archivio | Vicino Oriente RSS per la sezione

Fresco di stampa il manuale “Archeologia. Teorie, metodi, strumenti” dell’archeologo Massimo Vidale che offre una panoramica generale sullo stato della ricerca archeologica contemporanea

libro_Archeologia-Teorie-metodi-strumenti_di-massimo-vidale_copertina

La copertina del libro “Archeologia. Teorie, metodi, strumenti” dell’archeologo Massimo Vidale

padova_università_massimo-vidale_foto-castellani

Il prof. Massimo Vidale, dell’università di Padova (foto castellani)

C’è un libro, fresco di stampa, uscito per la collana Manuali Universitari di Carocci, destinato ai corsi di laurea triennali, che offre una panoramica generale sullo stato della ricerca archeologica contemporanea e sulle sue più recenti prospettive di sviluppo utilizzando un linguaggio accessibile ma tecnicamente preciso e fornendo un consistente apparato di riferimenti bibliografici, così da guidare studenti e studentesse nella definizione del proprio percorso scientifico e professionale di interesse. Parliamo di “Archeologia. Teorie, metodi, strumenti” dell’archeologo Massimo Vidale, che insegna Metodologia della ricerca archeologica all’università di Padova. Vidale, codirettore della Missione archeologica italiana nell’Iran sud-orientale e membro del Consiglio direttivo dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (ISMEO), ha effettuato ricerche in Italia, Iran, Pakistan, India, Asia centrale, Iraq e Africa settentrionale. Il libro affronta in primo luogo le tecniche e le condizioni operative dello scavo archeologico, per poi proseguire, nell’ordine, con l’assetto epistemologico del campo di studi, la materialità dei reperti, i principi e le tecniche di datazione, l’archeologia dei territori, lo studio dell’organizzazione sociale, l’archeologia del sacro e del funerario e le attuali ricerche sull’identità umana (sia culturale sia biologica, riservando ampio spazio al recente impatto degli studi sul DNA antico). Conclude il testo un capitolo dedicato alla scrittura delle pubblicazioni scientifiche e divulgative e di progetti finanziabili, e alle informazioni indispensabili sulle attuali procedure di valutazione e misurazione della produzione scientifica.

Cividale. Al museo Archeologico nazionale il seminario sui cippi miliari in Asia Minore “Secondary use of stones as milestones in Roman Asia Minor”

cividale_archeologico_riuso-cippi-miliari-romani-in-asia-minore_locandinaUn pomeriggio dedicato allo studio dei cippi miliari. Succede al museo Archeologico nazionale di Cividale. “Li immaginiamo sulle strade dell’impero romano, percorse da viandanti e da merci preziose”, spiegano all’Archeologico. “Muti testimoni di un tempo fulgido in cui il reticolo viario era attivo, funzionante e perfettamente agibile. Collegava, come le autostrade attuali, uomini e paesi distanti con lingue e costumi diversi, tuttavia uniti dal potere imperale”. Venerdì 19 agosto 2022, alle 17, il museo di Cividale ospita la conferenza “Secondary use of stones as milestones in Roman Asia Minor” del prof. Ergün Lafli (Department of Archaeology, Head of the Division for Medieval Archaeology, Izmir, Turkey) che tratterà l’interessante tema delle pietre miliari dell’Asia minore, importanti testimonianze in grado di documentare la costruzione di strade riportando il nome dell’imperatore regnante. Questi cippi, molto spesso bilingui in latino e greco, potevano riutilizzare elementi architettonici o iscrizioni funerarie (una particolare ricorrenza nelle pratiche di reimpiego si concentra nel III secolo d.C.), tramandandoci straordinari palinsesti epigrafici. L’iniziativa si inserisce in un progetto epigrafico sviluppato dal seminario SAXA LOQUUNTUR, a cura della Società Friulana di Archeologia onlus in collaborazione con l’università di Udine e altri atenei italiani e stranieri. La conferenza, che si terrà in lingua inglese per gli studenti del seminario, è aperta al pubblico che potrà accedervi gratuitamente.

Paestum. International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2022 promosso da Bmta e Archeo: annunciate le 5 scoperte archeologiche del 2021 candidate. Egitto: la città fondata da Amenhotep III a Luxor; Italia: la stanza degli schiavi a Civita Giuliana; Pakistan: il più antico tempio buddhista urbano della valle dello Swat; Regno Unito: a Rutland mosaico con scene dell’Iliade; Turchia: in Anatolia a Karahantepe santuario rupestre di oltre 11mila anni fa

paestum_bmta_Award Khaled al-Asaad-2022_locandinaAnnunciate le 5 scoperte archeologiche del 2021 candidate alla vittoria della 8ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo archeologico e dalla rivista Archeo. Le cinque scoperte archeologiche del 2021 finaliste sono: Egitto: dal deserto riaffiora la città fondata da Amenhotep III a Luxor; Italia: Pompei, a Civita Giuliana scoperta la stanza degli schiavi; Pakistan: nel sito di Barikot il più antico tempio buddhista urbano della valle dello Swat; Regno Unito: in Inghilterra nella contea di Rutland uno straordinario mosaico con scene dell’Iliade; Turchia: in Anatolia il sito di Karahantepe un santuario rupestre di oltre 11mila anni fa. Il Premio, assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, sarà selezionato dalle 5 finaliste segnalate dai direttori di ciascuna testata e sarà consegnato venerdì 28 ottobre 2022, in occasione della XXIV BMTA in programma a Paestum dal 27 al 30 ottobre 2022, alla presenza di Fayrouz Asaad, archeologa e figlia di Khaled. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico nel periodo 4 luglio – 30 settembre sulla pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico).

paestum_BMTA22-XXIV-edizione_logoLa Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), Archäologie in Deutschland (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale e cooperazione tra i popoli. L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla 8ª edizione e intitolato all’archeologo di Palmira, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio.

Kurdistan_rilievi-rupestri-assiri-antichi-dei

Scoperti in Kurdistan dieci rilievi rupestri assiri con gli antichi dei della Mesopotamia (foto Bmta)

Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel mar Nero del più antico relitto intatto del mondo; nel 2020 a Daniele Morandi Bonacossi, direttore della Missione Archeologica Italiana nel Kurdistan Iracheno e ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico dell’università di Udine, per la scoperta di dieci rilievi rupestri assiri raffiguranti gli dèi dell’Antica Mesopotamia; nel 2021 alla scoperta di “centinaia di sarcofagi nella necropoli di Saqqara in Egitto”.

egitto_luxor_città-perduta-di-amenhotep-III_foto-bmta

La città fondata da Amenhotep III scoperta a Tebe Ovest (foto bmta)

Egitto: dal deserto riaffiora la città fondata da Amenhotep III a Luxor. Sotto la sabbia per migliaia di anni “la più grande città mai trovata in Egitto” in buono stato di conservazione e con mura quasi complete è stata ritrovata dalla equipe di Zahi Hawass, alla ricerca in verità del tempio funerario di Tutankhamon. Il sito si trovava vicino al palazzo del faraone Amenhotep III (1391-1353 a.C.), dall’altra parte del fiume Nilo rispetto alla città e capitale di Tebe (oggi Luxor). Le iscrizioni geroglifiche indicano che la città era chiamata Tjehen-Aten, o Aton “abbagliante” e che fu fondata dal nonno di Tutankhamon, Amenhotep III. Acclamata “città d’oro perduta”, non è una città – che esisteva già ed era Tebe – non era esattamente perduta, visto che alcuni muri a zig-zag erano già stati scoperti negli anni ’30 dai francesi Robichon e Varille a 100 mt di distanza, e finora non ha prodotto alcun reperto d’oro: “la chiamo d’oro perché fondata durante l’età d’oro d’Egitto” ha dichiarato Hawass. Gli ambienti conservano oggetti legati alla vita quotidiana: preziosi anelli, scarabei, vasi di ceramica colorata, mattoni di fango con i sigilli a cartiglio di Amenhotep III, oltre a iscrizioni geroglifiche su tappi di argilla dei vasi di vino, hanno contribuito a datare l’insediamento. È stata individuata anche una panetteria, una zona per cucinare e preparare il cibo, con forni e stoviglie di stoccaggio. La seconda zona, ancora in gran parte sepolta, coincide con il quartiere amministrativo e residenziale, circoscritta da un muro a zig-zag. La terza area era predisposta per i laboratori: lungo un lato è la zona di produzione dei mattoni di fango usati per costruire templi e annessi, nell’altro un gran numero di stampi da fonderia per l’elaborazione di amuleti e delicati elementi decorativi. Due sepolture insolite di una mucca o di un toro sono state trovate all’interno di una delle stanze, mentre sorprendente la sepoltura di una persona con le braccia distese lungo i fianchi e i resti di una corda avvolta intorno alle ginocchia. A Nord dell’insediamento è stato scoperto un grande cimitero con un gruppo di tombe scavate nella roccia di diverse dimensioni (vedi Egitto. Zahi Hawass ha scoperto a Tebe Ovest la “città d’oro perduta”, edificata da Amenhotep III e utilizzata anche da Tutankhamon e Ay: è la più grande città mai trovata, con distretto amministrativo e industriale (“Scoperta paragonabile alla tomba di Tut”). Informazioni sulla vita quotidiana degli antichi egizi. Si spera dia risposte al perché Akhenaten e Nefertari si spostarono ad Amarna | archeologiavocidalpassato).

civita-giuliana_stanza.degli-schiavi_scoperta_foto-bmta

La stanza degli schiavi scoperta a Civita Giuliana nella villa suburbana a nord di Pompei (foto bmta)

Italia: Pompei, a Civita Giuliana scoperta la stanza degli schiavi. Nella villa suburbana a nord di Pompei, a Civita Giuliana, la stanza degli schiavi offre uno spaccato straordinario su una parte del mondo antico che normalmente rimane all’oscuro. Lo stato di conservazione eccezionale dell’ambiente e la possibilità di realizzare calchi in gesso di letti e altri oggetti in materiali deperibili costituisce una “fotografia antica” della vita degli schiavi, generalmente trascurata dalla storia, concentrata sulle gesta dei potenti. Gli stallieri erano schiavi che abitavano in questa stanza disadorna dove sono state trovate tre brandine in legno e una cassa lignea contenente oggetti in metallo e in tessuto, che sembrano far parte dei finimenti dei cavalli. Inoltre, appoggiato su uno dei letti, è stato trovato un timone di un carro, di cui è stato effettuato un calco. Quello che colpisce è l’angustia e la precarietà di questo ambiente, una via di mezzo tra dormitorio e ripostiglio di appena 16 mq, che possiamo ora ricostruire grazie alle condizioni eccezionali di conservazione create dall’eruzione del 79 d.C. I letti sono composti infatti da poche assi lignee sommariamente lavorate che potevano essere assembrate a seconda dell’altezza di chi li usava. Due hanno una lunghezza pari a 1,70 m circa, ma un altro misura appena 1,40 m per cui potrebbe essere di un ragazzo o di un bambino. Al di sotto delle brandine si trovavano pochi oggetti personali, tra cui anfore poggiate per conservare possedimenti privati, brocche in ceramica e il “vaso da notte.” L’ambiente era illuminato da una piccola finestra in alto e non presentava decorazioni parietali. Era dunque probabilmente un dormitorio per un gruppo di schiavi, ma è possibile che fosse una piccola famiglia vista la presenza della brandina a misura di bambino. L’ambiente, comunque, serviva anche come ripostiglio, come dimostrano otto anfore stipate negli angoli lascati appositamente liberi per tal scopo. Il rinvenimento è avvenuto non lontano dal portico dove all’inizio del 2021 fu scoperto un carro cerimoniale attualmente oggetto di interventi di consolidamento e restauro (vedi Pompei. Trovata la “stanza degli schiavi” nella lussuosa villa suburbana di Civita Giuliana, saccheggiata dai tombaroli. L’eccezionale nuova scoperta segue quella della stalla con tre cavalli e del carro cerimoniale. L’ambiente, che ospitava una famigliola, è perfettamente conservata e permetterà di acquisire nuovi interessanti dati sulle condizioni abitative e di vita degli schiavi a Pompei e nel mondo romano | archeologiavocidalpassato).

pakistan_swat_sito-barikot_scoperto-tempio-buddista_foto-bmta

Il più antico tempio buddhista urbano della valle dello Swat nel sito di Barikot in Pakistan (foto bmta)

Pakistan: nel sito di Barikot il più antico tempio buddhista urbano della valle dello Swat. La scoperta di uno dei più antichi templi buddhisti al mondo nell’antica città di Barikot, nella regione dello Swat, è il frutto dell’ultima campagna di scavo della Missione Italiana in Pakistan dell’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente) con la direzione del professor Luca Maria Olivieri del Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. L’antichissimo tempio buddhista (la datazione si attesta intorno alla seconda metà del II secolo a.C., ma probabilmente risale ad età più antica, al periodo Maurya, dunque III secolo a.C.) è considerato un rinvenimento molto importante perché rivela nuovi dettagli sull’organizzazione architettonica e sulla vita nell’antica città, sui rapporti tra i sovrani greci dell’epoca e il Buddhismo, nonché sulla diffusione della religione in tutta la regione. “La scoperta di un grande monumento religioso fondato in età indo-greca rimanda senz’altro a un grande e antico centro di culto e di pellegrinaggio”, ha spiegato Olivieri, sottolineando che “l’attribuzione ad età così antica per il Buddhismo in questa regione è di enorme importanza”. Barikot è nota nelle fonti greche e latine come una delle città assediate da Alessandro Magno, l’antica Bazira o Vajrasthana; fu occupata ininterrottamente dalla protostoria (1700 a.C.) al periodo medievale (XVI secolo), con oltre 10 metri di stratigrafia archeologica. Il tempio ritrovato ha una forma a podio absidato con cella circolare e stupa interno, forma finora unica e che rimanda evidentemente all’India, tanto che gli archeologi italiani e pachistani pensano possa risalire almeno all’età indo-greca. Il monumento fu abbandonato quando, ai primi del IV secolo, la città bassa fu distrutta da un disastroso terremoto (vedi Pakistan. La missione italiana nello Swat dell’Ismeo/università Ca’ Foscari Venezia ha scoperto uno dei più antichi templi buddhisti nel Gandhara, nell’antica città di Barikot, risalente al II sec. a.C. Ecco i risultati delle ricerche e le prospettive future | archeologiavocidalpassato).

inghilterra_rutland_scoperto-mosaico-con-scene-iliade_foto-bmta

Mosaico romano con scene dell’Iliade scoperto in Inghilterra nella contea di Rutland (foto bmta)

Regno Unito: in Inghilterra nella contea di Rutland uno straordinario mosaico con scene dell’Iliade. Un magnifico mosaico romano, in cattive condizioni di conservazione, è stato scoperto sotto i campi arati nella regione delle Midlands orientali, il primo mosaico mai rinvenuto in Inghilterra con scene tratte dall’Iliade di Omero: presumibilmente decorava una grande sala da pranzo all’interno di una villa romana risalente alla fine del III o all’inizio del IV secolo d.C. Il sito è sotto la protezione ufficiale del governo su consiglio dell’Historic Buildings and Monuments Commission for England (conosciuto anche come Historic England). Il mosaico raffigura lo scontro tra Achille ed Ettore al termine della guerra di Troia e misura mt 7×11. Al momento del ritrovamento si trovava poco sotto la superficie, scoperto nel 2020 da Jim Irvine, figlio del proprietario terriero Brian Naylor, incappato in frammenti di vasellame durante una passeggiata in un campo di grano. Osservando in seguito le immagini satellitari Jim aveva notato un segno molto chiaro del raccolto, come se qualcuno avesse disegnato sullo schermo del computer con un pezzo di gesso, per cui contattò gli archeologi del Leicestershire County Council. Historic England con un finanziamento urgente inviò una squadra di archeologi nell’agosto 2020 con ulteriori lavori nel settembre 2021 a cura della School of Archaeology and Ancient History dell’università di Leicester con John Thomas, vicedirettore dei Servizi Archeologici dell’Università e project manager degli scavi. Il ritrovamento offre nuove prospettive su usi e tradizioni degli abitanti dell’epoca, la loro conoscenza della letteratura classica e fornisce anche informazioni sull’individuo che ha commissionato il mosaico, una persona benestante con una buona conoscenza dei classici. Parte del sito non è ancora stata scavata, ma le indagini geofisiche che rivelano le strutture sottostanti, mostrano un complesso di edifici, tra cui fienili a corridoio, strutture circolari, forse depositi di grano, e una presunta sala da bagno. Il lavoro continua anche con il contributo di David Neal, uno dei maggiori esperti di mosaici romani.

turchia_Karahantepe _scoperto-santuario-rupestre_foto-bmta

Il santuario rupestre di oltre 11mila anni fa scoperto in Anatolia nel sito di Karahantepe (foto bmta)

Turchia: in Anatolia il sito di Karahantepe un santuario rupestre di oltre 11mila anni fa. Il sito archeologico di Karahantepe, a circa 25 miglia a Sud-Est del suo più famoso gemello Göbeklitepe, sta gettando nuova luce sull’ingegnosità e la sorprendente creatività del popolo neolitico di questa parte della Turchia sudorientale. La scoperta dell’università di Istanbul con l’équipe guidata dal professore Necmi Karul mostra un ambiente sotterraneo di 23 mt di diametro e profondo mt 5.50, con ben conservata la scultura di una imponente testa dai tratti umani, affiorante dalla parete rocciosa che pare “guardare come da una finestra” una serie di undici alti pilastri scolpiti a forma di fallo. Un tempio sacro che affonda le radici nella preistoria e che potrebbe essere stato il cuore di una processione di sacerdoti e possibili fedeli che si muovevano lungo una traiettoria che coinvolgeva altri tre templi collegati. Ha numerosi artefatti in pietra lavorata con almeno 250 monoliti, per lo più con pilastri a T, così come molte sculture in pietra e disegni unici. Come a Göbeklitepe questo sito è coperto da molte strane raffigurazioni di esseri umani, simboli e animali, a volte coinvolti in attività molto strane e una sorprendente rappresentazione 3D di una testa umana con un collo serpentino, che emerge dalla roccia. Molti manufatti sono ora esposti al Museo Archeologico di Şanlıurfa. Karahantepe è un’intera città sacra, con tanto di sistema idraulico per la distribuzione dell’acqua. I grandi megaliti di cui è costruita, a differenza di quelli rozzi e nudi delle più tardive costruzioni europee, sono coperti di elaborate decorazioni, incisioni che rappresentano soprattutto la fauna locale una volta presente sul sito, gru, cinghiali e altri animali da caccia, ma anche ghepardi, volpi, avvoltoi e perfino qualche rara testa umana. Le uniche rappresentazioni femminili sono oscene, una probabile indicazione di una società grossolanamente maschilista, un’ipotesi già suggerita dalla marcata abbondanza di falli maschili scolpiti nella pietra. Dopo essere stato abitato per millenni, intorno all’8mila a.C. il sito principale è stato abbandonato in un lasso di tempo relativamente breve: ma prima di andarsene, pare che gli abitanti lo abbiano deliberatamente sepolto, un lavoro immane, conseguito per motivi oggi inimmaginabili.

Aquileia. La XIII edizione dell’Aquileia Film Festival è stata vinta dal film “Narbonne, la seconda Roma” del regista Alain Tixier. Vincitore morale il film “Il giuramento di Ciriaco” del regista Olivier Bourgeois, escluso dalla competizione per motivi tecnici

film_Narbonne-the-second-Rome_di-Alain-Tixier

Frame del film “Narbonne, the second Rome” di Alain Tixier

La XIII edizione dell’Aquileia Film Festival è stata vinta dal film “Narbonne. La seconda Roma” del regista Alain Tixier (2021, Francia; 52’), che documenta il lavoro di scavo di un team di ricercatori nell’antica Narbo Martius. L’obiettivo è scoprire lo splendore dimenticato di questa piccola città costiera nell’antichità. Tra il I secolo a.C. e il III secolo d.C., il centro noto come Narbo Martius, prima colonia romana in terra gallica, fu fulcro dei commerci mediterranei.

film_Il-giuramento-di-Ciriaco_The-oath-of-Cyriac_di-Olivier-Bourgeois_locandina

Locandina del film “Il giuramento di Ciriaco / The oath of Cyriac” di Olivier Bourgeois

“Il giuramento di Ciriaco” del regista Olivier Bourgeois (2021, Andorra; 73’) è il vincitore morale del Festival al quale va la menzione speciale per il valore assoluto del film, il messaggio di pace, l’intensità e qualità tecnica. Durante il conflitto siriano, mentre la guerra infuria, un piccolo gruppo di archeologi, curatori di musei e assistenti, lotta contro il tempo per salvare le collezioni di antichità del Museo Nazionale di Aleppo. Queste donne e questi uomini ogni mattina vanno verso il museo sotto una grandine di proiettili, affrontando il fuoco dei cecchini, spesso dormendo in terra al museo, nel tentativo di portare a termine la loro missione. “Purtroppo – spiegano alla Fondazione Aquileia – per motivi legati alla sicurezza a un certo punto abbiamo temuto di dover interrompere il festival per la pioggia e per questo motivo con grande dispiacere abbiamo optato per l’esclusione del film dal voto del pubblico”. Il regista Olivier Bourgeois ha mandato un messaggio agli organizzatori: “Innanzitutto mi scuso per non aver potuto assistere alla proiezione del film con voi ieri sera. Vorrei inoltre congratularmi con il vincitore “Narbonne, la seconda Roma” del regista Alain Tixier e ringraziare di cuore l’organizzazione del festival per aver messo in luce lo straordinario lavoro degli archeologi siriani durante il conflitto. Vorrei anche ringraziarvi per questa “Menzione Speciale” che va dritta al cuore di tutta la troupe cinematografica”.

Stintino. Al museo della Tonnara conferenza dell’archeologa e giornalista Valentina Porcheddu su “Scoperte eccezionali. L’archeologia raccontata sui giornali”

stintino_museo-tonnara_scoperte-eccezionali_conferenza-porcheddu_locandina“Scoperte eccezionali. L’archeologia raccontata sui giornali” è il titolo della conferenza che Valentina Porcheddu tiene sabato 30 luglio 2022, alle 19, al museo della Tonnara di Stintino (Ss). Valentina Porcheddu, archeologa e giornalista che da dieci anni collabora con il quotidiano nazionale Il Manifesto, affronta il tema del giornalismo correlato alle scoperte archeologiche e mostra con quali contenuti e linguaggio, sulla carta stampata e sui magazine online, vengono portate all’attenzione del pubblico le scoperte archeologiche. Attraverso una panoramica delle recenti scoperte “eccezionali” effettuate in Italia – dalla Sardegna a Pompei – ma anche in Grecia, si parlerà del sensazionalismo e di come questo fenomeno sempre più dilagante distorca la realtà dei rinvenimenti, contribuendo a diffondere una falsa immagine del lavoro dell’archeologo e spesso mistificando la Storia. Uno spazio verrà dedicato anche alla distruzione dei siti archeologici del Medioriente, in particolare Palmira, durante l’occupazione della Siria e dell’Iraq da parte dello Stato Islamico, allo scopo di mostrare come, anche in quel caso, una narrazione priva di un rigoroso controllo delle fonti abbia alimentato la propaganda politica delle parti in conflitto.

Valle dei Templi. Al via il XVIII Festival del Cinema Archeologico ad Agrigento: tre serate, sette film, una conversazione e ben tre premi. Ecco il programma

agrigento_valle-dei-templi_festivalcinemarcheologico_locandinaTre serate, sette film, una conversazione e ben tre premi. Dal 18 al 20 luglio 2022, torna nella spettacolare cornice del Tempio di Giunone, il Festival del Cinema Archeologico ad Agrigento, l’importante rassegna che quest’anno vede la sua XVIII edizione, organizzata dal parco archeologico e paesaggistico Valle dei templi di Agrigento e realizzata con la collaborazione del RAM film festival di Rovereto.

film_The Islamic Baydha Project_Il progetto Baydha islamica_di Micaela Sinibaldi

Frame del film “The Islamic Baydha Project. Archaeology, Training and Community Engagement in the Petra Region / Il progetto Baydha islamica. Archeologia, formazione e impegno comunitario nella regione di Petra” di Micaela Sinibaldi

Programma, lunedì 18 luglio 2022, alle 21, apre il film “The Islamic Baydha Project. Archaeology, Training and Community Engagement in the Petra Region / Il progetto “Baydha islamica”. Archeologia, formazione e impegno comunitario nella regione di Petra” di Micaela Sinibaldi (Giordania, 2021; 22’). Segue il film “Le refuge oublié / Il rifugio dimenticato” di David Geoffroy (Francia, 2019; 52’). Chiude il film “A treasure – Petra, a symbol of multiculturalism in the Middle east / Un tesoro – Petra, simbolo di multiculturalismo in Medioriente” di Mathy Delphine (Francia/Belgio, 2019; 13’).

film_Narbonne the second Rome_Narbona la seconda Roma_di Alain Tixier

Frame del film “Narbonne, the second Rome / Narbona, la seconda Roma” di Alain Tixier

Martedì 19 luglio 2022, alle 19, premiazione IX edizione del Concorso Archeo Ciak; alle 21, apre il film “Narbonne, the second Rome / Narbona, la seconda Roma” di Alain Tixier (Francia, 2020; 89’). Chiude il film “Die Bronzen vom Quirinal in Rom / I bronzi del Quirinale a Roma” di Vinzenz Brinkmann e Elli Gabriele Kriesch (Germania, 2018; 14’).

film_Quand Homo sapiens faisait son cinema_Quando l’Homo sapiens faceva il suo cinema_di Pascal Cuissot e Marc Azema

Frame del film “Quand Homo sapiens faisait son cinema / Quando l’Homo sapiens faceva il suo cinema” di Pascal Cuissot e Marc Azema

agrigento_valle-dei-templi_festivalcinemarcheologico_Let’s dig again_locandinaMercoledì 20 luglio 2022, alle 20, conversazione “Let’s dig again: dalla web radio al podcast. La ricerca archeologica si racconta” con Alessandro Mauro, archeologo e co-fondatore della web radio Let’s dig again e Claudia Beretta, giornalista e coordinatrice del RAM film festival di Rovereto. Alle 21, apre il film “Quand Homo sapiens faisait son cinema / Quando l’Homo sapiens faceva il suo cinema” di Pascal Cuissot e Marc Azema (Francia, 2015; 52’). Chiude il film “Embers of the sun / Braci del sole” di Zareh Tjeknavorian (Armenia, 2019; 12’). Seguono le premiazioni: al film più gradito al pubblico, al miglior film per la giuria di esperti, al premio RAM film festival.

“Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata”: il regista veneziano Alberto Castellani svela in anteprima il suo nuovo film che racconta di un Paese martoriato, un popolo umiliato, una cultura millenaria e un patrimonio archeologico ricchissimo a rischio; con il contributo dei massimi esperti in materia

“Afghanistan, una terra dimenticata. Un popolo ferito e umiliato. Una tragedia immane. Un conflitto senza fine. Afghanistan, ultimo atto? Afghanistan, una cultura millenaria. Una cultura calpestata. Una incredibile avventura archeologica. Un patrimonio archeologico ricchissimo singolare incrocio di culture diverse oggi sottoposte a un sistematico saccheggio”. È con queste parole accompagnate da immagini straordinarie e drammatiche che il regista veneziano Alberto Castellani ci svela con un promo in anteprima il suo ultimo nuovo film, di cui sta ultimando in queste settimane la produzione: “Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata” destinato a essere uno dei film protagonista delle rassegne cinematografiche a soggetto archeologico dell’autunno 2022. “Dovrebbe durare all’incirca un’ora”, anticipa Castellani, “ma un minutaggio preciso al momento non è possibile. Vorrei che il film fosse disponibile per settembre in tempo per partecipare fuori concorso ad un momento dedicato all’Afghanistan che il RAM, il festival internazionale di Rovereto, sta organizzando per la giornata finale della manifestazione di quest’anno, esattamente tra tre mesi, il 2 ottobre 2022”.

afghanistan_valle-di-bamiyan_nicchia-del-budda_foto-toi

La valle di Bamiyan in Afghanistan con quel che resta dei Budda fatti saltare dai Talebani (foto TOI)

Dopo il film “Mesopotamia in memoriam” il racconto di una nuova pagina drammatica destinata a sconvolgere le nostre coscienze: “È stata una decisione presa all’indomani della presa di Kabul da parte dei talebani”, racconta Castellani. “Una decisione forse un po’ avventata per l’impegno e le difficoltà che poteva comportar la realizzazione di programma televisivo dedicato all’Afghanistan. Ed è così che abbandonato per un po’ il Medio Oriente legato alla mia produzione audiovisiva di questi ultimi anni, mi sono letteralmente “tuffato” nel continente asiatico venendo a contatto con un mondo ed una cultura che fino ad oggi non mi avevano coinvolto”.

Tillia-Tepe-Couronne-Tombe-VI-Or-et-turquoise

La corona d’oro trovata nelle tombe di Tillia Tepe (Afghanistan)

L’Afghanistan è una data, il 15 agosto 2021, quando ha cominciato a chiamarsi “Emirato islamico dell’Afghanistan”. “È lo Stato, se così possiamo ancora chiamarlo, che, nel corso di poche settimane, le milizie talebane hanno conquistato o meglio riconquistato occupando i principali centri della nazione compresa la capitale Kabul. Ed è lo Stato totalmente disfatto, da cui la popolazione civile sta tuttora cercando, con crescente difficoltà, di fuggire verso l’occidente. A quale Afghanistan rivolgersi? mi sono allora chiesto. Ma perché allora non pensare anche ad un altro possibile intervento, ad altre risorse che non debbono essere dimenticate dall’opinione pubblica internazionale oltre che dagli stessi afghani? Perché non pensare, ad esempio, alla millenaria cultura di quel popolo, a qualcosa che va ad inserirsi nelle radici più lontane di una comunità oggi in ginocchio ma che forse un domani potrà trovare nuove forze guardando al suo glorioso passato? L’Afghanistan rischia di perdere la propria identità e di svegliarsi dal caos attuale senza la coscienza di possedere una storia”, denuncia il regista. “L’Archeologia con le sue capacità a volte inesauribili di scoprire e ricostruire il passato può fornire un prezioso contributo per la sua rinascita”.

roma_mostre_ismeo_rilievo_arte-Gandhara

Un rilievo dell’arte di Gandhara esposto nella mostra “Città, palazzi, monasteri. Le avventure archeologiche dell’IsMEO/IsIAO in Asia”

Il programma intende ricordare le principali figure di studiosi che nel corso del ‘900 e di questo inizio secolo si sono dedicati a ricostruire le vicende artistiche più lontane dell’Afghanistan facendo conoscere al mondo soprattutto l’arte del Gandhara che si caratterizza per la compresenza di elementi indiani, ellenistici ed iranici. Si tratta, nella fase iniziale, di archeologi francesi ma anche di ricercatori italiani tra i quali spicca la figura di Giuseppe Tucci.

afghanistan_missione-archeologica-italiana_anna-filigenzi_foto-ismeo

L’archeologa Anna Filigenzi in Afghanistan dove dirige la missione archeologica italiana dal 2004 (foto ismeo)

Per accompagnare il pubblico in questo viaggio, il regista veneziano si è avvalso della collaborazione di prestigiose istituzioni culturali, dal Museo Guimet di Parigi al Museo delle Civiltà di Roma, dal Museo Archeologico di Kabul all’ISMEO di Roma. E soprattutto ha trovato dei “compagni di viaggio” preziosi che ora costituiscono il comitato scientifico del film. “A partire dal coinvolgimento di Anna Filigenzi, direttrice della missione archeologica italiana in Afghanistan”, ricorda Castellani. “È stata la sua una presenza discreta, concretizzatesi in un incontro avvenuto a Firenze e proseguito poi con una serie di contatti telefonici e di suggerimenti per individuare alcune figure chiave di consulenti”. Si tratta di Massimo Vidale (università di Padova), di Luca Maria Olivieri (università Ca’ Foscari Venezia), di Ciro Lo Muzio (università La Sapienza di Roma), di Laura Giuliano e di Michael Jung (museo delle Civiltà di Roma). Particolarmente significativo il carattere scientifico del contributo ma anche il valore simbolico della partecipazione, il coinvolgimento di Mohammed Fahim Rahmi, Direttore Museo di Kabul, che in qualche modo, è proprio il caso di dirlo, è riuscito a far giungere nel mio computer delle preziose immagini a testimonianza della situazione del Museo più importante dell’Afghanistan”.

parigi_musee-guimet_sezione-AFGHANISTAN_alberto-castellani_foto-media-venice

Il regista Alberto Castellani al Museo Guimet di Parigi per le riprese del film “Afghanistan” (foto media venice)

Sono stati soprattutto due i Musei cui Castellani si è rivolto per la sua documentazione. Innanzitutto il parigino museo nazionale delle Arti Asiatiche, più noto come Museo Guimet, una esposizione permanente dedicata all’arte asiatica, in grado di documentare, tutte le campagne di scavo, tenutesi in territorio afghano, tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del secolo scorso grazie ad accordi intercorsi tra Francia ed Afghanistan. Quanto esposto al Guimet ha consentito a Castellani di far emergere alcune figure base della archeologia afghana. Si tratta di Alfred Foucher, giustamente considerato l’iniziatore di una campagna di indagini sul territorio che porterà alla individuazione di alcuni fondamentali siti come Hadda e Balkh. Si tratta di Joseph Hackin e di sua moglie Marie legati alla scoperta del Tesoro di Begram, di Jean Carl ed alle sue indagini sul monastero di Fundukistan, di Daniel Schlumberger che tanto operò sul sito di Ai Khanun.

padova_università_massimo-vidale_foto-castellani

Il prof. Massimo Vidale, dell’università di Padova, tra i consulenti scientifici del film di Alberto Castellani (foto castellani)

Senza contare l’impegno italiano che ha preso avvio sin dal lontano 1957 con indagini su siti pre-islamici e islamici, Ghazni soprattutto, ponendo in luce aspetti inediti della storia culturale dell’Afghanistan e la sua centralità nella creazione e diffusione pan-asiatica di modelli artistici originali. Un impegno complessivo che ha fatto conoscere all’opinione pubblica internazionale quella che viene conosciuta come l’arte del Gandhara e attraverso essa lo sviluppo di una rivoluzione formale, di un nuovo modo di concepire le forme, il corpo umano, la narrazione, fattori questi che non esistevano nel mondo indiano. “Prima ci si esprimeva più attraverso delle icone statiche, dense di significato, immagini codificate”, sostiene il prof. Vidale in un suo contributo che appare nel film. “L’ellenismo portò veramente la capacità di rappresentare la vita dell’uomo in tutte le sue forme: la sensualità, i movimenti delle donne, i bambini, gli asceti i boschi, gli animali. Tutte cose che prima non c’erano. Ma questi codici formali non furono utilizzati per parlare dell’Occidente e dei valori del mondo greco, furono utilizzati per raccontare il mondo indiano. Ed è stata questa sintesi che ha avuto l’effetto così rivoluzionario che ancora oggi ci ammalia per la sua ambiguità e per la sua vitalità”.

roma_museo_tucci_shiva-e-parvati

Shiva e Parvati: il prezioso rilievo fa parte delle collezioni del museo di Arte orientale “Giuseppe Tucci” al Muciv di Roma

Una seconda tappa fondamentale è costituita dal materiale esposto al Museo romano delle Civiltà e la riscoperta di una figura forse un po’ dimenticata in questi ultimi anni. Si tratta di Giuseppe Tucci. In anni in cui il Nepal era ancora un paese misterioso, il Tibet un paese proibito e favolistico, l’India una realtà poco conosciuta, Tucci fu uno dei primi occidentali a visitare quei paesi. Per decenni ne ha percorso le mulattiere, gli altopiani e le vette innevate. Lo ha fatto servendosi di asini o cavalli, unendosi a carovane di passaggio, spesso muovendo da solo a piedi, trascorrendo le notti in ricoveri di fortuna. Per avvicinare e comprendere civiltà allora in gran parte ignote, ha usato la sua conoscenza, eccezionale per quegli anni, del sanscrito, del tibetano, del cinese, e di molte altre lingue orientali come l’ebraico, l’hindi, l’urdu, l’iranico, il pashtu, il mongolo. “I temi sono tanti, forse troppi per un film, me ne sto rendendo conto di giorno in giorno”, conclude Castellani. “Forse sessanta minuti alla fine saranno pochi per celebrare un Paese come l’Afghanistan. Perché questa terra, come ha sostenuto il prof. Olivieri davanti alla mia camera, è certamente un ammasso di orografie confuse e difficili da comprendere. Ma questo ammasso dice due cose. Innanzitutto come sia difficile affrontare la complessità di questo territorio, come sia difficile prenderlo, conquistarlo, mantenerlo sotto un controllo. Ma anche come dietro quel mucchio di pietre ci siano altri mucchi di pietre: mucchi di pietre che sono quelle lasciate dall’uomo. E la straordinaria ricchezza dell’Afghanistan, dal punto di vista archeologico, non ha probabilmente pari in tutta l’Eurasia”.

Roma. Anna Filigenzi su “Archeologie difficili e sistemi di valori. Il caso dell’Afghanistan”: conferenza in presenza e on line per il ciclo di incontri “Ripensare il mondo. Il confronto tra culture nella formazione delle civiltà”, presentato dal museo delle Civiltà e ISMEO

roma_muciv_conferenza-archeologie-difficili-il-caso-afghanistan_locandina

Locandina dell’incontro “Archeologie difficili e sistemi di valori. Il caso dell’Afghanistan” con Anna Filigenzi

Cosa può e deve fare l’archeologia? C’è ancora per essa uno spazio sociale da riconquistare e valori umani da riaffermare? La Missione Archeologica Italiana dell’ISMEO, attiva dal 1957, ha cercato possibili risposte entro il perimetro etico e scientifico della ricerca, dell’avanzamento degli studi e della condivisione delle conoscenze. Non solo per difendere e proteggere il patrimonio materiale, ma per difenderne e proteggerne anche i valori immateriali. Questa operazione dipende dalla nostra capacità e volontà di comprendere la connessione dell’archeologia con la storia e la dimensione umana. Questo il tema dell’incontro “Archeologie difficili e sistemi di valori. Il caso dell’Afghanistan”: un racconto di esperienze, che dal lavoro sul campo, hanno condotto a ricostruzioni di frammenti di storia condivisa. Appuntamento giovedì 23 giugno 2022, alle 16.30, nella sala conferenza del Palazzo delle Scienze a Roma, nell’ambito del ciclo di incontri “Ripensare il mondo. Il confronto tra culture nella formazione delle civiltà”, presentato dal museo delle Civiltà e ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente). La conferenza sarà trasmessa anche in diretta streaming sul canale YouTube del Museo delle Civiltà: https://youtu.be/OY8kdYRwAHs.

afghanistan_missione-archeologica-italiana_anna-filigenzi_foto-ismeo

L’archeologa Anna Filigenzi in Afghanistan dove dirige la missione archeologica italiana dal 2004 (foto ismeo)

L’archeologia in Afghanistan è condizionata, oggi come ieri, da una storia conflittuale, contrassegnata alla fine degli anni Settanta dall’occupazione sovietica e dagli eventi che a questa sono seguiti (quali la guerra civile, il regime talebano, l’occupazione internazionale, l’interludio democratico che non ha interrotto i conflitti in corso e, infine, il recente ritorno al potere dei Taliban). Sullo sfondo di questo scenario, l’archeologia diviene bersaglio di una propaganda che la rappresenta come espressione di una élite, più interessata a cose inerti che alle persone, o tenta di servirsene per mostrare all’opinione pubblica occidentale il volto umano e progressista della politica. Nel frattempo, la filiera locale dei beni culturali, con le sue infrastrutture e professionalità, duramente colpita dai lunghi anni del conflitto e, a partire dai primi anni 2000, sulla strada di una faticosa rinascita, ripiomba in una situazione pericolosamente precaria.

Anna-Filigenzi

L’archeologa Anna Filigenzi

Anna Filigenzi è professore associato di Archeologia e storia dell’arte dell’India all’università di Napoli “L’Orientale”. Dirige dal 2004 la Missione Archeologica Italiana in Afghanistan e dal 1984 è membro attivo della Missione Archeologica Italiana in Pakistan. È vice-presidente dell’ISMEO e della SEECHAC ed è membro di diverse istituzioni scientifiche, in Italia e all’estero, e di comitati editoriali stranieri. Il suo lavoro sul campo, le sue pubblicazioni e la sua attività didattica hanno come oggetto principale l’archeologia e la storia dell’arte dell’area compresa tra il Nord-Ovest del Subcontinente indiano, le regioni himalayane e l’Asia Centrale, con particolare riferimento ai periodi gandharico e post-gandharico; al rapporto tra culture religiose, politica e società civile; ai rapporti culturali tra Pakistan settentrionale, Kashmir, Afghanistan, Himalaya occidentale e Xinjiang, soprattutto in relazione allo sviluppo e alla circolazione di forme di arte visiva. Ha all’attivo numerosi progetti di ricerca, individuali e collettivi, svolti in Italia e all’estero, e numerose pubblicazioni.

Augusta (Sr). “Gerico: alle origini della comunità umana”: la conversazione con Lorenzo Nigro e la presentazione del suo libro “Gerico. La rivoluzione della preistoria” inaugura la prima edizione di “Parole e Pietre. Rassegna del libro e della cultura classica”

augusta_brucoli_parole-e-pietre_libro-gerico-alle-origini-della-comiunità-umana_locandina

lorenzo-nigro_uniroma1

L’archeologo Lorenzo Nigro

Con la presentazione del libro “Gerico” di Lorenzo Nigro, docente ordinario della Sapienza di Roma e direttore degli scavi a Mozia e a Gerico, si inaugura la prima edizione di “Parole e Pietre. Rassegna del libro e della cultura classica” a cura di Archeoclub d’Italia sede di Augusta, parco archeologico di Leontinoi e Naxoslegge. Appuntamento giovedì 23 giugno 2022, alle 19, alla terrazza del pontile Mare Nostrum della baia di Brucoli ad Augusta (Sr), con “Gerico: alle origini della comunità umana”, conversazione con Lorenzo Nigro e il suo libro “Gerico. La rivoluzione della preistoria” su un tema che non smette di sedurre archeologi di ogni generazione, la matrice vicino-orientale della più importante rivoluzione dell’antichità…il Neolitico. Introduce Mariada Pansera, presidente Archeoclub d’Italia sede di Augusta. Dopo i saluti di Lorenzo Guzzardi, direttore del parco archeologico di Leontinoi, converserà con l’autore Massimo Cultraro dirigente di ricerca del Cnr-ISPC di Catania.

libro_la-rivoluzione-della-preistoria_copertina

La copertina del libro “Gerico. La rivoluzione della preistoria”

Gerico. La rivoluzione della preistoria. Scoprire come farsi custodi del nostro passato attraverso le avventure della missione archeologica a Gerico. “Non è vero che non è possibile viaggiare indietro nel tempo”, scrive Lorenzo Nigro. “È sufficiente alzare gli occhi e guardare in cielo: lo sguardo ci porta così lontano che le stelle che vediamo sono luce di tanto tempo fa. Ma il passato si può anche toccare – non solo vedere e anche molto da vicino! È esattamente quello che fa l’archeologo quando scava. Nel sito dove lavoro da venti anni, a Gerico in Palestina, gli scavi raggiungono una tale profondità e gli strati coprono così tanti millenni di vita che il susseguirsi di generazioni e conquiste umane divengono tangibili”. Attraverso il racconto di una campagna di scavi archeologica a Gerico, “la più antica città del mondo”, l’autore racconta come i nostri antenati siano riusciti a compiere la più grande rivoluzione della storia dell’uomo: la rivoluzione neolitica. Scritto in modo avvincente, il libro induce a riflettere in modo semplice e quasi spontaneo sulla concezione della vita e della morte, il ruolo della comunità umana, e la riscoperta delle più profonde radici culturali e umane di ognuno a partire dalla descrizione della prima società neolitica.

Grosseto. Al via Maremma Archeofilm: tre sere a ingresso gratuito con il meglio della cinematografia sulle civiltà del passato. Primo appuntamento della grande stagione 2022 dei Festival organizzati con Archeologia Viva/Firenze Archeofilm

Si viaggia nel tempo e nello spazio con i film proposti da “Archeologia Viva/Firenze Archeofilm” e Associazione M.Arte al “Maremma Archeofilm”, il festival di archeologia arte e ambiente che sbarca a Grosseto dal 17 al 19 giugno, alle 21.15, nel Giardino dell’Archeologia: tre sere – tutte a ingresso gratuito – con il meglio della cinematografia sulle civiltà che hanno fatto la storia del nostro passato. L’evento è sostenuto da Comune di Grosseto, Regione Toscana, con il contributo Fondazione CR Firenze e Cesvot. Sponsor: Conad, Banca Tema, Cesvot. Informazioni: 0564. 488752 (museo Archeologico di Grosseto). In caso di maltempo il festival si svolgerà presso il museo di Storia naturale (str. Corsini 5, Grosseto).

La fortuna e la memoria del popolo degli Etruschi tra passato presente e futuro, ma anche la spettacolare scoperta di nuove specie di dinosauri e mostri marini che ha cambiato il panorama paleontologico. E poi l’Egitto al femminile attraverso la storia del Busto di Nefertiti scoperto nel 1912 nella terra dei faraoni, ma tuttora conservato a Berlino, la preistoria con il rinvenimento del primo essere umano in Sud Africa, il film animato su Seleuco fondatore della potente dinastia dei Selucidi nonché successore di Alessandro Magno nel settore orientale dello sterminato impero ellenistico. Infine le ultimissime scoperte sugli Incas costruttori del più grande impero precolombiano che l’America abbia conosciuto.

Ogni sera in programma oltre ai film, una conversazione con i protagonisti dell’archeologia tra cui Susanna Sarti, direttore Area archeologica nazionale di Roselle; Chiara Valdambrini, direttore museo Archeologico e d’Arte della Maremma; Simona Rafanelli, direttore museo Archeologico “I. Falchi” di Vetulonia. Il pubblico, in qualità di giuria popolare, potrà esprimere il proprio giudizio sui film in concorso contribuendo all’attribuzione del Premio “Maremma Archeofilm” alla pellicola più gradita. “Torna l’appuntamento con “Maremma Archeofilm”, la kermesse che coniuga l’arte, la cultura e la storia”, dichiarano il sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna e l’assessore alla Cultura, Luca Agresti. “A partire dalle radici etrusche del nostro territorio si potranno scoprire mondi antichi e volare sulle ali della fantasia, grazie alla splendida selezione cinematografica che sarà proposta nella stupenda cornice del Giardino dell’archeologia. L’amministrazione è felice di sostenere questo progetto, che mira alla riscoperta, alla valorizzazione e alla condivisione di un inestimabile patrimonio comune”.

Con “Maremma Archeofilm” inizia la grande stagione 2022 dei Festival del cinema di Archeologia Arte Ambiente organizzati con Archeologia Viva/Firenze Archeofilm, sempre a ingresso libero e gratuito. Dopo Grosseto, sarà la volta di Perugia, con “Perugia Archeofilm” ai Giardini del Frontone (21 – 22 giugno) e al museo Archeologico nazionale dell’Umbria (23 giugno), alle 21.15. Programma: www.firenzearcheofilm.it/perugia/ . Chiude il mese di giugno con “Vieste Archeofilm” al Castello di Vieste (29 giugno – 1° luglio), alle 21.15. Programma: www.firenzearcheofilm.it/vieste-fg/. All’inizio di luglio tocca a Centuripe (En) con “Centuripe Archeofilm” in piazza Duomo (8 – 11 luglio), alle 21.30. Programma: www.firenzearcheofilm.it/centuripe-en/. E a fine mese si torna ad Aquileia con “Aquileia Film Festival” in piazza Capitolo (26 luglio – 2 agosto), alle 21. Programma: www.firenzearcheofilm.it/aquileia/. La programmazione riprende a settembre a Varese con “Varese Archeofilm” ai Giardini Estensi (1° – 4 settembre), alle 20.30. Programma: www.firenzearcheofilm.it/varese/. Il mese successivo si chiude a Napoli con “Archeocinemann” al museo Archeologico nazionale (20 – 22 ottobre). Qui il programma è da definire.