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Firenze Archeofilm, nuovo rinvio: il lungo lockdown costringe gli organizzatori a spostare il festival del Cinema di Archeologia Arte Ambiente da giugno a ottobre 2020

Il manifesto dell’edizione 2020 di Firenze Archeofilm

“Cari amici, il lungo periodo di blocco delle attività ci ha costretto a rinviare ancora la terza edizione del Firenze Archeofilm al 21 -25 ottobre 2020”. Un messaggio stringato, quasi un “cinguettio” quello mandato oggi da Dario Di Blasi, direttore artistico del grande Festival Internazionale del Cinema di Archeologia Arte Ambiente, ma che trasmette tutte le difficoltà, le incertezze, le frustrazioni sopportate quando non subite dagli organizzatori di eventi culturali in questi mesi di lockdown. L’edizione 2020 di Firenze Archeofilm già aveva subito un rinvio dalla prima programmazione dall’11 al 15 marzo 2020 a un periodo che, a fine febbraio, sembrava già sicura, dall’8 al 12 giugno 2020. Non è stato sufficiente. Ha vinto il coronavirus. Se ne riparlerà dunque a ottobre, da mercoledì 21 a domenica 25 ottobre 2020. Lo ha deciso Archeologia Viva (Giunti Editore) che promuove la kermesse con Dario Di Blasi direttore artistico, e Giuditta Pruneti direttore editoriale. Firenze Archeofilm 2020 si terrà sempre al Cinema La Compagnia di Firenze con proiezioni mattina, pomeriggio e sera. In programma la proiezione di 70 film in concorso, 10 film in versione originale, con 20 prime visioni nazionali. E la domenica anche incontri con registi e produttori. Tre i premi in palio: Premio “Firenze Archeofilm”, Premio “Università di Firenze”, Premio “Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria Paolo Graziosi”.

Paestum. Scoperti i resti della Porta Aurea durante i lavori di posa della linea elettrica. Direzione, Comune e Soprintendenza: progetto per valorizzare le mura antiche e scavare l’anfiteatro

Il direttore Gabriel Zuchtriegel sul cantiere in via Magna Grecia dove sono riemersi i resti della Porta Aurea di Paestum (foto Pa-PaeVe)

I resti della Porta Aurea di Paestum sono emersi da un cantiere sull’ex Strada statale 18. Un classico dell’archeologia. Un esempio di archeologia d’emergenza. L’importante scoperta l’altra mattina a Paestum nel corso dei lavori pubblici per il rifacimento della linea elettrica, condotti dalla società Sogea per conto di Enel Spa lungo via Magna Grecia e seguiti dalla Archeoservizi Sas, sotto la direzione scientifica della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino. Nei pressi di Porta Aurea, l’accesso nord della città antica, parzialmente distrutta nel 1829 dall’attuale via Magna Grecia, ex SS 18, sono riemersi parte della pavimentazione e blocchi in calcare locale di uno dei due pilastri su cui poggiava l’arco della porta. Immediato il sopralluogo degli archeologi della soprintendenza – responsabile della tutela del territorio – che hanno rivisto il progetto iniziale per procedere a indagini archeologiche di approfondimento e far luce su questa porzione delle mura di Paestum, finora sconosciute se non da vecchie piante dell’Ottocento. “Questo rinvenimento”, dichiara Francesca Casule, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, “testimonia che anche la realizzazione di opere pubbliche, costituisce un’occasione importante non solo per la tutela del patrimonio archeologico ma anche per la sua conoscenza. D’intesa con la Direzione del Parco si sta elaborando un progetto di valorizzazione dell’accesso settentrionale della città antica”.

Il sopralluogo del direttore Gabriel Zuchtriegel, la soprintendente Francesca Casule e il sindaco Franco Alfieri (foto Pa-PaeVe)

Questa scoperta rinforza il lavoro di ricerca, restauro e valorizzazione della cinta muraria condotto dal parco archeologico di Paestum e Velia nell’ambito dei progetti Pon che vedono l’investimento di circa 6 milioni di euro per la riqualificazione e riammodernamento dell’area archeologica di Paestum. “Da circa un anno stiamo lavorando intensamente lungo le mura di Paestum, uno dei complessi difensivi meglio conservati dell’Italia antica, lungo circa 5 km”, racconta il direttore, Gabriel Zuchtriegel. “I lavori di pulizia e restauro del tratto ovest delle mura ci hanno fatto scoprire un tempietto dorico in una zona periferica della città antica. È il momento di unire tutti i tasselli in un più ampio progetto di valorizzazione della città antica che coinvolga anche le altre istituzioni territoriali, innanzitutto Soprintendenza e Comune, ma anche i colleghi dell’università di Salerno che da tempo stanno portando avanti un progetto di ricerca sulle fortificazioni di Paestum”. Non si è fatta attendere la risposta dell’amministrazione comunale di Capaccio-Paestum guidata dal sindaco Alfieri che ha confermato l’impegno preso già qualche mese fa di restituire alla comunità l’anfiteatro di Paestum promuovendo un progetto di scavo unitamente alla riorganizzazione della viabilità intorno alle mura. “Paestum non finisce mai di sorprenderci”, dichiara il sindaco Franco Alfieri. “Sono ancora tante le bellezze da scoprire e noi come amministrazione non possiamo che essere al fianco degli organi del ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che tutelano e valorizzano la nostra storia. Abbiamo stanziato dei fondi per consentire ai cittadini di riappropriarsi di quanto è già loro: la collaborazione sarà la nostra più grande forza”.

#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con l’archeologa Annamaria Azzolini la sezione archeologica del castello, alla scoperta del lussuoso corredo della “principessa” longobarda di Civezzano

La sala romana della sezione archeologica del Castello del Buonconsiglio a Trento (foto Buonconsiglio)

Il tesoro della principessa di Civezzano è al centro del nuovo appuntamento di #buonconsiglioadomicilio dedicato alle collezioni archeologiche custodite al Castello del Buonconsiglio. In particolare, Annamaria Azzolini, archeologa del museo, illustra il lussuoso corredo della “principessa” longobarda di Civezzano di cui fanno parte gli splendidi orecchini in oro e ametista.

Negli ambienti più antichi del castello del Buonconsiglio, là dove un tempo sorgeva la domus di Sodegerio di Tito podestà della città di Trento nei primi decenni del XIII secolo, è allestita l’esposizione archeologica permanente museale, una collezione importante che vanta circa 12mila pezzi: sono oggetti per lo più provenienti dal territorio trentino che coprono un lungo arco cronologico che va dalla pre-protostoria al basso Medioevo. “Le collezioni archeologiche medievali – ricorda Azzolini – sono frutto di grandi e importanti donazioni ottocentesche che nobili ed eruditi avevano formato con diligenti cure e molte spese come ammette lo stesso conte Benedetto Giovannelli già promotore di quell’iniziativa che diede i natali al museo civico di Trento nel 1853. Il collezionismo è un fenomeno antico che ha origini assai lontane del tempo. Raccogliere oggetti strani, curiosi, bizzarri risponde a un bisogno antico, al bisogno di portarsi un pezzo del mondo a casa e con questo stesso spirito noi vogliamo portare nelle vostre case un pezzo di questo straordinario mondo museale. Scopriremo insieme oggetti meravigliosi. Vi porterò a vedere la tomba di una donna di altri tempi, una principessa longobarda”.

Così gli archeologi del Castello del Buonconsiglio hanno ipotizzato la principessa di Civezzano

Tra il 1885 e il 1902 a Civezzano, una località poco distante da Trento, durante i lavori agricoli vennero messe in luce una serie di sepolture pertinenti a due distinte necropoli. “Apparve subito chiaro per la presenza di particolari oggetti nei corredi funerari”, spiega Azzolini, “che dovevano trattarsi di sepolture pertinenti a popolazioni allora definite barbare ma che ora sappiamo essere longobarde. Tra le sepolture scoperte nel 1902, una in particolare è rinvenuta nei pressi di Castel Telvana destò molto interesse. Il corredo era composto da preziosi oggetti in oro e argento, un segno questo che l’inumata doveva essere un esponente dell’alta aristocrazia longobarda. Di quel contesto oggi purtroppo non si conserva quasi più nulla. Furono raccolti preziosi oggetti ma tutto venne disperso e con esso importanti informazioni che ci avrebbero potuto chiarire e aiutare a comprendere il costume funerario longobardo grazie al confronto con contesti italiani e stranieri. Noi oggi possiamo proporvi un’ipotesi ricostruttiva e farvi vedere come doveva apparire questa sepoltura. Gli oggetti che facevano parte del corredo dell’inumata pur collocandosi nella tradizione del costume longobardo rivelano un avvenuto processo di assimilazione dei costumi romano-bizantini, e quindi questi elementi ci permettono di datare la sepoltura ai primi decenni del VII secolo”.

Gli straordinari orecchini in oro dalla tomba longobarda della principessa di Civezzano conservati al museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“Tra gli oggetti più noti che appartennero a questa donna troviamo un paio di singolari orecchini in oro che rientrano nella tipologia definita a cestello. Presentano un’elaborata lavorazione a traforo e filigrana con tre pendenti arricchiti da perle, ametiste e goccia in lamina d’oro. Questo tipo di orecchini rappresenta dei gioielli esclusivi rari di cui si conservano solo pochi altri esemplari. Sono gioielli il cui rimando alla tradizione romano-bizantina è molto chiaro. Un oggetto unico è la sottile lamina in argento con lavorazione a punzone, forse un elemento decorativo che finora non trova confronto in nessun altro contesto funerario. La fragilità del pezzo, che porta a escludere un suo utilizzo funzionale, sembrerebbe indicarne un uso puramente rappresentativo legato all’alto lignaggio dell’inumata”.

Linguette in bronzo dorato dalla tomba longobarda della principessa di Civezzano conservati al museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“Un altro elemento di unicità per l’abbigliamento longobardo ma che trova invece confronto della sepoltura della regina franca Armegonda a Saint Denis, nei pressi di Parigi, è rappresentato dalle guarnizioni per cinture da calza in bronzo dorato con fibbia a placca fissa decorata in stile zoomorfo con teste di animali e rapaci, puntalini con motivi ad albero stilizzato e placche decorate a punzone, il medesimo utilizzato per le lamine in argento. Sempre come elemento distintivo e rappresentativo dell’alto rango è da considerarsi lo spillone in argento con fasce spiraliforme in oro. L’uso è molto antico. Poteva essere portato per appuntare i capelli come ago crinale oppure per allacciare le vesti che nel caso della donna di Civezzano dovevano essere decorate in oro come testimonierebbe il rinvenimento di filamenti di oro nella sepoltura. Una coppia di linguette in bronzo dorato decorate con motivi a zampa di animale e maschera umana dovevano costituire i terminali di una cinturetta in cuoio che era portata a stringere il punto vita. Alcuni vaghi in pasta vitrea colorata sarebbero pertinenti a una collana che la defunta portava al collo secondo l’uso tradizionale”.

Bacile copto in bronzo dalla tomba longobarda della principessa di Civezzano conservati al museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

“È proprio del costume longobardo invece la presenza del bacile copto in bronzo presente soprattutto nelle sepolture aristocratiche di alto rango. Il termine copto collega questo oggetto o una serie di prodotti fabbricati in Egitto. Nel corso del VI secolo sono giunti in Occidente tramite commerci e donazioni. Nelle sepolture il bacile viene rinvenuto ai piedi del defunto e questo ne suggerisce un uso rituale nell’evoluzione tipico del mondo mediterraneo tardo-romano. Ancora una volta gli oggetti di questa sepoltura sottolineano il legame con la tradizione romano-bizantina”.

Croce aurea dalla tomba longobarda della principessa di Civezzano conservati al museo del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)

L’ultimo oggetto che accompagna la donna è una croce aurea dalla straordinaria decorazione. “Nel centro -descrive Azzolini – una sorta di bottone circondato da un doppio nastro intrecciato. Nelle braccia, un motivo con nastro perlinato. Agli angoli delle braccia piccoli fori alludono alla funzione della croce che veniva infatti cucita sul sudario e copriva il volto del defunto. La croce in oro simboleggia un’adesione dell’élite longobarda agli orientamenti politici della società nella quale va a inserirsi e dunque una forma di ostentazione del prestigio dell’aristocrazia prima che un segno della conversione al Cristianesimo. E infatti nel momento in cui vi è piena adesione al culto cristiano il corredo funerario dalle tombe scompare. Gli oggetti deposti nella tomba rappresentano una scelta. Non sono oggetti di uso quotidiano ma oggetti usati nelle grandi occasioni e sono un modo dell’inumato per autorappresentarsi ed esporre il proprio prestigio sociale di questa donna per cui venne realizzata una parure con gioielli esclusivi e che per tradizione è chiamata “principessa di Civezzano”: di lei non sappiamo nulla perché le fonti non ne parlano, possiamo solo immaginarne l’aspetto. Di lei ci rimangono i preziosi monili, di altre principesse gli sguardi immortali che ancora ci osservano da opere straordinarie”.

Fondazione museo civico di Rovereto: in #apertipercultura dedicati a Paolo Orsi un documentario di Osvaldo Maffei (“Paolo Orsi e Margherita Sarfatti tra classicismo e modernità”) e una pillola di scienza di Barbara Maurina (“Paolo Orsi, le lettere”)

La Fondazione Museo Civico di Rovereto, in questo lungo periodo di lockdown, si è aperta virtualmente, ponendosi al servizio della comunità, anche a distanza, per continuare a offrire appuntamenti scientifici e culturali. Sul sito del museo è stato attivato un piccolo portale #apertipercultura, simboleggiato proprio da una porta di casa che si apre sul mondo della scienza, sulle sezioni, sui reperti, sui siti, sulla storia, sul territorio, su temi interessanti, che si approfondiscono anche a distanza attraverso la voce di esperti, scienziati, ricercatori “amici” del Museo, con pillole di scienza, conferenze, video, articoli, a portata di clic e adatti davvero a tutti. Cinque le sezioni previste: “Succede al Civico – Talk”, “Pillole di scienza”, “Conferenze”, “Documentari”, “Approfondimenti”. Sul grande archeologo roveretano Paolo Orsi la Fondazione Museo Civico di Rovereto in #apertipercultura ha dedicato un documentario (“Paolo Orsi e Margherita Sarfatti tra classicismo e modernità”) e una pillola di scienza (“Paolo Orsi, le lettere”).

Nel documentario “Paolo Orsi e Margherita Sarfatti tra classicismo e modernità” l’artista Osvaldo Maffei racconta la genesi della sua installazione di arte contemporanea realizzata nell’ottobre 2018 in occasione della XXIX Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto al teatro Zandonai di Rovereto e della mostra “Margherita Sarfatti. Il Novecento italiano nel mondo” al Mart di Rovereto. L’installazione di Maffei raccorda i due personaggi, l’archeologo roveretano Paolo Orsi (1859-1935) e la scrittrice e critica d’arte veneziana Margherita Sarfatti (1880-1961), e i due eventi culturali roveretani, la Rassegna internazionale del cinema archeologico e la mostra sulla Sarfatti al Mart. Il documentario è realizzato con il contributo di Franco Nicolis, direttore ufficio Beni archeologici della Provincia autonoma di Trento; Barbara Maurina, responsabile della sezione Archeologia della Fondazione Museo Civico di Rovereto; Patrizia Regorda, Archivi Storici del Mart. “Paolo Orsi – racconta Maffei – nel 1930 dona a questa gentildonna di grande potere un piccolo omaggio che ha una grandissima valenza culturale e rimanda a un vissuto di tipo arcaico”. Si tratta di una serie di 70 calchi in gesso di monete antiche siracusane, oggi in un cofanetto conservato nel fondo archivistico “Margherita Sarfatti” al Mart-Archivio del Novecento, dove è arrivato nel 2009. Come rappresentare in forma artistica il dono? “È la domanda che mi sono fatto”, continua Maffei. “E ho pensato subito a che cosa significa, per esempio, portare delle rose a una signora o magari dei dolcetti, dei cioccolatini. La prima cosa che si fa, si cerca di infiocchettarli, di renderli più attraenti, più piacevoli, con delle carte, delle veline, dei fiocchi. L’idea di scambiare, di giocare sull’equivoco, di scambiare questi piccoli calchi in gesso con delle mentine, con dei piccoli dolcetti di pan di zucchero mi è sembrata un’idea molto divertente, ed è stato l’unico approccio che mi permettesse di lavorare senza entrare in concorrenza, senza diventare un piccolo scienziato inadeguato, ma lavorare per solleticare l’intelligenza e la curiosità degli spettatori del festival e della mostra della Sarfatti che si teneva al Mart in quel periodo”.

“Paolo Orsi. Le lettere”. In questa “pillola di scienza” Barbara Maurina, conservatrice e responsabile della Sezione Archeologia della Fondazione Museo Civico, racconta dell’archeologo Paolo Orsi e delle straordinarie lettere arrivate fino a noi da una soffitta di un palazzo di Ala. “Da alcuni anni – spiega Maurina – stiamo conducendo uno studio sistematico su una serie di documenti di archivio di grande importanza conservati dalla Fondazione del museo civico di Rovereto. Ma il museo civico di Rovereto fin dalla sua nascita alla metà dell’Ottocento si è sempre occupato di raccogliere e studiare non soltanto reperti ma anche dati archeologici e naturalistici”. Tra i padri fondatori del museo c’è anche Paolo Orsi, che entrò nell’istituzione a 16 anni nel 1875. E alla sua morte nel 1935 lasciò al museo la sua preziosa collezione, un importantissimo patrimonio archeologico e archivistico. “Dal 2010 – continua – è partito un progetto per riordinare, studiare e poi pubblicare sull’archivio on line del museo gli archivi sui grandi protagonisti dell’archeologia a cavallo del Novecento, tra cui i due roveretani Federico Halbherr e Paolo Orsi. Seguo questo lavoro con il collega Maurizio Battisti. I dati raccolti vengono inseriti su un sito on line che viene continuamente implementato”. Dal 2013 nel progetto si è inserito un tassello molto importante: un archivio di 8mila lettere scoperto in una soffitta di un palazzo di Ala in provincia di Trento di proprietà degli eredi di Paolo Orsi. L’archivio era stato suddiviso in 57 faldoni dallo stesso Orsi che definiva questo documenti, come ha scritto lui stesso, “dal naufragio della mia corrispondenza”: lettere sopravvissute alla dispersione. “In realtà questo enorme patrimonio epistolare lo credevamo ormai perduto. Grande è stata quindi la sorpresa al suo ritrovamento. La Fondazione Museo Civico di Rovereto già nel 2013 ha acquisito questo archivio e ha deciso di renderlo subito pubblico con un lavoro di studio, analisi, acquisizione digitale, catalogazione, schedatura e inventariazione. Questo lavoro viene progressivamente pubblicato on line e divulgato attraverso conferenze, convegni, articoli scientifici. Contiamo di portarlo a termine per la primavera del 2021”.

Oderzo (Tv). Riapre, con orario prolungato e proroga, la mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium” a Palazzo Foscolo e al museo Archeologico “Eno Bellis”: corredi per lo più inediti ed esposti insieme per la prima volta

Tornano i visitatori a Palazzo Foscolo di Oderzo per la mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium” (foto Oderzo Cultura)

Locandina della mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium” a Oderzo dal 24 novembre 2019 al 31 maggio 2020 (prorogata)

La chiusura forzata è finita. Oderzo Cultura riapre dalle 14 di mercoledì 20 maggio 2020 la mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium” che, come tutti i luoghi della cultura in Italia, era stata chiusa per l’emergenza coronavirus. Quindi Palazzo Foscolo e il museo Archeologico “Eno Bellis”, sedi della mostra, saranno fra le prime realtà museali italiane ad accogliere i visitatori, grazie agli sforzi per adottare rapidamente tutte le misure necessarie per garantire la loro sicurezza e quella dei lavoratori, secondo i protocolli indicati dal MiBACT. “Siamo felici di poter riaprire le porte del polo culturale e della mostra temporanea, in particolare, già dal 20 maggio. Un risultato raggiunto grazie all’impegno di tutta la squadra di lavoro”, spiega Carlo Gaino, presidente di Oderzo Cultura. “Abbiamo pensato di estendere i giorni di apertura, partendo già dal mercoledì, per favorire l’ingresso delle famiglie e dei ragazzi che sono ancora a casa da scuola e che hanno così un’occasione in più per visitare l’esposizione nei pomeriggi di questo prossimo periodo”. Orario prolungato dunque dal mercoledì alla domenica dalle 14 alle 19. Non solo, è anche annunciata l’auspicata proroga dell’esposizione, la cui chiusura era programmata – prima dell’emergenza coronavirus – fino al 31 maggio 2020, fino alla pausa estiva.

Il corredo della Tomba 13 (I-II sec. d.C.) da via Spinè di Oderzo: Olpe, bicchiere, coppe,
piatto in vetro azzurro trasparente, balsamari,
spilloni, monete (foto Sabap Ve-Met / Maddalena Santi)

Annamaria Larese, direttrice del museo Archeologico nazionale di Venezia, scomparsa il 1° maggio 2020

La mostra, realizzata da Oderzo Cultura con un comitato scientifico composto dai funzionari della soprintendenza che hanno coordinato e sovrainteso alle diverse campagne di scavo – Marianna Bressan, Annamaria Larese, Margherita Tirelli e Maria Cristina Vallicelli – e da Marta Mascardi Conservatore del Museo archeologico di Oderzo Cultura, tornerà ad essere dunque un’eccezionale occasione per scoprire da vicino le testimonianze di oltre 50 tra i più belli e significativi corredi dei 94 studiati per l’occasione (di cui dà invece conto il prezioso catalogo Edizioni Ca’ Foscari) rinvenuti in oltre trent’anni di scavi nella necropoli dell’antica Opitergium. La riapertura è anche l’occasione per Oderzo Cultura per ricordare con stima e affetto l’archeologa Annamaria Larese scomparsa il 1° maggio 2020, all’età di 62 anni, dopo alcuni mesi di malattia, direttrice del museo Archeologico nazionale di Venezia e del museo nazionale Concordiese di Portogruaro e area archeologica di Concordia Sagittaria, che tanto ha contribuito alla studio e alla conoscenza della necropoli opitergina, membro del comitato scientifico della mostra.

Mosaico dell’offerta espositiva alla mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium” a Oderzo (foto Sabap Ve-Met / Maddalena Santi)

Corredi per lo più inediti ed esposti insieme per la prima volta in questa significativa occasione. Sei secoli di storia, dal I al VI secolo d.C. e reperti che durante questi mesi di quarantena non hanno mai smesso di coinvolgere il pubblico di appassionati con racconti e curiosità sulla vita di Opitergium e i suoi abitanti, grazie all’intesa attività sui profili social promossa da Oderzo Cultura. L’importante passato della città si rivela infatti attraverso le testimonianze degli uomini e delle donne che hanno abitato questa terre, in un dialogo tra passato e presente. Un viaggio attraverso gli oggetti riemersi dalla città dei morti per riscoprire il mondo dei vivi dell’antica Oderzo e dei suoi abitanti, come la giovane fanciulla romana Phoebe, con la stele a lei dedicata risalente al I secolo d.C., o un bimbo con i suoi giochi infantili e il suo cavallino in terracotta dotato anche di ruote per il traino: eccezionale reperto rinvenuto in una tomba di fine II-III secolo d.C.

#iorestoacasa. Ultimi cinque “bollettini” di Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia: dalle decorazioni della Basilica allo studio del tempietto dorico, dai progetti di scavo dell’anfiteatro romano a quelli di ricerca del teatro greco, al “giardino romano” con le erbe medicinali

Il parco Archeologico di Paestum: la cosiddetta Basilica e il tempio cosiddetto di Nettuno (foto parco di Paestum)

La comunicazione dal parco archeologico di Paestum e Velia in epoca di coronavirus si chiude con gli ultimi cinque “bollettini” del direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, comunicazioni video realizzati e messi in linea sul canale YouTube, con l’obiettivo – nell’impegno #iorestoacasa – di far conoscere Paestum da una prospettiva interna, quella di chi quotidianamente vive il museo e l’area archeologica. Ecco, dunque, il racconto di approfondimenti, aneddoti, anticipazioni e curiosità con riprese dagli scavi, dal museo, dagli uffici e dai depositi.

Con il bollettino numero 21 del Parco Archeologico di Paestum e Velia il direttore Gabriel Zuchtriegel ci fa vivere una delle esperienze più suggestive che si possono vivere a Paestum: passeggiare nell’area archeologica al tramonto. In particolare, nel più antico dei tre templi di Paestum, la cosiddetta Basilica, costruita a partire dal 560 a.C. circa e dedicata ad Hera. “Solo al tramonto – spiega Zuchtriegel – si possono apprezzare alcune decorazioni particolari dei capitelli del tempio, soprattutto quelli della fila centrale delle colonne che dividevano la cella: la luce del sole fa vedere un fiore di loto, che dimostra la ricchezza della decorazione tipica della fase arcaica. Siamo ancora nel VI sec. a.C. Quindi qualche generazione, forse due generazioni dopo la fondazione della città. C’è un’altra colonna che presenta la stessa decorazione di quella centrale del pronao: il fiore di loto. Ricordiamo poi che il tempio aveva un tetto con terrecotte variopinte. In questo periodo, in una città fondata qualche decennio prima dove, come hanno dimostrato i nostri scavi recenti, le strutture erano ancora in materiali deperibili, legno e mattoni crudi. Ma in mezzo a questo insediamento ancora un po’ precario sorge un grande tempio mai visto da queste parti che si intravedeva persino dall’entroterra. I cacciatori esploratori indigeni che si affacciavano alla piana del Sele potevano scorgere in lontananza questo enorme tetto di circa 25 per 50 metri che era una meraviglia, nella sua perfezione, nella sua bellezza per quei tempi”.

Il direttore Gabriel Zuchtriegel ci racconta il bollettino numero 22 del Parco Archeologico di Paestum e Velia dal museo di Paestum dove sono stati portati alcuni elementi architettonici del tempietto dorico rinvenuto l’estate scorsa durante il restauro della porzione ovest delle mura di cinta. Gli archeologi approfittano del blocco dei lavori per studiare: più di 250 frammenti architettonici prendono forma sullo schermo del computer. Ecco un tempietto dalle caratteristiche uniche che attesta la creatività delle maestranze locali. “Il cantiere è sospeso”, ricorda Zuchtriegel, “perciò usiamo il tempo anche per studiare, per comprendere meglio. Alcuni elementi del tempietto sono già stati portati in museo, altri sono ancora in situ. Molti sicuramente ancora da scavare. Ma già adesso abbiamo più di 250 frammenti di questo edificio. In questo periodo stiamo anche cercando di proporre una prima ricostruzione dell’edificio nella sua interezza grazie a un programma in cui inseriamo gli elementi finora noti. Sono ovviamente tanti gli interrogativi ancora aperti, ma anche tanti gli aspetti che si chiariscono e abbiamo sempre più una visione chiara e plastica di un monumento davvero eccezionale. Probabilmente a quattro per sette colonne: una disposizione molto inusuale più unica che rara. Ci sono tanti altri dettagli che stiamo studiando e che ci fanno capire come Paestum non sia semplicemente una città dove si copiano le cose della madrepatria, di Olimpia, di Atene ma c’è un dibattito con una tradizione locale delle maestranze, un contesto molto vivace in cui si elaborano dei modelli che sono sicuramente in connessione con la Sicilia, il Peloponneso, Atene ma dove anche Poseidonia dà un suo proprio contributo allo sviluppo artistico architettonico tra tardo VI e primo V sec. a.C.”.

Il protagonista del bollettino numero 23 del Parco Archeologico di Paestum e Velia è l’anfiteatro, il luogo della città romana di Paestum in cui si svolgevano gli spettacoli e i combattimenti dei gladiatori. Da quando nel 1820 fu costruita l’odierna Strada Statale 18, il destino del monumento è stato per sempre segnato: la strada infatti ha tagliato in due l’area e una parte della struttura è tuttora sconosciuta. Ma diversi sono i progetti che si stanno delineando per uno dei luoghi nevralgici della cultura romana. “L’anfiteatro di Paestum è un monumento particolare”, interviene Zuchtriegel, “perché nella sua forma più antica risale al I sec. a.C., di cui rimangono delle murature in grandi blocchi. Poi nel I sec. d.C. fu ampliato di un altro cerchio per dare più spazio agli spettatori. È uno dei più antichi monumenti di questo genere che conosciamo. L’arena è separata dagli spettatori da muri abbastanza alti che impedivano il contatto con le fiere e le attività che vi si svolgevano. Purtroppo dalla costruzione della strada nel 1820 un terzo dell’anfiteatro è rimasto inesplorato. Qui a Capaccio-Paestum abbiamo un sogno, condiviso per fortuna da molti che vivono qua e anche dall’amministrazione comunale, che è quello di spostare la viabilità e indagare e portare alla luce la restante parte dell’anfiteatro. L’edificio aveva probabilmente due porte: una è ancora visibile, l’altra dovrebbe essere nella parte da scavare. Parliamo di due porte perché una era riservata all’ingresso, alle processioni dei gladiatori; e l’altra era la porta libitina, chiamata così da un’antica divinità che era responsabile i culti, gli onori che si davano ai morti, perché era la porta attraverso la quale venivano portati fuori dall’arena i gladiatori morti durante lo spettacolo. Sarebbe sicuramente molto interessante indagare questo monumento, scavare quello che rimane, capire anche quello che eventualmente sta sotto, perché qui siamo sul luogo dell’antica agorà, e quindi forse c’erano precedenti installazioni o monumenti o strutture. Sarebbe anche bello poi, conservazione e sicurezza permettendo, di organizzare nell’anfiteatro piccoli eventi, conferenze, incontri, e forse anche concerti per renderlo di nuovo vissuto: un luogo dell’incontro al centro dell’antica città di Paestum”.

Nel bollettino numero 24 del Parco Archeologico di Paestum e Velia torniamo nell’anfiteatro: cosa sono quei segni che si intravedono al di sotto dell’arena? Potrebbero essere le strutture di un più antico teatro di IV sec. a.C.? L’ipotesi è davvero accattivante, ma solo uno scavo archeologico potrà confermare la presenza di un teatro a Paestum. Il teatro era il luogo dove si rappresentavano spettacoli, tragedie e commedie. “Sui vasi a figure rosse di Paestum dei pittori Assteas e Python e di altri pittori vascolari sono rappresentate scene del mito e spettacoli teatrali”, ricorda Zuchtriegel, che si chiede: “Ma gli abitanti di Paestum del IV sec. a.C. dove potevano venire a conoscenza del mito greco e del teatro? Ci doveva essere un luogo. Emanuele Greco ha ipotizzato negli anni ’80 del secolo scorso, sulla base di scavi all’epoca nell’anfiteatro, che forse qui c’è una traccia. Proprio sotto l’arena è emerso un muro dritto che in epoca romana non si vedeva più. E c’è un altro muro che parte da questo in direzione Nord e fa una leggera curva. Questa struttura molto antica ha la forma di segmento di semicerchio. Quindi potrebbe essere un teatro, che però dobbiamo immaginare non come una grande struttura in pietra, ma con un alzato in legno come era uso nell’antichità dove c’erano poi compagnie itineranti che si esibivano, il cui riflesso vediamo anche sui vasi prodotti in questa città. E sono scene di tragedie del mito greco, come Bellerofonte il giovane che uccide la chimera, ma sono anche tante scene più satiresche, quindi di commedie, spettacoli di divertimento. Questa è solo un’ipotesi ma lo scavo dell’anfiteatro potrebbe gettare nuova luce anche su questa questione abbastanza intrigante che riguarda la storia dell’antica Paestum”.

Nel bollettino n° 25 vi diamo il benvenuto nel “giardino romano” di Paestum. L’area fu chiamata così negli anni ’50 del Novecento quando, a seguito di indagini archeologiche, lo spazio assunse l’aspetto di una vasta spianata di forma rettangolare. Nell’antichità, invece, la zona non doveva presentarsi in questo modo, anzi, doveva essere occupata da diverse strutture come il più piccolo tempietto dell’antica Poseidonia-Paestum. “Varcato l’ingresso dalla strada che porta dal santuario meridionale con il tempio cosiddetto di Nettuno verso il foro di epoca romana”, spiega Zuchtriegel, “ci si trova di fronte l’asclepeion, il santuario di Asclepio dio della medicina, e un’area verde vasta dove in un primo momento, dopo la deduzione della colonia latina qui a Paestum viene costruito un tempio probabilmente a Mater Matuta, divinità che come Asclepio, ha un’attinenza anche con la salute. Restano le fondazioni di questo edificio che però a un certo punto viene smontato. Quello che si vede tuttora è il complesso che nasce in epoca imperiale: un’area aperta in asse più o meno con la porta ma orientato in modo leggermente diverso. Qui c’è il più piccolo tempio di Paestum, con un altare davanti. Il tempietto essenzialmente consiste in un podio e una strada che porta dalla piazza sul podio. Non poteva essere un grande edificio, era piuttosto un sacello: quattro colonne con forse sotto la statua della dea o del dio. È una tipologia di monumenti che spesso incontriamo nel culto eroico. Forse anche questa è un’attinenza con Asclepio ma non è noto. Quello che è interessante notare in questo spazio, alle spalle di un complesso termale – le cosiddette terme del foro –, è che sui due lati ci sono dei muretti molto bassi che dividono lo spazio centrale dall’area retrostante. Dal complesso termale parte una condotta per l’acqua che va verso ambienti che però non sembrano essere piscine. In alcuni punti ci sono dei tubi che escono fuori, quindi non sembra servissero per contenere l’acqua. Potrebbero essere delle aiuole dove si coltivavano le erbe di cui parlano anche alcuni fonti tardoantiche che ricordano Paestum come luogo dove crescono erbe medicinali. Pare un’antica tradizione legata innanzitutto al centauro Chirone che fu venerato qua ed è legato alla medicina, ma anche ad Asclepio, a Mater Matuta forse. Questa tradizione sembra che attraverso i secoli si sia evoluta, sopravvissuta e abbia dato poi avvio a una scuola medica che possiamo dedurre esistesse a Paestum anche in base alle fonti scritte di epoca tarda”.

Parco archeologico di Ercolano: la Mensa Marmorea della Palestra ritrova l’antico splendore. Riprese le attività di restauro, tra tradizione e nuove tecnologie, ai tempi del coronavirus

La Mensa marmorea della palestra di Ercolano, scoperta da Amedeo Maiuri (foto Paerco)

La Mensa Marmorea della Palestra di Ercolano ritrova l’antico splendore. Riparte la vita a piccoli passi, in sicurezza ma riparte. La ripresa dei cantieri edilizi come da ultimo DPCM, all’interno dei cancelli del Parco Archeologico di Ercolano significa la ripresa delle attività di restauro, tra tradizione e nuove tecnologie: la sfida di Ercolano ai tempi del coronavirus. È vicino il termine e la consegna dei lavori alla Mensa Marmorea della Palestra che Amedeo Maiuri descrisse così: “una grandiosa mensa marmorea, la più grande che siasi finoggi rinvenuta tra Pompei e Ercolano”, quando nel giugno 1936 gli scavi della città erano giunti a liberare buona parte della Palestra e venne alla luce il magnifico reperto. “L’oggetto era mutilato ma non asportato dai precedenti scavatori”, raccontava. A scavo ultimato la ricompose a partire dagli elementi superstiti e la integrò dotandola di una struttura con tubolari metallici di supporto. A distanza di oltre ottant’anni dalla sua scoperta la gamba posteriore destra, interamente ricostruita in malta con un’anima interna di metallo, si presentava ormai notevolmente ossidata con la conseguente frantumazione e il distacco di alcune porzioni della ricostruzione. Tutte le parti originali in pietra marmorea a causa della costante esposizione agli agenti atmosferici erano interamente ricoperte da incrostazioni licheniche e patine di colore scuro che alteravano la lettura della superficie originale. Tra i mesi di gennaio e febbraio 2020 è stato eseguito il restauro integrale dell’opera con interventi di consolidamento, la pulitura e la presentazione estetica, oltre che la sostituzione della gamba già di ricostruzione con una nuova copia eseguita in stampa 3D sulla base di un rilievo fotogrammetrico della gamba originale più integra. L’intervento ha finalmente messo in luce le venature del piano.

Il colonnato della palestra di Ercolano (foto Graziano Tavan)

La Mensa Marmorea della Palestra non era un tipo di mensa semplicemente decorativa, ma era destinata – spiegano gli archeologi del parco – a cerimonie che dato il carattere dell’edificio lascia supporre si tratti di una mensa agonistica dove si esponevano i doni per i vincitori delle gare atletiche che si svolgevano nella Palestra. “Questo è il primo lavoro concluso nell’emergenza coronavirus”, interviene il direttore Francesco Sirano. “È quasi come vedere una farfalla che timidamente si sporge dal suo bozzolo affacciata al centro del golfo di Napoli. Il restauro di questo manufatto, unico nel mondo romano, forse avviene non a caso proprio nella Palestra (in realtà il campus) della città che da Ercole prende il nome, il luogo dove si forgiavano le future generazioni avendo a modello le grandi imprese dell’eroe. Non vedo l’ora che le strade del Parco si animino nuovamente di energia, vita e speranza. Ci rialzeremo, resilienti, in sicurezza, garantendo la tutela di tutti quanti saranno i protagonisti della ripartenza: dal personale ai visitatori che ritorneranno a popolare le strade, le case, ogni angolo di questo patrimonio che si è, diciamo riposato, ma che è pronto per inaugurare una nuova stagione dove il timore viene sostituito dalla prudenza e dal piacere di visitare Ercolano con i tempi “quieti e intensi” da sempre consoni a questo sito”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 15.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere la tomba di Kha e Merit, il più famoso tesoro custodito nella collezione del museo Egizio di Torino

Il 15.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” ci porta a conoscere la tomba di Kha e Merit, il più famoso tesoro custodito nella collezione del museo Egizio di Torino, l’unico corredo intatto del Nuovo Regno che sia preservato fuori dall’Egitto. “Forse è un tesoro che non tutti conoscono”, esordisce il direttore Christian Greco, “ma non avrò pace – l’ho detto più volte – finché tutti gli italiani, e speriamo tutto il mondo, non sapranno che al museo Egizio c’è questo corredo unico, che io ritengo valga una visita a Torino e valga una visita al museo Egizio. Vale programmare forse anche una visita in Italia per venire a vedere questo corredo funerario unico e che vi aspetta presto a Torino, quando potrete tornare, quando saremo di nuovo pronti ad accogliervi all’interno di questo museo”. La scoperta della tomba di Kha è un classico dell’archeologia. Nel 1905 gli operai, sotto la direzione di Ernesto Schiaparelli, stanno lavorando in una zona a Nord-Ovest del villaggio di Deir el Medina dove trovano una cappella, la cappella di Maya. E trovano anche la cappella di Kha. I dipinti, le pitture, della cappella di Maya vengono staccati e portati al museo Egizio mentre le pitture della cappella di Kha rimangono lì. Un anno dopo, facendo dei lavori in un terrazzamento dove c’è stato un crollo, gli operai improvvisamente trovano un pertugio. Questo pertugio che si allarga si scopre essere un pozzo, un pozzo che porta a delle stanze ipogee. Trovano una prima sala bloccata da delle pietre, una seconda anch’essa bloccata. Una volta tolte le pietre si trovano di fronte a una porta che era ancora sigillata: è il 15 febbraio 1906. Arthur Weigall, l’ispettore dell’antichità che era con Schiaparelli, annota nel suo diario “il momento della resurrezione è arrivato”. E una volta aperta questa porta gli archeologi si trovano davanti a un corredo intatto di 467 oggetti che oggi è preservato al museo Egizio di Torino.

Il sarcofago intermedio di Kha conservato al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il titolo di Kha era “responsabile delle opere del faraone”. “Da alcuni viene definito architetto, anche se sulla terminologia potremmo soffermarci”, spiega Greco. “Cosa significa essere l’architetto? Forse la definizione più giusta potrebbe essere quella di capomastro”. Il primo reperto che si vede esposto a Torino è il sarcofago esterno di Kha. “È dotato di slitta che ne permetteva il trasporto alla necropoli. Probabilmente vi erano dei portatori d’acqua che buttavano dell’acqua sulla sabbia e la rendevano una specie di terra battuta in modo che poi il sarcofago potesse essere trasportato. Questo ovviamente era il contenitore esterno, all’interno vi era il sarcofago intermedio di Kha, che presenta una parte nera in bitume alternata a delle fasce d’oro. Se osserviamo il sarcofago interno della moglie Merit, che significa “l’amata”, e che ha come titolo “signora della casa”, vediamo che cassa, alveo e coperchio sembrano appartenere a due tipologie diverse. Infatti l’alveo ha questa alternanza tra campitura nera e parte dorata, come il sarcofago intermedio di Kha, mentre il coperchio è coperto da una foglia d’oro, come il sarcofago interno di Kha. Perché questo? È difficile rispondere. Forse Merit è deceduta improvvisamente, e per lei non c’è stato il tempo per fare un corredo intero: si è dovuto intervenire in velocità e quindi alveo e cassa sembrano non appartenere alla stessa tipologia”.

La maschera funeraria di Merit conservata al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Merit mummificata ebbe anche la possibilità di avere una maschera, coperta da foglia d’oro. “La maschera, che copriva la parte superiore della sua mummia, oggi la possiamo vedere in tutta la sua bellezza. Ma come mai questa foglia d’oro? Ricordiamoci che il Libro dei Morti ci dice che il defunto dopo la morte non è più di carne ed ossa, ma la sua carne è dorata e il suo sangue è di lapislazzuli. Il defunto adesso è trasfigurato e deve andare verso una vita diversa, una vita eterna in cui viene assimilato agli dei”. Quindi gli archeologi scoprirono sarcofago esterno per Kha, sarcofago esterno per Merit, sarcofago intermedio per Kha, sarcofago interno di Merit (nel suo corredo vi è un sarcofago in meno), e poi sarcofago interno di Kha. “E il sarcofago interno di Kha – conclude Greco – ha le stesse caratteristiche viste nel coperchio del sarcofago di Merit: legno coperto da questa foglia d’oro. Guardate ancora la bellezza del volto e della maschera. E poi incredibilmente si sono conservate le ghirlande di fiori, ne abbiamo due. Queste ghirlande di fiori erano poste sul petto del sarcofago e, al loro interno, piegato e non arrotolato, vi era il Libro dei Morti di Kha”.

#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Napoli propone una visita virtuale della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo” con un secondo video della sezione “Acque profonde” sullo straordinario ritrovamento dei rostri della Battaglia delle Egadi

Il dodicesimo rostro in bronzo a 80 metri di profondità nel mare di Levanzo (foto Luca Palezza)

Il manifesto della mostra “I pionieri dell’archeologia subacquea in area flegrea e in Sicilia” (foto Graziano Tavan)

Dalle isole Eolie alle Egadi: ecco una nuova esplorazione nelle profondità del mare proposto dal museo Archeologico nazionale di Napoli continuando la visita virtuale della sezione “Acque profonde” della mostra “Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo”. Oggi conosceremo lo straordinario ritrovamento dei rostri della Battaglia delle Egadi: https://it-it.facebook.com/MANNapoli/videos/249597042858837/. Dal 2005, nelle acque intorno all’isola di Levanzo, grazie alla collaborazione tra la soprintendenza del Mare e la RPM Nautical Foundation, sono state avviate ricerche sistematiche per l’identificazione esatta del luogo ove fosse avvenuta la battaglia delle Egadi tra Cartaginesi e Romani. Già negli anni ’60 del secolo scorso, Cecè Paladino e altri pionieri delle attività subacquee in Sicilia avevano recuperato centinaia di ceppi d’ancora romani lungo la costa orientale di Levanzo: i ceppi erano indizio della presenza di una flotta. La ricerca sistematica, ancora in corso con l’ausilio di sommozzatori e nave oceanografica e ROV (veicolo subacqueo filoguidato ad una profondità di 80 metri), ha messo a segno risultati di grande rilievo scientifico: sono stati individuati, infatti, i primi rostri in bronzo relativi alle navi da guerra impiegate nello scontro navale del 241 a.C. Nell’estate del 2019, il numero dei rostri ritrovati è salito a 19: inoltre, è stata scoperta una concrezione metallica riconducibile ad una spada, la prima arma di un soldato.

Il cosiddetto Rostro Egadi 4 con decorazione di Vittoria alata sormontante iscrizione con i nomi dei due questori, ripescato nelle acque di Levanzo, area della battaglia delle Egadi, e conservato nell’Antiquarium di Pantelleria (foto Soprintendenza del Mare)

Area della battaglia delle isole Egadi tra romani e cartaginesi

La storia delle ricerche nel mare delle Egadi, ad opera del professore Sebastiano Tusa, è stata illustrata e proposta da “Teichos. Servizi e Tecnologie per l’Archeologia” in occasione dell’anticipazione de ” I pionieri dell’archeologia subacquea in area flegrea e in Sicilia” (Baia, 24 maggio 2019 – 9 marzo 2020), che doveva fare da battistrada, come una preview che anticipava, essendone complemento necessario, la grande mostra “Thalassa. Meraviglie dei Mari della Magna Grecia e del Mediterraneo”. La mostra, che il parco archeologico dei Campi Flegrei ha affidato a Teichos Archeologia, che ne ha curato la progettazione e la realizzazione, racconta, partendo dagli anni ’50, le prime fasi pionieristiche dell’archeologia subacquea in Italia, particolarmente nell’area Flegrea ed in Sicilia, con le grandi scoperte che ne sono derivate e che hanno dato impulso alla ricerca scientifica in questo campo e alla relativa applicazione delle tecnologie più avanzate, nonché alla nascita di strumenti di tutela specifici, fino a giungere alla costituzione della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana da parte di Sebastiano Tusa.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col tredicesimo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere i papiri scoperti a Deir el Medina, da quello famosissimo dello sciopero ai frammenti del giornale della necropoli

Le “Passeggiate del Direttore”, giunte al tredicesimo appuntamento, ci fanno scoprire quello che probabilmente è stato il più antico sciopero della storia. Ce lo racconta il direttore Christian Greco nel presentarci non solo il famosissimo “papiro dello sciopero” ma anche i frammenti del cosiddetto “giornale della necropoli”, che fanno parte della ricca collezione di papiri provenienti da Deir el Medina, il villaggio degli operai del faraone, e conservati al museo Egizio di Torino.

Il famosissimo papiro dello sciopero proveniente da Deir el Medina e conservato al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

Il “papiro dello sciopero”. Siamo nell’anno 29 del regno di Ramses III e i lavoratori si rifiutano di continuare le loro operazioni. Dicono di smettere di lavorare e di andarsi a sedere fuori dal “tempio di milioni di anni” di Tutmosi III. Cos’è il “tempio di milioni di anni”? “Nel Nuovo Regno – spiega Greco – le sepolture regali vengono a trasformarsi: i sovrani non sono più sepolti nelle piramidi, che non erano solo la sepoltura del sovrano ma un insieme di luoghi che permettevano il proseguimento del culto: dal tempio della valle alla via processionale al tempio mortuario. Quindi la piramide non conservava solo il corpo del defunto ma permetteva che il suo culto potesse proseguire. Col Nuovo Regno le tombe vengono costruite nella Valle dei Re: luoghi sotterranei che vengono raggiunti attraverso un dromos. Ci si incunea nella cavità della terra per raggiungere, attraverso corridoi decorati con testi importanti, la camera sepolcrale. Ma quello è il luogo della trasfigurazione del corpo del sovrano, che può raggiungere le divinità e continuare a compiere un periplo attorno alla Terra assieme al dio Sole. Nel Nuovo Regno il culto funerario quindi subisce delle modificazioni: le tombe sono ipogei con corridoi decorati con testi che servono alla preservazione, alla trasfigurazione del corpo del sovrano, così il culto deve essere portato avanti in un altro luogo. Ecco quindi che sorgono i cosiddetti templi funerari o templi di milioni di anni. Di “milioni di anni” perché devono garantire per l’eternità che il culto del sovrano possa andare avanti. E questi templi sono situati sempre a Tebe Ovest, però distanti rispetto alla Valle dei Re”. Torniamo al papiro dello sciopero: gli operai decidono nel 29mo anno di Ramses III di smettere di lavorare. Se ne vanno dalla Valle dei Re e, dice il testo, vanno a sedersi fuori del tempio funerario di Tutmosi III. Dicono che non torneranno al lavoro, dicono di mettersi in contatto con il loro signore perfetto, con il faraone, perché da due mesi non ricevono unguenti, non ricevono panni, non ricevono cibo e finché non verranno pagati non proseguiranno con le loro attività. “Sappiamo”, ci fa sapere Greco, “anche se il testo questo non ce lo dice, che torneranno poi a lavorare, che la situazione si risolverà, ma capiamo anche in quale crisi economica profonda l’Egitto stia entrando. Di lì a poco, nell’età di Ramses XI, sarebbe finito il Nuovo Regno, e il Paese sarebbe entrato nel Terzo Periodo Intermedio. Un momento in cui il centro di potere non sarà più unico: il potere politico sarà diviso all’interno dell’Egitto, e il Paese conoscerà anche un momento di compressione economica. Non saranno più in grado – ad esempio – di andare in Libano per reperire il legno di cui avevano bisogno per costruire sarcofagi. Ecco quindi che questo è un documento storico importantissimo perché ci fa capire anche le trasformazioni che l’Egitto sta subendo”.

L’importante papiro da Deir el Medina con il disegno architettonico della tomba di Ramses IV conservato al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

Il Giornale della necropoli. Di grandissima importanza sono anche i frammenti del cosiddetto “giornale della necropoli”, giornale che ci racconta quello che avveniva, chi andava al lavoro, chi non andava al lavoro, le motivazioni per cui non andava, e avvenimenti storici. “Un papiro – racconta il direttore – annuncia la morte di Ramses III e la salita al trono di Ramses IV. È bellissimo vedere in che modo questo viene detto: “il falco è volato in cielo”, e il nuovo sovrano adesso “è seduto sul trono di Horus”. Non si dice “il sovrano è morto” ma “il falco è volato in cielo” dove il falco rappresenta Horus, che è il figlio di Osiride, il vendicatore del padre, e che è il dio della regalità, che si incarna di sovrano in sovrano, vola in cielo per poi incarnarsi di nuovo nel sovrano successivo il giorno dopo. La linea dinastica è garantita. La continuità di Maat in Egitto è garantita. E questo è simbolo di stabilità e di continuità all’interno dell’Egitto”. In un altro frammento molto importante che risale all’epoca di Ramses IV, il sovrano dice di aumentare a 120 il numero degli operai che devono lavorare alla sua tomba. “Tra i compiti che il nuovo sovrano aveva era quello di garantire che la costruzione della propria tomba potesse andare avanti. Questo non ci deve stupire. Quando si arrivava all’apice del cursus honorum era ovviamente importante dare un’accelerazione alla costruzione della propria tomba che era la casa per l’eternità, il luogo in cui il sovrano sarebbe vissuto per sempre”. E proprio dello stesso sovrano Ramses IV il museo Egizio conserva uno dei documenti più importanti che ci siano pervenuti dall’antico Egitto che è la pianta della tomba stessa di Ramses IV: vi è il corridoio, una porta, un secondo corridoio, un’altra porta, una stanza, e un’altra porta che dà accesso alla camera sepolcrale dove al centro si trova il sarcofago di Ramses IV, di cui si vede il coperchio. “È un documento importantissimo perché presenta un progetto architettonico in cui non solo c’è la pianta, ma in ieratico, la scrittura corsiva, vengono anche indicati che tipo di ambienti sono e le loro dimensioni. Questo ci attesta in che modo si potesse costruire. Il fatto di avere un disegno architettonico ci fa capire anche quale fosse la capacità di pensare in astratto e di progettare in astratto di modo che poi gli operai potessero lavorare all’interno della Valle dei Re”.