Arona, sul lago Maggiore, ospita per tre mesi l’Arco di Palmira, riprodotto in scala. Nel settembre 2016 aveva intitolato il museo Archeologico all’archeologo-custode di Palmira, Khaled Asaad, trucidato dall’Isis
Dopo Londra, Dubai, New York e Firenze, è arrivata ad Arona, sul lago Maggiore, la riproduzione in scala dell’Arco di Palmira, realizzata dalla Torart di Carrara nell’ambito del progetto “The Million Image Database” per la tutela e la salvaguardia del patrimonio culturale mondiale, promosso da The Institute for Digital Archaeology di Oxford. L’Arco di Palmira, simbolo del sito archeologico siriano distrutto dall’Isis, rivive per tre mesi ad Arona, in piazza San Graziano, davanti al museo archeologico intitolato a Kaled Al Asaad, l’archeologo-custode del sito assassinato dai terroristi islamici il 18 agosto 2015. L’Arco, realizzato dall’istituto oxfordiano, è identico a quello distrutto dall’Isis, solo più piccolo. “La ricostruzione”, spiega il sindaco di Arona, Alberto Gusmeroli, “ha un valore storico ma anche simbolico. È la dimostrazione di come sia possibile ricostruire, grazie alle moderne tecnologie, qualcosa del passato che altrimenti andrebbe perso”.

I figli di Khaled Asaad, Waled e Omar, presenti all’inaugurazione dell’Arco di Palmira in piazza ad Arona (foto Attilio Barlassina)
Prima della cerimonia di inaugurazione, il 29 aprile 2017, alla presenza di Waled e Omar al-Asaad, figli del grande archeologo siriano, c’è stato un ricordo di Khaled al-Asaad nella sala didattica del museo archeologico di Arona che l’11 settembre 2016 fu intitolato proprio a Khaled Asaad. Con Alexy Karenowska e Khaled Hiatlih, il direttore dell’IDA Roger Michel ha donato al Comune di Arona un ritratto di Kaled che verrà esposto all’interno del museo. Nell’occasione è stato annunciato che con il Politecnico di Milano e l’Università Cattolica, coordinati dall’archeologo Paolo Lampugnani, inizierà una campagna di sondaggi e scavi alla Rocca di Arona. L’Arco di Palmira rimarrà ad Arona fino al 30 luglio e tutte le sere sarà possibile ammirare dalle 21 a mezzanotte uno spettacolo di luci e musica ideato dallo scenografo Sebastiano Romano.
Quasi 15mila visitatori per la mostra “Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura” a Palazzo Loredan di Venezia della fondazione Giacarlo Ligabue. Inti: “Grande successo. Nel 2018 a Venezia mostra sulla scoperta delle Americhe e dei suoi popoli”
Se qualcuno pensa che una mostra archeologica con oggetti di non facile comprensione come possono essere le tavolette cuneiformi mesopotamiche non riesca a coinvolgere il grande pubblico, a parlare e a emozionare anche i non esperti si dovrà ricredere. Parlano chiaro i numeri di bilancio della mostra “Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura”, che la Fondazione Giancarlo Ligabue ha promosso a Venezia in Palazzo Loredan, sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti: in tre mesi di apertura sono stati raggiunti quasi 15mila visitatori (14.558) con un tutto esaurito, già a un mese e mezzo dalla chiusura, da parte delle scolaresche alle quali sono stati dedicati laboratori didattici e visite guidate specifiche. Oltre 2500 sono stati infatti i ragazzi che hanno visitato la mostra con le diverse scuole e partecipato alle attività laboratoriali. Guarda il video dell’inaugurazione:
“Sono stati mesi di grande fatica ma anche di enormi soddisfazioni per tutto lo staff della Fondazione Giancarlo Ligabue e per i curatori, instancabili e sempre disponibilissimi”, commenta soddisfatto il presidente Inti Ligabue. “Credo che questa mostra abbia reso evidente l’impegno e lo sforzo della Fondazione per valorizzare quel patrimonio di opere – testimonianze preziose di culture e civiltà – che mio padre ha riunito nel corso della sua vita e che sono un valore per la conoscenza, la comprensione e il dialogo”. Ma Inti Ligabue guarda già avanti: “Quest’incredibile esperienza a contatto con il pubblico, le tantissime presenze alla mostra in poco più di 80 giorni e la risposta dei veneziani agli eventi organizzati dalla Fondazione nel primo anno e mezzo d’attività ci danno grande coraggio per pensare a qualcosa di permanente nei prossimi anni, una volta concluso il ciclo di mostre che abbiamo in programma. Nel frattempo ci rivediamo a Venezia nel 2018 con Il Mondo che non c’era, la scoperta delle Americhe e dei suoi popoli”.

Placchette in lamina d’oro raffiguranti un albero sacro e tre geni alati provenienti forse da Ziwiyé in Iran (Collezione Ligabue)
“Prima dell’alfabeto” curata dal prof. Frederick Mario Fales, grande assiriologo dell’università di Udine supportato da Roswitha Del Fabbro, ha avuto un riscontro di critica straordinario, esaltata dai media nazionali – dagli esperti del Sole 24 Ore a quelli della Stampa di Torino, dal Manifesto all’Osservatore Romano, dall’Espresso ad Archeo fino ai servizi su Radio e TV – per la qualità dei reperti, gli approfondimenti dei curatori in mostra e nel catalogo Giunti; per la scelta dello spazio espositivo – l’antica biblioteca settecentesca di Palazzo Loredan – e la cura dell’allestimento accompagnato da supporti multimediali e immersivi. Perfino “Gulp Mistery” la trasmissione per i ragazzi di Rai Gulp condotta da Simone Lijoi, ha voluto dedicare una puntata alla mostra, alla scoperta della nascita della scrittura tra le affascinanti tavolette in cuneiforme risalenti a 5000 anni or sono. E se tra i visitatori illustri “Prima dell’alfabeto” può annoverare il presidente della Regione del Veneto Luca Zaia e l’archeologo e famoso divulgatore Alberto Angela, accompagnati entrambi dal presidente della Fondazione ed entrambi profondamente colpiti dall’esposizione, restano anche i lusinghieri commenti di plauso e le testimonianze raccolte nel libro dei visitatori: “Ho portato i miei genitori a questa bellissima e interessante mostra – scrive ad esempio Angelica di 9 anni di Vigonza – dopo esserci stata con la scuola”. Per Inti Ligabue “è una soddisfazione vedere come i bambini possono farsi affascinare dalla conoscenza ed essere talvolta il motore di nuove scoperte e passioni”. E il presidente dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, Gherardo Ortalli: “Attraverso un efficace percorso divulgativo e didattico la mostra ha disvelato passo passo un mondo remoto che è andato strutturandosi attraverso l’invenzione della scrittura, e ha intrecciato un dialogo ideale con la potenza del pensiero umanistico e scientifico custodito nella biblioteca dell’Istituto Veneto. L’Istituto è lieto di essere stato coinvolto in questo progetto che ha portato moltissimi visitatori di ogni età nelle sale abitualmente percorse da studiosi specializzati e auspica che tale collaborazione possa continuare in futuro con iniziative analoghe”.
Bologna. Uno dei protagonisti del grande restauro della Basilica della Natività di Betlemme, l’archeologo Alessandro Fichera, ospite del Gruppo Archeologico Bolognese: focus sui lavori, dal tetto ai preziosi mosaici del sacro edificio voluto dall’imperatore Costantino e dalla madre Elena
Occhi puntati sul grande restauro della chiesa della Natività di Betlemme, in Palestina. L’occasione per fare il punto sull’ambizioso progetto, tutto italiano, la offre il Gruppo Archeologico Bolognese che, in collaborazione con la Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro – Raccolta Lercaro, giovedì 4 maggio 2017, nella sede della “Raccolta Lercaro” (via Riva di Reno 57, Bologna) promuove l’incontro con l’archeologo Alessandro Fichera, che del sacro edificio ha curato l’analisi archeologico-architettonica. La Natività di Betlemme è una delle chiese cristiane più antiche, edificata intorno al 330 su iniziativa dell’imperatore Costantino I e della madre Elena sui resti di un tempio pagano edificato nel periodo di Adriano sui luoghi dove i primi cristiani celebravano la nascita di Gesù, e ampliato e restaurato nel VI secolo nel periodo dell’imperatore Giustiniano I. Il complesso ha subito numerosi ampliamenti e modifiche sia in epoca crociata che nei secoli successivi, presentandosi oggi come un articolato sistema di volumi e strutture che dividono il convento francescano, il monastero ortodosso e il monastero armeno, i tre complessi situati attorno alle mura della basilica.
Da tempo, però, l’edificio richiedeva lavori di ristrutturazione, in particolare di alcune strutture (le coperture, il tetto a capriate, le superfici murarie, i mosaici, e l’ingresso con la porta in legno del XIII secolo). Nel 2008 è stata trovata un’intesa tra le tre Chiese (Cattolica, Greco-Ortodossa e Armena) che lo gestiscono. E nel 2010, dopo un bando internazionale, è stato affidato lo studio preliminare del complesso a un gruppo multidisciplinare coordinato dal Consorzio Ferrara Ricerche (Università di Ferrara) e al quale hanno preso parte anche archeologi dell’Università di Siena, con l’obiettivo di redigere un progetto di restauro. Nel 2013 l’esecuzione dei lavori è stata affidata a un team italiano, sotto la supervisione universitaria. In particolare il gruppo dell’Università di Siena, cui fa capo Alessandro Fichera, si è occupato – come si diceva – dell’analisi archeologico-architettonica della basilica della Natività.
Tutta la parte operativa del restauro è stata realizzata dalla ditta Piacenti Spa di Prato che svolge attività di progettazione ed esecuzione nel campo del restauro e della conservazione di edifici tutelati, complessi monumentali e beni di interesse storico-artistico. I numeri sono impressionanti: 170 tra partner, collaboratori, subcontractor e consulenti. 27 spedizioni di materiali, 2800 mq di ponteggi, 20 tonnellate di legno antico, 200 kg di resina per legno, 55mila viti solo per il tetto; 2mila mq di multistrato fenolico, 2800 mq di lastre di piombo, 2 tonnellate di Lana di Prato. 3 anni di lavoro. Tonnellate infinite di passione e coraggio; 130 mq di mosaico restaurato. 59 autorità dal mondo in visita ufficiale.
“Defacing the Past”: una mostra al British Museum di Londra illustra la particolare applicazione della “damnatio memoriae” sulle monete imperiali romane confrontate con esempi da Egitto, Mesopotamia e Grecia. Ne parla l’archeologo numismatico Dario Calomino

Il cosiddetto “tondo severiano” che raffigura la famiglia dell’imperatore Settimio Severo con il ritratto del figlio Geta cancellato
Ritratti scalpellati e violentati, statue distrutte, monumenti danneggiati: quando si voleva cancellare il ricordo di un personaggio pubblico non si rispettava niente e nessuno. In ogni epoca, in ogni luogo. È la cosiddetta Damnatio memoriae, termine non presente nel diritto latino, ma che nel diritto latino si concretizzava nella pena della cancellazione della memoria di una persona e la distruzione di qualsiasi traccia che potesse tramandarla ai posteri, come se quella persona non fosse mai esistita. In Egitto, ad esempio, il tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari, a Tebe, sulla sponda ovest del Nilo, è forse uno dei casi più famosi: statue rimosse, frantumate o sfigurate. Alla morte della regina-faraone infatti Thutmosi III prima e il figlio Amenofi II poi procedettero alla sistematica cancellazione di Hatshepsut dai monumenti, eliminando la sua figura e i suoi cartigli. E nel mondo romano sono stati molti gli imperatori colpiti dalla damnatio memoriae. Ricordiamo, tra gli altri, Caligola, Nerone, Domiziano, Commodo, Eliogabalo, Massenzio, Treboniano Gallo, Didio Giuliano. Ma la stessa condanna non risparmiò neppure uomini e donne di spicco, come Seiano, il braccio destro dell’imperatore Tiberio, oppure la madre di Nerone, Agrippina, o ancora Geta, fratello di Caracalla che non esitò a farlo assassinare e a far sì che se ne perdesse ogni traccia. Emblematico proprio il caso di Geta: sul famoso “tondo severiano” che raffigura la famiglia dell’imperatore Settimio Severo il volto di Geta appare cancellato. Il nome di Geta, invece, è stato fatto “sparire” sempre da Caracalla dall’arco del padre Settimio Severo nel foro a Roma, sostituito dalle parole optimis fortissimisque principibus, mentre la sua figura è stata abrasa dall’arco severiano di Leptis Magna, il Libia.

Il manifesto della mostra “Defacing the past. Damnation and desecration in imperial Rome” allestita al British Museum di Londra
Ma la damnatio memoriae non interessò solo i monumenti: l’immagine del personaggio caduto in disgrazia fu cancellato qualche volta anche dal dritto delle monete circolanti. Lo spiega bene la mostra “Defacing the past. Damnation and desecration in imperial Rome”, allestita nella sala 69 del British Museum di Londra fino al 7 maggio 2017, che affronta la storia romana da una prospettiva diversa, quella delle monete con immagini abrase per condannare la memoria di imperatori romani deceduti o per minare il potere di quelli ancora viventi. La mostra presenta una selezione di monete, iscrizioni, sculture e papiri che mostrano immagini e simboli di potere cancellati nell’antichità. Ci sono esempi da Egitto, Mesopotamia e Grecia, a dimostrazione che i romani continuarono una consuetudine molto antica. “L’abitudine di cancellare dalle iscrizioni i nomi dei governanti e leader politici caduti in disgrazia”, spiega Dario Calomino, archeologo numismatico al British Museum, “così come di deturpare o distruggere le loro immagini, esisteva in Egitto e nel Vicino Oriente, come nel mondo greco. Nell’antica Roma si consolidò tra il II sec. a.C. e il III sec. d.C. Le monete però sono state abrase solo raramente. Ciò dipende dal fatto che, poiché le monete continuavano a circolare anche dopo la damnatio memoriae, la gente temeva che un’alterazione del conio potesse minarne la sua validità. Per questo le monete sono state cancellate solo in circostanze eccezionali”.
Uno dei pezzi più pregiati in mostra è il famoso Cameo Blacas, al British Museum dal 1867, quando fu acquisita la famosa collezione di antichità che Luigi, duca di Blacas, aveva ereditato dal padre, tra cui il Tesoro dell’Esquilino. Il cameo romano antico, in sardonica con quattro strati alternati di bianco e marrone, insolitamente grande (quasi 13 centimetri), mostra la testa di profilo del divo Augusto, realizzato probabilmente dopo la sua morte avvenuta nel 14 d.C. “La damnatio memoriae scattava più frequentemente quando gli imperatori avevano fretta di essere divinizzati prima della morte”, spiega Calomino. “Molti gli imperatori divinizzati dopo la loro morte, ma questo non era sufficiente per alcuni che, come Caligola, voleva essere venerato come un dio in vita. Altri imperatori erano considerati non meno pericolosi perché volevano cambiare la religione della tradizione romana. Come è il caso di Elagabalo. Una delle sue monete è in mostra: non è stata abrasa, ma presenta l’imperatore come sommo sacerdote del dio siriano Sole-Elagabal, che voleva porre al di sopra di Giove”. Da questo momento il potere imperiale è diventato sempre più transitorio e, nella prima metà del III sec. d.C. assistiamo a una sequenza di generali che vengono acclamati e deposti a tempo di record dalle diverse legioni dell’impero. “Ci sono due esempi interessanti di monete coniate da Massimino il Trace, imperatore per un brevissimo periodo dal 235 al 238, deturpate in modo diverso: una mostra il volto graffiato dell’imperatore, mentre l’altra ha un lato interamente abraso, su cui è stata stampata una H (maiuscola della eta, lettera dell’alfabeto greco), che in greco indicava il numero 8, per registrare il valore della moneta. Ma è stato lasciato leggibile il nome e il simbolo della città di emissione”.
Numeri di argilla, numeri di silicio: una storia straordinaria dai sistemi elaborati sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate all’epoca moderna. Il matematico Odifreddi protagonista dei “Dialoghi della Fondazione Ligabue” a margine della mostra “Prima dell’Alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura”

Il sovrintendente reale Ebih-il, statua in gesso, scisto, conchiglie e lapislazzuli da Mari, in Siria, del 2400 a.C., oggi al museo del Louvre
“Calculi, cioè sassi. Calcolo, cioè sasso. La parola calcolo deriva dal diminutivo di calx, calcis (calcinaccio, pietruzza). Usiamo ancora adesso questo termine per indicare i calcoli ai reni. O alla bile. Pr i calcoli numerici si tratta ormai di un termine diventato metafora”. Inizia così Piergiorgio Odifreddi, matematico, storico della scienza, il suo saggio “Numeri e calcoli” nel catalogo Giunti della mostra “Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura” promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue a Palazzo Loredan di Venezia fino al 25 aprile 2017. E continua: “Pietre d’argilla modellate come cilindri, coni e sfere di varie dimensioni sono state trovate negli scavi effettuati nei siti del Medio Oriente, in Turchia e in India. Le date nelle quali nelle quali si avvia questo sistema di conteggio sono diverse: dal IX al II millennio prima della nostra era. E dal IV millennio poi queste pietre vengono raccolte e confezionate in contenitori di argilla che si chiamano bullae (bolle). Le nostre bolle di accompagnamento che sono ancora adesso in uso derivano il loro nome dalle bolle che anticamente fungevano da documenti di trasporto di prodotti o merci perché venivano usate per registrare la quantità di oggetti trasportati. Un sistema di controllo per le merci o gli oggetti portati da un luogo all’altro”.

Il noto matematico Piergiorgio Odifreddi protagonista de “I Dialoghi della Fondazione Giancarlo Ligabue” a Venezia
Mercoledì 8 marzo 2017, alle 17, nella sala del Portego di Palazzo Franchetti a Venezia, sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, sarà proprio il matematico e grande divulgatore Piergiorgio Odifreddi il protagonista, del terzo appuntamento con “I dialoghi della Fondazione Giancarlo Ligabue”: incontri e conferenze con grandi intellettuali e personalità dei più diversi settori della cultura, tutti a ingresso gratuito, per stimolare il dibattito e la riflessione; per “conoscere e far conoscere” secondo il “motto” scelto dalla stessa Fondazione. Con “Numeri di argilla e numeri di silicio. Una storia straordinaria” Odifreddi accompagnerà il pubblico presente attraverso la grande avventura dei numeri e dei calcoli matematici a partire dal sistema elaborato oltre 7 mila anni fa nell’Antica Mesopotamia, grazie alle pietre d’argilla modellate fino all’età moderna con le lamine di silicio dei chip dei microprocessori. A introdurre e accompagnare l’intervento del noto matematico – laureato in Italia, America e Russia, autore non solo di numerose pubblicazioni di studio e ricerca ma anche di famosi libri di divulgazione scientifica e d’opinione , noto per le sue posizioni forti e spesso polemiche – sarà Adriano Favaro, responsabile editoriale della Fondazione Giancarlo Ligabue e curatore del catalogo della mostra “Prima dell’Alfabeto” a Palazzo Loredan, mostra che per l’occasione resterà aperta, l’8 marzo, fino alle 21.

Tavoletta con testo di natura amministrativa, con pittogrammi (3300-3100 a.C.) dalla Mesopotamia meridionale, oggi nella Collezione Ligabue
L’incontro con Odifreddi, come si diceva, è in concomitanza con la mostra “Prima dell’alfabeto”, che sta affascinando il pubblico e ha già il tutto esaurito delle scuole. A un mese e mezzo dall’apertura si sono già registrati quasi 4mila visitatori con ben 200 cataloghi venduti, ma soprattutto – a soli venti giorni dall’avvio erano già state prenotate visite e laboratori da parte di 102 classi delle scuole veneziane. Tutte esaurite le possibilità di visite scolastiche fino alla fine dell’esposizione. Una vera soddisfazione per Inti Ligabue, presidente della Fondazione e figlio del famoso imprenditore, studioso e collezionista veneziano, che ha voluto – con queste e con le altre esposizioni precedenti e future – far conoscere e rendere fruibile al pubblico quell’incredibile patrimonio d’arte e storia costituito dalla Collezione Ligabue, con un occhio di riguardo per le giovani generazioni e per Venezia.
Archeologia in lutto. È morto Maurizio Tosi, uno dei più grandi archeologi preistorici dal Mediterraneo alla Mongolia. In Iran nel 1967 scoprì lo straordinario sito di Shahr-e Sokhta, la Città Bruciata. L’ambiente scientifico iraniano in lutto per l’amico Maurizio “Rostam”
Una vita dedicata allo studio delle civiltà preistoriche dall’Iran alla Mongolia. È morto il 24 febbraio 2017 a Ravenna all’età di 73 anni Maurizio Tosi, professore di paletnologia all’Università di Bologna, autore di importanti scavi archeologici nel Vicino Oriente e in Asia. Nato a Zevio (Verona) il 31 maggio 1944, professore ordinario dal 1981, Tosi ha coperto fino al 1994 la cattedra di Preistoria e protostoria dell’Asia presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli e, dal 1994, la cattedra di Paletnologia presso la Scuola di Conservazione dei Beni culturali dell’università di Bologna. La sua principale specialità sono stati i processi formativi delle società complesse e lo sviluppo della ricerca archeologica per la definizione di tali processi. Dal 1967 ha diretto progetti di ricerca sul campo per l’Isiao (Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente), spesso in collaborazione con numerosi istituti europei ed americani in Iran, Oman, Pakistan, Turkmenistan, Yemen e nelle regioni asiatiche della Federazione Russa.
Proprio in Iran ha legato il suo nome a una delle scoperte più importanti del Novecento: Shahr-e Sohkta (la “Città Bruciata”), uno dei siti più imponenti del mondo riconosciuto il 22 giugno 2014 come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Era il 1967 quando Tosi, 23 enne, arrivò in Iran per dirigere uno scavo nella regione del Sistan, nel sud-est dell’Iran, che sulla carta non dava garanzie di successo. Non a caso, secondo la vulgata popolare, quella missione sarebbe stata affidata proprio a lui: in caso di insuccesso, la figuraccia meglio lasciarla fare al giovane piuttosto che a qualche luminare dell’archeologia. Tosi fu premiato. Fu allora che scoprì appunto Shahr-e Sokhta, realizzata da una civiltà misteriosa e incredibile tra il 3200 e il 1800 a.C. Ed è in Iran che Tosi, uomo robusto e tenace, si guadagnò il soprannome di “Rostam”, eroe della mitologia persiana dalla forza erculea e protagonista del poema Shahnamé (Libro dei Re) di Ferdowsì. Del resto c’era più di una ragione per questo “appellativo”: gli scavi di Shahr-e Sokhta si conducevano nella regione del Sistan iraniano, la stessa che secondo la mitologia era governata da Rostam: “Rostam era re del Sistan, il professor Tosi lo era in un altro senso per il suo lavoro”. Come nel caso di pochi, la comunità scientifico-accademica iraniana ha proclamato un vero e proprio lutto dopo aver appreso della morte dell’amato archeologo italiano. Messaggi di cordoglio sulla rete e soprattutto da parte di chi lo conosceva, aveva lavorato con lui o dagli ambienti accademici.
Intenso, in rete, il ricordo che Sebastiano Tusa, soprintendente del Mare, ha affidato al sito della sua soprintendenza. “I ricordi si accavallano nella mente – scrive – raggiungendo in breve dimensioni immense sovrastando la capacità di contenerli e viverli tutti nella loro dimensione temporale reale. E’ ciò che ho provato apprendendo della scomparsa di Maurizio Tosi. I pensieri e i ricordi si affastellavano rapidi e intensi così come avveniva durante i nostri colloqui. La sua enorme capacità progettuale innestata in un’intelligenza fuori del normale e in un’altrettanta immensa cultura rendeva ogni incontro una fucina di progetti, idee e teorie assolutamente originali e innovative. Questo era per me Maurizio. Un’incredibile e unica fonte di stimoli, idee che ti facevano oltrepassare ogni limite proiettandoti in dimensioni teoriche cognitive del tutto nuove. Tracciarne in poche righe le caratteristiche e la dimensione scientifica è pressoché impossibile data la grande ricchezza delle sue conoscenze che spaziavano dalla preistoria nord-americana a quella vicino e medio-orientale e mediterranea con approfondite puntate anche nel mondo classico e medievale euroasiatico. Spaziava da una conoscenza approfondita della storia dalle origini fino al contemporaneo a una puntuale capacità di collegare ed interpretare ogni fatto storico alla luce di molteplici chiavi di lettura politico – filosofiche. Generoso nell’offrire la sua scienza agli altri, quanto burbero e ostile verso la banalità e la superficialità. Personalmente, come ho sempre affermato, devo alla sua frequentazione e ai suoi insegnamenti gran parte della mia dimensione di archeologo. Devo a lui l’avermi dato gli strumenti per comprendere le civiltà orientali nella loro dimensione globale e, quindi, anche del presente. Infatti guardava e interpretava il passato apprezzando e conoscendo profondamente il presente che viveva da protagonista e da leader. Era, a mio avviso, proprio questa sua capacità di agganciare passato e presente in una dimensione interpretativa dialettica unitaria la sua più affascinante e originale qualità che difficilmente troviamo in noi archeologi molto spesso condizionati dai limiti del nostro campo di approfondimento professionale. È pleonastico dire che mancheranno le sue a volte aspre e pungenti critiche all’establishment accademico nazionale ed internazionale, mirate a creare condizioni di ricerca più consone alla realtà effettiva di un’archeologia moderna, multidisciplinare e realmente interpretativa e non descrittiva”.
Maurizio Tosi è stato anche co-direttore di un programma di ricerca internazionale mirato allo studio dell’origine della navigazione e del commercio di lunga distanza nell’Oceano Indiano. Studioso di paleoeconomia e dell’organizzazione sociale dei popoli asiatici nella preistoria, il professore Tosi ha indirizzato dal 1985 gran parte delle sue attività allo studio del rapporto tra popolazione e risorse nella ricostruzione sistematica dei paesaggi antichi.




















































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