Licata (Ag). Scoperta la matrice di una maschera, probabilmente di Medusa, nella casa 18 dell’area archeologica di Finziade, colonia greca fondata nel 282 a.C., nell’ambito del programma “Finziade project” sostenuto dal parco della Valle dei Templi

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La matrice raffigurante Medusa scoperta nella Casa 18 dell’area archeologica di Finziade (Licata) (foto regione siciliana)

Scoperta una matrice di una maschera che probabilmente raffigura Medusa e proviene dallo scavo della Casa 18 nell’area archeologica di Finziade a Licata (Ag). Le attività di scavo e ricerca sono sostenute dal parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento e dal direttore, Roberto Sciarratta, e svolte in convenzione con il Cnr di Catania nel contesto del programma “Finziade project”, di scavo della città ellenistico-romana di Finziade, sul Monte S. Angelo, fondata come colonia greca nel 282 a.C., diretto dagli archeologi Alessio Toscano Raffa per il Cnr-Ispc Catania, e Maria Concetta Parello, con il coordinamento logistico di Rosario Callea, del parco della Valle dei Templi.

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L’area archeologica di Finziade su Monte Sant’Angelo a Licata (Ag) (foto regione siciliana)

La Casa 18, di età tardo repubblicana, probabilmente nell’ultima fase di frequentazione, intorno all’inizio del l secolo a.C., venne trasformata in un laboratorio dove si producono per l’appunto anche maschere, di cui sono state trovate diverse matrici.

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I labotarori del Finziade project nel castello di Monte Sant’Angelo a Licata (Ag) (foto regione siciliana)

Medusa, sia temuta che venerata, era più di una semplice figura mitica – la sua immagine era profondamente intessuta nella vita quotidiana. Queste maschere sono state probabilmente prodotte in un laboratorio artigianale per vari scopi: come oggetti di scena teatrali nelle rappresentazioni, simboli protettivi nei rituali ed elementi decorativi nelle case e negli spazi pubblici. La scoperta di molteplici stampi conferma che Finziade era un centro di artigianato, dove gli artigiani producevano in serie questi oggetti per uso locale e regionale.

Pertosa (Sa). Iniziata la campagna 2025 di ricerche archeologiche nelle Grotte di Pertosa-Auletta, dove c’è l’unico insediamento palafitticolo sotterraneo d’Europa

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Speleo-archeologi impegnati nello scavo all’interno delle Grotte di Pertosa-Auletta (Sa) (foto sabap-sa-av)

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È iniziata la campagna 2025 di ricerche archeologiche nelle Grotte di Pertosa-Auletta, nota cavità turistica in provincia di Salerno, riaperta al pubblico – dopo la chiusura invernale – il 14 febbraio 2025. L’attuale cantiere di scavo è stato impiantato a circa 40 metri dall’ingresso in grotta, in un’area particolarmente ricca di reperti e di strutture antiche. Un’équipe specializzata in spelo-archeologia conduce l’esplorazione del deposito stratificato, situato nell’alveo del fiume sotterraneo. Le indagini sono svolte, in regime di concessione ministeriale, dalla Fondazione MIdA – Musei Integrati dell’Ambiente, in accordo con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino. Al progetto scientifico prendono parte anche l’Istituto Centrale per l’Archeologia e il Centro di ricerca speleo-archeologica “Enzo dei Medici”. Collaborano, inoltre, la Società Iren S.p.a., i comuni di Pertosa e Auletta.

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Grotte di Pertosa-Auletta (Sa): giacimento archeologico sommerso (foto sabap-sa-av)


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Grotte di Pertosa-Auletta (Sa): giacimento archeologico all’asciutto (foto sabap-sa-av)

Il giacimento archeologico presente nell’ampia antegrotta, noto sin dalla fine dell’Ottocento, ha la particolarità di essere generalmente sommerso a causa di una diga eretta a fini di sfruttamento idroelettrico. Per consentire le ricerche, infatti, l’invaso idrico artificiale deve essere completamente svuotato facendo in modo che le acque sotterranee scorrano in condizioni naturali.

La maggiore evidenza archeologica è rappresentata da un’estesa struttura palafitticola datata col radiocarbonio all’età del Bronzo (attorno a 3500 anni fa), che costituisce l’unico insediamento palafitticolo sotterraneo finora noto in Europa. Questo patrimonio straordinario, unito a stratificazioni che coprono un arco temporale di 8.000 anni, rendono le Grotte un sito fondamentale per lo studio delle relazioni uomo-ambiente.

Studio dell’università di Salerno con il parco archeologico: a Pompei i visitatori arrivano indipendentemente da scavi e scoperte, principio che si capovolge invece nei siti minori. “Investire nella Grande Pompei”

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Visitatori sempre numerosi agli scavi di Pompei (foto parco archeologico pompei)

A Pompei i visitatori arrivano indipendentemente da scavi e scoperte, principio che si capovolge invece nei siti minori. “Il futuro di Pompei è fuori Pompei”. Si potrebbe sintetizzare così la consapevolezza e la scelta di indirizzo che il parco archeologico di Pompei sta assumendo sempre più nelle sue scelte strategiche di azione e di attività di scavo indirizzate verso il territorio esterno alle mura della città antica di Pompei. In supporto a quest’orientamento arrivano i risultati di una recente ricerca interdisciplinare condotta dall’università di Salerno in collaborazione con il parco archeologico di Pompei e pubblicata sull’ultimo numero della rivista Valori e Valutazioni, DEI – Tipografia del Genio Civile https://doi.org/10.48264/VVSIEV-20243607) circa la correlazione tra nuove campagne di scavo e aumento dei flussi turistici. Gli autori non hanno trovato alcuna relazione statisticamente rilevante tra i due fattori, sebbene nel 2024 il sito di Pompei abbia superato, per la prima volta nella storia, i 4milioni di ingressi. La decisione di visitare il sito UNESCO dipenderebbe da altri fattori, molti dei quali hanno a che fare con trend globali, con l’economia e le crisi internazionali. Anche grandi interventi di restauro e importanti riaperture di domus e quartieri della città antica non avrebbero prodotto un effetto misurabile sul numero degli accessi.

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La stanza con gli attrezzi da carpentiere scoperti in un ambiente servile della villa suburbana di Civita Giuliana a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Secondo lo stesso studio, nuovi scavi possono, invece, indurre una crescita sostanziale in siti poco sviluppati, come quelli nel territorio dell’antica Pompei, come ad esempio lo scavo di Civita Giuliana dove si sta portando alla luce una grande villa con un quartiere servile di dimensioni senza paragoni nei paraggi. Lo scavo viene condotto in collaborazione con la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, che nel 2017 aveva fermato gli scavatori clandestini che saccheggiavano la villa da anni. Il ministero della Cultura, su richiesta della direzione del Parco, ha stanziato già i fondi per continuare gli scavi in questo sito e per avviare un progetto di restauro, accessibilità e apertura al pubblico.

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Cantieri aperti nell’area archeologica di Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Sono conclusioni di grande rilevanza per il nostro lavoro quotidiano, grazie a uno studio mai fatto in passato”, sottolinea il direttore degli scavi, Gabriel Zuchtriegel, anch’esso tra gli autori dello studio. “Si tratta di risultati che non possono essere ignorati ma sono anzi importanti per calibrare il delicato equilibrio tra conservazione, fruizione e conoscenza del patrimonio archeologico tramite nuovi scavi, che a Pompei comportano una enorme responsabilità. Tutto ciò che viene portato alla luce ha bisogno di monitoraggio e di manutenzione continua, che è una delle priorità del nostro lavoro in questi anni. Purtroppo nel passato non è sempre stato così, anche perché dal momento dei primi scavi nel 1748, tutela e conservazione hanno fatto grandi passi in avanti; oggi lavoriamo con sistemi digitali per monitorare il sito e stiamo sperimentando l’uso dell’Intelligenza artificiale per la tutela. Questo nuovo studio ci rafforza nella strategia, condivisa con il Comitato scientifico del Parco e con il Ministero della Cultura, di investire in nuovi scavi tenendo sempre conto delle varie istanze di sostenibilità, conservazione, fruizione e conoscenza, con una particolare attenzione per le zone al di fuori della città antica, nella “Grande Pompei”, ovvero in quel immenso paesaggio archeologico tra il Vesuvio e il mare, dove nuovi scavi possono ancora contribuire in maniera significativa allo sviluppo di un territorio, che nell’antichità formava un tutt’uno con la città di Pompei”.

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Gruppo del Satiro ed Ermafrodito (I sec. d.C.) dalla Villa A di Oplontis rientrata alla villa di Poppea dalla mostra “Arte e sensualità” di Pompei per arricchire il museo diffuso (foto parco archeologico pompei)

“Il modello che abbiamo scelto per descrivere questo fenomeno consiste in una curva a S”, spiega il prof. Luigi Petti, co-autore della pubblicazione. “Ciò significa che all’inizio bisogna investire molto nello scavo di un sito nuovamente scoperto, senza avere benefici immediati in termini di sviluppo turistico. A Pompei, questa fase corrisponde ai primi decenni dopo il 1748, quando iniziarono gli scavi sistematici nella città antica. Poi segue una fase di forte crescita: bisogna continuare a investire nella ricerca e negli scavi, per sviluppare il potenziale di un sito, sia scientificamente sia turisticamente. A Pompei questo avviene principalmente tra metà ‘800 e metà ‘900. Segue una fase di appiattimento della curva: anche se si continua a investire e a varare nuovi scavi, i benefici turistici, ma anche quelli scientifici, non crescono più con lo stesso ritmo. Al tempo stesso, altri siti nei dintorni di Pompei sono ancora nelle fasi iniziali di questo modello, oltre a Civita Giuliana ciò vale per Oplontis, Boscoreale e Longola”.

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Panoramica notturna della Villa Regina a Boscoreale (foto parco archeologico pompei)

Come evidenzia il prof. Antonio Nesticò, “gli interventi di scavo di ulteriori aree all’interno delle mura della città antica di Pompei, sebbene rimarchevoli con riguardo all’insieme delle nuove conoscenze che possono produrre, sono sostenibili soltanto se inseriti in un quadro di concreta efficace gestione e manutenzione del patrimonio storico-archeologico, dal momento che va verificato con attenzione l’equilibrio economico tra gli effetti dei nuovi progetti sulla collettività e gli obblighi che discendono dalle azioni del conservare e del fruire. Soltanto alla luce di attente valutazioni sui costi e sui benefici di lungo periodo che scaturiscono sull’intero territorio di riferimento dalle strategie d’investimento e di gestione è possibile delineare politiche di valorizzazione dell’intero parco archeologico, pur estendendo lo sguardo dall’antica Pompei ai siti di Boscoreale, Oplontis e Civita Giuliana. Così, prospettiva rimarchevole pare la possibilità di creare un ampio sistema turistico in cui attuare azioni comuni che includano sia l’area all’interno delle mura della città antica sia i siti al di fuori, secondo l’attuale denominazione “Grande Pompei”. In virtù dello studio condotto sulla funzione sigmoide che connota l’evoluzione dei flussi turistici, la creazione di un network sinergico dei diversi siti può divenire importante obiettivo da perseguire”.

Montebelluna (Tv). Per M’illumino di meno, al museo “Il Cielo degli Antichi alla luce delle stelle”: visita guidata a “Fabulae” e osservazione astronomica

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“Il Cielo degli Antichi alla luce delle stelle” è il titolo della speciale visita guidata proposta del museo civico di Storia natuale e Archeologia di Montebelluna (Tv) nell’ambito dell’iniziativa M’ILLUMINO DI MENO 2025, promossa da @RADIO2 e la trasmissione Caterpillar Radio2. Appuntamento domenica 16 febbraio 2025, al museo di Montebelluna per una serata di osservazione astronomica a cura del Gruppo Naturalistico Bellona e visite guidate a lume di candela agli splendidi reperti della mostra “Fabulae. Le situle raccontano i Veneti antichi” (vedi Montebelluna (Tv). Al via al museo civico la mostra “FABULAE. Le situle raccontano i Veneti antichi” dedicata all’eccezionale scoperta nella necropoli preromana di Posmon: le due situle in bronzo figurate esposte insieme per la prima volta: reperti da Montebelluna, Este e Lubiana | archeologiavocidalpassato). Tre i turni di un’ora previsti: alle 19, alle 20.15 e alle 21.30. Attività per tutti, prenotazione consigliata fino esaurimento posti. Ingresso speciale al costo di 1 euro. Info e prenotazioni: 0423 617479 oppure info@museomontebelluna.it.

Altino (Ve). Al parco archeologico visita guidata “Un cavallo bianco per Diomede” per il ciclo #Parolaallefonti alla scoperta dell’importanza dei cavalli veneti per i Veneti antichi

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Bardatura di cavallo (III-II sec. a.C,) dalla necropoli Le Brustolade, ora conservata al museo Archeologico nazionale di Altino (foto drm-veneto)

Domenica 16 febbraio 2025, alle 15.30, lo staff del parco archeologico di Altino accoglierà i visitatori per un nuovo incontro di #Parolaallefonti su “Un cavallo bianco per Diomede”. Si potrà scoprire l’importanza dei cavalli veneti secondo le fonti antiche. L’attività gratuita è compresa nel biglietto d’ingresso, ora acquistabile anche tramite app Musei Italiani. Per informazioni e prenotazioni drm-ven.museoaltino@cultura.gov.it, 0422789443. “Era il 440 a.C. quando Leonte di Sparta vinse le Olimpiadi. Guidava cavalli veneti.”, ricorda la direttrice Marianna Bressan. “Qualche decennio più tardi, Dionisio, il tiranno di Siracusa, scelse di allevare i cavalli veneti, perché erano i migliori nella corsa. Fu così che i Greci li conobbero e in breve divennero i più ambiti nei più prestigiosi agoni sportivi. Per gli antichi, ogni eccellenza era un dono divino ed era d’obbligo rendere grazie. I Veneti, infatti, erano soliti sacrificare a Diomede un cavallo bianco. Non sappiamo nei dettagli come si svolgesse il sacrificio, in quali occasioni e ogni quanto tempo. Poteva trattarsi di un rituale a sé o rendersi necessario in caso di vittoria in un agone importante o essere collegato alla morte del padrone particolarmente potente e facoltoso. Quel che sappiamo è che le necropoli delle città venete ospitano spesso tombe di cavalli”. Ad Altino se ne contano 30, seppellite tra il V e il III secolo a.C. nella necropoli a nord della città. Sono quasi tutti cavalli maschi, nel fiore degli anni, per lo più inumati a coppie o a gruppi di tre, come nella celebre tomba della biga di Adria. Spesso indossano la bardatura. “Nessuno reca traccia di morte violenta sullo scheletro, ma un taglio alla gola non ne lascia. E’ possibile, ma non certo, che riposassero accanto ai loro padroni. Assistiamo, con questo, a una delle testimonianze più intime e umane del sentire e dell’agire di persone, vissute migliaia di anni prima di noi. Sacrificare quanto di più prezioso si possedeva era un gesto di estrema umiltà e abbandono verso la potenza del divino. Riservare all’amato animale una sepoltura pari a quella di una persona cara era il sommo tributo di gratitudine, pagato con l’incalcolabile prezzo della vita”.

Taranto. Al museo Archeologico nazionale il concerto “Vissi d’arte, vissi per Maria”, omaggio a Maria Callas, secondo appuntamento di “Un anno di concerti al MArTa – Domeniche in concerto musica e aperitivo” con visita guidata

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Domenica 16 febbraio secondo appuntamento del 2025 con “Un anno di concerti al MArTa – Domeniche in concerto musica e aperitivo”: le matinée di Musica e Archeologia organizzata dal museo Archeologico nazionale di Taranto e l’associazione le Corti Taras. In programma il concerto “Vissi d’arte vissi per Maria”, omaggio a Maria Callas con l’Ensable Musica Civica e la voce di Maria Callas. Ingresso al museo da corso Umberto al costo di 10 euro. L’accesso sarà consentito dalle 10 per la visita guidata, con inizio visita alle 10.30. L’accesso per il concerto dalle 11, con inizio concerto alle 11.15. Per concludere l’aperitivo nella suggestiva cornice del chiostro del museo a partire dalle 12.15. Biglietti acquistabili alle Corti di Taras (via Giovinazzi, 28 – Taranto). Oppure su VIVATICKET qui https://www.vivaticket.com/…/vissi-d-arte-vissi…/259432.

Augusta (Sr). La conferenza dell’archeologo Massimo Cultraro “Prima del Giubileo. Pellegrinaggi nel mondo greco-romano” apre il ciclo di incontri “In viaggio. Storie di pellegrinaggi nell’anno del Giubileo” promossi dall’Archeoclub di Augusta

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Inizia sabato 15 febbraio 2025 il nuovo ciclo di incontri “In viaggio. Storie di pellegrinaggi nell’anno del Giubileo” promossi dall’Archeoclub d’Italia Aps sede di Augusta (Sr) pensato per questo 2025, anno giubilare, che si concluderà nel mese di novembre dopo avere percorso viaggi e cammini anche di altre fedi. Appuntamento dunque sabato 15 febbraio 2025, alle 18, nella sede dell’associazione Filantropica Liberale Umberto 1, in via Principe Umberto ad Augusta (Sr), con l’archeologo Massimo Cultraro che accompagnerà i partecipanti attraverso la storia dei pellegrinaggi nel mondo greco e romano. Introduce Mariada Pansera, presidente Archeoclub d’Italia sede di Augusta. Quindi Massimo Cultraro, dirigente Cnr-Ispc di Catania, su “Prima del Giubileo. Pellegrinaggi nel mondo greco-romano”.

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Massimo Cultraro, archeologo del CNR ISPC

“Il pellegrinaggio, come esperienza di viaggio devozionale, è una creazione della religione cristiana?”, si chiede Massimo Cultraro. “I Padri della Chiesa e soprattutto pensatori e uomini di Chiesa del Medioevo ci hanno fatto credere questo, ma in realtà la pratica è strettamente legata al mondo antico, da cui il Cristianesimo prende spunto, aggiungendo un elemento che in ambito greco-romano era assente, il pellegrinaggio penitenziale. L’Egitto del Nuovo Regno conosceva il pellegrinaggio annuale nel santuario di Osiride ad Abydos, che sopravvive fin in età classica, come ci racconta Erodoto che mise in campo questa esperienza. Anche gli Ittiti conoscevano il pellegrinaggio nella città sacra di Nerik, dove erano custodite le statue di divinità capaci di guarire anche i mali più oscuri. Sono i Greci – continua Cultraro – ad elaborare un sistema di pellegrinaggio, declinato in diverse forme: il più antico, forse residuo della Grecia micenea, è la visita cadenzata presso oracoli, il più celebre è quello di Zeus a Dodona, in Epiro. Ci sono anche pellegrinaggi di devoti che si rivolgono a divinità salutari, come Asklepio, ma anche figure meno note come Tryphonios in Beozia. Il vero pellegrinaggio politico-istituzionale è quello dei Theoroi, i magistrati che si spostavano da una città all’altra, compiendo sacrifici, allo scopo di rinsaldare i legami tra comunità anche geograficamente lontane, come le città della Grecità d’Occidente. Infine, vi sono i pellegrinaggi nei luoghi della memoria, come il sito della battaglia di Platea che nel 479 a.C. vide affermarsi lo schieramento spartano e gli alleati contro i Persiani, oppure le visite periodiche che molti effettuavano sulla collina di Troia, nei pressi dei Dardanelli, celebrando gli eroi omerici”.

Cividale (Ud). Al via le visite guidate alle collezioni longobarde del museo Archeologico nazionale

cividale_archeologico_visite-guidate_febbraio-2025_locandinaDa febbraio a giugno 2025 il museo Archeologico nazionale di Cividale (Ud) organizza una serie di visite guidate alle collezioni longobarde per scoprire i tesori custoditi nelle sue sale e le storie che li rendono unici. Si comincia sabato 15 febbraio 2025, poi saranno ogni terzo sabato del mese. Sono previsti due turni, alle 10.30 e alle 12, per un viaggio straordinario attraverso l’archeologia, un’occasione per immergersi nella cultura per scoprire storie uniche e affascinanti. Attività gratuita compresa nel biglietto d’ingresso (6 euro intero – gratuito 0-18). Per informazioni e prenotazioni: tel.0432700700.

Adria (Ro). Al museo Archeologico nazionale l’incontro “Adria, San Basilio, Corte Cavanella. La rete per Una storia antica nella terra più giovane d’Italia” e presentazione del numero LVIII della rivista “Padusa”

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Sabato 15 febbraio 2025, alle 10.30, al museo Archeologico nazionale di Adria (Ro) l’incontro “Adria, San Basilio, Corte Cavanella. La rete per Una storia antica nella terra più giovane d’Italia” e presentazione del numero LVIII della rivista “Padusa”. Alle 10.30, saluto delle autorità; 11, Alberta Facchi, direttore del museo Archeologico nazionale di Adria, “Sintesi di 3 anni di attività del progetto di educazione all’archeologia”; 11.20, Giovanna Falezza, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona Rovigo e Vicenza, “Nuove modalità di fruizione del patrimonio archeologico con strumenti e ricostruzioni 3D”; 11.40, Paolo Bellintani, CPSSAE, presentazione del numero LVIII della rivista “Padusa”; 12, Giovanna Gambacurta, università Ca’ Foscari, e Silvia Paltineri, università di Padova, “I risultati della ricognizione nell’area dell’insediamento etrusco”.

Trento. In via S. Croce, nel cuore della città, a 8 metri di profondità scoperta una necropoli monumentale preromana (prima Età del Ferro, IX-VI a.C.): 200 tombe a incinerazione, con ricchi corredi, segnate da stele funerarie. Parlano i protagonisti di questo intervento di archeologia preventiva

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La vicepresidente e assessore provinciale alla Cultura deal Provincia di Trento, Francesca Gerosa, in sopralluogo alla necropoli preromana scoperta in via Santa Croce a Trento (foto provincia tn)

A 8 metri di profondità, rispetto all’attuale quota di via Santa Croce, nel cuore di Trento, ben al di sotto dei livelli di frequentazione storica, medievale e di epoca romana, è stata scoperta una necropoli monumentale di epoca preromana, rimasta perfettamente conservata attraverso i millenni grazie agli episodi alluvionali che hanno sigillato il deposito archeologico. L’eccezionale ritrovamento, che consentirà di riscrivere la storia della città, è avvenuto a seguito dell’attività di tutela preventiva condotta dall’Ufficio beni archeologici dell’UMSt soprintendenza per i Beni e le Attività culturali della Provincia autonoma di Trento in occasione dei lavori di restauro e riqualificazione di un edifico storico. Le ricerche archeologiche, tuttora in corso di svolgimento, hanno consentito di mettere in luce 200 tombe, complete di prestigiosi corredi, caratterizzate dal rito della cremazione indiretta, che rappresentano soltanto una parte di quelle potenzialmente conservate nel sottosuolo ancora da indagare.

“Una scoperta incredibile, che ci mostra una nuova storia della città di Trento, non più quindi solo come città romana”, commenta la vicepresidente e assessore provinciale alla cultura Francesca Gerosa. “Sappiamo come sia importante l’impegno di ricerca e di tutela del patrimonio delle nostre radici, e questo è previsto dalle leggi e dalla Costituzione, ma indipendentemente da questo non vogliamo sottrarci e qui si sta lavorando intensamente per riportare alla luce un pezzo di storia sconosciuta per la città. I lavori procedono, ma c’è ancora tutta un’intera area da monitorare per poi valutare quali azioni intraprendere, anche riguardo ai tantissimi oggetti rinvenuti e che sono già oggetto di restauro, come lo saranno anche i ritrovamenti successivi. Stiamo lavorando ricordando che serve sempre un equilibrio per contemperare gli interessi di tutela del patrimonio archeologico, con quelli comprensibili dello sviluppo urbano”.

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L’assessore Francesca Gerosa e il soprintendente Franco Marzatico sullo scavo della necropoli preromana di via Santa Croce a Trento (foto provincia tn)

La scoperta della necropoli monumentale di via Santa Croce a Trento apre nuovi scenari e suggestive ipotesi interpretative per la ricerca archeologica, considerata la sua collocazione nel centro storico di Trento e la rarità di questa tipologia di contesti nel territorio dell’arco alpino. Solleva inoltre articolate e complesse problematiche circa le modalità di autorappresentazione in ambito funerario del gruppo sociale di appartenenza di cui, al momento, resta ignoto il contesto insediativo. Le indagini archeologiche sono dirette da Elisabetta Mottes dell’Ufficio beni archeologici della Provincia autonoma di Trento e coordinate sul campo da Michele Bassetti e da Ester Zanichelli di Cora Società Archeologica di Trento e dalla loro equipe di ricerca. Il coordinamento delle operazioni concernenti il restauro dei reperti mobili si deve a Susanna Fruet dell’Ufficio beni archeologici e a Chiara Maggioni di Cora Società Archeologica per l’attività di microscavo e recupero dei vasi ossuari.

“Questa veramente è una scoperta straordinaria per la nostra città e di assoluta rilevanza”, sottolinea Mottes. “Vediamo quello che resta di una necropoli monumentale della prima Età del Ferro, quindi del primo millennio a.C., che si colloca tra il IX e il VI secolo a.C. La caratteristica di questa necropoli, un unicum in ambito alpino, è il fatto che le tombe, che sono tutte a cremazione, sono delimitate sul lato Ovest da stele funerarie. Davanti alla stele funeraria è presente nelle tombe principali una cassetta litica che contiene i resti della terra di rogo, ovvero la cremazione, e sul fondo oggetti di corredo, oggetti di particolare prestigio che possono essere armi o ornamenti, in particolare in bronzo, ma anche con materiali come l’ambra o la pasta vitrea. Al di sopra abbiamo un tumulo che ricopre tutto, e poi spesso delle offerte, in particolare di recipienti ceramici e anche di altri oggetti di ornamento”.

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La vicepresidente e assessore provinciale alla Cultura deal Provincia di Trento, Francesca Gerosa, in sopralluogo alla necropoli preromana scoperta in via Santa Croce a Trento (foto provincia tn)

“Nei primi secoli del I millennio a.C.”, spiegano ai Beni archeologici della Provincia, “il paesaggio di quest’area della città era caratterizzato dalla presenza dell’ampio alveo del torrente Fersina solcato da una rete di canali torrentizi che si intrecciavano tra loro, separati da barre sabbiose o ghiaiose a carattere temporaneo. In un’area marginale dell’alveo soggetta a periodiche esondazioni è sorta la necropoli monumentale della quale sono state documentate più fasi di frequentazione nel corso della prima età del Ferro (IX-VI secolo a.C.). Il contesto funerario doveva essere posto tra due canali che si potevano attivare in caso di fenomeni di piena. Gli episodi esondativi, iniziati già nelle fasi di utilizzo della necropoli, hanno sigillato la stratificazione archeologica antica consentendo l’eccezionale conservazione del contesto funerario. Questa circostanza ha permesso di documentare in dettaglio i piani d’uso della necropoli e di ricostruire con precisione le pratiche funerarie della comunità che hanno occupato quest’area nella prima età del Ferro”. 

“L’Età del ferro è un periodo di profonde trasformazioni dal punto di vista storico-culturale in tutto il Mediterraneo, nell’arco alpino e oltralpe”, spiega il soprintendente Franco Marzatico. “Fioriscono le grandi civiltà degli Etruschi, dei Fenici, dei Greci e dei Celti. Sono anche i tempi delle prime olimpiadi che si datano tradizionalmente al 776 a.C. e della fondazione di Roma nel 753 a.C. I popoli alpini non sono isolati, intrattengono relazioni e scambi con le genti della pianura Padana in particolare fra il 900-700 a.C., con la zona emiliana, con la fiorente civiltà degli etruschi e di seguito con i Veneti e altre genti delle Alpi. Nell’area archeologica in corso di scavo abbiamo la possibilità di riconoscere l’élite di una società che evidentemente era insediata nella conca di Trento e che rappresentava il suo potere e prestigio attraverso la deposizione di oggetti emblematici del proprio status privilegiato”.

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Le stele funerarie in corrispondenza delle tombe a incinerazione, con presenza di cassettine litiche, nella necropoli preromana di via Santa Croce a Trento (foto provincia tn)

La caratteristica principale della necropoli, che la configura come un complesso palinsesto monumentale, è la presenza di stele funerarie infisse verticalmente con funzione di segnacolo che raggiungono i 2,40 m di altezza, organizzate in file subparallele con direzione principale Nord-Sud. Ogni stele delimita a ovest la tomba principale in cassetta litica coperta da una struttura a tumulo, attorno alla quale si sviluppa nel corso del tempo una densa concentrazione di tombe satelliti. La materia prima utilizzata per le stele funerarie proviene dall’area della collina est di Trento, zona più prossima di affioramento dei calcari nodulari giurassici del Rosso Ammonitico Veronese, mentre il calcare-marnoso rosato della Scaglia Rossa è stato impiegato per la realizzazione delle cassette litiche.

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Spillone in bronzo dalla necropoli preromana di via Santa Croce a Trento (foto provincia tn)

Lo scavo microstratigrafico delle strutture tombali ha consentito di ricostruire la complessità del rituale funerario. I dati acquisiti dovranno essere implementati da analisi interdisciplinari sui resti antropologici e archeobotanici oltre che dallo studio dei reperti deposti come corredo e offerta. All’interno delle cassette litiche è presente la terra di rogo, una raccolta intenzionale di ossa calcinate poste entro contenitori in materiale deperibile, meno frequentemente in vasi ossuari. Si ipotizza che i resti combusti spesso collocati sopra il corredo personale, fossero avvolti in un tessuto, di cui in alcuni casi si sono conservate le fibre, chiuso con l’ausilio di spilloni o fibule. In alcune tombe la forma dell’accumulo suggerisce la presenza di cassette lignee quadrangolari.

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Punta di lancia in bronzo dalla necropoli preromana di via Santa Croce a Trento (foto provincia tn)

I corredi funerari messi in luce risultano particolarmente ricchi e rappresentano gli indicatori per definire identità, ruoli e funzioni del gruppo sociale di appartenenza. Particolarmente significativa è la presenza di reperti in metallo rappresentata da armi e elaborati oggetti di ornamento con inserzioni in ambra e pasta vitrea che attestano l’esistenza di influssi e strette relazioni culturali con gli ambienti italici. Lo studio scientifico del ricco archivio di dati fornito dall’eccezionale necropoli di via Santa Croce sarà effettuato da una équipe di ricerca interdisciplinare che prevede la partecipazione di enti e specialisti di varie istituzioni italiane e straniere.