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#iorestoacasa. “Passeggiate del direttore”: Christian Greco parla dell’Epoca dei Consoli, e l’egittomania scoppiata dopo la spedizione di Napoleone. La collezione Drovetti entra al museo Egizio, consacrando Torino capitale dell’Egittologia internazionale

#iorestoacasa. “Passeggiate del direttore”: nella terza puntata, “L’Epoca dei Consoli”, Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino ci racconta quel particolare periodo a cavallo dei due secoli (fine Settecento-inizio Ottocento) aperto con la spedizione di Napoleone in Egitto che risveglia l’interesse dell’Europa per l’Egitto, una vera e propria egittomania, e che porterà a Torino la collezione Drovetti, consacrando per sempre la capitale sabauda capitale dell’Egittologia internazionale.

La classica immagini delle piramidi egizie nella piana di Giza

La stele di Rosetta conservata al British museum di Londra

“Siamo nel 1798”, spiega Greco. “Napoleone organizza una spedizione in Egitto di valenza economico-militare. La Francia voleva limitare l’influenza dell’Inghilterra nel Mediterraneo creando un avamposto in Egitto così da fermare i traffici che arrivavano dalle colonie dell’Oriente e il loro ingresso nel Mediterraneo. Di qui la spedizione. Ma Napoleone si fa accompagnare da 167 studiosi ai quali affida il compito di documentare tutto ciò che vedono in Egitto: ovviamente le antichità, che possono documentare quando le spedizioni militari si fermano. Ma anche la modernità dell’Egitto, la flora e la fauna. Tutto ciò – continua il direttore – confluirà in un’opera monumentale “Description de l’Égypte”, il cui primo volume verrà pubblicato nel 1809, che scatenerà in Europa una specie di egittomania. La spedizione militare di Napoleone non finisce bene. Nel 1801 i francesi nella battaglia di Abukir perdono il dominio sull’Egitto e gli inglesi si fanno consegnare le antichità che hanno raccolto, tra cui la famosa stele di Rosetta, che infatti oggi possiamo vedere al British Museum e non al Louvre. Gli inglesi vorrebbero farsi consegnare anche tutte le loro annotazioni. Ma i francesi si rifiutano dicendo che preferiscono buttare tutto nel Nilo piuttosto che consegnarle agli inglesi. Per fortuna le annotazioni non vennero distrutte, e si arriverà alla “Description de l’Égypte” e alla conseguente profonda trasformazione dell’Europa”.

Bernardino Drovetti

È questa la cosiddetta “Epoca dei Consoli”. In Europa c’è la voglia di riscoprire questo Paese di cui si era sentito parlare, di cui parlavano i classici, a partire da Omero. “A fronte a questa richiesta”, ricorda Greco, “tutti i diplomatici che lavorano in Egitto sono chiamati a sviluppare un’attività lavorativa parallela a quella del diplomatico ma molto più remunerativa: raccogliere antichità e venderla al mercato antiquario. Tra loro c’è anche Bernardino Drovetti, nativo di Barbania, fuori Torino, ma che era già stato console generale di Francia, almeno fino al congresso di Vienna, poi molto legato a Mohammed Ali che governava l’Egitto per l’impero Ottomano. Drovetti riesce a farsi dare un firmano con il permesso di scavare in vari luoghi dell’Egitto per raccogliere antichità. Alla fine ne raccoglierà più di cinquemila che vorrebbe vendere al mercato antiquario. Ha contatti con la Russia, con la Francia, ma alla fine riesce a convincere il Regno di Sardegna a comprare queste antichità. La vendita è laboriosa, finalmente nel 1823 il re Carlo Felice di Savoia decide di comprare questa collezione per una cifra impressionante: 400mila lire piemontesi. Così più di 5mila antichità arrivano a Torino e renderanno per sempre questa città la capitale dell’egittologia internazionale”.

Al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, viaggio multisensoriale alla scoperta di una grande civiltà con reperti dai grandi musei del mondo e, per la prima volta, i calchi ottocenteschi dei rilievi assiri di Nimrud e Ninive conservati dal Mann e mai esposti prima

La scalinata che porta alla mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” al secondo piano del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Al Mann la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” fino al 16 settembre 2019

Come salire su una ziggurat. La breve rampa che dalle scale monumentali dominate dalla grande statua di Ferdinando di Borbone, il padrone di casa, realizzata da Antonio Canova, porta alle quattro sale (dalla 90 alla 93) al secondo piano del museo Archeologico nazionale di Napoli ti prepara al suggestivo viaggio nella storia alla scoperta di una grande civiltà antica proposto dalla mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, in programma fino al 16 settembre 2019, focus sulla regione dell’Assiria, che rappresentava la fascia territoriale dell’alto Tigri in corrispondenza della parte settentrionale dell’odierno Iraq. Su quel lembo di terra, dall’Ottocento in poi, si concentrarono le ricerche di intellettuali e antiquari, che gettarono le basi per la costituzione di una moderna koinè di studiosi internazionali: un modello sinergico riproposto dalla rete di collaborazioni che hanno portato alla realizzazione dell’esposizione “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”. Il progetto scientifico, promosso dal Mann e dall’università di Napoli “L’Orientale”, ha selezionato oltre quarantacinque reperti, provenienti, tra l’altro, da British Museum, Ashmolean Museum, Musei Vaticani, Museo Barracco, Musei Civici di Como e Musei Reali di Torino: fulcro dell’allestimento, i calchi ottocenteschi, appartenenti alle collezioni del Mann e non esposti da molti anni. La mostra è stata realizzata con il contributo della Regione Campania (POC Campania 2014-2020) e dell’Ismeo (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente).

La prima sala della mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” al Mann (foto Graziano Tavan)

Il direttore del Mann, Paolo Giulierini

“L’impero assiro rivive al museo Archeologico di Napoli in tutto il suo splendore parlandoci di eredità profonde”, dichiara il direttore Paolo Giulierini. “Assiri all’ombra del Vesuvio” è una mostra preziosa, fortemente voluta dal Mann con il coordinamento dell’università di Napoli L’Orientale, per fare luce sul patrimonio di calchi di ortostati i cui originali sono ora conservati presso il British Museum. Ci furono tempi infatti in cui il nostro museo ambiva a rappresentare tutte le civiltà, come testimonia anche la presenza della collezione egizia. Oggi in un clima di rinnovato slancio internazionale, e in attesa del riallestimento definitivo, dal Mann emergono opere che ci parlano di storie apparentemente lontane nel tempo e nello spazio rivelandosi veicolo eccezionale di connessione tra i popoli in un mondo globalizzato”. E poi, una riflessione. Lavorare sulla storia dell’Assiria significa accendere un riflettore su un’area molto sensibile del Medio Oriente, la Siria, l’Iraq e l’Iran, Paesi che per la posizione strategica e la presenza di petrolio hanno subito guerre, devastazione di musei e distruzione di siti archeologici . Seguire con attenzione tutto quanto attiene il patrimonio culturale in pericolo, come già accaduto con la realizzazione del forum e del volume “Archeologia Ferita”, deve far parte della nostra missione.

Scena di corte: Assurnasirpal II, con attendenti e genio alato, compie l’aspersione rituale. Calco di rilievo da Nimrud, conservato al Mann (foto Graziano Tavan)

In tre sale (in prossimità della Meridiana) i visitatori sono condotti a scoprire, in un iter circolare, i tre palazzi che furono il centro del potere e della cultura degli Assiri: si parte dalla ricostruzione del palazzo di Nimrud, in cui erano collocati i rilievi originari di cui il Mann presenta i calchi; si passa, poi, a Ninive, per affrontare i temi dell’imperialismo e della guerra contro gli Arabi e contro l’Elam; infine, si “entra”, simbolicamente, nelle sale del palazzo di Korsabad, dove viene presentata la testa di Sargon II, proveniente dai Musei Reali di Torino, per esaltare, appunto, il motivo del potere del sovrano.

La pianta del Palazzo Nord-Ovest di Assurnasirpal II a Nimrud (foto Graziano Tavan)

Nimrud e il palazzo di Assurnasirpal II. L’opera di Assurnasirpal II comincia con il trasferimento della capitale imperiale da Assur, dove è nata la dinastia assira e patria del dio eponimo, a Kalkhu (odierna Nimrud). Il Palazzo Nord-Ovest, situato sulla cittadella, fu il primo edificio monumentale eretto dal re. La concezione spaziale di questa imponente costruzione consiste nella realizzazione di vani a pianta rettangolare, sviluppati su due file attorno a una corte centrale, il bitanu (“il settore della casa”), e di una grande corte pubblica, il babanu (“il settore della porta”), dalla quale si accedeva alla sala del trono B. Gli ambienti erano decorati con lastre scolpite in calcare alabastrino che rivestivano le pareti delle sale di rappresentanza: il tema predominante dei rilievi del palazzo è di natura rituale e mitico-simbolica, mentre le lastre narrative a tema bellico e venatorio decoravano principalmente la sala del trono. Un aspetto fondamentale dell’esercizio della regalità è il coinvolgimento del sovrano nelle attività rituali e cultuali. L’importanza delle pratiche rituali si manifesta anche sui sigilli che raffigurano il re e i sacerdoti e nelle riproduzioni miniaturizzate di demoni e di esseri ibridi.

Modellino in resina di una ziggurat, l caratteristico tempio mesopotamico (foto Graziano Tavan)

La ziggurat è il caratteristico tempio mesopotamico costruito su sette terrazze quadrangolari sovrapposte, che dall’alto verso il basso aumentano progressivamente di dimensione. Il tempio vero e proprio si trova sull’ultima terrazza. La struttura è caratterizzata da nicchie e contrafforti. Ciascuna terrazza termina con una merlatura.

Tavoletta cuneiforme da Ninive, conservata al British Museum, con una lettera inviata ad Assurbanipal che annuncia disgrazia capitata al re dell’Elam (foto Graziano Tavan)

Assiria ed Elam. L’Elam (Iran sud-occidentale) è il confinante orientale dei popoli mesopotamici fin dal III millennio a.C. Una lettera scritta al re Asarhaddon da un alleato nel Paese del Mare (Mesopotamia meridionale) denuncia la politica aggressiva di Teumman, fratello del re elamita. Poco dopo Teumman sale al trono e Assurbanipal lo attacca. Secondo gli Annali assiri, l’esercito assedia le città reali tra cui Bit Bunaki. La battaglia campale è sulle rive del fiume Ulai (653 a.C.) tra Babilonia e Susa. Teumman è catturato e decapitato. La sua testa fa capolino tra le fronde del banchetto in giardino mentre Assurbanipal brinda alla vittoria, celebrata dalla propaganda anche in un’ottica religiosa: Assurbanipal ha saputo unificare l’Elam e stabilire gli assiri in regioni lontane, imponendo il proprio tributo. I rapporti furono anche di convivenza, come testimonia una lettera in elamico ritrovata a Ninive.

Pianta del Palazzo Nord di Assurbanipal a Ninive (foto Graziano Tavan)

Ninive e il Palazzo di Assurbanipal. Nel I millennio la città di Ninive fu eletta nuova grande capitale dell’impero neoassiro da Sennacherib; non si tratta di una fondazione ex novo, bensì di un’imponente opera di ristrutturazione e riedificazione di un antico e sacro centro urbano d’Assiria. Sul lato settentrionale del tell anche Assurbanipal innalzò la sua residenza reale, il Palazzo Nord, da cui provengono le mirabili serie di rilievi narrativi che esaltano il tema della caccia, della guerra e del banchetto. Gli spazi residenziali e amministrativi del Palazzo Nord furono ideati secondo la tradizionale concezione palatina assira, con una serie di grandi corti a cielo aperto e ambienti di carattere pubblico che introducevano alla sala del trono, e i quartieri abitativi probabilmente situati al secondo piano del complesso, nell’area posta dietro la corte del bitanu.

Collana in lapislazzuli da Ur (XXVII-XXV sec. a.C..) conservata all’Ashmolean Museum (foto Graziano Tavan)

La corte del re. La vita di corte si svolgeva nel benessere dei palazzi e dei giardini, allietata da banchetti, prelibate leccornie servite in vasellame di lusso e intrattenimenti musicali come nella scena ritratta nel celebre rilievo di Assurbanipal. I sovrani neo-assiri profusero molte energie nella costruzione dei palazzi reali di cui si enfatizzava la monumentalità e il lusso. La ricchezza dei materiali esaltava infatti la natura interculturale dell’impero sotto l’egida del sovrano. I legni esotici e gli incensieri diffondevano fragranze di paesi lontani, mentre gli intarsi in avorio e pietre preziose e le decorazioni metalliche donavano agli ambienti luce e colore. Particolare attenzione era riservata al decoro personale. Tessuti speciali e accessori in oro arricchivano l’abbigliamento del sovrano e dei membri della corte, il cui gusto raffinato si esprimeva nella gioielleria e nell’uso di unguenti profumati, provenienti dalle periferie dell’impero e custoditi in preziose fiale di alabastro.

Scene di caccia reale dal palazzo di Assurbanipal di Ninive. Calco ottocentesco conservato al Mann (foto Graziano Tavan)

La caccia reale è documentata in Mesopotamia fin dal IV millennio a.C. Si tratta di un atto fortemente simbolico che vuole rappresentare la lotta del sovrano contro le forze del caos. La caccia reale al leone raggiunge il suo apice a livello ideologico durante l’impero assiro ed è parte integrante della propaganda regia. L’attività venatoria, lungi dall’essere un semplice passatempo sportivo, è un privilegio reale e al contempo un dovere religioso imposto dalle divinità: nelle iscrizioni reali i racconti della caccia sono infatti sempre preceduti da un’invocazione religiosa. Questa pratica rituale veniva svolta all’interno dei parchi reali, condotta dal sovrano in piedi sul carro e armato di arco e frecce o di lancia.

Pianta del Palazzo di Sargon II a Khorsabad (foto Graziano Tavan)

Testa di Sargon II conservata ai musei Reali di Torino (foto Graziano Tavan)

Khorsabad e il Palazzo di Sargon II. Dur Sharrukin (“Fortezza di Sargon”, odierna Khorsabad) fu la nuova capitale fondata da Sargon II. La città fu edificata a Nord di Ninive tra il 717 e il 706 a.C. e abbandonata l’anno seguente perché ritenuta maledetta a seguito della morte prematura del re. La città era cinta da imponenti mura scandite da 157 torrioni che ne proteggevano il perimetro. Sette porte permettevano di entrare nella città da tutte le direzioni. La cittadella, con il palazzo reale, i templi e una ziggurat a sette piani, fu edificata su un mastodontico terrazzamento artificiale. Il palazzo comprendeva oltre 200 stanze ordinate intorno a corti interne ed era protetto da ulteriori mura. Al suo interno si accedeva mediante una maestosa porta ai cui stipiti erano scolpiti due monumentali lamassu, tori androcefali alati. Il palazzo era suddiviso in tre zone: l’area templare, il quartiere amministrativo e l’area palatina. Le sue pareti erano decorate da numerose sculture e rilievi.

Sigillo cilindrico con scena rituale dell’VIII-VII sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

I sigilli, strumenti di potere. L’uso dei sigilli è documentato nel Vicino Oriente antico dal VII millennio a.C. al I millennio d.C. Fin dal primo apparire vennero impiegati come marchio di proprietà e garanzia. Il sigillo cilindrico è documentato per la prima volta a Uruk nell’Iraq meridionale, e a Susa nell’Iran sud-occidentale, alla metà del IV millennio a.C., da dove si diffonde in tutto il Vicino Oriente antico. Il repertorio iconografico dei sigilli illustra tematiche attinenti a ogni aspetto della vita materiale e spirituale: economia, potere, guerra, religione, mitologia.

Rilievo con leonessa morente dal Palazzo Nord i Assurbanipal a Ninive. Calco ottocentesco conservato al Mann (foto Graziano Tavan)

Ritratto di Alessandro Castellani (foto Graziano Tavan)

Nella mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” un approfondimento ad hoc è riservato, naturalmente, alla storia dei calchi ed alla loro inclusione nelle collezioni del Mann. I calchi furono realizzati da Domenico Brucciani per riprodurre i rilievi neoassiri, rinvenuti nei palazzi di Assurnasirpal II (883-859 a.C.) a Nimrud e di Assurbanipal (668-630 a.C.) a Ninive, e conservati oggi nell’Assyrian Basement del British Museum di Londra: qui è raccolta una vera e propria summa della cultura assira, perché i rilievi, databili dal IX al VII secolo a.C., decoravano i palazzi dei sovrani e costituivano la parte iconografica di un significativo fenomeno di propaganda politica ante litteram, volta a celebrare le gesta dei regnanti. Le riproduzioni delle grandi lastre in calcare giunsero al museo Archeologico nazionale grazie al dono di Alessandro Castellani: questo ambiguo e discusso esperto d’arte, in esilio a Napoli, ebbe il merito di comprare i calchi e di affidarli all’istituto allora diretto da Giuseppe Fiorelli, dove sono stati sempre custoditi, ricevendo adesso, grazie alla mostra, una nuova valorizzazione.

Tavola litografata del volume in folio dl 1853 con i bassorilievi assiri frutto della missione di Austen Henry Layard, volume conservato nelal biblioteca del Mann (foto Graziano Tavan)

All’Archeologico fu legato, soprattutto, Henry Austin Layard, autore delle fortunate campagne di scavo che portarono in Inghilterra, nel cuore dell’Ottocento, alcuni capolavori dei palazzi neoassiri: vicino, ancora una volta, a Giuseppe Fiorelli, anche per la condivisione degli ideali risorgimentali, Layard donò al Museo un frammento di rilievo assiro ed alcuni pregevoli libri, riproposti nel percorso espositivo per inquadrare le tappe più importanti della scoperta dell’Assiria. Accanto a un ritratto di Lady Layard affacciata sul Canal Grande, a documenti e litografie che ripropongono le campagne di scavo, un touch screen permette al pubblico di sfogliare, leggere ed ingrandire le pagine dei testi appartenuti all’archeologo inglese.

Modellino del Palazzo di Khorsabad per un’esperienza tattile (foto Graziano Tavan)

Peculiarità della mostra sugli Assiri è la presenza di un’innovativa dotazione tecnologica, il cui coordinamento progettuale è stato affidato al prof. Ludovico Solima (università della Campania

Effetto speciale a ricostruire le scene tratte dai rilievi assiri (foto Giorgio Albano)

“Luigi Vanvitelli”). Per la prima volta al Mann è stato creato, infatti, un ambiente immersivo, destinato successivamente a diventare uno spazio multimediale permanente del Museo: in questa stanza sono proiettati in successione tre diversi filmati, realizzati da Capware (regia: Marco Capasso/musiche originali: Antonio Fresa) per approfondire i contenuti scientifici della mostra sugli Assiri. Nei punti segnalati all’interno del percorso espositivo è inoltre possibile utilizzare occhiali multimediali dotati di lenti trasparenti (gli occhiali sono stati progettati dalla startup Ar tour srl), che consentono di fruire degli effetti suggestivi della cd. Realtà Aumentata; il servizio (che ha un costo aggiuntivo di 5 euro, con riduzioni a 3 euro, tra l’altro, per titolari di OpenMann ed Artecard) è basato su ricostruzioni 3D degli ambienti degli antichi palazzi Assiri e su animazioni in 3D che ripropongono dettagli dei bassorilievi in mostra. I dispositivi funzionano, così, come un “navigatore culturale”, grazie al quale vengono mostrati, in sovrapposizione alla realtà visiva, i punti d’interesse e le relative informazioni «aumentate»: testi, immagini, audio, video. L’intera mostra, inoltre, è concepita come percorso multisensoriale: la vista è messa in gioco non solo dall’osservazione delle opere presentate, ma anche dai filmati immersivi e dalle ricostruzioni realizzate con la tecnica del videomapping; l’udito è coinvolto dalle musiche composte da Antonio Fresa per l’ambiente immersivo; la percezione tattile è garantita dalla stampa di oggetti in 3D, a disposizione non solo degli utenti con disabilità visiva, ma di tutti i visitatori; l’olfatto è stimolato dai diffusori di fragranze che, nella terza sala del percorso espositivo, ricreano i profumi di un giardino assiro; il gusto, infine, è legato ai prodotti alla liquirizia, pianta che quel popolo usava a scopi medicinali (previste degustazioni in mostra).

Ultime scoperte delle missioni archeologiche italiane all’estero. Al museo Classis Ravenna per “Classe al chiaro di luna” protagonista Nicolò Marchetti con “Da Karkemish a Ninive. Scavi e ricerche archeologiche dell’università di Bologna in Turchia e in Iraq”

Il manifesto delle manifestazioni “Classis al chiaro di luna”

L’archeologo Nicolò Marchetti, direttore della missione a Karkemish

“Classe al chiaro di luna” questa settimana ci porta alla scoperta delle missioni archeologiche dell’università di Bologna in Turchia e Iraq con il direttore delle due aree di ricerca, il prof. Nicolò Marchetti. Mercoledì 24 luglio 2019, alle 21, al museo Classis Ravenna, per “Museo Classis. Missioni archeologiche all’estero: le ultime scoperte” la conferenza a ingresso gratuito “Da Karkemish a Ninive. Scavi e ricerche archeologiche dell’Università di Bologna in Turchia e in Iraq” con Nicolò Marchetti, professore di Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico all’università di Bologna, dal 2011 direttore della missione archeologica turco-italiana a Karkemish e dal 2016 direttore della missione archeologica italo-irachena per la ricognizione di superficie del settore orientale della regione di Qadissiya (QADIS).

Muri scolpiti, bassorilievi, sculture, fregi risalenti al 900 a.C. a Karkemish in Turchia (foto della missione italo-turca)

Bassorilievi dallo scavo di Karkemish in Turchia (foto della missione italo-turca)

“Il sito archeologico di Karkemish in Turchia sud-orientale”, spiegano gli archeologi dell’università di Bologna, “è una delle più importanti capitali del Vicino Oriente preclassico. Attestato nella documentazione cuneiforme fin dal 2300 a.C., Karkemish è uno dei principali regni al tempo di Hammurabi di Babilonia, poi la sede del viceré ittita e infine un centro di straordinaria monumentalità artistica nell’Età del Ferro, fino alla distruzione assira del 717 a.C., che viene seguita da una nuova fioritura nel VII sec. a.C. fino a divenire più tardi una città romana provinciale. Le imponenti rovine del sito, con mura alte fino a 20 m che racchiudono un’area di 90 ettari, sono state oggetto di celebri campagne di scavo condotte tra il 1911 e il 1920 dal British Museum con C.L. Woolley e T.E. Lawrence (d’Arabia). Le ricerche si sono poi interrotte a causa della presenza di un’installazione militare. Nell’autunno del 2011 una missione congiunta turco-italiana con le università di Bologna, Istanbul e Gaziantep, ha avviato una prima, nuova campagna di scavi e restauri, nel quadro di un progetto integrato di ricerca attivo nella regione di Gaziantep dal 2003. Il nuovo progetto, di lunga durata, intende realizzare sul sito anche un parco archeologico e ambientale in vista della valorizzazione della provincia di Karkamış”. Muri scolpiti, bassorilievi, sculture, fregi risalenti al 900 a.C.: è un tesoro inestimabile quello venuto alla luce a Karkemish: “Scoperte così non se ne facevano da 50 anni”, sottolinea Nicolò Marchetti. “Una scoperta sensazionale, eravamo emozionati”. Dal punto di vista operativo è un “paradiso, anche se il nostro isolamento è presto destinato a finire”, dichiarava qualche anno fa l’archeologo, svelando gli ambiziosi piani futuri per l’area, con la creazione di un parco archeologico. Un progetto già in fase avanzata in cui Marchetti crede molto: “Vogliamo che questa regione abbia uno sviluppo economico dal turismo, ci sembra giusto ed etico”.

Planimetria del progetto Qadis della missione italo-irachena a Qadisiyah (foto Unibo)

L’archeologo Nicolò Marchetti a Karkemish (Turchia) e a Qadisiyah (Iraq)

Le campagne archeologiche nella zone di Qadisiyah e al-Kut in Iraq hanno avuto l’obiettivo di reperire dati sul popolamento, sulla cultura materiale e sul rapporto tra uomo e territorio nell’antica Mesopotamia. I dati raccolti e il lavoro archeologico saranno la base per organizzare attività di training per il personale impiegato nel settore dei beni culturali in Iraq, corsi nelle scuole superiori sull’importanza del patrimonio culturale e per lavorare in alcuni importanti musei a Baghdad e in zone provinciali come Kufa e Qadisiyah. Ma l’impegno dell’università di Bologna in Iraq non finisce qui. L’Alma Mater è attiva infatti nel paese mediorientale anche con Qadis: progetto congiunto italo-iracheno diretto da Nicolò Marchetti e pensato per la ricognizione mirata di siti archeologici. Il punto di partenza di Qadis risale al lavoro svolto tra gli anni ’60 e ’70 da una équipe americana diretta da Robert Mc. Adams (Università di Chicago). L’obiettivo è comprendere, grazie a metodologie e tecnologie innovative, l’evoluzione degli insediamenti e dell’utilizzo del territorio nell’area orientale della moderna regione di Qadisiyah, in Iraq centrale. I ricercatori di Qadis utilizzano immagini satellitari (Google Earth, ESRI, Bing Maps, Corona), foto da droni (sia quadricotteri, sia velivoli monoala), ricerche geoarcheologiche con carotaggi, ricognizioni sul campo e sondaggi stratigrafici. Tutte attività che nascono dalla collaborazione tra archeologi e topografi di università di Bologna, State Board of Antiquities and Heritage, università di Qadisiyah e università di Kufa. Metodologie d’indagine innovative, grazie alle quali è stato possibile scoprire nuovi siti archeologici e definire i percorsi degli antichi canali d’acqua, vere e proprie vie di comunicazione dell’antica Mesopotamia. Le immagini scattate con i droni hanno inoltre permesso di ricostruire gli impianti urbani di alcuni siti risalenti a più di 4000 anni fa, come Puzrish Dagan (Tell Drehem), Tummal (Tell Dlehim) e Umm al-Fugas.

Ultime scoperte delle missioni archeologiche all’estero. Al museo Classis Ravenna per “Classe al chiaro di luna” protagonista Antonio Curci con “Tra egiziani e nubiani…recenti scavi di salvataggio della missione AkAP nella regione di Aswan (Egitto)”

Il manifesto delle manifestazioni “Classis al chiaro di luna”

L’archeologo Antonio Curci

Le serate al museo Classis – Museo della Città e il territorio alla scoperta delle missioni archeologiche italiane all’estero nell’ambito della rassegna estiva “Classe al Chiaro di Luna!” questa settimana ci portano in Nubia. Appuntamento dunque mercoledì 17 luglio 2019, al museo Classis, alle 20.15, per la visita guidata, e alle 21, con la conferenza a ingresso gratuita del ciclo “Missioni archeologiche all’estero: le ultime scoperte” su “Tra egiziani e nubiani…recenti scavi di salvataggio della missione AkAP nella regione di Aswan (Egitto)”, a cura di Antonio Curci dell’università di Bologna, in collaborazione con L’Ordine della casa Matha.

Ricognizioni archeologiche nell’ambito della missione Akap in Egitto (foto Unibo)

Veduta satellitare del territorio interessato dalla missione Akap in Egitto (foto Unibo)

L’Aswan – Kom Ombo Archaeological Project (Akap) nasce nel 2005 con l’obiettivo di studiare, dal punto di vista storico-archeologico, l’interazione tra Egiziani e Nubiani nella loro terra di “confine”. Nel corso degli anni, diverse istituzioni hanno sostenuto il progetto (British Museum, università di Milano, La Sapienza università di Roma) e dal 2010 è missione congiunta tra l’istituto di Egittologia della Yale University e il dipartimento di Archeologia dell’università di Bologna. Le attività di ricerca principali prevedono: ricognizione geoarcheologica, archeologica ed epigrafica, scavo e documentazione dell’arte rupestre. Tutti gli interventi realizzati, in particolar modo le ricognizioni e gli scavi, sono da considerarsi di salvataggio poiché la costruzione di numerosi nuovi villaggi lungo la riva occidentale del Nilo, inclusa la città di New Aswan, e l’utilizzo delle aree circostanti, soprattutto come cave di arenaria e caolino, mettono in serio pericolo le evidenze archeologiche.

Le tre aree in concessione della missione Akap in Egitto (foto Unibo)

Restauro virtuale del pannello con il giubileo regale a Nag el-Hamdulab (foto Unibo)

L’attività di ricognizione archeologica ha riguardato le tre aree in concessione della missione (Wadi Abu Subeira, la riva occidentale tra Qubbet el-Hawa e Kubbaniya e il deserto a est di Kom Ombo), concentrandosi soprattutto nella zona di Gharb Aswan. Numerosi sono i siti individuati databili dal Paleolitico Medio al periodo Ottomano. Secondo la tipologia i siti sono localizzati lungo la valle del Nilo, lungo i maggiori wadi o nel plateau. La maggior parte dei siti è a rischio distruzione a causa delle numerose attività edilizie e minerarie attualmente in corso. Al fine di visualizzare in maniera integrata tutti i dati archeologici disponibili, è stato deciso innanzitutto, di non realizzare un progetto GIS dedicato esclusivamente all’arte, ma di integrare i dati dell’arte rupestre nel GIS complessivo della missione. La revisione e l’aggiornamento dei dati, inclusa la conversione delle coordinate topografiche, ove necessaria, ha permesso di ottenere una piattaforma più completa sulla quale poter avviare nuovi studi ed analisi.

Napoli, al Mann tre giorni di eventi: dopo “Paideia” e il passaggio della fiaccola della Universiade, apre la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” con preziosi reperti dall’estero e i calchi ottocenteschi dei rilievi di Ninive e Nimrud

Vaso attico a figure nere (VI sec. a.C.) con soggetto sportivo nella mostra “Paideia” al Mann (foto Mann)

Il museo Archeologico nazionale di Napoli protagonista di un’intensa tre giorni nella vita del capoluogo partenopeo. Lunedì primo luglio 2019, in omaggio alla 30.ma universiade Napoli 2019 (dal 3 al 14 luglio 2019) il commissario Gianluca Basile inaugura la mostra “Paideia. Giovani e sport nell’antichità”, in programma fino al 4 novembre 2019: durante il vernissage esibizione in un’antica danza greca delle coreute ufficiali di Olimpia, ospiti dell’associazione Amarthea – Isolimpìa, cui è affidato tradizionalmente il compito dell’accensione della fiaccola olimpica (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/06/29/benvenuta-universiade-napoli-torna-a-essere-olimpica-e-il-mann-dove-dormira-la-torcia-delle-universiadi-partecipa-con-la-mostra-paideia-giovani-e-sport-nella/). Dopo l’ultimo passaggio napoletano (2 luglio 2019) della Torcia, mercoledì 3 luglio 2019 (alle 11) la fiaccola sarà nella Sala dei Tirannicidi, nel percorso espositivo di “Paideia”, prima di essere consegnata, dal direttore del Mann Paolo Giulierini, al Comitato organizzatore Universiade Napoli 2019.

Ma non è finita. Mercoledì 3 luglio, alle 17.30, apre la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, che punterà simbolicamente i riflettori sulla regione dell’Assiria, che rappresentava la fascia territoriale dell’alto Tigri in corrispondenza della parte settentrionale dell’odierno Iraq. Il progetto scientifico, promosso dal Mann e dall’università di Napoli “L’Orientale”, ha selezionato reperti provenienti, tra l’altro, da British Museum, Ashmolean Museum, Musei Vaticani, Museo Barracco, Musei Civici di Como e Musei Reali di Torino: fulcro dell’allestimento, i calchi ottocenteschi, appartenenti alle collezioni del MANN e non esposti da molti anni, che riproducono i rilievi originari rinvenuti a Ninive e Nimrud. Peculiarità dell’esposizione sarà l’allestimento di una ricca sezione tecnologica, per approfondire contenuti scientifici e coinvolgere il visitatore in un suggestivo viaggio a ritroso nel tempo.

Il 2019 è l’anno del nuovo museo Archeologico nazionale di Napoli con grandi mostre in programma: Canova e l’antico, Pompei e gli Etruschi, Gli Assiri all’ombra del Vesuvio, e infine Thalassa. Il mare, il mito, la storia, l’archeologia

Il museo Archeologico nazionale di Napoli prepara un grande 2019

“Il 2019 è l’anno del nuovo Mann”, si è detto alla presentazione dell’ambizioso programma 2019-2020 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/01/21/mann-at-work-il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-forte-dei-risultati-del-2018-presenta-la-programmazione-2019-2020-grandi-mostre-il-restyling-delle-collezioni-e-degli-spaz/). E allora vediamo più nel dettaglio le grandi mostre a partire da Canova fino a Thalassa.

“Atto sesto: gigli rossi”, un’opera di Cai Guo Qiang (foto di Tatsumi Masatoshi)

Dal 22 febbraio 2019, “Nel vulcano”. Cai Guo-Qiang a Napoli e Pompei. Dopo il successo dell’esposizione “Mortali Immortali. I tesori del Sichuan nell’antica Cina (in programma al Mann sino all’11 marzo 2019), il museo Archeologico nazionale di Napoli continua il proprio percorso di indagine sulla cultura orientale, affidandosi, stavolta, alle suggestioni delle opere di Cai Guo Qiang, uno degli artisti cinesi contemporanei più noti nell’entourage internazionale, insignito del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1999: sky ladder conosciuto per le sue emozionanti performance con il fuoco, Guo Qiang esporrà al Museo una selezione di lavori frutto della sua “officina dell’esplosione”. Le opere, create dopo un evento con fuochi d’artificio, immaginato per l’Anfiteatro di Pompei, saranno in mostra al Mann ed entreranno in dialogo con le collezioni permanenti del museo: Cai Guo Qiang stabilirà, infatti, un gioco di assonanze e dissonanze tematiche con sculture, mosaici ed affreschi antichi, coinvolgendo il visitatore in un affascinante e labirintico viaggio di scoperta tra passato e presente.

“Le Tre Grazie”, il famosissimo gruppo scultoreo di Antonio Canova esposto all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

Canova e l’antico (dal 28 marzo 2019). Tra le collaborazioni avviate nel 2017 con il museo statale Ermitage, vi è anche la realizzazione di una mostra inedita dedicata a Canova, con prestiti eccezionali dal museo di San Pietroburgo, che conserva il maggior numero dei capolavori in marmo del Maestro. Un evento di caratura internazionale, che metterà in relazione, per la prima volta, l’arte sublime di Antonio Canova con l’arte antica e con i modelli che lo seppero ispirare, nelle loro massime espressioni: una novità scientifica, occasione per fare ricerca, collaborando, allo stesso tempo, con importanti musei prestatori; un’opportunità unica per ammirare insieme capolavori dell’arte plastica di tutti i tempi. Il percorso espositivo – curato da uno dei maggiori esperti in materia, Giuseppe Pavanello, affiancato da autorevoli studiosi e dalla direzione dei due musei promotori – prevedrà la presentazione di marmi e gessi di Canova, di nuclei importanti di bozzetti, disegni, monocromi e tempere del grande Artista, provenienti da musei internazionali, posti accanto a capolavori delle raccolte del Mann. Nell’ambito della sinergia con l’Ermitage, dal 5 aprile 2019, sarà realizzata a San Pietroburgo l’esposizione “Pompei. Uomini, dei ed eroi”, in cui saranno presentati importanti reperti provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dal Parco Archeologico di Pompei.

Nella Palestra Grande degli scavi di Pompei la mostra “Pompei e gli Etruschi” (foto Graziano Tavan)

Pompei e gli Etruschi (dal 30 maggio 2019). Il progetto, nato dalla collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Napoli e il parco archeologico di Pompei, prevede la realizzazioni di due grandi momenti espositivi, nella Palestra Grande dell’antica città vesuviana distrutta nel 79 d.C. e al Mann. Seguendo le tappe dedicate a “Pompei e l’Europa”, “Pompei e gli Egizi” e “Pompei e i Greci”, il suggestivo passaggio dedicato all’Etruria campana riscoprirà non soltanto le opere possedute dai musei a Napoli, Pontecagnano, Salerno e Santa Maria Capua Vetere, ma anche i reperti che oggi sono al British Museum, al Petit Palais, a Berlino ed a Monaco. Frutto di un’intensa attività di ricerca, la mostra ricostruirà contesti che contribuiscono a definire la presenza etrusca in Campania tra l’VIII ed il V secolo a.C., individuando le diverse acquisizioni che hanno introdotto nelle collezioni del Museo materiali chiaramente afferenti al mondo Etrusco (tra questi, bronzi, terrecotte architettoniche, epigrafi, ceramica, armi, oggetti d’uso e d’ornamento).

Uno dei famosi rilievi assiri conservati al British Museum di Londra (foto Graziano Tavan)

Gli Assiri all’ombra del Vesuvio (dal 6 giugno 2019). Nel patrimonio del museo, sono presenti tredici calchi in gesso di rilievi neoassiri da Ninive e Nimrud, i cui originali appartengono alle collezioni del British Museum di Londra e sono esposti nel cosiddetto Assyrian Basement. La mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” avrà non soltanto la finalità di raccontare le caratteristiche di una grande civiltà del passato, creando un percorso divulgativo accessibile anche grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, ma anche di porre in evidenza la straordinaria dimensione del laboratorio culturale partenopeo a fine Ottocento. I calchi del Mann, infatti, sono giunti a Napoli, tra l’altro, grazie anche ai rapporti intensi fra Giuseppe Fiorelli (1823-1896) e Henry Austin Layard (1817-1894), che volle omaggiare l’archeologo napoletano con un frammento di rilievo assiro proveniente dalla sua collezione privata. Eccezionale la presenza, nel percorso espositivo, di ventotto reperti provenienti dal British Museum di Londra e di undici pezzi dell’Ashmolean Museum.

Una sala espositiva del museo di Archeologia subacquea di Bodrum (Turchia)

Thalassa. Il mare, il mito, la storia, l’archeologia (dal 25 settembre 2019). Il mare nostrum in esposizione, tramite reperti di archeologia subacquea, provenienti da importanti istituzioni museali internazionali (Londra, Boston, Parigi, San Pietroburgo, Atene, Bodrum): grazie alla mostra “Thalassa”, il Mann si configurerà, sempre più, come centro di cultura euromediterranea, capace di tracciare, in un iter dotto e divulgativo al tempo stesso, i percorsi che hanno fatto grande la nostra storia. Tra Vecchio Continente e nuovi mondi, il mare dell’antichità sarà presentato come luogo reale di integrazione, in cui il melting-pot culturale ha garantito la dimensione sempreverde di un patrimonio da valorizzare: diverse le sezioni in cui sarà articolata la mostra, per collegare il mare al mito ed al sacro, all’esplorazione ed alla navigazione, al commercio, alla guerra, all’otium, alle risorse marine ed alla vita di bordo. Il percorso espositivo nasce dalla collaborazione scientifica con l’assessorato alla Cultura e all’Identità Siciliana della Regione Sicilia e con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei.

A tu per tu con gli artisti delle tombe della Valle dei Re e delle Regine nel villaggio di Deir el-Medina. Nella mostra a Jesolo “Egitto. Dei, faraoni, uomini” l’eccezionale ricostruzione della tomba di Pashed, caposquadra degli artigiani all’epoca di Ramses II

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018: prorogata al 30 settembre 2018

Il nostro viaggio alla scoperta dell’Antico Egitto sta per concludersi. Abbiamo attraversato il Mediterraneo incrociando le navi di quei popoli che trafficavano con la terra dei faraoni. Abbiamo solcato il Nilo ammirando le grandi città che erano sorte lungo le sue sponde. Abbiamo fatto la conoscenza con i signori di queste terre, i faraoni, e con le divinità che sovrintendevano a questo mondo. Infine, con gli imbalsamatori, ci siamo inoltrati nel mondo dell’aldilà, il regno di Osiride. È tempo di conoscere chi ha permesso agli antichi egizi di raggiungere nel modo migliore l’Oltretomba, con la realizzazione di tombe che nella maggioranza dei casi sono anche dei capolavori artistici: stiamo parlando degli artigiani specializzati in grado di esaudire i desiderata dei loro committenti. Siamo nella sesta sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta non più fino al 15 ma fino al 30 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo.

Vetrinetta con materiali che ricordano oggetti provenienti da Deir el-Medina (foto Graziano Tavan)

Le tombe dei sovrani del Nuovo Regno furono costruite da manodopera specializzata che risiedeva nel villaggio circondato da mura di Deir el-Medina, sulla riva occidentale del Nilo, di fronte alla città di Luxor, in una piccola valle del deserto roccioso. L’attuale nome arabo significa “il monastero della città”, retaggio dell’occupazione copta che trasformò il tempio della dea Hator in un luogo sacro al cristianesimo. Ma il villaggio, come suggerito dai dati archeologici, risale al tempo del faraone Thutmosi I (1504 – 1492 a.C.), e si sviluppò notevolmente 150 anni più tardi con Horemheb (1323 – 1245 a.C.), quando aumentò vistosamente il numero degli artigiani richiesti dalle nuove tecniche decorative applicate alle tombe reali. Il sito fu poi abbandonato sotto il regno di Ramses XI (1099 – 1069 a.C.), ma non venne meno il suo valore sacro, come dimostrano i riusi di tombe e l’occupazione copta.

Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani dei faraoni cintato da mura

Il villaggio di Deir el-Medina in età ramesside era fiancheggiato ad Ovest, sul crinale roccioso, dalla necropoli principale, e a Est, sul pendio della collina di Gurnat Murrai, da un altro cimitero, probabilmente secondario. Qui vissero gli artigiani impiegati nella costruzione delle tombe reali nelle vicine valli dei Re e delle Regine. Il villaggio era chiamato dai suoi abitanti in diversi modi: pa-demi (“il villaggio”), set-maat (“il luogo della Verità”), o ancora pa-kher (“la necropoli”), espressioni che indicavano le necropoli reali, includendo il villaggio come unità amministrativa.

Un dettaglio delle pareti affrescate della tomba di Pashed ricostruita a Jesolo (foto Graziano Tavan)

“Gli artigiani chiamati a realizzare le monumentali sepolture della XVIII, XIX e XX dinastia, facevano parte della cosiddetta Squadra della Tomba”, spiega l’egittologa Elisa Fiore Marochetti. “La squadra era divisa in due equipaggi, chiamati di destra e di sinistra, secondo delle modalità mutuate dalla nautica. Ogni equipaggio era comandato da un capo, designato dal visir o dal re stesso su sua proposta. Il caposquadra rappresentava la squadra dinanzi alle autorità, doveva sorvegliare il lavoro degli operai ed era incaricato di distribuire loro le razioni di cibo, che costituivano la paga. Si occupava dell’attrezzatura e dei materiali necessari ai lavori. Presiedeva inoltre le questioni legali nella corte, dirimeva le dispute. Conosciamo il nome di almeno 31 capisquadra dalla XIX alla XXI dinastia, cioè in un arco di tempo di 270 anni. Tra questi capisquadra a noi noti c’è Pashed, il cui nome significa il Salvatore, il quale visse nel XIII secolo a.C. Pashed – continua Marochetti – fu caposquadra dell’equipaggio di sinistra durante la prima parte del regno di Ramses II (XIX dinastia). La carica di caposquadra in realtà l’assunse in età avanzata, dopo essere stato Servitore della sede della Verità dell’Ovest, un lungo titolo per dire che aveva iniziato come artigiano a Deir el-Medina; e prima ancora, Servitore nel recinto di Amon nella città meridionale, cioè Tebe”.

L’esploratore ed egittologo scozzese Robert Hay

Pashed possedeva una tomba al limite del villaggio (quella che oggi conosciamo come la Tomba 3), e una seconda cappella (la numero 326). La tomba affrescata di Pashed fu individuata nel 1834 da un gruppo di soldati di leva dell’esercito egiziano: quindi ben settant’anni prima che il grande egittologo italiano Ernesto Schiaparelli portasse alla luce – era il 1905 – il villaggio di Deir el-Medina. La ricostruzione di quella tomba, che l’artista scozzese Robert Hay visitò subito dopo la scoperta nel 1834 e ne riportò su tavole di disegno le ricche pareti affrescate, è ora possibile vederla nella mostra di Jesolo.

L’archeologa Francesca Benvegnù dentro la tomba di Pashed, ricostruita a Jesolo (foto Graziano Tavan)

“La ricostruzione della tomba di Pashed, presentata da Cultour Active”, spiega l’archeologa Francesca Benvegnù, “è un vero e proprio capolavoro, progettato e realizzato dalle mani sapienti di Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza (Tv) che ha lavorato accanto a egittologi del Cairo e del museo Egizio di Torino. Essa riproduce fedelmente, con una struttura di 5 metri per 2,50 metri, la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir el-Medina. Dal corredo funerario rinvenuto nella sua sepoltura si conservano un papiro-libro dei morti oggi al British Museum di Londra, una stele al museo del Cairo e un rilievo al museo Egizio di Firenze“.

La volta della tomba di Pashed con le formule in geroglifico del LIbro dei Morti (foto Graziano Tavan)

Nella mostra di Jesolo una gigantografia riproduce l’ambiente e l’ingresso della tomba di Pashed a Deir el-Medina, cosicché il visitatore ha l’impressione/emozione di trovarsi proprio nel villaggio degli artisti dei faraoni e di varcare la soglia che porta alla tomba. A questo punto – come fanno notare gli archeologi che curano le visite guidate – bisogna immaginare di scendere una ripida scala (che ovviamente non poteva essere riprodotta nel contenitore jesolano) la quale porta all’appartamento sotterraneo. “Dopo un’anticamera non decorata”, chiarisce Benvegnù, “si accede alla camera sepolcrale con le pareti in mattoni crudi rivestiti di stucco e dipinti a tempera”. È questa piccola meraviglia che abbiamo la possibilità di ammirare a Jesolo. La tomba è famosa non solo per i suoi colori vivaci e brillanti, ma anche per il contenuto spirituale e religioso delle formule del Libro dei Morti, illustrate nella volta della tomba, dove “si allude alla unione di Osiride e Ra – spiega Marochetti – secondo una concezione religiosa funeraria che si afferma tra la fine della XVIII e l’inizio della XIX dinastia”.

Pashed rappresentato nella sua tomba inginocchiato sotto una palma dum beve l’acqua del Nilo (foto Graziano Tavan)

La tomba è decorata con magnifiche pitture parietali che raffigurano il viaggio dell’artigiano verso l’Aldilà e Osiride, ma anche scene domestiche dove il defunto è rappresentato con sua moglie, i figli, i nipoti, suoceri e perfino gli amici più cari. “Nella tomba sono ben rappresentati i genitori di Pashed, Menna e Huy”, fa notare Benvegnù. “Con loro c’è un altro artigiano, Nefersekheru, forse amico di Menna. Sulla parete Nord possiamo vedere la figlia di Pashed. È ritratta nuda, ha la treccia tipica delle bambine. È raffigurata ai piedi del padre in atto di adorazione. Il titolare della tomba lo troviamo inginocchiato sotto una palma dum, mentre beve l’acqua del Nilo: un gesto simbolico, come fa capire il capitolo 62 del Libro dei Morti, contenuto nel testo in geroglifico che vediamo alle sue spalle, dove è spiegata la formula per bere l’acqua nell’Aldilà”.

(6 – continua; precedenti post 12 e 17 aprile, 23 maggio, 22 giugno, 5 luglio 2018)