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Pompei. Nuova scoperta dallo scavo della Regio V: è emerso un termopolio (tavola calda) con “l’insegna commerciale” e anfore davanti al bancone

Il termopolio, ancora in corso di scavo, emerso dalle ricerche nella Regio V di Pompei (foto Parco archeologico di Pompei)

Le anfore trovate in situ davanti al bancone (foto Parco archeologico di Pompei)

Trovata una nuova tavola calda degli antichi abitanti di Pompei. È l’ultima, importante scoperta che viene dallo scavo in corso nella Regio V della città romana rimasta sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Il Termopolio, questo il termine usato dai romani per un locale pubblico molto simile alle nostre tavole calde, è emerso nello slargo che fa da incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi, ormai interamente portato in luce nel cantiere di scavo. L’impianto commerciale è parzialmente scavato, in quanto collocato lungo uno dei fronti di scavo, oggetto dell’intervento di messa in sicurezza e consolidamento del Grande Progetto Pompei, che sta interessando gli oltre 3km di perimetro dell’area non scavata del sito.

La figura di Nereide su cavallo in ambiente marino rappresentata su un lato del bancone del termopolio della Regio V (foto Parco archeologico di Pompei)

Le anfore trovate davanti al bancone (foto Parco archeologico di Pompei)

Le decorazioni del bancone raffigurano su un lato, una bella figura di Nereide su cavallo in ambiente marino e dall’altro l’illustrazione, molto probabilmente, dell’attività stessa che si svolgeva nella bottega, quasi come un’insegna commerciale. Il ritrovamento di anfore poste davanti al bancone, al momento dello scavo, rifletteva difatti esattamente l’immagine dipinta. I termopoli, dove si servivano bevande e cibi caldi, come indica il nome di origine greca, conservati in grandi dolia (giare) incassate nel bancone di mescita in muratura, erano molto diffusi nel mondo romano, dove era abitudine consumare il prandium (il pasto) fuori casa. Nella sola Pompei se ne contano una ottantina.

La raffigurazione di anfore davanti al bancone su un lato del bancone del termopolio (foro Parco archeologico di Pompei)

“Per quanto strutture come queste, siano ben note nel panorama pompeiano”, dichiara la direttrice ad interim, Alfonsina Russo, “il rinnovarsi della loro scoperta, con anche gli oggetti che accompagnavano l’attività commerciale e dunque la vita di tutti i giorni, continua a trasmettere emozioni intense che ci riportano a quegli istanti tragici dell’eruzione, che pur ci hanno consegnato testimonianze uniche della civiltà romana”.

“IN THE VOLCANO: Cai Guo-Qiang and Pompeii”: l’artista cinese prima ricrea nell’anfiteatro di Pompei l’eruzione del Vesuvio, poi al Mann di Napoli dissemina gli effetti “dell’esplosione artistica” in un dialogo tra tra passato e presente, cultura orientale e occidentale

Manifesto della mostra “Nel vulcano. Cai Guo-Qiang e Pompei” al museo Archeologico nazionale di Napoli fino al 20 maggio 2019

Jerome Neutres, curatore della mostra “Nel vulcano” al Mann

Cai Guo-Qiang si inginocchia al centro dell’anfiteatro di Pompei. Prende in mano la miccia. E dà fuoco alle polveri, allontanandosi di corsa quasi inciampando. Boom. Un’esplosione di polvere da sparo e fumi colorati invadono l’anfiteatro di Pompei per ripercorrere la dinamica tragica e, al tempo stesso, vitale dell’eruzione del Vesuvio, in un viaggio poetico senza tempo che racconta la distruzione e la rinascita a nuova vita di Pompei. È l’evento unico dell’artista cinese Cai Guong-Qiang che il 21 febbraio 2019 nell’anfiteatro ha dato luogo all’“Explosion Studio”: un’esplosione artistica che, attraverso le sue fasi, ha riproposto non soltanto la tragedia che sconvolse Pompei ma anche la sua fortunosa scoperta, in grado di riportare alla luce eccezionali testimonianze storiche e archeologiche. Le opere create dall’esplosione artistica sono state “scavate” e poi trasferite al museo Archeologico nazionale di Napoli per l’inaugurazione della mostra “IN THE VOLCANO: Cai Guo-Qiang and Pompeii”: fino al 20 maggio 2019, disseminati negli spazi museali (dalla Collezione Farnese alla sezione affreschi, dall’atrio ai mosaici), i lavori di Cai Guo-Qiang racconteranno il legame indissolubile tra passato e presente, cultura orientale e occidentale. La mostra è curata da Jérôme Neutres; il progetto è ospitato dal parco archeologico di Pompei e dal museo Archeologico nazionale di Napoli; la realizzazione di “In the Volcano” è stata possibile grazie al supporto organizzativo della Fondazione Morra. Con questa poliedrica esperienza creativa l’artista Cai Guo-Qiang prosegue la sua attività in Italia, dopo il successo della performance con fuochi d’artificio a Firenze (“City of Flowers in the Sky”) e della personale “Flora Commedia: Cai Guo-Qiang agli Uffizi”, nell’ambito del più ampio progetto “Viaggio di un Uomo nella Storia dell’Arte Occidentale” di Cai Guo-Qiang.

L’artista cinese Cai Guo-Qiang dà fuoco alle polveri nell’anfiteatro romano (foto Parco archeologico di Pompei)

Explosion Studio – Anfiteatro di Pompei. L’esplosione all’anfiteatro di Pompei è stato un unicum, per le infinite suggestioni del luogo: al centro dell’arena, tele di diverse dimensioni e copie di oggetti legati alla vita quotidiana di Pompei, ma anche riproduzioni di sculture del Mann (Venere Callipigia, Ercole ed Atlante farnese, busto di Pseudo-Seneca) sono stati collocati su una tela di 32 metri per 6, supportata da una piattaforma. Explosion Studio si è sviluppato in tre momenti: I. A partire dal capitolo evocativo “Tela della Civiltà”, piccole esplosioni hanno distrutto i manufatti disposti sulla tela, marcandoli in maniera violenta e con la stessa spietatezza che ha segnato le vite umane al momento dell’esplosione del Vesuvio; II. Dopo una breve pausa, colorati fuochi d’artificio sono stati allineati lungo la tela e puntati verso il cielo per produrre l’effetto di un’eruzione vulcanica inarrestabile. I fuochi d’artificio hanno incarnato teatralmente un pesante “Sospiro”, quello dell’ascesa e della caduta della civiltà umana; III. In chiusura, si è proceduto allo “Scavo”: tra i fumi residui, l’artista e il suo team hanno portato alla luce le “rovine archeologiche”. La tela, segnata dall’Explosion, è stata riempita di immagini e colori ispirati agli oggetti scoperti a Pompei, ora conservati al Mann.

Le opere d’arte (copie dal Mann) avvolte dalle fiamme per l’effetto dell’eruzione simulata dall’artista cinese Cai Guo-Qiang (foto Parco archeologico di Pompei)

Alfonsina Russo, direttrice ad interim, e Massimo Osanna, già soprintendente, in anfiteatro (foto Parco archeologico di Pompei)

L’artista cinese Cai Guo-Qiang a Pompei (foto Parco archeologico di Pompei)

La città di Pompei fu verosimilmente sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel mese di ottobre del 79 d.C. non nel mese di agosto, come si è sempre ritenuto. “Le più recenti scoperte archeologiche”, ricorda Massimo Osanna, già direttore generale del parco archeologico di Pompei, “sembrano infatti confermare quanto vari studiosi hanno a più riprese proposto, che occorre riposizionare la datazione dell’eruzione al 24 ottobre di quel fatidico anno, ridefinendo un dato storico verosimilmente errato e dimostrando così la perdurante contemporaneità del sito pompeiano – un’ossimorica archeologia in divenire, o in prospettiva – che muta continuamente per la necessità di ridare i propri strumenti di indagine e di aggiornare i criteri e i metodi conoscitivi della ricerca archeologica in base alle campagne di scavo condotte, alle scoperte effettuate e alla loro interpretazione”. A partire dalla riscoperta di Pompei, nel 1748, due secoli e mezzo di Grand Tour hanno determinato molteplici riletture, e quindi riscoperte, di questo sito. “Ognuno dei viaggiatori, intellettuali, artisti, scrittori, musicisti, architetti, scienziati di questo costante Grand Tour, che giunge sino a oggi… ha aggiunto ulteriori livelli critici, e quindi nuove interpretazioni, che nel loro complesso delineano un’archeologia collettiva della nostra esperienza, pubblica e privata, dell’antica città di Pompei”. Come ha recentemente (2017) raccontato al museo Madre di Napoli anche la mostra “Pompei@Madre. Materia archeologica”, l’arte contemporanea – sostiene Osanna – non ha modificato il sito in termini di tutela oggettiva, ma in termini di ampliamento dei possibili significati di cosa intendiamo per tutela, aprendola a un multiverso di culture, discipline e ipotesi in grado di collaborare, interagire e ispirare il lavoro quotidiano di ricerca degli archeologi. “Anche Cai Guo-Qiang fa parte di questa storia contemporanea di Pompei, quale sito in perenne divenire, quale patrimonio accogliente e collettivo dei saperi umani. Conformazione estetica e consapevolezza etica (politica) – conclude Osanna -, sono componenti inscindibili del metodo di lavoro di questo artista, riplasmato anche dalla formazione teatrale, e quindi dal dominio di aspetti quali messa in scena (intesa come rapporto scenografia/racconto), produzione di gruppo, relazionalità fra opera e spettatore, pratica performativa e time-based”. E Alfonsina Russo, direttrice ad interim del parco archeologico di Pompei, “Pompei è un luogo del contemporaneo. Riprendo questo pensiero di Massimo Osanna, a cui si deve la promozione di questo progetto, che trovo quanto mai significativo. Pompei, sospesa nel tempo, ha da sempre catturato l’immaginazione e lo spirito creativo di artisti di ogni epoca, ricordandoci che quel tragico evento del 79 d.C. si è impresso nella memoria collettiva per l’eternità, non solo per la sua storia e testimonianza unica di un’epoca, ma anche per il profondo senso di fragilità e di impotenza a cui ci rimanda costantemente”.

L’Ercole farnese, l’Atlante farnese, la Venere callipigia si riconoscono dallo “scavo” dopo l’eruzione artistica (foto Parco archeologico di Pompei)

La mostra “In the Volcano” al Mann. Dopo l’Explosion Studio nell’anfiteatro, il percorso “In the Volcano” ha trovato naturale completamento nella mostra al Mann. Particolarmente evocativa l’installazione della tela di 32 metri nella sala del Toro Farnese: qui, tra gli archi e le volte, essa si presenta come un affresco sul soffitto. L’itinerario di visita si sviluppa, poi, tra le tele e gli oggetti “scavati”, che sono collocati, insieme ai dipinti con la polvere da sparo creati a New York, nelle collezioni permanenti museali. Se Cai Guo-Qiang reinterpreta i capolavori dell’antica statuaria, dall’Ercole Farnese alla Venere Callipigia, rileggendoli con le suggestioni dei colori della polvere da sparo, uno sguardo originale è dedicato alla vita quotidiana degli antichi romani, ricostruita grazie a vasi e manufatti in terracotta esposti su semplici piattaforme. Per concludere il viaggio, una barca, ancorata alla parete e affiancata dagli affreschi di Pompei, rivela il segreto atemporale di un’esperienza artistica sempre in fieri. La mostra è accompagnata da un catalogo (pubblicato dalla casa editrice Silvana Editoriale in inglese e in italiano, cui seguirà a un’edizione cinese edita da TCREATIVEMEDIA). Un video-documentario diretto da Shanshan Xia (disponibile al pubblico in visita al MANN) accompagna la mostra.

Particolare dell’Ercole farnese dopo l’incendio (foto Parco archeologico di Pompei)

Il direttore del Mann, Paolo Giulierini

“Il Mann – interviene il direttore Paolo Giulierini – continua a viaggiare nelle suggestioni della cultura orientale e, stavolta, si affida all’arte contemporanea, interpretata dalla creatività di Cai Guo-Quiang: proiettare questo straordinario sguardo “Nel Vulcano, tra Napoli e Pompei” significa riscoprire gli ineludibili legami tra il passato classico e la sensibilità moderna. Legami persistenti, che, partendo dai capolavori del Museo (tra questi, la Venere Callipigia, l’Ercole Farnese, l’Atlante, il busto dello Pseudo-Seneca), intrecciano un dialogo nuovo, inquieto e sorprendente con il visitatore. Cai Guo-Quiang, così, giocando con la sua maestria di sky ladder, crea un’esplosione reale e simbolica al tempo stesso: all’Anfiteatro di Pompei, come nel 79 d.C., l’arte nasce (o rinasce) dalle viscere magmatiche del vulcano. Grazie all’artista cinese, insignito del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia (1999), il museo Archeologico nazionale di Napoli scopre pagine straordinarie di arte contemporanea, capaci non soltanto di abbattere gli steccati temporali (ieri ed oggi si mescolano in una dialettica piena di energia), ma soprattutto le distanze spaziali: il folclore, le suggestioni e la potenza delle tradizioni orientali – conlcude – si innestano, prepotenti, nelle sale del MANN, dimostrando che la condivisione culturale nasce da un’analoga capacità di guardare il mondo con la curiositas di cui parlavano gli antichi”.

Gli assistenti dell’artista cinese ai Guo-Qiang mostrano la “Tela della Civiltà” (foto Parco archeologico di Pompei)

L’artista cinese Cai Guo-Qiang nell’anfiteatro di Pompei (foto Parco archeologico di Pompei)

“Quando l’eruzione del Vesuvio seppellì le antiche civiltà greca e romana, la natura creò un capolavoro avente come medium la catastrofe, preservando eredità monumentali come una capsula del tempo-spazio…”, dichiara Cai Guo-Qiang. “L’energia repressa del vulcano si accumula fino a quando non può essere più contenuta, portando a un’esplosione sfrenata! Un tale stato naturale può anche essere trovato nella natura umana e nella nostra condizione sociale, e anche in risonanza con la natura dei miei decenni di lavoro con la polvere da sparo… Per questo progetto, ho cercato di lasciare che gli ormoni prendessero il comando, per creare qualcosa che avesse un tocco di ferocia. In un periodo in cui le persone spesso si sforzano di essere eccessivamente civilizzate, lucidando con cura, “ripulendo” le loro opere e persino i concetti che tentano di spiegare il significato dei loro lavori. Non posso semplicemente inscenare un’eruzione incontrollata, richiamando il vulcano e il giorno del giudizio di Pompei? Un evento del tutto inaspettato, qualcosa che arriva proprio sulla nostra strada!”. E Jérôme Neutres, curatore della mostra, aggiunge: “Pompei è più di un museo, è la città delle immagini, con le sue case ricoperte di affreschi e mosaici, dal pavimento al soffitto. La città sembrava vivesse con l’arte. Il dialogo con Pompei per Cai Guo-Qiang investe questo mondo di immagini e la sua immaginazione. Per questa mostra, Cai Guo-Qiang ha usato nuovi mezzi di creazione, rinnovando il suo gesto con l’uso di vetro, specchio, marmo, ceramica, gesso… L’artista ha trovato nella cultura e nella storia artistica di Napoli e della Campania nuovi media con cui realizzare i suoi dipinti-esplosioni. Questo dialogo si materializza nella scenografia della mostra allestendo le opere di Cai Guo-Qiang all’interno delle collezioni, tra le opere di Pompei, creando una sorta di caccia al tesoro, avanti e indietro tra passato e passato ed effetti speculare tra l’estetica di Pompei nel primo secolo e l’arte eminentemente contemporanea di Cai Guo-Qiang.”

Pompei rivive l’eruzione del Vesuvio: con “Explosion studio” nell’anfiteatro romano l’artista cinese Cai Guo-Qiang provocherà un’esplosione artistica irripetibile per la mostra “IN THE VOLCANO. Cai Guo-Qiang and Pompeii” che apre al Mann

 

Nell’anfiteatro di Pompei sarà spettacolare, ma per fortuna non drammatica: è l’eruzione del Vesuvio che l’artista cinese Cai Guo-Qiang ricreerà all’interno del “catino romano”, novella bocca del vulcano, giovedì 21 febbraio 2019, alle 13. L’artista ha chiamato la sua performance “Explosion studio”, un’esplosione artistica irripetibile, evento unico in preparazione della mostra “IN THE VOLCANO. Cai Guo-Qiang and Pompeii” allestita al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 22 febbraio al 20 maggio 2019. “Explosion studio” propone dunque un’esplosione di polvere da sparo e fumi colorati nell’Anfiteatro di Pompei per ripercorrere la dinamica tragica e, al tempo stesso, vitale dell’eruzione del Vesuvio, in un viaggio poetico senza tempo che racconta la distruzione e la rinascita a nuova vita di Pompei. “Un’esplosione artistica – spiegano i promotori – che, attraverso le sue fasi, riproporrà non soltanto la tragedia che sconvolse Pompei, ma anche la sua fortunosa scoperta in grado di riportare alla luce eccezionali testimonianze storiche ed archeologiche”. Ad assistere alla performance nell’anfiteatro sono ammessi solo i tecnici e i giornalisti, ma l’evento sarà interamente documentato e visibile al pubblico nell’ambito della mostra al Mann.

“Atto sesto: gigli rossi”, un’opera di Cai Guo Qiang (foto di Tatsumi Masatoshi)

L’evento si aprirà con i saluti del direttrice ad interim del parco archeologico di Pompei, Alfonsina Russo, dal direttore del Mann, Paolo Giulierini, del curatore artistico del progetto, Jérôme Neutres e dell’artista Cai Guo-Qiang. Le opere create dall’esplosione artistica saranno “scavate” e poi trasferite al museo Archeologico nazionale di Napoli dove, fino al 20 maggio 2019, saranno disseminati negli spazi museali (dalla Collezione Farnese alla sezione affreschi, dall’atrio alla collezione dei mosaici): i lavori di Cai Quo Qiang racconteranno il legame indissolubile tra passato e presente, cultura orientale e occidentale. L’artista Cai Guo-Qiang prosegue, con questo doppio appuntamento artistico, la sua attività in Italia, dopo il successo della performance con fuochi d’artificio a Firenze (“Cai Guo-Qiang. City of Flowers in the Sky”) e della personale “Flora Commedia alle Gallerie degli Uffizi”, in programma fino al 17 febbraio 2019, nell’ambito del più ampio progetto “Viaggio di un Uomo nella Storia dell’Arte Occidentale” di Cai Guo-Qiang. “In the Volcano. Cai Guo-Qiang and Pompeii” ospitato dal Parco Archeologico di Pompei e dal museo Archeologico nazionale di Napoli è stato possibile grazie al supporto speciale della Fondazione Morra.

Pompei. Nuova eccezionale scoperta nella Regio V: liberata tutta la stanza con Leda e il cigno, un’alcova raffinata e sensuale, e nell’atrio trovato un affresco di Narciso. “Amore e soavità dei sensi, nelle più svariate forme, trasudano dalle stanze di questa elegante dimora di via del Vesuvio”

L’eccezionale affresco con Narciso che si specchia, ritrovato nell’atrio della casa di via del Vesuvio nella Regio V di Pompei (foto Parco archeologico di Pompei)

Le raffinate decorazioni dell’alcova con Leda e il cigno emerse dallo scavo completo dell’ambiente (foto Parco archeologico di Pompei)

Alla scoperta nell’autunno scorso, in via del Vesuvio, nell’ambito degli scavi nella Regio V di Pompei, dell’affresco sulla parete della camera da letto con una sensuale, ammiccante, rappresentazione della bellissima Leda, moglie di Tindaro re di Sparta, mentre viene ingravidata da Giove che, pur di averla, si è trasformato in cigno, si era intuito che quello realizzato all’interno di una ricca casa, probabilmente di un facoltoso commerciante, era un affresco eccezionale: il mito greco di Leda e il cigno, che pure a Pompei è abbastanza diffuso, non era mai stato trovato “con questa iconografia decisamente sensuale, che sembra guardare al modello scultoreo di Timoteo, importante scultore greco del IV secolo a.C.”, aveva sottolineato Massimo Osanna, allora direttore generale del parco archeologico di Pompei (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/11/19/pompei-a-luci-rosse-dalla-camera-da-letto-della-casa-di-via-del-vesuvio-leccezionale-sensuale-affresco-con-leda-moglie-del-re-di-sparta-ingravidata-da-zeus-trasformatosi-in-cigno-e-l/). Ora gli scavi della domus sono andati avanti restituendo non solo un’alcova sensuale e raffinata riemersa nella sua totale bellezza, come aveva già prospettato lo splendido quadretto di Leda e il cigno; ma alle spalle dell’ambiente è tornata in luce anche parte dell’atrio della dimora, con pareti dai vividi colori e l’affresco di Narciso, al centro di una di esse, che lo vede specchiarsi nell’acqua rapito dalla sua immagine, secondo l’iconografia classica. Amore e soavità dei sensi, nelle più svariate forme, trasudano dalle stanze di questa elegante dimora che, già dal corridoio di ingresso, accoglieva gli ospiti con l’immagine vigorosa e di buon auspicio del Priapo, anche essa già documentata mesi fa e in analogia con quella della vicina Casa dei Vettii.

La direttrice Alfonsina Russo e il direttore scientifico Massimo Osanna nell’alcova con Leda e il cigno (foto Parco archeologico di Pompei)

Le raffinate decorazioni nello spazio di incasso del letto nella stanza con Leda e il cigno (foto Parco archeologico di Pompei)

“Ancora straordinarie scoperte dal cantiere della Regio V”, dichiara Massimo Osanna. “Si ripropone nell’atrio della casa la scena di un mito, quello di Narciso, ben noto e più volte ripetuto a Pompei. Tutto l’ambiente è pervaso dal tema della gioia di vivere, della bellezza e vanità, sottolineato anche dalle figure di menadi e satiri che, in una sorta di corteggio dionisiaco, accompagnavano i visitatori all’interno della parte pubblica della casa. Una decorazione volutamente lussuosa e probabilmente pertinente agli ultimi anni della colonia, come testimonia lo straordinario stato di conservazione dei colori”.

La stanza con Leda e il cigno dalle raffinate decorazioni (foto Parco archeologico di Pompei)

L’imbuto in bronzo trovato nel deposito creato nel sottoscala (foto Parco archeologico di Pompei)

Decori raffinati di IV stile caratterizzano l’intera stanza di Leda, con delicati ornamenti floreali, intervallati da grifoni con cornucopie, amorini volanti, nature morte e scene di lotte tra animali. Finanche sul soffitto, rovinosamente crollato sotto il peso dei lapilli, si estendeva l’armonia di questi pregiati disegni, i cui frammenti sono stati recuperati dai restauratori per ricomporne la trama. Interessante, nell’atrio di Narciso, è la traccia ancora visibile delle scale che conducevano al piano superiore, ma soprattutto il ritrovamento nello spazio del sottoscala, utilizzato come deposito, di una dozzina di contenitori in vetro, otto anfore e un imbuto in bronzo. Una situla bronzea (contenitore per liquidi) è stata invece rinvenuta accanto all’impluvio.

Una restauratrice all’opera nella stanza con Leda e il cigno (foto Parco archeologico di Pompei)

“La bellezza di queste stanze, evidente già dalle prime scoperte, ci ha indotto a modificare il progetto e a proseguire lo scavo per portare alla luce l’ambiente di Leda e l’atrio retrostante”, dichiara la neo direttrice Alfonsina Russo. “Ciò ci consentirà in futuro di aprire alla fruizione del pubblico almeno una parte di questa domus. Lo scavo della stessa è stato possibile nell’ambito del più ampio intervento di messa in sicurezza e riprofilamento dei fronti di scavo, previsto dal Grande Progetto Pompei, che sta interessando gli oltre 3 km di perimetro che costeggia l’area non scavata di Pompei. Nel rimodulare la pendenza dei fronti che incombevano minacciosamente sulle strutture già in luce, sono venute fuori questi eccezionali ritrovamenti. In questa delicata fase, il collega Massimo Osanna sta proseguendo la direzione scientifica dello scavo per fornire il suo prezioso e competente supporto e garantire una linea di continuità scientifica alle attività di scavo”.

Al via a Paestum la XXI Borsa mediterranea del Turismo archeologico: 100 espositori di cui 20 Paesi esteri, circa 60 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 120 operatori dell’offerta. Ecco i momenti da non perdere nel ricco programma

Dodicimila visitatori, 100 espositori di cui 20 Paesi esteri, circa 60 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 120 operatori dell’offerta, 100 giornalisti accreditati: ecco i numeri della XXI edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma a Paestum da giovedì 15 a domenica 18 novembre 2018, promossa e sostenuta da Regione Campania, città di Capaccio Paestum, parco archeologico di Paestum. La Bmta, ideata e organizzata dalla Leader srl con la direzione di Ugo Picarelli, si conferma un evento originale nel suo genere: luogo di approfondimento e divulgazione di temi dedicati al turismo culturale e al patrimonio; occasione di incontro per gli addetti ai lavori, gli operatori turistici e culturali, i viaggiatori, gli appassionati; un format di successo testimoniato dalle prestigiose collaborazioni di organismi internazionali quali Unesco e Unwto. La location per il Salone Espositivo, il Programma Conferenze e il Workshop ENIT e AIDIT sarà il centro espositivo del Savoy Hotel, a soli 2 km dal parco archeologico, dal museo e dalla basilica, dove avranno luogo le altre sezioni (ArcheoExperience, ArcheoLavoro, la mostra ArcheoVirtual, le Visite Guidate). Vediamo un po’ il ricco programma.

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

A Paestum l’international archaeological discovery Award intitolato a Khaled al-Asaad

Eventi al centro espositivo del Savoy Hotel. Giovedì 15 novembre 2018, “Buone pratiche di orientamento e alternanza scuola-lavoro per la promozione del turismo culturale”, a cura della direzione generale Ufficio scolastico regionale per la Campania Miur; “Le regioni e le nuove camere di commercio insieme per la valorizzazione dei beni culturali e la promozione del turismo”, incontro pubblico tra assessori regionali – turismo e beni e attività culturali – con i presidenti delle Camere di Commercio, in collaborazione con Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e Unioncamere; “Ecosistema digitale per la cultura della Regione Campania: esperienze, buone prassi e programmi in corso”, a cura della direzione generale per le politiche culturali e il turismo della Regione Campania. Venerdì 16 novembre 2018, “Il patrimonio culturale in Africa Orientale. La Farnesina e le ricerche italiane in Etiopia ed Eritrea”, a cura della direzione generale per la promozione del Sistema Paese del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale; “Gemellaggio tra Paestum e Palmira”, alla presenza di Paolo Matthiae che portò alla luce l’antica città di Ebla e di una delegazione siriana, tra cui Talal al-Barazi governatore di Homs e Mohamad Saleh ultimo direttore per il Turismo di Palmira, per suggellare il legame con la “Sposa del Deserto” che tornerà fruibile dal 2019, come da poco annunciato (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/09/07/palmira-riaprira-ai-turisti-entro-lestate-2019-lannuncio-del-governatore-di-homs-a-un-anno-e-mezzo-dalla-sua-definitiva-liberazione-dallisis-a-montereale/); “Il dialogo interculturale valore universale delle identitá e del patrimonio culturale #pernondimenticare il Museo del Bardo, 18 marzo 2015 e #unite4heritage for Palmyra”, con Moncef Ben Moussa direttore del museo del Bardo di Tunisi all’epoca dell’attentato del marzo 2015 (attuale direttore per lo Sviluppo dei musei), Irina Bokova già direttore generale Unesco e Mounir Bouchenaki consigliere speciale del direttore generale Unesco; 4a edizione dell’International archaeological discovery award “Khaled al-Asaad”, alla presenza di Omar Asaad, figlio dell’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, la consegna del premio alla scoperta archeologica più significativa del 2017: la “piccola Pompei francese” di Vienne (sulle sponde del Rodano, a circa 30 km a sud di Lione), una città romana di circa 7mila mq abitata dal I sec. d.C., con ville di lusso arredate con mosaici, statue monumentali e uffici pubblici, esistita per tre secoli e distrutta da una serie di incendi improvvisi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/11/05/vienne-la-piccola-pompei-francese-e-la-scoperta-archeologica-dellanno-premiata-con-linternational-archaeological-discovery-award-khaled-al-asaad-2018-pr/); “Distretti turistici: sviluppo del territorio tra zona a burocrazia zero e politiche comunitarie”, a cura dell’assessorato Sviluppo e promozione del Turismo della Regione Campania e del coordinamento regionale Distretti turistici della Campania; “Incontro con i buyer esteri selezionati dall’Enit e nazionali dell’Aidit”, in collaborazione con Enit, Aidit di Federturismo e Trenitalia; venerdì 16 e sabato 17 novembre 2018, “20 anni di Paestum e Troia quali siti Unesco”, celebrazione del 20° anniversario dell’iscrizione nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità dell’Unesco delle aree archeologiche di Paestum e Troia.

Rüstem Aslan, responsabile dell’area archeologica di Troia

Gli incontri con i protagonisti, dedicati ai siti archeologici del mondo. Sabato 17 novembre 2018: Rüstem Aslan, responsabile dell’area archeologica di Troia (in collaborazione con l’ufficio cultura e informazioni dell’ambasciata di Turchia); Dan Bahat, per decenni l’archeologo ufficiale di Gerusalemme (in collaborazione con l’Ufficio nazionale israeliano del Turismo); Marie Bardisa, conservatrice Grotta di Chauvet; Azedine Beschaouch, segretario scientifico del comitato internazionale di Coordinamento per la Salvaguardia e lo Sviluppo di Angkor – Cambogia; Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo.

La famosa lastra di copertura della Tomba del Tuffatore esposta al museo Archeologico nazionale di Paestum

Il Workshop Enit e Aidit al centro espositivo del Savoy Hotel

Premio Paestum Archeologia “Mario Napoli”. Assegnato a quanti contribuiscono, con il loro impegno, alla valorizzazione del patrimonio culturale, alla promozione del turismo archeologico e al dialogo interculturale. Dal 2018, in coincidenza del 50° anniversario della scoperta della Tomba del Tuffatore, il premio è intitolato all’archeologo Mario Napoli che, il 3 giugno 1968, data del ritrovamento dell’unica testimonianza in ambito greco di pittura non vascolare, dirigeva la soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino e Benevento. Ricevono il Premio per il 2018: Irina Bokova, già direttore generale Unesco; Sackona Phoeurng, ministro della Cultura del Regno di Cambogia; Paolo Verri, direttore generale Fondazione Matera-Basilicata 2019. Da non perdere il Salone Espositivo, l’unico al mondo dedicato al patrimonio archeologico con la presenza di istituzioni, enti, Paesi Esteri, Regioni, organizzazioni di categoria, associazioni professionali e culturali, aziende e consorzi turistici. La stretta collaborazione con le Regioni ha determinato una notevole partecipazione: Abruzzo, Basilicata (APT Agenzia Promozione Territoriale), Calabria, Campania, Lazio (Agenzia Regionale per il Turismo), Sicilia (assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e assessorato del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo). Rappresentate anche altre regioni italiane: Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna. Da sottolineare l’autorevole presenza del MiBAC, con uno stand di oltre 300 mq nel quale è previsto un ricco programma di incontri, e la partecipazione per la prima volta di Roma Capitale. Tra i 100 espositori, previsti come ogni anno numerosi Paesi esteri: Albania, Azerbaigian, Cambogia, Croazia, Ecuador, Estonia, Etiopia, Georgia, Giordania, Grecia, Israele, Mongolia, Montenegro, Perù, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Tunisia, Turchia, Uzbekistan. Inoltre, come in passato, la Borsa ha ritenuto di dare attenzione rilevante a Palmira dedicandole uno spazio nel Salone Espositivo. Per quanto riguarda l’aspetto economico, nel rispetto del nome Borsa, il Workshop di sabato 17 novembre dedicato al turismo culturale si arricchisce dei buyer nazionali dell’Aidit Associazione Italiana Distribuzione Turistica di Federturismo Confindustria, che si aggiungono a quelli europei selezionati dall’Enit provenienti da 7 Paesi (Austria, Belgio, Germania, Olanda, Regno Unito, Spagna, Svizzera).

La mostra di ArcheoVirtual al museo Archeologico di Paestum presenterà lo stato dell’arte del digitale nei musei archeologici

Eventi alla Basilica, Parco e Museo Archeologico di Paestum. Attraverso i Laboratori di archeologia sperimentale nei pressi del Museo Archeologico, ArcheoExperience permette di rivivere le antiche tecniche utilizzate per creare gli oggetti adoperati dai nostri lontani antenati e ora conservati nelle vetrine dei musei archeologici, testimoni della cultura materiale che ha accompagnato l’evoluzione dell’uomo: la lavorazione dell’ambra nella Preistoria, la vita delle Legioni romane, l’arte del vasaio dalla Magna Grecia ad oggi, la produzione di calzature in pelle, lucerne in terracotta e gioielli nell’antichità. La mostra di ArcheoVirtual al museo Archeologico presenterà lo stato dell’arte del digitale nei musei archeologici in collaborazione con l’Itabc Istituto per le Tecnologie applicate ai Beni culturali Cnr e la direzione generale Musei del ministero per i Beni e le attività culturali. La mostra vuole essere un laboratorio interattivo e stimolante in cui le applicazioni siano strumento di comunicazione culturale e di promozione turistica ad ampio spettro, abbracciando il pubblico più eterogeneo e gli ambiti più diversi. I visitatori potranno, solo per fare alcuni esempi, camminare nei templi di Paestum all’epoca della loro costruzione, sorvolare la Valle del Tevere in un viaggio attraverso il tempo, o difendere il Castello Sforzesco nei panni di un arciere virtuale. ArcheoVirtual, attraverso la mostra e il workshop di sabato 17 novembre, intende valorizzare le soluzioni tecnologiche che hanno reso i luoghi della cultura più appetibili per il grande pubblico e più leggibili in termini di comprensione e sensibilità culturale.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum

Archeolavoro presso la Basilica da giovedì 15 a sabato 17 novembre 2018: orientamento post diploma e post laurea con presentazione dell’offerta formativa a cura delle università presenti nel Salone: Alma Mater Studiorum università di Bologna, università Cattolica del Sacro Cuore, università di Salerno, università Europea di Roma, università Giustino Fortunato, Universitas Mercatorum; presentazione delle figure professionali e incontri con i protagonisti dedicati a scuole e università con la partecipazione di Ciro Buonajuto, sindaco di Ercolano; Mario Caligiuri, direttore del Master in Intelligence università della Calabria: Lorenzo Nigro, archeologo e associato dipartimento di Scienze dell’Antichità – Sezione di Orientalistica “Sapienza” università di Roma; Francesco Scoppola, direttore generale Educazione e Ricerca MiBAC; Giusy Sica, Founder Re-Generation (Y)outh e Dina Galdi consulente in politiche del turismo; Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano; Luigi Vicinanza, presidente della Fondazione Cives; Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum; ArcheoTeatro, workshop di orientamento e formazione a cura dell’Accademia Magna Graecia di Paestum con la direzione artistica di Sarah Falanga. E ancora: giovedì 15 e venerdì 16 novembre, Masterclass a cura di Universitas Mercatorum riservate ai diplomati; venerdì 16 novembre, premio “Antonella Fiammenghi” per la migliore tesi di laurea sul turismo archeologico.

Il carro del principe sabino di Eretum, in lamine dorate (VII-VI sec. a.C.), protagonista della mostra “Testimoni di civiltà – L’art. 9 della Costituzione. La tutela del patrimonio culturale della Nazione”, aperta a Roma alla Camera dei Deputati con i reperti recuperati dal nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri

Il carro principesco di Eretum, trafugato da Fara Sabina, quando era esposto al Ny Calsberg Glyptotek di Copenhagen

Le lamine dorate del carro di Eretum recuperate dai carabinieri

Il prezioso carro da battaglia del principe sabino era il pezzo forte del corredo funebre, uno status symbol che doveva giacere accanto al suo signore, nella necropoli di Eretum, città sabina dell’antico Lazio, oggi Fara Sabina. Ma non c’era solo il principesco carro, in lamine dorate, che mani abilissime di artisti ciprioti o fenici nel VII-VI sec. a.C. avevano sbalzato, decorandole con figure di animali veri o fantastici, dai grandi uccelli ad ali spiegate alle sfingi, dai leoni che mangiano cerbiatti alle leonesse che coccolano i loro cuccioli. Nel corredo c’erano anche gioielli, il pettorale d’oro del principe, armi, scudi, cinture, bronzi, ceramiche. Il riposo del principe sabino è stato violato più di 25 secoli dopo. I tombaroli, siamo negli anni ’70 del secolo scorso, hanno depredato la tomba nella necropoli di Colle.  E i suoi tesori presero la via dell’estero acquisiti dai mercanti più in auge e spregiudicati di quegli anni, Robert Hecht con base a Parigi e Giacomo Medici a Ginevra. E finirono a Copenaghen, al Ny Calsberg Glyptotek, che nel 1971 per il solo corredo del principe staccò un assegno di 1.264.752 franchi svizzeri. Non stupisce che per anni il museo danese si sia rifiutato di restituire all’Italia il tesoro di Eretum, comprato a caro prezzo.  Ma per fortuna il clima è cambiato. E grazie a un accordo siglato dal Mibact con il Ny Calsberg Glyptotek di Copenhagen, il prezioso corredo funebre del principe sabino di Eretum completo del suo celeberrimo calesse nel 2017 è tornato a casa. “Una crisi trasformata in opportunità”, commenta soddisfatto il ministro della cultura Dario Franceschini e che apre un capitolo di collaborazioni con il museo danese. In cambio delle restituzioni l’Italia infatti si è impegnata a prestare a Copenaghen anche per lunghi periodi, altri gioielli del suo patrimonio, che in Danimarca troveranno una vetrina adeguata e in qualche caso anche i restauri che in patria non si era ancora riusciti a fare o completare. Il primo prestito partirà, dal 1° novembre 2018, e arriverà dal Museo di Vulci, anticipa ancora Alfonsina Russo. Sarà composto da alcuni reperti della “Tomba delle mani d’argento”, ai quali si aggiungono oggetti provenienti da depositi votivi, sempre di Vulci, e corredi delle necropoli di Capena, Crustumerium e Fidene, che verranno anche restaurati dagli esperti della istituzione danese.

Il manifesto della mostra “Testimoni di civiltà” alla Camera dei Deputati

Prima di tornare nei luoghi di origine le lamine dorate del carro del principe sabino di Eretum, riassemblate per l’occasione, è il protagonista della mostra “Testimoni di civiltà  – L’art. 9 della Costituzione. La tutela del patrimonio culturale della Nazione”, aperta dal 24 gennaio al 28 febbraio 2018 dalle 10 alle 18 (apertura dal lunedì al venerdì) nella “Sala della Lupa” di Palazzo Montecitorio, promossa con il sostegno della Camera dei Deputati ed organizzata dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. La mostra vuole celebrare il settantesimo anniversario dell’entrata in vigore della Legge Fondamentale dello Stato Italiano, attraverso l’esposizione di un’importante selezione di opere recuperate da questo Reparto Speciale dell’Arma dei Carabinieri, grazie ad attività investigative, all’azione della “Diplomazia culturale” o alle operazioni di messa in sicurezza del patrimonio culturale colpito dagli eventi sismici del 2016 che hanno interessato l’Italia centrale. In mostra 14 importanti opere, molti i reperti archeologici, tra le quali spicca il carro di Eretum, per la prima volta esposto in Italia dopo il recente rimpatrio dalla Danimarca.

La Triade Capitolina trafugata da Guidonia nel 1992 e recuperata a Livigno dai carabinieri

Può anche essere ammirato il noto gruppo scultoreo “Triade Capitolina”, rinvenuto negli anni ’90 nel corso di scavi clandestini, nonché la grande tela d’altare di Giovan Battista Tiepolo della chiesa di San Filippo Neri di Camerino, messo in sicurezza a seguito dei drammatici eventi sismici che si sono verificati in Italia nel 2016. La “Triade Capitolina” fu ritrovata quasi integra a Guidonia (Roma) nel 1992 al parco dell’Inviolata, dove ora sorge una discarica. Dopo il ritrovamento, la Triade subì alterne vicende. Fu infatti trafugata, e due anni dopo, nel 1994, fu recuperata a Livigno dal nucleo investigativo dei Carabinieri e posta nel museo Archeologico di Palestrina. Infine è stata ricollocata nella sua legittima sede di Guidonia-Montecelio. E ora è temporaneamente esposta nella mostra di Roma. La Triade di Guidonia dovrebbe risalire all’età tardo-antonina (188 – 217 d.C.), epoca dell’imperatore romano Caracalla. Il gruppo scultoreo, in marmo lunense, rappresenta Giove, Giunone e Minerva, cari a quel culto tipicamente romano volto ad identificare la grandezza di Roma anche dal punto di vista religioso. Le tre divinità sono sedute su un unico trono. Giove, al centro, con lo scettro nella sinistra ed un fascio di fulmini nella mano destra; alla sua sinistra Giunone velata, con diadema, scettro nella sinistra e patera nella destra; alla sua destra Minerva con elmo corinzio, il braccio destro, mancante, che doveva essere sollevato per sostenere l’elmo. Tre piccole Vittorie alate incoronano le divinità, Giove con una corona di quercia, Giunone di petali di rosa, Minerva di alloro. Ai loro piedi gli animali della tradizione sacra: l’aquila, il pavone e la civetta.

La testa di Tiberio rubata dal museo di Sessa Aurunca nel 1944

La testa di Druso Minore recuperata negli Usa

Gli straordinari ritratti dell’imperatore Tiberio e del figlio Druso Minore, entrambe sculture del I sec. d.C., ci ricordano invece di un furto lontano nel tempo. Le due sculture furono sottratte dal museo di Sessa Aurunca (Caserta) nel 1944, durante la seconda guerra mondiale, e sono state recuperate negli Stati Uniti d’America solo nel 2017. Le lunghe e complesse indagini che hanno portato i carabinieri del comando tutela patrimonio culturale al recupero dei due ritratti marmorei sono partite dall’esame di una pubblicazione del 1926, sullo scavo archeologico dell’antico teatro romano di Sessa Aurunca. All’interno della pubblicazione è stato possibile acquisire notizie sul ritrovamento di 4 teste in marmo. Tra queste, c’erano anche quelle di Tiberio e di Druso. Dopo il furto infatti la testa di Tiberio approdò negli Stati Uniti e infine fu acquistata da un collezionista che la espose al museo di New York nel 2004. Dopo l’esposizione newyorkese i carabinieri rintracciarono il collezionista che decise di restituire il marmo all’Italia. La testa di Tiberio è tornata in Italia il 19 gennaio 2017.  La testa di Druso scomparve mentre le truppe alleate stavano risalendo lo stivale, probabilmente sottratta dalle truppe algerine al seguito dei francesi, che la trasportarono in Nord Africa. Di qui più tardi Druso finì a Parigi, dove venne venduto all’asta finendo nel 2004 tra le opere del Cleveland museum of Art, in Ohio, il quale ha concordato in aprile 2017 la sua restituzione con il ministero dei Beni Culturali. E dal settembre 2017 è tornata in Italia.

Il rilievo funerario palmireno trafugato dalla Siria e ritrovato ad Asti

Finora abbiamo “riscoperto” capolavori archeologici trafugati dall’Italia e rintracciati all’estero dove erano finiti attraverso i canali del mercato antiquario illegale. Ma in mostra alla Camera dei Deputati troviamo anche un bel rilievo funerario palmireno. Perché? Se il patrimonio culturale italiano è stato oggetto di spoliazioni, l’Italia è a sua volta tappa o terminale del traffico illegale di reperti archeologici dal Vicino Oriente, martoriato ormai da molti anni da conflitti che hanno messo in crisi il controllo capillare del territorio. Così il nucleo tutela del patrimonio culturale dei carabinieri interviene anche per smantellare il mercato antiquario clandestino in entrata. Come è il caso di questo rilievo funerario palmireno, esportato clandestinamente dalla Siria e sequestrato in un’abitazione privata ad Asti nel 2011.

Roma. Il Colosseo punta a 7 milioni di visitatori. Alfonsina Russo nominata direttore del Parco archeologico del Colosseo: tutte le novità della nuova istituzione. Aperti i livelli IV e V dell’anfiteatro Flavio: vista mozzafiato sul monumento e su Roma. Nella mostra “Colosseo. Un’icona” il monumento si racconta dai giochi gladiatori ai film peplum e alla pop art

Migliaia di turisti in coda per visitare il Colosseo a Roma

Il ministro Dario Franceschini al Colosseo

Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo

Ancora poche settimane e sapremo se il Colosseo ha battuto ogni record superando quota 7 milioni di visitatori: nel 2016 si erano sfiorati i 6 milioni e mezzo. Ne è convinto il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini che, dopo aver portato in porto la nascita del parco archeologico del Colosseo, alla fine di novembre 2017 ha fatto l’annuncio più atteso, quello che porta a regime il parco archeologico del Colosseo di Roma, cioè la nomina del direttore individuato dopo una gara internazionale: “Il parco archeologico del Colosseo ha una nuova direttrice. Si tratta di Alfonsina Russo”. Archeologa, specializzata e dottore di ricerca in archeologia classica. Dal 2009 è dirigente del Mibact. Nella sua attività professionale ha operato in Magna Grecia, nel Molise e nel Lazio. Si è occupata di allestimenti museali e di gestione di musei, di allestimenti di importanti mostre in Italia e all’estero. Ha curato numerose pubblicazioni scientifiche e ha tenuto conferenze in prestigiose università italiane e straniere. È stata soprintendente archeologo per l’Etruria meridionale e soprintendente per l’Archeologia belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale. La Russo l’ha spuntata su 78 candidature. Di queste circa il 15% provenienti dall’estero, vagliate dalla commissione presieduta da Paolo Baratta, presidente della Fondazione La Biennale di Venezia. I 10 candidati ammessi al colloquio, tra i quali uno straniero, sono stati ascoltati il 18 novembre dalla commissione che, secondo quanto stabilito dal bando, ha individuato una terna da sottoporre al ministro per la scelta finale.  E Franceschini ha scelto Alfonsina Russo. “Si tratta di un profilo di altissima qualità che saprà coniugare ricerca, innovazione e tutela per uno dei monumenti più celebri al mondo e autentica icona dell’Italia”, sottolinea il ministro, che ne approfitta per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. “Come si vede, tutte le polemiche sulla scelta di stranieri a guidare i musei o sulla mancata valorizzazione delle professionalità esterne al ministero erano fuori luogo. La commissione, che ringrazio, ha valutato i curricula e l’attitudine a guidare il parco archeologico più importante e conosciuto del mondo, indipendentemente dalla nazionalità e io ho scelto, all’interno della terna che mi è stata proposta, Alfonsina Russo, una archeologa italiana che ha accumulato una importante esperienza di tutela e valorizzazione a più livelli. Il suo nome esce da una selezione innovativa e trasparente che tutti i musei di tutto il mondo hanno studiato e apprezzato come un possibile modello. Di questo l’Italia deve essere orgogliosa”. E Alfonsina Russo si dice onorata della scelta: “Sono felicissima, ringrazio il ministro Franceschini e tutto il ministero per la fiducia che mi hanno accordato. È un grande onore per me, perché dirigo il luogo archeologico più importante al mondo. Sono emozionata e felice”. Per Russo ora “il primo obiettivo sarà ridare vita e riaprire il parco anche alla città di Roma, perché i cittadini devono essere consapevoli del tesoro che hanno. E poi affronteremo anche le tante problematiche che ci sono”.

Una spettacolare immagine dall’alto del Colosso, icona di Roma

Ma facciamo un passo indietro. Il parco archeologico del Colosseo di Roma, istituito con decreto ministeriale all’inizio del 2017, con l’autonomia di cui godono gli altri parchi archeologici, ha competenza sul Colosseo, sul Foro Romano, sul Palatino e sulla Domus Aurea. Accanto al parco è nata anche una soprintendenza ad hoc per il resto della città. “Il territorio di Roma sarà competenza di un’unica soprintendenza speciale”, spiega il ministro, “che avrà competenza su tutti i settori mantenendo l’autonomia gestionale e contabile anche su alcuni siti”. Si tratta di una soprintendenza che comprenderà l’intero territorio di Roma. Con l’istituzione del parco archeologico del Colosseo, l’esistente soprintendenza speciale sotto la quale ricadevano l’Anfiteatro Flavio, il Palatino, il Foro e la Domus Aurea, guidata da Francesco Prosperetti, è stata riorganizzata, inglobando quella delle Belle arti e del paesaggio, e rinominata soprintendenza speciale Archeologia, Belle arti e Paesaggio. La nuova soprintendenza mantiene la sua autonomia speciale. “Per assicurarne il buon andamento”, chiariscono al Mibact, “è stato individuato un apposito meccanismo di finanziamento. In particolare, alla soprintendenza speciale è trasferita una quota pari al 30% degli introiti complessivi annui del parco archeologico del Colosseo prodotti da biglietti di ingresso, al netto dell’eventuale aggio”. Se si considera che, per il 2016, l’importo degli introiti complessivi annui derivanti da bigliettazione da Colosseo, Palatino, Foro romano e Domus aurea è stato, al netto dell’aggio concessorio, di circa 35-36 milioni di euro, la soprintendenza speciale disporrà di un finanziamento stabile intorno ad almeno 11 milioni di euro annui. Importo che si aggiungerà comunque ai trasferimenti che saranno assicurati dal Mibact e a ogni altra eventuale risorsa come donazioni o sponsorizzazioni.

La veduta mozzafiato dal V livello del Colosseo, riaperto dopo 40 anni ai visitatori

Il ministro Dario Franceschini alla riapertura dell’attico del Colosseo

Per Alfonsina Russo quindi si prospetta un grande impegno. Con un Colosseo che non finisce mai di stupire. È lo stesso ministro Franceschini a intervenire sul progetto di sistemazione dell’arena (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/05/19/roma-il-colosseo-avra-di-nuovo-larena-come-era-fino-allottocento-franceschini-coi-diritti-tv-degli-eventi-si-pagheranno-i-restauri-dellarea-archeologica/), sicuramente destinato a richiamare altri visitatori.  “Il progetto va avanti”, assicura. “È già finanziato per 18 milioni di euro. La ricostruzione dell’arena riporterà il Colosseo come è stato fino alla fine dell’Ottocento: ci sono foto splendide che lo testimoniano. Il monumento si potrà così ammirare anche dal centro e potrà ospitare eventi culturali di altissima e grandissima qualità. Ovviamente prima vanno restaurati i sotterranei, un intervento che richiede un anno e mezzo”. Ma in attesa dell’arena ripristinata c’è già ora una grande novità per le migliaia di visitatori. Dal 1° novembre 2017, dopo più di 40 anni di chiusura, sono visitabili il IV e il V livello del Colosseo con visite guidate su prenotazione. Riaprono al pubblico, dopo più di 40 anni, il IV e il V livello del Colosseo. Posizionati a circa 40 metri d’altezza rispetto al piano dell’arena, il V livello era destinato alla plebe e non consentiva una veduta dettagliata di quanto accadeva nell’arena, ma in compenso era coperto dal velarium che riparava dal sole e dalla pioggia. Il IV livello era riservato alla classe dei commercianti e la piccola borghesia, il III a una categoria che potremmo definire middle class, il II ai cavalieri (gli equites), e il I, infine, era destinato ai senatori, che sedevano su dei troni di marmo e agli ospiti pubblici. “È una giornata importante, riapriamo i piani alti dell’Anfiteatro Flavio dopo un restauro importante”, ha detto il ministro Franceschini. “Da qui si può apprezzare una vista incredibile sul Colosseo e su Roma. Insomma, il percorso di valorizzazione del monumento va avanti e proseguirà con il progetto di ricostruzione dell’Arena, che è stato già finanziato, che sta procedendo e che renderà ancora più spettacolare la visita di questo monumento, simbolo dell’Italia nel mondo”. Fino ad oggi era possibile visitare l’anfiteatro Flavio soltanto fino al III livello. Questo nuovo itinerario, consentito per ragioni di sicurezza soltanto accompagnati da una guida e per gruppi di massimo 25 persone, comincia con l’attraversamento dell’unica galleria conservata come in origine. Si tratta di uno spazio con copertura a volta destinato allo smistamento del pubblico. Situata in uno spazio intermedio tra il II e il III livello, la galleria – mai aperta al pubblico prima d’ora – presenta un ulteriore unicum: intonaci bianchi con segni di corone, riportati alla luce da un capillare restauro.

Manifesto della mostra “Colosso. Un’icona” aperta nell’anfiteatro Flavio

Intanto fino al 7 gennaio 2018 i milioni di visitatori dell’anfiteatro Flavio potranno visitare nell’ambulacro del secondo ordine la mostra “Colosseo. Un’icona” dove il Colosseo si racconta per la prima volta: si può così conoscere tutta la storia del monumento che va oltre la narrazione del tempo dei Cesari, per ripercorrere la lunga e intensa vita del sito nei secoli, fino ai giorni nostri. La rassegna, promossa dalla soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, con Electa, è curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenzani con l’allestimento di Francesco Cellini e Maria Margarita Segarra Lagunes. In sei sezioni ordinate cronologicamente, l’influenza storico-culturale dell’anfiteatro si riscontra negli ambiti più diversi: dalla pittura al restauro, dall’architettura all’urbanistica, dallo spettacolo alla letteratura, dalla sociologia alla politica. Nel tempo, il monumento diventa simbolo per eccellenza di eternità e potenza, di civiltà e cultura. Ancora oggi all’attenzione della cronaca internazionale, il Colosseo è presente nell’immaginario collettivo non solo degli italiani: il suo mito continua.

Palatino, arco di Costantino e Colosseo in un quadro di Jan Frans van Bloemen (1740) conservato all’Accademia di San Luca a Roma

La mostra “Colosseo. Un’icona” – come si diceva –  va oltre la narrazione del periodo più noto, quando terminano ufficialmente i giochi gladiatori, per ripercorrere la lunga e intensa vita del sito nei secoli. Dalla vivace e poco nota attività commerciale, residenziale e religiosa che lo caratterizzò nel Medioevo, al fascino che esercitò su grandi architetti e pittori del Rinascimento. Dal suo imporsi nel Settecento come meta privilegiata del Gran Tour di poeti, scrittori e vedutisti a luogo dell’immaginazione romantica. Con l’avvento del fascismo, il Colosseo divenne nuovamente, come in antico, proscenio ideologico del potere. Nel dopoguerra comincia a costruirsi un nuovo mito del Colosseo: l’Anfiteatro Flavio entra prepotentemente al cinema con i film peplum e nei capolavori del Neorealismo italiano, mentre la pop art romana lo consacra al ruolo di icona, che continuerà a rivestire senza soluzione di continuità fino ai giorni nostri. Anche l’arte contemporanea racconta il monumento, emblema della città e dell’Italia attraverso dipinti, installazioni, performance, video e scatti di artisti di fama internazionale. La rassegna ripercorre la vita del monumento attraverso immagini e oggetti, per un totale di circa cento opere esposte. La mostra è arricchita dai risultati inediti dei recenti scavi e restauri, che confermano che il Colosseo pullulava di vita, cripte, chiese, botteghe, edifici residenziali di grandi famiglie aristocratiche e umili dimore.

Locandina del film “Vacanze romane” di William Wyler (1953)

Anche il cinema celebra il Colosseo, coprotagonista di storie, amori e battaglie. Il filmato “Nuovo Cinema Colosseo” racconta questa vicenda in 23 minuti fitti di capolavori indimenticabili: una ricca antologia cinematografica dal prezioso archivio di Istituto Luce – Cinecittà. Dal “Quo Vadis?” di Enrico Guazzoni al “Gladiatore” di Ridley Scott, da “Vacanze romane” di William Wyler a “La commare secca” di Bernardo Bertolucci, da “Un americano a Roma” di Steno a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino e “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Mainetti, la storia del cinema si proietta sulle volte del Colosseo lungo tutto il percorso della mostra. Pur con tutte le sue trasformazioni, la fama del Colosseo rimane immutata nei secoli e il suo mito continua, diventando una vera e propria icona pop del nostro tempo.

Subiaco. Restaurato il nucleo A della villa imperiale di Nerone, splendida dimora realizzata sulle rive di tre laghi artificiali. Visite guidate in tutti i week end di agosto e settembre 2016

Grazie ai restauri della soprintendenza è oggi possibile visitare il sito della villa di Nerone a Subiaco

Grazie ai restauri della soprintendenza è oggi possibile visitare il sito della villa di Nerone a Subiaco

Della grande villa imperiale voluta da Nerone nei suoi primi anni di regno (54-55 d.C.) nel territorio di Subiaco in un’area ricca di vegetazione tra i monti Taleo e Francolano, lambita dal fiume Aniene, rimangono modeste vestigia, ma sufficienti a dare l’idea della monumentalità del complesso: una splendida dimora che si estendeva su una superficie di circa 75 ettari. Tanto per avere un’idea, 15 in più della parte scavata di Villa Adriana a Tivoli. La villa, nota come villa Sublaqueum (sotto il lago), fu costruita sulle rive di tre laghi artificiali, ottenuti con lo sbarramento in tre punti della valle e la realizzazione di altrettante dighe. A destra e a sinistra dei tre laghi, denominati simbruina stagna (i laghetti dei Simbruini, scomparsi dopo una piena del 1305), si levarono i padiglioni della villa, lungo una superficie di circa due chilometri e mezzo; la villa era dunque costituita di più nuclei. Univa i padiglioni un grande ponte di marmo.

La pianta dell'imponente villa imperiale voluta da Nerone tra l'Aniene e i monti di Subiaco

La pianta dell’imponente villa imperiale voluta da Nerone tra l’Aniene e i monti di Subiaco

La villa di Nerone sorgeva attorno a tre laghetti artificiali su una superficie di 75 ettari

La villa di Nerone sorgeva attorno a tre laghetti artificiali su una superficie di 75 ettari

Proprio uno di questi nuclei, il cosiddetto nucleo A – nella zona di San Clemente – grazie ai recenti lavori di restauro condotti dalla soprintendenza Archeologia del Lazio con la collaborazione del Comune di Subiaco, viene aperto al pubblico in tutti i week end di agosto e settembre 2016. In località San Clemente, sulla riva destra dell’Aniene, si trovano infatti le tracce più evidenti, particolarmente interessanti perché riguardano il nucleo della villa che S. Benedetto utilizzò per costruire la casa-madre, il primo dei monasteri da lui fondati. L’area di 1400 mq fu parzialmente scoperta nel 1883 e portata alla luce tra il 1994 e il 1999. Il fabbricato, in muratura (opus reticulatum), è compatto. Rimane isolata, nel punto più alto, solo una cisterna rettangolare; mentre più in basso ci sono una ventina di ambienti circondati da un corridoio che li stacca dalla roccia. “Risulta difficile al momento stabilire quali funzione avessero i diversi ambienti”, spiegano gli esperti, “tuttavia quasi certamente cinque di essi fungevano da terme: sono stati individuati un locale per il bagno caldo e la relativa camera di combustione. Un altro vano rettangolare corrisponde a un ninfeo ed è stata individuata anche una vasca ellittica forse destinata ad allevamento ittico”.

L'Efebo di Subiaco, trovato nel nucleo D della villa di Nerone, è oggi conservato al museo di Palazzo Massimo a Roma

L’Efebo di Subiaco, trovato nela villa di Nerone, è oggi conservato al museo di Palazzo Massimo a Roma

Alla villa Imperiale si arrivava attraverso la via Sublacense, fatta progettare dallo stesso Nerone, che qui si rifugiava nei periodi caldi dell’anno tra cascate, giochi d’acqua e grotte. Ma tutta questa natura rigogliosa non bastò a trattenere l’imperatore che – come ci narra Tacito negli Annales (XIV, 22) – considerò nefasta la caduta di un fulmine sul tavolo dove stava bacchettando. E così nel 60 d.C. Nerone decise di abbandonarla, e solo durante il regno di Traiano la Villa venne in parte ristrutturata. Tutte le dighe crollarono durante il Medioevo. I resti della villa imperiale affiorano in diverse zone del sublacense. Nei nuclei della villa situati più in alto, rinvenuti nel 1883-84, furono ritrovate due statue: l’Efebo di Subiaco del IV secolo a.C. e una testa di fanciulla dormiente, conservate nel museo nazionale Romano. Tale nucleo è interpretato dagli archeologi come padiglione-belvedere.

Visite guidate alla villa imperiale di Nerone a Subiaco nei week end d agosto e settembre 2016

Visite guidate alla villa imperiale di Nerone a Subiaco nei week end d agosto e settembre 2016

“Dopo la riapertura della Rocca Abbaziale, visitabile in questo periodo tutti i giorni”, spiega soddisfatto il sindaco Francesco Pelliccia, “riapriamo alla pubblica fruizione un altro sito storico e culturale di grande importanza per la nostra città che merita davvero attenzione. Aumentiamo i nostri siti attrattivi per aumentare la nostra competitività sul mercato turistico. Ci tengo a ringraziare – conclude – la soprintendente Alfonsina Russo e Zaccaria Mari, funzionario di zona, per l’impegno profuso al fine di valorizzare finalmente questo sito dalle enormi potenzialità”. Ecco dunque i cicli di aperture in agosto e settembre 2016 secondo un programma di aperture regolato dall’associazione Ethea che garantisce l’accoglienza e le visite guidate. Il sito, riaperto ufficialmente il 6 agosto, apre il 20, il 21, il 28 e il 29 agosto, e a settembre il 4, l’11 e il 18, sempre dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 17.30. Il prossimo passo sarà rendere fruibile il nucleo D del complesso, collocato dall’altro lato del fiume Aniene, proprio di fronte all’area appena recuperata.

“Gli Ori di Vulci, dal sequestro al restauro”: in mostra a Roma l’eccezionale corredo funerario di una dama etrusca di 2700 anni fa, sequestrato ai tombaroli più di mezzo secolo fa e “riscoperto” nei depositi solo nel 2010

Il manifesto della mostra “Tesori per l'Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

Il manifesto della mostra “Tesori per l’Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

Trafugati, recuperati, dimenticati, ritrovati: sono ori lucenti, pendenti raffinati e preziosissimi scarabei ora al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma nella mostra “Tesori per l’Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro” risultato di una grande scoperta giunta però non da uno scavo sul terreno, ma dal museo. Successe sei anni fa. Era il 2010 quando gli archeologi aprirono delle casse “riemerse” nei depositi durante i lavori di riallestimento del museo Archeologico nazionale di Vulci al castello della Badia. E alla vista del contenuto strabuzzarono gli occhi: lì dentro c’era un vero e proprio tesoro, un corredo ricchissimo che doveva accompagnare nell’aldilà una qualche nobile etrusca di 2700 anni fa. Ma da dove proveniva quel tesoro eccezionale? “Tra la meraviglia degli archeologi”, ricorda Alfonsina Russo, soprintendente Archeologia per l’Etruria meridionale, “partirono le indagini, a suon di materiali d’archivio e testimonianze. Fino a risalire a un sequestro effettuato dai carabinieri a Ischia di Castro, nel Viterbese, nel giugno del 1962, quando monili e gioielli furono miracolosamente sottratti ai tombaroli”. Quel meraviglioso corredo doveva essere appartenuto alla cosiddetta Tomba degli Ori – denominazione non casuale -, una tomba trafugata dalla necropoli della Polledrara, proprio a Vulci, che nel VII sec. a.C. era una megalopoli straordinaria, estesa su oltre 100 ettari, dall’entroterra al mare, abitata da molte migliaia di persone (e per questo negli anni ’60 meta prediletta degli scavi clandestini). La necropoli della Polledrara comunque continua anche oggi a regalare scoperte straordinarie e, purtroppo, ad attirare tombaroli senza scrupoli. Proprio quest’inverno la necropoli vulcente ha restituito un altro preziosissimo tesoro appartenuto a una “principessa bambina” e ora al centro di una vasta campagna di scavi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/10/parco-archeologico-di-vulci-scoperta-nella-tomba-dello-scarabeo-doro-fine-viii-sec-a-c-inviolata-il-tesoro-di-una-principessa-etrusca-bambina-salvato-al-saccheggio-de/).

Dettaglio di una lamina in oro dal corredo della Tomba degli Ori di Vulci

Dettaglio di una lamina in oro dal corredo della Tomba degli Ori di Vulci

Un gioiello d'oro dal corredo sequestrato nel 1962 a Ischia di Castro

Un gioiello d’oro dal corredo sequestrato nel 1962 a Ischia di Castro

Se ora i gioielli della Tomba degli Ori – a più di mezzo secolo dal sequestro – risplendono nelle teche di Villa Giulia, è grazie al lavoro di restauro dell’ISCR e al contributo filantropico della Fondazione Paola Droghetti onlus, che dal 1998, attraverso il finanziamento di borse di studio a ex allievi o laureandi della Scuola di Alta Formazione dell’istituto, contribuisce al recupero e alla valorizzazione del patrimonio artistico e archeologico italiano. Per la progettazione dei supporti sono state impiegate le tecnologie 3D, mentre le analisi radiografiche e di fluorescenza dei raggi X hanno permesso all’Istituto superiore per la conservazione ed il restauro l’identificazione delle leghe di metalli, per lo più rivestite in oro. “I diversi materiali che compongono questo corredo funerario, metalli come l’oro, l’argento e il bronzo, ma anche ambra, pasta vitrea e faïence”, raccontano le restauratrici Irene Cristofari e Flavia Puoti, “hanno richiesto un approccio multidisciplinare e interventi conservativi differenziati”.

Uno degli scarabei in oro trovati nella Tomba degli Ori di Vulci

Uno degli scarabei in oro trovati nella Tomba degli Ori di Vulci

Appuntamento dunque al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma dove, nella sala 21, fino al 31 dicembre è aperta la mostra “Tesori per l’Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro”, realizzata in collaborazione con la soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria meridionale, l’Istituto superiore per la Conservazione e il restauro e la fondazione Paola Droghetti. Tra i pezzi più belli esposti, una sontuosa fibula da parata in lega d’oro, tre rari pendenti a disco in argento dorato con simboli astrali. E poi tre scarabei portafortuna incastonati in pendenti-sigillo di tipo siro-fenicio e un raffinato bracciale tubolare in argento decorato in filigrana d’argento dorata insieme a lamine finemente intarsiate e grandi vasi in bronzo realizzati da artigiani provenienti dal Mediterraneo orientale. Tutto a testimoniare l’alto rango della dama vulcente che ne era proprietaria e un significativo spaccato della composita temperie culturale che connotò Vulci nella prima Età Orientalizzante. Ecco quindi che la Tomba degli Ori, conclude Barbara Davidde Petriaggi, la coordinatrice del progetto, “nel restituirci un tesoro ci svela pure gli intensi scambi marittimi che gli Etruschi avevano con i Greci e i Fenici, spinti sulle coste del Lazio settentrionale dall’esigenza di attingere alle fonti di approvvigionamento di materie prime necessarie al progresso industriale e tecnologico”.

Parco archeologico di Vulci. Scoperto nella “tomba dello Scarabeo d’oro” (fine VIII sec. a.C.), inviolata, il tesoro di una principessa etrusca bambina salvato al saccheggio dei tombaroli. Ad aprile scavi sistematici nell’area vulcente con archeologi internazionali

Lo scavo d'emergenza della Tomba dello Scarabeo d'oro nella necropoli etrusca Mengarelli di Vulci

Lo scavo d’emergenza della Tomba dello Scarabeo d’oro nella necropoli etrusca Mengarelli di Vulci

La chiamano “archeologia d’emergenza”. E stavolta non solo è stata tempestiva, ma anche coronata di successo. Succede a Vulci lo scorso febbraio. Una tomba nel parco archeologico di Vulci è a rischio saccheggio da parte dei tombaroli. Il pronto intervento della soprintendenza insieme all’ente Parco di Vulci permette di salvare una tomba dagli scavatori clandestini, riportando alla luce un piccolo tesoro appartenente a una principessa bambina: il corredo di una inumazione intatta, datata all’Orientalizzante Antico, cioè tra la fine dell’VIII e l’inizio del VII secolo a.C., il periodo più antico dell’Etruria. Una scoperta importante che ha convinto un gruppo internazionale di archeologi ad avviare a Vulci una nuova campagna di scavo sistematica dal prossimo 4 aprile.

Il tesoro della principessa bambina: corredo funebre intatto della Tomba dello scarabeo d'oro nei laboratori della Fondazione Vulci

Il tesoro della principessa bambina: corredo funebre intatto della Tomba dello scarabeo d’oro nei laboratori della Fondazione Vulci

Lo scarabeo, di produzione egizia, incastonato in argento con foglia d’oro, che ha dato il nome alla tomba etrusca della fine VIII sec. a.C.

Lo scarabeo, di produzione egizia, incastonato in argento con foglia d’oro, che ha dato il nome alla tomba etrusca della fine VIII sec. a.C.

Gli oggetti rinvenuti a febbraio sono stati portati nel Laboratorio di Analisi e Diagnostica di Montalto di Castro e prontamente sottoposti a un accurato intervento di conservazione da parte dei restauratori della Fondazione Vulci che ora hanno ricomposto il risultato del microscavo di emergenza nella cosiddetta Tomba dello Scarabeo d’oro (dall’oggetto più importante rinvenuto) nella necropoli di Poggio Mengarelli all’interno del Parco Archeologico Naturalistico di Vulci: tomba a fossa con cassa (anche detta “sepoltura a cassetta”) in materiale tufaceo inviolata, con all’interno un sarcofago di una fanciulla, presumibilmente deceduta intorno ai 13-14 anni di vita, seppellita insieme al suo preziosissimo corredo funebre: una rara “torque” fenicia (sorta di girocollo in ambra), due scarabei egizi (uno dei quali splendido incastonato in argento con foglia d’oro), fibule e vasellame di rara fattura. Si tratta verosimilmente di gioielli che le sono stati regalati alla nascita e servivano a testimoniare il suo alto lignaggio nell’aldilà. Della principessa restano solo alcune ossa, avvolte in un prezioso telo. Gli approfondimenti antropologici del sarcofago hanno portato anche a formulare l’ipotesi che la defunta fosse una principessa etrusca, una dignitaria da collocare nella nascente aristocrazia etrusca.

Lo scavo di emergenza della Tomba dello Scarabeo d'oro a Vulci di Montalto di Castro (Viterbo)

Lo scavo di emergenza della Tomba dello Scarabeo d’oro a Vulci di Montalto di Castro (Viterbo)

“Con la Grande campagna di scavi vulcenti che partirà in aprile, a Vulci, si aprirà una nuova pagina dell’archeologia etrusca, considerando che i ritrovamenti vulcenti sono tra i più ricchi del patrimonio di quella civiltà”, sottolinea Alfonsina Russo, soprintendente per l’Etruria meridionale del Lazio, alla conclusione del microscavo col ritrovamento del “tesoro della principessa”. E l’archeologo Carlo Casi, direttore scientifico del Parco archeologico di Vulci: “All’epoca della tomba dello Scarabeo d’oro, cioè alla fine dell’VIII sec. a.C., Vulci era una megalopoli straordinaria, estesa su oltre 100 ettari, dall’entroterra al mare, abitata da molte migliaia di persone. La sua eccezionalità è che nulla è stato più edificato sopra quelle aree. Una vasta campagna di scavi non può quindi che portare a risultati di grande importanza internazionale”.