconsiglio (foto buonconsiglio)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Chiara Facchin, dei Servizi educativi del museo del Buonconsiglio, ci accompagna alla scoperta del Torrione da Basso: sala circolare decorata fra il 1532 e il 1533 da Marcello Fogolino che qui realizzò il suo capolavoro. Il programma iconografico dell’ambiente, che si ispira a personaggi ed avvenimenti di storia romana, ha come tema l’esaltazione dell’impero antico, dal quale i regnanti moderni dovevano trarre stimolo ed esempio per la creazione del loro “imperio”.

Il Torrione da Basso è una struttura fortificata costruita sulla fondazione della torre angolare del giardino di Giovanni Hinderbach. “Bernardo Cles – ricorda Chiara Facchin – ha inglobato questa struttura all’interno del Magno Palazzo rendendolo un ambiente privato su un piano sul quale si trovano invece ambienti di rappresentanza. L’architettura fortificata di questa struttura rende l’ambiente adatto a essere una camera da letto, la camera da letto estiva del principe vescovo. Infatti, come era consuetudine nelle corti europee, anche Bernardo Cles ha scelto un ambiente che potesse essere adibito a camera privata durante il periodo estivo. L’ambiente è rivolto con due grandi finestre sul lato Ovest e sul lato Sud verso il giardino del Magno Palazzo da cui salivano dolci profumi e piacevoli suoni che svegliavano la mattina il principe vescovo. La stanza era arricchita da una serie di cuoi decorati che rivestivano tutte le pareti mentre il soffitto della volta è stato affrescato da Marcello Fogolino che ha rappresentato una serie di scene racchiuse ed esaltate da bellissime cornici in stucco bianco. Il centro della volta è decorato con lo stemma familiare di Bernardo Cles sovrastato dal galero, il copricapo cardinalizio: in mezzo si vedono le sette verghe e il ramo d’alloro intrecciato al ramo di palma, ovvero le imprese personali del principe vescovo”.

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Una delle quattro scene dipinte da Marcello Fogolino con Giulio Cesare (qui nel triunvirato) nel Torrione da Basso (foto buonconsiglio)

Tutto attorno quattro scene tratte dalla vita di Giulio Cesare: “La prima, quella in cui è raffigurato all’interno del triunvirato”, continua Facchin. “Si vedono i tre personaggi seduti in una piccola edicola e al fianco dei cavalli trattenuti a stento dai loro servitori. Nella seconda si vede un’immagine in cui Giulio Cesare riceve dei doni, delle offerte, probabilmente in seguito alla promulgazione delle leggi suntuarie, quando parte delle proprietà in eccesso rispetto a quanto determinato dalle leggi doveva essere consegnata proprio a Giulio Cesare. Marcello Fogolino nella terza scena descrive il momento in cui Giulio Cesare riceve la testa mozzata di Pompeo dalle mani di Tolomeo e lo punta con l‘indice sottolineando la crudeltà del gesto di Tolomeo stesso. Nella quarta scena viene descritto un corteo notturno. Fogolino per questa immagine si è ispirato alla rappresentazione realizzata da Mantegna alla corte di Mantova. In questo caso Fogolino è stato molto abile perché all’interno della scena ha dovuto inserire una serie di fonti luminose artificiali, delle torce delle fiaccole, che permettessero attraverso le luci e le ombre di delineare i personaggi protagonisti del corteo. Allargando lo sguardo possiamo cogliere la rappresentazione che Fogolino fa della figura umana. Le cornici ovali racchiudono figure maschili e femminili che si alternano con pose molto plastiche diversificate tra loro. Tra una figura umana e l’altra Fogolino ha rappresentato una serie di creature fantastiche e di mostri mitologici rendendoli con estrema bizzarria e una grande analiticità. Ha rappresentato in maniera molto fresca e vivace degli elementi che richiamano l’antichità classica rendendoli estremamente contemporanei”.

L’imperatore Domiziano, uno dei 14 cesari dipinti da Marcello Fogolino nel Torrione da Basso (foto buonconsiglio)

Proprio questo è lo spirito che anima anche le rappresentazioni dei 14 imperatori romani che finiscono la parte laterale della volta. “Ogni imperatore romano – fa notare Facchin – è presentato a cavallo ma ognuno in una posa differente, ritratto da una prospettiva diversa, e qui vediamo davvero l’abilità pittorica di Fogolino. L’altra particolarità di questi ritratti è che ogni imperatore è inserito in un paesaggio molto moderno con strutture architettoniche e figure umane che richiamano l’epoca rinascimentale. Il gioco tra antico e moderno, tematiche antiche in paesaggi contemporanei che si respira all’interno dei ritratti degli imperatori sottolinea ed evidenza anche quella che era la scelta tematica voluta da Bernardo Cles. Il principe vescovo infatti faceva parte della corte imperiale di Carlo V ed era consigliere personale del fratello Ferdinando. Attraverso la decorazione di questa sala troviamo una legittimazione del potere imperiale che affonda le sue radici nella cultura classica, quella dell’antica Roma, con un filo conduttore che passa da antico a moderno, rendendo ancora più forte e riconoscibile il potere imperiale contemporaneo”.

#buonconsiglioadomicilio. Alessandro Casagrande ci porta a scoprire le tabacchiere, dono imperiale nel secolo dei lumi, realizzate in materiali preziosi o in porcellana

Per il nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini, il responsabile Ufficio promozione e comunicazione del museo del Buonconsiglio Alessandro Casagrande ci fa conoscere alcuni esemplari di tabacchiere, dono imperiale nel secolo dei lumi, parte delle collezioni del Castello del Buonconsiglio, conservate nella sala degli Specchi, che rispecchia il gusto del Settecento quando viene rifatta secondo in stile barocco rococò. “Le tabacchiere”, spiega Casagrande, “ebbero grandissima fortuna nel Settecento tanto da essere anche definito il secolo delle tabacchiere. Questo perché sovrani imperatori e nobili erano soliti regalare a personaggi importanti queste tabacchiere realizzate da grandi artisti in materiali molto preziosi, come oro e argento, e decorate con pietre preziose, diamanti, zaffiri o smeraldi. Se scorriamo la Gazzetta Universale di quegli anni, del Settecento, sono molti i resoconti che ci raccontano appunto di questi regali fatti dai imperatori e regine, da Caterina II di Russia a Maria Teresa d’Austria, da Giuseppe II al pasha di Costantinopoli, soliti omaggiare vari artisti e musicisti di corte o letterati con questi oggetti preziosissimi, spesso accompagnati da sostanziose monete all’interno. La moda del tabacco conquistò tutta la popolazione, non solo i ricchi. Molte tabacchiere vengono realizzate in porcellana, un materiale meno nobile ma che permetteva a tutti di poter coltivare questo vizio. Per questo nacquero le tabacchiere realizzate dalle manifatture di Meissen, Sevres, Capodimonte, e molte furono anche le manifatture inglesi che si dedicarono a questi oggetti”.

Una tipica tabacchiera in porcellana del Settecento conservata nel museo del Castello del Buonconsiglio a Trento (foto Buonconsiglio)

Alcune di queste tabacchiere sono conservate nelle collezioni del museo del Buonconsiglio. “La maggior parte viene dalla manifattura inglese di Burslem. Tra le tabacchiere conservate in museo ce ne sono di particolari. Come la tabacchiera a forma di testa di carlino della manifattura inglese di Burslem realizzata tra il 1760 e il 1770. Il manufatto riprende appunto la fisionomia della testa del carlino, una razza canina che tra Sei e Settecento divenne assai ricercata dalla nobiltà europea tanto che fu spesso immortalata in diversi dipinti del grande pittore inglese William Hogarth. Un’altra tabacchiera decorata con fili d’erba è sagomata a forma di carlino mentre sulla base è raffigurato un cane in una piazza delimitata da un’architettura neoclassica. Anche questa tipologia si deve alla manifattura di Burslem un noto centro di produzione della ceramica nella regione del South Staffordshire. Una pregevole raffinata tabacchiera di gusto neoclassico è l’esemplare a forma circolare che ci fa capire come nascessero questi capolavori di galanteria grazie a un lavoro d’equipe di artigiani e artisti: per questo oggetto devono essere intervenuti abili decoratori per i ricercati motivi d’ornato, orafi per il fondo d’argento dorato, gli intarsi in stagno dorato, i dischetti in ferro applicati sui bordi della tabacchiera, mentre una stupenda miniatura con la figura di Vesta realizzata in cera bianca su ardesia ne fa davvero un capolavoro. C’è poi una tabacchiera settecentesca a forma ovale modanata a Scozia che ha la particolarità di avere un doppio scomparto, per consentire l’utilizzo di due tipi diversi di tabacco. Le composizioni dipinte sui coperchi e sulla base della tabacchiera riprendono il gusto tipico delle scene galanti del pittore francese Antoine Watteau. Strettamente collegate all’uso del tabacco vi erano anche le raspe chiamate grattugie che nel corso del Settecento diventarono un corredo essenziale e di gran moda negli ambienti aristocratici. Una raspa del castello del Buonconsiglio che proviene dalla collezione del maggiore Taddeo Tonelli presenta alcune eleganti figure femminili con scene di pellegrini. È completamente realizzata in avorio”.

#buonconsiglioadomicilio. Francesca Jurman ci porta a scoprire “le stanze private”: gli appartamenti del principe vescovo in Castelvecchio, chiusi al pubblico per motivi di sicurezza

Per il nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio, Francesca Jurman, responsabile dei Servizi educativi del museo del Buonconsiglio, ci conduce negli appartamenti privati del principe vescovo Johannes Hinderbach: ambienti intimi e riservati realizzati nella seconda metà del Quattrocento e decorati successivamente da Marcello Fogolino intorno al 1530. Gli appartamenti sono chiusi al pubblico per motivi di sicurezza. Gli appartamenti privati del principe vescovo Johannes Hinderbach si trovano all’ultimo piano di Castelvecchio. Realizzati nella seconda metà del Quattrocento, sono collegati direttamente con degli ambienti del piano sottostante, la cosiddetta Stua vecchia e la Stua del reverendissimo, ambienti quindi intimi e riservati dedicati esclusivamente al principe. “L’ambiente centrale, dei tre che costituiscono l’appartamento”, spiega Jurman, “conserva ancora oggi tracce della decorazione originale voluto proprio dal principe Johannes Hinderbach. Sono ornati che si ispirano agli sviluppi architettonici e scultorei di quello stile che ormai trova piena maturazione in epoca tardo-gotica. Gli intrecci sono molto raffinati: archetti trilobati e pinnacoli si rincorrono e definiscono il contorno di elementi che oggi non vediamo più. Questi ambienti infatti sono stati utilizzati anche da altri principi vescovi che si sono succeduti dopo Johannes Hinderbach e tra questi Bernardo Cles che prima che venisse realizzato il sontuoso Magno Palazzo, la sua residenza personale tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta del Cinquecento utilizzava proprio queste stanze come suoi appartamenti privati”.

Particolare del fregio dipinto da Marcello Fogolino nelle stanze private del principe vescovo a Castelvecchio (foto Buonconsiglio)

La stanza viene fatta ornare da Bernardo Cles con un bel camino con una cornice in pietra scolpita nella quale sono incastonati dei motivi decorativi in pietra di paragone. “Al centro la sua impresa, l’impresa dell’unità, il fascio di verde trattenuto da un nastro su cui è iscritto il motto unitas, unità religiosa e politica, e collegato all’altra impresa, sempre utilizzato da Bernardo Cles, la palma e l’alloro, simbolo invece di pace e di gloria. Attraverso queste insegne – continua Jurman – il Cles vuole in qualche modo illustrare quello che è il suo programma politico, il suo impegno. La decorazione dell’ambiente viene completata da un fregio pittorico probabilmente realizzato da Marcello Fogolino quello che diverrà poi il pittore di corte del Cles. Il Fogolino riprende qui un repertorio decorativo di cui lui diviene forse il massimo interprete e diffusore in tutta l’area trentina. Un fregio a grottesca cosiddetto a racemo abitato. In effetti si tratta di un motivo decorativo che consente al pittore di creare immagini particolarmente fantasiose, bizzarre, stravaganti, sempre inedite originali, andando a recuperare un repertorio che è antico, perché si trovava già nella Domus Aurea di Nerone, ma che viene proprio diffuso da Raffaello e dai suoi seguaci verso la fine del Quattrocento. Ecco quindi che nel fregio un tralcio fiorito e concluso con volute di foglie d’acanto viene abitato da tutta una serie di figure estremamente bizzarre, un tripudio di putti che giocano con degli esseri fantastici: ci sono dei cavalli marini, ci sono dei satiri o delle donne alate che concludono il loro corpo in una sorta di coda che ricorda quella delle sirene”. Ci sono anche dettagli particolarmente curiosi, divertenti, come può essere il volatile che becca il sedere del putto in un clima moto festoso e divertito. Al di sotto di questo fregio, così gioioso e fresco, viene realizzata una finta copertura di lastre in marmo sulle quali campeggia il trigramma di San Bernardini da Siena con lettere IHS inserite in un sole raggiato e all’interno di due fronde di palma e alloro che richiamano appunto l’impresa d Bernardo Cles. “Analoga decorazione riservata anche al primo degli ambienti di questo appartamento: anche qui finte lastre di marmo accolgono il trigramma di San Bernardino che viene alternato all’impresa dell’unitas clesiana. Al di sopra un fregio pittorico sempre a grottesca probabilmente opera di Fogolino o di qualche suo aiutante. Questo perché qui il fregio rivela invece una maggior rigidità nelle figure, ma lo spirito è identico. Motivi che riecheggiano le forme le soluzioni ideate da Raffaello, da Perin del Vaga, dai loro seguaci e che qui vengono ovviamente riviste in una chiave assolutamente originale, dando veramente libero sfogo a Fogolino e ai suoi seguaci che troveranno piena espressione nei fregi pittorici che andranno a realizzare negli anni successivi all’interno del Magno Palazzo”.