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“MINERVA MEDICA Ricerche, scavi e restauri” (Electa): presentata la prima monografia su uno dei monumenti più singolari della Roma del IV secolo

La copertina del libro “MINERVA MEDICA Ricerche, scavi e restauri” curata per Electa da Mariarosaria Barbera e Marina Magnani Cianetti

È la prima monografia completa su uno dei più singolari e arditi monumenti del IV secolo a Roma destinato a esercitare una forte influenza nell’architettura moderna e ad essere protagonista di una straordinaria fortuna visiva nel vedutismo: il tempio di Minerva Medica a Roma. La pubblicazione “MINERVA MEDICA Ricerche, scavi e restauri” curata per Electa da Mariarosaria Barbera e Marina Magnani Cianetti è stato presentato giovedì 7 novembre 2019 al Planetario delle Terme di Diocleziano da Daniela Esposito dell’università La Sapienza di Roma, e Rita Volpe della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con la partecipazione di Antonio Lampis, direttore generale Musei. Per le sue imponenti dimensioni e per la sue avveniristiche soluzioni costruttive, essendo rimasto sempre visibile nel suo stato di maestosa, isolata rovina, il cosiddetto Tempio di Minerva Medica ha costituito un modello esemplare per gli architetti a partire dal Rinascimento e uno dei monumenti più riconoscibili e immortalati nelle vedute di Roma, fino agli sconvolgimenti moderni dell’impianto del quartiere Esquilino, che hanno costretto l’edificio tra i binari della Stazione Termini e l’edilizia popolare del quartiere umbertino.

Il tempio di Minerva Medica sull’Esquilino a un passo dalla stazione Termini di Roma

Il volume comprende importanti contributi sul contesto antico e moderno, gli esiti dell’indagine archeologica delle preesistenze, l’analisi accurata della struttura tipica dell’età tardoantica con la sua amplissima cupola illuminata e alleggerita da finestroni con inediti rendering che mostrano come l’aula principale e gli annessi dovessero essere arricchiti da una sontuosa decorazione. All’accurata descrizione della storia conservativa dell’edificio fino ai più recenti restauri, segue un ricco album di immagini con una selezione di dipinti, disegni, stampe e fotografie, anche meno noti, che illustrano la vita della struttura dall’età più antica alla contemporaneità.

Tesori italiani all’estero. Dal museo Archeologico nazionale di Firenze la kylix attica di Chachrylion vola in prestito per 4 anni al Met di New York. Il direttore Iozzo: rappresenta Eros in una forma primordiale, forza dell’armonia del cosmo, da cui scaturisce la creazione

La kylix di Chachrylion in vetrina al museo Archeologico nazionale di Firenze: per quattro anni, fino al 2023, sarà esposta al Met di New York (foto Maf)

La kylix di Chachrylion con l’Eros alato è volato dal museo Archeologico nazionale di Firenze al Metropolitan Museum of Art di New York dove rimarrà quattro anni. La preziosa coppa corallina con la raffigurazione di Eros, firmata dal vasaio ateniese Chachrylion, datata al 510 a.C. e proveniente da Orvieto, ha attraversato l’oceano per essere esposta al Met. Il prestito, concesso per ben 4 anni, rientra nel quadro dell’Accordo Internazionale Italia-USA firmato nel 2006, in base al quale gli USA hanno restituito molte opere d’arte antica e moderna illecitamente uscite dall’Italia, mentre il nostro Paese concede prestiti a lungo termine e favorisce mostre importanti con opere che generalmente sarebbero difficilmente concesse. La coppa resterà a New York da ottobre 2019 a ottobre 2023; in occasione del trasferimento il direttore del museo Mario Iozzo ha tenuto una conferenza per illustrare l’importanza del vaso e i vari aspetti che lo rendono così raro e speciale. Al suo posto, nel museo fiorentino, è stata collocata un’analoga coppa, della medesima importanza, custodita da decenni nei magazzini, con una singolare raffigurazione di Efesto (dio del fuoco e dei lavori artigianali, quindi anche dei vasai stessi e dei pittori che lo raffiguravano), assiso su un singolare trono alato, probabilmente forgiato da lui stesso, dio dei metalli e delle tecniche di fusione! Esiste solo un’altra raffigurazione simile, su una coppa attica a figure rosse della stessa epoca, oggi esposta nel museo di Berlino.

L’esterno della kylix di Chachrylion con le imprese di Teseo (foto Maf)

All’esterno della coppa – spiegano gli archeologi del Maf – si trovano le imprese di Teseo, mentre l’interno è dipinto con vernice corallina e decorato da una figura centrale isolata, nel tondo: Eros alato che sembra sospeso nel vuoto. Il dio, rappresentato in questo periodo come un giovane nudo (e non, ancora, con l’immagine del puttino che ci è tanto familiare), è ritratto con una prospettiva piuttosto contorta, con il torso di prospetto, le gambe di profilo e le ali una dietro l’altra. Fluttua in aria, mentre regge un fiore di loto, simbolo di bellezza, desiderio e fertilità. Questa pittura vascolare è ritenuta una delle più antiche raffigurazioni sulla ceramica attica di Eros senza Afrodite, e sembra rientrare in un filone iconografico del dio sviluppatosi proprio a partire dagli ultimi decenni del VI secolo, probabilmente in relazione alla creazione di culti ufficiali in suo onore ad Atene.

Il volo di Eros al centro dell’interno della La kylix di Chachrylion (foto Maf)

È un dio strano, Eros – continuano gli esperti del Maf -: non è annoverato tra gli dei dell’Olimpo da Omero, ma sarebbe, secondo le più antiche cosmogonie, la forza creatrice primigenia a cui si deve addirittura l’origine della stirpe divina; secondo Esiodo alla sua potenza sarebbero da ricondurre l’origine del Buio e della Notte, che a loro volta generano il Vento, la Luce del giorno e tutta la progenie di Urano e Gea. Secondo Platone l’etimologia del nome Eros lo qualificherebbe come “colui che scorre dentro” e altrove il filosofo si riferisce a lui come a un daimon, cioè una figura intermedia tra gli uomini e gli dei. Secondo le dottrine orfiche, che vivono nel VI secolo un periodo di particolare favore ad Atene, Eros sarebbe nato da un uovo d’argento. Alla sua schiusa, il giovane dio avrebbe svelato il contenuto dell’uovo, le due metà primordiali della Terra e del Cielo, che spinti dall’Amore avrebbero procreato tutti i loro discendenti.

Maio Iozzo, direttore del Maf

L’ipotesi del direttore del MAF Mario Iozzo è che si tratti proprio di questa versione di Eros quella che troviamo rappresentata sulla coppa fiorentina: “Non vediamo dove stia volando Eros, che sembra fluttuare tra terra e cielo, e il disegno nasconde un interessante dettaglio: i genitali del dio non ci sono, mentre in tutte le altre figure maschili che volano, nell’arte greca, si vedono sempre! E se questa omissione fosse voluta? Non potrebbe trattarsi di un riferimento alla natura androgina ed ermafrodita del dio? Nei Poemi Orfici si dice infatti che i suoi genitali fossero “posti dietro, verso l’ano”, e quindi non erano visibili di profilo, proprio come è nella nostra coppa. Questo Eros sarebbe dunque colui che garantisce, con la sua forza catalizzatrice e la spinta alla coesione, l’armonia del cosmo, da cui scaturisce la creazione; la forza inarrestabile da cui scaturisce la vita”.

Venezia intitola il museo di Storia Naturale a Giancarlo Ligabue, l’imprenditore-paleontologo che proprio a quel museo ha dato, in dono o in deposito permanente, oltre duemila reperti frutto delle sue spedizioni scientifiche in tutto il mondo, tra cui gli scheletri di un dinosauro e di un coccodrillo gigante

La locandina per l’intitolazione del museo di Storia Naturale di Venezia a Giancarlo Ligabue

Foto di gruppo per l’intitolazione del museo di Storia Naturale di Venezia a Giancarlo Ligabue

In cuor suo l’aveva sempre considerato il “suo” museo, perché era il museo della sua città, Venezia, che le aveva dato i natali e che non ha mai lasciato. Non è un caso che al ritorno dalle sue spedizioni scientifiche paleontologiche e archeo-antropologiche in tutto il mondo Giancarlo Ligabue al museo di Storia Naturale di Venezia avesse dato, tra donazioni e deposito permanente, oltre duemila reperti, alcuni eccezionali come gli scheletri di “ouranosaurus nigeriensis” e del coccodrillo “sarcosuchus imperator”, con una sola richiesta: che questo tesoro venisse “degnamente esposto”. Si può immaginare perciò prima la sua intima sofferenza a vedere il “suo” museo chiuso per anni per lavori di riallestimento, poi la gioia alla riapertura nel 2010, quando il paleontologo era già malato, di vedere il “suo” dinosauro nel nuovo percorso e di potersi intrattenere per un’ultima volta, come amava fare lui, con i giovani visitatori, raccontando loro aneddoti e avventure. A quasi cinque anni dalla morte, avvenuta nel gennaio 2015, del grande imprenditore-paleontologo, Venezia ha deciso di intitolare a Giancarlo Ligabue il museo naturalistico della città, tra i più visitati della Fondazione Musei Civici di Venezia, ospitato nel bellissimo edificio del XIII secolo che fu il Fontego dei Turchi, affacciato sul Canal Grande: dal 30 ottobre 2019 il nome ufficiale è museo di Storia Naturale di Venezia “Giancarlo Ligabue”. Una decisione presa nei mesi scorsi dalla giunta comunale di Venezia su richiesta del sindaco Luigi Brugnaro e appoggiata dalla presidenza e dalla direzione della Fondazione Musei Civici di Venezia e il 30 ottobre 2019 ufficialmente sancita, a ricordare la passione per la ricerca, ma soprattutto l’impegno profuso nei confronti di questo museo e della città, da parte dell’imprenditore – paleontologo Giancarlo Ligabue.

Giancarlo Ligabue, imprenditore e paleontologo, nella sua casa-museo sul Canal Grande a Venezia

Veneziano, alla guida di un’azienda di catering e approvvigionamenti navali ereditata dal padre e da lui resa internazionale, che festeggia quest’anno il primo secolo di attività, Giancarlo Ligabue (1931 -2015) era anche un appassionato studioso, ricercatore ed esploratore. Una personalità eclettica della cultura, un moderno avventuriero assetato di sapere e di conoscenza del passato come del presente, desideroso di capire i mondi e le culture diverse; un collezionista instancabile, sostenitore di giovani ricercatori e di grandi imprese scientifiche. Un uomo che ha saputo alternare la sua vita di imprenditore con quella di studioso – un dottorato in paleontologia alla Sorbona e cinque lauree honoris causa – attingendo al suo dna di esploratore per l’una e per l’altra attività.

Il logo del Centro studi e ricerche Ligabue

Con il Centro Studi e Ricerche Ligabue da lui istituito, forte di un comitato scientifico internazionale, Giancarlo ha promosso o sostenuto in 40 anni – spesso guidandole direttamente – oltre 130 spedizioni nei diversi continenti a fianco delle principali istituzioni scientifiche internazionali, scoprendo sei giacimenti di dinosauri, cinque di ominidi fossili, diverse etnie in via di estinzione o sconosciute al mondo occidentale, e ancora città sepolte, necropoli, insediamenti, centri megalitici, pitture e graffiti rupestri, nuove specie di animali e impronte fossili. Diversi gli ambiti di interesse – paleontologia, etnografia, archeologia, scienze naturali -, tantissime le pubblicazioni scientifiche, le testimonianze e i materiali documentari che oggi vengono valorizzati dalla Fondazione che porta il suo nome, voluta e presieduta dal figlio Inti Ligabue: un’istituzione che prosegue l’impegno del Centro Studi scegliendo la via della ricerca e della divulgazione, con l’intento di “conoscere e far conoscere” e con tante iniziative culturali offerte alla città.

Giancarlo Ligabue nel deserto del Tenerè nel sito di Gadoufaoua (Niger)

Il rapporto tra Giancarlo Ligabue e il museo di Storia Naturale di Venezia inizia nella metà degli anni Settanta del Novecento in seguito a una missione di scavo organizzata dal paleontologo-imprenditore veneziano nel deserto del Ténéré, nel Niger orientale, in collaborazione con Philippe Taquet del museo nazionale di Storia Naturale di Parigi. Le operazioni di scavo iniziarono il 17 novembre del 1973 nel sito di Gadoufaoua (Niger) – che significa “dove fuggono i cammelli” – e si protrassero per circa un mese. La vastità e la ricchezza del giacimento permisero di raccogliere un’enorme quantità di fossili che, consolidati dai tecnici della spedizione, vennero trasportati in Europa per essere restaurati e studiati al museo parigino. Si tratta di fossili di organismi vissuti nel Cretaceo inferiore, circa 110 milioni di anni fa, che testimoniano un clima caldo umido con un paleoambiente caratterizzato da una foresta tropicale con alberi alti fino a trenta metri e grandi zone paludose in cui vivevano pesci e molluschi.

Giancarlo Ligabue al museo di Storia Naturale di Venezia davanti al dinosauro scoperto in Niger e donato alla sua città

Tra i fossili più importanti c’era lo scheletro quasi completo di un Ouranosaurus nigeriensis, lungo oltre sette metri. Giancarlo Ligabue decise di donare alla città di Venezia lo scheletro del dinosauro – l’unico pressoché completo in un museo italiano – assieme ad altri fossili dello stesso giacimento e ad un impressionante scheletro di coccodrillo Sarcosuchus imperator, la specie di coccodrillo più grande mai esistita. Gli straordinari reperti vennero trasportati a Venezia ed esposti al pubblico nel 1975. Ligabue voleva che il materiale donato venisse “degnamente esposto”: volle essere coinvolto nella sistemazione dei reperti paleontologici all’interno del museo e partecipò alle spese di trasporto e allestimento. Per Giancarlo il museo divenne l’altra grande passione della vita. Vedere i bambini ammirati davanti al “suo” dinosauro lo emozionava. Prima quasi dimenticato, il museo veneziano ricevette da questo straordinario evento un nuovo slancio. Nel 1978 il sindaco di Venezia Mario Rigo nominò Ligabue presidente del museo, una carica onorifica ma che investì Giancarlo di nuovo entusiasmo. Fu anche presidente del comitato scientifico internazionale che egli stesso aiutò a comporre insieme all’allora direttore.

Inti Ligabue alla cerimonia di intitolazione del museo di Venezia al padre Giancarlo

Al museo, frutto di campagne di scavo e spedizioni scientifiche in tutto il mondo, Giancarlo Ligabue donò e diede in deposito permanente, a partire dagli anni Settanta e poi per la riapertura delle sale espositive tra il 2010 e il 2011, oltre 2000 reperti. Negli anni Ottanta e Novanta furono sviluppati anche singoli progetti di allestimento con materiali della sua collezione: una saletta di museologia scientifica al piano terra; la sala di icnologia, originalissima, che conteneva una straordinaria raccolta di impronte e tracce fossili. La grande mostra “I Dinosauri del Deserto del Gobi” del 1992, ispirata dalle spedizioni in Mongolia finanziate dal Centro Studi e Ricerche, grazie all’intermediazione di Giancarlo presentò per la prima volta in Occidente molti scheletri completi di dinosauro, facendo registrare oltre 120mila visitatori. Un numero sorprendente se si pensa che nel decennio precedente la media era attestata attorno ai 20mila visitatori l’anno.

L’esploratore Giovanni Miani

Oggi la prima sala del museo di Storia Naturale di Venezia divenuto, con i suoi 80mila visitatori annui, uno dei più visitati in laguna – una sala di grande effetto scenico, portale d’accesso alla sezione paleontologica – è dedicata proprio alla spedizione che Giancarlo Ligabue organizzò nel deserto del Ténéré e ai due giganteschi, straordinari reperti che hanno resa famosa quell’avventura, celebrata dalla stampa internazionale e di tutto il mondo. Quindi, nella sezione del museo dedicata agli “esploratori veneziani, racconti di viaggi, ricerche e spedizioni”, la figure di Giancarlo è ricordata in un’apposita sala, accanto a grandi protagonisti delle ricerche di fine Ottocento-inizi Novecento, come Giovanni Miani e Giuseppe de Reali. L’intitolazione ora del ma Giancarlo Ligabue segna la definitiva consacrazione di un legame di affetto e il riconoscimento di una generosità e di un impegno fondamentali, mai sopiti.

Il Fontego dei Tedeschi, sede del museo di Storia Naturale di Venezia, con la piroga proveniente dalla Nuova Guinea conservata nell’affaccio del palazzo

Un uovo di dinosauro della Collezione Ligabue

La collezione Giancarlo Ligabue, conservata al museo di Storia Naturale di Venezia, conta oltre 2000 reperti di paleontologia, etnografia, archeologia, scienze naturali, frutto di campagne di scavo e spedizioni scientifiche in tutto il mondo. La maggior parte dei reperti si può ammirare lungo il percorso espositivo, in particolare nella sezione paleontologica “sulle tracce della vita” e nella sala dedicata al Centro Studi e Ricerche Ligabue della sezione “Raccogliere per stupire, raccogliere per studiare”. Tra i reperti più significativi – come si diceva – lo scheletro di Ouranosaurus nigeriensis con i reperti provenienti dalla spedizione nel deserto del Ténéré; un ricca collezione di uova dinosauro e icnofossili, la piroga proveniente dalla Nuova Guinea che caratterizza l’affaccio sul Canal Grande del museo; gli affascinanti crani degli antenati Asmàt; una raccolta di divinità antropomorfe; una serie di asce e strumenti delle diverse età dei metalli; uccelli, insetti e molluschi esotici.

L’esemplare di Ouranosaurus nigeriensis scoperto da Giancarlo Ligabue e simbolo del museo di Venezia

Ouranosaurus nigeriensis Gli ouranosauri, particolari iguanodonti ritrovati solamente a Gadoufaoua nel deserto del Ténéré, raggiungevano una lunghezza di sette metri, un’altezza di tre metri e un peso di forse due tonnellate. Il loro scheletro è massiccio, con zampe adatte a un’andatura fondamentalmente quadrupede, ma con la possibilità di utilizzare la postura eretta per raggiungere le parti più alte della vegetazione o per porsi in posizione di difesa. Le zampe posteriori sono fornite di tre dita con unghie a forma di zoccolo mentre quelle anteriori, a cinque elementi, presentano sia un “mignolo” estremamente flessibile e funzionale forse per la raccolta del cibo sia un “pollice” modificato in una struttura prominente appuntita, usata forse come arma o come strumento di richiamo sessuale. La bocca è caratterizzata dalla presenza di una sorta di becco privo di denti, utilizzato per afferrare e strappare vegetali; posteriormente si trovano due file di denti adatti a triturare il cibo. Caratteristica della specie è la presenza di lunghe spine neurali sulle vertebre dorsali e su parte di quelle caudali, probabilmente ricoperte dalla pelle in modo continuo a formare una lunga cresta rigida, una specie di “vela” le cui funzioni sono solamente ipotizzabili. È possibile che fosse usata come regolatore termico, per assorbire o rilasciare il calore a seconda delle necessità. Altre possibili funzioni potrebbero essere legate alla riproduzione (richiamo sessuale) o alla difesa (per sembrare più grande ai predatori).

Il fossile di Sarcosuchus imperator scoperto da Giancarlo Ligabue e conservato al museo di Venezia (foto da http://www.boneclones.com)

Sarcosuchus imperator Il sarcosuco è considerato la specie di coccodrillo più grande mai esistita: poteva raggiungere una lunghezza di 12 metri e pesare 8 tonnellate. Possedeva un centinaio di denti lunghi fino a 10 centimetri, robusti, lisci e arrotondati, adatti ad afferrare grosse prede e a frantumarne le ossa. I suoi denti superiori e inferiori, a differenza di quelli dei coccodrilli piscivori, non venivano a trovarsi intervallati a fauci serrate, poiché probabilmente non si nutriva solo di pesci di grossa taglia ma anche di animali terrestri come piccoli dinosauri. Come in tutti i coccodrilli, gli occhi e le narici situati sulla sommità del cranio gli permettevano di nuotare quasi completamente nascosto sotto il pelo dell’acqua, tendendo imboscate alle prede sulle rive dei fiumi per poi trascinarle in acqua e ucciderle. Il corpo era ricoperto dorsalmente da file di piastre ossee sovrapposte a formare una sorta di armatura, estesa dal collo a circa metà lunghezza della coda che, assieme alla forma delle vertebre, limitava la flessibilità del corpo e la velocità dei movimenti. All’estremità del muso è presente una grossa protuberanza ossea arrotondata, simile a quella degli attuali gaviali indiani in cui, probabilmente, alloggiava un’ampia cavità nasale sferica denominata “bulla”. Gli studiosi ritengono che potesse migliorare l’olfatto e forse consentirgli di emettere richiami impressionanti analogamente a quanto fanno gli attuali gaviali in particolare durante gli accoppiamenti.

Icnofossili: tracce fossili lasciate dal passaggio di animali

Gli icnofossili Sono chiamati icnofossili le tracce fossili lasciate da antichi organismi nel loro ambiente come orme del passaggio di un animale, escrementi, resti di una tana o di un nido e molte altre tracce conservate nella roccia. Gli icnofossili sono di grande importanza per gli studi etologici sugli organismi estinti; grazie a essi si possono infatti ricostruire il loro comportamento, l’ambiente in cui essi si muovevano, il modo in cui si nutrivano, cacciavano, o più semplicemente si spostavano. I numerosi icnofossili esposti nel Museo, appartenenti alla collezione Ligabue, costituiscono una raccolta unica in Italia. Tra i reperti esposti in apposite teche trasparenti nel pavimento delle sale si possono notare le orme lasciate dai trilobiti nei loro spostamenti su un fondale marino del primo Paleozoico, le impronte dei primi vertebrati come quelle dell’Eryops, un grande anfibio che visse circa 300 milioni di anni fa, e quelle lasciate da un pelicosauro, un rettile sinapside del Permiano caratterizzato da una grande vela dorsale. Particolarmente interessanti sono l’ultimo percorso di un limulo sui sedimenti di una laguna del Giurassico e l’orma di un celurosauro, dinosauro carnivoro che visse in Istria nel Mesozoico, e la pista lasciata da un uccello nel fango eocenico della Provenza.

Inti Ligabue e Philippe Taquet del museo nazionale di Storia Naturale di Parigi che promosse la spedizione scientifica nel deserto del Tenerè con Giancarlo Ligabue

Il ritrovamento dell’Ouranosaurus nigeriensis nel deserto del Teneré dalal spedizione di Giancarlo Ligabue

La prima impresa scientifica giacimento di Gadoufaoua – deserto di Ténéré. Nel febbraio del 1973 fu organizzata da Philippe Taquet del museo nazionale di Storia Naturale di Parigi e da Giancarlo Ligabue una spedizione nel deserto del Ténéré (Niger orientale) alla ricerca dei dinosauri. Il giacimento individuato si estendeva su una superficie di circa 175 chilometri per 2 di larghezza con una potenza (spessore) calcolata in 60 metri, le qui rocce erano prevalentemente formate dal grés. Il periodo geologico, a cui il giacimento appartiene, è riferibile all’Aptiano-Albiano (circa 100 milioni di anni fa). È considerato uno dei giacimenti di dinosauri più vasti al mondo ed è costituito dall’antico letto di un grande fiume che nasceva dalle alte montagne allora esistenti nella vicina Nigeria. Nella parte a monte, le acque scendevano in modo impetuoso per poi calmarsi; a valle scorrevano tranquille in una vasta pianura formando ampie paludi, meandri, laghi, dove le continue alluvioni depositavano sabbie e finissimi sedimenti argillosi, creando così le condizioni ideali per la presenza di una folta e varia vegetazione, costituita prevalentemente da foreste di Araucaria e di felci. Il clima presente allora era di tipo caldo temperato. In questo ambiente si sono rinvenute, allo stato fossile, alcune presenze vegetali di Crittogame come le Felci e le prime Fanerogame con fiore (piante caratterizzate dal fiore e dal seme). Nella parte a valle del fiume, vivevano i Lepidotes, di grandi pesci che superano il metro di lunghezza. Si sono rinvenute diverse grosse conchiglie Unio, Lamellibranchi caratteristici delle acque dolci a lento scorrimento, alimento ricercato dei pesci presenti allora nel fiume. La spedizione ha rinvenuto carapaci di tartaruga e altri resti di piccoli rettili, nonché la mandibola di un gigantesco coccodrillo Sarcosuchus imperator, rassomigliante al Gaviale del Gange, lungo oltre 12 metri, esposto al museo naturale di Venezia, che è considerato uno dei più grandi coccodrilli mai esistiti. Il solo cranio misura un metro 60 di lunghezza circa. Per la sua vastità il giacimento fossilifero di Gadoufaoua, prima impresa scientifica del Centro studi Ligabue, potrebbe riservare nuove straordinarie scoperte.

Dentro il teatro dello scontro navale. A Vetulonia nella mostra-evento “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” il visitatore rivive la battaglia tra Greci, Etruschi e Cartaginesi nel mare Sardonio, con reperti preziosi, molti inediti

Il teatro della battaglia di Alalìa, ricreato a Vetulonia nel suggestivo allestimento di Luigi Rafanelli (foto Graziano Tavan)

La battaglia infuria. Lo scontro navale tra Greci, Etruschi e Cartaginesi è cruento. E non sono echi lontani. Siamo proprio in mezzo al teatro della battaglia ricreata nella “sala delle vele” del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia per la mostra-evento “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” aperta fino al 3 novembre 2019 (catalogo Ara edizioni). Così dopo aver conosciuto motivazioni e obiettivi della mostra-evento 2019 di Vetulonia, ed esserci immersi fisicamente nel Mediterraneo di 2500 anni fa, navigando lungo le sue coste, incrociando sulle frequentate rotte marittime navi commerciali e militari per avere un’idea precisa della situazione geopolitica ed economico-sociale nel VI sec. a.C., prima e dopo la battaglia di Alalìa, con la seconda sala della mostra entriamo nel vivo della battaglia (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/17/al-museo-archeologico-di-vetulonia-centocinquanta-reperti-da-corsica-sardegna-toscana-museo-etrusco-di-villa-giulia-e-dal-nucleo-tutela-della-guardia-di-finanza-raccontano-la-storica-battaglia-del/ e https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/29/il-mediterraneo-nel-vi-sec-a-c-traffici-mercantili-ricerca-di-minerali-spostamenti-di-popolazioni-la-mostra-evento-di-vetulonia-illustra-la-situazione-geopolitica-prima-e-dopo-alalia/).

Una panoramica a 360° della sala delle Vele del museo di Vetulonia: è come essere in mezzo al Tirreno con uno sguardo sulle coste della Sardegna, della Corsica e dell’Etruria (foto Graziano Tavan)

Stando al centro della sala, è come fossimo su una delle pentareme impegnate nello scontro. Ci guardiamo attorno, circondati dal mare Tirreno che ribolle sotto i colpi cadenzati dei rematori, e scorgiamo a Nord-Ovest le coste della Corsica con il porto di Alalìa/Aleria; a Nord-Est si profila all’orizzonte la costa etrusca con la città di Populonia, e più giù, a Est, si staglia l’isola dell’Elba, e a Sud-Est l’altura di Vetulonia; e a Sud-Ovest si vede bene l’isola di Tavolara, davanti ad Olbia, in Sardegna. All’altezza delle Bocche di Bonifacio è ambientato lo scontro ricostruito dal genio immaginifico dell’architetto Luigi Rafanelli.

Una nave cartaginese, una greca e una etrusca impegnate nella battaglia di Alalìa, ricostruite per la mostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” (foto Graziano Tavan)

“La scena è rappresentata da tre navi in legno (una etrusca, una cartaginese e una greca)”, spiega l’architetto, “ricostruite filologicamente nella dimensione all’incirca di metà del vero, in conflitto armato tra di loro, che fuoriescono improvvisamente da un sipario dove è raffigurato il mare aperto e irrompono sul palcoscenico”. La nave etrusca affonda il rostro nella nave greca, affiancata da una cartaginese. “Alle navi, dalla parte opposta, vengono incontro schierate a flottiglia altre sei imbarcazioni, cui alludono le vetrine alle quali è stata conferita una siffatta parvenza mediante il rivestimento della base in fasciame di legno, per l’assalto finale”. Ora, prima di osservare i preziosi reperti tra le vetrine, un consiglio: andate nella sala video, dietro il “teatro della battaglia”, e soffermatevi a guardare il video sulla battaglia di Alalìa. Se non l’avete fatto quando avete visitato il museo di Vetulonia, o non avete la possibilità di andare all’Archeologico “Isidoro Falchi”, ve lo proponiamo qui di seguito.

Sei vetrine come sei navi immaginarie con la stiva piena dei reperti provenienti dalle sponde del Tirreno prodotte dai popoli, che si sono scontrati nel mare Sardonio, nei secoli precedenti e successivi la battaglia navale del 540 a.C. Nelle prime tre sono esposti testimonianze dei popoli che si affacciavano sul mar Tirreno databili ai secoli precedenti la battaglia di Alalìa, cioè dalla prima Età del Ferro (IX sec. a.C.) alla metà del VI sec. a.C. Nelle altre tre vetrine possiamo conoscere i corredi dalla necropoli di Casabianda di Aleria, indagata negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, che ha restituito sepolture preromane con ricchi corredi posteriori alla battaglia di Alalìa.

Nella prima vetrina la presenza degli Etruschi in Sardegna nella prima Età del Ferro (foto Graziano Tavan)

Nel primo “bastimento” ecco la presenza degli Etruschi in Sardegna nella prima Età del Ferro: vediamo ossuari biconici, ben attestati nei centri protostorici dell’Etruria, recuperati dalla Guardia di Finanza. E poi materiali sardi ed etruschi tra l’età villanoviana e il periodo arcaico (IX-V sec. a.C.) provenienti da Tharros e il suo territorio, e conservati all’antiquarium Arbonense di Oristano: spilloni, brocchette, kantharos, oinochoe, pintadere, aryballoi. Accanto testimonianze etrusche in Corsica prima e dopo Alalìa: pendenti, collane, fibule, coppe (talora etrusche e corse affiancate) alcune delle quali conservate al museo Archeologico nazionale di Firenze.

Nella seconda vetrina la presenza dei Fenici in Sardegna (foto Graziano Tavan)

Nel secondo “naviglio” il carico ci porta a riconoscere la presenza dei Fenici in Sardegna con reperti conservati sempre nell’antiquarium di Oristano: esempi di ceramica fenicia (600-540 a.C.) sono brocche, piatti ombelicati, oil bottle (per contenere profumi e unguenti), vasi a chardon (a forma di fiori di cardo), un askos a forma di cavalluccio con cavaliere da esibire sulla tavola durante il banchetto, e ancora punte e puntali di lance (purtroppo l’asta in legno non si è conservata).

La terza vetrina è dedicata all’Olbia fenicia e all’Olbia greca (foto Graziano Tavan)

A Olbia è dedicata la terza vetrina. “Proprio il territorio di Olbia”, spiega Rubens D’Oriano, del comitato scientifico della mostra, “si è dimostrato particolarmente adatto all’insediamento umano: un porto naturale tra i più riparati dell’intero Mediterraneo, affacciato sulle principali rotte tirreniche e con bassi fondali adatti alla cattura e allevamento del pesce e alla raccolta del sale; un rilievo modesto, ininterrottamente occupato dall’area urbana, con una falda perenne di acqua dolce; una piana circostante ricca di acque e orlata di colline che la proteggono dai venti”. Gli scavi archeologici hanno confermato l’insediamento più antico, fenicio, anche se grazie a ritrovamenti di ceramiche fenicie in contesti più tardi; e poi la Olbia greca tra il 630 e il 510 a.C.: ecco un’hydria, un’oinochoe, una testina fittile, una coppa da vino corinzia, tutte di produzione greca, prestate dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Province di Sassari e Nuoro.

Nella quarta vetrina alcuni corredi dalle sepolture della necropoli di Casabianda di Aleria e conservati nel musée d’Archéologie d’Aléria (foto Graziano Tavan)

Con la quarta vetrina cominciamo a conoscere alcuni corredi dalle sepolture della necropoli di Casabianda di Aleria e conservati nel musée d’Archéologie d’Aléria. Innanzitutto due oggetti eccezionali dalla Tomba 98 con due deposizioni databili tra il 475 e il 425 a.C.: sono il cratere attico a colonnette a figure rosse attribuito al Pittore di Pan e la kylix attica a figure rosse del Pittore di Pentesilea. Accanto due oggetti, meno appariscenti, dalla Tomba 155A, con deposizione femminile databile al 440 a.C., una brocca etrusca in bronzo a becco, e a un balsamario punico in pasta vitrea dalla Tomba 175 associato a sepolture del 430-405 a.C.

Nelal quinta vetrina reperti databili tra il V e IV sec. a.C. provenienti dal museo di Aleria (foto Graziano Tavan)

Nella quinta vetrina si esamina un’epoca un po’ più recente: reperti databili tra il V e IV sec. a.C. Ancora dalla Tomba 155A un colino in bronzo, coppe in ceramica di età ellenistica, mentre dalla Tomba 155B, con sepoltura maschile databile al 420 a.C., una serie di kyathos (specie di bicchieri-mestolo) rocchetto in bronzo e una lekythos attica a figure rosse. Dalla Tomba 155C, maschile, databile al 325 a.C., ceramica indigena corsa. E da tombe diverse, oggetti per il simposio come bacili, simpolum (mestoli), infundibulum. Dalla Tomba 85 un glaux (coppetta) di tipo attico prodotta in Etruria. E dalla grande Tomba 129B a camera (325 a.C.) il cratere a campana etrusco a figure rosse.

Nella sesta vetrina reperti databili al III sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

Con la sesta e ultima vetrina, vediamo affacciarsi in Corsica la presenza romana. Si comincia con un’oinochoe con bocca a cartoccio a figure rosse del gruppo Torcop e Pittore di Populonia, proveniente dalla Tomba 129C (300 a.C.). Quindi dalla Tomba 31 uno skyphos etrusco a vernice nera sovradipinta; in ceramica fine ecco un’olpetta (T 45), un’oinochoe (T 83), un’anfora (T 118B). Nella Tomba 46 troviamo invece ceramica fine da mensa di tipo campano, un boccalino corso in impasto, un’olletta di produzione indigena. Infine dalla Tomba 53, a camera, a inumazioni multiple, oinochoe e piatto in ceramica di Gnathia, skyphoi ceretani, piattelli Genucillia, ceramica di produzione etrusca e protocampana: materiali databili tra il 340 e il 280 a.C. I romani sono ormai alle porte: nel 259, durante la prima guerra punica, conquistano Alalia che viene chiamata Aleria, nome che conserva ancora oggi.

(3 – fine; gli altri post sono usciti il 17 e il 29 ottobre 2019)

Il Mediterraneo nel VI sec. a.C.: traffici mercantili, ricerca di minerali, spostamenti di popolazioni. La mostra-evento di Vetulonia illustra la situazione geopolitica, prima e dopo “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia”, con reperti da Corsica, Etruria e Sardegna e un capolavoro: il dinos di Exekias

Il grande pannello con la situazione del Mediterraneo all’inizio del VI sec. a.C. nellamostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia” a Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” al museo di Vetulonia dal 9 giugno al 3 novembre 2019

Il Mediterraneo all’inizio del VI sec. a.C. è un mare trafficato, solcato dalle navi commerciali di Fenici, Greci, Cartaginesi, Etruschi alla ricerca di minerali per forgiare il bronzo, favorendo i l contatto e lo scambio tra i diversi popoli. Lo si vede molto bene nel grande pannello che accoglie i visitatori annunciando il tema affrontato nella prima sala della mostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia fino al 3 novembre 2019 (catalogo Ara edizioni), curata da Simona Rafanelli, direttore del museo di Vetulonia: capire quali erano gli attori alla vigilia della battaglia del mare Sardonio, quali erano le condizioni economiche e sociali dei popoli che vivevano all’epoca sulle sponde del Mediterraneo, quali erano le strutture disponibili. Così dopo aver conosciuto motivazioni e obiettivi della mostra-evento 2019 di Vetulonia, avere avuto conto dei reperti esposti e con quale allestimento (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/17/al-museo-archeologico-di-vetulonia-centocinquanta-reperti-da-corsica-sardegna-toscana-museo-etrusco-di-villa-giulia-e-dal-nucleo-tutela-della-guardia-di-finanza-raccontano-la-storica-battaglia-del/) ora immergiamoci fisicamente nel Mediterraneo di 2500 anni fa, e navighiamo lungo le sue coste, incrociando sulle frequentate rotte marittime navi commerciali e militari. Basta scorrere i grandi pannelli che si dipanano lungo le pareti intervallati, agli angoli, a vetrine con oggetti significativi sui temi affrontati.

Le correnti marine nel Mediterraneo (foto Graziano Tavan)

La Corsica e le rotte di navigazione. Alalìa era un oppidum sulla costa nord-orientale della Corsica, organizzato come un emporion, cioè un porto aperto agli scambi marittimi su ampia scala. Se poi si studiano le correnti marine, si capisce subito che Alalìa non è nata lì per caso, ma per la sua posizione strategica: correnti specifiche portano facilmente verso Nord dal mar Ligure fino a oltre i Pirenei. La navigazione è anche guidata dai fari posti sui promontori, e Capo Corso – secondo Erodoto – era un “promontorio sacro” (hieron), in particolare Capo Sacru che controlla il canale di Corsica.

La posizione delle miniere e le rotte del commercio dei metalli nel VI sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

La ricerca dei minerali. Il rame (dal III millennio a.C.) e poi lo stagno (dal II millennio a.C.), necessario per realizzare il bronzo, sono al centro dei grandi flussi commerciali nel Mediterraneo. Nel Canale di Corsica e nelle Bocche di Bonifacio sono stati trovati molti relitti carichi di lingotti di rame e stagno. Nell’entroterra di Aleria (l’Alalìa romana) erano presenti miniere di rame. La metallurgia del ferro si diffonde nel Mediterraneo occidentale nel I millennio a.C. I ricchi giacimenti dell’isola d’Elba e del territorio di Populonia fanno del Tirreno settentrionale un grande polo industriale. L’intensa produzione di carbone da legna, necessario per la lavorazione del ferro, porta i Greci a chiamare l’isola d’Elba Aethalia (colei che fuma). La miglior qualità del minerale di ferro delle Colline Metallifere in Etruria e dell’isola d’Elba viene privilegiata a quello delle miniere corse, già sfruttate da secoli. Ciò porta a creare dei collegamenti privilegiati tra la Corsica e Populonia. Ma anche dalla Corsica alla Sardegna, ricca di rame.

Nave etrusca: particolare dell’affresco conservato all’intermo della Tomba della Nave a Tarquinia

Alalìa, un emporion in Corsica. Il Mediterraneo arcaico è un’area di grande mobilità. Il commercio si basa su una vera e propria rete di insediamenti, emporia, porti aperti a innumerevoli attori e intermediari. Le varie comunità possono avere un quartiere o una strada, a volte perfino il loro santuario. Alalìa è probabilmente un emporion di questo tipo, dove i Corsi sono in contatto con Etruschi, Greci e Fenici. Il trasporto marittimo avviene con imbarcazioni a forma arrotondata. Hanno una vela quadrata tessuta in lino, fissata su una trave orizzontale saldamente attaccata all’albero maestro. La nave etrusca della Tomba della Nave (Tarquinia) attesta la comparsa, nel VI sec. a.C., di un secondo albero verticale posto nella parte anteriore dell’imbarcazione per facilitare le manovre. L’onomastica della rosa dei venti, che i marinai usano ancora oggi, tradisce la sua origine antica, con il Mediterraneo centrale come punto di riferimento focale. Così il vento da Nord-Est viene dalla Grecia (è il Grecale), quello da Sud-Est dalla Siria (è il Sirocco), il vento da Sud-Ovest dalla Libia, nome antico dell’Africa (è il Libeccio). Ed infine il più forte e potente il Magister (Magistrale) che soffia come vento maestro da Nord-Ovest.

Lo stagno di Diana ad Aleria in Corsica che probabilmente fu il porto principale di Alalìa

I porti naturali della Corsica orientale. A Nord le piccole insenature di Capo Corso possono servire da rifugi sicuri durante la pericolosa traversata del Canale di Corsica. A Sud i golfi profondi di Porto Vecchio e Sant’Amanza, vicino alle Bocche di Bonifacio, sono siti portuali di qualità superiore. Al centro, all’altezza di Cerveteri e Vetulonia sul litorale opposto, la pianura è regolarizzata da un lido sabbioso che protegge molti stagni. Eccetto lo stagno di Diana, probabilmente il porto principale di Alalìa, i cui fondali superano i 30 metri, gli stagni sono generalmente poco profondi, e nei secoli si sono gradualmente prosciugati: come lo stagno del Sale, vicino a Aleria. O sono in fase di riempimento come lo stagno di Chjurlino, il più grande porto naturale dell’isola, dove, nel 1777, durante lo scavo di un canale, fu trovato il relitto del Golo (VII-VI sec. a.C.), che fortunatamente fu studiato prima della sua decomposizione per l’assenza di qualsivoglia forma di protezione. Lo scafo, 14,1 metri di lunghezza per 2,6 di larghezza, combinava la tecnica cucita a quella delle mortase e tenoni: ricorda le navi iberiche di influenza punica e greche di Marsiglia. Il relitto del Golo è il più antico documentato ad oggi e testimonia l’importanza dei siti portuali naturali della Corsica orientale. Questi golfi, insenature e stagni avevano, in epoca arcaica, rapporti diretti con i grandi porti etruschi di Caere, Tarquinia, Vulci, Vetulonia e Populonia, ma anche con quelli ellenici della Magna Grecia e della Sicilia, così come i porti fenici della Sardegna.

Una panoplia dal museo di Aleria in Corsica in mostra a Vetulonia: la machaira (grande spada a lama ricurva) italica all’elmo Negau di tipo etrusco (foto Graziano Tavan)

La ricostruzione di una trireme greca proposta nella mostra di Vetulonia (foto Graziano Tavan)

La guerra navale. La distinzione tra una nave da guerra e una mercantile inizia a metà del II millennio a.C. anche se le attività mercantili e militari rimangono strettamente connesse. Le navi da guerra sono caratterizzate da un rapporto ben superiore tra la lunghezza e la larghezza. Sono azionate da remi ed è la velocità la loro arma in quanto la lotta consiste nello sventrare l’imbarcazione nemica con uno sperone, pesante e robusto pezzo di bronzo affusolato posto nella parte anteriore della nave. Alcuni soldati, principalmente arcieri, sono posizionati su piccole piattaforme a prua e a poppa. L’attrezzatura dei soldati etruschi evolve al VI sec. a.C. con l’introduzione del casco conico del tipo “Negau” e della spada a lama curva (la machaira) insieme allo scudo rotondo, all’armatura che protegge il torace e il cuore (cardiofilax), ai gambali (cnemidi), alla lancia, al pugnale e all’arco. Le navi raffigurate sulle ceramiche permettono di identificare i pentecontori già all’VIII sec. a.C. coi loro 50 vogatori, 25 su ciascun lato. È la nave di Ulisse nell’Odissea oppure la nave di Argo che trasporta gli Argonauti. Intorno al 700 a.C. si evolve il sistema di navigazione ovvero si ha una nuova disposizione dei vogatori che sono posizioni su due livelli da ambo i lati. Quest’imbarcazione viene chiamata bireme. I pentecontori focei sono tra i più potenti. Erodoto descrive la partenza dei Focei dalla loro metropoli sotto la minaccia dei Persiani, nel contesto delle Guerre Persiane: nel 545 a.C. uomini della città, donne, bambini, con le loro statue, offerte e “tutto ciò che gli apparteneva” si imbarcano in direzione di Alalìa. La trireme corrisponde a un’altra evoluzione della navigazione alla fine del VII sec. a.C. È azionata da 170 vogatori che, probabilmente, erano ripartiti su tre livelli. Lunga 35 metri e larga 5,50 metri, era molto maneggevole grazie al suo basso pescaggio. La trireme diventa quindi la grande forza delle flotte elleniche.

Una delle tre pentecontere dipinte sul dinos di Exekìas conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma

La mappa della battaglia di Alalia, oggetto della mostra di Vetulonia

La battaglia di Alalìa. Molto attivi all’inizio del VI sec. a.C., i Focei fondano diversi emporia: prima Massalia (Marsiglia) nel 600 a.C. , poi dal 565 a.C. si stabiliscono ad Alalìa, un oppidum preesistente. Per approvvigionare i Focei, si stima fossero 15mila, servivano 10mila ettari di terreno a coltura. Con la presa della metropoli focea nel 545 a.C. da parte delle truppe persiane di Ciro, altri 500-1500 focei furono costretti all’esilio. Un piccolo numero, è vero, ma che mandò in crisi l’equilibrio raggiunto nello spazio tirrenico. Secondo Erodoto gli ultimi arrivati si alla pirateria e a incursioni “presso tutti i popoli vicini”. Di conseguenza le città marittime etrusche, preoccupate per la difesa delle loro aree di influenza diretta, organizzano con i loro alleati punici, saldamente stabiliti in Sardegna, una risposta militare che coinvolge rispettivamente 60 navi, i Focei ne oppongono altrettante 60. Così, nel 540 a.C. si svolge in mare, tra le Bocche di Bonifacio, Alalìa e Pyrgi, una delle più grandi battaglie del Mediterraneo nell’Antichità, che coinvolgerà 180 galere e oltre 14mila uomini, tutto ciò per il controllo di Alalìa.

Il sacrificio di prigionieri (in questo caso troiani) dipinto all’interno della tomba François a Vulci (foto museo della Badia Vulci)

Le conseguenze della battaglia di Alalìa. Le conseguenze immediate della battaglia di Alalìa sono catastrofiche per i Focei stabiliti in Corsica. Le tecniche di combattimento navale per immobilizzare le navi nemiche con potenti speroni spiegano il gran numero di prigionieri e i naufraghi recuperati dalle imbarcazioni ancora in grado di navigare. La maggior parte dei prigionieri focei appartiene ai capi di Agyla (nome greco di Caere-Cerveteri), che dimostra chiaramente il ruolo dominante di questa città nella coalizione etrusca. Sarebbero stati lapidati nel santuario di Monte Tosto, vicino alla città dove, da quel momento in poi, fenomeni nefasti avrebbero colpito i passanti. Gli abitanti di Agyla consultano allora la pizia di Delfi che ordina loro ricchi sacrifici e l’organizzazione di giochi rituali. I Focei sopravvissuti alla battaglia ritornano ad Alalìa e abbandonano rapidamente la Corsica. Imbarcano i loro figli, le loro mogli e tutto ciò che possono trasportare di quello che resta dei loro beni, a bordo delle venti navi sopravvissute alla battaglia, per prendere la direzione di Reghion e Hyele (Velia). Si stima che lasciano la Corsica 5mila Focei, cioè 1600 famiglie. Altra conseguenza, a più a lungo termine, è l’egemonia etrusca che si estende nello spazio tirrenico per sessant’anni. Con la battaglia di Imera (480 a.C.) in cui i Corsi partecipano a fianco di Cartaginesi, Iberi, Liguri, Elisichi e Sardi, emerge una nuova potenza, i Greci di Siracusa, introduce un nuovo equilibrio geopolitico. Dopo la vittoria navale di Cuma nel 474 a.C. contro gli Etruschi, i Siracusani si impongono come padroni assoluti del mar Tirreno.

La prima sala della mostra di Vetulonia “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” con, al centro, il dinos di Exekias (foto Graziano Tavan)

Exekias me poiese (Exekias mi ha fatto). è la firma, rarissima, del grande vasaio e ceramografo sul dinos attico (foto Graziano Tavan)

“A rendere particolarmente preziosa questa prima stanza della mostra è la vetrina centrale in cui campeggia il celeberrimo dinos attico frammentato”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli che ha curato l’allestimento, “che presenta sull’orlo interno del collo la raffigurazione di due pentecontere, il tipo di nave protagonista della battaglia di Alalìa, e, all’esterno del collo, la firma rarissima (se ne contano solo 14 in tutta la sua vasta produzione) di Exekias, il grande vasaio e ceramografo ateniese vissuto alla metà del VI sec. a.C., conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma e di ritorno dalla grande mostra in suo onore a Zurigo. Per la straordinaria qualità artistica delle sue opere, per la coincidenza temporale della sua realizzazione con la data della battaglia intorno al 540 a.C. e per l’eccezionale riproduzione delle navi da guerra, il vaso è stato assunto come logo della mostra”.

(2 – continua; il primo post è uscito il 17 ottobre 2019)

Ercolano. Riapre al pubblico, dopo più di trent’anni, il “cantiere open” della Casa del Bicentenario al crocevia tra città antica e città moderna, ma anche tra conservazione del passato e valorizzazione del futuro. I complimenti del ministro Franceschini: “Esempio di collaborazione tra pubblico e privato”. Storia della scoperta e dei restauri

Riapre a Ercolano la Casa del Bicentenario: la locandina dell’evento (foto Paerco)

Il ministro Dario Franceschini taglia il nastro per la riapertura della Casa del Centenario con Osanna, Bonajuto e Sirano (foto Paerco)

Giovedì 24 ottobre 2019: riapre al pubblico, dopo più di trent’anni, il “cantiere open” della Casa del Bicentenario a Ercolano. Ai visitatori si aprono le porte della dimora per entrare in alcuni ambienti di un gioiello di vita domestica antica, nonché laboratorio di conservazione per il futuro. Dopo il successo delle precedenti esperienze, diventa stabile il progetto di condivisione del dietro le quinte dei cantieri di conservazione messo in atto dal Parco Archeologico di Ercolano. Come annunciato, la presentazione in anteprima il 23 ottobre alla presenza del ministro per i Beni e le Attività culturali e il Turismo, Dario Franceschini, presenti tutti gli attori del progetto condotto congiuntamente dal Parco Archeologico di Ercolano, il Parco Archeologico di Pompei, l’Herculaneum Conservation Project e il Getty Conservation Institute: il direttore generale del Grande Progetto Pompei, Mauro Cipolletta; il direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna; il direttore del Parco Archeologico di Ercolano, Francesco Sirano; il sindaco del Comune di Ercolano, Ciro Buonajuto; il presidente dell’Istituto Packard Beni Culturali, Michele Barbieri; il responsabile dell’Herculaneum Conservation Project, Jane Thompson; e per il Getty Conservation Institute, il conservatore restauratore Leslie Rainer.

La Casa del Bicentenario a Ercolano si affaccia sul Decumano Massimo (foto Paerco)

 

Le autorità intervenute all’anteprima dell’apertura della Casa del Bucentenario a Ercolano (foto Paerco)

La Casa del Bicentenario nel crocevia tra città antica e città moderna, ma anche tra conservazione del passato e valorizzazione del futuro. “Il 23 ottobre 2019 è una data significativa per molti motivi, alcuni più evidenti altri più sottili, che vale la pena di raccontare”, spiegano gli archeologi di Ercolano, che invitano a una riflessione. “Infatti, ai più probabilmente questa data suggerisce solamente che si riapre al pubblico una delle più importanti domus dell’antica Ercolano finora portata alla luce. In realtà la celebrazione di questa data in cui 300 anni fa vennero avviati gli scavi di Ercolano antica serve a richiamare molte altre storie e, in qualche modo, anche a guardare insieme alla nostra futura comune storia. È per quello che oggi si sono riunite molte persone intorno a questa casa accogliendo l’invito a celebrare una data: tanti professionisti che hanno lavorato e ancora lavorano per conservare questa domus, rappresentanti delle istituzioni e dei partner internazionali coinvolti, membri della società civile, residenti della comunità che vive intorno agli scavi e che ne conosce tutta la storia recente. Per tutte queste persone la data è simbolica perché il decumano massimo si trova al confine degli scavi novecenteschi e questo confine, dove la città antica finisce e inizia quella moderna è oggi più che mai carico di significati, un punto di partenza per riavvicinare le persone al patrimonio culturale. Si riapre una casa che non è ancora completamente restaurata, per mostrare le attività che servono a restituirla alla visita e per invitarle a fare parte di un delicato processo che normalmente è gestito solo da specialisti. Per riavvicinarle le accogliamo a meglio comprendere la vita domestica antica in questa casa che è una di quelle che meglio la rappresentano. Per riavvicinarle, stiamo completando l’ultimo tassello di un lungo percorso di riqualificazione del quartiere che si affaccia sul sito archeologico, per consentire alla comunità che vive qui di accogliere la comunità dei visitatori in uno spazio verde e panoramico. Per riavvicinarle infine raccontiamo anche le difficoltà del percorso che abbiamo fatto fin qui e del contributo fondamentale che può portare il partner privato, sia esso filantropico sia scientifico, quando riunisce le forze per sostenere l’amministrazione pubblica nella tutela e valorizzazione del bene culturale”.

Il ministro per i Beni e le Attività culturali, Dario Franceschini, a Ercolano (foto Paerco)

“La preziosa collaborazione tra pubblico e privato che da un ventennio opera a Ercolano ha portato un altro frutto: la riapertura al pubblico dopo 36 anni della Casa del Bicentenario”, commenta il ministro Franceschini: “Si tratta di un risultato importante, che ha il merito di coniugare studio, restauro e fruizione di un monumento straordinario, caduto in stato di abbandono alla fine del XX secolo e ora nuovamente accessibile ai visitatori. Stato e mondo privato dimostrano così di poter agire insieme per la miglior tutela e valorizzazione del patrimonio culturale grazie a un progetto condiviso, che in questa circostanza ha riguardato anche il restauro degli ambienti del tablino. La guida illustra ai visitatori la lunga storia che dallo scavo del sito tra il 1937 e il 1939 porta ai nostri giorni, restituendo il clima di fervore e entusiasmo che accompagnava le prime scoperte, l’interesse cresciuto intorno alla Casa del Bicentenario, le vicende successive che portarono alla sua chiusura e l’entusiasmo con cui oggi si è lavorato al suo recupero. La cura scientifica che contraddistingue l’opera condotta a Ercolano rappresenta un modello e deve costituire motivo di orgoglio per tutti coloro che hanno lavorato a questo progetto. Cittadini e turisti potranno così tornare ad ammirare una delle case più interessanti del sito, godere dei suoi ricchi ambienti e stupirsi di fronte ai sontuosi affreschi del tablino”.

Il direttore del parco archeologico di Ercolano, Frabcesco Sirano (a destra) dialoga con, da sinistra, il sindaco Ciro Bonajuto, il responsabile dell’Herculaneum Conservation Project, Jane Thompson, e il ministro Dario Franceschini (foto Paerco)

Il direttore del Parco, Francesco Sirano, si sofferma sulla progettazione appena conclusa: “Inserita all’interno della programmazione congiunta pluriennale, di cui è responsabile per la Fondazione Packard l’architetto Jane Thompson, è stata affidata alla straordinaria equipe di professionisti dell’Herculaneum Conservation Project, coordinati dall’architetto capogruppo Paola Matilde Pesaresi, affiancata da Annunziata Laino per gli aspetti di restauro e da Giovanni Vercelli per gli aspetti strutturali. In una ideale staffetta hanno diretto i lavori l’architetto Annamaria Mauro del Parco Archeologico di Pompei e l’architetto Angela Di Lillo del Parco Archeologico di Ercolano. In questo contesto assume particolare pregio anche il progetto pilota del Getty Conservation Institute per lo studio e la conservazione delle superfici decorate nel tablino della Casa del Bicentenario, capitanato da Leslie Rainer. Si tratta di una rete virtuosa di soggetti internazionali di alto valore scientifico che il Parco coltiva come base imprescindibile per la qualità della propria azione”.

L’atrio con l’impluvium della Casa del Bicentenario a Ercolano

Massimo Osanna, direttore del parco archeologico di Pompei (foto Paerco)

Restauratori all’opera a Ercolano (foto Paerco)

“Ercolano, come Pompei, ha dimostrato negli ultimi anni di essere un esempio virtuoso di gestione pubblica in grado di garantire la salvaguardia e la conservazione del sito e di saperne rilanciare l’immagine”, interviene Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei. “Se da un lato Pompei è stata riconosciuta come modello di buona spesa dei fondi pubblici, Ercolano si è confermato esempio di riuscita sinergia tra pubblico e privato, in termini di capacità di programmazione e di strategia tesa alla salvaguardia e al restauro. La restituzione alla fruizione della Domus del Bicentenario ne è l’ulteriore dimostrazione. Il complesso intervento di restauro che ha interessato le strutture, le coperture e gli apparati decorativi è stato finanziato con fondi del Parco archeologico di Pompei, collocandosi in un momento di passaggio che ha poi portato all’autonomia degli scavi di Ercolano. I lavori, diretti dall’arch. Annamaria Mauro, capo dell’ufficio tecnico del Parco Archeologico di Pompei, sono stati eseguiti dal personale tecnico interno di Pompei ed Ercolano, con il supporto di esperti della Packard che da lungo tempo affiancano la direzione scientifica della Soprintendenza di Pompei, prima, oggi del Parco Archeologico di Ercolano. Anche questo passaggio di testimone da un’istituzione all’altra, senza interruzioni e intoppi, ha comprovato la capacità di agire in rete e collaborare per un obiettivo comune, che è la salvaguardia del patrimonio culturale universale. Il lungo lavoro di progettazione che precede il restauro dimostra quanto sia fondamentale l’attività di studio e ricerca che è alla base di ogni singolo intervento. Ma è soprattutto l’approccio globale alla conservazione, inteso come programmazione coordinata delle attività e non attuazione di azioni singole e slegate, che contribuisce al buon risultato finale, sia a Pompei sia a Ercolano”. Conclude Sirano: “Il progetto del Bicentenario come approccio bifronte rivolto non solo alla cura ed alla conservazione del sito ma anche alla riconnessione al territorio di riferimento. Non è infatti un caso che l’inaugurazione si svolga in concomitanza con i lavori di recupero urbano a Via Mare. I lavori di restauro al Bicentenario si inseriscono in un più ampio programma di manutenzione e restauri, articolato su cicli di tre anni, esteso all’intera città i cui benefici non tarderanno a essere percepiti anche dai nostri ospiti in termini di miglioramento della qualità complessiva dell’esperienza di visita. L’apertura della Casa del Bicentenario rappresenta un forte segno dell’avanzamento della collaborazione internazionale. Sono convinto che solo un approccio corale e aperto, di sostegno da parte di tutta la comunità, locale e internazionale, possa aiutare questa domus e questa città a non ricadere mai più nello stato di abbandono della fine del XX secolo”.

La Casa del Bicentenario sorge nel cuore dell’antica Herculaneum (foto Paerco)

La Casa del Bicentenario si trova nel centro dell’antica Ercolano, affacciata sulla strada principale a pochi passi dal Foro e dal teatro. Lo scavo, avvenuto negli anni tra il 1937 e il 1939 sotto la guida di Amedeo Maiuri, mise in luce questa importante domus sviluppata su tre piani ed estesa per una superficie complessiva di circa 600 mq. La scoperta della casa, che deve il suo nome ai festeggiamenti collegati all’anniversario dell’avvio degli scavi della città antica di Herculaneum, finì per attirare l’attenzione del mondo intero. Dopo 2000 anni, un’abitazione di lusso, affacciata sul Decumano massimo e vicina alla principale piazza cittadina, apriva i suoi battenti, svelando la propria storia, ma anche il volto della città e dei suoi abitanti negli anni che precedettero l’eruzione grazie ad alcune straordinarie scoperte. Il racconto di questa vicenda era stato affidato dal tempo alla struttura della casa con le sue trasformazioni, al pavimento e alle raffinate pitture del tablino, al ritrovamento di un pannello di porta con grata scorrevole carbonizzato e alla scoperta di una serie di tavolette cerate in un ambiente al piano superiore della casa, la cui lettura avrebbe ampliato di molto le conoscenze sui suoi proprietari, ma in definitiva sull’intera compagine sociale cittadina.

Amedeo Maiuri scoprì la Casa del Bicentenario a Ercolano nel 1938

A Maiuri fu fin da subito chiaro come l’eccezionale stato di conservazione di questi elementi, così come quello delle stoffe e degli alimenti carbonizzati recuperati in vari punti della città, fosse capace di raccontare, con maggiore forza espressiva di qualunque altra evidenza, la quotidianità di una città romana fornendo la prova tangibile dell’eccezionalità di Ercolano. Egli aveva saputo cogliere queste potenzialità scegliendo di restituire, al pari della fisionomia originaria degli spazi, il volto umano della città ricollocando gli oggetti nelle case e nelle botteghe per rendere comprensibile la funzione degli spazi. Chi visitava la casa all’epoca della sua riapertura avrebbe trovato ricollocata nell’impluvium una colonnina marmorea; nell’ala a sinistra dell’atrio una teca con alcuni reperti in bronzo, terracotta, marmo e vetro recuperati dallo scavo; un tavolo di marmo sostenuto da una colonna scanalata con base e capitello modanato e al piano superiore dell’edificio, un mobile carbonizzato.

Il complesso cantiere di restauro allestito all’interno della Casa del Bicentenario a Ercolano

La Casa, purtroppo chiusa al pubblico dal 1983 a causa di dissesti di ordine strutturale, riapre grazie all’importante tappa della programmazione congiunta tra Packard Humanities Institute, e il nuovo Parco Archeologico di Ercolano. Studi, ricerche e interventi di conservazione e manutenzione si sono susseguiti negli ultimi dieci anni all’interno di una strategia complessiva che ha l’obiettivo del restauro totale dell’intero edificio senza rinunziare alla fruizione, anzi, cogliendo l’opportunità per realizzare un laboratorio all’aperto in cui coinvolgere il pubblico. La ormai consolidata collaborazione pubblico – privata con la Fondazione Packard ha creato un clima di positivo interesse che ha attratto anche altre prestigiose istituzioni internazionali quali il Getty Conservation Institute (GCI) che, proseguendo con entusiasmo una collaborazione avviata nel 2011, sta contribuendo a restituire al pubblico il tablino della casa in una fase di conservazione ancora più avanzata con un progetto pilota e specifici studi in questo ambiente tra i più interessanti della dimora.

Restauratori al lavori a Ercolano (foto parco archeologico Ercolano)

I lavori di restauro nel tempo. La domus del Bicentenario è stata scelta per un percorso conservativo innovativo, nel quadro del consolidato sentiero collaborativo sopra menzionato che si è tradotto nell’Herculaneum Conservation Project (HCP), di cui il sito di Ercolano e la sua amministrazione si fregiano da quasi un ventennio. Questa domus infatti aveva rappresentato, all’epoca degli scavi novecenteschi, uno dei tasselli più significativi di una campagna di restauro mirata a trasformare il sito archeologico in una città museo. Con spirito simile, ma modalità diverse, l’HCP ha affrontato la sfida del restauro a partire dal 2010 in stretta collaborazione con la ex Soprintendenza Archeologica di Pompei, e ora con il Parco Archeologico di Ercolano, creandovi un laboratorio permanente di restauro, a beneficio dell’intera città antica. La casa infatti è esemplificativa delle sfide che questo prezioso e fragile sito archeologico affronta oggi: delicati elementi lignei carbonizzati, strutture in parte originali e in parte ricomposte, in un delicato equilibrio statico voluto da Maiuri per fini scenografici, affreschi e mosaici trattati innumerevolmente nel corso di quasi un secolo dal disseppellimento. Il laboratorio che si è voluto qui è anche rappresentativo di come l’iniezione privata possa estrarre il meglio dalle capacità dell’amministrazione pubblica: grazie al nuovo Parco Archeologico di Ercolano la casa del Bicentenario sarà un cantiere ‘permanente’ in cui studio e sperimentazione andranno di pari passo con la fruizione attraverso un utilizzo equilibrato delle risorse, un bene culturale comune su cui più soggetti lavorano insieme per migliorarne le conoscenze e il pubblico godimento.

In questo virtuoso contesto, risorse private e pubbliche sono confluite in questi anni per studiare, conservare e fare rinascere ancora una volta questa splendida dimora antica: con una staffetta esemplare della migliore amministrazione di tutela italiana, il parco Archeologico di Pompei ha passato il testimone al Parco Archeologico di Ercolano nel 2016, accompagnando l’avvio dell’ultima campagna di interventi, quella che ha permesso oggi la riapertura al pubblico; ad arricchire questa compagine, oltre al team dell’HCP, anche gli specialisti del Getty Conservation Institute, forse l’istituto di ricerca nel campo della conservazione dei beni culturali più conosciuto al mondo, che dal 2010 sperimenta tecniche per la conservazione degli affreschi del tablino della casa. Aprendo le porte della domus oggi non si ritrova solo la meraviglia di riscoprire ambienti e decorazioni celati al pubblico dal 1983, ma anche una modalità diversa di comprendere il processo di tutela, interagendo con gli specialisti e vedendo gli sforzi in atto per recuperare quanto, salvato una prima volta, rischiava di andare nuovamente perduto. Un appello alla partecipazione di tutti a prendere parte a tale processo, muovendosi con cautela e apprezzando i lavori in corso, più che osservando un restauro “perfetto”.

Ercolano. Il ministro Franceschini per la riapertura al pubblico, dopo più di 30 anni, della Casa del Bicentenario, una delle più sontuose dimore del Decumano Massimo, scoperta da Maiuri nel 1938, duecento anni dopo l’avvio degli scavi di Herculaneum

La Casa del Bicentenario sul Decumano Massimo di Ercolano riapre al pubblico dopo più di trent’anni

Era il 1938, quando ad Ercolano Amedeo Maiuri portò alla luce una delle più sontuose dimore del Decumano Massimo: la Casa del Bicentenario, così denominata a ricordo dei duecento anni trascorsi dall’inizio ufficiale degli scavi borbonici della città di Herculaneum (1738). Durante gli scavi, al piano superiore della Casa del Bicentenario, fu portato alla luce un piccolo ambiente che conservava a parete un riquadro in stucco con un incasso a forma di croce. La suggestione, al momento del ritrovamento, della scoperta di una traccia di culto cristiano, indusse a ritenere che l’incasso sulla parete fosse l’impronta di una croce in legno, segno della precoce diffusione nel mondo romano di questo simbolo in associazione al cristianesimo. A lungo la casa è stata oggetto di interesse particolare da parte dei visitatori anche per la presenza della cosiddetta “Croce del Bicentenario”, tuttavia studi successivi, sia di carattere paleografico che archeologico, hanno dimostrato che, in realtà, la traccia lasciata nel muro attesta la presenza di una mensola di legno a parete e del suo supporto verticale.

Veduta dall’alto del Decumano Massimo di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Il ministro per i Beni e le Attività culturali e il Turismo, Dario Franceschini

Dopo più di 30 anni di chiusura giovedì 24 ottobre 2019 apre al pubblico il “Cantiere open” della Casa del Bicentenario; ai visitatori si aprono le porte della dimora per entrare in alcuni ambienti di un gioiello di vita domestica antica, nonché laboratorio di conservazione per il futuro. Dopo il successo delle precedenti esperienze, diventa stabile il progetto di condivisione del dietro le quinte dei cantieri di conservazione messo in atto dal Parco Archeologico di Ercolano. La domus è attualmente oggetto di un cantiere di restauro gestito dallo staff del Parco congiuntamente con quello dell’Herculaneum Conservation Project, in esecuzione con fondi pubblici e con la partecipazione del Getty Conservation Institute per il restauro degli affreschi del tablino. L’ultimazione dei restauri restituirà nuovamente alla fruizione collettiva l’edificio, chiuso al pubblico dal 1985 per motivi di sicurezza e tutela. Il progetto, condotto congiuntamente dal Parco Archeologico di Ercolano, il Parco Archeologico di Pompei, l’Herculaneum Conservation Project e il Getty Conservation Institute, sarà presentato con un evento mercoledì 23 ottobre alla presenza del ministro per i Beni e le attività Culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, che chiuderà i lavori della giornata che vedrà i contributi del direttore generale del Grande Progetto Pompei, Mauro Cipolletta; del direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna; del direttore del Parco Archeologico di Ercolano, Francesco Sirano; del sindaco del Comune di Ercolano, Ciro Buonajuto; del presidente dell’Istituto Packard Beni Culturali, Michele Barbieri; del responsabile dell’Herculaneum Conservation Project, Jane Thompson; e per il Getty Conservation Institute, del conservatore restauratore Leslie Rainer.

La Casa a Graticcio negli scavi di Ercolano

Restauratori al lavori a Ercolano (foto parco archeologico Ercolano)

Risale allo scorso novembre (2018) la firma del contratto di manutenzione ordinaria dei resti archeologici di Ercolano per tre anni (2018-2020) grazie alla quale il Parco si pone all’avanguardia in Italia mettendo in pratica un processo di manutenzione programmata completo. I lavori saranno diretti dal personale interno del Parco, tra i quali nuovi funzionari statali e i membri della Segreteria tecnica da pochi mesi insediati sul sito, che con entusiasmo, professionalità e spirito di squadra ha raccolto la sfida dell’innovazione lavorando fianco a fianco con i membri dell’Herculaneum Conservation Project che non vedevano l’ora di potere condividere l’enorme bagaglio di conoscenze e di nuovi approcci progettuali accumulati in 17 anni di esperienza. L’area archeologica è, contemporaneamente, interessata da alcuni importanti interventi di restauro profondo di strutture e apparati decorativi: il cantiere della Casa del Bicentenario è in fase avanzata; sono in fase di attuazione le gare per l’area dell’Antica Spiaggia, per la progettazione del consolidamento e della sistemazione idrologica della Villa dei Papiri, infine il restauro di sei tra le più importanti domus di Ercolano. “Tanto la Casa del Bicentenario, quanto le sei domus che saranno restaurate”, dichiara il direttore Francesco Sirano, “sono chiuse dagli anni ‘80 del secolo scorso. Le case del Colonnato Tuscanico, dell’Atrio a Mosaico, la Casa a Graticcio, la casa del Mobilio carbonizzato, solo per citare le più note, rappresentano pietre miliari non solo per Ercolano, ma per la storia dell’architettura romana. Basti pensare che sino alla scoperta della casa a graticcio, questa particolare tecnica edilizia basata sul risparmio di materiale pietroso e sull’uso del legno, si riteneva tipica del Medio Evo e invenzione dei paesi del Nord Europa”. L’insieme di questi progetti vale circa 20 milioni di Euro (finanziamenti in parte ordinari ricevuti dalla ex Soprintendenza Pompei, in parte fondi CIPE FSC del Governo). A questi fondi si aggiungono quelli del bilancio ordinario del Parco per il 2019, approvato in perfetto tempismo con le previsioni di norma il 31 ottobre scorso, con i quali saranno portati avanti interventi di manutenzione straordinaria e di valorizzazione delle strutture e dei servizi della sicurezza e dell’accoglienza nel sito. “Una delle sfide del Parco”, aggiunge il direttore, “è quella di riuscire a creare le condizioni affinché la manutenzione ordinaria a partire dal Secondo Ciclo (2021-2023) possa essere garantita dai proventi raccolti direttamente dall’Istituto e inseriti sul Bilancio ordinario di previsione”.

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano

Fondazione Packard ed Herculaneum Conservation Project. “È con particolare orgoglio e senso di gratitudine”, prosegue Sirano, “che voglio ricordare il fondamentale supporto garantito dalla Fondazione Packard e dal team dell’Herculaneum Conservation Project. Tutte le progettazioni che abbiamo ricordato scaturiscono dall’Accordo attivo sul sito dal 2001 che ha messo Ercolano all’avanguardia non solo nello studio scientifico e delle più avanzate tecniche di restauro conservativo, ma anche come esempio ancora unico in Italia di stretta cooperazione pubblico-privato”. E conclude: “Grazie ad un grande lavoro portato avanti negli ultimi 20 anni dalla ex Soprintendenza Pompei e dalla Fondazione Packard, il Parco Archeologico di Ercolano si candida oggi ad essere un grande laboratorio all’aperto non solo per la gestione programmata ma anche per la valorizzazione e l’integrazione del Parco nel territorio di competenza. Siamo impegnati con l’Unità Grande Pompei, con la Fondazione Packard, con il Comune di Ercolano e con gli altri Enti territoriali a disegnare una nuova straordinaria pagina per il futuro sostenibile nella Buffer Zone UNESCO”.