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Aquileia. Per l’ultima settimana della mostra “Tesori e imperatori. Lo splendore della Serbia romana” due eventi speciali: focus sull’antica città di Felix Romuliana e l’imperatore Galerio, e visite guidate “a porte chiuse” con archeologi speciali

Un prezioso elmo da parata esposto nella nella mostra “Tesori e imperatori. Lo splendore della Serbia romana” ad Aquileia

La locandina dell’incontro sull’antica città di Felix Romuliana e l’imperatore Galerio

Ultima settimana per visitare la mostra “Tesori e imperatori. Lo splendore della Serbia romana” che proseguirà fino a domenica 3 giugno 2018 a palazzo Meizlik ad Aquileia, organizzata dalla Fondazione Aquileia, dal museo nazionale di Belgrado e dalla soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia in collaborazione con il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia, il Comune di Aquileia e l’Associazione nazionale per Aquileia. Settimana arricchita da alcuni eventi speciali: martedì 29 maggio 2018 alle 18 l’antica città di Felix Romuliana e l’imperatore Galerio saranno protagonisti di un incontro aperto al pubblico in Casa Bertoli (via Popone 6) che vedrà come ospite speciale Bora Dimitrijevic, già direttore di Felix Romuliana e del museo nazionale di Zajecar. Alla conferenza, organizzata da Fondazione Aquileia, soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio del Friuli Venezia Giulia e Associazione nazionale per Aquileia seguirà per i partecipanti la visita alla mostra guidata da Cristiano Tiussi. Venerdì 1° giugno 2018 doppio appuntamento alle 18 e alle 20 con le visite “a porte chiuse” alla mostra guidate dal direttore della Fondazione Aquileia con la partecipazione di due archeologi provenienti dalla Serbia- Nemanja Mrđić e Biljana Lučić – che ci racconteranno gli antichi siti di Sirmium e Viminacium (prenotazioni scrivendo a ufficiostampa@fondazioneaquileia.it).

Ai confini orientali della Serbia il Danubio s’incunea nello splendido scenario delle Porte di Ferro

Alle estreme propaggini orientali della Serbia il Danubio s’incunea nello splendido scenario delle Porte di Ferro. Duemila anni fa il fiume segnava il confine di un impero, quello romano, che nel periodo della sua massima espansione arrivava alla Tracia (Bulgaria sud-orientale, Grecia nord-orientale, Turchia europea) e alla Dacia. L’Illirico fu teatro di eventi cruciali – la campagna di Traiano, l’ascesa al potere di Diocleziano e di Costantino. Fu terra di fortificazioni, di legionari e di imperatori, di grandi residenze imperiali, di prosperi quartieri urbani, di commerci fiorenti, luogo di convivenza di culture e segni dei diversi influssi religiosi. Seicento anni di storia e di storie sono raccolti nella mostra “Tesori e imperatori. Lo splendore della Serbia romana” che attraverso sessantadue reperti provenienti dal museo nazionale di Belgrado, dal museo nazionale di Zaječar e di Niš e dai musei di Požarevac, Novi Sad, Sremska Mitrovica e Negotin, oltre a un calco storico della Colonna Traiana (1861) prestato dal museo della Civiltà Romana, ci trasportano in un lungo viaggio sulle tracce della storia dell’impero romano, dalla sua espansione all’età tardoantica fino al suo crepuscolo, quando il limes non resse più all’invasione dei barbari, in particolare gli Unni, gli stessi che, guidati da Attila, metteranno a ferro e fuoco anche Aquileia. E al Danubio, una via d’acqua che non era solo linea di frontiera, ma confine permeabile agli scambi e alle influenze che provenivano dai territori situati al di là, è dedicata la prima sala della mostra, che ne rievoca gli scenari grazie a un’installazione multimediale di suoni e immagini.

Il cosiddetto cammeo di Belgrado in sardonica a più strati, con l’imperatore a cavallo trionfante sopra il nemico sconfitto

Testa in bronzo di Costantino proveniente dalla città natale di Naissus

Questo territorio nel medio e tardo impero conobbe uno sviluppo eccezionale, grazie anche ai favori dei numerosi imperatori che vi nacquero: da Ostiliano a Costanzo III, passando attraverso Costantino il Grande. In questi luoghi diverse relazioni sociali e impulsi culturali provenienti dal territorio italico e dalle province orientali hanno trovato una sintesi. Le tradizioni locali si fusero ben presto con la cultura romana lasciandoci opere di grande valore in una regione che con la riorganizzazione amministrativa e municipale vide sorgere grandiose ville imperiali, come quella di Mediana presso Naissus (Niš), a volte nella forma di fortezza, come a Felix Romuliana (Gamzigrad), o nuovi lussuosi quartieri urbani su iniziativa dei regnanti che, nel caso di Sirmium (Sremska Mitrovica), potevano anche includere la presenza di un palazzo con il circo, come ad Aquileia. Alcune opere, che vengono riunite eccezionalmente nell’esposizione, sono da annoverare tra le più significative creazioni artigianali o artistiche dell’epoca: le maschere da parata in bronzo ci restituiscono tutto il solenne cerimoniale dell’esercito romano e gli elmi tardoantichi di ufficiali, in particolare quello ritrovato a Berkasovo, dorato e tempestato di elementi in pasta vitrea multicolore a imitazione delle pietre dure, sono un vero e proprio capolavoro. La testa in porfido rosso dell’imperatore Galerio proveniente da Gamzigrad e la mano sinistra con globo sembra siano appartenute ad una figura colossale che poteva rappresentare Galerio come dominatore del mondo. Uno dei reperti più preziosi esposto in mostra è il cosiddetto cammeo di Belgrado in sardonica a più strati, con l’imperatore a cavallo trionfante sopra il nemico sconfitto. Ma il pezzo di arte e di propaganda politica più rappresentativo del tempo di Costantino è la famosa testa in bronzo con diadema dello stesso imperatore parte di una statua dorata rinvenuta nella città natale Naissus, esempio di magnificenza imperiale.

Pompei è la nuova sfida dell’università di Padova: studiare, scavare e valorizzare le Terme del Sarno grazie a una stretta collaborazione con la soprintendenza speciale. Obiettivo: aprire al pubblico entro il 2020 il grande complesso con oltre 100 ambienti disposti su sei livelli

L’impressionante complesso delle Terme del Sarno a Pompei oggetto dell’accordo di collaborazione tra l’università di Padova e la soprintendenza speciale

I professori Claudio Modena e Francesca Ghedini (Università di Padova)

L’impressionante complesso architettonico sul fronte meridionale di Pompei accompagna lo sguardo delle migliaia di visitatori che ogni giorno varcano l’ingresso degli scavi della città romana sepolta nel 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio. Sono le terme del Sarno, frutto dell’accorpamento, trasformazione e sviluppo di due abitazioni affacciate con terrazze verso il mare, terme che, nella fase finale, contavano oltre 100 ambienti, 60 metri di fronte, 28 di altezza, articolato su 3000 metri quadrati coperti e 700 di scoperto, sei terrazzamenti. Ma il pubblico, per poter visitare le terme del Sarno, dovrà aspettare fino al 2020. È l’impegno preso dall’università di Padova e la soprintendenza speciale di Pompei alla presentazione del bilancio dei risultati dei primi due anni di collaborazione nell’ambito del progetto Mach, uno dei Progetti strategici di Ateneo con il quale l’università di Padova concentra significative risorse per consentire di sviluppare la ricerca e sperimentare nuovi approcci metodologici. In particolare il progetto Mach (Multidisciplinary methodological Approaches to the knowledge, conservation and valorization of Cultural Heritage) mette in campo approcci metodologici multidisciplinari alla conoscenza, conservazione e valorizzazione dei beni culturali già applicati nei siti archeologici di Nora in Sardegna, Gortina a Creta, Aquileia nell’Alto Adriatico, e che ora vengono attuati a Pompei. Si tratta infatti di un contributo scientifico di fortissimo impatto che ha visto, da luglio 2015 a giugno 2017, cinquanta ricercatori di tre dipartimenti (Ingegneria, responsabile Claudio Modena; Beni Culturali, responsabile Francesca Ghedini; Geoscienze, responsabile Gilberto Artioli) lavorare insieme, contaminando le loro conoscenze, per arrivare ad elaborare nuovi metodi condivisi e raggiungere risultati innovativi. “Nel progetto inter-area (Umanistiche e Scienze dure)”, ricorda il direttore del dipartimento Beni culturali, Jacopo Bonetto, “le aree d’intervento prescelte sono contesti di altissimo valore, sia sul piano archeologico che paesaggistico, del Mediterraneo: Gortina, a Creta, è stata una delle maggiori metropoli del Mediterraneo di età greca e romana; Nora, in Sardegna, è protesa sul limite sud-occidentale del golfo di Cagliari, lungo le rotte di navigazione che solcavano il Mediterraneo sin dall’età del Bronzo; Pompei rappresenta un sito paradigmatico per la sua unicità storico-archeologica e il suo significato strategico in termini di conservazione e fruizione. A Gortina le indagini si sono concentrate sul Santuario di Apollo e il teatro ed abbracciano un arco temporale  dal VI secolo a.C. al IV sec. d.C., a Nora si sono sondati diversi contesti appartenenti al VIII sec. a.C. e al III sec. d.C., mentre Pompei, dal 1997 sito Patrimonio dell’Umanità, ha avuto come focus scientifico il complesso multifunzionale noto come Terme del Sarno che data dal II sec. a.C. al 79 d.C.”. Con Mach, Pompei, il più grande e significativo sito archeologico del mondo, entra a far parte dei progetti scientifici dell’università di Padova grazie ad una convenzione tra i tre dipartimenti patavini e la soprintendenza: “Una scelta strategica di grandissima importanza”, sottolinea Francesca Ghedini, “perché permette la collaborazione di enti diversi che condividono obiettivi fondamentali di ricerca, conservazione e valorizzazione. Per l’Università di Padova MACH diventa una sintesi perfetta di tutte e tre le missioni di un Ateneo: Ricerca, Formazione e Terza missione”.

Studio dei materiali costruttivi alle terme del Sarno di Pompei

Il progetto Mach. “Tra il 2015 e il 2017 l’università di Padova ha condotto a Pompei, uno dei più importanti siti archeologici al mondo, una ricerca connotata da un approccio fortemente interdisciplinare, idoneo a rinnovare le metodologie di studio e le conoscenze sull’intera città”, spiega Claudio Modena, responsabile del progetto Mach e dell’Unità di Ricerca sullo studio statico e strutturale. “Il progetto ha inteso valorizzare le importanti competenze presenti in ateneo nell’area di ricerca sui beni culturali, consentendo di sviluppare una metodologia integrata di studio dei beni architettonici e archeologici, che possa essere implementata in modo versatile e generale ai fini di ampliare le conoscenze del bene investigato, oltre che definire strategie conservative e di valorizzazione.  L’intervento specifico del gruppo di lavoro di Ingegneria è stato rivolto alla conoscenza e valutazione dello “stato di salute” del complesso e alla realizzazione di un rilievo accurato”.

Veduta delle terme del Sarno a Pompei: obiettivo è l’apertura al pubblico per il 2020

L’università di Padova a Pompei: il caso-studio delle Terme del Sarno. “L’università di Padova è entrata in questa grande sfida lanciata dall’Unione Europea e dal ministero dei Beni culturali per la sicurezza e la valorizzazione di Pompei, mettendo a disposizione i suoi ricercatori e le sue risorse nell’ambito di una formale convenzione”, afferma Maria Stella Busana, coordinatrice del progetto Mach. “In accordo con il prof. Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, è stato scelto come caso di studio il complesso delle Terme del Sarno (Regione VIII, Insula 2), in un settore di Pompei poco indagato e mai aperto al pubblico. Il complesso si articolava su sei piani, accogliendo molteplici funzioni (residenziali, ricreative, di servizio, forse anche pubbliche). Un convegno e la successiva pubblicazione faranno conoscere i risultati delle ricerche finora condotte, dalla rivisitazione degli studi passati e degli archivi storici alle indagini più analitiche, frutto dell’approccio interdisciplinare che caratterizza il progetto Mach. I risultati delle indagini forniranno il supporto scientifico per la valorizzazione di un complesso straordinario, di fatto ancora sconosciuto”.

Ortofoto della facciata delle Terme del Sarno a Pompei

Il soprintendente Massimo Osanna e la professoressa Maria Stella Busana

“Pompei, entrata esattamente vent’anni fa nel Patrimonio dell’Umanità (1997), rappresenta la città più nota tra i siti archeologici e un laboratorio di ricerca essenziale per la comprensione della civiltà antica, in particolare romana”, ricorda Bonetto. “La lunga storia di scavi (in realtà, quasi sempre sterri), avviati nel 1748, ha oggi restituito circa 2/3 della superficie urbana originaria, estesa su 63 ettari, e un elevato numero di complessi edilizi, molti dei quali oggi visitabili. Di contro alla straordinarietà del sito, la conoscenza di questa realtà immensa e la sua conservazione sono state perseguite in forma molto discontinua nel tempo e nelle diverse aree della città, mettendo a serio rischio i suoi resti. Da alcuni anni, grazie a un significativo finanziamento europeo, Pompei è oggetto di un grande piano di documentazione e restauro al fine di garantire la salvaguardia dei resti e potenziarne la fruibilità (Grande Progetto Pompei). In questo quadro sono stati avviati anche importanti ricerche scientifiche, prevalentemente rivolte allo studio dei caratteri architettonici, decorativi e funzionali di singoli edifici, soprattutto abitazioni private (domus)”. Anche l’Università di Padova ha deciso di mettere a disposizione di questo straordinario sito archeologico le proprie competenze, avviando nel 2015, nell’ambito dei Progetti Strategici di Ateneo, un progetto di ricerca organico sul complesso eccezionale noto come Terme del Sarno (Regio VIII, Insula 2, Civici 17-23): una scelta decisa insieme alla soprintendenza speciale di Pompei, con la quale è stato siglato un accordo di collaborazione. “L’incontro con la prof. Francesca Ghedini”, sottolinea Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, “mi ha particolarmente sorpreso: non è venuta a chiedere concessioni ma a offrire le risorse professionali dell’ateneo patavino da mettere a disposizione di Pompei e del Grande Progetto Pompei. Si è deciso di concentrare gli sforzi nel complesso delle Terme del Sarno, che era rimasta fuori dal Grande Progetto Pompei, perché richiede un grande impegno per la conoscenza, l’analisi e la diagnostica. Senza dimenticare che studiare quest’area, sul fronte meridionale della città romana,  darà indicazioni importanti per capire finalmente dove era il porto”.

Le analisi degli affreschi del frigidarium nelle Terme del Sarno a Pompei

“Le Terme del Sarno sono un complesso polifunzionale”, spiega Maria Stella Busana, “originariamente articolato su sei piani, posto ai limiti meridionali della città, al margine del pianoro vulcanico su cui Pompei venne costruita. Gli scavi eseguiti tra il 1888 e il 1890 avevano portato alla luce quasi un centinaio di stanze e un intero livello utilizzato come terme. Benché sottoposto subito a restauro, il complesso non venne mai aperto al pubblico, anche per problemi di natura statica dell’intero fronte meridionale del pianoro, e dopo i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale divenne un deposito di materiali archeologici. Le caratteristiche strutturali, la funzione, la cronologia, il contesto ambientale in cui era inserito, la natura (pubblica o privata) dei proprietari e dei fruitori dell’edificio sono stati discussi da molti studiosi dal momento della sua scoperta fino agli anni ’90 del secolo scorso, senza raggiungere mai a risultati definitivi”.

Studio delle tecniche costruttive del complesso delle Terme del Sarno

Il prof. Jacopo Bonetto

“Le indagini dell’università di Padova – continua Busana – hanno deciso di affrontare lo studio del complesso attraverso un innovativo approccio multidisciplinare con l’intento di ricostruire: il contesto ambientale attraverso scavi archeologici e analisi geologiche e palinologiche; l’evoluzione architettonica dell’edificio, tramite analisi strutturale, statica e dei materiali in un’ottica diacronica, dalla costruzione alla destrutturazione, fino alla riscoperta e ai restauri di fine Ottocento; i sistemi decorativi e la cultura artistica dell’epoca, tramite analisi stilistiche e strumentali dei pigmenti; la cronologia assoluta delle fasi costruttive, tramite datazioni al radiocarbonio, epigrafiche e stratigrafiche; le funzioni e i fruitori degli spazi tramite lettura architettonica, analisi epigrafiche, studio della decorazione. Fondamentale per tutta la ricerca si è rivelata la raccolta sistematica e l’analisi critica dei dati editi a partire da fine ‘800 e della documentazione d’archivio (giornali di scavo, inventari dei materiali, foto, disegni)”. La prima fase della ricerca, condotta nell’ambito del Progetto Strategico, interviene Bonetto, “ha rivelato le grandi potenzialità dell’approccio multidisciplinare e archeometrico. I risultati, dal valore soprattutto metodologico, costituiscono un’esperienza di grandissimo valore per le future indagini sull’intero complesso del Sarno, estendibili ad altre aree limitrofe, e forniscono il supporto scientifico per la futura valorizzazione e apertura al pubblico dell’area”

Una scansione 3D della facciata delle Terme del Sarno

Il rilievo 3D. “Il contributo del Laboratorio di Rilevamento e Geomatica del Dicea è consistito nella progettazione, acquisizione dati, elaborazione e rappresentazione di un  modello tridimensionale dell’intero complesso delle Terme del Sarno, tramite l’integrazione di metodologie avanzate di rilevamento”, sottolinea Vladimiro Achilli, responsabile del rilievo 3D. “Le metodologie impiegate (laser scanning, satellitari GNSS, fotogrammetria e livellazione geometrica di alta precisione) hanno consentito, dai modelli 3D ottenuti e dai dati forniti dalla Soprintendenza, di definire piante, sezioni, ortofoto ad alta risoluzione, di misurare gli spessori delle volte e di contribuire all’attività di monitoraggio della struttura. Il rilievo così definito, coordinato con i risultati ottenuti dagli altri gruppi di ricerca, ha costituito la base necessaria per la progettazione ed esecuzione degli interventi effettuati e fornisce i presupposti  per la programmazione di eventuali interventi futuri”.

Gli affreschi del frigidarium con la raffigurazione dei pigmei prima e dopo il restauro

Il prof. Gilberto Artioli

Le indagini archeometriche. “L’unità di ricerca ha investigato i materiali delle Terme del Sarno a diverse scale spaziali e con tecniche di avanguardia”, sostiene Gilberto Artioli, responsabile dell’Unità di Ricerca sullo studio archeometrico dei materiali e sulle indagini geofisiche. “Tutti i materiali presenti nell’edificio, usati sia nelle fasi costruttive che nelle fasi di restauro (unità murarie – mattoni, litica; leganti – malte, intonaci; pigmenti) sono stati identificati  e caratterizzati a livello microscopico e sub-microscopico per individuarne la natura, l’origine, la distribuzione e la loro funzione architettonica, strutturale o decorativa. Discussi in modo coordinato con i risultati ottenuti dagli altri gruppi di ricerca, i dati fino ad ora misurati sui materiali forniscono una solida base per la comprensione e l’interpretazione strutturale dell’edificio, la ricostruzione della storia architettonica e conservativa, e un punto di partenza per la proposta di conservazione futura”.

La ricostruzione della decorazione parietale del frigidarium delle Terme del Sarno

Le indagini archeologiche e geoarcheologiche. “Grandi novità hanno portato anche i primi saggi di scavo e la campagna di carotaggi condotti fuori della città in corrispondenza del complesso delle Terme di Sarno”, conclude Jacopo Bonetto, responsabile dell’Unità di Ricerca sullo studio storico e archeologico. “Queste hanno riguardato in particolare la ricostruzione della morfologia dell’area, che presentava un ripido declivio, le caratteristiche ambientali (un ambiente palustre) e l’uso degli spazi (discariche), delineando un quadro del tutto inaspettato dell’immediata periferia di Pompei”.

“Archeologia ferita”: ad Aquileia gli eventi collaterali alla mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”. Apre Morandi Bonacossi sulla distruzione della memoria in Iraq e Siria. Con Matthiae e Castellani giornata omaggio a Khaled Asaad. Mostra fotografica di Elio Ciol “Sguardi su Palmira”

La storia cancellata con l’esplosivo: così è stata distrutta dall’Is la città assira di Nimrud in Iraq

L’archeologo Daniele Morandi Bonacossi in missione in Kurdistan

Il catalogo (Gangemi editore) della mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”

“Mai nella storia dell’uomo, neppure nei momenti più bui dei conflitti mondiali del secolo scorso, il patrimonio culturale dell’umanità aveva subito devastazioni così sistematiche e intenzionali come oggi in Siria e Iraq. Dopo oltre sei anni di guerra civile siriana una parte significativa dello straordinario patrimonio culturale di questi Paesi si trova ancora sotto il controllo di forze islamiste, che perseguono la deliberata distruzione dei monumenti e siti archeologici come strumento politico e di lotta per il potere”. Così scrive nella premessa al catalogo della mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” (Gangemi editore) Daniele Morandi Bonacossi, docente di Archeologia del Vicino Oriente all’università di Udine e direttore di missioni archeologiche a Palmira in Siria e a Ninive in Iraq. È proprio l’archeologo dell’ateneo friulano a inaugurare gli eventi collaterali della grande mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, aperta al museo Archeologico nazionale di Aquileia fino al 3 ottobre. Domenica 2 luglio 2017, alle 17.30, nelle gallerie lapidarie del museo Archeologico nazionale di Aquileia (ingresso gratuito), Daniele Morandi Bonacossi parlerà de “L’archeologia ferita in Siria e Iraq: la distruzione della memoria dell’uomo e la sua rinascita”. Distruzioni che, come rileva il presidente della Fondazione Aquileia, Zanardi Landi, “hanno sottratto una parte rilevante del patrimonio artistico dell’Umanità e non solo colpiscono l’identità culturale, religiosa, ideale e artistica di siriani, iracheni, egiziani, tunisini, ma anche la nostra, costituendo un danno gravissimo e irreparabile al nostro essere italiani ed europei”.

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

“Destruction of memory”, film di Tim Slade

Mercoledì 26 luglio 2017 sarà per Aquileia una giornata speciale con un omaggio particolare a Khaled Asaad, oltre che a Palmira e alla Siria: nell’ambito della prima serata dell’Aquileia Film Festival, giunto all’ottava edizione, alle 21, in piazza del Capitolo, verrà prima proiettato il film “Tesori in cambio di armi” (2014), sul commercio illegale di reperti archeologici che finanzia guerre e violenze; quindi Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, intervisterà il prof. Paolo Matthiae, decano degli archeologi in Siria, scopritore di Ebla, di cui ha diretto la missione per 47 anni. Matthiae sarà chiamato a rispondere alla domanda che tutti noi ci facciamo: cosa rimarrà dell’immensa ricchezza archeologica e monumentale di Siria e Iraq devastate dall’Isis? Chiuderà la serata il film di Alberto Castellani “Quel giorno a Palmira” (2015)  con un’intervista recuperata da materiale d’archivio al direttore-custode Khaled Asaad, trucidato dall’Isis il 18 agosto 2015 per aver tentato di difendere l’inestimabile patrimonio della “sposa del deserto” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/10/06/aperta-la-xxvi-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-nel-nome-di-khaled-asaad-larcheologo-di-palmira-decapitato-dallisis-e-sabato-instant-movie/). Il film è una sorta di viaggio della memoria per tener vivo il ricordo di un autentico eroe e meditare non solo sulle macerie ma anche sul dramma umano che la Siria sta oggi vivendo. E il 29 luglio 2017 Aquileia ospita la prima italiana del film “Destruction of memory” di Tim Slade, narrato da Sophie Okonedo e basato sul libro “La distruzione della memoria: Architecture at War” di Robert Bevan, documento sugli eroi che hanno rischiato la vita per proteggere non la loro identità culturale, ma per salvaguardare la memoria preziosa di ciò che siamo. Infine venerdì 8 settembre 2015 il terzo incontro in programma:  il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale affronterà la piaga del commercio illegale di antichità che, come è noto, è uno dei mezzi di finanziamento dei terroristi. “Il nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri”, interviene il il generale comandante Fabrizio Parrulli, “è un reparto speciale che opera dal 1969 per la tutela del patrimonio culturale di tutti i Paesi del mondo. Nell’incontro affronteremo anche il tema dei caschi blu della cultura. Un’iniziativa nuova e fortemente voluta dal ministro Franceschini per realizzare un team di esperti che possano essere impiegati rapidamente dove richiesto a seguito di eventi naturali o anche a seguito di crisi provocate dall’uomo”.

La via colonnata di Palmira chiusa dal monumentale arco trionfale (distrutto dall’Isis) in una foto di Elio Ciol del 1996

La scultura di Elias Naman “Le memorie di Zenobia”

In piazza del Capitolo possiamo ammirare la scultura “Le memorie di Zenobia” dell’artista contemporaneo siriano Elias Naman, generosamente prestata da Danieli: essa vuole ricordarci con il suo sguardo la drammaticità del momento presente. A un passo dalla scultura si accede al complesso archeologico della Domus e Palazzo episcopale, recentemente restaurato (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/04/23/aquileia-aperta-dalla-fondazione-una-nuova-area-archeologica-domus-e-palazzo-episcopale-viaggio-a-ritroso-nel-tempo-dal-palazzo-episcopale-del-v-sec-d-c-a-una-domus-romana-del-i-ii-sec-d-c/), che ospita la mostra fotografica “Sguardi su Palmira” con fotografie di Elio Ciol eseguite il 29 marzo 1996.  “Elio Ciol, che della fotografia europea è riconosciuto protagonista”, scrive Fulvio Dell’Agnese, “da oltre mezzo secolo si misura con gli antitetici poli della sua arte: istantaneità e permanenza. Le scene di vita popolare fissate negli scatti degli anni cinquanta parlavano dell’emozione umana in presa diretta, mentre lo sguardo di Ciol si è spinto oltre il quotidiano in memorabili serie di immagini dedicate al paesaggio e all’idea del sacro. L’immediatezza del reale e la sua trasfigurazione poetica si fondono anche nelle fotografie che l’autore scattò a Palmira nel 1996. I soggetti sono architetture e sculture, segnacoli di permanenza secolare contemplati da uno sguardo che li rispetta quali opere d’arte, ma contemporaneamente ne ricompone e fa proprie le geometrie nella metafisica libertà del chiaroscuro, proiettandole contro incombenti cieli cinerei. L’addensarsi di un presagio? Fatto sta che i monumenti vengono ripresi pochi anni – istanti, in termini storici – prima del loro ritorno a una fragilità del tutto quotidiana, vittime dell’opaca violenza di una bestialità distruttiva”. “Se la scultura Le memorie di Zenobia dell’artista siriano Elias Naman ci ricorda il dramma attuale”, conclude il presidente Zanardi Landi, “se le conferenze tematiche illustreranno le ricerche archeologiche e le istruzioni provocate dalla guerra, il documentario di Alberto Castellani Quel giorno a Palmira, sarà l’omaggio di Aquileia a Khaled Asaad, martire della cultura”.

Apre al museo Archeologico nazionale di Aquileia la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, terza tappa del ciclo “Archeologia ferita”, la prima dedicata in Europa alla città siriana dopo le distruzioni perpetrate dall’Isis: l’eleganza e la ricchezza degli antichi palmireni a confronto con i ritratti degli antichi aquileiesi

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Il manifesto della mostra “Il Bardo ad Aquileia” nel museo di Aquileia

La mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”: ne parla Carlo Cereti

Le nuvole di fumo e polvere e gli echi delle detonazioni che avvolgono quel che resta dell’imponente tempio di Bel, dell’austero castello medievale, dell’elegante tetrapilo, del prezioso tempio di Baal-Shamin, dello slanciato arco trionfale, dell’articolata scena del teatro antico sono ancora davanti ai nostri occhi, increduli di fronte a tanta violenta follia dei miliziani dell’Isis decisi a distruggere i monumenti più famosi di Palmira. E continuiamo a commuoverci per il sacrificio supremo del custode più fedele di Palmira, l’archeologo Khaled Asaad, trucidato il 18 agosto 2015 per essersi rifiutato di lasciare la città e collaborare con i jihadisti. La “città delle palme”, la “sposa del deserto”, la “Venezia delle sabbie”, come era chiamata Palmira nelle varie epoche, rappresenta l’esempio più eclatante, e per questo più doloroso, del sistematico tentativo da parte dell’Isis di annientare l’altro (sia esso inteso come il regime di Assad, o come l’Occidente crociato, o come l’Islam meno ortodosso), attraverso la distruzione della sua cultura, del suo patrimonio, delle vestigia più lontane e profonde che ci hanno reso ciò che siamo e che pensiamo, nel tentativo di attuare una “pulizia etnica”, come la definisce Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco, specchio delle peggiori pulizie etniche. Non meraviglia quindi che, dopo il museo del Bardo di Tunisi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/01/03/archeologia-ferita-il-museo-di-aquileia-apre-le-porte-ai-reperti-da-musei-e-siti-colpiti-dai-terroristi-prima-tappa-otto-capolavori-dal-museo-del-bardo-di-tunisi/) e del museo archeologico Iran Bastan di Teheran (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/22/archeologia-ferita-leoni-e-tori-dallantica-persia-ad-aquileia-in-mostra-allarcheologico-capolavori-achemenidi-e-sasanidi-da-persepoli-e-dal-museo-di-teheran-per-l/), Aquileia dedichi proprio a Palmira la terza tappa del progetto espositivo “Archeologia ferita”, per celebrare la città siriana come simbolo di resistenza dagli attacchi al patrimonio culturale mondiale.

Busto muliebre da sarcofago palmireno conservato al Terra Sancta Museum di Gerusalemme (foto Gianluca Baronchelli)

Il manifesto della mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” al museo Archeologico nazionale di Aquileia

Apre il 2 luglio 2017 al museo Archeologico nazionale di Aquileia, dove sarà visitabile fino al 3 ottobre 2017, la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, la prima dedicata in Europa alla città dopo le distruzioni recentemente perpetrate. L’esposizione, a cura di Marta Novello e Cristiano Tiussi, nata dalla collaborazione tra la fondazione Aquileia e il polo museale del Friuli Venezia Giulia – museo Archeologico nazionale di Aquileia, gode del patrocinio della commissione nazionale italiana per l’Unesco, del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e del ministero degli Affari esteri e Cooperazione internazionale. Grazie ai sedici prestiti originari di Palmira concessi dal Terra Sancta Museum di Gerusalemme, dai musei Vaticani, dai musei Capitolini, dal museo delle Civiltà – collezioni di Arte orientale “Giuseppe Tucci”, dal museo di Scultura antica “Giovanni Barracco”, dal civico museo Archeologico di Milano e da una collezione privata, raccoglie sedici pezzi originari di Palmira – alcuni dei quali riuniti per la prima volta dopo la loro dispersione nelle collezioni occidentali – e agli otto da Aquileia la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” vuole dimostrare, pur nella distanza geografica e stilistico-formale, il medesimo sostrato culturale che accomuna le due città, mediante l’utilizzo di modelli autorappresentativi e formule iconografiche affini. “Questa mostra”, interviene il presidente della fondazione Aquileia, Antonio Zanardi Landi, “al di là del suo notevole valore artistico, ha anche un chiaro fine politico: richiamare l’attenzione sui luoghi che sono il nucleo centrale della nostra civiltà, oggi teatro di conflitti e devastazioni”. L’esposizione ha costituito, inoltre, l’occasione per restaurare i reperti concessi in prestito dalla Custodia di Terra Sancta, con un intervento finanziato e coordinato dal Polo museale del Friuli Venezia Giulia che, alla conclusone della mostra, restituirà i rilievi pronti per la loro esposizione nel nuovo allestimento del Terra Sancta Museum.

Stele romana con coppia di coniugi conservata al museo Archeologico nazionale di Aquileia (foto Gianluca Baronchelli)

“Sia Palmira che Aquileia erano luoghi di tolleranza e fruttuosa convivenza tra culture e religioni diverse”, sottolineano Antonio Zanardi Landi e Cristiano Tiussi, rispettivamente presidente e direttore della Fondazione Aquileia, “oltre a esser testimoni che diciotto secoli fa il Mediterraneo costituiva un’unità integrata non solo dal punto di vista dei commerci, ma anche di quello della circolazione delle idee e dei canoni artistici e narrativi”. Per Marta Novello, direttrice del museo Archeologico nazionale di Aquileia, e Luca Caburlotto, direttore del Polo Museale del Friuli Venezia Giulia, il fine della mostra è anche quello di far emergere “quell’unità culturale che attraverso la contaminazione di modelli eterogenei, nelle pur diverse espressioni formali, costituì la peculiarità del mondo romano e sulla quale si vuole porre l’accento, attraverso il gioco di sguardi che l’allestimento contribuisce a sottolineare, per superare le ferite che ormai già troppe volte in questi ultimi anni sono state inflitte al patrimonio culturale universale”. Palmira era città carovaniera che “sviluppò l’arte del commercio, vendendo ai romani quei beni di lusso che comprava dai persiani e che provenivano dalle lontane India e Arabia”, come scrive nella prefazione del catalogo Debora Serracchiani, presidente della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. “Incenso, mirra, pepe, avorio, perle e stoffe che venivano scambiati per grano, vino, olio e garum. Gli scambi con il mondo diedero un carattere particolarissimo, aperto e cosmopolita a quest’oasi aramaica, proprio come secoli dopo plasmarono il carattere di Venezia”. Anche Aquileia era città di commerci e di confine, porta verso Oriente dell’Impero Romano, e anche “Porta da Oriente”, visto che proprio via Aquileia raggiunsero Roma contaminazioni orientali che ebbero influssi profondi sull’Impero Romano in termini di idee, canoni artistici e sensibilità. Se il grande, e temuto, vicino di Palmira era la Persia, il grande vicino di Aquileia erano i popoli barbarici.

Rilievo funerario palmireno conservato al museo Barracco di Roma

La mostra vuole far conoscere al mondo contemporaneo gli antichi palmireni, indicandone mansioni e ruoli. Il carattere di Palmira, vivace crocevia di idee, aspirazioni, usi e costumi, di correnti formali e stilistiche locali, orientali, ma anche greche e romane, ha dato infatti forma all’immagine che i suoi abitanti hanno voluto fare e lasciare di sé, consegnandola all’eternità attraverso i loro monumenti funerari. Fra i materiali maggiormente significativi dell’arte palmirena, i rilievi funerari rivestono un ruolo di grande importanza nell’affermazione della fama mondiale della città. Grazie alla diffusione di questi originali reperti, gli antichi cittadini di Palmira, “con i loro volti, i loro abiti e i loro gioielli”, per usare le parole del famoso archeologo francese Paul Veyne, sono diventati ora “cittadini del mondo”. Un esempio di questa forte individualità è la raffinata testa proveniente dai musei Vaticani, in cui la mansione di sacerdote è riconoscibile dal copricapo tronco-conico (modius) considerato proprio dei sacerdoti di Bel, o la testa che arriva dalla Custodia di Terra Santa ornata da una corona di foglie e bacche di alloro fissata da un medaglione. “Anche commercianti o funzionari della pubblica amministrazione”, ricordano i curatori della mostra, “sono presenti nelle sale del museo Archeologico nazionale di Aquileia, appositamente riallestite, riconoscibili da un foglietto di papiro nella mano sinistra, come il rilievo del Salamallat da Gerusalemme o quello di Makkai da collezione privata. Senza parlare del celebre universo femminile di Palmira – di cui l’illuminata regina Zenobia, colei che osò sfidare l’autorità di Roma marciando sulla capitale dell’Impero, non è che l’epigona – benissimo rappresentato nella mostra da cinque dame elegantemente vestite e acconciate”. Come Charles Baudelaire, che magnificò nel suo poema I fiori del Male i gioielli di Palmira, il visitatore della mostra – assicurano alla fondazione Aquileia – non potrà che rimanere incantato davanti all’originalità e alla ricchezza degli ornamenti delle donne palmirene, abituate a sfoggiare più bracciali simultaneamente, fibulae e diademi, e anelli su tutte le parti delle dita, come nel magnifico rilievo dal museo Barracco, dove il monile è indossato sulla falangina del mignolo sinistro. Altrettanto curioso è il pendente dello stesso rilievo, un gioiello a forma di campana agganciato a un bracciale a torciglione, un amuleto diffuso in tutta la Siria romana.

Il ritratto di Batmalkû e Hairan sul rilievo funerario palmireno conservato al museo Tucci di Roma

“Che Palmira fosse un ricco crocevia di culture”, continuano Novello e Tiussi, “è immediatamente riscontrabile dall’abbigliamento dei suoi cittadini rappresentati in mostra nella splendida lastra del museo Tucci, dove la figura femminile è vestita alla greca con il chiton (tunica) e l’himation (mantello), e i capelli acconciati da un turbante con un velo trattenuto da un prezioso diadema di cui si percepisce ancora chiaramente l’originaria splendida policromia, mentre il fanciullo ritratto poco più in alto è abbigliato alla moda partica, con una tunica al ginocchio con galloni dipinti, orlo svasato alle estremità e pantaloni a sbuffo. Pur a fronte dei caratteri spiccatamente orientali e della rigida frontalità che li contraddistinguono, i rilievi palmireni condividono forme e modalità di auto-rappresentazione comuni a tutto l’Impero romano. L’occhio più attento potrà così notare la diversità di stili, e le abitudini simili, così come la comune scarsa caratterizzazione fisionomica dei volti: gli aquileiesi appaiono modesti, quasi schivi a confronto degli abitanti di Palmira, che trasmettono invece un senso di sicurezza e di compiacenza dovuto anche alla compattezza e impenetrabilità tipica dell’arte provinciale e in particolare orientale. Si potrà ammirare l’inconfondibile stile scultoreo caratteristico delle botteghe palmirene, che quasi ritaglia nella materia in modo minuzioso i dettagli decorativi, in modo grafico, poco profondo e molto efficace”.

Aquileia, aperta dalla Fondazione una nuova area archeologica, Domus e Palazzo Episcopale: viaggio a ritroso nel tempo dal palazzo episcopale del V sec. d.C. a una domus romana del I-II sec. d.C.

Le autorità scientifiche e politiche all’inaugurazione ad Aquileia dell’area archeologica Domus e Palazzo episcopale

L’area archeologica Domus e Palazzo Episcopale di Aquileia

Si arricchisce l’offerta del sito archeologico di Aquileia, riconosciuto dall’Unesco come patrimonio mondiale dell’Umanità: in piazza Capitolo, per iniziativa della Fondazione Aquileia, è stata inaugurata la nuova struttura di “Domus e Palazzo Episcopale”, che  completa la riqualificazione della piazza della Basilica sul lato nord, restituendo alla fruizione del pubblico un importante spaccato della vita di Aquileia e offrendo la rara opportunità di vedere grazie a un sapiente gioco architettonico la sovrapposizione di livelli pavimentali di diverse epoche. L’intervento, firmato dagli architetti Tortelli Frassoni (con il progetto esecutivo di Mads & Associati), è stato finanziato anche grazie al progetto europeo Expoaus finanziato dal Programma IPA Transfrontaliero Adriatico 2007-2013 e al generoso sostegno ricevuto da alcuni veri e propri mecenati dell’arte –  Olimpias Group, BCC di Fiumicello e Aiello, Allianz Italia e Danieli & C Officine Meccaniche – che hanno voluto contribuire all’opera grazie alla normativa sull’Art Bonus. La realizzazione delle opere è di CP costruzioni Trieste ed Eu.Co.Re restauri di Pavia di Udine. Alla cerimonia di inaugurazione sono intervenuti Debora Serracchiani, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia; Gianni Torrenti, assessore regionale alla Cultura; Antonio Zanardi Landi, presidente della Fondazione Aquileia; Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia; Gabriele Spanghero, sindaco di Aquileia; Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine; Marta Novello, direttrice scientifica della soprintendenza. Fino al 6 maggio 2017 l’apertura dell’area è gratuita e regolamentata su 4 turni giornalieri con l’assistenza del personale di sorveglianza che coordina l’accesso dei gruppi: si deve presentarsi all’ingresso del sito puntuali alle ore 10, 12, 15 o 17. Dal 7 maggio ingresso libero tutti i giorni con orario continuato 10-19. Con la nuova proposta di Domus e Palazzo episcopale si fa un emozionante viaggio a ritroso nel tempo, nel cuore dell’antica Aquileia, ammirando le strutture della domus del I-II secolo, la grande aula absidata del IV secolo, gli estesi resti musivi e murari del palazzo episcopale del V secolo. Uno step reso possibile anche grazie allo storico accordo per la gestione delle aree archeologiche del sito Unesco firmato lo scorso dicembre tra il ministero dei Beni e Attività culturali e del Turismo (Mibact) e la Fondazione Aquileia. Con l’intesa si è sancito il conferimento in uso alla Fondazione Aquileia di tutte le aree archeologiche della città, in maniera tale che la Fondazione si occupa della gestione, della manutenzione ordinaria e straordinaria e della valorizzazione dell’intero sito archeologico, mentre alla soprintendenza restano le competenze relative alla tutela. Tra i risultati già raggiunti, la recente conclusione dei lavori di restauro del Sepolcreto, necropoli costituita da cinque recinti funerari, ora fruibile anche con illuminazione notturna: l’area sarà visitabile tutte le sere di giugno, luglio e agosto (dalle 8 alle 22), per offrire al pubblico la possibilità di suggestive passeggiate.

Antonio Zanardi Landi,
presidente della Fondazione Aquileia

L’area archeologica “Domus e Palazzo Episcopale” è il frutto di una lunga storia di valorizzazione, iniziatasi con l’acquisizione da parte dello Stato di un rustico privato denominato “stalla Violin”. Già negli anni Cinquanta del Novecento l’allora soprintendenza alle Antichità delle Venezie aveva condotto i primi scavi in quest’area di piazza Capitolo, sotto la direzione di Luisa Bertacchi,  ed erano stati messi in luce (e lasciati in vista) tre ambienti di un più ampio complesso, identificato come un settore del palazzo episcopale di V secolo. Tra il 2009 e il 2010, nuove indagini promosse dalla Fondazione Aquileia e con la direzione scientifica della soprintendenza Archeologia del Friuli – Venezia Giulia hanno portato alla scoperta di una sala mosaicata dell’inizio del IV secolo, dotata di abside, e quindi alla decisione della Fondazione Aquileia di attuare un progetto di copertura e musealizzazione del sito per consentire la protezione dei resti e permettere contestualmente al pubblico di apprezzarli. Con l’avvio del cantiere, a inizio 2016 ulteriori scavi hanno raggiunto i livelli del I-II secolo, imponendo una variante al progetto originario, che è confluito nell’attuale struttura.

Il sapiente gioco architettonico dell’area Domus e Palazzo episcopale consente la visione dei livelli pavimentali di diverse epoche

Nella nuova struttura sono visibili i significativi resti di uno degli isolati della città romana che si svilupparono, alla fine del I secolo a.C., fuori dalla cinta muraria originaria eretta quasi due secoli prima. Il percorso di visita si snoda tra strutture e pavimenti musivi delle diverse fasi edilizie del sito, visibili a profondità diverse (si raggiungono i 4 metri sotto il piano di campagna attuale): il visitatore potrà effettuare – come si diceva – un emozionante viaggio a ritroso nel tempo, dunque, nel ventre di Aquileia, ammirando le strutture della domus di I-II secolo, la grande aula absidata del IV secolo, gli estesi resti musivi e murari del palazzo episcopale del V secolo. Questi ultimi sono i resti archeologici che s’incontrano per primi nel percorso di visita. La lunga sala, collegata probabilmente al complesso basilicale, faceva parte della residenza di rappresentanza del vescovo di Aquileia, la cui autorità era cresciuta in maniera significativa durante il IV secolo. Il muro occidentale divideva la sala da un’area esterna lastricata (scavata nel 2010 e oggi non più visibile), che è stato possibile datare tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C. grazie al rinvenimento di alcune monete. Il mosaico  databile nel corso del V secolo d.C., è suddiviso in due tappeti di diversa ampiezza separati da una fascia di tessere gialle. Nella porzione settentrionale è un motivo a piccoli quadrati concentrici attorno a un bottone nero realizzati con l’utilizzo di tessere di cotto. Il più ampio spazio di forma allungata è invece decorato da una composizione a reticolato ornata da losanghe e quadrati, impiegata anche in altri contesti cristiani di Aquileia.

I mosaici dell’aula absidata del complesso basilicale teodoriano del V sec. d.C.

Al centro del percorso espositivo e al livello più profondo, si conserva parte di una casa del I secolo d.C., con i resti di muri recanti ancora la decorazione ad affresco per un’altezza di più di un metro: una circostanza straordinaria ad Aquileia in livelli di questa epoca. Il percorso si conclude con la splendida sala absidata di una domus di IV secolo, scoperta tra il 2009 e il 2010. L’aula absidata, costruita all’interno dell’isolato occupato dal complesso basilicale teodoriano e forse appartenente alla residenza del vescovo, aveva un’ampiezza di circa 100 metri quadrati e fu realizzata secondo modelli architettonici in voga al tempo e documentati ad Aquileia anche in altri contesti residenziali di alto livello. L’abside, con ampiezza di oltre cinque metri, era sopraelevata e raccordata al piano dell’aula da un gradone. Le pareti e il soffitto erano decorati con affreschi, dei quali sono stati rinvenuti numerosi frammenti nel corso dello scavo: raffinati tralci di vite con foglie, grappoli d’uva e volatili su fondo rosso davano risalto al catino absidale rispetto al più semplice soffitto bianco della sala. Nel pavimento a mosaico, un originale motivo a tendaggio realizzato in tessere dai colori sfumati esaltava la funzione rappresentativa dell’abside, usata come spazio di ricevimento, al quale era destinato il maggiore impegno decorativo. Il pavimento dell’aula è suddiviso in tre campiture da raffinate fasce vegetali con al centro un riquadro del quale si conserva solo parte della cornice. Le semplici trame geometriche, a esagoni e cerchi allacciati, sono arricchite da motivi figurati policromi raffrontabili con la decorazione delle aule teodoriane, con le quali condividono le maestranze e la datazione successiva all’editto di Costantino del 313 d.C. Le raffigurazioni attingono al repertorio dei soggetti di genere ampiamente diffuso nella produzione musiva romana: pesci, polipi, conchiglie e volatili sono affiancati a grappoli d’uva, racemi fioriti, cesti e bacili ricolmi di frutti, per evocare, attraverso l’allusione alla ricchezza della natura, un’idea di benessere e prosperità.

Accordo storico: alla Fondazione Aquileia la gestione di tutto il sito archeologico di Aquileia romana (104mila metri quadri) con l’obiettivo di valorizzare la città antica attraverso un percorso storico unico tra scavi e musei

Il foro romano di Aquileia: ora la gestione dell'intero sito è affidato alla Fondazione Aquileia

Il foro romano di Aquileia: ora la gestione dell’intero sito è affidato alla Fondazione Aquileia

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Il ministro Dario Franceschini ad Aquileia con il presidente della Fondazione Zanardi Landi e il governatore della Regione Debora Serracchiani

Il ministro Dario Franceschini ad Aquileia con il presidente della Fondazione Zanardi Landi e il governatore della Regione Debora Serracchiani

Il sito archeologico di Aquileia ha un solo gestore: la Fondazione Aquileia. Con un obiettivo: creare un grande percorso culturale unico. È stato infatti siglato un accordo storico tra il Mibact e la Fondazione Aquileia per il conferimento in uso alla Fondazione Aquileia di tutte le aree archeologiche dell’antica città romana. La Fondazione Aquileia si occuperà di gestione, manutenzione ordinaria e straordinaria e valorizzazione del sito archeologico, alla soprintendenza rimarranno la tutela e alcuni immobili e la gestione del museo Archeologico nazionale e del museo Paleocristiano che fanno capo al Polo Museale Friuli-Venezia Giulia. La presenza della Fondazione nella gestione del sito non è comunque una novità. Nel 2008-2009 era stato conferito alla Fondazione il 28% delle aree. Ora si completa il passaggio con il restante 72 (che comprende foro, porto fluviale, via Sacra, area Grandi terme-Comelli, fondo ex Moro con Casa delle bestie ferite, fondo Cassis con Casa dei putti danzanti e fondo Violin). “La Fondazione esce da una lunga adolescenza e diviene oggi adulta e nel pieno delle sue potenzialità e capacità”, spiega il presidente della Fondazione Aquileia, Antonio Zanardi Landi. Per Corrado Azzolini, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio del Friuli – Venezia Giulia, “non verrà meno naturalmente il ruolo di ricerca degli istituti universitari ma si avrà un passaggio più veloce dallo scavo alla fruizione”. “L’accordo con il Mibact rappresenta un’importante affermazione del ruolo della Regione nella tutela e valorizzazione dei beni archeologici. È davvero uno straordinario salto di qualità”, affermato la presidente Debora Serracchiani. “È un risultato che è stato perseguito e raggiunto grazie all’ottima qualità dei rapporti tra Regione e ministero dei Beni culturali, in particolare grazie alla attenzione del ministro Franceschini il quale ha saputo cogliere il livello del lavoro che si sta sviluppando nel nostro territorio. In quest’opera di crescita e accreditamento sono stati fondamentali l’esperienza e il prestigio del presidente della Fondazione Aquileia, Antonio Zanardi Landi, che, con l’efficace collaborazione di dirigenti e tecnici, ha creato i presupposti perché Aquileia letteralmente risorgesse nella visibilità internazionale. Anche attraverso l’acquisizione concordata e progressiva di competenze su nuove aree del patrimonio regionale che si afferma il senso della specialità del Friuli Venezia Giulia”.

Veduta aerea del sito archeologico di Aquileia dominato dalla basilica patriarcale

Veduta aerea del sito archeologico di Aquileia dominato dalla basilica patriarcale

Antonio Zanardi Landi (Presidente Fondazione Aquileia) e Debora Serracchiani (Presidente Regione Friuli Venezia Giulia)

Antonio Zanardi Landi (Presidente Fondazione Aquileia) e Debora Serracchiani (Presidente Regione Friuli Venezia Giulia)

Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia

Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia

“Questo risultato ci rende particolarmente orgogliosi poiché significa da un lato che la strada tracciata dalla Regione ormai dieci anni fa fosse quella giusta, dall’altro che l’azione intrapresa due anni fa di cambiare la dirigenza, si sia dimostrata vincente per il conseguimento di questo successo”, ribadisce l’assessore alla Cultura FVG Gianni Torrenti. “C’era senz’altro bisogno di una guida autorevole che sapesse coniugare il risparmio della spesa corrente con la necessità di far ripartire gli investimenti, azioni che hanno consentito di avere il giusto credito in sede ministeriale. È proprio la considerazione maturata al ministero e un periodo di intenso lavoro hanno portato al passaggio di competenze alla Fondazione. Questa firma consente ottimisticamente di pensare al rinnovo decennale dell’accordo Stato-Regione per dare alla Fondazione un giusto traguardo temporale in vista dell’impegnativo compito che le viene assegnato. Un grazie è quindi doveroso alle persone che hanno consentito questo risultato, al presidente Zanardi Landi e al direttore della Fondazione Cristiano Tiussi, alla dottoressa Anna del Bianco, direttore regionale della cultura e a Caterina Bon Valsassina, direttrice generale per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio del Mibact». Sottolinea Zanardi Landi: “Passiamo dalla gestione di circa 33mila a 104mila metri quadrati di aree archeologiche, un salto di quantità che è anche di qualità e che ci permette di andare concretamente nella direzione di creare un parco archeologico vero e proprio collegando le aree in modo efficace con percorsi di visita che consentano di apprezzare i resti della grande città romana e soprattutto di capire e di coglierne il messaggio che ancora ne proviene”. E il direttore della Fondazione Aquileia, Cristiano Tiussi, conclude: “Una delle sfide, oltre alla manutenzione su cui interverremo immediatamente, sarà la progettazione di nuovi interventi di valorizzazione a medio e lungo termine, un primo intervento sarà riservato al porto fluviale e alla via Sacra e al percorso di collegamento con il museo Paleocristiano. Il punto di arrivo dovrà essere la consegna a un pubblico di visitatori sempre più ampio ed esigente di un percorso storico culturale unico”.

Aquileia incontra la Persia: a Grado il documentario Rai sulla mostra “Leoni e Tori dall’Antica Persia ad Aquileia” aperta al museo Archeologico nazionale di Aquileia

Rithon d'oro achemenide in mostra al museo Archeologico nazionale di Aquileia

Rithon d’oro achemenide in mostra al museo Archeologico nazionale di Aquileia

Il filo rosso che lega questa estate Aquileia alla Persia si arricchisce lunedì 29 agosto 2016 di un altro evento a corollario della mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”, allestita al museo Archeologico nazionale di Aquileia. Secondo appuntamento del ciclo “Archeologia Ferita” avviato l’inverno scorso con l’esposizione dedicata ai reperti provenienti dal museo del Bardo di Tunisi, la mostra “Leoni e tori” che ha avuto finora un grande successo di pubblico con oltre 16mila visitatori, proseguirà fino al 30 settembre, anche se si sta cercando di ottenerne il prolungamento per tutto il mese di ottobre. Tra gli eventi collaterali, in luglio, durante l’Aquileia Film Festival (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/26/al-via-la-7-ma-edizione-di-aquileia-film-festival-tre-serate-ad-aquileia-nella-prestigiosa-piazza-capitolo-con-film-della-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-e-le-conversazion/) c’era stato l’incontro con Carlo Cereti, addetto culturale dell’Ambasciata d’Italia a Teheran, che, davanti a un pubblico numeroso e attento, ha tracciato un quadro dell’Iran di oggi e di una cultura che ha avuto molti contatti col mondo occidentale, oltre a illustrare caratteristiche e motivazioni della mostra, ideata e organizzata dalla Fondazione Aquileia e realizzata in collaborazione con il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia, il National Museum of Iran e l’Iranian Cultural Heritage Handcrafts and Tourism Organization, portando ad Aquileia 25 tesori dell’antica Persia mai usciti dai confini della Repubblica Islamica dell’Iran, tra cui alcuni oggetti in oro particolarmente preziosi, che raccontano della magnificenza dell’impero achemenide, fondado da Ciro e reso grande da Dario (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/22/archeologia-ferita-leoni-e-tori-dallantica-persia-ad-aquileia-in-mostra-allarcheologico-capolavori-achemenidi-e-sasanidi-da-persepoli-e-dal-museo-di-teheran-per-l/).

"Leoni e tori. Aquileia incontra la Persia", documentario della Rai Friuli Venezia Giulia per la regia di Tiziana Toglia

“Leoni e tori. Aquileia incontra la Persia”, documentario della Rai Friuli Venezia Giulia per la regia di Tiziana Toglia

Ora il racconto della mostra “Leoni e tori” diventa un film. La sede regionale del Friuli Venezia Giulia della Rai ha infatti realizzato il documentario “Leoni e tori – Aquileia incontra la Persia” che verrà proiettato lunedì 29 agosto 2016 alle 19 al Grand Hotel Astoria di Grado alla presenza della regista Tiziana Toglia e del direttore della sede regionale della Rai Guido Corso. La serata, aperta al pubblico, e moderata dalla giornalista del Messaggero Veneto Elisa Michellut, si aprirà con i saluti del presidente della Git-Terme e Spiaggia Alessandro Lovato, con cui la Fondazione Aquileia ha da tempo un rapporto di collaborazione per una promozione integrata dell’offerta turistica, e proseguirà con gli interventi del direttore della sede Rai Fvg, Guido Corso, del direttore della Fondazione Aquileia, Cristiano Tiussi, che illustrerà il percorso di visita e l’idea della mostra, e di Marta Novello, direttrice del museo Archeologico nazionale di Aquileia che ospita i preziosi reperti provenienti dall’Iran. Il documentario è un viaggio alla scoperta dell’archeologia e della cultura persiana, guidato anche dalle parole del professor Carlo Cereti, e un “invito a riscoprire Aquileia”, come sottolinea nel filmato il presidente della Fondazione Aquileia Antonio Zanardi Landi, “quale luogo di incontro e dialogo tra culture”.

“Aquileia crocevia dell’Impero”: arriva a Dublino la mostra itinerante tredicesima tappa di un viaggio che dal 2009 racconta una Aquileia inedita, dalla fondazione alla Basilica di Popone, al centro di traffici dal Baltico al Mediterraneo orientale

Apre a Dublino la mostra "Aquileia, crocevia dell'impero romano"

Apre a Dublino la mostra “Aquileia, crocevia dell’impero romano”

L’associazione culturale Mitteleuropa pianta in Europa un’altra bandierina per la promozione di Aquileia. Il 23 agosto 2016 sbarca infatti a Dublino la mostra “Aquileia crocevia dell’impero”, tredicesima tappa del progetto di promozione turistica lanciato nel 2009 dall’associazione presieduta da Paolo Petiziol e che da allora, dopo Budapest, Cracovia, Varsavia, Bratislava, Bruxelles, Lubiana, Zagabria, Novi Sad, Praga, Vienna, Ostrava e Pilsen, viaggiando appunto per il Vecchio Continente, racconta la storia e il ruolo della città durante l’impero romano. Aquileia, lo ricordiamo, venne fondata nel 181 a.C., terminale della via Postumia e dei collegamenti con il Nord-Europa (dal Baltico arrivava l’ambra) e dall’Oriente attraverso l’Adriatico, con funzioni dunque sia militari, che economiche e commerciali. La posizione felice, un porto fluviale attrezzato, e questi rapporti commerciali e culturali consolidati nel tempo con il Mediterraneo orientale e il Nord-Europa, la portarono a essere all’inizio della nostra era la quarta città per grandezza e importanza d’Italia e la nona in tutto l’Impero romano. La scelta di Dublino, come nuova tappa del progetto, è nata da una richiesta del locale Fogolar Furlan, sostenuta dall’Ente Friuli nel Mondo, sulla falsariga della collaborazione con l’esposizione di Marbella (Spagna).

I mosaici di Aquileia, un unicum che lega il mondo romano con l'alto Medioevo

I mosaici di Aquileia, un unicum che lega il mondo romano con l’alto Medioevo

La mostra intende presentare una Aquileia inedita, una grande capitale del centro-est Europa, con funzioni e compiti che oggi si ripropongono in tutta la loro moderna opportunità. L’allestimento «racconta» la storia della città scandita per temi, dalla fondazione alla Basilica del Patriarca Popone. Costantemente aggiornata, anche nei testi in inglese, per seguire i risultati degli scavi che vengono condotti, la mostra esalta la strategica funzione aquileiese nei rapporti tra il Baltico, la Pannonia e il Mediterraneo. Aquileia era il terminale della Via dell’Ambra, dove i fossili del Baltico divenivano gioielli e opere d’arte.

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Mons. Charles John Brown, nunzio apostolico a Dublino e arcivescovo titolare di Aquileia

La tappa nella Capitale d’Irlanda si delinea già un appuntamento particolarmente atteso. Alla serata inaugurale, il 23 agosto 2016, nella sede dell’Istituto italiano di Cultura a Dublino, dove resterà per un mese (fino al 23 settembre 2106) hanno aderito numerose autorità e istituzioni del mondo dell’arte, della cultura e dei media. Ci saranno S.E. Mons. Charles John Brown, nunzio apostolico a Dublino e arcivescovo titolare di Aquileia; l’ambasciatore d’Italia, Giovanni Adorni Braccesi Chiassi; la direttrice dell’Istituto italiano di Cultura Renata Sperandio; la vice-presidente dell’Ente Friuli nel Mondo, De Luca Anna Pia; il presidente del Fogolar Furlan, Davide Gessi, oltre naturalmente al presidente di Mitteleuropa Paolo Petiziol, che promuove l’evento in collaborazione con Fogolar Furlan d’Irlanda e l’Istituto italiano, e la partecipazione di Ente Friuli nel Mondo, provincia di Udine, regione autonoma Friuli Venezia Giulia e Turismo Friuli Venezia Giulia.

Al via la 7.ma edizione di Aquileia Film Festival: tre serate ad Aquileia nella prestigiosa piazza Capitolo con film della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto e le conversazioni di Piero Pruneti con Cardini, Cereti e Manfredi

Dal 27 al 29 luglio 2016 la 7.m edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo

Dal 27 al 29 luglio 2016 la 7.m edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo

Tre sere speciali per un tuffo nel passato: dal 27 al 29 luglio 2016 piazza Capitolo di Aquileia, davanti alla famosa basilica patriarcale dell’XI secolo, ospita alle 21  la settima edizione di Aquileia Film Festival, la rassegna di cinema di archeologia a ingresso libero organizzata da Fondazione Aquileia insieme ad Archeologia Viva e rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto/Fondazione Museo Civico Rovereto. Ancora una volta è l’archivio della Rassegna del cinema archeologico di Rovereto a fornire i titoli de palinsesto del festival dove spiccano due film del regista americano Gary Glassman, particolarmente interessanti e pluripremiati: uno su Santa Sofia, l’altro su Petra. Le proiezioni ogni sera sono intervallate da “conversazioni” a cura di Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva, secondo la formula ben collaudata di Rovereto. Ad Aquileia tre ospiti di eccezione: Franco Cardini, Carlo Cereti e Massimo Manfredi.

I protagonisti del film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova che apre il festival

I protagonisti del film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova che apre il festival di Aquileia

Ecco il programma. Si inizia mercoledì 27, alle 21, con il film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova (Spagna). Tra mummie, tombe e geroglifici, la storia di tredici scavi archeologici in Egitto sulle tracce di Djehuty, il supervisore del Tesoro di Hat-shep-sut, il primo faraone donna. I loro nomi sono stati sistematicamente cancellati 3500 anni fa per eliminarne il ricordo. Oggi un team scientifico internazionale ne ricostruisce la memoria indagando la necropoli di Ora Abu el-Naga a Luxor. Segue la conversazione con Franco Cardini, storico, saggista e grande esperto di Islam e Medio Oriente, che presenterà i suoi ultimi libri editi da Laterza “L’Islam è una minaccia (Falso!) e “L’ipocrisia dell’Occidente. Il Califfo, il terrore e la storia”. Quindi il film “Santa Sofia – Antichi misteri di Istanbul” di Gary Glassman (Usa). La basilica di Santa Sofia a Istanbul (oggi museo), poggia dal 537 su una faglia sismica che non cessa di destare preoccupazioni. Gli studi condotti da architetti, ingegneri e sismologi cercano soprattutto di comprendere i segreti della resistenza ai sismi della sua gigantesca cupola e sperano di scoprirne le debolezze nascoste.

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

La mostra "Leoni e tori dall'antica Persia ad Aquileia": ne parla Carlo Cereti

La mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”: ne parla Carlo Cereti

La seconda giornata giovedì 28 luglio inizia (sempre alle 21) con il film “Petra – la città perduta di pietra” di Gary Glassman (Usa). Perduta al confine di tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del mondo antico, Petra rappresenta un formidabile enigma. Oggi gli studi internazionali avviati da oltre venti anni cominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono emerge un’autentica capitale del deserto. Quindi in programma c’è la seconda conversazione del Festival. Ospite Carlo Cereti, addetto culturale dell’Ambasciata d’Italia a Teheran, che in occasione della mostra sull’Iran “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”, allestita al museo Archeologico nazionale di Aquileia, traccerà un quadro dell’Iran di oggi e di una cultura che ha avuto molti contatti col mondo occidentale. Chiude la serata “Il mistero del relitto del Baltico e la battaglia navale del 1712” di Florian Dedio (Germania). Il punto dove ebbe luogo una battaglia navale tra Svezia e Danimarca e il numero delle navi affondate sono rimasti ignoti per 300 anni. Nel 2011, un team di archeologi e storici ha battuto le acque del Baltico e scavato negli archivi navali di Svezia e Danimarca, scoprendo così diversi relitti della battaglia e documenti che descrivono l’accaduto. Con le riprese dei lavori e le ricostruzioni digitali dei relitti, il film rivela i segreti di una delle più grandi battaglie navali del Baltico.

L'archeologo Valerio Massimo Manfredi

L’archeologo Valerio Massimo Manfredi

Terza e ultima giornata venerdì 29 luglio. Alle 21 si apre con il film “Guerrieri rubati” di Wolfgang Luck (Germania). Come può una statua del tempio più famoso della Cambogia finire in un catalogo d’asta di Sotheby? Il documentario narra la storia di un caso spettacolare di trafugamento d’arte. Seguiamo la rotta della scultura di un guerriero sottratta da un tempio Khmer fino ad arrivare a un’elegante casa d’aste a New York. Un viaggio investigativo nel torbido mondo del commercio di antichità. Quindi incontro con lo scrittore e archeologo Valerio Massimo Manfredi, per la terza conversazione a cura di Piero Pruneti. Chiude la 7. Edizione di Aquileia Film Festival l’assegnazione al film più votato dal pubblico nel corso delle tre serate del Premio Aquileia, un pregiato mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli.

Archeologia ferita. “Leoni e tori dall’Antica Persia ad Aquileia”: in mostra all’Archeologico capolavori achemenidi e sasanidi da Persepoli e dal museo di Teheran per la prima volta concessi dall’Iran

Il leone che azzanna il toro: rilievo achemenide a Persepoli in Iran

Il leone che azzanna il toro: rilievo achemenide a Persepoli in Iran

Il re nella caccia al leone: rilievo del palazzo di Dario a Persepoli

Il re nella caccia al leone: rilievo del palazzo di Dario a Persepoli

Il leone che azzanna il toro è un po’ il simbolo di Persepoli: nella città-palazzo voluta dal re dei re Dario I come capitale del suo impero, fiore all’occhiello della dinastia achemenide, il rilievo del leone col toro (forse simbolo dell’anno nuovo che caccia il vecchio, o astronomico perché all’equinozio di primavera la costellazione del Leone è “sopra” quella del Toro) ricorre spesso e accoglie oggi i visitatori, come 2500 anni fa accoglieva i sudditi, ai piedi della scalinata che portava all’apadana, la grande, immensa sala delle udienze. Ma poi il toro lo troviamo contrapposto nei monumentali capitelli dei palazzi del potere di Persepoli, come due grandi tori androcefali fanno la guardia all’ingresso della porta delle Nazioni sempre a Persepoli. E il leone popola i rilievi dei palazzi di Dario e Serse protagonista di lotte cruente che mettono in risalto la potenza quasi divina del re. Le stesse scene le troviamo alcuni secoli più tardi rappresentate su piatti d’argento dorato dell’ultima dinastia dell’impero persiano, quella sasanide che si rifà proprio alla tradizione achemenide.

Bracciale a cerchio aperto con terminazioni a teste leonine, dal museo di Teheran alla mostra di Aquileia

Bracciale a cerchio aperto con terminazioni a teste leonine, dal museo di Teheran alla mostra di Aquileia

Ornamento circolare in oro con due leoni (fine V secolo a.C.) dal museo Archeologico di Teheran

Ornamento circolare in oro con due leoni (fine V secolo a.C.) dal museo Archeologico di Teheran

Quei tori e quei leoni sono ora protagonisti di una mostra unica ed eccezionale insieme perché presenta reperti provenienti esclusivamente dall’Iran, e in alcuni casi mai usciti prima dal territorio della Repubblica islamica. L’appuntamento dal 25 giugno al 30 settembre 2016 è al museo nazionale Archeologico di Aquileia con la mostra “Leoni e Tori dall’antica Persia ad Aquileia”, realizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia nell’ambito del ciclo “Archeologia Ferita”, avviato lo scorso anno dalla mostra incentrata sui reperti provenienti dal museo tunisino del Bardo. “La mostra”, dice il presidente della Fondazione Antonio Zanardi, “è dedicata all’arte achemenide e sasanide, con pezzi di eccezionale rilievo provenienti dall’Archeologico di Teheran e da quello di Persepoli, e non si collega direttamente alle tragiche vicende del passato recente e dell’attualità nel Mediterraneo e nel Medio Oriente”. Per individuare l’autore delle ferite e della distruzione della capitale dell’impero di Dario, prosegue Zanardi, è invece “necessario risalire sino al IV secolo a.C. e ad Alessandro Magno, molto lontano dunque dal terrorismo e dalla violenza dei nostri giorni. Eppure, a ben guardare, la maggior parte del patrimonio archeologico del mondo è proprio originato da una ferita, da devastazioni, dalla volontà di cancellare l’identità del nemico o, semplicemente, dell’altro”. “Una rassegna di grande significato”, interviene il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, “perché costituisce la prima opportunità di apprezzare in Europa reperti provenienti da Persepoli e dal Museo Nazionale di Teheran dopo la firma dell’Accordo sul Nucleare iraniano».

Rithon d'oro achemenide in mostra ad Aquileia

Rithon d’oro achemenide in mostra ad Aquileia

L’importanza della mostra di Aquileia sta infatti proprio nell’essere composta esclusivamente da reperti provenienti dall’Iran e non, come le maggiori iniziative del genere (nel 2005 al British Museum), con opere già presenti in musei europei. In particolare, molti dei pezzi allestiti non sono mai usciti dai musei iraniani, come la gigantesca zampa di leone in porfido, la testa di un bovino proveniente dai depositi di Persepoli e molti degli oggetti in oro, tra cui il magnifico bracciale con due teste leonine. Questi preziosi reperti, del resto, coprono un arco temporale assai lungo e sono testimonianza di due dinastie fondamentali dell’Iran pre-islamico, gli Achemenidi e i Sasanidi, e dello sfarzo delle corti persiane che lasciarono stupefatti persino gli autori greci che descrivevano le bellezze e la grandiosità di regge e città. “In mostra – spiegano gli organizzatori – per la prima volta uno accanto all’altro pezzi straordinari di oreficeria achemenide, come il rithon d’oro con leone alato, la daga aurea, il bracciale con due teste leonine, il piccolo toro e le placche di straordinaria fattura orafa. Anche i rilievi e le sculture esposte ad Aquileia vogliono sottolineare l’incredibile potenza figurativa di quell’arte. Senza contare che, trattandosi di frammenti (sebbene di grandi dimensioni) la mostra riesce in questo modo a evocare il concetto di arte e civiltà ferite. Come recita il titolo, le raffigurazioni, a partire dalle più antiche, riguardano soprattutto i tori e i leoni, in un forte collegamento con le tradizioni mesopotamica, elamita e persino quella del mondo iranico dell’Età del Ferro, in cui la presenza di elementi animalistici è ovviamente connessa a un’origine nomadica”. Eccezionale dunque la lastra di bronzo raffigurante una serie di leoni alati, che costituiva il fiancale di un carro da guerra achemenide, per non parlare del piatto d’argento raffigurante una scena di caccia al leone, tra l’altro uno dei pochi pezzi sasanidi esposti, che a sua volta evidenzia il perdurare di grandi capacità espressive fino ai secoli che hanno preceduto la nascita del mondo islamico.