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Roma. Eccezionale scoperta nella Domus Aurea: trovato un lingotto di blu egizio insieme a pigmenti di ocra gialla e di terra rossa. La reggia di Nerone svela la natura dei suoi colori. Importante contributo alla conoscenza dell’uso del blu egizio nel Rinascimento come nel Trionfo di Galatea di Raffaello

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Il lingotto di blu egizio (15 cm per 2,4 kg di peso) scoperto nell’ambiente 9 della Domus Aurea (foto simona murrone / PArCo)

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Particolare dell’anfora con ocra gialla in fase di scavo scoperta nella Domus Aurea (foto PArCo)

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Veduta d’insieme delle vasche di lavorazione (viste da Sud) presenti nell’ambiente 9 della Domus Aurea (foto PArCo)

Ocra gialla, terra rossa e soprattutto un lingotto di blu egizio: la reggia di Nerone svela la natura dei suoi colori. La Domus Aurea continua a sorprendere e restituisce una eccezionale scoperta legata alle botteghe che lavorarono agli affreschi della monumentale residenza voluta dall’imperatore Nerone. Durante le recenti indagini archeologiche sono state infatti individuate due vasche in uso durante le fasi di cantiere del palazzo sia per spegnere la calce sia per conservare e lavorare i pigmenti colorati da usare nelle decorazioni parietali. Tra i pigmenti ritrovati e sottoposti ad analisi microscopiche e spettroscopiche per individuarne la composizione chimica e mineralogica, spicca la presenza di ocra gialla all’interno di un’anfora, di vasetti contenenti pigmenti con toni del rosso, come il realgar e la terra rossa, e soprattutto di un eccezionale lingotto del preziosissimo blu egizio pronto per essere macinato. La rarità del ritrovamento è dovuta alle notevoli dimensioni del lingotto (un’altezza di 15 cm e un peso di 2,4 Kg), dato che il pigmento solitamente viene trovato solo in polvere o sotto forma di piccole sfere, come testimoniato dalle scoperte effettuate soprattutto a Pompei.  Il blu egizio è un pigmento che non esiste in natura, ma viene prodotto artificialmente cuocendo, ad una temperatura molto elevata, una miscela di silice, rocce calcaree, minerali contenenti rame e carbonato di sodio. Il procedimento per la sua preparazione viene descritto da Vitruvio nella sua opera De Architectura (VII, 11). Il ritrovamento a Roma, in ambito imperiale, di un nucleo così cospicuo di blu egizio conferma ancora una volta la raffinatezza e l’altissima specializzazione delle maestranze che operano nelle decorazioni del palazzo, con l’uso di pigmenti ricercati e costosi.

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Macro del lingotto di blu egizio scoperto nell’ambiente 9 della Domus Aurea (foto simona murrone / PArCo)

Conosciuto e usato almeno dalla metà del III millennio in Egitto e in Mesopotamia, si diffonde poi nel Mediterraneo antico. Nel mondo romano è impiegato nelle decorazioni pittoriche da solo o associato ad altri pigmenti per realizzare specifiche varietà cromatiche e ricercati effetti di luminosità. Viene ad esempio usato per rendere una tonalità più fredda per l’incarnato delle figure, per realizzare il chiaroscuro nei panneggi delle vesti o, ancora, per dare lucentezza agli occhi. Uno dei maggiori centri di produzione ed esportazione è Alessandria d’Egitto; recenti scoperte ne hanno tuttavia individuati altri in territorio italico, come a Cuma, Literno e Pozzuoli, quest’ultima già ricordata da Vitruvio come luogo famoso per una produzione di eccellenza. A Pompei le testimonianze sono essenzialmente legate alla lavorazione e all’uso del pigmento in contesti di lusso.

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Planimetria generale del padiglione della Domus Aurea, in evidenza ambiente 9 in cui sono state individuate le due vasche (foto PArCo)

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Ortofoto dell’ambiente 9, nel settore occidentale della Domus Aurea: sono visibili le due vasche al termine dello scavo archeologico (foto PArCo)

Lo studio dei contesti e dei materiali di questo settore della Domus Aurea, ancora in corso, potrebbe aggiungere un importante contributo alla conoscenza dell’uso del pigmento anche nel Rinascimento, come nel Trionfo di Galatea di Raffaello. Il brillante blu egizio unisce quindi, a distanza di secoli, i pittori che decorarono il palazzo e i pittori che, con stupore ed emozione, lo riscoprirono nel Rinascimento. “Il fascino trasmesso dalla profondità del blu di questo pigmento è incredibile”, commenta Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. “La Domus Aurea ancora una volta emoziona e restituisce la brillantezza dei colori utilizzati dai pittori che abilmente decorarono la stanze di questo prezioso e raffinato palazzo imperiale”.

Nocera (Sa). Il cantiere per la realizzazione del metanodotto Snam ha portato alla luce un patrimonio archeologico di eccezionale valore dall’età del Bronzo alla tarda antichità

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Evidenze archeologiche nel cantiere del metanodotto Snam a Nocera (Sa) (foto sabap-sa-av)

Scoperte archeologiche in occasione dei lavori del Metanodotto SNAM. Durante i lavori di potenziamento del metanodotto Snam “Diramazione Nocera-Cava dei Tirreni”, condotti nei comuni di Nocera Superiore, Nocera Inferiore, Roccapiemonte e Castel San Giorgio e conclusisi nel mese di novembre 2024, è venuto infatti alla luce un patrimonio archeologico di eccezionale valore che va dall’età del Bronzo alla tarda antichità. Le indagini archeologiche, durate circa due anni, sono state eseguite sul campo da SoGEArch srls sotto la direzione scientifica della soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino ed in sinergia con Snam, Comis Srl e CEM Srl.

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Impronte dell’età del Bronzo, di origine antropica e faunistica, rinvenute nei pressi del torrente Casarzano (foto sabap-sa-av)

Tra le scoperte più significative spiccano le impronte dell’età del Bronzo, di origine antropica e faunistica, rinvenute nei pressi del torrente Casarzano. Queste tracce, impresse nei depositi piroclastici delle eruzioni del Somma-Vesuvio, offrono una testimonianza toccante della drammatica fuga degli abitanti di fronte alla furia del vulcano. L’area ha continuato ad essere abitata anche nei secoli successivi. Tra la fine dell’età del Bronzo e gli inizi dell’età del Ferro (1200/1150-900 a.C. circa), un villaggio con capanne di forma absidata si estendeva su questo territorio.

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Ceramiche miniaturistiche di età romana, probabili ex voto, dal santuario extraurbano nei pressi di Nuceria Alfaterna (foto sabap-sa-av)

Un santuario extraurbano, databile preliminarmente tra il III-II sec. a.C., localizzato in prossimità di Nuceria Alfaterna, lungo un’importante arteria viaria, è stato portato parzialmente in luce. Tra i numerosi reperti rinvenuti spiccano manufatti ceramici miniaturistici, probabilmente offerti come ex voto. Risalenti al periodo romano, i resti di due complessi monumentali, verosimilmente ville rustiche, dedicate alla produzione agricola. La presenza di solchi di aratro, individuati in diversi punti dell’area, testimonia la coltivazione intensiva dei campi.

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Tracce di sreada antica dal cantiere del metanodotto Snam a Nocera (Sa) (foto sabap-sa-av)

Le ricerche hanno inoltre permesso di ricostruire la rete viaria che collegava Nuceria al territorio circostante. Le oltre 40 strade indagate – alcune realizzate semplicemente in terra battuta, altre più strutturate e spesso segnate dai solchi dei carri – rivelano un mondo di connessioni che hanno plasmato la vita della città nel corso dei secoli.

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Sepolture di età romana emerse nel cantiere del metanodotto Snam a Nocera (Sa) (foto sabap-sa-av)

Al periodo del passaggio tra l’età romana e la tarda antichità risale un gruppo di sepolture realizzate in fosse rivestite e coperte con lastroni di tufo, alcuni dei quali decorati con incisioni, appartenenti prevalentemente a bambini accompagnati da corredi essenziali. Un altro gruppo di tombe occupa gli spazi di una delle ville rustiche romane, a dimostrazione di come gli antichi edifici venissero riutilizzati con nuove funzioni.

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Monumentale sepolcro con sarcofago dal cantiere del metanodotto Snam a Nocera (Sa) (foto sabap-sa-av)

In quest’area si osserva una coesistenza di riti cristiani e pagani come testimonia un monumentale sepolcro con sarcofago, probabilmente appartenuto a un personaggio di alto rango. Ai suoi piedi, una piccola struttura interrata potrebbe essere un Martyrium, un luogo di culto dedicato ai martiri. La frequentazione del territorio prosegue nella tarda antichità, periodo al quale risalgono le “longhouse”, grandi capanne che, per forma e tecnica costruttiva, ricordano le abitazioni protostoriche. Questo ritorno a modelli abitativi del passato, probabilmente dovuto a cambiamenti socio-economici, testimonia la capacità di adattamento delle comunità umane di fronte alle trasformazioni.

Montebelluna (Tv). Al museo civico “Ciak si gira! I veneti antichi vanno in scena”, visita guidata interattiva alla mostra “FABULAE. Le situle raccontano i Veneti antichi” che le archeologhe protagoniste descrivono per aecheologiavocidalpassato.com

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“Ciak si gira! I veneti antichi vanno in scena”, visita guidata interattiva alla mostra “FABULAE. Le situle raccontano i Veneti antichi” (foto mcsnam)

Siete pronti a trasformarvi in veri attori? Domenica 19 gennaio 2025 va in scena “Ciak si gira! I veneti antichi vanno in scena”, visita guidata interattiva alla mostra “FABULAE. Le situle raccontano i Veneti antichi” con conclusione ad effetto scenico in cui tutti troveranno la loro “parte”. Attività a pagamento, su prenotazione. Visite guidate in partenza alle 15, 16, 17. Per tutti, dai 6 anni. Per info e prenotazioni: info@museomontebelluna.it, tel. 0423617479. Fino al 31 agosto 2025 le due situle figurate, scoperte una nel 2002 e l’altra nel 2012 nella necropoli preromana di via Cima Mandria di Posmon di Montebelluna (Tv), dopo un lungo e impegnativo restauro, sono le protagoniste della mostra “Fabulae. Le situle raccontano i Veneti antichi”, frutto della sinergia interistituzionale tra Comune di Montebelluna, con il suo museo civico, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno Padova e Treviso, e direzione regionale Musei nazionali Veneto a cui fa capo il museo nazionale Atestino. A realizzarla non un curatore ma un intero comitato scientifico interdisciplinare dove ognuno degli esperti ha portato le proprie competenze (vedi Montebelluna (Tv). Aperta al museo di Storia naturale e Archeologia la mostra “Fabulae. Le situle raccontano i Veneti antichi”, con protagoniste le due situle figurate scoperte a Posmon che tornano a casa. Gli interventi ufficiali all’inaugurazione | archeologiavocidalpassato).

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Mostra “Fabulae” al museo di Storia naturale e Archeologia di Montebelluna (Tv): la sala delle situle (foto graziano tavan)

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La mostra “Fabulae” è articolata in 6 sezioni. 1, Tracce: Gli scavi archeologici. Il terreno sotto di noi conserva tracce che ci consentono di ripercorrere momenti della nostra storia, antica e recente. Lo scavo archeologico stratigrafico recupera queste tracce e ne conserva le relazioni cronologiche, concettuali e funzionali. 2, Suoni: I battiti del tempo. Un progetto di sound design per allestire la sezione con un suono che diventa spazio e tempo. Un invito all’ascolto, alla scoperta dell’antico mondo delle due situle attraverso suoni evocati dalle loro immagini straordinarie. 3, Situle. Le situle in bronzo sono “secchi” di lusso utilizzati dagli antichi Veneti per contenere bevande di pregio (probabilmente vino), ma alla fine del loro utilizzo venivano impiegati come vasi-ossuario. La mostra presenta la “vita” di questi oggetti straordinari. 4, Fabulae: L’Arte delle situle. Le fabulae rappresentate sulle due situle sfruttano il potere delle immagini per raccontare la splendida vita degli antichi signori Veneti, mettendone in risalto il sistema di valori: discendenza, ricchezza, potere, forza, generale considerazione. 5, Ombre: Il mondo dei morti. Con la morte, la luminosa vita delle situle svanisce nel regno delle ombre. Il fuoco del rogo funebre segna il distacco definitivo tra i vivi e i morti, accompagnato da un rituale con regole ben codificate dalla società degli antichi Veneti. 6, Archeolab: L’archeologia oggi. L’archeologia oggi serve per dare valore al passato, farlo vivere nel presente e creare nei cittadini senso di appartenenza, di cura e prospettiva sul futuro. In questo spazio dinamico chiunque troverà tanto da fare tra legalità, partecipazione e creatività. E allora conosciamo meglio la mostra attraverso la voce delle protagoniste per archeologiavocidalpassato.com.

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La baracca-cantiere della ditta Malvestio che ha realizzato gli scavi a Posmon ricostruita nella mostra “Fabulae” al museo civico di Montebelluna (foto graziano tavan)

“La mostra Fabulae: le situle raccontano i Veneti antichi”, spiega Emanuela Gilli, conservatrice archeologa del museo di Storia naturale e Archeologia di Montebelluna, “in realtà non si limita alle sole situle che sono un po’ la punta dell’iceberg di una realtà archeologica importantissima qui a Montebelluna che è quella della necropoli di Posmon e che ha restituito tantissimi materiali e che è stata presa in mano e studiata proprio grazie alla mostra. Questo è un po’ l’obiettivo e quindi le due situle hanno come contesto una selezione di materiali trovati nella necropoli che viene descritta, raccontata anche in maniera molto concreta per gli scavi che sono stati effettuati, e con uno stile allestitivo molto contemporaneo. Abbiamo ricostruito una baracca-cantiere della ditta Malvestio che ha realizzato gli scavi negli anni 2000-2002 e poi anche nel 2012, che sono quelli in cui sono state trovate le due situle. Il percorso si snoda nel racconto di questa necropoli, poi l’attenzione si focalizza sulle situle, ma alla fine c’è uno spazio molto ampio che abbiamo chiamato Archeolab dove ognuno praticamente può ritrovare se stesso, i suoi interessi e collegare tutto quello che ha visto con la propria realtà quotidiana, e dove c’è uno spazio per l’arte, uno spazio per la partecipazione attiva per la tutela del territorio, e spazio poi per una riflessione sulla cultura della legalità, che è un po’ l’obiettivo di tutto il lavoro nostro del museo”.

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L’area della necropoli di Posmon con la localizzazione delle tombe che hanno restituito le due situle in mostra al museo civico di Montebelluna (foto graziano tavan)

“Questa mostra è importante per Montebelluna”, assicura Carla Pirazzini, funzionario archeologo responsabile delle zone di Este e di Montebelluna per la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Βelluno, Padova e Treviso, “perché restituisce finalmente alla cittadinanza alcuni reperti straordinari. Vengono esposte le due situle di bronzo figurate trovate nel 2002 e mel 2012 nel corso degli scavi con il loro contesto e con il corredo di un nucleo di tombe omogeneo che proviene dalla località Posmon”.

“La mostra è stata organizzata dal museo di Montebelluna insieme alla soprintendenza competente per territorio e alla direzione regionale Musei nazionali del Veneto”, interviene Benedetta Prosdocimi, direttrice del museo nazionale Atestino. “Nel mio caso, rappresento il museo nazionale Atestino che ha prestato alcuni reperti e ha collaborato anche facendo una sorta di anteprima di questa mostra ad Este tra il marzo e l’agosto 2024. La mostra è molto importante perché è un modo per far conoscere ai cittadini di Montebelluna e naturalmente anche a quanti vorranno venire fino a qui non solo le due splendide situle ma anche il contesto da cui queste provengono, cioè la necropoli di Posmon, una delle necropoli protostoriche del centro di Montebelluna. La mostra è stata anche un’occasione per riprendere in mano lo studio di tutti questi contesti e cercare confronti anche con il resto del mondo Veneto, cercare paralleli ed eventuali differenze, specificità locali nel contesto del mondo veneto e dell’arte delle situle in generale. Ed è per questo che si è scelto di portare qui anche alcuni reperti da Este e un pezzo dal museo di Lubiana”.

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La situla di Montebelluna scoperta nel 2002 nella tomba 244 della necropoli di Posmon e conservata al museo civico di Montebelluna (foto sabap-ve-met)

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Grafica dalla situla della Tomba 244 con due donne, una di fronte all’altra: entrambe hanno la conocchia con fusaiola, e una è incinta (foto graziano tavan)

“La prima situla esposta in questa mostra”, sottolinea Angela Ruta, già direttrice del museo nazionale Atestino, “è stata ritrovata nel 2002 e fa parte di una tomba – la 244 – della necropoli di Posmon. La situla purtroppo è molto corrosa e quindi non è facile ricostruire la storia che vi è raccontata. Rispetto all’altra situla, quella della tomba 5, ha una caratteristica: la situla della tomba 5 rappresenta il conflitto territoriale, mentre questa della 244 rappresenta la festa, il matrimonio, l’unione, perché il racconto inizia con un corteo di carri con dei signori seduti, e subito abbiamo due particolarità. La prima è che dietro un carro c’è un prigioniero legato, l’altra è che su una biga compare una coppia. Ed è la prima volta che la donna è ritratta a fianco del personaggio maschile. Poi nella fascia mediana c’è tutta una serie di scene di festa con una scena musicale, una scena di libagione, e – qui viene il bello – una scena di accoppiamento amoroso molto realistica, come è usanza però sull’arte delle situle. Ma la sorpresa, la novità, è la scena successiva, perché dopo l’accoppiamento sul materasso ondulato si vedono due donne, una di fronte all’altra, entrambe impugnano una grande conocchia e dalla conocchia pende il fuso con la fusaiola, e già questa è una novità per l’arte delle situle del Veneto, della Slovenia, etc. Ma cosa sorprendente una delle due donne è in attesa, nel senso che ha il ventre prominente e la cintura bassa. Ecco sicuramente si pensa subito per associazione di idee alla situla dell’Alpago dove alle scene amorose – anche un po’ trasgressive alcune – segue invece il parto. Qui non abbiamo il parto abbiamo la gravidanza rappresentata. E anche questa è una novità stupefacente. Non avevamo niente del genere. Poi nella fascia inferiore invece sono scene di ambientazione: la caccia, la natura più consueta”.

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La situla proveniente dalla tomba 5 della necropoli di Posmon scoperta nel 2012 ed esposta al museo civico di Montebelluna (foto graziano tavan)

“La mostra racconta due storie incentrate su due situle decorate rinvenute entrambe a Montebelluna”, spiega Giovanna Gambacurta, professore associato di Etruscologia ed Antichità italiche all’università Ca’ Foscari di Venezia: “una con una storia più legata forse alla storia della famiglia, alla generazione di queste famiglie “aristocratiche”; l’altra legata invece a una storia molto territoriale, forse anche una sorta di avventura sul territorio o di forma di controllo del territorio. In particolare questa seconda situla (scoperta nel 2012 nella tomba 5 della necropoli di Posmon) ha una figurazione “guerriera”, molto maschile. Non ci sono figure femminili nella situla. È una delle poche situle in cui non compaiono figure femminili. La decorazione è divisa in tre registri. Nel registro più alto compare una cerimonia, una sfilata di carattere civile: si capisce che è avvenuto qualcosa di importante che va celebrato. Nel secondo c’è una sfilata di armati. Nel terzo c’è una scena di caccia che potrebbe alludere anche a forme di scontro sul territorio proprio lungo i confini per la proprietà, il possesso, il controllo dei territori di caccia”.

Pompei. Dallo scavo dell’insula 10 della Regio IX emerge uno tra i più grandi complessi termali privati, annesso a una sala da banchetto. Zuchtriegel: “Un esempio di come la domus romana fungeva da palcoscenico per lo spettacolo di arte e cultura che il proprietario inscenava per acquisire voti o ingraziarsi la benevolenza degli ospiti”

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La grande vasca del frigidarium del complesso termale privato della domus scoperta nell’Insula 10 della Regio IX di Pompei (parco archeologico pompei)

“Crederesti di avere davanti un coro di pantomimi, non il triclinio di un padre di famiglia” (“pantomimi chorum, non patris familiae triclinium crederes”, Petron., 31, 7). È quello che si dice nel Satyricon della sala da banchetto, nella quale il ricco liberto Trimalcione celebra la sua famosa cena, ambientata in una città campana di I secolo d.C. e dunque culturalmente non lontano dalla realtà di Pompei prima dell’eruzione del 79 d.C. Gli scavi in corso nell’insula 10 della Regio hanno portato alla luce un complesso termale, connesso con una grande sala per banchetti, il cosiddetto salone nero (già emerso e reso noto qualche mese fa: vedi Pompei. Dai nuovi scavi nell’Insula 10 della Regio IX emerge un salone da banchetto dalle eleganti pareti nere decorato con soggetti ispirati alla guerra di Troia: Elena e Paride, e Apollo e Cassandra. Zuchtriegel: “Le coppie mitiche erano spunti per parlare del passato e della vita, dell’amore, ma anche del rapporto tra individuo e destino”. Sangiuliano: “Crediamo in Pompei, un unicum mondiale, e abbiamo finanziato nuovi scavi” | archeologiavocidalpassato), che fa intuire fino a che punto la casa romana potesse diventare un vero e proprio palcoscenico per le celebrazioni di sontuosi banchetti, che nella società di allora avevano una funzione che non si limitava a ciò che oggi definiremmo “privata” in senso stretto. Al contrario si trattava di occasioni preziose per il proprietario di per assicurarsi il consenso elettorale dei propri ospiti, per promuovere la candidatura di amici o parenti, o semplicemente per affermare il proprio status sociale. Il complesso rientra tra i più grandi e articolati settori termali privati finora noti nelle domus pompeiane in luce. Pochi altri esempi di queste dimensioni sono presenti a Pompei, tra questi le terme dei Praedia di Giulia Felice, quelle della Casa del Labirinto e della Villa di Diomede.

“I membri del ceto dominante di Pompei”, spiega il direttore Gabriel Zuchtriegel, “allestivano a casa propria degli spazi enormi per ospitare dei banchetti e questi avevano una funzione: la funzione di creare consenso, di promuovere una campagna elettorale, di concludere degli affari. Spesso a questi banchetti venivano anche persone molto più umili, i clientes, i liberti – dunque gli ex schiavi di questi signori -, e dunque per loro è un’occasione di mostrare l’aggio in cui vivevano, di far partecipare le persone a queste celebrazioni, a questi banchetti, ma anche – e questo è il nostro caso – di farli andare a fare un bel trattamento nella SPA della casa. Abbiamo qui forse uno tra i più grandi complessi termali in una casa privata di Pompei. E siccome era spesso costume andare prima a fare un bagno e poi a banchettare. Questo si poteva fare qui, tutto dentro la casa. C’è lo spazio per una trentina di persone che potevano fare tutto il percorso che si poteva fare anche nelle terme pubbliche. Dunque c’è il calidarium, l’ambiente molto caldo; il tepidarium, e anche una grande vasca con acqua fredda. Il frigidarium, la sala fredda, è composta da un peristilio, ovvero una corte porticata di dimensioni 10 x 10 metri, al cui centro si trova una grande vasca. Ma c’è anche, e noi siamo proprio qui – conclude Zuchtriegel -, lo spogliatoio (apodyterium), con delle panchine che fanno intuire il numero di persone che poteva accedere a questi spazi”.

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Il peristilio del frigidarium del complesso termale privato della domus scoperta nell’Insula 10 della Regio IX di Pompei (parco archeologico pompei)

“Lo scavo degli ambienti in questione, ed in particolare del peristilio”, aggiunge il direttore dei lavori, Anna Onesti, “è avvenuto grazie ad una modalità di esecuzione innovativa, che ha consentito di raggiungere il piano pavimentale evitando lo smontaggio degli elementi architettonici instabili del colonnato”. L’utilizzo di una struttura di supporto transitoria ha permesso di scavare l’intero colonnato, lasciando tutte le porzioni murarie al proprio posto, e rimarrà a presidio del sistema della trabeazione (la struttura orizzontale retta dalle colonne) fino ad un nuovo, futuro, progetto di restauro architettonico e strutturale, servendo anche da supporto alla sua stessa esecuzione.

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Planimetria della domus nell’Insula 10 delal Regio IX di POmpei con evidemziato il complesso termale (in rosa) e l’oecus (in azzurro) (foto parco archeologico pompei)

L’ingresso principale della domus era a Sud. Qui era probabilmente collocato un atrio, dal quale si giungeva a un grande peristilio (giardino colonnato) che occupa quasi l’intera larghezza dell’isolato e di cui si intravedono le parti superiori delle colonne angolari, non ancora scavate. Su un lato del peristilio si aprivano una serie di vani. Da ovest a est: un grande oecus (ambiente di soggiorno) decorato in II stile, un corridoio, un piccolo ambiente decorato in IV stile e un oecus corinzio, circondato da almeno 12 colonne su tre lati, con una megalografia di II stile che attualmente è ancora in corso di scavo e di cui sono stati presentati a dicembre i primi risultati: il fregio con composizioni di nature morte che rappresentano cacciagione e prodotti della pesca offerti al godimento degli ospiti durante i banchetti.

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L’apodyterium (spogliatoio) del complesso termale privato della domus scoperta nell’Insula 10 della Regio IX di Pompei (parco archeologico pompei)

“La grande domus che occupava la parte meridionale dell’insula 10 della Regio IX (presumibilmente per intero) doveva appartenere a un personaggio importante della società locale”, scrive Zuchtriegel a conclusione dell’approfondimento “La casa come palcoscenico. Il complesso termale e conviviale recentemente scoperto nell’insula IX-10 a Pompei” pubblicato il 17 gennaio 2025 sull’E-Journal degli Scavi di Pompei https://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/. “Le parti decorate in II Stile dimostrano che aveva alle spalle una storia importante, anche se non sappiamo se fosse una storia di continuità familiare o piuttosto, come avviene più volte, di discontinuità e cambi di proprietà. Non è impossibile immaginare che il proprietario fosse quel Aulus Rustius Verus noto tramite una serie di iscrizioni elettorali, che lo propongono come edile, trovate nella casa con panificio ubicata nel settore nord ovest dello stesso isolato 10, di cui appare anche essere stato il finanziatore, a giudicare dalle iniziali incise su una macina. Lo stesso Aulus Rustius Verus appare in altre iscrizioni come candidato per il duumvirato insieme a Giulio Polibio”.

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Anfore lungo il peristilio del frigidarium del complesso termale privato della domus scoperta nell’Insula 10 della Regio IX di Pompei (parco archeologico pompei)

“Tuttavia – continua Zuchtriegel -, non ci sono sufficienti elementi per attribuire la domus nell’insula 10 ad Aulus Rustius. Quello che appare certo, invece, è che chi possedeva questa dimora doveva in ogni caso appartenere all’élite della città nei suoi ultimi decenni di vita. E così diventa chiaro il motivo per cui un uomo di questo calibro, vale a dire un personaggio del genere di un Giulio Polibio, di un Gaius Alleius Negidius Maius o dello stesso Aulus Rustius Verus, potrebbe aver sentito il bisogno di allestire a casa propria uno spazio per ospitare una trentina di persone che non solo venivano a banchettare, ma si potevano anche fare il bagno prima. Il tutto serviva a mettere in scena uno spettacolo, al cui centro stava il proprietario stesso, un po’ come nel caso di Trimalcione, che ovviamente viene presentato nel romanzo in forma caricaturale”.

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Il salone da banchetto (oecus tricliniare), dalle eleganti pareti nere, scoperto nell’insula 10 della Regio IX a Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Le pitture di III Stile con soggetti della guerra di Troia – sottolinea Zuchtriegel -, gli atleti nel peristilio, tutto doveva conferire agli spazi un’atmosfera di grecità, il che equivaleva a cultura, erudizione, ozio. Così come il salone nero doveva trasportare gli ospiti in un’aula di un palazzo greco, il peristilio con la grande vasca al centro e il complesso termale adiacente aveva la funzione di creare una scenografia da ginnasio greco, che veniva accentuata ulteriormente dalle scene atletiche successivamente apportate. Quando Cicerone parla, in una lettera al suo amico Attico, di sculture gymnasiodes, cioè confacenti a un ginnasio che vuole allestire nella sua villa privata, rende esplicito il concetto dietro questo tipo di architettura: ci si crea una specie di Grecia finta nel giardino dietro casa, che ovviamente non ha più nulla a che vedere con il ginnasio greco nella sua forma e funzione originale. È tutto un gioco, uno spettacolo appunto; quello che conta è l’atmosfera in cui ci si immerge per una serata, tra bagni caldi e vino campano. Del resto, “la vita (è) un teatro”, come si diceva a quei tempi: la frase, incisa su un bicchiere d’argento del tesoro di Boscoreale, appare anche nell’Antologia palatina: “tutta la vita (è) un teatro” (X 72,1). Nell’ottica di una complessa messa in scena va visto anche l’accurato restauro delle pitture di III stile: la veneranda antichità di queste decorazioni aggiungeva ulteriore valore agli spazi in cui gli ospiti del padrone di casa soggiornavano”.

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Pompei, Regio IX. Insula 10, salone nero: dettaglio della parete nord con Paride (foto parco archeologico pompei)

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Pompei, Regio IX, Insula 10, salone nero: didascalia in greco vergata in bianco al centro della scena: ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΣ ΕΛΕΝΗ (foto parco archeologico pompei)

“E chi erano tali ospiti? – si chiede Zuchtriegl -. Mentre è verosimile che gli amici più stretti del proprietario della domus si riunivano negli oeci che si aprono sul grande peristilio a sud, tra gli ospiti invitati alle cene meno intime possiamo immaginare anche cittadini meno abbienti, liberti e clientes di vario genere. Il padrone li invitava per assicurarsi del loro consenso elettorale, per promuovere la candidatura di un suo amico o parente o semplicemente per affermare il suo status sociale. Dobbiamo dunque immaginare tra i partecipanti persone che erano separate da un certo divario economico e sociale dal padrone di casa, proprio come avviene anche nella cena romanzata di Trimalcione. Gente che forse frequentava le terme pubbliche, ma che raramente aveva occasione di venire in casa di qualcuno che possedeva un impianto termale privato. In parte forse anche gente che non sapeva come arrivare alla fine del mese e che davanti alle portate più o meno abbondanti ed esotiche, di cui il fregio con pesci, frutti di mare e cacciagione nel grande oecus corinzio dava un’idea fin troppo accattivante, non smettevano di meravigliarsi perché una simile pappata non gli era mai capitata. Gente, che non aveva necessariamente la preparazione culturale per decifrare le immagini mitologiche (il che aumentava solo il loro fascino), e che faticava a leggere la scritta in greco ‘Alexandros / Helena’ vicino alla rappresentazione dei due personaggi nel salone nero, e che forse non ricordava che Alexandros era un altro nome per Paride. Gente, infine, che nella vita aveva poche occasioni per divertirsi e che non si annoiava, come qualche ricco già sazio di queste cose, durante le esibizioni di musicisti, pantomimi e danzatrici che tra le portate trovavano spazio davanti alla grande finestra del “salone nero”. In una parola – conclude Zuchtriegel -, un pubblico grato e affamato, che allo spettacolo orchestrato dal padrone di casa applaudiva con sincera ammirazione e che dopo una serata nel “ginnasio” del nostro personaggio pompeiano ne avrebbe parlato ancora a lungo”.

 

Pompei. Gennaio apre con un doppio incontro dell’associazione internazionale Amici di Pompei su “Il mistero del cranio ritrovato di Plinio il Vecchio” e “La villa della Caccia al cinghiale dell’ager stabianus”

pompei_biblioteca-fiorelli_libro-plinio-il-vecchio-il-mistero-del-cranio-ritrovato_presentazione_locandinaDoppio appuntamento nel primo mese del 2025 per l’Associazione Internazionale Amici di Pompei ETS. Il primo giovedì 16 gennaio 2025: alle 17, nella Biblioteca “Giuseppe Fiorelli” del parco archeologico di Pompei, in via Plinio 4, aperta recentemente, presentazione del libro del giornalista e scrittore Carlo Avvisati “Plinio il Vecchio: il mistero del cranio ritrovato”, Artem edizioni. A presentare il testo saranno l’archeologo Salvatore Ciro Nappo insieme con Angelandrea Casale, ispettore onorario del Parco Archeologico di Pompei.

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Copertina del libro “Plinio il Vecchio: il mistero del cranio ritrovato” di Carlo Avvisati (Artem)

Il libro “Plinio il Vecchio: il mistero del cranio ritrovato” racconta la storia fantastica e noir di un teschio che da 124 anni a questa parte, per una serie di ipotesi bizzarre, viene ritenuto quanto resta dell’ammiraglio e scienziato romano che perse la vita durante l’eruzione vesuviana del 79 dopo Cristo. Una storia che nasce alla fine del 1800, in uno scavo archeologico condotto dall’ingegnere di Boscotrecase Gennaro Matrone, in terreni di sua proprietà situati a “Bottaro”, allora quartiere di Torre Annunziata. Sarà presente l’autore. Lo scavo restituì, ancora: collane, armille d’oro, anelli impreziositi da gemme e perle, e suppellettili interessanti. Tra queste ultime, una lanterna di bronzo a forma di testa di cavallo e quanto restava di una portantina… È sempre un merito se un autore sceglie di affrontare un rinvenimento di questo genere sottraendolo a quella forma di mummificazione e di oblio che spesso è il risultato del suo essere “scomodo”. Con la consueta perizia narrativa che unisce cronaca e scienza, Carlo Avvisati ci accompagna in un singolare viaggio nella storia dell’archeologia vesuviana così come alla fine dell’Ottocento e nei primissimi anni del Novecento veniva manifestandosi.

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Affresco della Caccia al Cinghiale staccato dalla parete sud del triclinio dell’omonima villa di Gragnano e conservato al museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” a Castellammare (foto parco archeologico pompei)

Il secondo venerdì 17 gennaio 2025: alle 17, nell’Auditorium degli Scavi di Pompei la conferenza “La villa stabiana della Caccia al Cinghiale. Riflessioni sul contesto topografico e tematico” a cura delle archeologhe Paola Miniero e Maria Cristina Napolitano. L’incontro sarà l’occasione per fare il punto su una storia iniziata nel 1984, durante i lavori per la realizzazione del tracciato della S.S. 145: si scavarono i resti di una villa rustica romana in territorio di Gragnano, ricadente in antico nell’ager Stabianus, da cui emerse un dipinto di particolare interesse raffigurante una scena di caccia al cinghiale. A distanza di 40 anni il recente allestimento topografico e tematico del museo Archeologico di Stabia e dei suoi depositi, ha invogliato a riprendere lo studio dell’edificio, della sua decorazione e dei materiali, di cui, nella conferenza, si espongono in anteprima i risultati.

 

Roma. Consegnati all’ambasciatore del Messico 101 reperti archeologici trafugati dal Messico e recuperati dai Carabinieri del Tpc di Roma, Udine, Perugia, Ancona e Cosenza

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101 reperti archeologici sono stati consegnati all’ambasciatore del Messico in Italia Carlos Garcìa de Alba da parte del comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, Generale di Divisione Francesco Gargaro, alla presenza anche della sottosegretaria per gli Affari esteri del Messico, S.E. Maria Teresa Mercado, e del sottosegretario per gli Affari esteri della Repubblica Italia, On. Giorgio Silli. Tra i reperti si menzionano miniature fittili, statuette antropomorfe e zoomorfe in pietra dura, piccoli vasi in ceramica nera con effigie, un vaso in miniatura in ceramica nera con effigie di Tlaloc (la divinità della pioggia) appartenente alla cultura Tolteca-Maya del periodo post-classico (900-1200 d.C.), una piccola figura maschile in ceramica con testa e arti dipinti di rosso risalenti alla cultura Olmeca, Costa del Golfo 1500 – 400 a.C., una statuetta antropomorfa in argilla con tecniche di calco raffigurante una figura con copricapo con fascia frontale e paraorecchie circolari, una “pintadera” fittile di forma triangolare con scena di sacrificio umano e impugnatura a forma di testa di serpente della cultura Azteca, e una coppa tripode emisferica in terracotta riconducibile alla cultura Mixteca-Puebla (XIII/XIV – XVI sec. d.C.). Il recupero degli antichi manufatti è il risultato di diverse attività di indagine condotte dai Nuclei TPC di Roma, Udine, Perugia, Ancona e Cosenza, coordinate dalle rispettive Procure di Roma, Pordenone, Firenze, Ancona e Palmi (RC) che hanno convalidato il sequestro dei beni culturali. I manufatti, sottoposti a studi tecnici a cura dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico (INAH) per certificarne la loro autenticità e provenienza dai territori messicani, risalgono a un’ampia attribuzione cronologica e appartenenti a diverse aree archeologiche, dalla cultura Teotihuacana dell’Altipiano Centrale, a quella Zapoteca del periodo classico mesoamericano (150 – 650 d.C.) e preclassico medio mesoamericano (900 – 300 a.C.), e della Costa del Golfo e messicana-azteca del XIV – XVI sec.

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Il valore economico complessivo dei beni è stato valutato in alcune decine di migliaia di euro, tenuto conto della elevata testimonianza storico-culturale. I reperti sono stati giudicati “monumenti archeologici mobili di proprietà della Nazione Messicana”. Nello specifico, il Nucleo TPC di Roma, a seguito di perquisizione domiciliare a carico di un noto trafficante di reperti archeologici, aveva sequestrato numerosi reperti di natura archeologica prevalentemente di cultura precolombiana, tra cui 33 reperti appartenenti al Patrimonio indisponibile del Messico. Le indagini del Nucleo TPC di Perugia sono state attivate a seguito di una segnalazione da parte della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio dell’Umbria circa la presenza sul mercato on line di reperti archeologici messicani pronti per la vendita. Il Nucleo TPC di Ancona aveva proceduto al sequestro dei manufatti archeologici messicani poiché rinvenuti all’interno dell’abitazione di un soggetto a seguito di una richiesta di intervento presso l’abitazione dove era stato segnalato un tentativo di furto. Circa i recuperi conseguiti dal Nucleo TPC di Cosenza, il sequestro aveva tratto origine da un controllo doganale, presso l’aeroporto di Reggio Calabria, sul bagaglio di due passeggeri italiani provenienti dal Messico, procedendo al sequestro di importanti manufatti dell’antica cultura latino-americana. I beni sequestrati dal Nucleo di Udine provenivano da un collezionista che li aveva acquistati presso vari mercatini in Veneto con intento asseritamente filantropico.

Ispica (Rg). Nelle acque di Santa Maria del Focallo scoperto un relitto arcaico risalente al VI-V secolo a.C., insieme a quattro ancore litiche e due in ferro, che testimonia i commerci tra Grecia e Sicilia

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Rilievi del relitto di VI-V secolo a.C. scoperto nelle acque di Santa Maria del Focallo nel Comune di Ispica (Rg) (foto regione siciliana)

Un relitto arcaico risalente al VI-V secolo a.C., insieme a quattro ancore litiche e due in ferro, è stato scoperto a dicembre 2024 nelle acque di Santa Maria del Focallo, nel Comune di Ispica nel ragusano, durante una campagna di scavi subacquei condotta dal dipartimento di Studi umanistici e del Patrimonio culturale dell’università di Udine e dalla soprintendenza del Mare della Regione Siciliana.

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Una delle anfore in ferro scoperte a pochi metri dal relitto di Ispica (foto regione siciliana)

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Una delle anfore litiche scoperte a pochi metri dal relitto di Ispica (foto regione siciliana)

Il relitto è stato rinvenuto a sei metri di profondità, sepolto da sabbia e massi. Lo scavo ha rivelato uno scafo costruito con la tecnica “su guscio”, caratterizzato da tavole del fasciame collegate tramite incastri (tenoni e mortase) che conferivano alla struttura una funzione autoportante. A pochi metri dal naufragio sono stati individuati due nuclei di ancore: due in ferro del tipo a “T” rovesciata, probabilmente risalenti al VII secolo d.C., e quattro litiche, di probabile epoca preistorica.

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Rilievi del relitto di VI-V secolo a.C. scoperto nelle acque di Santa Maria del Focallo nel Comune di Ispica (Rg) (foto regione siciliana)

La segnalazione del sito alla soprintendenza del Mare era stata fatta nel 2022 da Antonino Giunta, che con l’associazione BCsicilia aveva elaborato una mappa 3D dell’area. La campagna di scavi, durata tre settimane e conclusa nello scorso mese di settembre, ha visto il coinvolgimento del Nucleo sommozzatori della Guardia Costiera di Messina e della Capitaneria di Porto di Pozzallo, che hanno garantito supporto tecnico e logistico alle operazioni. Grazie alla fotogrammetria subacquea, è stato possibile generare un modello tridimensionale del relitto, mentre i campioni prelevati consentiranno ulteriori analisi paleobotaniche per approfondire lo studio dei materiali utilizzati.

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Lo scafo del relitto di VI-V secolo a.C. scoperto nelle acque di Santa Maria del Focallo nel Comune di Ispica (Rg) (foto regione siciliana)

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Il tream impegnato nelle ricerche subacquee nell’ambito del progetto “Kaukana Project” (foto regione siciliana)

Questa attività di ricerca è stata condotta nell’ambito del “Kaukana Project”, alla sua quinta campagna di scavo effettuata come approccio integrato per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale sommerso. Il progetto, nato nel 2017, prosegue con l’obiettivo di ricostruire il paesaggio costiero e sommerso lungo il litorale compreso tra Ispica, Kaukana e Kamarina, in collaborazione con l’università di Udine e prestigiosi enti di ricerca italiani e internazionali.

 

Padova. Al circolo culturale sardo “Eleonora d’Arborea” la conferenza “Nora la più antica città della Sardegna. Trent’anni di scavi e ricerche dell’Università di Padova” con il prof. Jacopo Bonetto

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“Nora, la più antica città della Sardegna. Trent’anni di scavi e ricerche dell’Università di Padova” è il titolo della conferenza in programma sabato 11 gennaio 2025, alle 17, nella sede sociale del circolo culturale sardo “Eleonora d’Arborea” in via delle Piazze 22 a Padova. A presentare i trent’anni di scavi e ricerche condotti dall’università di Padova nell’antica città di Nora, in Sardegna, sarà il professor Jacopo Bonetto, professore ordinario dell’università di Padova. L’ingresso è libero fino ad esaurimento dei posti. Nora è considerata la più antica città della Sardegna, con origini fenicie risalenti all’VIII secolo a.C. Grazie agli scavi e alle ricerche dell’università di Padova, sono emersi importanti ritrovamenti archeologici che gettano nuova luce sulla storia e sulla cultura di questa affascinante città. L’attenzione di importanti studiosi appartenenti a varie università, in particolare dell’università di Padova, è la testimonianza della grandezza dell’antica civiltà della nostra Isola.

padova_circolo-culturale_incontro-nora-trent-anni-di-scavi-e-ricerche-dell-università-di-padova_locandinaL’università di Padova è attiva in Sardegna con un progetto di ricerca archeologica che ha come centro di attenzione la città antica di Nora, sita nel comune di Pula in provincia di Cagliari. Il sito, già noto ai viaggiatori ottocenteschi, è stato a lungo indagato nel corso del secolo scorso ed è oggetto di ricerche sistematiche da parte di un gruppo di Atenei italiani dal 1990. In questo ambito l’università di Padova si è occupata di indagare con scavi stratigrafici e rilievi architettonici il settore orientale della penisola su cui si trova la città antica, riportando alla luce edifici pubblici e privati di particolare importanza. Inoltre, negli ultimi anni, nuove attenzioni sono state rivolte ad una grande area funerarie attiva dall’età fenicia fino all’età romana e al pressante problema dell’erosione costiera che minaccia alcuni settori del Parco archeologico. Le ricerche hanno rivolto speciale attenzione anche agli aspetti della divulgazione e della valorizzazione in un sito che proprio nel 2024 ha superato la soglia dei 100mila visitatori annui.

Capo di Ponte (Bs). Al MUPRE – museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica la mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: esposti per la prima volta i reperti che, insieme alle incisioni rupestri, raccontano le vicende di Dos dell’Arca dal Neolitico fino alla romanizzazione. Il punto sulle indagini archeologiche in corso

capo-di-ponte_mupre_mostra-4000-anni-al-dos-dell-arca_locandinaA Capo di Ponte (Bs) sul versante orientale della Valle Camonica c’è una collinetta denominata “Dos dell’Arca” dove, nel 1957, l’alpinista e studioso Gualtiero Laeng per primo segnalò la presenza di strutture e reperti preistorici. Le indagini condotte dall’università di Pavia (Progetto Quattro Dossi, 2016-2023) hanno offerto nuovi spunti di riflessione sulla frequentazione di questo dosso e degli altri tre con cui era in relazione. Fino al 22 giugno 2025, al MUPRE – museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica di Capo di Ponte (Bs), la mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”, a cura di Paolo Rondini, Alberto Marretta, Maria Giuseppina Ruggiero, espone per la prima volta i reperti che, insieme alle incisioni rupestri, raccontano le vicende di Dos dell’Arca dal Neolitico fino alla romanizzazione, lungo 4000 anni di storia, e fa il punto sulle indagini archeologiche in corso a Dos dell’Arca che – insieme agli altri tre dossi vicini (Piè, Fondo Squaratti e Quarto Dosso) – presenta rilevanti tracce di frequentazione umana dal Neolitico all’età del Ferro ed è tra i contesti più interessanti per la ricerca archeologica e per l’arte rupestre del territorio camuno. L’esposizione, frutto della collaborazione tra la direzione regionale Musei nazionali Lombardia, la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia e l’università di Pavia, è un viaggio alla scoperta di relazioni e contatti dentro e fuori la Valle Camonica e ruota attorno al binomio archeologia e arte rupestre. E non poteva essere diversamente in un territorio famoso in tutto il mondo per le sue incisioni, divenute patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1979.

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Scavi archeologici nel sito di Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) dell’università di Pavia (foto unipv)

Segnalato per la prima volta nel 1957 da Gualtiero Laeng, naturalista che ha legato il suo nome alla scoperta dell’arte rupestre camuna nel 1909, Dos dell’Arca fu oggetto di ulteriori indagini archeologiche nel 1962, con la campagna di scavi guidata da Emmanuel Anati. I reperti emersi nel corso degli scavi, datati tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro (II-I millennio a.C.), fanno parte dal 2014 dell’esposizione permanente del MUPRE. Tra il 2016 e il 2023, a distanza di oltre 60 anni, sono state condotte nuove ricerche in concessione ministeriale dirette dall’università di Pavia con il “Progetto Quattro Dossi”, che gettano nuova luce sulla vita di questo dosso e degli altri tre con cui era in relazione: Pié, Fondo Squaratti e il Quarto Dosso.

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La mostra “4000 anni a Dos dell’Arca” al MUPRE – museo nazionale della Preistoria della Valle Camonica di Capo di Ponte (Bs) (foto drm-lombardia)

Il percorso espositivo si articola in tre vetrine, ognuna delle quali dedicata ad una delle tre epoche principali di frequentazione dell’area.

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Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: piccola ascia in pietra verde levigata (Neolitico medio-recente) (foto drm-lombardia)

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Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: frammento della roccia 21 che presenta un’area (macula) con tracce di incisione (foto drm-lombardia)

Vetrina 1: reperti del Neolitico tardo-età del Rame (4300-3500 a.C.). La vetrina espone, insieme a raschiatoi e lame in selce, una piccola ascia in pietra verde levigata. Questo reperto è di speciale interesse perché, essendo un prodotto importato, è la prova di contatti e scambi con altre genti. Il frammento della roccia 21, invece, presenta un’area (macula) con tracce di incisione: testimonianza che in quest’epoca le popolazioni che frequentavano l’area si dedicavano anche alla pratica dell’incisione sulle superfici rocciose.

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Mostra “4000 anni al Dos dell’Arca”: la vetrina dedicata all’Età del Bronzo (foto drm-lombardia)

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Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: ceramica ad impasto dell’Età del Bronzo medio-recente) (foto drm-lombardia)

Vetrina 2: reperti dell’età del Bronzo Medio e Recente (1650-1250 a.C.). In questo periodo l’attività principale è la metallurgia: ne sono testimonianza ritrovamenti quali le scorie di fusione e gli strumenti da metallurgo (forme di fusione per ascia e pendaglio circolare) qui esposti. Tra i manufatti ceramici, che talora portano segni di combustione, si contano tipologie diverse: accanto a una tradizione locale si trovano ceramiche tipiche delle culture che occupavano la pianura (in particolare il gruppo “palafitticolo-terramaricolo”), le cui genti risalivano le valli alla ricerca di materie prime. In questa fase, Dos dell’Arca è dunque teatro di attività produttive ed è coinvolto in relazioni, forse di scambio, anche a medio-lungo raggio.

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Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: spirale in bronzo (media età del Ferro) (foto drm-lombardia)

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Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: fondo di boccale con iscrizione in alfabeto camuno (età del Ferro) (foto drm-lombardia)

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Mostra “4000 anni a Dos dell’Arca”: denario in argento (dritto) (metà I sec. a.C.) (foto drm-lombardia)

Vetrina 3: reperti dell’età del Ferro (fine del VI sec. a.C. / I sec. a.C.). Alla fine del VI sec. a.C., dopo secoli di abbandono, la frequentazione di Dos dell’Arca riprende: nel punto più elevato, il “Bastione”, viene costruito un altare rettangolare in blocchi di granito e arenaria presso il quale vengono compiuti rituali come l’accensione di fuochi, il consumo di carni e libagioni. I principali manufatti rinvenuti sono vasi per conservare e consumare bevande: tra questi, i boccali “tipo Breno” a profilo sinuoso decorati o dipinti di rosso sembrano rivestire un ruolo speciale. Nei secoli successivi le attività rituali proseguono, ma cambia la tipologia di manufatto: si afferma a partire dal III sec. a.C. il boccale tipo “Dos dell’Arca”, a volte iscritto con lettere nel locale alfabeto preromano. Tra i rinvenimenti, si contano anche oggetti metallici (laminette e ornamenti in bronzo), sempre riferiti ad attività di culto. Verso la fine del I sec. a.C. Il sito viene abbandonato e le attività di culto trasferite più a valle. In quest’epoca l’intera Valle Camonica è interessata da un processo di romanizzazione, ovvero di progressivo assorbimento – da parte delle popolazioni locali – di usi, costumi, pratiche e linguaggio romani, come testimonia il ritrovamento della moneta romana d’argento qui esposta.

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Esempi di arte rupestre a Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto unipv)

IL LUOGO E LA SUA STORIA. Dos dell’Arca, la piccola collina ubicata sul versante orientale della Valle Camonica, a Capo di Ponte, poco a nord della Chiesa delle Sante (442 m/slm), presenta forma ovale, irregolare, con i fianchi scanditi da balze di arenaria. L’aspetto e la posizione vicina al torrente Re di Tredenus devono aver attirato l’attenzione delle antiche comunità, che l’hanno frequentata e ne hanno inciso le rocce. La frequentazione di Dos dell’Arca inizia nel Neolitico Recente/Tardo (4300-3500 a.C.) epoca alla quale rimandano alcuni livelli che hanno restituito frammenti di vasi decorati nello stile “tipo Breno” e manufatti in selce e una piccola ascia in pietra verde levigata; resti di cereali e legumi attestano l’agricoltura. I limitati dati sull’età del Rame (3500-2200 a.C.) paiono indicare che in questo periodo il sito fosse visitato sporadicamente. L’arte rupestre mostra la presenza di figure geometriche/astratte, tipiche del Neolitico Tardo/prima età del Rame. Tra 3000-2200 a.C. in Valle sono attivi i santuari megalitici connotati da stele e massi-menhir incisi e a Capo di Ponte, sul versante occidentale, c’è quello di Cemmo.

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Scavi archeologici a Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto unipv)

Durante il Bronzo Medio e Recente (1650-1250 a.C.), il dosso è interessato da interventi strutturali: il pianoro sommitale (il “Bastione”) è cinto da tratti murari, tra cui un muraglione di grandi blocchi di arenaria e granito (lungo 30 m e largo fino a 3,5 m), che chiude il lato nord. La struttura svolgeva all’esterno la funzione di fortificazione e all’interno di sostegno di nuovi piani di uso che talora coprono rocce incise in precedenza. L’attività principale è la metallurgia documentata da scorie di fusione, resti di focolari e strumenti da metallurgo. La ceramica, oltre a manufatti di tradizione locale, mostra contatti con le culture di pianura, in particolare con il gruppo “palafitticolo-terramaricolo”. I reperti, che si aggiungono a quelli degli scavi del 1962, testimoniano che le genti risalivano le valli alla ricerca di materie prime.

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Panorama del sito di Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto drm-lombardia)

Dopo sei secoli di abbandono, la frequentazione riprende alla fine del VI sec. a.C. (età del Ferro). Sul lato occidentale del “Bastione”, sulla Roccia 50 con incisioni geometriche/astratte, è costruito un altare rettangolare di pietra su cui si svolgono rituali: accensione di fuochi, consumo di carni e libagioni. Tra i vasi per conservare e consumare bevande, i boccali “tipo Breno” sembrano rivestire un ruolo speciale. Simili attività proseguono nei secoli seguenti, quando il protagonista è il boccale tipo “Dos dell’Arca”, a volte iscritto con lettere nel locale alfabeto preromano. Il fianco del “Bastione” è dotato di terrazzamenti colmati dagli scarichi delle attività cultuali che ora comprendono anche laminette e ornamenti in bronzo. La vita procede fino al tardo I sec. a.C. quando, con la romanizzazione della Valle Camonica, qui sancita dal rinvenimento di una straordinaria moneta romana d’argento, il sito è abbandonato e le attività di culto sembrano proseguire, con aspetti simili, nell’area de “le Sante”, poche centinaia di metri più a valle.

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Rilievi e analisi sul sito archeologico di Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto unipv)

LE INDAGINI ARCHEOLOGICHE. La prima segnalazione dell’area è del 1957, quando Gualtiero Laeng individua resti di fortificazioni in pietra e reperti preistorici. Nel 1962, Emmanuel Anati effettua una campagna di scavi e interpreta il dosso come sede di un villaggio. Oltre a 11 rocce incise, individua una serie di strutture, tra cui un muraglione in pietra e quelli che interpreta come resti di capanne, datati sulla base dei reperti tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro (II-I millennio a.C.). Secondo E. Anati, il dosso era stato la sede di un villaggio, da lui definito “castelliere”. L’attenzione verso il sito riprende tra il 2016 e il 2023 con il “Progetto Quattro Dossi”, diretto dall’università di Pavia, che conduce in concessione di ricerca 5 campagne di scavo e 7 di documentazione dell’arte rupestre. Le indagini hanno riguardato un’ampia area archeologica che ha incluso, oltre a Dos dell’Arca, anche i colli di Pié, Fondo Squaratti e il Quarto Dosso. Attraverso 5 campagne di scavo e 7 di documentazione dell’arte rupestre, è stato notato che essi condividono caratteristiche geomorfologiche, reperti e strutture (a Fondo Squaratti) e – soprattutto – rocce incise con temi e stili comuni.

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Rilievo 3D del sito di Dos dell’Arca a Capo di Ponte (Bs) (foto unipv)

L’attività di indagine sul campo è stata organizzata in modo che la documentazione e lo studio dell’arte rupestre fosse condotta in contemporanea e dal medesimo team che scavava e studiava i resti archeologici. Gli studi hanno così potuto evidenziare l’assenza di rapporti diretti e coevi tra le incisioni e le strutture rinvenute a Dos dell’Arca. L’intervallo cronologico tra le fasi di incisione e quelle di altro uso del luogo sembrano indicare che le due attività fossero separate e indipendenti. Lungo i 4000 anni di storia, dal Neolitico fino alla romanizzazione, le antiche comunità hanno occupato la collina alternando l’utilizzo degli spazi per vivere, per svolgere attività artigianali o di culto alla pratica di incidere le superfici rocciose.

 

Vicenza. Al museo Naturalistico Archeologico al via la mini-rassegna “Giovani archeologi raccontano”: due dottorandi presentano i loro progetti di dottorato e illustrano materiali del museo utilizzati per le loro ricerche

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Al via al museo Naturalistico Archeologico la mini-rassegna “Giovani archeologi raccontano” promossa da musei civici Vicenza, università di Trento, università di Ferrara, Amici dei Musei Vicenza, Gruppo Archeologico CRT. Infatti grazie alla collaborazione con i musei civici Vicenza, l’università di Trento, l’università di Ferrara e gli Amici dei Musei Vicenza sono state organizzate, a gennaio 2025, due conferenze aperte al pubblico nelle quali due dottorandi presenteranno i loro progetti di dottorato e illustreranno anche come siano stati utili per le loro ricerche i materiali presenti nel museo Naturalistico Archeologico di Vicenza. Si inizia giovedì 9 gennaio 2025, alle 18, con Marika Ciela (dottoranda università di Trento) su “Sotto un’altra lente. Raccontare le comunità neolitiche del Veneto Occidentale attraverso lo studio delle ceramiche”. Quindi martedì 28 gennaio 2025, alle 18, con Marzio Cecchetti (dottorando università di Ferrara) su “In Altopiano sessant’anni dopo. La riscoperta del sito paleolitico di Riparo Battaglia e la frequentazione preistorica dell’Altopiano di Asiago”.