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#buonconsiglioadomicilio. Giorgia Sossass dei Servizi Educativi del museo del Buonconsiglio ci porta in due ambienti particolarmente suggestivi e significativi del Castello: il Refettorio, affrescato dal Fogolino, e la Cantina scavata interamente nella roccia

Nel dettaglio di un affresco di Marcello Fogolino nel Magno Palazzo un banchetto del principe vescovo Bernardo Cles (foto buonconsiglio)

Nuovo appuntamento, è il 33.mo, con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Giorgia Sossass dei Servizi Educativi del museo del Buonconsiglio ci porta in due ambienti particolarmente suggestivi e significativi del Castello: il Refettorio, affrescato magistralmente da Marcello Fogolino intorno al 1532 e la Cantina scavata interamente nella roccia.

“Spigola, lavanda e le viole, le rose varie, i garofani eletti, e ciascun fior che il prezzo aver si suole, fan nel vago giardin mille boschetti. Parano intorno intorno al muro il sole, sopra le strade dardeggianti tetti di nobili viti che nei caldi mesi tengan di Bacco i vari frutti appesi. Avendo visto il superbo giardino passavo via per una porta bella finché arrivammo dove ogni buon vino ha ‘l sito suo, la bellissima cella”: così scrive nel 1539 Pietro Andrea Mattioli, medico personale del principe vescovo Bernardo Cles. “È proprio in questo suggestivo ambiente che la storia del Magno Palazzo ebbe inizio”, spiega Giorgio Sossass. “Sulla prima colonna a sinistra dell’entrata è infatti tuttora visibile un’incisione, ricavata direttamente nella pietra del primo pilone, che ricorda la fondazione dell’edificio. È quindi probabile che l’intera fabbrica del Magno Palazzo prese le mosse dalla posa della prima pietra in questo suggestivo ambiente. L’epigrafe recita: Bernardus episcopus tridentinus a fondamenta erexit die 25 febbraio 1528. I lavori di costruzione cominciarono effettivamente nella primavera del 1528 in concomitanza con una festa di inaugurazione della fabbrica del Magno Palazzo. Un tempo, sopra l’epigrafe, era direttamente murata una medaglia in bronzo commemorativa della figura di Bernardo Cles, il committente d questa nuova grandiosa impresa architettonica. Colpiscono tuttora le dimensioni dell’ambiente. E il fatto che la cantina sia stata realizzata scavando direttamente nella roccia del dosso che fa da base all’intero edificio. Le botti attualmente visibili all’interno di questo spazio provengono dalla cantina storica dell’istituto agrario di San Michele e contribuiscono in qualche modo a ricreare l’atmosfera anche olfattiva di questo ambiente adibito alla conservazione e alla fermentazione del vino”.

La volta del Refettorio del Magno Palazzo del Buonconsiglio, affrescata da Marcello Fogolino (foto buonconsiglio)

“La degustazione dei pregiati vini prodotti nella cantina – continua Sossass – avveniva direttamente nello spazio adiacente, il cosiddetto revolto fuori della caneva. L’ambiente fu interamente decorato ad affresco dal pittore Marcello Fogolino tra il 1531 e il 1532. La decorazione è strettamente legata alla funzione di questo luogo destinato ai divertimenti e agli svaghi della corte. Qui sappiamo che si tenevano dei sontuosi banchetti offerti dal principe vescovo ai suoi ospiti organizzati utilizzando le pregevoli stoviglie di proprietà del committente che vediamo esemplarmente raffigurate nella decorazione ad affresco. In particolare nella splendida natura morta che immortala una piattaia ricolma di piatti, bicchieri e stoviglie, realizzati in metalli preziosi come l’oro, l’argento e il peltro. La figura del maestro di casa che sorveglia con attenzione le stoviglie insieme a quell’architetto che impugna il compasso e probabilmente a quella del buffone di corte, ritratti sulla parete rivolta verso il giardino testimoniano uno straordinario spaccato di vita all’epoca di Bernardo Cles e allo stesso tempo sembrano documentare la volontà del committente di ritrarre le maestranze attive nell’edificazione dell’edificio ma anche nell’organizzazione degli svaghi della corte. Tutte le altre decorazioni di questo ambiente sono infatti dedicate al diletto e agli svaghi che il principe vescovo offriva ai suoi ospiti. Sono raffigurati dei musici intenti nell’esecuzione di concerti con strumenti da camera e, nella lunetta sopra il lavabo sono ritratte delle scene di danze e balli campestri. In questo ambiente più appartato anche il pittore di corte Marcello Fogolino si sente probabilmente più libero di dar sfogo alla sua vena più inventiva e bizzarra, e riempie infatti la volta di decorazioni vegetali, animali reali e mostruosi, mascheroni, tendaggi, ispirati alle cosiddette decorazioni a grottesche che proprio pochi anni prima erano state riscoperte a Roma nella Domus Aurea di Nerone”.

La fontana del Refettorio del Magno Palazzo del castello (foto buonconsiglio)

“Per tornare alla descrizione del Mattioli – sottolinea la curatrice – in questo ambiente è tuttora presente la fontana originale che veniva alimentata attraverso un complesso sistema di conduttore d’acqua che scendevano direttamente dalla roccia realizzato ancora all’epoca di Giovanni Hinderbach. La vasca è sorretta da una base decorata da quattro delfini, mentre lo zampillo dell’acqua usciva direttamente dalla conchiglia incassata nel muro. La fontana poteva essere utilizzata per lavarsi le mani alla fine e all’inizio del banchetto, oppure per lavare le stoviglie prima di riporle nei lacunari ricavati direttamente nella parete di fronte”. Così ancora il Mattioli: “Dinanzi alla cantina è posto a fronte un refettorio eccellente e decoro, ove discende d’un propinquo monte con sottil arte e pregiato lavoro un chiaro fresco ameno e nobil fonte da guazzare cristalli e vasi d’oro in cui il dolce liquor si tira e mesce quando spumante dalle gran botti esce”.

#buonconsiglioadomicilio. Morena Dallemule racconta la storia dell’antico mosaico della chiesa paleocristiana del Doss Trento

Nuovo appuntamento, è il 32.mo, con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Morena Dallemule, del settore Archeologia del Buonconsiglio, racconta la storia dell’antico mosaico della chiesa paleocristiana del Doss Trento, conservato nelle collezioni archeologiche del Castello del Buonconsiglio e ne svela alcune curiosità.

“Oggi andiamo fuori dalle mura del castello”, annuncia Morena Dallemule, “e raggiungiamo la cima del rilievo che più di ogni altro ha intrecciato la sua storia con quella della città: il Doss Trento. Ci soffermeremo su una pagina particolare del suo passato, torneremo al VI secolo quando sulla sua sommità sorgeva un’antica chiesa paleocristiana. Ma per arrivare a questo dobbiamo fare una tappa intermedia. È l’ottobre del 1900 e gli addetti del genio militare austriaco stanno lavorando sulla cima del rilievo, stanno semplicemente fissando un parafulmine che doveva proteggere una vicina polveriera. Durante gli scavi intercettano una superficie a mosaico che si rivela essere la pavimentazione di un’antica chiesa cristiana. Per garantire la conservazione del mosaico le autorità austriache ne dispongono il distacco. Questo viene quindi asportato dalla sua sede, viene restaurato e infine consegnato al museo civico di Trento, le cui collezioni qualche anno più tardi sarebbero transitate in quelle del nuovo museo nazionale con sede al castello del Buonconsiglio. Negli anni successivi ulteriori scavi porteranno alla luce le fondazioni della chiesa permettendoci di tracciarne a grandi linee la pianta. È costituita da due edifici affiancati, entrambi absidati, e da una serie di vani più piccoli che probabilmente avevano una funzione accessoria rispetto alla pratica liturgica”.

Il mosaico proveniente dalla chiesa paleocristiana del Doss Trento ed esposto al Castello del Buonconsiglio (foto buonconsiglio)

“Il mosaico era collocato nell’edificio settentrionale, quello di dimensioni minori, dove costituiva una sorta di soglia che separava lo spazio presbiteriale dove il sacerdote celebrava la liturgia e l’aula riservata ai fedeli”, spiega l’archeologa. “È un frammento piuttosto ampio, e anche se presenta molte lacune ci dice diverse cose sulla chiesa a cui apparteneva. Vediamo che una lunga iscrizione orizzontale posta su un’unica linea divide lo spazio della superficie in due quadri figurativi. Quello superiore è dominato da un kantharos, un recipiente biansato da cui fuoriesce un petalo e dei tralci di vite. Ai suoi lati abbiamo due riquadri con delle decorazioni a nastri intrecciati. A noi oggi possono sembrare puramente geometriche. In realtà per un fedele di VI secolo dovevano essere molto familiari, perché visivamente richiamano quegli elementi lapidei che costituivano la recinzione presbiteriale, ossia quell’elemento architettonico che divideva il presbiterio dove stavano i celebranti dall’aula in cui stava l’assemblea. La parte inferiore doveva presentare una composizione speculare. Il riquadro centrale oggi è andato perduto. Ne rimane una piccola traccia in un tratto di cornice nel settore destro. Sopravvivono invece le decorazioni geometriche fatte da quadrati ed esagoni che vanno a combinarsi formando degli ottagoni policromi. I temi e la composizione di questo mosaico trovano moltissimi riscontri nelle chiese paleocristiane, tuttavia i collegamenti più diretti e forse per noi più interessanti sono quelli con i mosaici che nello stesso periodo, V-VI secolo, venivano realizzati nei maggiori poli religiosi della città di Trento. L’ecclesia che sorgeva nell’area dove ora c’è la chiesa di Santa Maria Maggiore e la basilica di Giuliana, tuttora visibile sotto la chiesa cattedrale. Va detto che il mosaico del Doss Trento si pone a un livello qualitativo inferiore rispetto a quanto realizzato in ambito urbano. Il disegno più grossolano e alcune imprecisioni sono particolarmente evidenti guardando l’iscrizione i cui caratteri sono tracciati in maniera un po’ irregolare e vano infittendosi via via che si procede verso destra con la lettura, come se l’artigiano non avesse ben calcolato lo spazio a disposizione per il testo. L’iscrizione si apre con la formula tipica “de donis dei” che sta a significare come l’offerente, grato a Dio per le ricchezze materiali che questi ha voluto donargli, intende mostrare la propria riconoscenza restituendo parte di questi beni materiali sotto forma di finanziamento, finanziamento a un’opera che possa risultare a lui gradita. In questo mosaico a Dio sono associati i santi Cosma e Damiano. È molto importante trovare questi due martiri citati nel nostro mosaico – continua -. Il loro culto è di origine orientale ed era sostenuto e promosso dalla casa imperiale bizantina, e soprattutto dall’imperatore Giustiniano. Se noi pensiamo che nel VI secolo il territorio trentino è stato conteso tra goti, franchi, bizantini e longobardi, capiamo come dedicare un mosaico, se non un’intera chiesa, ai santi protettori dell’imperatore Giustiniano avesse una precisa valenza politica. L’iscrizione prosegue informandoci che l’opera è stata realizzata al tempo del vescovo Eugippio il cui episcopato sappiamo collocarsi tra 530 e 570 d.C.”.

Particolare del mosaico dal Doss Trento con la citazione di Laurentius cantore (foto buonconsiglio)

“L’ultimo dei personaggi che il mosaico riporta in vita è l’offerente, Laurentius il cantore, colui che ha pagato per questo mosaico. Di lui conosciamo soltanto il nome e il ruolo che ricopriva nell’organizzazione ecclesiastica”, sottolinea Dallemule. “Ma quest’ultimo aspetto è comunque molto interessante perché ci dà un’ulteriore aggancio per la datazione cronologica del mosaico. Il ruolo di cantore viene infatti introdotto in occidente solo nella seconda metà del VI secolo. Prima esisteva un’unica figura, quella del lettore, che durante la liturgia era incaricato sia di richiamare le Scritture che di intonare gli inni e i salmi. Nel VI secolo questi due compiti vengono separati non tanto perché si intendesse affidare la parte musicale a un individuo dalle spiccate doti vocali, ma perché era necessaria una persona dedicata che memorizzasse, eseguisse e tramandasse tutto il repertorio musicale che doveva coprire l’anno liturgico in un’epoca in cui non si aveva ancora un sistema codificato di notazione musicale. Se per il ruolo di lettore nei primi anni dell’età cristiana abbiamo numerose attestazioni, numerose testimonianze, le citazioni dei cantori sono rarissime, e Laurentius è a tutt’oggi uno dei pochi cantori di cui conosciamo”.

Plutei e pilastrini dalla chiesa paleocristiana del Doss Trento (foto buonconsiglio)

“Sono ancora molti gli aspetti da chiarire sul significato e sulla funzione che la chiesa rivestiva nell’ambito della Trento cristiana dei primi secoli e altrettanto oscuro rimane il suo destino. Sappiamo che era ancora in uso nell’VIII secolo. Ce lo dicono alcuni frammenti di pilastrini e di plutei che sono stati rinvenuti tra i resti della chiesa e che sono tutt’oggi esposti al castello del Buonconsiglio. Dopo questo piccolo squarcio – conclude Dallemule – l’edificio scompare dalla fonti e non ne sappiamo più niente. Forse perduto, forse trasformato in quella chiesa di San Biagio che le fonti ci segnalano sullo Spento del XIII-XIV secolo. Ma questa è un’altra storia”.

#buonconsiglioadomicilio. Anna Paola Mosca presenta preziosi ornamenti di Età romana provenienti dal sito di Mechel in val di Non (Trento)

La sala del castello del Buonconsiglio che ospita i reperti di età romana dal sito di Mechel in val di Non (foto buonconsiglio)

Nuovo appuntamento, è il 31.mo, con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Anna Paola Mosca dei Servizi Educativi ci svela alcuni magnifici gioielli di epoca romana conservati nelle collezioni archeologiche del museo del Castello del Buonconsiglio provenienti dal sito di Mechel in val di Non.

Diverse collezioni archeologiche che sono conservate nel museo sono collegate al territorio trentino e documentano la storia dell’archeologia locale collegata alla macrostoria e permettono di delineare un quadro dell’organizzazione insediativa nelle vallate del Trentino. “Oggi analizziamo oggetti d’ornamento, splendidi gioielli che provengono dal distretto territoriale di Cles in Val di Non”, spiega Anna Paola Mosca. “Queste splendide fibule, cioè spille destinate a sostenere, a chiudere, abbellire vari capi d’abbigliamento, sono state recuperate a Mechel (Meclo) nel corso di scavi effettuati alla fine dell’Ottocento. Provengono dalla località Valle Importa ubicata poco a monte dell’attuale paese di Mechel alla periferia di Cles. Il sito era stato individuato da Luigi de Campi, avvocato politico e anche archeologo, originario della valle di Non. La portata delle scoperte effettuate da Luigi de Campi fu eccezionale in quanto gli scavi hanno permesso di documentare una continuità di vita dell’area archeologica dal Bronzo recente fino all’età romana. Luigi de Campi era convinto di avere individuato una necropoli, a causa degli strati di ceneri e della presenza di ossa combuste, mentre ora generalmente si ritiene che il sito fosse destinato a luogo di culto sulla base delle ossa di animali rinvenute, e a causa della presenza di oggetti di piccole dimensioni”.

Alcune fibule di età romana esposte al castello del Buonconsiglio provenienti dal sito di Mechel in val di Non (foto buonconsiglio)

“Le fibule in argento o in bronzo, conservate al Buonconsiglio”, continua Anna Paola Mosca, “sono nella maggior parte lavorate con la tecnica con alveoli o cavità che vengono scavati sulla superficie dell’oggetto metallico con l’uso del bulino o del punzone e vengono riempiti di smalto vitreo. Le fibule vengono poi riscaldate fino a quando lo smalto si scioglie e una volta raffreddate vengono levigate e lucidate. Queste fibule possono essere finite con particolari di vetro o di pietre preziose. Dovevano essere oggetti di ornamento raffinati, allegri e colorati, ispirati alle forme e ai colori della natura ma erano anche prodotti di lusso e indicatori di prestigio sociale. Nella cerniera di queste fibule possiamo ritrovare il motivo della losanga con decorazione a cerchielli decorati o del quadrato con appendici circolari con lavorazioni a smalto di vari colori. Sono presenti anche fibule a cerniera discoidale piatta con bande concentriche con bottone centrale sporgente decorato a smalto arancio, nero, bianco, blu. Deliziose sono le fibule con gli animali ritratti con naturalismo – continua Anna Paola Mosca -, come quella con la cerniera raffigurante una lepre in corsa, o quella a cavallo marino con tracce di smalto rosso bruno sul corpo. In alcuni esemplari di fibule la cerniera è conformata a civetta che risalta nei grandi occhi resi a incisione con funzione apotropaica. Sulla coda una decorazione realizzata a punzone e delle graffiature suggeriscono la presenza di piume. Dall’area di Mechel provengono anche 169 perle in pasta vitrea. Sono perle sferiche, costolate, di colore azzurro turchese: 57 di queste si trovano riunite a formare una collana esposta in vetrina. Sempre dall’area di Mechel proviene la fibula a tenaglia pure esposta nelle vetrine del museo”.

Anello d’oro con castone da Mechel in val di Non (foto buonconsiglio)

Nella zona di Cles sono attestate anche delle necropoli dislocate principalmente lungo la viabilità che prosegue verso i passi alpini. “Da una di queste necropoli, scoperta nel 1847, proviene lo splendido anello d’oro con castone inciso con scena di pesca. La verga anulare si allarga a forma di foglia in prossimità del castone ovale dove è inserita della pasta vitrea stratificata azzurro blu ad imitazione del più prezioso calcedonio. Vi è incisa la figura seduta di un pescatore con la canna e un pesce all’amo. Questa tipologia di anello ricorre nell’oreficeria tarda soprattutto nel II e III sec. d.C. Il distretto territoriale di Mechel – conclude Anna Paola Mosca – doveva la sua fortuna nell’antichità al fatto di essere collegato sia alla viabilità alpina che a quella di fondovalle. Manufatti potevano arrivare tramite le idrovie padane e il lago di Garda e la viabilità antica”.

#buonconsiglioadomicilio. Claudio Strocchi ci conduce nella elegante Sala Specchi per svelarci alcuni capolavori della collezione di bronzetti, tra cui “Venere che castiga Amore”

La Sala Specchi al Castello del Buonconsiglio ospita una collezione di bronzetti (foto buonconsiglio)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Claudio Strocchi del settore storico-artistico del museo del Castello del Buonconsiglio (Tn) ci conduce nella elegante Sala Specchi per svelarci alcuni capolavori della collezione di bronzetti, raccolta esposta in questa sala dal 2012. Tra queste opere spicca la magnifica Venere che castiga Amore opera di Niccolò Roccatagliata scultore che trovò fama a Venezia nei primi anni del Seicento come valente bronzista.

Siamo in Sala Specchi al castello del Buonconsiglio di Trento. L’ambiente è anche detto Camerone del Torrione, perché si trova all’ultima piano del Torrione, costruito per volontà di Giovanni Hinderbach alla fine del ‘400, che venne inglobato nel Magno Palazzo durante i lavori del cardinale Bernardo Cles. “L’ambiente – spiega Strocchi – oggi si presenta in una veste completamente diversa da quella originaria. I restauri dell’inizio degli anni Trenta, promossi dal soprintendente Giuseppe Gerola, hanno consentito il recupero dell’aspetto settecentesco della sala, quell’aspetto che era stato voluto dal principe vescovo Francesco Felice Alberti di Enno nel 1759, che aveva fatto eseguire le cornici in stucco all’interno delle quali erano posizionati dei dipinti di carattere biblico eseguiti dal pittore veneziano Francesco Fontebasso. A testimonianza dei lavori promossi nel 1759 dal principe vescovo Francesco Felice Alberti di Enno è ancora oggi visibile il suo stemma al centro della sala nel pavimento eseguito a intarsio di marmi policromi”.

Testa di giovane moro, bronzetto di Severo Calzetta (foto buonconsiglio)

Dal 2012 la sala Specchi ospita la collezione dei bronzetti. La raccolta si è formata nella seconda metà dell’Ottocento e nel 1921 è passata in deposito al museo nazionale, oggi museo del Castello del Buonconsiglio. “Tra i suoi capolavori – ricorda Strocchi – sono da annoverare la testa di giovane moro di Severo Calzetta da Ravenna, la testa di fanciullo, poi ancora il calamaio a forma di granchio così come i secchielli, il picchiotto con amorino che doma il leone, eseguiti dai fratelli Grandi, e il torso della Venus pudica capolavoro della bronzistica veneziana. Di grande interesse sono anche gli elementi di fontana rappresentati da un delfino e da un fanciullo che cavalca il delfino: appartenevano a fontane, l’una cinquecentesca e l’altra seicentesca”.

“Venere castiga Amore”, bronzetto di Nicolò Roccatagliata (foto buonconsiglio)

“Venere castiga Amore è un gruppo scultoreo composto da una figura femminile ignuda, eretta, che sostiene con la mano destra un flagello e nella sinistra ha un libro”, descrive Strocchi. “In basso, due puttini che si stanno coprendo l’un l’altro per difendersi. La figura femminile, caratterizzata da una linea serpentinata, ha un corpo dalle forme arrotondate. L’ispirazione del gruppo è derivata da una incisione eseguita da Agostino Carracci nel 1595, dove però uno dei putti è bendato e quindi simboleggia Amore mentre nel nostro gruppo bronzeo nessuno dei puttini è bendato. È possibile quindi che l’interpretazione possa essere diversa. Potrebbe trattarsi infatti della raffigurazione di Grammatica, una delle arti liberali, anzi la prima arte del trivio. Grammatica con il suo flagello sta infatti punendo i fanciulli che sono indisciplinati e li corregge bacchettandoli sulla bocca. L’autore del gruppo è Nicolò Roccatagliata, un artista nato a Genova nel 1560 circa, che ben presto si traferì a Venezia dove divenne molto celebre come bronzista e dove morì nel 1633. Allo stesso autore è riconducibile anche un gruppo raffigurante l’Astronomia oggi conservato in una collezione statunitense che presenta affinità stilistiche al gruppo conservato al Castello del Buonconsiglio. Un’altra raffigurazione di Grammatica sempre visibile al Castello del Buonconsiglio è l’affresco dipinto da Dosso Dossi del 1532 nella camera del Camino Nero dove la Grammatica è rappresentata da una donna vecchia che insegna a leggere a un giovane bambino e vicino a lei è presente anche la frusta o flagello che serve per punire gli indisciplinati”.

#buonconsiglioadomicilio. Denis Ton ci parla della Fama e di come è cambiato il concetto di notorietà nei secoli, attraverso due Allegorie della Fama conservate al Castello

Nel disegno la Giunta Albertiana tra il Magno Palazzo e il Castelvecchio (foto buonconsiglio)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Denis Ton, storico dell’arte entrato a far parte dello staff del museo pochi mesi fa, ci parlerà della Fama e di come è cambiata il concetto di notorietà nel corso dei secoli, raccontandoci la storia di due celebri dipinti seicenteschi, Allegoria della Fama, di Pietro Liberi e Pietro Ricchi, esposti nella pinacoteca del Castello del Buonconsiglio, allestita nella Giunta Albertiana, quel corpo di fabbrica aggiunto nel Seicento per riunire il Magno Palazzo con il Castelvecchio.

“Le due opere, di Liberi e di Ricchi”, spiega Ton, “sono legate a un’ossessione che contagiò molti dei grandi committenti di quest’epoca, vale a dire l’ossessione per la Fama. La Fama è un concetto molto diverso dalla popolarità a cui siamo abituati oggi, in cui si può dire si sia avverata la profezia di Andy Warhol per cui ognuno di noi ha diritto al suo quarto d’ora di celebrità, non si misura nei follower ma è una prospettiva eterna. La Fama per l’uomo del Seicento e anche del Settecento è l’ambizione di durare nel tempo, che il proprio nome risuoni oltre la vita. Francesco Alberti Poja, il principe vescovo che realizzo la Giunta Albertiana, non fa eccezione. E commissionò a un artista veneto, Pietro Liberi, un importante ciclo di dipinti che, secondo le fonti, ornava due ambienti al secondo piano del palazzo. Purtroppo la decorazione che le fonti, in particolare Daniele Bartoli nel 1780, ci descrivono come rappresentanti soggetti dell’Antico Testamento e varie allegorie, è quasi del tutto scomparsa”.

“L’Allegoria della Fama” di Pietro Liberi conservata nelle collezioni del Castello del Buonconsiglio (foto buonconsiglio)

“Di questo ciclo disperso, realizzato tra il 1686 e il 1687 da Pietro Liberi in collaborazione col figlio Marco”, continua Ton, “si conserva tuttavia al castello un dipinto, acquisito all’inizio del Novecento, che rappresenta la Fama con il consueto attributo della tromba e insieme l’allegoria della Giustizia perché, come si vede, nell’altra mano tiene la spada. Utilizzando quindi gli attributi tipici scritti nel celebre manuale di iconologia di Cesare Ripa, Pietro Liberi combina insieme elementi differenti, e insieme allude anche alla sconfitta del Vizio. Come si vede sullo sfondo del dipinto, quasi un monocromo, i toni molto più scuri, Minerva con l’elmo, lo scudo e la lancia caccia alcune figure. L’allusione quindi che attraverso l’esercizio della Giustizia il principe vescovo ottiene la Fama. In questo modo Pietro Liberi si qualifica, come descritto anche dalle fonti, come un artista intellettuale, capace di parlare per allusioni, per geroglifici – come dicevano i contemporanei – perfettamente sintonizzato su un clima culturale che è quello delle Accademie, popolari a Venezia quanto anche a Trento come l’Accademia degli Accesi sostenuta dallo stesso principe vescovo”.

“L’Allegoria della Fama” di Pietro Ricchi conservata nelle collezioni del Castello del Buonconsiglio (foto buonconsiglio)

“Naturalmente sta all’abilità degli artisti trasformare queste allegorie, questi concetti che possono suonare un po’ cerebrali, in creature vive. E l’opera di Pietro Ricchi, sempre delle collezioni del Castello del Buonconsiglio, lo testimonia perfettamente. Ricchi è un artista lucchese che però ha molto viaggiato, si è fermato a Bologna e poi è stato in Francia via Milano, a Brescia, a Venezia. E ha lavorato molto anche in Trentino. Sua è ad esempio l’Assunzione della Vergine nella chiesa di Santa Maria. Pietro Ricchi concepisce un dipinto, probabilmente per una collezione privata, un quadro da portego, essendo un’opera del periodo veneziano degli anni ’50-’60 del Seicento, in cui la Fama giace addormentata. Questa meravigliosa creatura dall’incarnato quasi opalescente il viso incorporato nel sonno, mentre la Lascivia, rappresentata da un satiro, è intenta a tagliarle le ali. Alcuni amorini invece le sottraggono gli attributi tipici: la tromba con cui lei dovrebbe propagare il nome del committente. Quindi ci troviamo di fronte a una libera invenzione che ricombina insieme elementi diversi per creare un monito intellettuale, invece che una celebrazione tout court: la Lascivia sottrae gli attributi alla Fama. E l’invito quindi è quello di non cedere alla Lussuria perché questo tarpa le ali alla Fama e alla celebrità. Che cosa sta concependo Pietro Ricchi? Una sorta di poesia per immagini secondo il principio prettamente seicentesco ut pictura poesis (come nella pittura così nella poesia): l’ambizione – conclude Ton – è quella di creare delle rappresentazioni che possono rivaleggiare con la letteratura nel concetto della poesia barocca, ma soprattutto è la qualità di una pittura che sa giostrare molto bene tra una situazione di luminosità contrastata, ben rappresentata dalle figure che contornano l’allegoria, a quella invece di una Fama che diagonalmente imbastisce tutta la composizione della scena”.

#buonconsiglioadomicilio. Alessandro Casagrande ci porta nelle “Stanze nascoste” del castello: la stanza del famiglio e lo studiolo, non visitabili ma legate alla vita privata del principe vescovo Bernardo Cles

#buonconsiglioadomicilio ci porta nelle stanze segrete del principe vescovo

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Alessandro Casagrande, responsabile ufficio Promozione e Comunicazione del museo del Buonconsiglio con “Stanze nascoste: stanza del famiglio e studiolo” ci svela alcune sale del Castello del Buonconsiglio chiuse al pubblico e non visitabili ma legate alla vita privata del principe vescovo Bernardo Cles.

“Uno degli ambienti molto particolari legati alla vita più intima del principe Bernardo Cles è sicuramente la sua camera da letto”, spiega Casagrande. “Lui qui veniva a riposare, a dormire. È una stanza affrescata da Gerolamo Romanino nel 1531; anzi fu il primo ambiente che il pittore bresciano ha eseguito in Castello nel Magno Palazzo voluto dal principe vescovo. La decorazione ha un fregio che riporta i putti con i simboli del principe vescovo e dei busti di imperatori romani. La peculiarità di questa stanza è che è completamente affrescata, nel senso che anche la parete è tutta affrescata. Nelle altre stanze del Castello infatti la decorazione si limita al fregio sommitale. Ma perché questa stanza è molto intima? Perché qui il principe vescovo veniva costantemente sorvegliato da alcune persone. Da chi? Da una finestra sulla parte alta della stanza, verso il soffitto, si intravede una stanzetta, sempre chiusa al pubblico, ma molto interessante perché ospitava la stanza del famiglio. Per scoprire questa stanza segreta bisogna salire le scale”.

La stanza del famiglio con la finestrella per vegliare sul sonno del principe vescovo (foto buonconsiglio)

“La stanza del famiglio è solitamente chiusa al pubblico”, continua Casagrande. “Il soffitto è molto basso, semplicemente perché qui i famigli venivano a dormire e a sorvegliare il sonno del principe vescovo Bernardo Cles. Ma chi erano questi famigli? I famigli erano a volte parenti, a volte no, persone molto fidate che appunto dovevano sorvegliare il sonno del principe vescovo. Bernardo Cles – va ricordato – fu il principe vescovo che sedò col sangue la rivolta dei contadini, per cui aveva qualche timore mentre dormiva. La stanza è completamente decorata con bande rosse e bianche verticali. Una decorazione che ricorda molto quella della fascia inferiore di torre Aquila. È una decorazione di quegli anni – siamo nel 1531 – in parte poi è stata ridipinta, ma alcune parti sono completamente originali. Quando il principe vescovo Bernardo Cles risiedeva qui in Castello e non era a Vienna presso l’imperatore, la corte qui era molto numerosa: vi erano molte guardie, poi vi era il medico di corte Pietro Andrea Mattioli, vi era il giullare di corte Paolo Alemanno, vi erano i prelati, ma naturalmente vi erano anche i famigli, queste persone che erano molto vicine al principe vescovo tanto da dormire ogni notte con lui e sorvegliarlo. Dalla finestrella i famigli guardavano che il principe vescovo non avesse brutte sorprese o brutti incontri durante il sonno”.

Il foro segreto nello studiolo privato del principe vescovo attraverso il quale Bernardo Cles poteva ascoltare la messa (foto buonconsiglio)

Un altro ambiente molto importante ma sempre chiuso al pubblico e legato alla figura del principe vescovo Bernardo Cles è il suo studiolo privato. “Per accedervi bisogna passare da Sala Scarlatti”, spiega Casagrande, “un ambiente decorato e affrescato dai fratelli Dossi e un tempo completamente decorato con una tappezzeria color scarlatto con dei preziosi ricami in oro. Superata la parete allestitiva si entra finalmente nello studiolo privato del principe vescovo. Qui veniva a meditare, veniva a pregare, veniva a passare alcune ore in tranquillità. Lo studiolo è composto da due stanze. Una è completamente ricoperta con una base in legno novecentesca, e una stanza al piano superiore che conserva ancora oggi un fregio a grottesche di scuola fogoliniana. La stanza al piano inferiore nasconde anche un piccolo segreto, un segreto che si cela dietro la parete di legno. Tirando la parete infatti si svela un piccolo foro, un piccolo cunicolo dal quale il principe vescovo poteva ascoltare la messa che si celebrava nella cappella clesiana”.

#buonconsiglioadomicilio. Claudio Strocchi descrive alcune magnifiche sculture lignee tardogotiche: sacri legni scolpiti, intagliati, dipinti del XV secolo

Dettaglio dei rilievi scolpiti di un altare a portelle del XV conservato al Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Claudio Strocchi del settore Storico-artistico del museo del Buonconsiglio con “Sacri legni scolpiti, intagliati, dipinti del XV secolo” ci svela la storia di alcune magnifiche sculture lignee tardogotiche, tra queste una Schöne Madonna e un altare a portelle del maestro brissinese Hans Klocker.

Il Castello del Buonconsiglio è l’erede del museo civico di Trento, del museo nazionale e del museo provinciale d’arte. Le collezioni sono costituite da capolavori. Claudio Strocchi ci porta nella sezione dedicata all’arte del Rinascimento, sia italiano sia di stampo germanico, dove si possono notare medaglie risalenti al ‘400, in particolare le medaglie del Pisanello, ma anche opere della produzione vetraria di Murano, come il piatto da parata e il calice di vetro. Tra i capolavori che si possono ammirare nella sala vi sono anche esempi di Schöne Madonne, la Bella Madonna, una tipologia di scultura con la raffigurazione della Madonna in piedi che tiene il bambino. In particolare al centro della bacheca c’è una Madonna eretta sulla falce di luna con un Bambino estremamente grazioso in una posa decisamente dinoccolata, un Bambino completamente ignudo – come da tradizione – che viene mostrato ai fedeli. Esempi di questo genere, che derivano dalla tradizione germanica, vengono utilizzati anche per gli altari a portelle”.

Altare a portelle con quattro rilievi di tema mariano e al centro il gruppo scultoreo con l’Incoronazione della Vergine (foto Buonconsiglio)

“Uno dei capolavori dell’arte dell’intaglio che si possono ammirare – continua Strocchi – è costituito dai quattro rilievi di tema mariano e dal gruppo scultoreo con l’incoronazione della Vergine. Le opere sono state recentemente restaurate e ricomposte, e permettono di capire quello che era la disposizione dei manufatti all’interno di un altare a portelle appositamente realizzato verso la fine del ‘400 per l’altar maggiore della chiesa conventuale di San Marco a Trento. Le opere vennero realizzate dall’artista brissinese Hans Klocker, un artista attivo tra il 1478 e il 1500. I soggetti raffigurati dedicati alla vita della Vergine sono ispirati a incisioni presumibilmente eseguite in area tedesca dal cosiddetto maestro E.S. Sappiamo che l’altare di Hans Klocker venne smontato all’inizio dell’Ottocento nel momento in cui il convento di San Marco venne soppresso. I quattro pannelli con le storie della Vergine arrivarono al municipio di Trento perché la loro appartenenza alle collezioni comunali è documentata dal 1843. Il gruppo dell’Incoronazione, dopo varie peregrinazioni, arriva invece alla chiesa di Gardolo da cui è stato prelevato alcuni anni fa per essere restaurato e conseguentemente esposto al Castello del Buonconsiglio. La composizione allestitiva attuale, con i quattro rilievi che presentano quattro episodi della vita della Vergine e il gruppo dell’Incoronazione al centro, allude alla disposizione originaria, così come si trovava nella chiesa di San Marco a Trento”.

Altare a portelle di provenienza ignota con, al centro dello scrigno, la Vergine su una falce di luna, conservato al Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

L’altare a portelle o flügel altar era una struttura molto complessa. “Era costituito da una cassa o scrigno, che conteneva sculture”, ricorda Strocchi, “aveva due sportelli mobili, ed era appoggiata a un basamento o predella all’interno del quale vi erano ancora sculture. In questo caso vediamo nello scrigno la Madonna con Bambino affiancata da due santi mentre nella predella vediamo il Cristo con i dodici apostoli. Ma c’è un altro esempio di scrigno d’altare con sculture lignee. Si tratta di un manufatto la cui provenienza è ignota, che risulta appartenere alle collezioni del castello sin dal 1934. In particolare poniamo l’attenzione alla figura centrale della Madonna con Bambino, una figura femminile eretta sulla falce di luna che dal punto di vista tipologico si ricollega alla Bella Madonna che abbiamo visto in precedenza, una tipologia di origine nordica tedesca”.

#buonconsiglioadomicilio. Annapaola Mosca dei Servizi Educativi del museo del Buonconsiglio ci racconta l’antico sarcofago di piazza Mostra a Trento, con monete, balsamari e ampulla vitrea

Il sarcofago di piazza Mostra a Trento risale al II-III sec. d.C, (foto archeotrentino)

Nuovo appuntamento con i video buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Annapaola Mosca dei Servizi educativi ci racconta la storia di alcuni balsamari romani in vetro trovati sul finire dell’Ottocento in un antico sarcofago che oggi si trova in piazza della Mostra di fronte al castello del Buonconsiglio.

In una sala di Castelvecchio, nucleo medievale del castello del Buonconsiglio, è conservato un balsamario di vetro verde-azzurro. “Il balsamario realizzato in vetro soffiato con il corpo tronco-conico arrotondato e l’alto collo cilindrico”, spiega Mosca, “è stato ritrovato, come ci informano i dati di archivio, in piazza della Mostra il 12 maggio 1860. Lo storico Michelangelo Mariani ci informa che piazza della Mostra, sottostante il Castello, nel XVII secolo era uno spazio multifunzionale adibito a giostre o tornei. Ma in età romana, l’area ora occupata da piazza della Mostra vicina all’anfiteatro, a giudicare dai dati archeologici, poteva essere un luogo destinato a necropoli. Due manufatti di età romana si trovano attualmente di fronte alla porta detta di San Vigilio del Castello del Buonconsiglio. Sono un’ara in pietra rossa e un sarcofago. Mentre dell’ara non abbiamo al momento delle notizie precise circa la sua provenienza, dai dati di archivio e da uno scritto del 1861 sappiamo che il sarcofago era stato scoperto in piazza della Mostra e scoperchiato il 12 maggio 1860. Un disegno del sarcofago in piazza della Mostra è riportato nel testo dello storico Lodovico Oberziner sui resti del 1883. Il nostro esemplare ha il coperchio conformato a tetto a doppio spiovente con quattro tegole piane ricoperte da coppi e con quattro acroteri agli angoli. Il sarcofago rientra in una classe di manufatti diffusi tra il II e il III sec. d.C. La decorazione è infatti caratterizzata da una tabella centrale affiancata da due arcate laterali delimitate da una semplice modanatura. Il sarcofago ricordava vagamente un tempio o un’abitazione in quanto veniva a essere la casa del defunto. Considerati i costi del materiale, il sarcofago era un oggetto destinato a personaggi che avevano ricoperto un ruolo importante quando erano in vita”.

Ampulla vitrea dall’alo collo cilindrico, un balsamario ritrovato nell’antico sarcofago di piazza della Mostra a Trento (foto Buonconsiglio)

Da questo sarcofago sono state estratte delle monete molto corrose e quattro recipienti vitrei che sono stati inseriti nelle raccolte municipali. “Questi recipienti”, continua Mosca, “venivano a costituire il corredo funerario e avevano valore rituale in quanto probabilmente erano stati impiegati nel rito della deposizione. Sono recipienti molto delicati e preziosi in vetro soffiato e sono giunti intatti perché protetti dalla cassa del sarcofago. Tre di questi, qualificati come balsamari o lacrimatoi, sono sostanzialmente simili e trovano una particolare diffusione in età imperiale romana. Erano destinati a contenere balsami o unguenti potenziati spesso con essenze naturali e olii. Potevano essere aggiunti sale, resina, gomma per limitare l’evaporazione, come ci racconta Plinio nella Naturalis Historia. Il quarto recipiente vitreo estratto dal sarcofago è l’ampulla in vetro verde-azzurro dal lungo collo cilindrico realizzata appositamente per limitare l’evaporazione del contenuto. Generalmente sarcofagi di queta tipologia erano corredati da un’epigrafe: un’eventuale iscrizione potrebbe essere stata abrasa intenzionalmente per poter riservare il sarcofago alla deposizione di ulteriori defunti”.

#buonconsiglioadomicilio. Chiara Facchin dei Servizi Educativi del museo del Buonconsiglio ci racconta il mito di Fetonte nella Loggia del Romanino al Castello del Buonconsiglio: un monito ai governanti

La Loggia del Romanino, cuore del Magno Palazzo al Castello del Buonconsiglio (foto Nicola Eccher / Provincia di Trento)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Chiara Facchin dei Servizi Educativi del museo del Buonconsiglio ci racconta la storia mitologica di Fetonte immortalata dal pittore bresciano Girolamo Romanino nei bellissimi affreschi che realizzò tra il 1531 e il 1532 nella Loggia del Castello del Buonconsiglio su commissione del principe vescovo Bernardo Cles.

“Il cortile dei Leoni è il cuore della residenza del principe vescovo Bernardo Cles, il centro del Magno Palazzo”, spiega Chiara Facchin, “e da qui si può andare a scoprire la famosa Loggia del Romanino, uno spazio importante perché organizzava in modo razionale gli spostamenti all’interno della dimora. La corte del principe vescovo, il principe vescovo stesso e i suoi ospiti passavano da lì. Ma non solo: anche i dignitari di corte e coloro che dovevano incontrare il principe vescovo e i suoi funzionari rimanevano proprio nella loggia ad attendere ed è questo che svela il motivo di una scelta decorativa molto particolare. La decorazione della Loggia del Romanino richiama quelli che erano i princìpi fondamentali del Rinascimento dove architettura e decorazione ad affresco scultoreo erano strettamente legati tra loro. In particolare Bernardo Cles ha richiesto a Girolamo Romanino di decorare il centro della volta con un antico mito che richiamava il suo interesse per la cultura dell’antica Roma e dell’antica Grecia”.

Fetonte sul carro del sole, dipinto da Gerolamo Romanino al centro della volta della Loggia al Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“Il mito narra di Fetonte che si recò nella reggia del sole, del dio Apollo suo padre, e gli chiese conferma di essere proprio suo figlio”, riprende Facchin. “Apollo, per rispondere a questa domanda, si tolse la corona di raggi del sole, che circondavano il suo capo, perché erano talmente dorate e abbaglianti che impedivano a tutti di vederlo. Quando Fetonte si avvicinò, Apollo gli chiese di esprimere un desiderio affinché lui potesse dimostrargli di essere veramente suo padre e Fetonte fece una richiesta molto importante che rinunciasse al comando del carro e dei cavalli alati con il quale Apollo trasportava il sole durante il giorno sulla terra. Apollo disse a Fetonte di fare richieste adatte alla sua giovane età e al suo essere mortale. Ma Fetonte fu irremovibile, al ché il padre disse al figlio di stare molto attento. La difficoltà nel comandare il carro del sole era quella di trattenere i cavalli impetuosi. E Fetonte si preparò all’impresa. Una volta salito sul carro, però, i cavalli si resero subito conto che il cocchiere non era Apollo e si imbizzarrirono. All’interno della volta della Loggia è rappresentato proprio il momento in cui uno dei quattro cavalli che trainava il carro si era già staccato dalla quadriglia. Il carro e i cavalli si imbizzarrirono e Fetonte arrivò fino a sfiorare la volta celeste tant’è che la ruppe e ne discese una lucente scia di stelle. Nacque così la Via Lattea. Fetonte tirò violentemente le redini. I cavalli si abbassarono e andarono a sfiorare il terreno, la Terra, e crearono i deserti. A questo punto il carro sfrecciò davanti alla Luna che impallidì e lo guardò stupita. E Zeus tuonò, lanciò una saetta e colpì Fetonte che cadde ancora fumante nel fiume Eridano, il fiume Po. Le ninfe piansero la morte di Fetonte e ne raccolsero il corpo morente. La decorazione della Loggia presenta altri quattro personaggi: le Quattro Stagioni – continua Facchin -,  che sedevano a destra e a sinistra del trono di Apollo. La Primavera è riconoscibile dai fiori che tiene in mano, mentre l’Estate è circondata di spighe e di frutti. L’Autunno ha dei pampini e dei grappoli d’uva, mentre l’Inverno ormai vecchio e con la barba lunga presenta una serie di foglie secche. Questa rappresentazione doveva rendere ancora più completa la descrizione del mito. E infatti troviamo proprio Apollo rappresentato sul lato Est della Loggia, dove sorge il sole. Mentre di fronte a lui, sul lato Ovest, abbiamo Diana, la dea della luna, dove il sole ovviamente tramonta. La scelta decorativa della Loggia non è stata fatta tanto per dare spiegazione scientifica di fenomeni naturali quali la Via Lattea oppure i deserti, quanto piuttosto per ammonire gli ospiti che si trovavano all’interno della Loggia in attesa. Infatti Fetonte richiama la possibilità di chi è al governo di fare il passo troppo lungo rispetto alla propria gamba, di esagerare, di utilizzare in maniera anche inconsapevole ma negativa il proprio potere. L’invito di Bernardo Cles era quello di pensare sempre al benessere della comunità e quindi di governare al meglio delle proprie possibilità. Ecco cosa voleva raccontarci attraverso il mito di Fetonte”.

#buonconsiglioadomicilio. La storica dell’arte Elisa Colla ci fa scoprire lo straordinario ciclo di affreschi del ‘200 nella cappella di San Martino al castello di Stenico (Tn)

Castello di Stenico (Tn) costruito su uno sperone roccioso affacciato sulle Giudicarie esteriori (foto Buonconsiglio)

Nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio per la regia di Alessandro Ferrini: Elisa Colla del settore storico-artistico del museo del Buonconsiglio ci conduce a Castel Stenico (Tn) alla scoperta della Cappella di San Martino e dello straordinario ciclo pittorico (XIII secolo) conservato al suo interno.  

“Il castello di Stenico è un edificio fortificato di origine medievale costruito su uno sperone roccioso e guarda la conca delle Giudicarie esteriori”, spiega Colla. “Il castello è una testimonianza del potere dei principi vescovi in questa regione, un potere che iniziò nel 1163 quando il vescovo Adelpreto consegna a Bozone di Stenico il feudo di queste terre. Da allora qui ci fu sempre un capitano che doveva amministrare la zona e i vescovi nel castello di Stenico trovarono la loro residenza estiva, andando secolo dopo secolo a modificarne la struttura fino alla condizione attuale: dall’esterno rocca medievale fortificata, all’interno una residenza”.

La parete settentrionale della cappella di San Martino nel Castello di Stenico dove è stato scoperto un ciclo di affreschi del XIII secolo (foto Buonconsiglio)

La cappella di San Martino si trova oggi inserita nella struttura del castello e, in assenza di documenti che testimoniassero quale fosse stato lo sviluppo di questo edificio, i restauratori sono intervenuto negli anni Ottanta del Novecento con un restauro stratigrafico andando a indagare le diverse superfici di intonaco. “Intervenendo sulla parete settentrionale dell’edificio”, continua Colla, “si può immaginare lo stupore dei restauratori quando, dietro la parete, ne trovarono un’altra che conservava da ormai 800 anni un affresco del 1200, uno straordinario testimone della pittura romanica trentina. Realizzato presumibilmente tra il 1221 e il 1238 questo ciclo di affreschi fu occultato dopo pochissimi anni. La famiglia dei Bozoni da Stenico controllò questo castello per circa 70 anni, ma negli anni Venti del Duecento mancò un erede maschio e in quel momento i vescovi di Trento cercarono di proporre un’altra famiglia come feudataria della zona. Fu allora che Nicolò di Stenico rivendicò il suo potere, la sua legittima possibilità di controllare il castello. E probabilmente fu proprio lui il committente di queste figurazioni che rivelano una specifica volontà di lanciare di messaggi politici”.

La Crocifissione col Christus patiens nel ciclo di affreschi del XIII secolo nella cappella di San Martino al castello di Stenico (foto Buonconsiglio)

Facendo un’analisi iconografica si osserva come il ciclo sia diviso in due registri. “Nel primo registro”, illustra la storica dell’arte, “troviamo un ciclo cristologico con gli episodi più significativi della vita di Cristo, dall’Annunciazione – dove riconosciamo l’Arcangelo Gabriele e la Vergine mentre sta filando -, alla Natività – dove troviamo una matrice di sicura origine orientale bizantina che vede la Vergine distesa e un Bambino che è già un po’ adulto di fianco alle immagini di San Giuseppe e di un angelo -, per seguire poi con l’immagine più emblematica del Cristianesimo la Crocifissione: un Cristo che si sta già un po’ allontanando dalle tipologie orientali del Christus triumphans, del Cristo trionfante in croce, e somiglia già a quelle tipologie che iniziano a circolare dall’XI secolo di un Christus patiens, di un Cristo che soffre in croce, accanto alla Vergine dolente e a San Giovanni evangelista. E proprio alla fine di questo primo ciclo troviamo una figura che è estranea alle figurazioni più comuni nel territorio trentino, la figura di Sant’Osvaldo re. Come mai questa immagine in un ruolo e in una posizione così importante? Lo scopriamo andando a vedere quale fosse la posizione politica della famiglia dei Bozoni, in particolare di quell’erede che negli anni Venti del Duecento volle rivendicare il suo potere in quest’area, Nicolò da Stenico. Chiedendo alla bottega di pittori locali di realizzare qui nel ciclo il santo protettore dei conti di Appiano, Sant’Osvaldo re, il committente Nicolò da Stenico voleva ricordare sicuramente al principe vescovo di Trento che non solo i Bozoni erano al servizio dei principi vescovi ma erano anche vassalli dei conti d’Appiano, quindi una duplice posizione politica che viene ribadita poi nel secondo registro del ciclo di affreschi”.

Nel secondo registro dell’affresco la scelta iconografica rivela una precisa volontà del committente. “Le figurazioni sono anche descritte da iscrizioni ben chiare”, continua Colla, “e al centro di questa fascia di affreschi compare, pur essendo all’interno di una cappella, un personaggio laico, probabilmente Bozone da Stenico, che, vicino a San Biagio che lo sta investendo di questo ruolo del feudatario, mostra delle chiavi legate alla cinta. Alla sua destra altre figure di santi: San Martino, santo cui è dedicata la cappella, in abiti vescovili con la mitra e il pastorale, accanto al suo suddiacono San Brizio, e con lo stesso livello di importanza San Nicola, probabilmente con un chiaro riferimento a Nicola da Stenico. Conclude il ciclo la figura di San Gallo, normalmente associata all’immagine dell’orso, che qui lo vediamo con una piccola lepre e un cane, un chiaro segno che la bottega che lavorò nella cappella di Stenico era una bottega effettivamente itinerante che mescolava le fonti iconografiche e talvolta si prendeva qualche libertà anche nella realizzazione dei paramenti sacri. Le figure dei santi hanno uno stile monumentale frontale. Invece sul lato sinistro della scena del personaggio laico abbiamo delle figure più legate al mondo bizantino: una scena tratta dal dodicesimo capitolo dell’Apocalisse di San Giovanni rappresenta la lotta tra il bene e il male, male rappresentato da un dragone rosso a sette teste che minaccia una figura femminile che sta mettendo al mondo il Salvatore, l’immagine di una Madonna col Bambino nella tipica iconografia della Madonna della tenerezza,  tratta dalle 12 icone bizantine che sta in piedi sopra un globo a rappresentare il mondo caduco redento dalla venuta del Cristo; una salvezza ribadita poi dall’immagine della Sibilla immediatamente a destra che indica – come di consueto  si faceva nel Medioevo – col segno delle corna il potere malefico del dragone. Chiude l’immagine di Santa Margherita martire. Nel 1238 la famiglia dei Bozoni perde il controllo di questo feudo. E i successori occultano il ciclo di affreschi che tanti riferimenti politici conteneva. Lo vediamo ancora sulla parete meridionale che rimane coperta per motivi statici e che rivela solo una piccola parte che ci fa immaginare come dovesse essere il ciclo per intero. Anche questa parte divisa in due registri con un ciclo legato ai miracoli di Cristo e un registro inferiore probabilmente ispirato alla vita di Sant’Osvaldo re”.