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Subiaco. Restaurato il nucleo A della villa imperiale di Nerone, splendida dimora realizzata sulle rive di tre laghi artificiali. Visite guidate in tutti i week end di agosto e settembre 2016

Grazie ai restauri della soprintendenza è oggi possibile visitare il sito della villa di Nerone a Subiaco

Grazie ai restauri della soprintendenza è oggi possibile visitare il sito della villa di Nerone a Subiaco

Della grande villa imperiale voluta da Nerone nei suoi primi anni di regno (54-55 d.C.) nel territorio di Subiaco in un’area ricca di vegetazione tra i monti Taleo e Francolano, lambita dal fiume Aniene, rimangono modeste vestigia, ma sufficienti a dare l’idea della monumentalità del complesso: una splendida dimora che si estendeva su una superficie di circa 75 ettari. Tanto per avere un’idea, 15 in più della parte scavata di Villa Adriana a Tivoli. La villa, nota come villa Sublaqueum (sotto il lago), fu costruita sulle rive di tre laghi artificiali, ottenuti con lo sbarramento in tre punti della valle e la realizzazione di altrettante dighe. A destra e a sinistra dei tre laghi, denominati simbruina stagna (i laghetti dei Simbruini, scomparsi dopo una piena del 1305), si levarono i padiglioni della villa, lungo una superficie di circa due chilometri e mezzo; la villa era dunque costituita di più nuclei. Univa i padiglioni un grande ponte di marmo.

La pianta dell'imponente villa imperiale voluta da Nerone tra l'Aniene e i monti di Subiaco

La pianta dell’imponente villa imperiale voluta da Nerone tra l’Aniene e i monti di Subiaco

La villa di Nerone sorgeva attorno a tre laghetti artificiali su una superficie di 75 ettari

La villa di Nerone sorgeva attorno a tre laghetti artificiali su una superficie di 75 ettari

Proprio uno di questi nuclei, il cosiddetto nucleo A – nella zona di San Clemente – grazie ai recenti lavori di restauro condotti dalla soprintendenza Archeologia del Lazio con la collaborazione del Comune di Subiaco, viene aperto al pubblico in tutti i week end di agosto e settembre 2016. In località San Clemente, sulla riva destra dell’Aniene, si trovano infatti le tracce più evidenti, particolarmente interessanti perché riguardano il nucleo della villa che S. Benedetto utilizzò per costruire la casa-madre, il primo dei monasteri da lui fondati. L’area di 1400 mq fu parzialmente scoperta nel 1883 e portata alla luce tra il 1994 e il 1999. Il fabbricato, in muratura (opus reticulatum), è compatto. Rimane isolata, nel punto più alto, solo una cisterna rettangolare; mentre più in basso ci sono una ventina di ambienti circondati da un corridoio che li stacca dalla roccia. “Risulta difficile al momento stabilire quali funzione avessero i diversi ambienti”, spiegano gli esperti, “tuttavia quasi certamente cinque di essi fungevano da terme: sono stati individuati un locale per il bagno caldo e la relativa camera di combustione. Un altro vano rettangolare corrisponde a un ninfeo ed è stata individuata anche una vasca ellittica forse destinata ad allevamento ittico”.

L'Efebo di Subiaco, trovato nel nucleo D della villa di Nerone, è oggi conservato al museo di Palazzo Massimo a Roma

L’Efebo di Subiaco, trovato nela villa di Nerone, è oggi conservato al museo di Palazzo Massimo a Roma

Alla villa Imperiale si arrivava attraverso la via Sublacense, fatta progettare dallo stesso Nerone, che qui si rifugiava nei periodi caldi dell’anno tra cascate, giochi d’acqua e grotte. Ma tutta questa natura rigogliosa non bastò a trattenere l’imperatore che – come ci narra Tacito negli Annales (XIV, 22) – considerò nefasta la caduta di un fulmine sul tavolo dove stava bacchettando. E così nel 60 d.C. Nerone decise di abbandonarla, e solo durante il regno di Traiano la Villa venne in parte ristrutturata. Tutte le dighe crollarono durante il Medioevo. I resti della villa imperiale affiorano in diverse zone del sublacense. Nei nuclei della villa situati più in alto, rinvenuti nel 1883-84, furono ritrovate due statue: l’Efebo di Subiaco del IV secolo a.C. e una testa di fanciulla dormiente, conservate nel museo nazionale Romano. Tale nucleo è interpretato dagli archeologi come padiglione-belvedere.

Visite guidate alla villa imperiale di Nerone a Subiaco nei week end d agosto e settembre 2016

Visite guidate alla villa imperiale di Nerone a Subiaco nei week end d agosto e settembre 2016

“Dopo la riapertura della Rocca Abbaziale, visitabile in questo periodo tutti i giorni”, spiega soddisfatto il sindaco Francesco Pelliccia, “riapriamo alla pubblica fruizione un altro sito storico e culturale di grande importanza per la nostra città che merita davvero attenzione. Aumentiamo i nostri siti attrattivi per aumentare la nostra competitività sul mercato turistico. Ci tengo a ringraziare – conclude – la soprintendente Alfonsina Russo e Zaccaria Mari, funzionario di zona, per l’impegno profuso al fine di valorizzare finalmente questo sito dalle enormi potenzialità”. Ecco dunque i cicli di aperture in agosto e settembre 2016 secondo un programma di aperture regolato dall’associazione Ethea che garantisce l’accoglienza e le visite guidate. Il sito, riaperto ufficialmente il 6 agosto, apre il 20, il 21, il 28 e il 29 agosto, e a settembre il 4, l’11 e il 18, sempre dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 17.30. Il prossimo passo sarà rendere fruibile il nucleo D del complesso, collocato dall’altro lato del fiume Aniene, proprio di fronte all’area appena recuperata.

“Gli Ori di Vulci, dal sequestro al restauro”: in mostra a Roma l’eccezionale corredo funerario di una dama etrusca di 2700 anni fa, sequestrato ai tombaroli più di mezzo secolo fa e “riscoperto” nei depositi solo nel 2010

Il manifesto della mostra “Tesori per l'Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

Il manifesto della mostra “Tesori per l’Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

Trafugati, recuperati, dimenticati, ritrovati: sono ori lucenti, pendenti raffinati e preziosissimi scarabei ora al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma nella mostra “Tesori per l’Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro” risultato di una grande scoperta giunta però non da uno scavo sul terreno, ma dal museo. Successe sei anni fa. Era il 2010 quando gli archeologi aprirono delle casse “riemerse” nei depositi durante i lavori di riallestimento del museo Archeologico nazionale di Vulci al castello della Badia. E alla vista del contenuto strabuzzarono gli occhi: lì dentro c’era un vero e proprio tesoro, un corredo ricchissimo che doveva accompagnare nell’aldilà una qualche nobile etrusca di 2700 anni fa. Ma da dove proveniva quel tesoro eccezionale? “Tra la meraviglia degli archeologi”, ricorda Alfonsina Russo, soprintendente Archeologia per l’Etruria meridionale, “partirono le indagini, a suon di materiali d’archivio e testimonianze. Fino a risalire a un sequestro effettuato dai carabinieri a Ischia di Castro, nel Viterbese, nel giugno del 1962, quando monili e gioielli furono miracolosamente sottratti ai tombaroli”. Quel meraviglioso corredo doveva essere appartenuto alla cosiddetta Tomba degli Ori – denominazione non casuale -, una tomba trafugata dalla necropoli della Polledrara, proprio a Vulci, che nel VII sec. a.C. era una megalopoli straordinaria, estesa su oltre 100 ettari, dall’entroterra al mare, abitata da molte migliaia di persone (e per questo negli anni ’60 meta prediletta degli scavi clandestini). La necropoli della Polledrara comunque continua anche oggi a regalare scoperte straordinarie e, purtroppo, ad attirare tombaroli senza scrupoli. Proprio quest’inverno la necropoli vulcente ha restituito un altro preziosissimo tesoro appartenuto a una “principessa bambina” e ora al centro di una vasta campagna di scavi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/10/parco-archeologico-di-vulci-scoperta-nella-tomba-dello-scarabeo-doro-fine-viii-sec-a-c-inviolata-il-tesoro-di-una-principessa-etrusca-bambina-salvato-al-saccheggio-de/).

Dettaglio di una lamina in oro dal corredo della Tomba degli Ori di Vulci

Dettaglio di una lamina in oro dal corredo della Tomba degli Ori di Vulci

Un gioiello d'oro dal corredo sequestrato nel 1962 a Ischia di Castro

Un gioiello d’oro dal corredo sequestrato nel 1962 a Ischia di Castro

Se ora i gioielli della Tomba degli Ori – a più di mezzo secolo dal sequestro – risplendono nelle teche di Villa Giulia, è grazie al lavoro di restauro dell’ISCR e al contributo filantropico della Fondazione Paola Droghetti onlus, che dal 1998, attraverso il finanziamento di borse di studio a ex allievi o laureandi della Scuola di Alta Formazione dell’istituto, contribuisce al recupero e alla valorizzazione del patrimonio artistico e archeologico italiano. Per la progettazione dei supporti sono state impiegate le tecnologie 3D, mentre le analisi radiografiche e di fluorescenza dei raggi X hanno permesso all’Istituto superiore per la conservazione ed il restauro l’identificazione delle leghe di metalli, per lo più rivestite in oro. “I diversi materiali che compongono questo corredo funerario, metalli come l’oro, l’argento e il bronzo, ma anche ambra, pasta vitrea e faïence”, raccontano le restauratrici Irene Cristofari e Flavia Puoti, “hanno richiesto un approccio multidisciplinare e interventi conservativi differenziati”.

Uno degli scarabei in oro trovati nella Tomba degli Ori di Vulci

Uno degli scarabei in oro trovati nella Tomba degli Ori di Vulci

Appuntamento dunque al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma dove, nella sala 21, fino al 31 dicembre è aperta la mostra “Tesori per l’Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro”, realizzata in collaborazione con la soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria meridionale, l’Istituto superiore per la Conservazione e il restauro e la fondazione Paola Droghetti. Tra i pezzi più belli esposti, una sontuosa fibula da parata in lega d’oro, tre rari pendenti a disco in argento dorato con simboli astrali. E poi tre scarabei portafortuna incastonati in pendenti-sigillo di tipo siro-fenicio e un raffinato bracciale tubolare in argento decorato in filigrana d’argento dorata insieme a lamine finemente intarsiate e grandi vasi in bronzo realizzati da artigiani provenienti dal Mediterraneo orientale. Tutto a testimoniare l’alto rango della dama vulcente che ne era proprietaria e un significativo spaccato della composita temperie culturale che connotò Vulci nella prima Età Orientalizzante. Ecco quindi che la Tomba degli Ori, conclude Barbara Davidde Petriaggi, la coordinatrice del progetto, “nel restituirci un tesoro ci svela pure gli intensi scambi marittimi che gli Etruschi avevano con i Greci e i Fenici, spinti sulle coste del Lazio settentrionale dall’esigenza di attingere alle fonti di approvvigionamento di materie prime necessarie al progresso industriale e tecnologico”.

Parco archeologico di Vulci. Scoperto nella “tomba dello Scarabeo d’oro” (fine VIII sec. a.C.), inviolata, il tesoro di una principessa etrusca bambina salvato al saccheggio dei tombaroli. Ad aprile scavi sistematici nell’area vulcente con archeologi internazionali

Lo scavo d'emergenza della Tomba dello Scarabeo d'oro nella necropoli etrusca Mengarelli di Vulci

Lo scavo d’emergenza della Tomba dello Scarabeo d’oro nella necropoli etrusca Mengarelli di Vulci

La chiamano “archeologia d’emergenza”. E stavolta non solo è stata tempestiva, ma anche coronata di successo. Succede a Vulci lo scorso febbraio. Una tomba nel parco archeologico di Vulci è a rischio saccheggio da parte dei tombaroli. Il pronto intervento della soprintendenza insieme all’ente Parco di Vulci permette di salvare una tomba dagli scavatori clandestini, riportando alla luce un piccolo tesoro appartenente a una principessa bambina: il corredo di una inumazione intatta, datata all’Orientalizzante Antico, cioè tra la fine dell’VIII e l’inizio del VII secolo a.C., il periodo più antico dell’Etruria. Una scoperta importante che ha convinto un gruppo internazionale di archeologi ad avviare a Vulci una nuova campagna di scavo sistematica dal prossimo 4 aprile.

Il tesoro della principessa bambina: corredo funebre intatto della Tomba dello scarabeo d'oro nei laboratori della Fondazione Vulci

Il tesoro della principessa bambina: corredo funebre intatto della Tomba dello scarabeo d’oro nei laboratori della Fondazione Vulci

Lo scarabeo, di produzione egizia, incastonato in argento con foglia d’oro, che ha dato il nome alla tomba etrusca della fine VIII sec. a.C.

Lo scarabeo, di produzione egizia, incastonato in argento con foglia d’oro, che ha dato il nome alla tomba etrusca della fine VIII sec. a.C.

Gli oggetti rinvenuti a febbraio sono stati portati nel Laboratorio di Analisi e Diagnostica di Montalto di Castro e prontamente sottoposti a un accurato intervento di conservazione da parte dei restauratori della Fondazione Vulci che ora hanno ricomposto il risultato del microscavo di emergenza nella cosiddetta Tomba dello Scarabeo d’oro (dall’oggetto più importante rinvenuto) nella necropoli di Poggio Mengarelli all’interno del Parco Archeologico Naturalistico di Vulci: tomba a fossa con cassa (anche detta “sepoltura a cassetta”) in materiale tufaceo inviolata, con all’interno un sarcofago di una fanciulla, presumibilmente deceduta intorno ai 13-14 anni di vita, seppellita insieme al suo preziosissimo corredo funebre: una rara “torque” fenicia (sorta di girocollo in ambra), due scarabei egizi (uno dei quali splendido incastonato in argento con foglia d’oro), fibule e vasellame di rara fattura. Si tratta verosimilmente di gioielli che le sono stati regalati alla nascita e servivano a testimoniare il suo alto lignaggio nell’aldilà. Della principessa restano solo alcune ossa, avvolte in un prezioso telo. Gli approfondimenti antropologici del sarcofago hanno portato anche a formulare l’ipotesi che la defunta fosse una principessa etrusca, una dignitaria da collocare nella nascente aristocrazia etrusca.

Lo scavo di emergenza della Tomba dello Scarabeo d'oro a Vulci di Montalto di Castro (Viterbo)

Lo scavo di emergenza della Tomba dello Scarabeo d’oro a Vulci di Montalto di Castro (Viterbo)

“Con la Grande campagna di scavi vulcenti che partirà in aprile, a Vulci, si aprirà una nuova pagina dell’archeologia etrusca, considerando che i ritrovamenti vulcenti sono tra i più ricchi del patrimonio di quella civiltà”, sottolinea Alfonsina Russo, soprintendente per l’Etruria meridionale del Lazio, alla conclusione del microscavo col ritrovamento del “tesoro della principessa”. E l’archeologo Carlo Casi, direttore scientifico del Parco archeologico di Vulci: “All’epoca della tomba dello Scarabeo d’oro, cioè alla fine dell’VIII sec. a.C., Vulci era una megalopoli straordinaria, estesa su oltre 100 ettari, dall’entroterra al mare, abitata da molte migliaia di persone. La sua eccezionalità è che nulla è stato più edificato sopra quelle aree. Una vasta campagna di scavi non può quindi che portare a risultati di grande importanza internazionale”.

La Guardia di Finanza ritrova la Sfinge alata etrusca del museo di Cerveteri, testimone dei rapporti nel IV sec. a.C. tra le aristocrazie etrusche e quelle macedoni

La Sfinge etrusca alata del IV sec. a.C. trafugata dal museo nazionale Cerite di Cerveteri

La Sfinge etrusca alata del IV sec. a.C. trafugata dal museo nazionale Cerite di Cerveteri

Una sfinge particolarmente fortunata quella del museo di Cerveteri. Per due volte rubata, la prima oltre 40 anni fa, e per due volte ritrovata dalla Guardia di Finanza. “Un ritrovamento che restituisce alla città di Cerveteri un pezzo della sua storia antica”, spiega senza nascondere la propria soddisfazione la soprintendente per l’Etruria Meridionale, Alfonsina Russo Tagliente insieme a Rita Cosentino, direttore del Museo Cerite, “specialmente in relazione alle importanti scoperte fatte appena lo scorso mese di agosto in Grecia. Questa Sfinge rappresenta una delle testimonianze più autorevoli degli stretti rapporti che nel IV secolo avanti Cristo legavano le aristocrazie etrusche e quelle macedoni. Le sfingi, i leoni di pietra, le figure femminili rinvenuti ad Amphipolis, ai confini tra Macedonia e Tracia, trovano riscontri puntuali nelle sculture del complesso monumentale rupestre di Greppe Sant’Angelo”.

La Guardia di Finanza procede al rilievo della Sfinge etrusca alata dopo averla recuperata

La Guardia di Finanza procede al rilievo della Sfinge etrusca alata dopo averla recuperata

Le telecamere della videosorveglianza hanno ripreso il furto della Sfinge etrusca alata

Le telecamere della videosorveglianza hanno ripreso il furto della Sfinge etrusca alata

La Sfinge alata etrusca era stata trafugata dal Museo di Cerveteri nel maggio del 2014. La notte tra il 14 ed il 15 di quattro mesi fa, tre persone a volto coperto se la presero con un carrello incuranti che a riprenderli c’erano le telecamere di sicurezza. Fu un furto clamoroso perché le immagini con le sequenze dei tre ladri fecero il giro del mondo, evidenziando la vulnerabilità della necropoli di Cerveteri, considerato anche il fatto che è uno dei 50 siti italiani dell’Unesco. La Sfinge è stata così inserita tra le opere d’arte più importanti da ricercare ed anche nella banca dati dei Beni Culturali rubati. I finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma – Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico l’hanno ritrovata nello stesso quadrante a nord della Capitale in un fondo agricolo sulla via Braccianese. Avevano saputo che un manufatto verosimilmente «antico» era nascosto tra la vegetazione, hanno fatto così una ricognizione dell’area e lo hanno scoperto proprio a ridosso di un edificio rurale. Era proprio la scultura in travertino raffigurante una sfinge alata e l’hanno subito riconosciuta come l’opera rubata dal comprensorio di Cerveteri. Un successivo esame della scultura, condotto da un’equipe specializzata della Soprintendenza per i beni archeologici dell’Etruria Meridionale, ha confermato che si trattava della sfinge risalente al IV secolo a.C. Secondo gli investigatori la Sfinge era stata temporaneamente nascosta tra i campi in attesa di essere trasportata all’estero, dove sarebbe stato destinata al mercato clandestino internazionale di oggetti d’arte antica.

La Sfinge etrusca alata ritrovata dalle Fiamme Gialle era stata rubata anche nel 1972

La Sfinge etrusca alata ritrovata dalle Fiamme Gialle era stata rubata anche nel 1972

Ma come detto, quella del maggio scorso non era stata la prima volta. La sfinge alata era stata infatti rubata ancora nel 1972 dal complesso funerario della necropoli rupestre di Greppe Sant’Angelo, dove si trova la monumentale Tomba di Caronte, nell’agro di Cerveteri, ed era stata recuperata, anche in quel caso, dalle Fiamme Gialle.

Una sala espositiva del museo nazionale Cerite di Cerveteri che ospita di nuovo la Sfinge etrusca alata

Una sala espositiva del museo nazionale Cerite di Cerveteri che ospita di nuovo la Sfinge etrusca alata

La Sfinge etrusca alata

La Sfinge etrusca alata

“Siamo entusiasti”, commenta il sindaco di Cerveteri, Alessio Pascucci, “e grati al personale del Nucleo della Polizia Tributaria di Roma per l’inestimabile risultato dell’operazione di recupero della sfinge etrusca. Per questa importante opera si apre da subito una nuova opportunità di essere ammirata e conosciuta dal pubblico, trovando nuova collocazione nel museo nazionale Cerite, nel cuore del centro storico di Cerveteri. Da parte dell’amministrazione comunale, il più sentito ringraziamento al colonnello Massimo Rossi, che ha guidato le operazioni di recupero del manufatto”. “Abbiamo seguito con apprensione la vicenda del trafugamento della Sfinge”, interviene Lorenzo Croci, assessore allo sviluppo sostenibile di Cerveteri, “e viviamo con gioia il suo ritrovamento. Le riprese delle telecamere di videosorveglianza e l’ottimo lavoro fatto dalla Guardia di Finanza hanno impedito che dei balordi sottraessero per sempre alla sua Patria un’opera d’arte di grande valore storico. Oggi il Comune di Cerveteri, la Regione Lazio e la Soprintendenza stanno lavorando d’intesa sulla promozione del territorio e la valorizzazione delle aree archeologiche. In questo impegno un ruolo di protagonista spetta proprio al museo nazionale Cerite”. Da sabato 20 settembre, la Sfinge è esposta, con i Leoni e il Charun di ritorno dalla mostra a Palazzo delle Esposizioni, per la prima volta al pubblico in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2014. Un’occasione eccellente, dal momento che proprio sabato a Cerveteri è stata inaugurata una nuova sezione speciale del museo nazionale Cerite dedicata all’area archeologica di Greppe Sant’Angelo”.

 

Eccezionale scoperta a Vulci: nella necropoli etrusca dell’Osteria trovata la tomba intatta del “piccolo principe”, un bambino di 2500 anni fa con ricco corredo

La famosa tomba etrusca "della sfinge" alla necropoli dell'Osteria di Vulci

La famosa tomba etrusca “della sfinge” alla necropoli dell’Osteria di Vulci

La valorizzazione del parco archeologico e naturalistico di Vulci sembra essere nata sotto una buon stella. A Vulci, nella necropoli etrusca dell’Osteria, scoperta la tomba intatta di un bambino di 2500 anni fa già ribattezzata “del piccolo principe” per le probabili connessioni familiari con la vicina e molto famosa tomba principesca “della sfinge”. Grazie ai lavori del Por (Progetto operativo regionale) Comune, Regione Lazio e Soprintendenza per i beni archeologici dell’Etruria Meridionale stanno infatti portando avanti lo studio e la valorizzazione della necropoli dell’Osteria con l’obiettivo preciso di rilanciare il parco archeologico e naturalistico di Vulci. Così se un anno fa gli archeologi esultarono per l’eccezionale scoperta della “tomba delle mani d’argento” (ricordate? Ne abbiamo parlato nel post di archeologiavocidalpassato del 14 maggio 2014. Per intenderci è quella in mostra in questi giorni al museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma, e da luglio “tornerà a casa” impreziosendo le sale espositive del museo al Castello della Badia di Vulci), ora si applaude per un’altra tomba etrusca scoperta nella necropoli dell’Osteria, quella di un bambino, che fin da subito ha dato l’idea dell’eccezionalità.

Gli archeologi esaminano la toma del bambino alla necropoli dell'Osteria a Vulci

Gli archeologi esaminano la toma del bambino alla necropoli dell’Osteria a Vulci

Quindi ancora una volta a Vulci torna protagonista la necropoli etrusca dell’Osteria, a un tiro di schioppo dal Castello della Badia di Vulci dove sono raccolte importanti testimonianze della città etrusca di Vulci: dal IX secolo a.C. all’età romana la necropoli è stata utilizzata per sepolture di famiglie aristocratiche, e dal ‘700 è stata oggetto di interventi di scavo non sempre condotti con quelli che oggi sono considerati criteri scientifici irrinunciabili, ma la stessa necropoli – proprio per la sua ricchezza – ha subito nei secoli anche violazioni e saccheggi. Qui, nella primavera del 2013, è stata scoperta la “tomba delle mani d’argento” che fa parte di un gruppo di sepolture aristocratiche come la “tomba della sfinge”, nota per aver restituito esempi di scultura funeraria e la “tomba dei soffitti intagliati”.

Lo scavo della tomba etrusca di un bambino detta "del piccolo principe" a Vulci

Lo scavo della tomba etrusca di un bambino detta “del piccolo principe” a Vulci

Gli archeologi stavano proprio intervenendo a salvaguardia della famosa tomba principesca “della sfinge”, con la sistemazione di una tettoia di copertura, quando una nuova scoperta li ha colti di sorpresa: una sepoltura a camera, trovata così come è stata sigillata dagli antichi etruschi, e contenente un ricco corredo in buono stato di conservazione datato al 520 a.C., che comprende anche un servizio da mensa e da vino, riferibile al rito del banchetto funerario. Adiacente alla tomba “della sfinge” è stato trovato un piccolo dromos con un vestibolo, su cui si prospettano due camere, una delle quali contenente oggetti che fanno parte di un corredo appartenente a un giovane morto probabilmente all’età di 10 anni. All’interno della camera gli studiosi hanno rinvenuto il corredo del defunto: oggetti di bucchero e di impasto, una piccola ascia, una lancia e un coltello in ferro, più una serie di oggetti in bronzo tra cui due coppe in ceramica di pregiata fattura con decorazioni dipinte. Tra le immagini raffigurate, con molta probabilità, anche una piccola sfinge. Gli studiosi ritengono che quest’ultimo ritrovamento abbia vincoli di parentela con la tomba principesca vista la stretta vicinanza al singolare dromos lungo 27 metri.

Nella tomba "del piccolo principe" a Vulci trovato anche un ricco corredo

Nella tomba “del piccolo principe” a Vulci trovato anche un ricco corredo

A far pensare che si tratti della sepoltura di un bambino è stato il rinvenimento di ossa di piccole dimensioni. “Potrebbe trattarsi di una persona di dieci anni”, dice la soprintendenteAlfonsina Russo Tagliente, “ma aspettiamo l’esito delle analisi antropologiche per confermare il sesso e l’età”. “Poi, sul pavimento, abbiamo rinvenuto dei fori che seguono una forma rettangolare al centro della cella”, continua la soprintendente. “È suggestivo pensare che lì fosse collocato un letto funebre, ma mancano gli altri resti organici”. In ogni caso, per adesso la sepoltura è stata soprannominata “del piccolo principe”, anche perché, data la vicinanza con la tomba della Sfinge, si ipotizza che possa appartenere a un membro della famiglia principesca. Inoltre “sul vestibolo rettangolare nella cui parete di fondo si aprono due celle”, continua Russo Tagliente, “dove erano posti numerosi oggetti tra cui un’ascia, una lancia, un coltello, alcuni oggetti in bronzo e in ceramica, e anche una piccola sfinge”.

Lo scavo della tomba "del piccolo principe" rientra nel progetto del parco archeologico di Vulci

Lo scavo della tomba “del piccolo principe” rientra nel progetto del parco archeologico di Vulci

“L’antica necropoli dell’Osteria”, insiste Sergio Caci, sindaco di Montalto di Castro, “è un luogo straordinario ed è sicuramente un grande attrattore culturale turistico che insieme al resto del parco di Vulci rende il nostro territorio ancor più prestigioso. Grazie ai lavori finanziati dalla Regione Lazio, con la collaborazione del ministero dei Beni culturali, e grazie alla stretta partecipazione della soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale – conclude-, stiamo completando l’area della necropoli realizzando un percorso turistico accessibile, anche ai disabili”.

 

Le mani d’argento del principe etrusco scoperte nella tomba di Vulci sono tornate a brillare nella mostra a Villa Giulia di Roma

La mostra “Principi immortali. Fasti dell'aristocrazia etrusca a Vulci” al museo Etrusco di Villa Giulia a Roma

La mostra “Principi immortali. Fasti dell’aristocrazia etrusca a Vulci” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

È passato solo un anno dalla scoperta della monumentale tomba etrusca “delle mani d’argento” alla necropoli dell’Osteria di Vulci, alle porte di Montalto di Castro, e il suo prezioso corredo, databile intorno al 640-620 a.C., è già fruibile al grande pubblico nella mostra “Principi immortali. Fasti dell’aristocrazia etrusca a Vulci”, aperta fino al 29 giugno al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. La mostra, curata da Simona Carosi e Patrizia Petitti, presenta per la prima volta l’eccezionale ritrovamento venuto alla luce in occasione di uno scavo condotto nell’ambito di un intervento di valorizzazione avviato grazie a un finanziamento europeo concesso dalla Regione Lazio, nella necropoli dell’Osteria a Vulci.

La necropoli etrusca dell'Osteria a Vulci, utilizzata dal IX sec. a.C. all'epoca romana

La necropoli etrusca dell’Osteria a Vulci, utilizzata dal IX sec. a.C. all’epoca romana

La necropoli etrusca dell’Osteria è a un tiro di schioppo dal Castello della Badia di Vulci dove sono raccolte importanti testimonianze della città etrusca di Vulci: dal IX secolo a.C. all’età romana la necropoli è stata utilizzata per sepolture di famiglie aristocratiche, e dal ‘700 è stata oggetto di interventi di scavo non sempre condotti con quelli che oggi sono considerati criteri scientifici irrinunciabili, ma la stessa necropoli – proprio per la sua ricchezza – ha subito nei secoli anche violazioni e saccheggi. Qui, nella primavera del 2013, è stata scoperta la “tomba delle mani d’argento” che fa parte di un gruppo di sepolture aristocratiche come la “tomba della sfinge”, nota per aver restituito esempi di scultura funeraria e la “tomba dei soffitti intagliati”.

Le mani in lamina d'argento con foglia d'ora sulle unghie di tre dita: appartenevano a uno sphyrelaton

Le mani in lamina d’argento con foglia d’ora sulle unghie di tre dita: appartenevano a uno sphyrelaton

Un morso di cavallo trovato nella tomba "delle mani d'argento" a Vulci

Un morso di cavallo trovato nella tomba “delle mani d’argento” a Vulci

Una preziosa fibula scoperta nella tomba "delle mani d'argento" a Vulci

Una preziosa fibula scoperta nella tomba “delle mani d’argento” a Vulci

Anche la “tomba delle mani d’argento” non è sfuggita in antico alle avide mani dei tombaroli. Ma la sua eccezionalità rimane. È una tomba monumentale, appartenuta a personaggi di rango principesco, articolata in un lungo corridoio di accesso (il cosiddetto “dromos”) che immetteva in un atrio a cielo aperto sul quale si aprivano tre camere funerarie che contenevano i resti di almeno tre individui. Lo scavo ha restituito ceramiche locali e d’importazione, buccheri e set da vino, frammenti di lamine di bronzo, elementi in ferro appartenuti a un piccolo carro, un paio di morsi di cavallo in bronzo decorati a giorno con teorie di cavalli e uccelli, e le rare e fragilissime “mani d’argento”, che hanno dato il nome alla tomba, realizzate con una lamina in una lega di argento e rame lavorata a sbalzo, con una leggera foglia d’oro applicata sulle unghie di tre dita.  Le due mani dovevano appartenere a una statua (uno sphyrelaton, statua funeraria in più materiali) di due metri, un simulacro quindi del defunto, fatto di legno, stoffa, mani d’argento, collo in osso, ricoperto da una veste decorata con placchette in oro e da un mantello di lana finissima illuminato da minuscoli bottoncini dorati. Un’immagine di forte valore simbolico, una specie di rappresentazione del defunto tesa a “sostituire la fisicità dissolta e a mimare la vita passata reale e quella futura nell’Aldilà”, precisa la soprintendente dell’Etruria meridionale Alfonsina Russo Tagliente. Queste statue infatti accompagnavano nel rituale funerario gli esponenti di alto rango della società vulcente con l’intento di compensarne simbolicamente la perdita della corporeità e farli assurgere, sublimandone la morte, ad una dimensione ormai eroica ed immortale. Vulci e il suo territorio hanno restituito nel tempo altri esempi di statue: quelli di Marsiliana d’Albegna, assieme a quelli della “tomba del carro di bronzo”di Vulci in esposizione permanente al museo Etrusco di Villa Giulia, provengono da contesti ricostruibili e si datano tra gli inizi ed il secondo quarto del VII secolo a.C.

Lo scarabeo-sigillo con il cartiglio in faience con il cartiglio del faraone Bocchoris (XXIV dinastia)

Lo scarabeo-sigillo con il cartiglio in faience con il cartiglio del faraone Bocchoris (XXIV dinastia)

Nell’esposizione sono presenti altri elementi legati alla statua, in particolare numerosi oggetti di ornamento posti a decorare  le vesti funebri cerimoniali. Indicano l’altissimo rango dei defunti anche alcuni finimenti di cavallo e resti di un carro. Le scoperte più importanti sono avvenute nell’ambiente principale della “tomba delle mani d’argento”. Qui sono stati trovati oggetti preziosi, ornamenti in oro e argento, fibule, anelli, ganci, collane in oro, pasta vitrea, faïence. E quasi duemila bottoncini in bronzo rivestiti in oro che dovevano ornare il mantello della defunta. Su una fibula è stato rinvenuto il frammento di un tessuto di lana, una vera novità. La presenza di ambra del Baltico fa pensare a rapporti con il lontano Nord, mentre dall’Egitto viene sicuramente il piccolo scarabeo-sigillo egizio, simbolo della rinascita del dio Sole,  in faïence, rinvenuto in una zona vicina riservata al rituale funerario, che riporta il cartiglio regale col prenome del faraone Bocchoris, sovrano della XXIV dinastia, che regnò per soli sei anni alla fine dell’VIII sec. a.C.

Le due mani d'argento trovate nella tomba di Vulci in mostra a Villa Giulia a Roma

Le due mani d’argento trovate nella tomba di Vulci in mostra a Villa Giulia a Roma

Sergio Caci, sindaco di Montalto di Castro; Francesco Barracciu, sottosegretario; Alfonsina Russo Tagliente, soprintendente

Sergio Caci, sindaco di Montalto di Castro; Francesca Barracciu, sottosegretario; Alfonsina Russo Tagliente, soprintendente dell’Etruria Meridionale

La mostra, allestita al piano nobile di Villa Giulia, nelle sale dei Sette Colli e delle Quattro Stagioni, raccoglie 80 reperti, tutti analizzati e restaurati, e ricostruisce la struttura originaria della tomba, con il corridoio di accesso (dromos) e le tre camere funerarie piene di monili, ceramiche e resti di un carro. “Sono state ricostruite le camere sepolcrali con gli oggetti rinvenuti nel terreno così come si trovavano”, spiegano le curatrici. Gli oggetti preziosi sono esposti nelle bacheche. Accanto pannelli bilingue raccontano la storia del sito e del ritrovamento. Una grande mappa illustra le vie dei commerci nel Mediterraneo. In una sala didattica è possibile sperimentare anche la tessitura a telaio. “A questa mostra”, commenta il sottosegretario del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, Francesca Barracciu, “va un doppio plauso, perché presenta una scoperta a tempo di record in un paese in cui spesso i depositi dei musei sono stracolmi di materiali che attendono solo di essere mostrati, e per la felice collaborazione tra ministero, enti locali e soprintendenze. È poi ora di smetterla – aggiunge – con queste ‘guerre di religione’ contro i privati e, anzi, si deve promuovere il mecenatismo in percorsi virtuosi che nulla hanno a che fare con la mercificazione della cultura. Su questo asset dobbiamo puntare per scalare nuovamente la classifica dei paesi più visitati al mondo”. Intanto gli studi attorno alla “tomba delle mani d’argento” continuano per stabilire un inquadramento scientifico completo. Gli archeobotanici – ad esempio – hanno scoperto quali erano nel rituale funebre i tipi di legno e le offerte utilizzati per la cremazione (che convive nella tomba anche col rito dell’inumazione). Cipresso, quercia, leccio e poi uva, fave, orzo, frumento, canapa, ma anche fiori appariscenti come narcisi, astri, margherite, papaveri.

Il Castello della Badia di Vulci a Montalto di Castro, che ospita il museo etrusco

Il Castello della Badia di Vulci a Montalto di Castro, che ospita il museo etrusco

La mostra consente al pubblico di compiere un viaggio nel tempo tra i misteri dei principi etruschi; un viaggio affascinante che potrà proseguire visitando il parco archeologico-naturalistico di Vulci e i luoghi incontaminati dell’antica città etrusca, dove il connubio tra natura e cultura è ancora in grado di comunicare emozioni indimenticabili. La mostra è proprio un invito a visitare il parco archeologico naturalistico di Vulci e il museo della Badia dove la mostra sarà esposta in autunno. In occasione del semestre di presidenza italiano, per promuovere l’affascinante civiltà etrusca è prevista poi una trasferta a Bruxelles, importante palcoscenico internazionale.

 

 

Scoperta nella necropoli della Doganaccia a Tarquinia una tomba etrusca di 2600 anni fa ancora inviolata. Progetto per valorizzare la Via dei Principi tra i tumuli del Re e della Regina

L'area dello scavo archeologico nella necropoli della Doganaccia a Tarquinia

L’area dello scavo archeologico nella necropoli della Doganaccia a Tarquinia

È rimasta chiusa per 2600 anni. Ma quando gli archeologi dell’università di Torino e della soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale l’hanno aperta, si sono trovati di fronte a qualcosa di eccezionale. Nella necropoli etrusca della Doganaccia a Tarquinia è stata rinvenuta una tomba del VII secolo avanti Cristo, intatta. Dell’eccezionale scoperta hanno parlato a Firenze, al X incontro nazionale di Archeologia Viva, Alfonsina Russo, soprintendente per i Beni archeologici dell’Etruria Meridionale, e Alessandro Mandolesi, docente di Etruscologia e Antichità italiche all’università di Torino.

Alfonsina Russo, soprintendente dell'Etruria Meridionale

Alfonsina Russo, soprintendente dell’Etruria Meridionale

“Se il Vicino Oriente in generale, e la Mesopotamia in particolare, sono territori ad altissimo rischio saccheggi, dove il patrimonio archeologico è alla merce’ di tombaroli, soldataglie e governatori corrotti che alimentano il mercato antiquario depredando i siti del proprio territorio”, esordisce Alfonsina Russo, “c’è un territorio in Italia – l’Etruria – che è stato per lungo tempo altrettanto terra di rapina da parte di tombaroli e oggetto di scavi clandestini che ne hanno depauperato il patrimonio. Almeno fino alla metà degli anni Novanta quando, con l’arrivo del Nucleo Tutela Patrimonio Beni Culturali dell’Arma dei Carabinieri si è posto un freno a queste devastanti attività illecite con l’arresto di numerosi trafficanti di antichità attivi proprio in Etruria. È quindi un fatto eccezionale – continua – poter annunciare il ritrovamento, avvenuto alla fine dell’estate 2013, di una tomba etrusca inviolata, ancora integra all’interno di un territorio particolarmente importante come è quello di Tarquinia, e nello specifico all’interno della famosa necropoli della Doganaccia, dove è ben testimoniato il cosiddetto periodo “orientalizzante” (VII sec. a.C.)”.

Il Tumulo del Re alla necropoli della Doganaccia a Tarquinia

Il Tumulo del Re alla necropoli della Doganaccia a Tarquinia

La scoperta della tomba 6423 che, come vedremo più avanti, è stata chiamata “dell’Aryballos sospeso” risale al 21 settembre scorso: un sepolcro inviolato rinvenuto nel corso della sesta campagna di scavo del Tumulo della Regina, sepolcro monumentale di oltre 40 metri di diametro, situata a poca distanza dal monumento principale che domina, insieme al gemello Tumulo del Re, l’area archeologica della Doganaccia, a Tarquinia. Gli scavi sono iniziati nel 2008, diretti dalla soprintendente Alfonsina Russo e dall’etruscologo Alessandro Mandolesi dell’università di Torino, con il coinvolgimento e la collaborazione delle associazioni locali. Russo e Mandolesi– proprio per questo ritrovamento –  sono stati insigniti di un importante riconoscimento dal presidente Daniele Leodori, a nome del consiglio regionale del Lazio.

La necropoli della Doganaccia a Tarquinia

La necropoli della Doganaccia a Tarquinia

La necropoli della Doganaccia si trova al centro della vasta area sepolcrale di Tarquinia, caratterizzata dalla presenza di due grandi tumuli, che l’immaginario popolare ha chiamato “del Re” e “della Regina”, e che oggi sappiamo divisi dal passaggio (ovvero essere posti ai lati) della strada che collegava il porto di Tarquinia (non ancora localizzato con precisione) con la civita: questa strada, che oggi chiamiamo la Via dei Principi, era già stata ipotizzata dal grande etruscologo Massimo Pallottino nella prima metà del secolo scorso. “Tutta l’area della Doganaccia, come si diceva, dal tumulo del Re a quello della Regina alle tombe a essi collegati”, spiega la soprintendente, “è interessata al periodo culturale “orientalizzante” (VII sec. a.C.) che segna il trionfo della mentalità e delle forme socio-economiche della nascente aristocrazia etrusca, quella dei Principi, che avevano rapporti con Corinto, Cipro e il Mediterraneo Orientale in genere. Questo rapporto è attestato dalla metà dell’VIII secolo (730 a.C.) all’inizio del VI (580 a.C.). È in questo periodo che i Principi, come segno della acquisita potenza economica e politica, allargano i tumuli, e li riempiono di prodotti esotici, soprattutto dall’Egitto, come uova di struzzo e oggetti in faiance, che oggi possiamo ammirare al museo nazionale di Tarquinia. I Principi avevano dunque contatti e traffici regolari con i greci e i fenici”. Non conosciamo ancora l’ubicazione esatta del porto di Tarquinia, ma ci sono testimonianze archeologiche alle Saline (importante insediamento dell’Età del Ferro) e alla foce del fiume Marta. “Fonti antiche latine raccontano che verso la metà del VII secolo a.C.”, continua Russo, “qui approdò – proveniente da Corinto – Demarato, il padre di Tarquinio Prisco. Demarato arrivò a Tarquinia non a caso, ma perché già si conoscevano questi luoghi. Quindi il collegamento dalla costa alla civita, quello che passa attraverso i tumuli, era più antico e già noto”. La soprintendenza dell’Etruria meridionale ha ora lanciato il progetto di valorizzazione della Via dei Principi, sviluppando proprio i rapporti che la vicenda di Demarato sottende. Il progetto collega in un percorso culturale i tumuli del Re e della Regina con il museo archeologico nazionale di Tarquinia e le tombe etrusche dipinte.

La grande gradinata riportata alla luce negli scavi al tumulo della Regina

La grande gradinata riportata alla luce negli scavi al tumulo della Regina

Il tumulo del Re era stato scavato nel 1928, ma per avere idea di cosa poteva custodire il tumulo della Regina si è dovuto attendere 80 anni fino al 2008 quando è iniziata la sua esplorazione ufficiale. Lo scavo ha rivelato un quadro più articolato e complesso. “È stato trovato un grande vestibolo monumentale a cielo aperto a pianta cruciforme”, interviene il prof. Mandolesi: “questa è una tipica espressione della architettura nella Cipro (sito di Salamina) di cultura omerica. Oltre alla gradinata che precede la piattaforma cultuale, sono state ritrovate tracce di intonaco bianco, caso unico a Tarquinia, e anche in questo caso riferibile a un modello presente a Cipro. E un altro ritrovamento eccezionale nel vestibolo riguarda le tracce di pittura murale tarquiniese: sono le più antiche finora trovate. Purtroppo, nonostante queste incoraggianti e stimolanti premesse, le ricerche archeologiche al tumulo della Regina sono state interrotte per mancanza di fondi”.

L'apertura della lastra ancora sigillata a chiusura dell'entrata alla tomba dell'aryballos

L’apertura della lastra ancora sigillata a chiusura dell’entrata alla tomba dell’aryballos

Pianta del tumulo della Regina e della tomba dell'aryballos

Pianta del tumulo della Regina e della tomba dell’aryballos

Si è invece continuato a sondare e scavare l’area vicino al tumulo della Regina. È qui che è stato trovato un sepolcreto che, vista la vicinanza con il tumulo monumentale, si ipotizza possa essere relativo a famiglie di rango collegate in qualche modo al signore (titolare) del tumulo.  È qui che è stata trovata una tomba gemina (640-630 a.C.) realizzata su modello cipriota che imita il tumulo della Regina. È un tumulo di 6 metri di diametro. A una profondità di tre metri si presenta la facciata con lastre a sigillare la porta d’ingresso: una sigillatura compatta che aveva ancora il servizio da simposio posto accanto alla porta. “La perfetta conservazione di quella sigillatura”, sottolinea Mandolesi, “ci ha permesso di dire che eravamo davanti a una tomba integra, non violata né in antico né in tempi recenti: e questo è un fatto eccezionale. L’ingresso presenta una porta ad arco (tipico modello architettonico del VII sec. a.C.) che dà accesso a una piccola camera ricolma di oggetti: la pianta è rettangolare, con due panchine, che sono due letti funerari, più lunga quella a sinistra, più piccola quella a destra. Il corredo funerario è stato posto nello spazio al centro e ai piedi delle due deposizioni. C’erano anche piccoli troni per sostenere il corredo”.

L'interno della tomba dell'aryballos sospeso (si vede appeso sulla parete di testa)

L’interno della tomba dell’aryballos sospeso (si vede appeso sulla parete di testa)

Appeso alla parete di testa un aryballos (di qui il nome dato dalla soprintendente Alfonsina Russo alla tomba: “dell’aryballos sospeso”): quello è l’unico trovato in situ, ma dai fori sulle pareti o dagli appigli (chiodi) ancora visibili si può dire che nella tomba in tutto erano nove gli unguentari appesi al muro. Le differenti dimensioni dei due letti scavati nella roccia per le deposizioni hanno rivelato anche un diverso rito funerario: a inumazione e a incinerazione. Su quello di sinistra infatti c’era uno scheletro, probabilmente di una donna sui 35-40 anni, deposta con ricchi ornamenti e oggetti personali, fra cui una raffinata pisside in lamina di bronzo contenente (secondo uno studio per ora solo con i raggi X) oggetti da ricamo: degli aghi in bronzo o argento, alcuni con la punta ritorta. Sull’altro letto più piccolo sono state ritrovate, invece, le ceneri di un uomo: il marito o il figlio. L’utilizzo della tomba (620-570 a.C.) testimonia una sequenza di deposizione nell’arco di circa mezzo secolo. L’architettura della tomba è tipica del VII secolo: sullo schema a botte viene disegnato un timpano con una linea rossa. La struttura richiama quindi più il concetto di padiglione che quello di casa. Probabilmente l’uomo è morto dopo, quando era già cambiata la mentalità e la cultura. Ricco il corredo funerario composto da vasellame (ceramiche etrusco-corinzie a impasto), oggetti di ornamento, fibule, suppellettili, sigilli, monili e armi tra cui una lancia e un giavellotto.

 

Particolare del corredo ritrovato all'interno della tomba dell'aryballos sospeso

Particolare del corredo ritrovato all’interno della tomba dell’aryballos sospeso

“Ora è necessario fare le analisi dei resti della sepoltura e studiare i materiali del corredo”, annuncia Alfonsina Russo, “per poter così capire meglio l’ordine seguito nelle deposizioni. Questa tomba è importante anche perché segna il passaggio dalla società dei Principi a una società più popolare”. I reperti trovati verranno sottoposti ad analisi scientifiche nei centri di restauro specializzati. “Apriremo il cofanetto, che pensiamo possa contenere anche gioielli; e condurremo indagini sui resti organici per capire cosa mangiavano i principi”, spiega la soprintendente, riferendosi alla pisside. Per quanto riguarda le armi ritrovate (una lancia, un giavellotto e un coltello rituale), anche queste saranno a breve oggetto di studio. I reperti in metallo e il materiale organico andranno ai laboratori di analisi dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali di Roma e il restante materiale sarà analizzato nei laboratori di Diagnostica e Restauro di Montalto di Castro (della società Mastarna), dalla soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale e dall’accademia di Belle arti “Lorenzo da Viterbo”.

L'etruscologo Alessandro Mandolesi

L’etruscologo Alessandro Mandolesi

“È motivo di soddisfazione, in un periodo così difficile per la tutela, perché abbiamo scarse risorse economiche e umane”, conclude Russo, “aver ottenuto questo risultato raggiunto solo grazie a una operazione sinergica con il Comune di Tarquinia, l’Università di Torino e anche, in futuro, con la Regione Lazio, visto che stiamo portando avanti un progetto di valorizzazione di questo sito tramite un finanziamento Por. Tutto ciò dimostra la bontà degli obiettivi che si possono raggiungere grazie alla sinergia tra vari enti e istituzioni”. Saranno infatti presto svolti lavori di valorizzazione dell’intera area, grazie a un finanziamento europeo (Por Fesr), erogato dalla Regione Lazio, nell’ambito del progetto Via dei Principi, che comprenderanno i restauri delle strutture con l’obiettivo di creare un Parco archeologico a tema. Ma è auspicio di tutti che per il futuro si possano proseguire anche gli scavi della Doganaccia.

Appuntamento a Firenze con il X Incontro nazionale di Archeologia Viva: a tu per tu con i protagonisti della ricerca e della divulgazione

L'auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l'Incontro nazionale di Archeologia Viva

L’auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l’Incontro nazionale di Archeologia Viva

L’appuntamento per tutti gli appassionati di archeologia è domenica 2 marzo 2014 al Palazzo dei Congressi di Firenze (ingresso libero) per il X Incontro nazionale di Archeologia Viva, dove è possibile conoscere e incontrare i protagonisti della ricerca e della divulgazione. Anche la decima edizione promossa dalla rivista Archeologia Viva non sembra tradire le aspettative: grandi personaggi per una full immersion che è diventata un appuntamento irrinunciabile per quanti hanno fatto proprio il motto della rivista: “Vivere il passato. Capire il presente”.

Il manifesto della 24. Rassegna di Rovereto

Il manifesto della 24. Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto

Il programma è intenso, si diceva. L’apertura dell’auditorium alle 8. I lavori inizieranno 20 minuti più tardi con il saluto del direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti “Questo nostro decimo incontro”. Alle 8.30, Dario Di Blasi direttore Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico – Fondazione Museo Civico di Rovereto, presenterà il film “L’Italia dei Longobardi” di Eugenio Farioli Vecchioli, prodotto dall’associazione Italia Langobardorum con IULM e Archeoframe, film vincitore del premio “Città di Rovereto-Archeologia Viva” alla XXIV Rassegna di Rovereto dell’ottobre scorso. Alle 9.30, Paolo Brusasco docente di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico all’Università di Genova interviene su “La storia rubata: il saccheggio archeologico del Vicino Oriente”. Alle 10, Alessandro Mandolesi docente di Etruscologia e Antichità italiche all’Università di Torino, e Alfonsina Russo soprintendente ai Beni archeologici dell’Etruria Meridionale ci riportano all’attualità italiana con “Tarquinia: la scoperta di una tomba etrusca sulla Via dei Principi”.  Alle 10.30, l’Incontro di Archeologia Viva rende omaggio all’astrofisica Margherita Hack, grande ricercatrice e amica dei lettori della rivista, con Viviano Domenici scrittore, già responsabile delle pagine culturali de “Il Corriere della Sera”: “Omaggio a Margherita Hack. La vita extraterrestre: le indagini della scienza e gli inganni della fantarcheologia”. Alle 11 pausa per incontri e documentazione.

L'archeologo prof. Andrea Carandini, presidente del Fai

Andrea Carandini, presidente del Fai

Si riprende a mezzogiorno, Andrea Carandini docente emerito di Archeologia classica alla “Sapienza” Università di Roma, presidente del FAI, interviene sull’archeologia cristiana e romana: “Su questa pietra… Pietro, dalla casa a Cafarnao alla tomba in Vaticano”. Alle 12.30, intervento di denuncia di Danilo Mazzoleni rettore Pontificio Istituto di Archeologia cristiana, su “Chiese siriane del IV secolo: un patrimonio a rischio di estinzione”. Alle 13, pausa per pranzo, incontri e documentazione.

L'archeologo Valerio Massimo Manfredi

Valerio Massimo Manfredi

Si riprende alle 14, con Massimo Rossi comandante Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico – Guardia di Finanza, che spiega i “Crimini contro la Storia e la Cultura. Il fenomeno dei “falsi rinvenimenti” attraverso le indagini della Guardia di Finanza”. Alle 14.30, Simona Rafanelli direttore museo archeologico “I. Falchi” di Vetulonia, e Cocco Cantini musicista jazz, affrontano un tema poco noto ma molto interessante: “Suoni dal passato: la musica perduta degli Etruschi” in collaborazione con Rete dei Musei della Provincia di Grosseto. Alle 15, l’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi, che ha appena pubblicato in due volumi, l’epopea di Ulisse, parla dei “Nostoi: i ritorni e l’Odissea”.  Segue alle 15.30 la pausa per incontri e documentazione.

Alfredo e Angelo Castiglioni

Alfredo e Angelo Castiglioni

Alle 16, si riprende con Jacopo Bonetto docente di Archeologia greca e romana e direttore della scuola di specializzazione in Beni archeologici dell’Università di Padova, illustra una recente scoperta archeologica: “Aquileia, città di frontiera: la grande Domus di Tito Macro riprende vita fra ricerca e valorizzazione”, in collaborazione con Fondazione Aquileia. Alle 16.30, Alfredo e Angelo Castiglioni direttori Centro Ricerche Deserto Orientale denunciano cosa succede dopo il rinvenimento di un sito archeologico importante: “Berenice Pancrisia dalla scoperta archeologica all’assalto dei metal detector”. Alle 17, ultima pausa per incontri e documentazione.

Alberto Angela con Piero Pruneti a Firenze

Alberto Angela con Piero Pruneti a Firenze

Alle 17.30, Cristina Acidini soprintendente Polo Museale Fiorentino e Gino Fornaciari ordinario di Storia della Medicina all’Università di Pisa in “Giovanni dalle Bande Nere: vita e morte (annunciata?) di un capitano di ventura”. Ultimo intervento di un’intensa giornata, alle 18, con Alberto Angela archeologo e scrittore su “I segreti di Michelangelo nella Cappella Sistina”. Alle 18.30 conclusioni e chiusura della manifestazione.