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Il Mibact lancia la maratona streaming “L’Italia Chiamò”: così il Paese reagisce all’emergenza Coranavirus. Tra i partecipanti, Massimo Osanna, direttore di Pompei, che ha portato gli appassionati alla scoperta della lunga storia del Foro Triangolare

“L’Italia Chiamò”, diciotto ore di trasmissione in diretta: tutti uniti nel più grande live streaming di tutti i tempi per raccontare al mondo come reagisce l’Italia davanti all’emergenza Coronavirus. “L’Italia Chiamò” è una maratona online promossa da tutti gli italiani. Un modo per contribuire a cambiare la narrazione del Paese e mostrare al mondo la sua capacità di reazione. Una lunga staffetta tra conduttori radio e tv di tutte le emittenti, venerdì 13 marzo 2020 in live streaming, dalle 6 alle 24 su litaliachiamo2020.it, sul canale YouTube del MiBACT – Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, su ANSA.it, tra i promotori dell’iniziativa, e su centinaia di altri siti di news e di emittenti che mettono a disposizione le proprie frequenze e i propri spazi per dare un contributo al “risorgimento” del nostro Paese. Si raccontano le storie di chi sta tenendo le scuole aperte con il digitale; delle aziende che si reinventano con lo smart working, di artisti, festival culturali, spettacoli, concerti e mostre sospesi a causa del virus, che trovano nel digitale una nuova forma di intrattenimento. E poi, la più importante: una grande raccolta fondi per sostenere lo sforzo delle professioniste e dei professionisti del sistema sanitario nazionale, con donazioni sul conto corrente della protezione civile destinate ai reparti di terapia intensiva. È possibile effettuare un versamento con causale “L’Italia Chiamò” sul conto corrente messo a disposizione dalla Protezione Civile. CONTO CORRENTE di tesoreria 22330 intestato a Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della protezione civile CF 97018720587, IBAN: IT49J0100003245350200022330, BIC: BITA IT RR ENT, CIN: J. Il ricavato verrà destinato ai reparti di terapia intensiva maggiormente “stressati” dall’emergenza in corso.

Tra gli interventi che si sono succeduti nello streaming, anche quello di Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei che ha accompagnato gli appassionati alla “scoperta” del cosiddetto Foro Triangolare e della sua lunga storia, ben prima che arrivassero i romani.

“Sono momenti nuovi per tutti noi, ma ne usciremo presto. Il Parco Archeologico di Pompei è chiuso fino al 3 aprile. Voi restate a casa. Noi vi mostriamo la bellezza di questi luoghi”. Le parole del Direttore Generale Massimo Osanna. #iorestoacasa

Il museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia aderisce alla campagna #iorestoacasa: chiuso al pubblico, ma non all’attività. Rientrato dopo 8 anni dal Princeton University Art Museum il busto femminile in basanite di età Claudia proveniente da una villa suburbana scoperta alla fine dell’800 a Vibo

Busto femminile in basanite di età Claudia proveniente da una villa suburbana scoperta alla fine dell’800 a Vibo e restituito dal Princeton University Art Museum (foto polo museale di Calabria)

La sede del museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia “Vito Capialbi”

Adele Bonofiglio, direttore del museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia

In questo momento così difficile per il nostro paese anche il museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, aderisce alla campagna #iorestoacasa. Il museo è chiuso al pubblico ma l’attività degli uffici, continua! È ritornato, dopo otto anni di assenza, a Vibo, nella prestigiosa sede del museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, afferente al Polo museale della Calabria, l’atteso busto femminile in basanite, importante testimonianza del passato romano della Calabria. Lo annunciano Adele Bonofiglio, direttore del museo dell’antica Hipponion, e Antonella Cucciniello, direttore del Polo museale della Calabria. Si tratta del busto femminile in basanite, risalente all’età Claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna. Il contesto di rinvenimento è da riferire ad un’importante villa suburbana e lo scavo, che ha permesso di definirne meglio le caratteristiche, è avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del ‘900. L’opera è di ottima fattura, caratterizzata da una raffinata tecnica di esecuzione e da una perfetta resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell’epoca, che ha consentito di datare la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 al 54 d.C. Al momento del ritrovamento si propose l’identificazione con Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti. La scultura era stata concessa con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell’impegno della Direzione Generale Musei e del Segretariato Generale del Ministero per i Beni Culturali e il Turismo, è rientrata al museo “Vito Capialbi” dove sarà esposta nella sezione romana. L’emergenza sanitaria attuale, dovuta al contenimento della diffusione del COVID-19 che ha portato alla chiusura dei musei, non consente nell’immediato, una adeguata valorizzazione dell’importante reperto; l’esposizione è pertanto rinviata alla riapertura del Museo e sarà occasione di riflessione scientifica attraverso l’organizzazione di una tavola rotonda sul tema della scultura romana, con l’augurio di poterne consentire in seguito, una migliore fruizione grazie anche al supporto delle nuove tecnologie con applicativo digitale.

Ercolano. Il parco archeologico sostiene l’iniziativa #iorestoacasa e lancia la rubrica settimanale “I Lapilli del parco archeologico di Ercolano” che porta l’antica città romana nelle case degli appassionati

Il parco archeologico di Ercolano sostiene l’iniziativa #iorestoacasa

Il parco archeologico di Ercolano chiuso per decreto, come tutti i luoghi di cultura in Italia, entra nelle case degli appassionati con una rubrica settimanale sulla pagina Facebook “I Lapilli del Parco archeologico di Ercolano” sostenendo l’iniziativa #iorestoacasa. Gli italiani devono infatti stare a casa e così tutto lo staff del Parco archeologico di Ercolano si sta mobilitando, anche a distanza, anche in smartworking, per aiutare ognuno a rimanere connessi con la cultura, con la bellezza dei luoghi d’arte del nostro Paese, attraverso i Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano #iorestoacasa, interventi social sui principali contenuti del Parco per aderire a #iorestoacasa. Gli utenti della pagina Fb del parco potranno fruire digitalmente quello che per il momento non possono vedere fisicamente, portando il parco a casa loro in attesa di rivederli presto a Ercolano. “Mi rivolgo a tutti gli amici del Parco archeologico di Ercolano e a tutti gli amici della cultura”, interviene il direttore Francesco Sirano, “dicendovi che anche il Parco di Ercolano aderisce a #iorestoacasa. E noi, dalla nostra casa di lavoro, in attesa di potervi riaccogliere al più presto vi assicuriamo che Ercolano è un luogo straordinario che nel tempo ci ha insegnato la resilienza, la capacità di riemergere da ogni catastrofe e da ogni tragedia. Usciremo da questo momento complicato ma nel frattempo porteremo il Parco nelle vostre case. Seguiteci sulla nostra pagina Facebook dove troverete I Lapilli del Parco pensati per non interrompere quel filo che ci lega nell’amore per questi luoghi e nel dovere di condividere la conoscenza”.

I Lapilli del Parco di Ercolano vengono pubblicati sulla pagina Facebook del Parco (https://www.facebook.com/parcoarcheologicodiercolano) il mercoledì di ogni settimana; i contributi sono a cura dello staff del Parco, del direttore ma si allargheranno alla partecipazione dei tanti amici e collaboratori di questo luogo patrimonio dell’umanità. “Andremo alla scoperta dell’antica Ercolano e metteremo in evidenza i suoi eccezionali valori culturali e tutti gli aspetti che ne fanno un sito archeologico unico al mondo”. I Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano andranno anche a popolare l’iniziativa del MIBACT L’Italia Chiamò, la Campagna nata spontaneamente sulla rete che vede molti artisti e giornalisti impegnati in un grande evento finalizzato alla raccolta fondi per la Protezione civile.

Nei sotterranei del museo Archeologico di Napoli la sezione “Stazione Neapolis” della mostra “Thalassa” fa il punto sulla più importante scoperta archeologica recente: il porto antico con alcuni importanti relitti. Per la prima volta esposti alcuni reperti come la grande ancora in legno

Nel seminterrato del Mann, accanto alla Sezione Epigrafica, c’è la Stazione Neapolis, dedicata alla scoperta del porto antico di Napoli (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” dal 12 dicembre 2019 al 9 marzo 2020

L’accesso alla “Stazione Neapolis” passa quasi inosservato alle centinaia di visitatori che ogni giorno varcano l’ingresso del museo Archeologico nazionale di Napoli: letteralmente rapiti nel grande atrio dalle meraviglie annunciate dai poster-arazzi che descrivono le diverse sezioni e le collezioni, la piccola locandina all’imbocco della scala che porta alla Sezione Epigrafica rimane muta resta ai margini del flusso. Eppure la scala che scende nelle “viscere” del Mann porta a rivivere forse la più importante scoperta archeologica recente a Napoli: il porto antico. Nella sala “Stazione Neapolis” del Mann sono esposti reperti che ricostruiscono storia e caratteristiche del porto antico di Napoli, partendo dalla prima fase di scavi della metropolitana di piazza Municipio, agli inizi degli anni Duemila, e giungendo sino agli ultimi ritrovamenti, tra 2014 e 2015. Per gentile concessione della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli, sono visibili al Mann, per la prima volta proprio in occasione della mostra “Thalassa. Meraviglie sommerse del Mediterraneo” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/30/al-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-la-mostra-thalassa-meraviglie-sommerse-dal-mediterraneo-vetrina-delle-scoperte-dellarcheologia-subacquea-dal-1950-ad-oggi-viaggi/), tre importanti e singolari reperti lignei: una splendida ancora di oltre due metri e mezzo (databile alla fine del II sec. a.C.), un remo e un albero (età imperiale), residui delle imbarcazioni che attraccavano nell’antico porto cittadino. Opere che è stato possibile presentate al pubblico grazie a un intervento conservativo realizzato dall’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro.

Il modello dell’imbarcazione “Napoli C”, l’horeia ritrovata nel porto antico di Napoli (foto Graziano Tavan)

Scese le scale si è accolti da una barca, modello ligneo che propone in scala 1:5 la ricostruzione di una imbarcazione particolare: la Napoli C (fine I sec. d.C.), i cui resti furono messi in luce nel 2004 in piazza Municipio durante lo scavo dei fondali del porto romano. Si tratta di un’imbarcazione da trasporto e da carico (una horeia), in origine di 14 metri, con la prua a specchio che permetteva un attracco perpendicolare alle banchine portuali e ai fianchi delle navi alla fonda. L’horeia Napoli C doveva navigare nel golfo di Napoli ed essere utilizzata nel bacino portuale. Le più antiche fasi del porto di Napoli risalgono alla nascita di Parthenope nella seconda metà dell’VIII sec. a.C. in rapporto all’espansione di Cuma, la più antica colonia greca d’Occidente, e alla fondazione di Neapolis tra il VI e il V sec. a.C.: entrambi i centri dominavano l’accesso meridionale delle bocche di Capri e quello settentrionale del canale di Procida e ciò permetteva il controllo di un passaggio obbligato della rotta tra il basso e l’alto Tirreno.

La piantina di Napoli ripropone la linea di costa in età romana con il posizionamento dei relitti trovati nello scavo della metropolitana di Napoli (foto Graziano Tavan)

Il Porto di Neapolis in età ellenistica e romana. In antico il mare arrivava fino a comprendere le piazze Municipio e Bovio, formando una grande insenatura protetta da due promontori dove oggi sorgono Castel Nuovo (a Ovest) e la chiesa di S. Maria di Porto Salvo (a Est). Il versante sud-occidentale della baia è stato impiegato per l’impianto del porto, indagato a piazza Municipio, che lì risulta protetto da venti e moto ondoso dall’altura di Castel Nuovo e da un basso isolotto adiacente. Nel III sec. a.C. era uno scalo frequentato, e proprio per mantenerne la funzionalità si rese necessario effettuare un’imponente e onerosa opera di dragaggio del fondale; nello stesso momento le pendici intorno all’insenatura furono regolarizzate con muri di terrazzamento e una rampa di accesso al mare. In età augustea tale sistemazione fu messa fuori uso e furono costruiti una banchina, un molo frangiflutti e un asse viario, da identificare con la via per cryptam che collegava Neapolis al suo porto e proseguiva verso i Campi Flegrei. Durante il I e II sec. d.C. lungo la strada si svilupparono due impianti termali e lo specchio d’acqua del porto accolse un molo e pontili di legno ai quali attraccavano le imbarcazioni che caricavano e scaricavano le merci. Lo scalo conosce continuità per tutta l’età imperiale e agli inizi del V sec. d.C. si è formato un ambiente lagunare, cui è seguito un progressivo insabbiamento che determinò l’avanzamento della linea di costa e lo spostamento del porto in posizione avanzata, verso l’attuale piazza Bovio.

Nella foro di Paolo De Stefano il cantiere di scavo della metropolitana di Napoli per la stazione Municipio che ha portato alla scoperta del porto antico di Napoli

La scoperta archeologica. La realizzazione della linea metropolitana ha generato una delle più grandi indagini archeologiche urbane programmate negli ultimi decenni in rapporto a un’opera pubblica e ha permesso per la prima volta di esplorare per tutti i periodi storici il litorale compreso tra i siti di Parthenope e Neapolis. La stazione Municipio (circa 23mila mq) ha assunto per la sua dimensione e per l’entità dei rinvenimenti archeologici grande rilievo. La storia svelata dallo scavo comincia dalle fasi del porto di Parthenope e Neapolis sino alla fine dell’età antica quando, a causa di trasformazioni ambientali, il mare lascia spazio alla terra e a nuove forme di insediamento. Prosegue con gli straordinari resti edilizi e con il nuovo porto di età angioina, e documenta, infine, i sistemi di fortificazione esterni alla reggia fortezza di Castel Nuovo, realizzati prima da re Alfonso V di Aragona e successivamente dai viceré spagnoli.

Suggestiva immagine del cantiere di scavo a Stazione Municipio con i relitti A, B, e C (foto Giuseppe Avallone)

Il cantiere di Stazione Municipio con i relitti A, B e C, in un plastico presente in mostra (foto Graziano Tavan)

Le imbarcazioni di Municipio. Nel 2004 l’esplorazione dei fondali del porto di Neapolis ha rivelato tre relitti. Come ancora oggi accade, arriva un momento in cui le imbarcazioni sono abbandonate perché non conviene più ripararle: è la sorte toccata ai relitti Napoli A e Napoli C lasciati affondare e poi progressivamente insabbiati per giungere eccezionalmente fino a noi. Il relitto B è forse naufragato per una mareggiata, infrangendosi contro il molo con il suo carico di spezzoni di calcare e di calce. Queste imbarcazioni sono costruite a “guscio portante” con tutte le tavole del fasciame collegate tra di loro secondo il metodo classico della costruzione navale greco-romana detto a “mortase e tenoni”. Mentre “A” e “B” sono velieri di piccolo tonnellaggio utilizzati, probabilmente, per un’attività commerciale in ambito regionale e per una navigazione di cabotaggio, l’imbarcazione “C” è invece una più rara horeia. Questo tipo di barca, con un’estremità a specchio verticale di solito a prua, è noto dalle fonti iconografiche, da due esemplari rinvenuti nel porto di Tolone in Francia e da un’esemplare nello scavo di Isola Sacra a Ostia. La horeia poteva essere anche collegata all’attività di pesca.

Rilievo 3D del relitto Napoli G a cura del Politecnico di Milano

Le imbarcazioni di Municipio: le nuove scoperte. Tra il 2013 e il 2015, nello scavo del sottopasso tra la stazione Municipio e l’area del porto attuale sono emerse altre quattro imbarcazioni: i relitti “Napoli E” e “Napoli H”, databili al II sec. a.C., i relitti “F” e “G”, naufragati intorno alla fine del II-III sec. d.C. La cattiva conservazione dei relitti più antichi, non rende possibili ipotesi sulla loro forma, architettura e funzione originaria. Sul relitto “E” resta traccia del rivestimento di piombo. Questa protezione dell’opera viva, utilizzata per le imbarcazioni di epoca ellenistica, sarà successivamente soppiantata dall’uso della pece e dell’encausto. Il relitto “F” per le sue caratteristiche strutturali è pertinente, come “Napoli A” e “B”, a un veliero per il trasporto marittimo. Il relitto “G” documenta il tipo della horeia, aggiungendosi all’analogo relitto “Napoli C” indagato nel 2004. Tuttavia esso presenta delle peculiarità: la forma triangolare dello specchio di una delle estremità e la presenza di uno spazio adibito all’evacuazione dell’acqua di sentina. Lo specchio nel nuovo caso napoletano potrebbe corrispondere, dunque, alla poppa e non alla prua come nelle altre horeiae conosciute a meno di non pensare a una barca anfidroma (cioè che può navigare da prua e da poppa).

Attrezzature e oggetti di svago, scoperti sui fondali del porto antico o sui relitti, che testimoniano la vita di bordo (foto Graziano Tavan)

La vita di bordo: attrezzature e svago. Il sedimento marino dei fondali del porto e la falda acquifera che successivamente ha invaso l’area hanno consentito la conservazione oltre che dei relitti di numerosi reperti organici. Essi documentano le attrezzature di bordo delle imbarcazioni come bozzelli e bigotte per le manovre delle vele, frammenti di cime e cordame. Sono venuti alla luce inoltre oggetti personali dell’equipaggio o dei passeggeri: calzature, dadi custoditi in apposite scatoline e altri giochi che servivano come passatempo in viaggio.

La riproduzione di un tratto dei fondali del porto antico di Napoli con le numerose ceramiche che vi si sono depositate nei secoli (foto Graziano Tavan)

La vita nel porto: i traffici, le merci, il lavoro. Il ritrovato porto di Neapolis ha svolto intense attività commerciali nel corso della sua vita millenaria, dal III sec. a.C. agli inizi del V sec. d.C. Sui suoi fondali si sono accumulati i materiali più diversi, in parte rifiuti scaricati dall’area adiacente il bacino, in parte oggetti perduti durante le operazioni di carico e scarico delle merci, oppure le dotazioni di bordo delle imbarcazioni. I reperti sono la testimonianza dei traffici e dei consumi della città nelle diverse epoche: migliaia di frammenti ed esemplari quasi integri di stoviglie, contenitori di derrate alimentari, lucerne, oggetti di vetro, monete.

La grande ancora di legno e piombo trovata all’imboccatura del porto antico di Napoli (foto Mann)

L’ancora del porto di Napoli in un disegno che ne descrive le varie parti (foto Graziano Tavan)

L’ancora lignea del porto di Neapolis. Numerose sono le ancore disperse nei fondali: le più comuni sono in pietra con marre di legno. Straordinaria per dimensione (2.60 x 1.50 m) e per conservazione è l’ancora di legno e piombo esposta dopo il restauro effettuato dall’istituto superiore di Conservazione e Restauro. Essa è stata portata alla luce in prossimità dell’imboccatura del porto antico sui fondali marini di fine II sec. a.C.: la mole dell’attrezzo testimonia l’ormeggio di grandi navi, come dimostra anche un mezzo ceppo di piombo recuperato a poca distanza, che doveva appartenere a un’ulteriore ancora di misura maggiore. L’ancora è un tipo diffuso nel Mediterraneo tra l’età Repubblicana e l’Impero, simile, solo per citare quelli più vicini, ad esemplari rinvenuti nel lago di Nemi o nel porto antico di Pisa. Si conservano: il fusto a sezione rettangolare sino all’estremità inferiore (diamante), i bracci a uncino (marre), l’elemento orizzontale in piombo che fissava le marre al fusto (contromarra). Le marre sono connesse al fusto attraverso due larghi tenoni fissati da cavicchi. La contromarra evitava che le marre si divaricassero e si spezzassero durante la trazione e appesantiva la parte inferiore dell’ancora. Attorno alla strozzatura del diamante era fissata la cima che serviva per facilitare il recupero dell’attrezzo. Non si conserva il ceppo di appesantimento, ma è probabile che fosse del tipo fisso , con tenone passante nel fusto.

Padova. La mostra “L’Egitto di Belzoni” riapre: visite contingentate e tariffe speciali per adulti e bambini. “Abbiamo messo in campo tutte le misure richieste dal Governo e vogliamo assicurare una fruizione serena a tutti i visitatori”

La locandina della mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” a Padova fino al 28 giugno 2020

Padova riapre le porte dell’Antico Egitto. Dopo la chiusura di una settimana dovuta all’emergenza Corona Virus, mercoledì 4 marzo 2020 la mostra “L’Egitto di Belzoni” – in corso a Padova al Centro Culturale Altinate San Gaetano, fino al 28 giugno 2020 – riapre per il pubblico. Un segno importante per la cultura e per la città di Padova. La riapertura avverrà nel pieno rispetto del decreto attuativo del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1° marzo 2020 e saranno assicurate “le modalità di fruizione contingentata o comunque tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico, e tali che i visitatori possano rispettare la distanza tra loro di almeno un metro”. Fino al 20 marzo 2020, inoltre, i visitatori potranno avere l’opportunità di godere di tariffe speciali: gli adulti potranno entrare a 10€ (anziché 16€) e i bambini dai 6 ai 17 anni entreranno a 5€ (invece di 14€). Inoltre, sempre fino al 20 marzo 2020, le partenze aggregate – con il supporto di archeologi esperti – saranno limitate a gruppi di massimo 10 persone, si svolgeranno il sabato e la domenica alle 11, 15 e 17 a un costo ridotto di 15€ per gli adulti e 10€ per i bambini. Per i gruppi già prenotati, gli ingressi saranno garantiti a scaglioni di 10 persone e avranno in omaggio la miniguida della mostra del valore di 10 euro. Gli accessi saranno in ogni caso contingentati, nel pieno rispetto delle indicazioni su droplet e distanze precauzionali e non saranno distribuite le audio guide. Tutto il percorso espositivo e il Centro Culturale Altinate San Gaetano, inoltre, sono stati sanificati per assicurare il più alto standard possibile per i visitatori e gli operatori. “Abbiamo messo in campo tutte le misure richieste dal Governo”, sottolinea l’assessore alla Cultura del Comune di Padova, “e vogliamo assicurare una fruizione serena a tutti i visitatori. Ci sono ovviamente degli accorgimenti e dei comportamenti da mettere in atto, ma è importante dare un segno di continuità e di fiducia sia ai cittadini sia ai turisti e sarà lanciata una campagna sui canali social per sensibilizzare le persone. La cultura e i musei aperti sono una risposta viva e importante per ritornare, con prudenza, alla normalità e alla quotidianità”.

Ritratto di Giovanni Battista Belzoni,, nato a Padova nel 1778 e morto nel 1823 a Gwato, oggi in Nigeria

La mostra racconta l’Egitto all’epoca Belzoni, ma anche l’Egitto della civiltà faraonica che, grazie al nostro infaticabile esploratore, iniziava a svelare i suoi segreti. Centrale è la narrazione sul personaggio, sulla sua eccezionalità, sulla sua acutezza intellettuale. È questa l’occasione per raccontare in modo suggestivo la vita eccezionale di un personaggio che, partito dalle oscure vie del Portello, ha trascorso alcuni anni in Inghilterra per poi proiettarsi – a partire dal 1815 – sugli appassionanti scenari della civiltà dell’Egitto, allora quasi del tutto sconosciuta in Europa. Un personaggio unico che ha affascinato anche il grande cineasta George Lucas nel creare l’Indiana Jones dei Predatori dell’arca perduta (1981). Ricostruzioni di ambienti, tecnologia digitale ed effetti speciali si snodano lungo il percorso espositivo, il cui filo conduttore è costituito dai tre viaggi compiuti da Belzoni lungo il Nilo tra il 1816 e il 1818: in tal modo al visitatore sarà possibile rivivere l’emozione della scoperta. Veri protagonisti sono però i reperti archeologici, prestati da prestigiose Istituzioni italiane e straniere: Belzoni, padovano, ha contribuito in modo fondamentale alla creazione della collezione egizia del British Museum di Londra e di altre collezioni europee.

Una sala della mostra “L’Egitto di Belzoni” in corso a Padova

Il percorso racconta la vita del “grande Belzoni” alternando sistemi di visita tradizionali, con teche e pannelli esplicativi, a momenti di grande impatto emotivo con il ricorso a tecnologie innovative, effetti multisensoriali e multimediale a effetto immersivo. Ricostruzioni ambientali e ricostruzioni evocative di oggetti di grandi dimensioni in scala reale suggeriscono l’entità delle imprese belzoniane anche dal punto di vista tecnico. Il percorso espositivo diventa a tratti uno spazio scenico che coinvolge il visitatore in spettacoli teatrali e in giochi d’acqua virtuali; uno spazio in cui l’alternarsi di passaggi stretti e labirintici, evocativi del percorrere cunicoli all’interno delle sepolture, e di spazi più ampi suscita continuamente il desiderio vedere che cosa accadrà dopo. Il percorso è arricchito da postazioni multimediali interattive, con monitor touch screen, per approfondimenti su temi specifici.

Alla scoperta del santuario di Hera alla Vigna Nuova nella conversazione al museo Archeologico nazionale di Crotone a corollario della mostra “Il cavallo, compagno di viaggio

La locandina della conversazione “Il santuario della dea Hera a Vigna Nuova di Crotone” al museo Archeologico nazionale di Crotone

Gregorio Aversa, direttore del museo Archeologico nazionale di Crotone

“Il santuario della dea Hera a Vigna Nuova di Crotone” è il titolo della conversazione che verrà tenuta da Roberto Spadea, già direttore del museo Archeologico nazionale di Crotone, martedì 3 marzo 2020, alle 17, a Crotone, al museo Archeologico nazionale di Crotone, diretto da Gregorio Aversa, afferente al Polo museale della Calabria, guidato da Antonella Cucciniello, nell’ambito della mostra “Il cavallo, compagno di viaggio. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi greci” che espone una pregiata museruola in bronzo: “Una vera e propria rarità, non solo per il tipo di oggetto, ma anche per la sua decorazione”, spiega Aversa. “Nobile ornamento per cavalli, esso costituiva certamente una significativa offerta votiva da parte di un membro della cavalleria crotoniate per il santuario di Hera nella località Vigna Nuova” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/20/crotone-il-progetto-vide-fa-tappa-al-museo-archeologico-con-la-mostra-il-cavallo-compagno-di-viaggio-che-espone-una-museruola-equina-trafugata-dai-tombaroli-e-recuperata-dal-nucle/). Sebbene poco noto, il santuario di Vigna Nuova risale a età greca ed era dedicato al culto della principale divinità degli Achei, Hera. Da qui proviene la museruola in bronzo esposta lo scorso dicembre nel museo archeologico nazionale di Crotone che l’ha ricevuta in consegna dal Comando del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale dopo un rocambolesco recupero. Del santuario di Vigna Nuova, dell’eccezionale contesto e dei suoi rinvenimenti parlerà, assieme al direttore Aversa, Roberto Spadea che negli anni ’90 effettuò una campagna di indagine a Vigna Nuova ed ebbe l’opportunità di discutere dell’eccezionale reperto (che ha recentemente arricchito il museo archeologico nazionale di Crotone) con la grande archeologa francese Juliette de La Géniere, allora professore ordinario all’università di Lille. Sarà un modo interessante per sentire dalla viva voce di uno dei protagonisti, quanto sia importante preservare e indagare con scrupolo e sistematicità contesti di assoluta rilevanza quali appunto il santuario greco di Vigna Nuova, uno dei principali della grecità d’Occidente.

Museo Archeologico nazionale di Napoli: riapre dopo vent’anni, con un nuovo allestimento e ben 3mila reperti, la sezione Preistoria e Protostoria che racconta il popolamento della regione dal Paleolitico all’Età del Ferro

L’invito alla presentazione della rinnovata sezione Preistoria e Protostoria del museo Archeologico nazionale di Napoli

Tremila reperti, disposti negli ambienti prospicienti il Salone della Meridiana, costituiscono il ricco nucleo della rinnovata sezione di Preistoria e Protostoria del museo Archeologico nazionale di Napoli che viene riaperta, dopo vent’anni, venerdì 28 febbraio 2020. I reperti esposti ricostruiranno le caratteristiche delle civiltà che popolarono non soltanto la Campania, ma anche alcuni siti del Mezzogiorno d’Italia, a partire dal Paleolitico Inferiore (tra 450mila e 130mila anni fa) sino all’Età del Ferro (dal X al VII sec. a.C.). La sezione Preistoria e Protostoria ripercorre le vicissitudini, spesso complesse, legate al popolamento della regione dal Paleolitico fino all’Età del Ferro. In vista della sua prossima apertura, c’è stato il restyling dell’allestimento. La realizzazione di nuove didascalie e pannelli didattici e la definizione di un nuovo percorso di visita contribuiranno a incrementare le suggestioni del percorso museale, adeguandolo ai nuovi standard della ricerca scientifica. La sezione, presentata in ultimo allestimento nel 1995 e non più fruibile da oltre un ventennio, è stata infatti aggiornata nel criterio espositivo e nella comunicazione dei contenuti; saranno visibili, inoltre, per la prima volta, alcuni reperti conservati nei depositi e provenienti da siti dell’area interna della Campania. L’apertura della sezione Preistoria e Protostoria è anche l’occasione per presentare la mostra “Moebius. Alla ricerca del tempo”, che sarà in calendario negli ambienti della Sezione a partire dal prossimo 30 aprile: l’esposizione, a cura di Comicon, confermerà la collaborazione con il Salone del Fumetto. Se il 2019, infatti, è stato l’anno di Corto Maltese al MANN, il 2020 sarà dedicato a Jean Giraud: noto come Moebius, il fumettista ed illustratore francese ha scritto pagine indimenticabili del genere fantastico e fantascientifico.