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Il ministero per gli Affari esteri con Unesco Italia lancia nel mondo “Archeo3D’Italia”, nuova video-piattaforma on line dedicata ai siti archeologici italiani iscritti dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità, realizzata con Altair4 Multimedia: mappa interattiva, video e ricostruzioni 3D

altair-multimedia_logoQuattordici siti Unesco, custodi di altrettante eccellenze archeologiche italiane, sono raccontati da Archeo3D’Italia, la nuova video-piattaforma dedicata ai siti archeologici italiani iscritti dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità, in rapporto con il loro contesto naturale, storico e culturale, promossa dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, in collaborazione con la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO attraverso le ambasciate e gli istituti di cultura. La piattaforma è stata realizzata in collaborazione con Altair4 multimedia, realtà realizzata nella ricostruzione 3D di siti dell’antichità: regia, Alessandro Furlan; curatore, prof. Vincent Jolivet; virtual 3D, Pietro Galifi, Stefano Moretti; post produzione, Luigi Giannattasio; raccolta dati scientifici, Maria Grazia Nini.

Una carta storica dell’Italia con i 14 siti archeologici inseriti nella lista Unesco del Patrimonio mondiale dell’Umanità (foto archeo3ditalia)

Attraverso una mappa interattiva e un video documentario, la piattaforma offre al pubblico internazionale la possibilità di scoprire più da vicino: Roma Antica (Fori e Colosseo); Area Vaticana (Circo di Caligola e Antica Basilica di San Pietro); Pompei (Foro e Teatri); Ercolano; Agrigento (Acropoli e Tempio di Zeus); Aquileia (complesso della Basilica patriarcale); Barumini (su Nuraxi); Brescia (Capitolium Romano); Città di Verona (Arena); Necropoli Etrusche di Cerveteri; Villa Adriana di Tivoli; Paestum; Siracusa; Piazza Armerina (Villa Romana del Casale). A ogni luogo sono dedicati videoclip in computer grafica 3D, che mostrano alzati e restituzioni virtuali degli scavi visitati, fruibili in italiano e in inglese. Un modo innovativo e divertente per conoscere l’assetto originario di questi affascinanti luoghi, le diverse fasi della loro evoluzione e le relazioni con il contesto naturale, storico e culturale in cui sono inseriti. Buona visione su  archeo3ditalia.it

italia_siti-unesco_logoUn portale per scoprire i Siti archeologici italiani Patrimonio mondiale Unesco. Le relazioni e gli scambi culturali internazionali sono profondamente radicati nella storia e rappresentano uno degli strumenti principali per favorire il dialogo, la comprensione e la pace tra i popoli. Le testimonianze archeologiche, storiche, artistiche e naturali rappresentano un palinsesto esteso e variegato su scala mondiale, come ben riflesso nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. L’Italia riconosce grande importanza a questo patrimonio impegnandosi nella sua tutela, conservazione e valorizzazione sia a livello nazionale che globale. Il nostro paese è uno dei principali sostenitori della cooperazione culturale multilaterale e un attivo organizzatore di missioni archeologiche, etnoantropologiche e di conservazione in tutto il mondo contribuendo a un sostanziale miglioramento delle relazioni tra gli Stati.

Il Colosseo nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1980 – Roma Antica (Fori e Colosseo). Il centro storico di Roma è stato riconosciuto, sin dal 1980, Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Delimitato dal perimetro delle Mura Aureliane, sovrapposizione di testimonianze di quasi tre millenni, è espressione del patrimonio storico, artistico e culturale del mondo occidentale europeo. Fondata da Romolo nel 753 a.C., secondo la tradizione, e definitivamente caduta come capitale dell’Impero romano nel 476, Roma è nata all’incrocio della strada che collegava le saline costiere con l’interno della penisola, con quella che metteva in relazione l’Etruria con la Campania. Molto presto, sulla riva sinistra del Tevere, si svilupparono luoghi di scambio cosmopoliti. Nel VI sec. a.C., con la dinastia etrusca dei Tarquini, il centro civico della città si struttura intorno al Foro grazie a un’audace opera di bonifica di terreni finora paludosi. La fine delle guerre puniche, nel 146 a.C., porta ad uno sviluppo veloce della città. La potenza della Repubblica viene celebrata dalla costruzione templi, basiliche, archi di trionfo, monumenti commemorativi, in gran parte concentrati nella zona del Foro. Molto presto, la crescita della città rese necessaria la costruzione di nuovi spazi pubblici. Si svilupparono così, durante poco più di due secoli, cinque nuovi fori, quello di Cesare, di Augusto, di Vespasiano, di Domiziano/Nerva e di Traiano, volti ad esaltare la dinastia allora al potere. Fino alla caduta dell’Impero, numerosi imperatori cercarono di attrarsi il favore del popolo romano facendo costruire edifici di spettacolo – circo, stadio, teatro, anfiteatro, odeon… -, monumenti commemorativi – archi, colonne, ninfei… -, nonché grandi complessi termali.

L’antica area del colle Vaticano con l’inserimento del complesso della Basilica di san Pietro nella ricostruzione 3D realizzata dal Altair Multimedia (foto altair4)

1980 – Roma – Area Vaticana (Circo di Caligola e Antica Basilica di San Pietro). Cuore della cristianità cattolica, l’enclave della Città del Vaticano, nel 1980 insieme al centro storico di Roma, è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Sulla riva destra del Tevere, la XIV regione di Roma, Transtiberim, non fece mai veramente parte del centro della città. Nella seconda metà del III sec., il quartiere più vicino all’isola Tiberina fu incluso nel perimetro delle mura di Aureliano, fino alla sommità del Gianicolo, sia per scopi strategici che per proteggere i mulini alimentati dall’acqua dello speco dell’acqua Traiana. Dall’età tardo-repubblicana, questa parte del Trastevere si popolò sempre più densamente di artigiani e di lavoratori del vicino porto, con un’importante componente di stranieri, in particolare ebrei e siriani, che vi celebravano i propri culti. Più a Nord, al di là della porta Settimiana, si estendevano parchi con ricche ville, come quella della Farnesina, forse appartenuta ad Agrippa. La zona del Vaticano, attraversata da strade costeggiate di tombe – tra le quali, alla sua estremità orientale, il mausoleo di Adriano -, era occupata da grandi giardini, tra cui quelli di proprietà di Agrippina e di Domizia, rispettivamente nonna e zia di Nerone. La costruzione della basilica di San Pietro cambiò drasticamente l’uso e la fisionomia di questa regione di Roma.

Il Foro romano e il Campidoglio di Pompei nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1997 – Pompei (Foro e Teatri). Pompei ha origine dal IX secolo a.C. per terminare nel 79 d.C., quando, a seguito dell’eruzione del Vesuvio, viene ricoperta da una coltre di ceneri e lapilli alta circa sei metri. La sua riscoperta e i relativi scavi, iniziati nel 1748, hanno riportato alla luce il sito, che nel 1997 è entrato a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Pompei era in origine un sito osco di cui Etruschi e Greci si contesero il controllo, prima di essere conquistato dai Sanniti nell’ultimo quarto del V sec., poi dai Romani all’inizio del III sec., prima di diventare Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum nell’80 a.C. Quando fu scossa da un potente terremoto, nel 62 d.C., la città contava circa 25mila abitanti; gli effetti del sisma furono così devastanti che gli edifici e le case non erano ancora completamente ricostruiti quando avvenne l’eruzione del 79 d.C. Per quattro giorni, il vulcano seppellì il sito sotto uno strato di circa tre metri di lapilli e di pietra pomice, il cui peso provocò il crollo delle costruzioni, complicando così considerevolmente il lavoro di quelli che iniziarono subito a saccheggiarne le rovine, e ben più tardi quello degli archeologi stessi. Sono noti, in seguito, due grandi risvegli del vulcano nell’Antichità, nel 203 e nel 472. Il sito costituisce oggi il più completo esempio conservato di una città romana, con i suoi monumenti pubblici, le sue case e le sue ville spesso sfarzosamente decorate, nelle quali sono stati rinvenuti in situ innumerevoli oggetti della vita quotidiana, eccezionalmente conservati.

La terrazza col monumento a Marco Nonio Balbo a Ercolano (foto mae-mic)

1997 – Ercolano. Ercolano (Herculaneum) ha origine dal XII secolo a.C. per terminare nel 79 d.C., quando, a seguito dell’eruzione del Vesuvio, viene ricoperta da una coltre di materiali vulcanici. Gli scavi della città, iniziati nel 1710, hanno riportato alla luce il sito, che è entrato a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 1997. Fondata dagli Oschi o dagli Etruschi, Herculaneum fu successivamente conquistata dai Greci, dai Sanniti, e infine dai Romani, nel 89 a.C., diventando lo stesso anno un municipio, e rapidamente un soggiorno residenziale privilegiato dell’aristocrazia romana. Niente permette oggi di comprendere, in una zona la cui la topografia è stata completamente modificata dalle eruzioni vulcaniche, la fisionomia originaria di questo sito che occupava un promontorio situato sulla strada litoranea, ai piedi del Vesuvio. Già colpita dal terremoto del 62 d.C., la città fu sommersa nel 79 d.C. da una valanga di fango la cui solidificazione ha assicurato la conservazione eccezionale dei materiali deperibili che vi si trovavano: legno, papiro, fibre vegetali ecc. Si pensava, fino ad una data recente, che i suoi abitanti, avvisati meglio rispetto ai loro vicini Pompeiani, avessero lasciato la città prima dell’eruzione del vulcano. Invece, gli scavi realizzati alla fine del XX secolo hanno rivelato la presenza di centinaia di corpi lungo la riva: quegli abitanti che, troppo tardi, avevano cercato di fuggire dalla città, si trovarono di fronte ad un mare in tempesta e perirono asfissiati nei grandi depositi che fiancheggiavano la spiaggia.

Il tempio di Giove nella vale dei Templi ad Agrigento nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1997 – Agrigento (Acropoli e Tempio di Zeus). La Valle dei Templi corrisponde all’antica Akragas, monumentale nucleo originario della città di Agrigento. Dal 1997 l’intera zona è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Il parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi è uno dei siti archeologici più estesi del Mediterraneo. Fondata nel 582 a.C. da coloni rodi e cretesi della vicina Gela, su un sito già occupato da Greci nel VII sec. a.C., Agrigento (Akragas) fu prevalentemente governata da una successione di tiranni: dopo Falaride, vissuto nella prima metà del VI sec., la cui crudeltà rimase proverbiale, Terone, sotto il quale, alleati ai Siracusani, gli Agrigentini vinsero la battaglia contro i Cartaginesi ad Imera, nel 480, e suo figlio Trasideo il quale, rompendo l’alleanza con Siracusa, portò alla fine della sua dinastia, nel 471 a.C. Nel 406 a.C., un nuovo conflitto con Cartagine si concluse, dopo un lungo assedio, con la presa e la distruzione parziale della città, che ritrovò la sua libertà solo grazie al generale corinzio Timoleonte, nel 340 a.C. Contesa tra Cartaginesi e Romani, Agrigento fu definitivamente conquistata dai Romani nel 210 a.C. Fiorente da questa data, e fino alla caduta dell’Impero romano, la città si spopolò gradualmente fino al VII secolo: si riduceva allora ad un villaggio raggruppato sulla collina di Girgenti (sede della città attuale), che fu conquistato dagli Arabi, nel 829, e successivamente dai Normanni, nel 1086.

Dettaglio dei pavimenti musivi della Villa del Casale a Piazza Armerina (foto mae-mic)

1997 – Piazza Armerina (Villa Romana del Casale). La Villa Romana del Casale a Piazza Armerina, in Sicilia, è l’esempio supremo di villa di lusso romana tardo-imperiale, famosa per la ricchezza e la qualità dei suoi mosaici (IV secolo d.C.), che vengono riconosciuti come i mosaici romani più belli ancora in situ. Dal 1997 fa parte del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Dopo la fine della prima guerra punica, nel 241 a.C., e la conquista di Siracusa, nel 211 a.C. l’insieme della Sicilia, a lungo contesa tra popolazioni autoctone, Greci e Cartaginesi, diventò provincia romana, uno statuto ulteriormente confermato da Diocleziano, nel 284, nel quadro della sua riforma amministrativa delle province. Straordinariamente ricca di fertili terreni agricoli, l’isola, sfruttata dai Romani tramite una rete di immensi latifondi, funse da importante granaio di Roma dalla fine della Repubblica in poi. A lungo depressa da questo sistema di sfruttamento, l’isola conobbe un nuovo periodo di prosperità all’inizio del IV sec., grazie alla sua posizione strategica sulle rotte commerciali mediterranee. Essa fu soggetta, da allora, ad una successione di conquiste da parte dei Vandali nel 440, dei Bizantini nel 535, degli Arabi nell’827, fino a quella dei Normanni, avvenuta nel 1086.

Il nuraghe Su Nuraxi a Barumini (foto mae-mic)

1997 – Barumini – Su Nuraxi. Il sito di Su Nuraxi a Barumini, in Sardegna, rappresenta il più famoso esempio di complessi difensivi dell’Età del Bronzo, caratteristici dell’isola, conosciuti come nuraghi. Costruito nel secondo millennio a.C. fu occupato fino al terzo secolo d.C. Dal 1997 è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Sito a Ovest di Barumini, nella parte meridionale interna della Sardegna, il villaggio protostorico di Su Nuraxi è uno dei più rappresentativi della cultura nuragica tipica dell’isola tirrenica. I nuraghi, i cui primi esemplari compaiono nella prima età del Bronzo, nel XVII sec. sono torri che avevano la funzione di sorveglianza delle coltivazioni e dei greggi, di difesa della popolazione contro assalti nemici, e forse di osservazione astronomica. I siti nuragici, la cui datazione viene ancora largamente dibattuta, erano collegati tra di loro all’interno di un sistema che interessava l’intera isola: si stima che vi si trovava un nuraghe circa ogni 3 kmq. La civiltà nuragica è stata divisa in cinque fasi cronologiche che vedono, a partire da una struttura di clan, l’affermazione progressiva delle aristocrazie locali, compiuta nei IX-VI sec. a.C. Ben lungi dall’essere isolata, la civiltà nuragica intratteneva rapporti politici, economici e culturali con le principali civiltà mediterranee coeve.

Il complesso e gli annessi della basilica patriarcale di Aquileia nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1998 – Aquileia (complesso della Basilica patriarcale). Aquileia, fondata nel 181 a.C. dai Romani, è stata una delle città più grandi e più ricche dell’Impero Romano. La città antica, ancora in gran parte sepolta, è il più completo esempio di una città dell’antica Roma nell’area del Mediterraneo, ed è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 1998. A Sud della provincia di Udine, Aquileia, connessa con il mare Adriatico da una fitta rete di canali, fu fondata come colonia latina nel 181 a.C. Grazie alla sua posizione strategica e al commercio dell’ambra e del vetro, la città conobbe uno sviluppo rapido e diventò, in età augustea, capitale della X Regione, Venetia et Histria. Nei primi secoli dell’Impero, Aquileia giocò un ruolo fondamentale nelle operazioni militari condotte verso il Danubio. Dopo la promulgazione dell’editto di Milano da parte di Costantino, nel 313, la città fu sede di un vescovado che promosse la diffusione del cristianesimo verso il centro dell’Europa. Dopo la sua distruzione da parte di Attila, nel 452, Aquileia, ricostruita, fu assunta alla dignità di patriarcato nel 554, e visitata da Carlo Magno dopo la sua incoronazione a Roma, nel 800. Il patriarcato, che controllava un immenso territorio, fu abolito solo nel 1751.

L’area templare di Paestum con la cd Basilica e il cd Tempio di Nettuno nella ricostruzione 3D realizzata da Marco Mellace (foto marco mellace)

1998 – Paestum. Paestum è un’antica città della Magna Grecia chiamata dai fondatori Poseidonia in onore di Poseidone, e poi Paestum dai Romani che la conquistarono. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura. Nel 1998 è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco con il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, ed i siti archeologici di Velia, e la Certosa di Padula. Sulla riva del Tirreno dove Giasone, con i suoi Argonauti, avrebbe edificato il santuario di Hera, alla foce del Sele, i Sibariti fondarono, verso il 600 a.C., una colonia dedicata a Poseidone, in mezzo ai terreni agricoli estremamente fertili della pianura del Sele. Poseidonia raggiunse il suo massimo splendore tra il 560 e il 440 a.C. All’inizio del V sec. a.C., i Lucani presero il controllo della città, fondendosi progressivamente con i Greci, contribuendo così alla creazione di una cultura profondamente originale. La città conservò la sua indipendenza fino alla conquista romana, nel 273 a.C., quando vi fu insediata una colonia di diritto latino; la sua prosperità nel corso della fine della Repubblica romana è testimoniata dall’edilizia pubblica e privata rivelata dagli scavi. La città era rimasta sufficientemente importante nel V sec. per diventare sede vescovile. Tuttavia, l’impaludamento progressivo dell’insediamento, che vi rendeva l’aria cattiva, e le incursioni dei pirati Saraceni, spinsero i suoi abitanti ad abbandonare definitivamente il sito nel corso del X sec.

Il teatro Marittimo di Villa Adriana a Tivoli nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1999 – Villa Adriana di Tivoli. Villa Adriana è la sontuosa residenza fatta costruire dall’imperatore Adriano (117-138) con un ricco complesso di edifici, estesi su una vasta area. Nel 1999, Villa Adriana è stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Già in età repubblicana, i membri dell’aristocrazia romana avevano preso l’abitudine di lasciare la città per soggiornare in giardini suburbani, oppure in ampie residenze situate a poca distanza di Roma, in particolare nella zona dei Colli Albani. Adriano, imperatore di Roma dal 117 fino alla sua morte nel 138, scelse di creare una villa d’ozio sui primi pendii dei Monti Tiburtini, sotto l’antica Tibur (Tivoli), una trentina di chilometri a Est di Roma. Questa straordinaria residenza, che riunisce nello stesso luogo luoghi e monumenti visitati da Adriano nel corso dei suoi viaggi – il Nilo e la città d’ozio di Canopo in Egitto, il Liceo, l’Accademia e la stoa poikilè di Atene, la vallata di Tempe in Tessaglia… – gli consentì anche di dedicarsi pienamente al suo gusto per l’architettura, a lungo contrastato dall’architetto di Traiano, Apollodoro di Damasco, che egli fece prima esiliare, e poi assassinare nel 130. Circa 130 ettari di superficie totale, più di due chilometri di lunghezza, una trentina di edifici principali, chilometri di gallerie di servizio sotterranee…Villa Adriana costituisce un complesso eccezionale, paragonabile ai grandi palazzi reali di cui quello di Versailles costituisce l’archetipo moderno.

L’Arena di Verona nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

2000 – Città di Verona (Arena). Ottenuta da Giulio Cesare la cittadinanza romana nel 49 a.C., Verona diventa ben presto municipium romano, potendosi fregiare del titolo di Res Publica Veronesium. Nel 2000 Verona è stata inserita nella Lista dei Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Controllando un guado sull’Adige, punto di passaggio obbligato, da sempre, tra Oriente e Occidente, Verona, già occupata in età preromana, fu una delle principali città dell’area veneta. Colonia di diritto latino nel 89 a.C., poi municipio romano nel 49 a.C., la città fu occupata da Vespasiano nel corso della guerra civile contro Vitellio, nel 69, e più tardi da Massenzio durante quella contro Costantino, nel 312. Successivamente, per la sua posizione strategica, Verona mantenne a lungo la sua importanza, Il monumento antico più famoso di Verona è il suo anfiteatro, dove si tenevano sia giochi gladiatori che spettacoli di caccia. Nonostante il nome, l’anfiteatro non è il semplice collage di due teatri, né il prodotto di una ricerca empirica: uno studio geometrico rigoroso aveva dimostrato la superiorità della pianta ellittica, sia in termini di circolazione che di visione dello spettacolo dato nell’arena, nome che deriva dalla sabbia o rena, che assorbiva il sangue degli uomini e delle bestie.

La necropoli etrusca di Cerveteri nella ricostruzione 3D realizzata da Marco Mellace (foto marco mellace)

2004 – Necropoli Etrusche di Cerveteri. La necropoli di Cerveteri è una delle più monumentali del Mediterraneo e costituisce una rara e preziosa testimonianza del popolo etrusco, che instaurò la prima civilizzazione urbanizzata nel Mediterraneo occidentale, sopravvissuta per circa 700 anni dall’VIII al I secolo a.C. Nel 2004 è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, assieme a quella di Tarquinia. Nella parte meridionale dell’Etruria, la città etrusca di Caere, attuale Cerveteri, si trova 40 km a Nord di Roma. Si tratta di una delle principali città-stato della lega delle dodici città etrusche confederate, che controllava una larga fascia del litorale tirreno. Ancora poco affermata in età villanoviana, tra il IX e il VIII sec. a.C., la città conobbe un’espansione veloce nel VII sec., nel corso del periodo detto “orientalizzante”, grazie ai suoi contatti con i mercanti greci e fenici, che contribuirono a cambiare radicalmente la cultura e l’economia delle popolazioni locali. Queste relazioni si svolgevano in particolare nel porto della città, Pyrgi, dove diversi templi, in particolare quello di Uni/Astarte, presidiavano ai rapporti commerciali tra etruschi e mercanti stranieri. Nel corso di questo periodo, si assiste all’emergere di una classe dirigente di principi, il cui potere declinò progressivamente, dall’inizio del VI sec. a.C. in poi, per portare ad una società più egalitaria. Il legame con la vicina Roma si rafforzò progressivamente dopo il saccheggio dei Galli, nel 390 a.C., nel corso del quale le Vestali avevano trovato rifugio a Caere, ma nuovi scontri tra le due città portarono alla sconfitta della metropoli etrusca, nel 273 a.C., e alla confisca della parte costiera del suo territorio, dove Roma fondò diverse colonie marittime. In età augustea, Caere viene menzionata da Strabone solo come una “piccola città”.

Il teatro greco di Siracusa (foto mae-mic)

2005 – Siracusa. Siracusa possiede una storia millenaria: fu annoverata tra le più vaste metropoli dell’età classica, tanto da primeggiare per potenza e ricchezza con Atene. È stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 2005, congiuntamente alle Necropoli Rupestri di Pantalica. Secondo Tucidide, la colonia greca di Siracusa, a sud-ovest della Sicilia, fu fondata sull’isola di Ortigia nel 734 a.C. dal corinzio Archias. Nella prima metà del V sec. a.C., la città, dotata di un ampio porto, sia commerciale che militare, dovette la sua espansione a due tiranni della famiglia dei Dinomenidi, Gelone, che sconfisse i Cartaginesi ad Imera nel 480 a.C., ed il suo fratello Ierone, vittorioso degli Etruschi a Cuma nel 474 a.C. Nonostante il ritorno della democrazia dopo la morte di quest’ultimo, la città fu assediata invano da Atene tra il 415 e il 413 a.C. durante la guerra del Peloponneso, e conobbe una nuova fase di tirannia inaugurata nel 405 a.C. da Dionisio I. All’inizio del III sec. a.C., Ierone II scelse di allearsi con i Romani, ma dopo la sua morte, nel 213 a.C., Roma assediò la città che dovette arrendersi dopo due anni, nonostante le ingegnose macchine da guerra concepite da Archimede che perse la vita, come gran parte della popolazione della città, nel corso del saccheggio. In età romana, Siracusa conobbe un’esistenza tranquilla e prospera come capitale del granaio di Roma che era ormai divenuta la Sicilia. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la storia successiva della città è segnata da ondate successive di invasioni ad opera dei Bizantini, degli Arabi, dei Normanni, degli Svevi, degli Aragonesi, prima della sua incorporazione nel regno delle Due Sicilie, nel 1816, e finalmente nel Regno d’Italia nel 1861.

Il Capitolium di Brescia nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

2011 – Brescia (Capitolium Romano). Il Foro romano di Brescia era la piazza principale del centro cittadino di Brixia a partire dal I secolo a.C. Questo complesso archeologico monumentale conserva i maggiori edifici pubblici di età romana del nord Italia, e per questo motivo è stato inserito nel 2011 nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, facente parte del sito seriale “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”. Su di un sito già occupato nell’età del Bronzo e del Ferro, Brescia fu fondata all’inizio del IV sec. a.C. come capitale dei Galli Cenomani, al quale deve il suo nome antico, Brixia, che significa «l’altura», in riferimento al colle Cidneo che la domina. Sconfitti nel 197 a.C., i Cenomani diventarono alleati dei Romani, conservando tuttavia parte della loro autonomia e delle loro tradizioni. Municipio di diritto latino nel 89 a.C., la città fu integrata al territorio romano nel 49 a.C. Nel 27 a.C., la Colonia civica Augusta Brixia fu inserita nelle Regio X augustea, Venetia et Histria, diventando così un importante centro religioso e commerciale. Saccheggiata da Attila nel 452, la città fu conquistata dai Bizantini nel 561, e qualche anno dopo dai Longobardi, un popolo di origine germanica che invase l’Italia bizantina nel 568. Sotto il loro dominio, e fino al 774, Brescia conobbe un lungo periodo di prosperità.

#iorestoacasa. L’ottava “pillola video” proposta dalla Fondazione Aquileia ci porta a conoscere gli affreschi dell’abside della Basilica Patriarcale di Aquileia descritti dalla storica dell’arte Enrica Cozzi

L’ottava “pillola video” promossa dalla Fondazione Aquileia, aderendo alla campagna del Mibact #iorestoacasa, ci porta ancora all’interno della basilica patriarcale di Aquileia alla scoperta degli “affreschi dell’abside”, descritti dalla prof.ssa Enrica Cozzi, docente di Storia dell’Arte medievale all’Università degli Studi di Trieste. “La decorazione dell’abside centrale della basilica di Aquileia”, spiega la storica dell’arte, “arriva a completamento dei lavori architettonici dell’intera basilica. Possiamo datarla in modo abbastanza preciso tra il 1027 e il 1031: il 1031 ci viene dato da una serie di testimonianze ma anche dalla lunga iscrizione che scorre nella zona mediana dell’abside”. Si tratta di un affresco storico: “Al centro troneggia la maiestas virginis con la Vergine seduta con il Bambino entro mandorla, circondata dai simboli degli Evangelisti. Ma la cosa veramente singolare e importante qui ad Aquileia è che sui lati del catino absidale oltre i Santi locali, da Ermacora protovescovo con il diacono Fortunato al secondo vescovo Ilario con Tarsiano, e a San Marco, compaiono altri personaggi in dimensioni minori che sono dei personaggi storici: c’è ovviamente il patriarca Popone con il nimbo quadrato a significare che è un personaggio vivente ma anche è il committente degli affreschi. E poi compaiono le figure dell’imperatore vivente Corrado II il Salico, della moglie l’imperatrice Gisella e del figlioletto Enrico qui incoronato (sarebbe diventato re come Enrico III) anche se all’epoca era un adolescente. Infine c’è un altro personaggio, sulla sinistra, quasi completamente perduto: si tratta dell’imperatore Enrico II che all’epoca era già morto da alcuni anni, ma era troppo importante per la storia di Popone e la storia di Aquileia”.

#iorestoacasa. Con “Gli scavi archeologici di Fondo Pasqualis” tema della quinta “pillola video” proposta dalla Fondazione Aquileia l’archeologa Patrizia Basso presenta le nuove scoperte dell’area dei mercati

“Gli scavi archeologici del Fondo Pasqualis” aprono una nuova finestra su Aquileia che, in questo momento di chiusura forzata, aderisce alla campagna del MiBACT #iorestoacasa con una nuova proposta on-line: dieci narratori d’eccezione saranno i protagonisti di altrettante “pillole video” della Fondazione Aquileia. La quinta “pillola video” con appunto “Gli scavi archeologici del fondo Pasqualis”, condotti dal team del dipartimento di Culture e Civiltà dell’università di Verona guidato da Patrizia Basso, , in collaborazione scientifica e convenzione con la Fondazione Aquileia e su concessione ministeriale, permettono di conoscere meglio la storia dell’area che ospitava gli antichi mercati di Aquileia.

Una veduta aerea di Fondo Pasqualis, l’area dei mercati di Aquileia, prima delel ultime campagne di scavo (foto fondazione Aquileia)

“Scavare ad Aquileia è proprio una grande emozione”, esordisce l’archeologa Patrizia Basso. “In questo momento ci sono varie università, vari enti che stanno scavando: occasione di confronto importante, di provare tutti insieme – ognuno col proprio tassello – a ricostruire la grande storia di questa straordinaria città”. Fondo Pasqualis è un’area che era già stata scavata negli anni Cinquanta del Novecento dall’archeologo Giovanni Brusin che aveva portato alla luce due grandi piazze per la vendita di merci (mercati) e due cinte murarie interpretate proprio come cinte di difesa della città. “Quando abbiamo cominciato il lavoro -continua la professoressa – abbiamo prima di tutto voluto fare una pianta con un drone dall’alto, e poi abbiamo cominciato a fare dei sondaggi, delle ricognizioni geofisiche per cercare di capire in una zona così bassa quali erano le aree più promettenti per lo scavo. Abbiamo portato alla luce una nuova piazza che non era mai stata vista prima, monumentale, tutta lastricata. E nell’area delle mura invece è stato portato alla luce completamente un muro che era già stato scavato ma poi mai capito fino in fondo, che probabilmente è il primo muro di sponda, il primo argine di un antico corso del fiume Natiso che all’epoca era molto più largo rispetto a quello che si vede oggi”. Questo argine presenta dei gradini che scendevano verso il fiume, quindi verso un punto di attracco per imbarcazioni che navigavano il fiume. “Più di trovare, mi aspetto e spero di poter capire come funzionava questo quartiere, cosa si vendeva nelle piazze. Per esempio, abbiamo trovato molte conchiglie: quindi ci chiediamo se non fossero aree destinate anche a queste vendite. Ma soprattutto di capire come funzionava questo sistema di fiume, banchine di attracco, strade per la vendita delle merci e poi le piazze mercato. L’acqua è una disgrazia per noi archeologi qui ad Aquileia, però è anche stata la fortuna di poter portare alla luce in uno stato straordinario di conservazione pali di legno e anfore che costituiscono la sponda del fiume e che abbiamo trovato anche sotto il muro di cinta. Con le analisi dendrocronologiche saremo in grado di datare la sponda all’anno. Nello stesso tempo nell’ultima campagna di scavo è emersa una intera passerella, un intero molo, tutto in pali di legno in verticale e in orizzontale che rappresenta la struttura più spettacolare che abbiamo finora portato alla luce”.

#iorestoacasa. “La vita nelle domus di Aquileia” con Francesca Ghedini è il tema della quarta “pillola video” proposta dalla Fondazione Aquileia

Aquileia apre virtualmente le porte al pubblico, in questo momento di chiusura forzata, e aderisce alla campagna del MiBACT #iorestoacasa con una proposta on-line: dieci narratori d’eccezione saranno i protagonisti di altrettante “pillole video” a cura della Fondazione Aquileia. La quarta pillola video on line si sofferma su “La vita nelle domus di Aquileia” raccontata da Francesca Ghedini, professoressa emerita dell’università di Padova. Dagli scavi di Aquileia è emersa circa una cinquantina di domus romane all’interno dell’impianto viario originale, il ché ci permette di avere la percezione di come doveva presentarsi l’abitato antico. “Uno dei fili conduttori di Aquileia”, sottolinea Ghedini, “è che la città ha vissuto su se stessa. Quindi le case presentano una stratificazione che modifica l’assetto domestico dalla fondazione della casa, in genere nel I sec. d.C., fino al suo abbandono, nel IV-V-VI sec.”. I mosaici sono un indicatore cronologico straordinario. “Aquileia non è conosciuta per il mosaico figurato, ma per il mosaico geometrico. Il mosaico figurato interviene solo nel periodo tardo. Il sito ha restituito circa 800 pavimenti che si distribuiscono dal I sec. d.C. al V-VI e ci consentono di ricostruire la storia del mosaico romano”. L’arredamento della casa romana è conosciuto attraverso i resti di mobili che vengono rinvenuti sia in ambito domestico sia in ambito funerario. “In particolare Aquileia è celebre per i vetri di qualità altissima: una produzione che troviamo anche al di là delle Alpi. Sono balsamari, bottiglie, brocche, oggetti d’uso, soprattutto oggetti per la toeletta femminile. Un altro elemento molto interessante dell’arredo domestico – conclude Ghedini – era l’illuminazione. Non solo le lucerne da trasporto, ma i grandi candelabri che erano fissi soprattutto nei triclini (sale da pranzo) con più di una lucerna o a più braccia per illuminare l’ambiente”.

#iorestoacasa. La Fondazione Aquileia presenta la seconda “pillola video” su “Il patrimonio epigrafico di Aquileia” accompagnati dal prof. Claudio Zaccaria

“Il patrimonio epigrafico di Aquileia” è il tema affrontato in questa seconda “pillola video” promossa dalla Fondazione Aquileia che apre virtualmente le porte al pubblico, in questo momento di chiusura forzata, e aderisce alla campagna del MiBACT #iorestoacasa con questa proposta on-line: dieci narratori d’eccezione protagonisti di altrettante “pillole video”. Per questo secondo focus siamo accompagnati da Claudio Zaccaria, professore emerito dell’università di Trieste. “Aquileia romana”, spiega il prof. Zaccaria, “si caratterizza per la grande quantità dei suoi monumenti, soprattutto quelli iscritti: peculiarità questa che colloca Aquileia tra le grandi città del mondo antico. In Italia è la terza città romana per documenti che sono arrivati fino a noi. Questa documentazione è praticamente esclusiva per molti aspetti della storia di Aquileia che non ci sono raccontati da altre fonti, come le fonti storiche e le fonti letterarie, che si limitano a pochi accenni sulla città”. La maggior parte delle iscrizioni sono funerarie. “C’è una forte tensione a fare il monumento anche quando le risorse sono scarse”, continua Zaccaria. “Chi può di più paga uno scalpellino più abile, si fa fare sul monumento una decorazione che può rappresentare la professione del defunto o figure simboliche dell’aldilà. Questi monumenti volevano raccontare le storie delle persone. È questa una rappresentazione sociale molto efficace, un’umanità che si autorappresenta attraverso forme varie”.

Verona romana: l’architettura segno del potere di Roma. A Verona Archeofilm incontro con Francesca Ghedini: “L’Arena alla sua costruzione era il più grande anfiteatro dell’impero”

Verona romana in una famosa ricostruzione del disegnatore Gianni Ainardi

La locandina della prima edizione di Verona Archeofilm al teatro Ristori di Verona

Non solo film. La prima edizione di Verona Archeofilm, promossa da Archeologia Viva e dal Comune di Verona al teatro Ristori, con la direzione artistica di Dario Di Blasi, ha regalato al numeroso pubblico di appassionati presenti anche un interessante incontro culturale con Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova, archeologa classica, profonda conoscitrice di Ovidio. Intervistata dal direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, Ghedini ha declinato sul caso Verona il tema del rapporto tra architettura e potere nel mondo romano. E a Verona, come sottolinea la professoressa, è possibile farlo perché “negli anni ha avuto eccellenti archeologi della soprintendenza che hanno ricercato, studiato, conservato e salvaguardato le notevoli testimonianze della Verona romana” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/21/a-quarantanni-dalla-prima-esperienza-torna-a-verona-il-grande-cinema-archeologico-grazie-ad-archeologia-viva-con-verona-archeofilm-nove-titoli-e-lincontro-con-francesca-ghedini/).

La professoressa Francesca Ghedini intervistata da Piero Pruneti al teatro Ristori di Verona

Architettura e potere. “Roma ha creato un impero che è durato secoli: di certo la forza militare è stata fondamentale, ma non è stato il solo motivo che ha favorito la romanizzazione. Va considerata anche la grande attrattività: si poteva vivere meglio sotto i romani, che quando fondavano una città o ne conquistavano una portavano subito i servizi, a cominciare dalle fognature”. Quindi il primo segno di Roma si esprime con la scelta del luogo di fondazione di una colonia. E allora cerchiamo di capire meglio perché Verona è nata qui e non altrove. “Verona sorge qui perché c’è l’Adige e perché qui passa una importantissima via consolare, la via Postumia”, chiarisce Ghedini. “È vero che sul colle di San Pietro esiste già un nucleo abitato precedente, ma la città romana nasce all’interno dell’ansa dell’Adige perché in una posizione che le permette di avere tre quarti di città difesa naturalmente dal fiume, e perché di qui passa la via Postumia che, all’interno delle mura, superate le porte, diventa il decumano massimo, oggi rappresentato dall’asse corso Cavour – corso Porta Borsari”.

Il tracciato della via Emilia da Rimini a Piacenza

La situazione geo-politica. Siamo nel 148 a.C. In quel momento Roma è impegnata a Sud contro Cartagine (terza guerra punica, dal 149 al 146 a.C.), e a Est si sta espandendo verso il Mediterraneo orientale (dal 146 a.C. la Grecia diventa un protettorato romano). Entrambi i fronti sono sostenuti a Roma dal cosiddetto “partito del mare” che punta a fare di Roma una potenza navale nel Mediterraneo. Ma c’è anche il cosiddetto “partito degli agricoltori” che ovviamente ha i suoi interessi soprattutto in pianura Padana, dove la romanizzazione era iniziata con la fondazione della via Emilia tra il 189 e il 187 a.C. collegando Rimini (terminale della via Flaminia, 220 a.C., quindi con Roma) a Piacenza sul Po, che diventa il caposaldo romano in pianura padana. L’espansione di Roma a Nord continua con la fondazione di Aquileia nel 181 a.C., con sbocco nel Nord dell’Adriatico, quasi un punto nel nulla nell’estremo nord-est dell’Italia, in un territorio abitato da popolazioni non romane. Per difendere questo avamposto i Romani realizzano la via Postumia: è il 148 a.C. La strada collega i due porti settentrionali, a Ovest Genova, a Est Aquileia: una grande opera ingegneristica in territorio non romanizzato che prevede strutture invasive e la partizione del territorio. Una situazione vista dalle popolazioni locali come una penetrazione anche militare”.

Piazza delle Erbe a Verona occupa lo spazio del foro romano (da http://www.verona.net)

Il foro della Verona romana sorse all’incrocio tra la via Postumia (decumano) e il cardo

La fondazione di Verona: il Foro. “È su questa importante via consolare, strategica per i romani, che nasce Verona romana la quale ci ha restituito dei bellissimi segni del potere di Roma. Il primo segno del potere di Roma si manifesta con la realizzazione del foro (oggi piazza delle Erbe) all’incrocio tra la via Postumia (sull’asse Est-Ovest) e il cardo massimo (N-S). Ma cos’ha di speciale il foro di Verona? Qui si incontrano il momento e la celebrazione del sacro, della giustizia, dell’economia e della socialità intesa come incontro. Il foro veronese appare molto allungato (il lato corto è un terzo di quello lungo), discostandosi da quelle che sono le proporzioni canoniche codificate da Vitruvio, dove il lato corto è due terzi di quello lungo. Ciò dimostra che il foro non appartiene alla monumentalizzazione della città del primo periodo imperiale, ma la sua realizzazione è contemporanea alla deduzione della colonia repubblicana, in un sistema urbanistico dominato dal tempio sul lato corto settentrionale”.

Edificato nella seconda metà del I sec. a.C. sul lato settentrionale del Foro, il Capitolium era caratterizzato da un fronte largo 35 m (con tre file di sei colonne), tre celle e portici ai lati, ed era lungo circa 42 m. Su tre lati correva tutt’intorno al tempio un porticato che aveva anche la funzione di archivio. Lungo le sue pareti erano esposte numerose epigrafi e tavole in bronzo, delle quali si sono ritrovati solo frammenti: si trattava di leggi, decreti, liste di magistrati e imperatori, documenti catastali. A sostenere tutta questa struttura c’era un criptoportico (oggi recuperato dagli scavi della soprintendenza e visitabile nell’area archeologica di Corte Sgarzerie: proprio dopo l’incontro con la prof.ssa Francesca Ghedini, il Verona Archeofilm ha proposto il documentario di Davide Borra, di cui qui abbiamo visto il trailer). Il criptoportico si sviluppava per oltre 200 metri sotto il portico. Diviso in due navate larghe 4,5 m da una spina di archi retti da 78 pilastri in pietra e coperta da volte a botte, era debolmente illuminato da finestre “a strombo” affacciate sulla terrazza superiore. Il complesso rimase in vita fino al IV secolo, quando, per effetto dell’affermazione del cristianesimo e probabilmente per un incendio cadde in abbandono.

La ricostruzione del Capitolium di Verona e del triportico, dove erano collocate le tavole catastali

“L’impostazione del tempio a Giove Capitolino, rialzato rispetto al foro, imita il Campidoglio dell’Urbe dedicato alla Triade capitolina. E poi c’è il blocco centrale del foro che è un inno alla romanità – continua Ghedini -. È lì che sorge infatti il complesso curia/basilica, cioè i due luoghi deputati per eccellenza alla gestione della cosa pubblica e della giustizia. E più a Ovest si apre un’altra piazza dominata al centro da un tempio dedicato al culto imperiale. Questo lealismo e completa adesione dimostrano che i veronesi si sentivano romani. Assistiamo quindi a un fenomeno di autoromanizzazione: chiedono di sentirsi romani e diventano romani. Il complesso del foro romano ne è la prova”.

L’Arena di Verona: l’anfiteatro fu realizzato in età giulio-claudia

Gli edifici di spettacolo. “Senza sottovalutare il valore simbolico delle mura, che non rappresentano un limite invalicabile, ma piuttosto un segno di potere: la prolessi della grande Verona, di certo l’altra prova del potere e della civiltà di Roma sono gli edifici di spettacolo, cioè l’arena e il teatro, entrambi bellissimi, segno della civiltà romana, esempio del vivere quotidiano. Il teatro di Verona è romano, ma realizzato secondo la tecnica greca, cioè sfruttando il clivio naturale di un colle. A Verona non è una scelta casuale. Il colle di San Pietro permetteva di riprodurre il modello dei grandi santuari tardo-repubblicani. Perché il complesso del teatro si completava con il soprastante tempio della Fortuna Primigenia offrendo una fortissima adesione alla grande architettura romana. E poi c’è l’arena. L’anfiteatro veronese è da sempre considerato il terzo più grande dell’impero, dopo il Colosseo e quello di Capua. Ma se guardiamo la sequenza di realizzazione dei tre anfiteatri, notiamo che l’Arena di Verona (metri 152×123) risale all’epoca giulio-claudia, mentre il Colosseo (metri 187×155) alla successiva età flavia, e l’anfiteatro di Capua (metri 165×136), di fondazione più antica, è stato ampliato come lo conosciamo noi oggi solo nel II sec. d.C. Quindi, al momento della sua costruzione, l’Arena di Verona era l’anfiteatro più grande dell’impero”.

“Open day” ad Aquileia: apertura delle aree archeologiche e dei cantieri di scavo; visite guidate con i curatori della mostra “Magnifici ritorni” al museo Archeologico nazionale; e gran finale con il concerto in basilica

Il manifesto con le iniziative dell’Open day del 14 settembre 2019 ad Aquileia

Aquileia apre le porte ad appassionati e turisti per l’Open Day di sabato 14 settembre 2019. Previsti l’apertura delle aree archeologiche e dei cantieri di scavo; visite guidate con i curatori della mostra “Magnifici ritorni” al museo Archeologico nazionale; e gran finale con il concerto in basilica. Grazie alla collaborazione tra Fondazione Aquileia, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia, Comune di Aquileia, università di Padova, di Trieste, di Udine, di Venezia e di Verona, Pro Loco Aquileia, associazione nazionale per Aquileia, Società Friulana di Archeologia tutte le aree archeologiche e i cantieri di scavo saranno aperti al pubblico e archeologi e studiosi aspetteranno cittadini e appassionati sugli scavi per raccontare le ultime scoperte e i risultati delle indagini più recenti.

Il foro di Aquileia

Mappa delle aree archeologiche di Aquileia visitabili nell’Open Day

Durante la giornata dedicata alla riscoperta dello straordinario patrimonio archeologico di Aquileia, sito Unesco dal 1998, potrete visitare – tra le 10.30 e le 12.30 e al pomeriggio tra le 15.30 e le 17.30 – il foro romano scendendo tra le colonne, il porto fluviale, il sepolcreto, il cantiere delle grandi terme e del teatro, le mura a zig zag e il decumano di Aratria Galla, l’area del fondo Cal con i resti delle antiche domus, lo scavo delle Bestie ferite e di via Gemina, lo scavo dell’area dei mercati e delle antiche mura ai fondi Pasqualis e il fondo Sandrigo accanto al porto. Saranno visitabili anche la domus di Tito Macro sul fondo Cossar, dove si è concluso il primo lotto di lavori per la valorizzazione dell’area e la domus e palazzo episcopale in cui ci si può immergere nella storia di Aquileia. In tutte le aree ci saranno gli archeologi ad accogliere i visitatori e inoltre in piazza Capitolo, al foro, al porto fluviale e all’incrocio di via XXIV Maggio ci saranno dei punti di informazione dove trovare le mappe con l’indicazione delle aree archeologiche.

La locandina della mostra “Magnifici Ritorni. Tesori aquileiesi dal Kunsthistorisches Museum di Vienna” dall’8 giugno al 20 ottobre 2019

Marta Novello, direttrice del museo Archeologico nazionale di Aquileia

Sempre sabato 14 settembre 2019, alle 17.30, al museo Archeologico nazionale di Aquileia, visita guidata alla mostra “Magnifici Ritorni”, organizzata da Fondazione Aquileia, Polo museale del FVG e Kunsthistorisches Museum di Vienna. Le visite sono tenute dai curatori Cristiano Tiussi, direttore di Fondazione Aquileia, e Marta Novello, direttrice del museo Archeologico nazionale di Aquileia. La visita è compresa nel costo del biglietto di ingresso al museo (gratuito per i minori di 18 anni, i possessori di abbonamento #SuperMAN e le gratuità ministeriali previste). Prenotazione obbligatoria a
museoaquileiadidattica@beniculturali.it, scrivendo alle pagine social del #MANAquileia o chiamando al numero 0431 91035 dal lunedì al venerdì.

Il coro polifonico di Ruda protagonista del concerto finale del ciclo “La Musica dei Cieli”

Ancora sabato 14 settembre 2019 ad Aquileia gran finale con “La Musica dei cieli” che chiude l’edizione 2019 dei Concerti in basilica ad Aquileia organizzati dalla Socoba con il contributo della regione Friuli Venezia Giulia e della Fondazione Aquileia. Appuntamento alle 20.45 con l’esibizione del Coro Polifonico di Ruda, diretto da Fabiana Noro, in un progetto liberamente ispirato al Paradiso di Dante. Sarà l’attore e direttore di prosa del teatro Giovanni da Udine, Giuseppe Bevilacqua, a condurre il pubblico attraverso la terza cantica del sommo poeta mentre il coro legherà il tutto con un programma sacro quasi completamente ‘a cappella’ di autori dell’Ottocento e del Novecento. Bevilacqua, in particolare, leggerà passi dal Canto I (1-12, 37-87), dal Canto III (69-123), dal Canto XI (57-63, 73-87), dal Canto XXI (107-123) e dal Canto XXXIII (1-57, 84-93, 105-145) mentre il Polifonico, dopo l’apertura con il De profundis di Arvo Part (1935) proseguirà la sua esibizione con brani di Ambroz Copi (1973), Joseph Rheinberger (1839-1901), Grigori Ljiubimov (1882-1934), Francis Poulenc (1899-1963), Pau Casals (1876-1973), Pavel Chesnokov (1877-1944), Ola Gjeilo (1978), Dmitrij Bortnjanskij (1751-1835), Giovanni Bonato (1961), Manolo da Rold (1976) ed Eric Whiteacre. Il progetto “La musica dei Cieli” nasce da una intuizione di Fabiana Noro: ‘’Si tratta di evidenziare un protagonista tra i tanti del Paradiso – dice – e di accompagnare le relative letture con dei brani che si avvicinino ai temi trattati dal sommo poeta. In particolare nel progetto saranno evidenziate le figure di Piccarda Donati, Giustiniano, san Francesco d’Assisi, Pier Damiani mentre il finale sarà dedicato all’empireo e alla perfetta beatitudine del poeta che vede la luce di Dio e trova la sua voce nei brani Sweet di Manolo da Rold e Lux aurumque di Eric Whitacre’’.

I vetri antichi protagonisti al museo di Arte Orientale di Venezia con la giapponese Fuyuki Kaida (“La Bellezza Nascosta del Vetro Antico del Veneto”) e al museo Archeologico di Adria con la mostra “ORNAMENTA. Trasparenze tra storia e design”

La famosa vetrina dei vetri antichi al museo Archeologico nazionale di Adria

Il libro di Fuyuki Kaida “Secret Beauty of Ancient glass from the via Annia and Northern Italy”

C’è un filo rosso che unisce l’insediamento protostorico di Frattesina di Fratta Polesine e Venezia, un legame, un denominatore comune che passa per Adria etrusca e Aquileia romana: il vetro. L’arte del vetro fiorì nelle fasi in cui l’Alto Adriatico svolse un ruolo strategico negli scambi commerciali tra Europa e Mediterraneo orientale. E il primo episodio, la prima volta in cui si produsse vetro in Europa, fu proprio a Frattesina. A seguire e ripercorrere questo percorso “con gli occhi ammirati di chi per la prima volta si è avvicinato alla materia e al nostro patrimonio culturale” è stata la studiosa giapponese Fuyuki Kaida nel libro “Secret Beauty of Ancient glass from the via Annia and Northern Italy” studiando i vetri antichi conservati nei musei nazionali del Veneto. Proprio Fuyuki Kaida (“Se ci avviciniamo al vetro possiamo sentire il mormorio degli antichi”, è il suo motto) è protagonista dell’incontro di giovedì 16 maggio 2019, alle 16, al museo d’Arte Orientale Ca’ Pesaro di Venezia, su “La Bellezza Nascosta del Vetro Antico del Veneto / Secret Beauty of Ancient Glass in Veneto dal 1200 a.C. a 400 d.C.”.

Vetri esposti nella mostra “Ornamenta. Trasparenze tra storia e design” al museo Archeologico nazionale di Adria

La locandina della mostra “ORNAMENTA. Trasparenze tra storia e design” ad Adria

Ancora il vetro (o, meglio, le trasparenze anche dei gioielli) protagonista sabato 18 maggio 2019, con l’apertura straordinaria dalle 19.30 alle 22.30, al museo Archeologico nazionale di Adria in occasione della Festa e Notte dei Musei. Adria in occasione della Festa e Notte dei Musei. I visitatori saranno accompagnati in un viaggio attraverso la bellezza con la mostra “ORNAMENTA. Trasparenze tra storia e design” (appena inaugurata e aperta fino al 14 ottobre 2019) grazie alla disponibilità del personale del museo. Il dialogo istituito tra passato e futuro in questa seconda edizione della mostra affianca gioielli di designer contemporanei selezionati da Venice Design Week agli splendidi vetri antichi custoditi nei depositi del museo, solitamente non visibili al pubblico e “portati alla luce” in questa occasione. Nell’allestimento, questo speciale accostamento segue un tema principale comune a tutti gli elementi, quello della trasparenza, declinato secondo diverse suggestioni, rimandi, emozioni e particolari evocativi. Le relazioni tra i gioielli contemporanei e i pregiati e rari reperti del museo contribuiscono così alla lettura degli oggetti stessi e partecipano alla loro valorizzazione.

Incontro a Bentivoglio (Bo) sulla strada romana scoperta a Castagnolo Minore: i nuovi scavi fanno ipotizzare si trattava di una via importante, tra l’antica Bononia e le colonie dell’area veneta

La locandina dell’incontro “La strada romana di Bentivoglio. Risultati delle ultime indagini archeologiche”

Il saggio archeologico realizzato nel 2018 in località Castagnolo Minore apre nuove ipotesi sull’antica strada romana rinvenuta a Bentivoglio (Bo) un paio di anni fa. Archeologi e geologi ne parlano venerdì 1° marzo 2019 alle 20.30 al teatro TeZe di Bentivoglio. Era la primavera 2016 quando, in occasione della realizzazione delle fondamenta di uno dei centri logistici della YOOX Net-a-Porter Group all’interno dell’Interporto di Bologna, in località Castagnolo Minore di Bentivoglio, sono stati intercettati circa 80 metri di una strada romana con orientamento NNE-SSW. Era seguito lo scavo archeologico diretto dalla soprintendenza Archeologia SABAP-BO con l’obiettivo di individuare un tratto dell’Aemilia Altinate: antica strada romana che congiungeva Bononia e Aquileia realizzata probabilmente dal console Marco Emilio Lepido intorno al 175 a.C. Ma finora in questa parte di pianura bolognese nessun miliario è ancora stato trovato, nessun tracciato indicato negli itinerari antichi è applicabile a questi territori in modo certo e inequivocabile (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/25/due-week-end-sulle-orme-degli-antichi-romani-visite-guidate-della-soprintendenza-alla-strada-romana-di-bentivoglio-bo-probabilmente-un-tratto-della-via-emilia-altinate-o-via-annia-tra-bononia-e-aq/).

La strada romana di Bentivoglio, larga ben 8 metri: doveva essere una strada importante

Nel corso del 2018, grazie alla proficua collaborazione tra Comune di Bentivoglio, Soprintendenza, alcuni importanti sponsor privati e al lavoro di archeologi professionisti e volontari delle locali associazioni di volontariato Hydria e Il Saltopiano, è stato realizzato in località Castagnolo Minore un saggio archeologico su un tratto della stessa strada che ha restituito nuove, importanti informazioni anche di tipo geologico sulla storia, l’evoluzione e l’utilizzo di questo antico percorso. La strada è stata indagata per circa 200 mq. Le dimensioni e l’accuratezza con cui è stata realizzata fanno pensare a un’arteria di una certa rilevanza, forse interregionale, utilizzata per collegare il comprensorio dell’antica Bononia con le colonie nord-orientali dell’area veneta. I materiali rinvenuti sulla superficie stradale rimandano a una datazione compresa tra il II secolo a.C. e il VI secolo d.C.

Il tratto di strada romana riportato in luce a Bentivoglio all’interno dell’interporto di Bologna

All’incontro “La strada romana di Bentivoglio, risultati delle ultime indagini archeologiche” a ingresso libero del 1° marzo 2019, interverranno Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Stefano Cremonini, ricercatore in Geologia del dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, università di Bologna; e Moreno Fiorini, ispettore onorario per l’archeologia della soprintendenza, a illustrare i dati e le nuove, affascinanti ipotesi scaturite da queste ultime indagini. L’iniziativa è promossa da Unione Reno Galliera Comune di Bentivoglio e soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara in collaborazione con Hydria associazione di promozione sociale – archeologia e gruppo archeologico “Il Saltopiano” di San Pietro in Casale, con il sostegno di Yoox Net-A-Porter Group, EmilBanca Credito Cooperativo, Meloncelli Andrea & C., Ima S.p.A, Baschieri Noleggio e Piadineria Birreria Cucina da Angelo.

Estate al Mamv 2018: al museo Archeologico di Montereale Valcellina (Pn) un’estate ricca di storia, cultura e divertimento nel segno di “Palmira, la sposa del deserto”. Mostra fotografica di Elio Ciol, serata Palmira con film di Castellani su Khaled al Asaad. E poi archeo teatro con i Papu ed escursione al castello

La via Colonnata a Palmira in uno scatto del fotografo Elio Ciol del 1996, protagonista a Montereale Valcellina

Esposizioni, percorsi, cinema e teatro: è l’Estate al Mamv 2018, il museo Archeologico di Montereale Valcellina (Pn), un’estate ricca di storia, cultura e divertimento nel segno di “Palmira, la sposa del deserto”. Le iniziative si svolgono sia nel museo, sia nella corte interna del tardoseicentesco Palazzo Toffoli, sede anche della biblioteca civica e della biblioteca archeologica, nonché perno delle attività culturali del territorio. Il cinema e il teatro archeologico (quest’ultimo proposto da I Papu, duo comico di enorme ironia e bravura, che ogni anno produce uno spettacolo inedito dedicato ud una grande scoperta archeologica della storia) si svolgono all’aperto, incorniciati dalle prealpi pordenonesi. “Sfruttando le caratteristiche architettoniche della corte”, spiega Luca Marigliano, direttore del museo Archeologico di Montereale Valcellina, “quest’anno abbiamo allestito anche una spettacolare foto-installazione con 5 gigantografie del maestro fotografo Elio Ciol, dedicate a Palmira, foto scattate dal grande fotografo nel 1996. corredate da altre 50 foto dell’autore dedicate allo stesso sito siriano nonché ad altri contesti archeologici libici, mostrate ad altissima definizione in video. L’obiettivo è proporre una riflessione sulla tutela del patrimonio archeologico, tema portante di gran parte degli incontri 2018”. E allora vediamo meglio il programma.

La via colonnata di Palmira chiusa dal monumentale arco trionfale (distrutto dall’Isis) in una foto di Elio Ciol del 1996

Palmira, il focus 2018. Fino al 30 settembre 2018 (sabato e domenica, dalle 16.30 alle 19.30. Aperture straordinarie: 14 e 15 agosto, dalle 16.30 alle 19.30. Ingresso libero), nella corte di Palazzo Toffoli, la grande mostra “Palmira, sposa del deserto”, in ricordo di Khaled al-Asaad, l’archeologo, direttore-custode del sito Unesco, trucidato dall’Isis il 18 agosto 2015: la mostra, a cura di Eupolis studio associato, è una foto-installazione dedicata allo splendido sito archeologico di Palmira in Siria. Cinque spettacolari immagini in grandissimo formato del maestro Elio Ciol, esposte con altre foto proiettate a video. A un anno dalla mostra fotografica “Sguardi su Palmira” nella Domus e Palazzo Episcopale di Aquileia (Ud) (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/07/01/archeologia-ferita-ad-aquileia-gli-eventi-collaterali-alla-mostra-volti-di-palmira-ad-aquileia-apre-morandi-bonacossi-sulla-distruzione-della-memoria-in-iraq-e-si/), Elio Ciol torna sul tema dell’archeologia ferita, proponendo alcuni scatti eseguiti in bianco e nero 29 marzo 1996, quindi quasi vent’anni prima della violenza subita da Palmira . “Elio Ciol, che della fotografia europea è riconosciuto protagonista”, scrive Fulvio Dell’Agnese, “da oltre mezzo secolo si misura con gli antitetici poli della sua arte: istantaneità e permanenza. Le scene di vita popolare fissate negli scatti degli anni Cinquanta parlavano dell’emozione umana in presa diretta, mentre lo sguardo di Ciol si è spinto oltre il quotidiano in memorabili serie di immagini dedicate al paesaggio e all’idea del sacro. L’immediatezza del reale e la sua trasfigurazione poetica si fondono anche nelle fotografie che l’autore scattò a Palmira nel 1996. I soggetti sono architetture e sculture, segnacoli di permanenza secolare contemplati da uno sguardo che li rispetta quali opere d’arte, ma contemporaneamente ne ricompone e fa proprie le geometrie nella metafisica libertà del chiaroscuro, proiettandole contro incombenti cieli cinerei. L’addensarsi di un presagio? Fatto sta che i monumenti vengono ripresi pochi anni – istanti, in termini storici – prima del loro ritorno a una fragilità del tutto quotidiana, vittime dell’opaca violenza di una bestialità distruttiva”.

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Serata Palmira. Venerdì 28 settembre 2018, nell’ultimo week end della mostra “Palmira. Sposa del deserto”, serata omaggio al grande archeologo Khaled Asaad. Alle 18.30, nella sala conferenze “Roveredo” a Palazzo Toffoli, il giornalista Graziano Tavan, curatore dell’archeoblog archeologiavocidalpassato, interverrà su “Siria in fiamme. Il caso Palmira. Da Zenobia all’Isis”: sarò un “viaggio” nella storia e nel tempo dai fasti di Palmira nell’antichità, divenuta famosa per una sua regina speciale, Zenobia, all’attuale situazione seguita alla distruzione di gran parte dei suoi monumenti simbolo da parte delle milizie dell’Isis. L’incontro introduce alla visione del film di Alberto Castellani, “Khaled al-Asaad, Quel giorno a Palmira (Italia, 2015; 24’). Il documentario raccoglie le immagini e le impressioni di un viaggio alla volta di Palmira effettuato dal regista nei primi anni del 2000 e riporta tra l’altro l’intervista rilasciatagli allora da Khaled al-Asaad, responsabile del sito e del locale museo, impegnato nella difesa di un patrimonio archeologico che è fra i più importanti e preziosi al mondo, assassinato dai miliziani dell’Isis nel 2015.

La corte di Palazzo Toffoli sede degli spettacoli estivi a Montereale Valcellina

Archeomovies. Grazie alla collaborazione con la Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto (Tn), e alla disponibilità della Fondazione Museo Civico Rovereto, è stato possibile inserire nel programma dell’Estate al Mamv, due serate all’insegna dell’archeologia, spaziando tra avventura, paesaggi straordinari e attualità. La prima l’11 luglio 2018, con il film “Tesori in cambio di armi / Des tresors contre des armes” di Tristan Chytroschek (Francia, 2014; 51’; doppiato in italiano). Il commercio di antichi tesori d’arte finanzia la guerra e la violenza, secondo quanto riferito da Interpol e FBI. La documentazione dimostra come i profitti derivanti dal mercato dell’antiquariato sostengano la fornitura di armi a gruppi terroristici. Ma da dove vengono questi tesori? Mentre in Afghanistan vengono depredate alcune tombe in un tempio buddista, la città siriana di Palmira viene sistematicamente saccheggiata. La seconda serata mercoledì 25 luglio 2018, alle 21.30, con il film “Petra, perduta città di pietra” di Gary Glassman (2015, 52’; doppiato in italiano). Perduta al confine di tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del Mondo Antico, Petra rappresenta un formidabile enigma: da chi, come e perché è stata costruita in quel luogo remoto? Oggi gli studi internazionali avviati da più di 20 anni cominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono, emerge un’autentica capitale del deserto. Per chi lo desidera, in occasione di Archeomovies, dalle 20.30 alle 21.30, ingresso ridotto al museo per tutti, con percorso assistito incluso.

Il duo comico I Papu

Teatro archeologico et alia. Venerdì 14 settembre 2018, alle 21, in Corte di Palazzo Toffoli (in caso di maltempo sarà indicata una sede alternativa). Archeo Papu in “Vita di Otzi (o qualcosa di Similaun)”. Nuovo esilarante appuntamento con le grandi scoperte archeologiche raccontate dai Papu, questa volta l’avventura sarà tra i ghiacci delle Alpi. Ingresso libero allo spettacolo, posti limitati fino a esaurimento. È necessario prenotare il posto registrandosi in http://www.eupolis.info, nella sezione “Attività in corso”. Invece venerdì 10 e venerdì 24 agosto 2018, alle 21, al Mamv, sarà la volta de “Il museo al buio”, un percorso avvolti dall’oscurità, tra antiche spade e resti di vasi: visitare al buio un museo archeologico è un’esperienza affascinante da non perdere. Ovviamente è consigliato dotarsi di una torcia elettrica.

Il castello tardo-antico e alto-medievale di Montereale Valcellina

Tutti al castello. Domenica 23 settembre 2018, alle 9, per salutare l’estate un’affascinante escursione in castello per scoprire il sito archeologico del castello d Montereale, da cui si gode un panorama unico. Al ritorno percorso al museo archeologico. L’escursione è a pagamento: 8 euro a partecipante incluso il costo del biglietto di ingresso al museo. In caso di maltempo l’escursione verrà annullata. Per info e prenotazioni: info@eupolis.info. “I resti del Castrum Montis Regalis sorgono sulla cima di un colle situato alla destra del Cellina”, si legge sul sito dell’università di Trieste (http://siticar.units.it/). “La posizione strategica permetteva il controllo della valle sottostante, percorsa dalla strada di collegamento dei diversi siti fortificati che sorgevano lungo la pedemontana pordenonese (tra i quali si possono ricordare in particolare quelli di Maniago, Meduno, Toppo e Pinzano). Nel castello si sono svolte cinque campagne di scavo sistematico tra gli anni 1983-1986 e il 1990. Tali indagini hanno permesso di verificare, dopo una prima frequentazione del sito in epoca protostorica documentata solo da reperti sporadici, una continuità di utilizzo del monte a scopo difensivo a partire dall’epoca tardo antica. In particolare è stato possibile ricostruire una prima occupazione, da datare al IV secolo d.C., e successivamente una fase, detta “delle fucine” perché caratterizzata da numerose tracce di lavorazione del ferro, che, con ogni probabilità, risale al periodo altomedievale. Le strutture del castello vero e proprio furono costruite intorno al 1200. Il complesso allora si articolava in una grande torre con cortina muraria, in alcuni edifici, forse abitativi, appoggiati alle mura e in una torre portaia che ne costituiva, probabilmente, l’accesso principale. Gli archeologi hanno, poi, riconosciuto testimonianze riconducibili all’abbandono degli occupanti ufficiali del castello, e a posteriori fasi relative a insediamenti provvisori, alla frequentazione da parte di pastori, a crolli e a spoliazioni delle strutture. Gli studiosi ritengono che l’abbandono definitivo del sito sia avvenuto in seguito ai devastanti effetti dei terremoti del 1511 e del 1575”.

Gli spazi espositivi del museo Archeologico di Montereale Valcellina

Il museo Archeologico di Montereale Valcellina

L’Estate al Mamv è anche un’occasione per visitare il museo Archeologico di Montereale Valcellina, allestito di recente nel prestigioso complesso edilizio seicentesco di Palazzo Toffoli, dove sono esposti reperti archeologici frutto di un’intensa attività di scavo e studio condotta sul territorio comunale durante l’ultimo ventennio del 1900. Le ricerche, condotte dalla soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, hanno portato alla luce una serie di reperti che testimoniano l’utilizzo dell’area in modo continuativo dal Bronzo Recente (XIV sec. a.C.) fino ad oggi, con periodi di maggiore o minore intensità. Tra le varie fasi di occupazione del sito spicca soprattutto l’abitato del V sec.a.C. con i ritrovamenti della cosiddetta Casa dei dolii. Spade e armi offerte alle acque, grandi vasi decorati, tracce di abitazioni e di attività artigianali, monili metallici sono solo alcuni dei reperti che fanno da tappa in un affascinante viaggio nel passato. Durante l’estate (da maggio a settembre) il museo è aperto la domenica dalle 16.30 alle 19.30. Invece da ottobre ad aprile ogni primo sabato del mese dalle 15 alle 18.