Roma. Il parco archeologico del Colosseo sigla un accordo di collaborazione con Coldiretti e Unaprol per la manutenzione degli olivi del parco e la produzione di olio extravergine. Presentate le prime bottiglie di evo Palatinum

Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo, mostra le prime bottiglie dell’olio extravergine Palatinum, prodotto con le olive del PArCo (foto PArCo)

Negli ultimi mesi lo staff del parco archeologico del Colosseo ha lavorato a moltissimi progetti per essere davvero pronto a ripartire quando le condizioni lo avrebbero permesso. Quanto era stato sperato finalmente si è concretizzato e proprio da fine maggio prende il via la collaborazione formativa e educativa del PArCo con Coldiretti e Unaprol-Consorzio olivicolo italiano. L’accordo è presentato in un video, girato tra la fine del 2020 e questi ultimi giorni, che racconta bene le attività portate avanti finora, strettamente connesse al percorso dedicato agli alberi di olivo presenti nel PArCo. Una su tutte, quella dedicata a studenti e studentesse che, accompagnati da guide archeologiche del PArCo, potranno visitare le principali aree in cui sono presenti gli olivi e seguire anche una speciale lezione tutta dedicata all’olio, a cura della Fondazione Evoo School.

“Abbiamo sottoscritto questo protocollo che punta alla manutenzione, all’assistenza, delle circa 200 piante dentro il parco archeologico del Colosseo”, spiega David Granieri, presidente Coldiretti Lazio, “convinti che in questo contesto si possa costruire una coscienza del consumatore dove in un ambiente così speciale e così unico può anche imparare parte della cultura agroalimentare italiana”. Il PArCo – ricorda il direttore Alfonsina Russo, “porta avanti nel suo programma strategico, oltre alla cura del patrimonio monumentale, la cura del verde, del paesaggio che costituisce il contesto nel quale i monumenti sono inseriti. Questo binomio tra verde-paesaggio e cultura-monumenti archeologici si coniuga in quest’azione che il parco archeologico ha messo in atto con Coldiretti ed è importante per noi perché l’ulivo rappresenta una pianta sacra legata anche al mito. È una pianta sacra alla dea Minerva. E in questo modo raccontiamo anche quello che la pianta rappresenta per quest’area archeologica. Credo che questa sia un’attività sperimentale che possa fungere da modello per altre aree archeologiche italiane”. Nicola Di Noia, direttore generale Unaprol: “Stiamo dando nuova vita a questi alberi facendo in modo di raccogliere le olive e ottenerne un olio di assoluta qualità e unicità perché questo è un luogo unico dove i turisti potranno non solo ammirare queste opere straordinarie millenarie, ma potranno in qualche modo avvicinarsi anche alla cultura di questo prodotto che è l’olio extravergine di oliva e delle olive da tavola che in Italia da più di duemila anni si produce, che anche i romani producevano anticamente”. E Sara Paraluppi, direttore Coldiretti Lazio: “Questa è una bellissima giornata di sole in cui nel cuore di Roma, nel parco archeologico del Colosseo, abbiamo iniziato la raccolta delle olive. È un momento importante perché è un’occasione per un percorso di collaborazione stretta con l’arte di una città storica per eccellenza in tutto il mondo in cui oltre alla visita ai monumenti possiamo pensare di poter far gustare quelle che sono le eccellenze di un territorio in cui l’olio sicuramente la fa da padrona”. L’annata 2020 è confezionata in splendide bottiglie, con un’etichetta molto elegante che riproduce, come disegni e come colori, una pittura parietale di una delle domus che sono presenti sul Palatino, la cosiddetta Casa dei Grifi. “Ci auguriamo – conclude Alfonsina Russo – si possano realizzare all’interno del parco archeologico del Colosseo con Coldiretti dei laboratori aperti alle famiglie ai giovani ai bambini. Credo che sia molto importante anche l’educazione, la trasmissione di quella che è la filiera di produzione dell’olio. Quindi dalla pianta all’olio stesso”.

Sardegna nuragica. I parchi archeologici di Losa e Santa Cristina ripartono con Realtà Virtuale e Intelligenza Artificiale. I primi cortometraggi cinematografici in realtà virtuale girati in Sardegna e un gioco interattivo per visitare i parchi archeologici in un modo tutto nuovo e sicuro

Attivati due progetti di Nabui per arricchire la visita dei parchi archeologici di Losa e Santa Cristina in Sardegna con la realtà virtuale (foto nabui)

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Veduta aerea del nuraghe Losa (foto paleotur)


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Veduta aerea del pozzo sacro di Santa Cristina a Paulilatino (foto pozzo santa cristina)

In Sardegna i parchi archeologici di Losa e Santa Cristina ripartono con un progetto digitale. È infatti ora possibile fruire di spazi e contenuti in modo innovativo e del tutto sicuro, grazie a intelligenza artificiale e realtà virtuale. Il progetto, realizzato da Nabui Società Benefit nell’ambito del proprio programma di rilancio culturale “Heritage Tourism Programme”, ha previsto la realizzazione di alcuni contenuti inediti, prodotti a partire dalla studio delle comunità del luogo. Due cortometraggi in realtà virtuale, fruibili attraverso visori a uso personale disponibili presso il bookshop, senza rischio di contagio, e due chatbot story, sistemi di messaggistica realizzati grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale e fruibili tramite il proprio smartphone personale, accompagneranno i visitatori alla scoperta dei segreti del Nuraghe Losa e del Pozzo Sacro di Santa Cristina. “Abbiamo iniziato un percorso sperimentale indirizzato verso nuovi modi di raccontare il Pozzo Sacro di Santa Cristina”, afferma Massimo Muscas, presidente della Cooperativa Archeotour di Paulilatino. “Con questo progetto intendiamo sostenere buone pratiche di fruizione, proponendo punti di vista inediti della nostra comunità millenaria”. “Abbiamo il compito di raccontare il Nuraghe Losa alle nuove generazioni e ai visitatori del futuro e vogliamo farci trovare pronti”, sostiene Dario Vinci, presidente della Cooperativa Paleotur di Abbasanta. “L’emergenza ci ha spinto ad accelerare i nostri processi di innovazione e a proporre nuove soluzioni per il turismo culturale in Sardegna”. “Stiamo lavorando a un programma aperto, in evoluzione, pensato per favorire il turismo culturale in Sardegna attraverso il coinvolgimento delle comunità”, afferma Roberta Falcone, responsabile del Heritage Tourism Programme di Nabui. “Losa e Santa Cristina sono i primi luoghi culturali che partecipano al nostro programma, ma contiamo di creare una rete di collaborazione e di scambi con altre zone sensibili dell’Isola”. Il progetto è stato finanziato attraverso la misura “CultureLAB2018” della Regione Sardegna. 

Tramonto al nuraghe Losa (foto paleotur)

“Il nuraghe Losa ci racconta anche la storia dell’archeologia in Sardegna”, scrive l’archeologo Alessandro Usai della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Cagliari sul sito di Paleotur che gestisce il parco archeologico. “Infatti fu il primo ad essere indagato sistematicamente con l’obiettivo della ricerca archeologica e della valorizzazione, che però si è realizzato nell’arco di più di un secolo. Nel 1893 lo Stato acquisì il nuraghe e una striscia di terreno circostante e avviò la prima campagna di scavo. Il grande nuraghe diroccato, che per secoli aveva visto solo pastori e greggi e per un certo periodo era stato disturbato a distanza dai costruttori della “strada reale” di Carlo Felice (1821-1825), ora veniva invaso fin nelle viscere da una turba di operai. Nel 1915, il soprintendente Antonio Taramelli allargò le trincee ed esplorò in estensione le fasce a Sud e ad Est del monumento, avanzando a Nord e Nord-ovest fino al cortile posteriore. Dal 1970 a oggi, soprattutto per opera dei soprintendenti Ferruccio Barreca e Vincenzo Santoni, il nuraghe Losa e la vasta area archeologica circostante sono stati recuperati e offerti alla fruizione del più vasto pubblico con numerosi interventi di scavo scientifico, studio, restauro e valorizzazione. Un ruolo importante è stato svolto anche dall’Amministrazione comunale di Abbasanta, che ha acquisito le aree circostanti all’originario nucleo statale, costituendo un vasto parco archeologico; inoltre l’accordo stipulato nel 2001 dalla Soprintendenza e dal Comune ha consentito l’avvio della gestione turistico-culturale integrata a cura della cooperativa Paleotur”.

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Suggestivo scorcio dell’interno del nuraghe Losa (foto paleotur)

“Scorgiamo il nuraghe Losa, quasi un panettone sulla tavola, mentre percorriamo le superstrade Cagliari – Porto Torres o Abbasanta – Olbia e le rampe degli svincoli”, racconta ancora l’archeologo Alessandro Usai. “Lo guardiamo, isolato e maestoso, mentre a passi svelti attraversiamo il cancello e la breccia di un grande muro di pietra che solo per un attimo lo nascondono. E lo guardiamo ancora, senza badare a dove mettiamo i piedi, mentre percorriamo il sentiero leggermente accidentato. Ci avviciniamo incuriositi a quello che sembra l’ingresso, e invece è un grosso edificio rotondo antistante. Andiamo oltre, lo aggiriamo; arriviamo sotto il bastione ciclopico quasi verticale, come l’alta prua di una nave; saliamo di corsa pochi gradini e siamo alla porta. Guardiamo dentro l’oscurità dell’interno, quasi per chieder permesso a chi è già dentro, anzi a chi è dentro da sempre. (…) Ricordiamo che abbiamo visto una rampa: saliamo. (…) Dall’alto abbracciamo un paesaggio sconfinato a 360 gradi. Anche se quello che vediamo non è più il paesaggio dei tempi nuragici, la sua potenza evocativa è enorme: in qualche modo, qualcosa di simile osservavano i protagonisti di quella storia umana, lontana e sempre viva, quando, forse con orgoglio, ammiravano i campi coltivati e i pascoli, le messi e il bestiame, gli uomini e le donne al lavoro, gli altri nuraghi e i villaggi della tribù, i boschi, i fiumi e le sorgenti, le vie e i confini”.

È il più grande capolavoro nuragico. Parliamo del tempio a pozzo sacro di Santa Cristina, massima espressione architettonica della civiltà nuragica risalente a circa 3000 anni fa, ma che sembra costruito oggi, con i suoi massi squadrati, perfettamente incastrati con una geometria perfetta. Il monumento è orientato da NNO a SSE e si compone di tre distinte parti accuratamente scalpellate: vestibolo o atrio, vano scala e camera ipogeica a tholos. I due perimetri esterni non presentano alcuna lavorazione e sono realizzati con pietre e fango. Il vestibolo è la parte antistante la scalinata nel quale venivano deposte le offerte votive per la divinità. Il vano scala, oltre a consentire l’accesso alla camera ipogeica ed a rivestire un’importante funzione estetica, permetteva di raggiungere l’acqua che nei vari periodi dell’anno aveva un livello non costante. Situato nei pressi di Paulilatino, è il pozzo sacro più rappresentativo dell’Isola dove storie, leggende e verità si intrecciano tra loro. Nel mese di settembre dal 21 al 23 alle 12 e nel mese di marzo dal 18 al 21 alle 11 in occasione degli equinozi il sole illumina perfettamente il fondo del pozzo passando per il vano scale. Il sole, con i suoi raggi, si riflette dentro il pozzo sino a toccare l’acqua. In questa circostanza l’osservatore, mentre guadagna gli ultimi 6 scalini interni, viene accompagnato da due ombre: una si proietta nell’acqua, l’altra discende dalla camera a tholos a testa in giù.

Backstage con l’attrice Marta Alfonso che impersona Cristina nel corto in realtà virtuale al pozzo sacro di Santa Cristina (foto nabui)

Il processo di ricerca di Nabui Società Benefit. Per la realizzazione del progetto i due parchi sono stati oggetto di una ricerca condotta da Nabui sulle comunità del luogo. La ricerca ha portato alla luce due storie mai raccontate e che rischiavano di andare perse: quella di Cristina, bambina che secondo la tradizione orale ha dato origine al parco, e quella dei bambini della comunità di Losa che, negli anni precedenti all’apertura del parco archeologico, si incontravano al nuraghe con le loro famiglie per condividere insieme momenti di socialità e di gioco. Due storie che, affiancandosi alle informazioni storiche e archeologiche, arricchiscono di una nuova sfumatura la narrazione di questi luoghi unici al mondo, recuperando e valorizzando il patrimonio immateriale delle comunità, altrimenti destinato a perdersi.

Un momento delle riprese a 360 gradi per la realizzazione dei corti in virtual reality nei parchi archeologici di Losa e Santa Cristina (foto nabui)

I corti in realtà virtuale. Non dei semplici virtual tour. I parchi archeologici di Losa e Santa Cristina diventano protagonisti di due cortometraggi in realtà virtuale girati dal regista emergente Girolamo Da Schio attraverso l’uso di telecamere e tecniche di ripresa a 360 gradi. Grazie al virtual reality, infatti, lo spettatore potrà fare un’esperienza di cinema immersivo e ritrovarsi al fianco di Cristina e fuggire con lei dalle grinfie del padre o con i bambini di Losa, impegnati nei loro giochi.

Backstage del corto al nuraghe Losa con l’attore Gianluigi Moreddu (foto nabui)

Chatbot stories. Non solo chatbot game. Ma anche e soprattutto “chatbot stories”. Attraverso l’intelligenza artificiale il visitatore del parco potrà chattare e interagire su Facebook Messenger con i personaggi delle storie di Losa e Santa Cristina che li condurranno tra i segreti dei due parchi archeologici. Basterà collegarsi agli account messenger delle pagine Facebook @cristinaproject e @losaproject per godere di una visita guidata inusuale e interattiva durante la quale scoprire, oltre alle informazioni di carattere storico-archeologico, due storie inedite.

Backstage del corto al nuraghe Losa con i protagonisti, i gemelli Simone e Nicola Tocco (foto nabui)

Al Pozzo Sacro di Santa Cristina sarà Tzia Maria a fare da guida: si tratta della zia di Cristina, la panettiera di paese, l’unica in grado di raccontare quello che è successo alla povera Cristina, ma solo se il visitatore sarà in grado di farla parlare. Nel caso di Losa invece, Domenico cercherà di accompagnare i visitatori in giro per il parco ma sarà ostacolato dai gemelli Nanni e Didì e dai loro giochi d’infanzia.

Oderzo (Tv). L’Apollo, scoperto nel 1984 nel settore urbano dell’antica Opitergium, è stato restaurato e studiato, e ora arricchisce le collezioni del polo museale di Oderzo Cultura

Dettaglio del volto dell’Apollo di Oderzo, bronzetto del I sec. d.C., al museo Archeologico di Oderzo (foto oderzo cultura)

Oderzo rafforza il segnale positivo di ripartenza con l’annuncio da parte di Oderzo Cultura e della Soprintendenza competente, dell’arrivo nelle collezioni museali opitergine di un reperto di grande forza espressiva, rinvenuto nel 1984 nel settore urbano nord orientale dell’antica Oderzo, tra i ritrovamenti di strutture abitative: è il cosiddetto Apollo di Oderzo. Dal 28 maggio 2021 questa mirabile piccola scultura, restaurata e studiata dagli specialisti della Soprintendenza sarà per la prima volta visibile al pubblico, arricchendo in maniera permanente le collezioni del Polo Museale di Oderzo Cultura.

L’Apollo di Oderzo, un bronzetto di soli 21 cm di altezza, del I sec. d.C., conservato al museo Archeologico di Oderzo (foto oderzo cultura)

La statuetta del I secolo d.C. raffigurante Apollo ignudo, alta circa 21 cm. in bronzo a fusione piena, gli occhi ageminati in argento, è uno dei più importanti reperti dello scavo condotto nel settore urbano nord orientale dell’antica Oderzo. Di gusto classicista, l’Apollo, con i capelli divisi da una scriminatura centrale, racchiusi sulla nuca e trattenuti da una tenia, ha la gamba sinistra flessa. Il braccio sinistro è piegato e proteso in avanti, la mano è racchiusa nell’atto di stringere l’arco, di cui resta un frammento. Il braccio destro è abbassato e probabilmente stringeva una freccia.

Bassano. Per la restituzione alla città del Ponte, cinque mesi di eventi culturali. Si inizia con la grande mostra “Palladio, Bassano e il Ponte. Invenzione storia mito”, che racconta il mito del ponte, ma contemporaneamente di un ponte concreto e reale da 500 anni, il ponte di Bassano, disegnato da Palladio, distrutto e ricostruito più volte

Il Ponte di Bassano tornato al suo splendore dopo i recenti restauri (foto esseci)

È il Ponte degli Alpini. Ma anche il Ponte Vecchio. In una parola: il Ponte di Bassano, simbolo della cittadina della pedemontana veneta, in realtà opera ingegneristica del genio di Andrea Palladio, progettato nel 1569, e dallo stesso archistar definito “una strada sopra dell’acqua… bella per la forma, e forte”. Cinquecento anni di storia, contrassegnati anche da momenti dolorosi, non solo per la furia delle acque del Brenta che l’hanno più volte danneggiato, ma per la mano dell’uomo, come nel 1813 quando il viceré Eugenio di Beauharnais lo fece incendiare per fermare l’avanzata austriaca, o nel 1945 quando prima le bombe alleate poi le mine dei partigiani lo fecero saltare in aria per salvare la città. Ma fu sempre ricostruito, rimanendo fedeli al modello palladiano. Anche nell’ultimo restauro, durato sette lunghi anni, e finito nel maggio 2021, che ha comportato anche la deviazione del fiume Brenta e l’uso di tecnologie sofisticate per salvarlo dal collasso e restituirlo alla Storia. Ora è tempo per Bassano di tributargli il giusto riconoscimento con un programma di eventi a partire da sabato 29 maggio 2021.

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Locandina della mostra “Palladio, Bassano e il Ponte. Invenzione storia mito” ai Musei civici di Bassano dal 29 maggio al 10 ottobre 2021

A cominciare da una grande mostra “Palladio Bassano e il Ponte. Invenzione storia mito”, dal 29 maggio al 10 ottobre 2021 ai musei civici di Bassano del Grappa, a cura di Guido Beltramini, Barbara Guidi, Fabrizio Magani e Vincenzo Tiné. L’esposizione è stata promossa dall’amministrazione comunale di Bassano del Grappa proprio per celebrare la conclusione del lungo restauro del Ponte Vecchio conosciuto anche come il Ponte degli Alpini. La mostra è frutto di una sinergia fra il museo civico di Bassano, la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Verona, Rovigo e Vicenza e il Centro Studi Internazionali di Architettura Andrea Palladio-Palladio Museum di Vicenza. “Attendiamo con gioia l’apertura di questa importante mostra”, dichiara il sindaco Elena Pavan, “una mostra che, oltre a farci ripercorrere l’affascinate storia di questo singolare monumento divenuto simbolo di Bassano, rappresenta il primo di una ricca serie di appuntamenti volti a festeggiare la sua restituzione alla città”.

Il Ponte di Bassano in una pagina de “I Quattro libri dell’Architettura” di Andrea Palladio (Venezia, 1570), appartenuta ad Antonio Canova e conservata nella Biblioteca Civica di Bassano (foto comune di bassano)
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“Capriccio con edifici palladiani” di Antonio Canaletto (1750 ca.), olio su tela conservato al Complesso monumentale della Pilotta di Parma (foto pilotta parma)

“A differenza della maggior parte degli architetti cinquecenteschi”, ricorda Guido Beltramini, direttore del CISA e co-curatore della mostra, “Palladio è un architetto di ponti: ponti di pietra, di legno e di carta. Questi ultimi sono senza dubbio quelli che avranno un impatto più marcato sulla cultura figurativa dei secoli successivi: pubblicati sulle pagine dei Quattro Libri, il trattato edito a Venezia nel 1570, diventeranno i protagonisti dei sogni degli artisti del Settecento. Algarotti chiederà a Canaletto di fargli vedere il ponte di Rialto come lo aveva pensato Palladio, ma anche Bellotto, Carlevarijs e Piranesi faranno dei ponti uno dei soggetti privilegiati delle loro vedute. La mostra racconta il mito del ponte, ma contemporaneamente parla di un ponte concreto e reale da 500 anni, il ponte di Bassano, disegnato da Palladio, distrutto e ricostruito più volte in un’epopea che dal Settecento del Ferracina giunge al presente del Ponte degli Alpini. Il racconto della mostra si snoda a partire da disegni originali di Palladio, libri cinquecenteschi, mappe antiche, dipinti del Settecento, fotografie di fine Ottocento, modelli di studio contemporanei”.

“Il Ponte di Bassano” di Roberto Roberti (1807), olio su tela conservato al museo civico di Bassano del Grappa (foto comune di bassano)

La mostra è accompagnata da un volume scientifico, in grado di fornire gli strumenti di lettura della storia del ponte di Bassano e dei suoi secoli di storia. Il volume è articolato in tre sezioni. La prima, di taglio storico, contestualizza la fase di costruzione cinquecentesca del ponte all’interno dell’economia, politica e società bassanese dell’epoca, senza trascurare anche la “preistoria” del ponte, con i diversi attraversamenti dal medioevo in avanti. La seconda sezione, di tema palladiano, rende conto delle novità nelle ricerche su Palladio e i ponti in pietra e in legno, con particolare attenzione al ponte nella città di Bassano e a quello a Cismon del Grappa. Una terza sezione riguarda la “vita materiale” e le trasformazioni del ponte in un arco cronologico che va dalla sua costruzione sino al recente restauro, nonché alla forza del suo mito nelle arti figurative.

“Interno del Ponte Vecchio di Bassano” di Sebastiano Lovison (1826), incisione a bulino conservata al museo civico di Bassano (foto comune di bassano)

Bassano ha predisposto da maggio a ottobre 2021 un ricco programma di appuntamenti per festeggiare la restituzione del Ponte alla città (vedi Il Ponte degli Alpini | Il Ponte Vecchio | Il Ponte di Palladio | Il Ponte di Bassano / Fotonotizie / Comunicazione / Home – Comune di Bassano del Grappa). Gli eventi in programma, che compongono un unico calendario, sono stati idealmente suddivisi in due gruppi: gli appuntamenti strettamente legati alla restituzione del Ponte, e quindi organizzati per questo specifico momento, e il “Fuori Ponte”. Questo secondo, riunisce diverse manifestazioni organizzate ciclicamente da associazioni ed enti cittadini, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, che per l’occasione avranno una specifica declinazione a tema. Per il 29 maggio 2021, giorno di inaugurazione della grande mostra ai musei civici, due gli eventi in programma. Alle 19, sul Ponte degli Alpini, “Un ponte in musica”, omaggio a Ennio Morricone. Concerto sul Ponte degli Alpini con il flautista Andrea Griminelli, l’Orchestra Ritmico Sinfonica Italiana e il Coro lirico Opera House diretti dal Maestro Diego Basso. Produzione Due Punti Eventi. Invece alle 15, per “Fuori Ponte”, a Villa Ca’ Erizzo Luca, cerimonia di consegna del Premio letterario nazionale Voci Verdi, a cura dell’Associazione Culturale Va’ Pensiero.

Napoli. Gita scolastica virtuale per 1245 classi da tutta Italia al museo Archeologico nazionale. Tramite uno speciale visore tutti connessi per condividere un suggestivo tour virtuale tra la Sezione Egizia, la Collezione Farnese, le Sale degli Affreschi e dei Mosaici

Il gruppo dei Tirannicidi tra le sculture più famose della Collezione Farnese del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto luigi spina)

Sono arrivati puntuali alle 10.20 di giovedì 27 maggio 2021 al museo Archeologico di Napoli accompagnati dal prof. Alessandro Bogliolo, coordinatore del progetto: sono i Cody-tripper, migliaia di alunni e studenti della scuola primaria e secondaria di primo grado che partecipano a una speciale gita scolastica di fine anno scolastico. Ma davanti al portone del Mann di questi i ragazzi non se ne è visto neanche uno. Così si scopre che ai tempi della pandemia, le storie e le emozioni di viaggio si intrecciano con i fili invisibili del web. E che la gita scolastica è virtuale.

Una sala della Sezione Egizia al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto studio guicciardini e magni)

Cody Trip prevede, ad oggi, il coinvolgimento di 1245 classi (scuola primaria e scuola secondaria di primo grado) da 761 diverse città italiane: una platea scolastica che, in un’esperienza resa possibile grazie alle nuove tecnologie, diffonde in rete l’amore per i tesori storico-artistici del nostro Paese. Pochi i passaggi per vivere il tour virtuale: il giorno della gita i partecipanti si collegano attraverso uno speciale visore, ActiveViewer, appositamente sviluppato da DIGIT srl come web app funzionante su qualsiasi dispositivo collegato ad Internet (computer, LIM, smartphone, tablet). ActiveViewer permette a tutti di interagire in modalità anonima, rispondendo a domande, prendendo decisioni condivise, giocando e cimentandosi nella conquista di punti e certificati. La tappa del progetto Cody Trip al museo Archeologico nazionale di Napoli è stata realizzata da DIGIT srl, in collaborazione con l’università di Urbino e con Giunti Scuola; tra i partner partenopei del percorso, oltre il Mann, figurano Comune di Napoli (assessorato alla Cultura, all’Istruzione e al Turismo), associazione Guide turistiche Campania, museo Cappella Sansevero, parco archeologico di Pausilypon, Centro Studi Interdisciplinari Gaiola onlus, FOQUS – Fondazione Quartieri Spagnoli e tanti altri.

Lo splendore delle Sale dei Mosaici al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto giorgio albano)

I partecipanti sono stati accolti dal direttore del museo, Paolo Giulierini, che ha inviato il proprio messaggio di benvenuto (rigorosamente online), per poi dare inizio al percorso guidato nelle splendide collezioni dell’Istituto. Tre le tappe scelte per raccontare agli studenti italiani il patrimonio del museo Archeologico nazionale di Napoli: la Sezione Egizia, la Collezione Farnese, le sale degli affreschi e dei mosaici provenienti dalle città vesuviane. Per il Mann, il progetto Cody Trip è stato promosso dai Servizi Educativi (responsabile: Lucia Emilio); gli itinerari saranno proposti dallo staff dell’Ufficio (Miriam Capobianco, Elisa Napolitano, Angela Rita Vocciante).

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel quinto appuntamento, il viaggio parte ancora una volta dal Palatino per arrivare a piazza Navona alla scoperta degli stadi dell’imperatore Domiziano: da quello accanto alla Domus Flavia a quello in Campo Marzio, oggi sotto la famosa piazza di Roma

Il cosiddetto stadio Palatino annesso alla Domus Flavia sul Palatino (foto PArCo)

Quinto appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte ancora dal Palatino, precisamente sul lato orientale della Domus Flavia dal cosiddetto stadio Palatino, per giungere, dopo una passeggiata di tre chilometri in piazza Navona nei cui sotterranei si scoprono i resti dello stadio di Domiziano.

Il lato orientale dello Stadio Palatino. Verso destra è ben visibile l’emiciclo, tradizionalmente noto come tribuna imperiale, ma forse utilizzato come ninfeo. Sulla sinistra, in corrispondenza dei pini, si trova il piano di calpestio corrispondente al piano superiore della Domus Flavia-Augustana e dell’attuale percorso di visita: oggi come un tempo i livelli della residenza imperiale sono sfalsati ed è possibile ammirare lo Stadio dall’alto con tutta la sua grandiosità (foto PArCo)

Sul lato orientale della Domus Flavia, la residenza imperiale per eccellenza, costruita dall’ultimo imperatore della dinastia Flavia, Domiziano, ma posto ad un livello inferiore, si trova il cosiddetto Stadio Palatino. “Si tratta di una imponente costruzione”, spiegano gli archeologi del PArCo, “lunga ben 161 metri e larga 48, che ancora oggi conserva la pianta rettangolare allungata tipica degli stadi. Su uno dei lati lunghi si può ancora ammirare la struttura di una grande esedra, probabilmente un ninfeo o triclinio; solo le basi dei pilastri restano, invece, del sontuoso portico che doveva circondarlo almeno su tre lati, e che doveva essere arricchito, come tutto l’edificio, da numerose statue e gruppi scultorei, la maggior parte dei quali sono oggi esposti nel museo Palatino (vedi https://parcocolosseo.it/area/musei/museo-palatino/)”.

Veduta verso Sud dello stadio Palatino. La pianta dello Stadio è molto simile a quella del Circo di Caligola che si trovava nella villa di Agrippina in Vaticano (foto PArCo)

“Nonostante la struttura architettonica e la presenza di un lato curvo, tipica degli stadi”, continuano gli esperti del PArCo, “l’utilizzo del termine ‘stadio’ non è forse del tutto corretto nel caso del Palatino; non sappiamo infatti con certezza quale fosse l’uso di questo splendido edificio: è probabile che si trattasse in realtà di un sontuoso giardino annesso al palazzo, utilizzato come luogo di svago dalla famiglia e dalla corte imperiale, e probabilmente anche come maneggio. L’ipotesi sembra essere confermata da Plinio il Giovane secondo il quale alcune ricche residenze erano dotate di ippodromi privati, ossia di giardini a forma di circo”.

Stadio Palatino, zona meridionale. I pochi resti visibili somiglianti ad un recinto ovale risalgono probabilmente all’epoca di Teodorico (foto PArCo)

È comunque possibile – secondo gli archeologi – che questo “stadio” venisse utilizzato anche come una sorta di palestra per lo svolgimento di esercizi ginnico-atletici. Lo stadio era il luogo d’eccellenza dove praticare gli sport della tradizione atletica greca, che Domiziano amava particolarmente, e che voleva diffondere tra i romani in contrapposizione agli sport più violenti.

Piazza Navona occupa l’area centrale dell’antico Stadio di Domiziano e conserva perfettamente la forma rettangolare allungata. Gli edifici circostanti si poggiano sulle gradinate dello Stadio stesso, che utilizzano come fondazione (foto PArCo)

“Forse per questo l’imperatore, oltre allo Stadio Palatino, riservato solo alla corte imperiale”, suggeriscono gli archeologi del PArCo, “costruì anche un grande stadio pubblico nel Campo Marzio, nel luogo ora occupato da una della più belle piazze di Roma: piazza Navona. Già nel nome della piazza (forse da “Campus in Agoni”, poi “in Agona”) troviamo un riferimento all’uso cui era adibita l’area in antico: gli agoni infatti erano gare di atletica e lotta che si tenevano all’interno degli stadi. Giochi popolari in Grecia, a Roma non riscuotevano altrettanto successo”.

Piazza Navona. Stadio di Domiziano, scalinata dell’ambulacro esterno di accesso al corridoio intermedio del piano superiore (foto PArCo)

Fu solo dopo l’incendio nel Campo Marzio dell’anno 80 d.C. che Domiziano poté edificare il primo stadio in muratura della città. La pianta dell’edificio (265×106 metri), con i lati lunghi paralleli e i lati corti uno curvo e l’altro obliquo, era simile a quella dei circhi, ma la diversa natura dei giochi che vi si svolgevano richiedeva dimensioni più ridotte e l’assenza della spina centrale.

Piazza Navona. Ben visibili sui muri in laterizio i fori che testimoniano l’installazione di scale per accedere ai vari ordini dello Stadio. È facile distinguere anche i diversi materiali utilizzati: la parte esterna in travertino che costituiva la facciata, ed il laterizio per gli ambienti più interni e/o di servizio (foto PArCo)

“La facciata esterna era costituita da una doppia serie di arcate su pilastri (l’inferiore d’ordine ionico, il superiore corinzio)”, spiegano ancora gli archeologi del PArCo, “mentre numerosi gruppi marmorei e statue singole dovevano popolare i fornici superiori e le nicchie delle aule del piano terreno. Nel Medioevo ininterrotta fu la continuità d’uso dell’area: le strutture dello stadio vennero occupate da abitazioni, mentre lo spazio dell’arena ospitò il Carnevale Romano e fu poi luogo di mercato. Nel Seicento, infine, con la chiesa barocca di Sant’Agnese in Agone e le tre fontane dei Fiumi, del Nettuno e del Moro, la piazza acquisirà la configurazione attuale”. Per informazioni sulle modalità di visita all’area archeologica dello Stadio di Domiziano inviare un’email a info@stadiodomiziano.com.

Roma. Per il ciclo “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo, presentazione on line di due libri sui musei e la cultura digitale: “Musei e media digitali” di Nicolette Mandarano e “Musei e cultura digitale” di Maria Elena Colombo

Il settimo e ultimo appuntamento della rassegna “Dialoghi in Curia”, a cura del Parco archeologico del Colosseo, è interamente dedicato ai musei e alla cultura digitale. Giovedì 27 maggio 2021, alle 11, in diretta on line dalla Curia Iulia nel Foro Romano, presentazione dei volumi “Musei e media digitali” di Nicolette Mandarano (Carocci editore) e “Musei e cultura digitale” di Maria Elena Colombo (Editrice bibliografica). A discutere di queste nuove dinamiche di comunicazione interverranno Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino; Federica Rinaldi, responsabile archeologo del Colosseo e del Servizio Comunicazione del PArCo, e il direttore del PArCo Alfonsina Russo. Christian Greco – ricordiamolo – direttore del museo Egizio di Torino dal 2014, è stato docente universitario del corso “Archeologia funeraria egizia e archeologia della Nubia e del Sudan” all’università di Leida. Come direttore del museo Egizio, Christian Greco ha guidato e diretto il progetto di ri-funzionalizzazione, il rinnovo dell’allestimento e del percorso espositivo, concluso il 31 marzo 2015, portando alla trasformazione dell’Egizio, da museo antiquario a museo archeologico aperto e centro di ricerca in grado di interagire su vari piani con il suo pubblico proponendo corsi, lezioni, eventi e incontri. Per seguire la conferenza collegarsi giovedì 27 maggio alle 11 all’indirizzo https://www.facebook.com/parcocolosseo; la conferenza sarà trasmessa nel primo post disponibile sulla pagina (non è necessario avere un account Facebook. L’evento sarà disponibile anche su YouTube e come podcast su Spotify (dopo il 30 maggio su ​https://open.spotify.com/show/3JU094BAQp4eITYs6iAsRC).

La copertina del libro “Musei e media digitali” di Nicolette Mandarano (Carocci editore)
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Nicolette Mandarano, storica dell’arte

Musei e media digitali (Carocci editore). L’autrice Nicolette Mandarano si interroga su quali siano i mezzi più adatti per creare un dialogo fra istituzione museale e visitatore in un momento storico (il volume è uscito nel 2019) in cui l’accelerazione imposta dalla pandemia per il “posizionamento in rete” non aveva ancora prodotto molti dei risultati che con l’occasione si intendono rileggere. L’autrice con un linguaggio pacato e molto accessibile ripercorre brevemente la storia della relazione fra musei e comunicazione e indaga il contesto in cui tale rapporto si sviluppa. Analizza gli strumenti che possono essere impiegati nei percorsi museali per coinvolgere il visitatore, agevolando la fruizione e la comprensione delle opere esposte e del loro contesto. Affronta il tema della comunicazione museale online, fra siti web e piattaforme social, per individuare le buone pratiche comunicative.

La copertina del libro “Musei e cultura digitale” di Maria Elena Colombo (Editrice Bibliografica)
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Maria Elena Colombo, esperta in museologia e sul digitale

Musei e cultura digitale (Editrice Bibliografica). Solo un anno dopo, all’inizio della pandemia (marzo 2020), Maria Elena Colombo si trova nella condizione di dover inserire nel suo volume “Musei e cultura digitale” (Editrice Bibliografica) un post scriptum interamente dedicato ai musei e alla dimensione digitale in Italia al tempo del coronavirus. Il post scriptum rafforza l’impianto rigoroso del volume di Maria Elena Colombo che raccoglie inediti spunti e voci per interrogarsi sulla relazione ormai decennale tra musei e cultura digitale, cogliendone stereotipi, resistenze, illuminazioni e opportunità. Il volume ha le sue premesse nelle interviste condotte dall’autrice negli ultimi tre anni a professionisti del digitale nei musei di tutto il mondo e pubblicate su “Artribune”.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con Franco Perrelli (università di Bari) su ‘’Il teatro greco come avanguardia’’, introdotto da Eva Degl’Innocenti direttrice del museo Archeologico nazionale

Locandina dell’incontro on line “Il teatro greco come avanguardia” con Franco Perrelli

I canoni del teatro greco e quelli dell’avanguardia, in una correlazione stretta tra il passato e il presente, saranno al centro della conferenza che il prof. Franco Perrelli, ordinario di Discipline dello spettacolo ed Estetica all’università “Aldo Moro” di Bari, nonché Premio Pirandello 2009 per la saggistica teatrale, terrà on-line mercoledì 26 maggio 2021 alle 18. La conferenza ‘’Il teatro greco come avanguardia’’ con il prof. Franco Perelli, che sarà introdotta dalla direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti, l’ultimo degli appuntamenti di maggio, evocherà i momenti fondamentali di questa rinascita poetica e figurale del classico nel moderno teatro d’avanguardia. L’appuntamento è in diretta live sui canali Facebook e YouTube del museo Archeologico nazionale di Taranto, agli indirizzi: https://www.facebook.com/MuseoMARTA e https://www.youtube.com/channel/UCiMfIYMTR-HQKbrYWx3NlPQ

Teatro greco come avanguardia al museo Archeologico nazionale di Taranto (foto MArTA)
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Il prof. Franco Perrelli

“All’insegna di Nietzsche e di Artaud, l’avanguardia teatrale che si è imposta a partire dagli anni Sessanta del Novecento, si è insistentemente rivolta al teatro greco classico per trasformare l’esperienza scenica in quello che Ludwik Flaszen ha definito un genere di rituale o di cerimonia”, dice il prof. Perrelli, “Grotowski, Eugenio Barba, il Living, Schechner, Brook e Ariane Mnouchkine sono così tornati sui miti classici (Orfeo, Antigone, Alcesti, Medea ecc.) e sui grandi tragici, elaborando nuove forme di espressione teatrale e ispirandosi ampiamente alla pittura vascolare antica”.

Storia dell’archeologia italiana da Pompei ai nostri giorni” di Luigi Malnati, per 40 anni in prima linea come archeologo e soprintendente: è il racconto di un mondo tanto affascinante quanto ancora poco conosciuto, con le parole di un testimone diretto

La copertina del libro “La passione e la polvere” di Luigi Malnati (edizioni La Nave di Teseo)

L’archeologia è fango, polvere, cemento, baracche prefabbricate in lamiera, bagni mobili, panini consumati in fretta. E l’emozione della scoperta. In una parola: l’archeologia. Declinata attraverso il suo sviluppo e la sua evoluzione in 250 anni di scavi in Italia, e l’esperienza personale di 40 anni di attività in prima linea dell’archeologo Luigi Malnati, autore di “La passione e la polvere. Storia dell’archeologia italiana da Pompei ai nostri giorni”, edito da La Nave di Teseo, con l’introduzione di Vittorio Sgarbi. Il libro sarà in libreria giovedì 27 maggio 2021.

Il soprintendente Luigi Malnati illustra la stele etrusca trovata in via Saffi a Bologna (foto Graziano Tavan)

Avventurosa e carica di mistero: da sempre, è così che immaginiamo l’archeologia. Spesso legata a paesi lontani, esotici e favolosi, o a scoperte di tesori e reperti straordinari come le tombe etrusche, gli affreschi di Pompei, le sculture classiche. Non è più così da molto tempo, da quando nell’Ottocento l’archeologia ha iniziato a distinguersi dalla storia dell’arte antica ed è diventata una scienza intimamente connessa alla storia dell’uomo, contribuendo, insieme alle fonti scritte, a scoprire e raccontare la vita nelle diverse civiltà. Da allora si sono moltiplicati gli scavi, condotti con metodi rigorosi, specie nelle città che conservano sotto l’aspetto attuale le tracce delle epoche e delle culture precedenti. In Italia la professione di archeologo è nata formalmente negli anni Ottanta del Novecento e richiama giovani spinti da una grande passione, che lavorano duramente, a fianco delle soprintendenze, il più delle volte lontani dalla ribalta. Perché non esistono solo Pompei e il Colosseo: il patrimonio archeologico è diffuso e la battaglia per salvaguardarlo non è ancora perduta. Arricchito da un inserto di immagini che ripercorrono momenti e figure decisive e illustrano le tecniche dell’archeologia, La passione e la polvere racconta un mondo tanto affascinante quanto ancora poco conosciuto, nelle parole di un testimone diretto. “La ricostruzione di Luigi Malnati è molto precisa: l’archeologia è una trincea in una guerra difficile”, scrive Vittorio Sgarbi nell’Introduzione.

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Luigi Malnati, soprintendente archeologo (foto Mibact)

Nato a Bergamo nel 1953, Luigi Malnati si è specializzato in archeologia all’università di Milano. A 27 anni vince il concorso da ispettore archeologo al ministero dei Beni culturali, dove ha lavorato per quasi quarant’anni. A 39 anni diventa soprintendente archeologo, incaricato prima della soprintendenza delle Marche, poi di quella del Veneto, dell’Emilia Romagna e della Lombardia. Dal 2010 al 2014 ricopre l’alto grado di direttore generale alle Antichità, emanando la prima circolare che regolamenta le procedure di archeologia preventiva in Italia. Ha al suo attivo più di 150 pubblicazioni scientifiche, fra le quali, con Valerio Massimo Manfredi, il manuale Gli Etruschi in val Padana (1991 e 2002), prevalentemente dedicate all’archeologia italica e a quella urbana, ma anche alle problematiche relative alle normative per la tutela. Ha organizzato decine di esposizioni archeologiche in Emilia e in Veneto, nonché la grande esposizione di Brescia del 2015 sulla romanizzazione dell’Italia settentrionale.

Napoli. Tre nuovi video per la rubrica “I Gladiatori ti aspettano al Mann” sui social del museo Archeologico nazionale: Silvano Mattesini sulle riproduzioni delle corazze degli antichi combattenti, Luigi Percuoco sugli smart glasses con tecnologie AR Tour, ed Elisa Napolitano sulla divulgazione della mostra, fra archeologia e didattica

La locandina della mostra “Gladiatori” fino al 6 gennaio 2022 al museo Archeologico nazionale di Napoli

Tre nuovi video della rubrica “I Gladiatori ti aspettano al Mann” proposta sui canali social del museo Archeologico nazionale di Napoli per illustrare la mostra “Gladiatori” aperta nel Salone della Meridiana e “Gladiatorimania” nel Braccio nuovo fino al 6 gennaio 2022.

Nel dodicesimo appuntamento l’architetto Silvano Mattesini svela i segreti di un particolare percorso creativo: le riproduzioni delle corazze degli antichi combattenti, i gladiatori, esposte nella Sezione Gladiatorimania. “In questa mostra – spiega Mattesini – siamo presenti con le copie principali, almeno quelle principali della gladiatura, che sono per esempio trace, mirmillone, hoplomachus, secutor, retiarius, … In questo caso siano davanti a una vetrina di un hoplomachus. Nella gladiatura sembra che tutto sia certo, ma in realtà non è così e ogni tanto scopriamo cose nuove, come questa tipologia di gladiatore che viene anche definita trace tipo B. Quello che possiamo semplicemente dire è che si tratta di un parmulario, cioè di un gladiatore che combatte con un piccolo scudo rotondo (parma) e ha una lancia e un gladio corto, che lo distingue dagli altri scutari, che hanno entrambi lo scudo e il piccolo schiniere. Noi parliamo di giochi gladiatori – continua Mattesini -, ma non esiste in latino la traduzione di gioco. In realtà si parla di munus, che è qualcosa di molto diverso. Quindi la sensazione è che dovremmo rivedere tante cose. Munus significa dono, significa impegno, una cosa profonda. E questo dono si manifesta attraverso il dono del sangue. Ogni gladiatore nel munus offre una parte di sé. Quindi si identifica tutto quanto non più come un gioco, come qualcosa di ludico, ma la gladiatura sembra assumere qualcosa di sacro. Se è vero che Marziale, che non è certamente un autore di quelli tra i più seri e rigorosi, parla di sacri muneris, anziché giochi gladiatori. Questo lo riscontriamo nei decori dei singoli pezzi che noi riproduciamo e che ovviamente siamo stati costretti a identificare, a dargli un nome, a dare un senso. Nel nostro caso sono dedicate a Dioniso. Perché un gladiatore offre a Dioniso la decorazione delle proprie armi? Perché c’è tutto un ambito nel quale la filosofia del gladiatore si identifica con la morte. Dioniso è l’essenza dell’istinto primordiale. E quindi in questo senso il gladiatore deve avere un istinto primordiale per cui deve odiare il suo avversario e compiere l’atto osceno. Dioniso l’accompagnerà in questo percorso. Dioniso poi a sua volta sarà perdonato da Era per gli omicidi commessi sotto gli effetti di questo istinto primordiale, sotto l’effetto dell’ebbrezza del vino o droghe, e quindi il gladiatore compie dei gesti, compie degli atti che sono sacri e che sono poi perdonati. Ogni gladiatore in quest’ambito ha un ruolo ben preciso che va identificato con questi simboli che sono sugli elmi, sulle corazze”.

Nel tredicesimo appuntamento con Luigi Percuoco (AR Tour) scopriamo gli smart glasses per vivere la magia della mostra. Gli occhiali 3D sono dispositivi dotati di lenti completamente trasparenti e predisposte per la realtà aumentata; la tecnologia è realizzata da AR Tour su contenuti scientifici forniti dal Mann. Gli smart glasses, a differenza della realtà virtuale, consentono di contestualizzare l’esperienza durante la visita al Museo. “AR Tour – interviene Percuoco – è un’azienda innovativa che utilizza la tecnologia per la gestione dei beni culturali. In questo caso abbiamo utilizzato gli occhiali a realtà aumentata per la narrazione della mostra. Gli occhiali hanno lenti completamente trasparenti, pertanto non si perde mai il contesto in cui avviene la narrazione, questa è la differenza rispetto alla realtà virtuale dove la realtà viene persa e la proiezione avviene in un altrove. Il visitatore li indossa, prosegue nel suo percorso e quando guarda un reperto gli vengono attivati degli ologrammi direttamente sul reperto che sostanzialmente lo spiegano. Gli occhiali sono dotati di audio, lo storytelling è stato curato insieme allo staff del museo, così come anche tutta la componente grafica digitale. Questa esperienza si affianca ad altre esperienze archeologiche che abbiamo fatto in Campania, come Pompei, Ercolano, il centro storico di Napoli. Il visitatore diventa protagonista durante il percorso perché è lui che attiva la narrazione man mano che si sposta nella visita della mostra semplicemente guardando i reperti. Gli occhiali sono dotati di una telecamera per cui sono in grado di comprendere cosa il visitatore sta guardando. Chiaramente – conclude – un vantaggio importante è per il museo quello della possibilità di migliorare anche l’aspetto educativo rispetto alle giovani generazioni”.

Nel quattordicesimo appuntamento Elisa Napolitano (Servizi Educativi del Museo) presenta un eccezionale reperto della mostra. Il racconto dell’opera segue caratteristiche e temi della guida illustrata “Gladiatori” (Franco Panini Editore Ragazzi). “La grande mostra Gladiatori vi aspetta al museo Archeologico nazionale di Napoli”, saluta Elisa Napolitano. “Nell’atrio accoglie i visitatori il monumentale rilievo proveniente da Pompei. Rappresenta, come un diario, il racconto di una tipica giornata dei giochi gladiatori. Nella fascia in alto ci sono i personaggi di ingresso nell’arena che dava inizio alla giornata dei giochi: la pompa gladiatoria. I primi della fila sono due littori, cioè ufficiali che lavoravano al servizio dei magistrati romani, che portano in mano i fasci littori, fasci di bastoni di legno legati insieme da strisce di cuoio, che sono simboli di potere. Subito dietro ci sono i suonatori di tibia, cioè il flauto. Poi una lettiga, portata da quattro schiavi, con sopra alcuni fabbri addetti al buon funzionamento delle armi, la cosiddetta probatio armorum. Seguono due inservienti: uno porta in mano un cartello sul quale sono indicate le coppie in combattimento, e l’altro una palma per il vincitore. Poi l’editor, l’organizzatore dei giochi, che indossa una bella toga ed è l’unico ad essere in posizione frontale perché ha un ruolo davvero importante. Altri inservienti portano armi, elmi, scudi e cavalli per i gladiatori. Nella seconda fascia i gladiatori si scontrano nell’arena, alcuni sono in combattimento, altri sono feriti e vengono assistiti da medici. Un vincitore alza lo scudo, e lo sconfitto attende il verdetto. Nella terza fascia sono rappresentate invece le venationes, dove si riconoscono diversi animali erbivori, tori, cinghiali, e cani. Questi combattono tra loro o contro i venatores che hanno un abbigliamento molto semplice, tuniche corte e fasci di protezione alle gambe. Le tre fasce non rappresentano momenti consecutivi della giornata. In genere infatti si teneva la pompa inaugurale, nel corso della mattinata si tenevano le venationes, e solo nel pomeriggio gli scontri tra gladiatori. Tuttavia – conclude Elisa Napolitano – lo scultore ha voluto dare maggiore rilevanza al momento fondamentale della giornata dei giochi: la parte centrale, quella principale e anche più ampia, infatti ospita la rappresentazione che riguarda i combattimenti tra gladiatori”.