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Soprintendenza di Bologna per GEP 2021: a San Pietro in Casale (Bo) inaugurazione della sezione archeologica del Museo Casa Frabboni dopo gli interventi di riqualificazione”. A Comacchio (Fe) presentazione del libro “Un Emporio e la sua Cattedrale. Gli scavi in piazza XX Settembre e Villaggio San Francesco a Comacchio” e visite guidate agli scavi in corso al sito archeologico di S. Maria in Padovetere 

“Ritorno al Museo Casa Frabbroni – Riapertura dopo gli interventi di riqualificazione”: sabato 25 settembre 2021, alle 15, a San Pietro in Casale (BO), in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, inaugurazione della sezione archeologica del Museo Casa Frabboni che accoglie reperti provenienti dalla pianura settentrionale di Bologna e in particolare dal vicus romano di Maccaretolo. La riqualificazione del museo e l’allestimento permanente della sezione dedicata all’archeologia sono il frutto di una proficua collaborazione tra il Comune di San Pietro in Casale, l’Unione Reno Galliera e la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e sono stati realizzati grazie al sostegno finanziario di ministero della Cultura e con il contributo della Regione Emilia-Romagna nell’ambito del piano museale 2020 L.R. 18/2000.

Il programma. Alle 15, saluti istituzionali e inaugurazione della sezione archeologica “Pianura romana. Villa Vicus Via” e del nuovo percorso espositivo allestito con la mostra fotografica “Giulietta ritrovata”, nel centenario della nascita di Giulietta Masina. Alle 16, visite guidate contingentate  a cura del Gruppo Archeologico Il Saltopiano. Prenotazione obbligatoria, per info: musei@renogalliera.it, tel 051 890482. Alle 21, “Risponde Giulietta”, omaggio a Giulietta Masina nel parco del  Museo. Reading con Donatella Allegro, informazioni biglietteria.teatri@renogalliera.it 333 8839450. Per informazioni più dettagliate: www.renogalliera.com. Obbligo di Green Pass.

Sabato 25 Settembre 2021, alle 16, a ​Comacchio, nella sala polivalente San Pietro, in via Agatopisto 5, presentazione del libro “Un Emporio e la sua Cattedrale”, che racconta i risultati delle ricerche archeologiche condotte dall’università Ca’ Foscari di Venezia, in collaborazione con l’amministrazione comunale di Comacchio e la soprintendenza di Bologna tra il 2006 e il 2008 in piazza XX Settembre e in loc. Villaggio San Francesco. Gli scavi in piazza XX Settembre e Villaggio San Francesco a Comacchio” a cura di Sauro Gelichi, Claudio Negrelli, Elena Grandi. Interverranno: Pierluigi Negri (sindaco di Comacchio), Sara Campagnari (soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara), Maria Del Valle Ojeda Calvo (prorettrice alla Ricerca università Ca’ Foscari Venezia), Luigi Malnati (già soprintendente e direttore generale alle Antichità MIBACT), Sauro Gelichi (professore ordinario; dipartimento di Studi Umanistici – Università Ca’ Foscari Venezia). Conclusioni: Emanuele Mari (assessore alla Cultura del Comune di Comacchio). Coordina: Caterina Cornelio (direttrice museo Delta Antico). L’accesso alla sala sarà soggetto al controllo del Green Pass.

cavi archeologici in piazza XX Settembre a Comacchio (foto unive)

Queste ricerche hanno rivelato un volto del tutto nuovo del passato di Comacchio. Tradizionalmente legata al periodo d’oro della fase etrusca, l’archeologia di Comacchio aveva lasciato in ombra un momento fondamentale per la storia di questo territorio, quando un insediamento, sorto sostanzialmente dal nulla, era diventato l’emporio più importante del nord Italia e tra i più vivaci e floridi dell’Adriatico. Diversi secoli dopo il collasso di Spina, la storia si riproponeva in queste terre con le medesime caratteristiche e dinamiche: come in epoca etrusca, nei secoli VIII e IX dopo Cristo i marinai comacchiesi tornavano ad essere gli indiscussi protagonisti del commercio del sale, del vino, dell’olio, del garum, delle spezie tra il Mediterraneo e l’entroterra padano. Gli scavi archeologici ci hanno rivelato questo e molto di più, facendoci toccare con mano le merci che venivano dall’Oriente, i preziosi cammei di vetro di una bottega artigiana (il primo caso noto in Italia) qui attiva nel VII secolo, le infrastrutture (magazzini, pontili) di uno spazio portuale (segno tangibile della precoce vocazione mercantile dei Comacchiesi), le sepolture della comunità. Uno spaccato di storia che rivive nella pagine di questo libro, ma anche nelle sale del Museo Delta Antico che espone i materiali di quello scavo.

Area archeologica di Pieve di Santa Maria in Padovetere (foto sabap-bo)

In occasione delle “Giornate Europee del Patrimonio 2021” il Comune di Comacchio, grazie al Progetto VALUE interreg Italia-Croazia, per venerdì 24 e sabato 25 settembre 2021, alle 9, 10, 11, 12, ha previsto visite guidate agli scavi diretti da Sauro Gelichi in corso al sito archeologico di S. Maria in Padovetere (Strada Fiume, Valle Pega) a cura degli archeologi dell’università Ca’ Foscari di Venezia saranno indagati parte dei resti dell’edificio e la zona immediatamente circostante, ricchissima di evidenze databili tra la Tarda Antichità e l’Alto Medioevo. Gli scavi intendono fare luce su una piccola comunità del primo entroterra comacchiese studiandone la vita – dunque l’abitare, le abitudini culturali, il commercio e il rapporto con il territorio – e la morte, attraverso lo studio della ritualità funeraria. Una comunità la cui comprensione si ritiene necessaria per cogliere pienamente le origini del nucleo più antico di Comacchio. Le visite guidate permetteranno di visitare lo scavo archeologico presso la pieve e di riflettere sui temi della ricerca attraverso l’osservazione delle tracce materiali del passato.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale si presenta il libro “Heinrich Schliemann a Napoli” che restituisce la figura dello scopritore di Troia ma anche il suo profondo legame con la città partenopea e i siti vesuviani

La locandina della presentazione del libro al museo Archeologico nazionale di Napoli

Tutti conoscono il nome di Heinrich Schliemann, il mitico scopritore di Troia e poi di Micene, Tirinto e Orcomeno. Al pensiero di Micene i nostri ricordi vanno alla “maschera d’oro di Agamennone”, raffigurata nel libro di storia della terza elementare. Meno noto è il suo legame con Napoli, dove morì nel 1890. Di quest’ultimo aspetto, soprattutto, si parla nel libro “Heinrich Schliemann a Napoli” (Francesco D’Amato Editore) con saggi di Umberto Pappalardo, Sybille Galka, Amedeo Maiuri, Carlo Knight, Lucia Borrelli, Massimo Cultraro, e una nota di Paolo Giulierini. Il libro “Heinrich Schliemann a Napoli” sarà presentato mercoledì 22 settembre 2021, alle 17, nel Giardino delle Fontane del museo Archeologico nazionale di Napoli. Interverranno Paolo Giulierini (direttore del Mann), Umberto Pappalardo (direttore del Centro Internazionale di Studi Pompeiani), Massimo Cultraro (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e Lucia Borrelli (Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’università Federico II). Il giornalista Carlo Avvisati de “Il Mattino” modererà il dibattito. Per partecipare è obbligatoria la prenotazione inviando una mail a info@damatoeditore.it.

Affresco da Pompei con la scena del cavallo di Troia e Ulisse conservato al Mann (foto Luigi Spina)
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Heinrich Schliemann con gli scavatori riportano alla luce l’antica Troia sulla collina di Hisarlik in Turchia

Il nome di Troia ci riporta invece al liceo, all’Iliade e alll’Odissea, alla questione omerica, dove ci si domandava: ma Omero sarà mai esistito? E come era possibile che un cantore della fine dell’VIII secolo (la scrittura fu introdotta intorno al 750 a.C.) potesse descrivere con tanti dettagli una città messa a ferro e fuoco intorno al 1250 a.C., ovvero 500 anni dopo? Tanti interrogativi Schliemann non se li pose, guidato dalla fede assoluta nella veridicità di Omero e bene armato di zappa e pala (come lui stesso scrive), scavò sulla collina di Hissarlik, in Turchia, e trovò Troia. Ma Schliemann è stato anche lo scopritore della “civiltà micenea”, restituendo all’umanità ben mille anni di storia dei quali, prima di lui, non si conoscevano – al di fuori dei racconti omerici – le testimonianze concrete.

Maschera funeraria conosciuta come la “maschera di Agamennone”. Maschera d’oro del XVI secolo a.C. trovata da Schliemann nella tomba V a Micene nel 1876 e conservato al Museo archeologico nazionale di Atene
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Copertina del libro “Heinrich Schliemann a Napoli”

Questo valore di Schliemann quale “artefice” o “restitutor” della storia è ben delineato nel primo saggio di Sybille Galka, cuore e anima della Società e del Museo “Heinrich Schliemann” di Ankerhagen, che fu la città dove egli trascorse la sua prima infanzia. Seguono un saggio del celebre archeologo Amedeo Maiuri, che fu soprintendente di Pompei ed Ercolano (e non solo) e direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli e uno di Umberto Pappalardo sulla sua intensa attività di viaggiatore: infatti Schliemann fece scorrerie per il mondo immaginabili per un uomo di quell’epoca, giungendo in America (dove prese la cittadinanza), Africa, India, Cina e Giappone.

Terracotta raffigurante Enea, Anchise e il piccolo Ascanio in fuga da Troia, da Pompei, I sec. d.C. (foto Patrizio Lamagna, Mann)
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Heinrich Schliemann, morto a Napoli nel 1890

Venne anche almeno dieci volte a Napoli, non solo perché da qui prendeva la nave per raggiungere la sua casa ad Atene, ma anche perché amava questa città. Nonostante Napoli non fosse più la splendida capitale europea del secolo XVIII ma fosse divenuta nell’Ottocento socialmente molto problematica, c’erano tante cose da vedere: Pompei, Ercolano, il Museo Archeologico, il Teatro San Carlo e poi il Vesuvio, Sorrento, Capri e tanto altro ancora! Non è quindi un caso che morì proprio a Napoli, a Natale del 1890, prima di imbarcarsi per Atene… voleva ancora rivedere le nuove scoperte di Pompei e le nuove acquisizioni del museo Archeologico nazionale. In Italia aveva conosciuto dapprima a Pompei il giovane ispettore Giuseppe Fiorelli, che avrebbe poi rivisto a Napoli come direttore del Museo Nazionale e nuovamente a Roma in qualità di direttore generale delle Antichità del nuovo Regno d’Italia. Con Fiorelli ebbe dunque un lungo sodalizio, testimoniato da un frequente scambio epistolare. Carlo Knight spiega perché alcune di queste lettere, proprio alcune fra le più importanti, non ci sono pervenute. Possedute dal napoletano Domenico Bassi, che nel 1927 le pubblicò nell’ormai raro libro “Il carteggio” di Giuseppe Fiorelli. In Italia ne sono custoditi solo due esemplari, uno a Milano e uno a Venezia, qui riprodotto in appendice insieme alle trascrizioni dei diari di viaggio napoletani, i cui originali sono custoditi oggi presso l’American Academy di Atene.

Isera (Tn). Al via il ciclo di conferenze “Passati remoti” promosso dall’associazione Lagarina di Storia Antica. Tre giovedì con l’archeologia: dalla Rovereto preistorica al ricordo del fondatore Rigotti nel trentennale del sodalizio passando per la misteriosa gigantesca nave incisa sulle rocce della frana di Lavini (la ruina dantesca)

Locandina del ciclo di conferenze “Passati remoti” promosso a Isera (Tn) dall’associazione Lagarina di Storia Antica

Si intitola “Passati remoti”. È il ciclo di incontri a tema archeologico, promosso nel Comune di Isera, sopra Rovereto (Tn), in Vallagarina, dall’associazione Lagarina di Storia Antica. Nato nel 2014, è ora giunto alla settima edizione, con tre appuntamenti per l 2021, sempre di giovedì, sempre alle 20.45, nella sala della Cooperazione: 23 e 30 settembre, e 7 ottobre. Ingresso con Green Pass solo su prenotazione. Info e prenotazioni: ass.lagarina.storia@gmail.com, tel. 0464423371 (il venerdì, 15-18). “Per sette anni non abbiamo mai avuto problemi a trovare argomenti e relatori nell’ambito dell’archeologia di questo tratto della valle dell’Adige”, spiega il presidente Maurizio Battisti. “Le nostre conferenze hanno sempre un alto valore scientifico e valgono anche come aggiornamento per gli insegnanti”.

L’area archeologica della villa romana di Isera (foto di Maura Medri da “La villa romana di Isera”, De Vos M. e Maurina B., 2011)

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Modello assonometrico della villa romana di Isera (Tn) (foto fmcr)


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Sezione N-S di un’ala della villa romana di Isera (foto di Maura Medri da “La villa romana di Isera”, De Vos M. e Maurina B., 2011)

L’associazione Lagarina di Storia Antica è stata fondata nel 1990 da Adriano Rigotti, uno studioso di storia locale autodidatta legato a numerosi appassionati di archeologia fin dagli anni ’60. L’associazione nasce in seguito agli scavi condotti presso la Villa Romana di Isera, attualmente in fase di ristrutturazione, e quindi non visibile al pubblico, che sorge a pochi metri dalla sede dell’associazione. “Ci occupiamo essenzialmente di divulgazione storico-archeologica”, continua Battisti, “mirata soprattutto all’ambito geografico ristretto della Vallagarina e zone limitrofe (basso Trentino). Ma stimoliamo e incentiviamo anche la ricerca mettendo a disposizione la nostra ricchissima biblioteca di settore presso la nostra sede e bandendo ogni due anni un premio in denaro per neolaureati dedicato proprio ad Adriano Rigotti. L’anno scorso avremmo voluto festeggiare il nostro trentennale ma non ci siamo riusciti e per la prima volta abbiamo dovuto rimandare tutte le nostre iniziative. Quest’anno ci riproviamo. Oltre al ciclo di conferenze organizziamo anche cicli di proiezione di documentari archeologici, passeggiate fra storia e natura sul territorio e collaboriamo occasionalmente con altre associazioni alla realizzazione di eventi a sfondo storico/culturale”.

Veduta di Dosso Alto di Borgo Sacco lungo il fiume Adige (foto ass. lagarina)
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Reperti ritrovati nel sito archeologico di Dosso Alto (Isera) di quattromila anni fa (foto ass. lagarina)

Giovedì 23 settembre 2021: “Dosso alto di Borgo Sacco. Un insediamento millenario sulle sponde del fiume Adige” con Virginia Trinco, che si è laureata con tesi proprio su questo sito archeologico molto importante grazie al quale riusciamo a scorgere uno spaccato di vita della “Rovereto preistorica”. Quattromila anni fa sulle rive dell’Adige sorgeva un villaggio che controllava l’attraversamento del fiume e il traffico di imbarcazioni che portavano beni dal centro Europa in Italia e viceversa, sfruttando l’idrovia atesina.

Veduta panoramica sulla Vallagarina dalla frana di Lavini di Marco con le lastre di rocca incise (foto fmcr)
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La localizzazione dell’incisione della grande nave sulla Lasta dei Cavai alla frana di Lavini di Marco (foto fmcr)

Giovedì 30 settembre 2021: “Una nave fantasma ai Lavini di Marco. Le incisioni rupestri della Lasta dei Cavai” con Maurizio Battisti.  “Nessuno lo sa – racconta – ma una delle più grandi incisioni rupestri del mondo si trova a Rovereto e precisamente sui pendii rocciosi sopra l’abitato di Marco, piani di scivolamento della famosa e immane frana dei Lavini, la “ruina” dantesca. Si tratta di una gigantesca nave “fantasma” che compare in tutta la sua mole e in tutti i suoi particolari soprattutto in determinate condizioni atmosferiche e di luminosità”. Di quale imbarcazione si tratta? Qui l’anticipazione si ferma, lasciando un po’ di suspense per chi avrà modo di seguire l’incontro. L’incisione è stata studiata e pubblicata da poco proprio da Battisti: “La nave era nota però da sempre a molti anziani del paese che ne spiegavano l’esistenza con molte storie tramandate oralmente, alcune delle quali, ho potuto appurare, con qualche riscontro reale”.

Disegno tratteggiato di Adriano Rigotti (foto ass. lagarina)

isera_associazione-lagarina-di-storia-antica_logoGiovedì 7 ottobre 2021: “Adriano Rigotti. Ricordo del fondatore in occasione del trentennale dell’associazione Lagarina di Storia Antica” con Barbara Maurina (archeologa e conservatrice della Fondazione Museo Civico di Rovereto), Carlo Andrea Postinger (Medievista e successore alla presidenza dell’associazione dopo Adriano Rigotti) e Maurizio Battisti (attuale presidente dell’associazione e archeologo presso la Fondazione Museo Civivo di Rovereto). “Nel terzo incontro festeggeremo il nostro trentennale dedicandolo al nostro fondatore, Adriano Rigotti”, anticipa Battisti. “Ne verrà descritta l’attività di studioso e ricercatore di antichità lagarine mettendo a fuoco alcune delle sue scoperte”.

Il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria porta al salone “Restauro in Tour” di Bari il resatauro della Testa del Filosofo, capolavoro scoperto nel mare davanti a Porticello, uno degli esempi più alti della statuaria bronzea dell’età classica: ora esposto insieme ai Bronzi di Riace e alla Testa di Porticello

Lo stand del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria a Restauro in Tour di Bari, edizione speciale del Salone internazionale del Restauro di Ferrara (foto marrc)

La Testa del Filosofo del MArRC protagonista a “Restauro in Tour”, edizione speciale del Salone Internazionale del Restauro di Ferrara, che per la prima volta viene ospitata alla Nuova Fiera del Levante di Bari fino al 3 settembre 2021. Un evento cardine nell’ambito del restauro a livello internazionale, che assume un valore ancora più significativo per il periodo di pandemia in cui si svolge. Il Salone del Restauro, come di consueto, pone l’attenzione sull’importanza della conservazione dei beni culturali e paesaggistici. Ma quest’ anno, oltre ai tradizionali temi del restauro, un focus speciale è dedicato alla sostenibilità, uno degli assi portanti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, attraverso l’impiego di strumenti tecnologici, materiali e metodi innovativi nel campo del restauro.

Il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria partecipa alla manifestazione con la presentazione del restauro della Testa del Filosofo, capolavoro del MArRC che, insieme ai Bronzi di Riace e alla Testa di Porticello, costituisce uno degli esempi più alti della statuaria bronzea dell’età classica. Il restauro, sostenuto mediante l’Art Bonus, si è svolto nell’ultimo anno nel suggestivo spazio di Piazza Paolo Orsi, in un “cantiere aperto” che ha offerto ai visitatori la straordinaria opportunità di osservare il “dietro le quinte” dell’intervento. Tre diversi video raccontano il contesto di ritrovamento della Testa, rinvenuta nell’ambito del relitto sommerso dinanzi alla spiaggia di Porticello; il delicato intervento di restauro, eseguito dalla ditta “Mantella Restauri Opere d’Arte”; e, infine, l’accurato studio diagnostico, che ha visto la collaborazione del dipartimento di Scienza matematiche e informatiche, Scienze fisiche e della terra dell’università di Messina e del dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della terra dall’università della Calabria.        

La Testa del Filosofo, capolavoro della bronzistica classica, è conservata al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)

“Siamo orgogliosi di poter presentare, in una manifestazione di respiro internazionale, i risultati di un progetto complesso, frutto di un grande lavoro di squadra”, dichiara il direttore del museo, Carmelo Malacrino. “A partire dai fondi utilizzati, messi a disposizione da un mecenate calabrese tramite l’Art Bonus. Intorno al progetto, durato circa due anni, si è costituita un’équipe multidisciplinare di ricerca e d’intervento. Il restauro, affidato alla professionalità del calabrese Giuseppe Mantella e del suo staff, si è svolto sotto la supervisione dei funzionari restauratori e archeologi del MArRC, che ringrazio per il continuo impegno. Sono certo – conclude Malacrino – che la Testa del Filosofo, tornata a essere esposta nella sala dei Bronzi, con questo intervento conservativo e di ricerca scientifica assumerà anche una rinnovata forza attrattiva per il grande pubblico”. Particolarmente soddisfatti dei tanti risultati anche i restauratori e gli archeologi dello staff del Museo. “La Testa del Filosofo”, dichiara Barbara Fazzari, funzionario restauratore, “è tornata a essere esposta dopo un minuzioso restauro, che ha evidenziato come la collaborazione multidisciplinare di varie professionalità possa condurre a risultati tecnici e approfondimenti scientifici di notevole interesse. Attraverso queste iniziative operate nei “cantieri aperti” al pubblico si creano le opportunità per mostrare anche il dietro le quinte del funzionamento del Museo, in particolare le attività di catalogazione, studio e conservazione delle collezioni”.

Firenze Archeofilm 2021: finalmente c’è una data sicura per la terza edizione dell’evento più atteso del grande Cinema di Archeologia Arte Ambiente, organizzato da Archeologia Viva: in programma 80 film selezionati a livello mondiale tradotti e doppiati in italiano e in original sound

Il manifesto dell’edizione 2021 di Firenze Archeofilm
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Il cinema La Compagnia di Firenze sede delle proiezioni di Firenze Archeofilm (foto AV)

Di rinvio in rinvio: da marzo a giugno e poi a settembre 2020, e poi ancora alla primavera 2021. Ma stavolta sembra la data definitiva: la terza edizione di Firenze Archeofilm 2021, l’evento più atteso del grande Cinema di Archeologia Arte Ambiente, organizzato da Archeologia Viva (Giunti Editore), con Dario Di Blasi direttore artistico e Giuditta Pruneti direttore editoriale, si terrà da mercoledì 8 a domenica 12 settembre 2021 al cinema La Compagnia di Firenze (via Cavour 50r). In programma 80 film selezionati a livello mondiale tradotti e doppiati in italiano e in original sound (70 film in concorso, 10 film “original sound”, 20 prime visioni nazionali, 3 premi in palio: Premio “Firenze Archeofilm”, Premio “Università di Firenze”, Premio “Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria Paolo Graziosi”), con proiezioni al mattino dalle 9.30 alle 13, al pomeriggio dalle 16 alle 19, e la sera dalle 21 alle 22.45. L’ingresso è libero con prenotazione obbligatoria online sul sito firenzearcheofilm.it. Il festival ha il patrocinio dell’università di Firenze, con la partecipazione di Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria “Paolo Graziosi”, in collaborazione con Cinema La Compagnia. Info: www.firenzearcheofilm.it, tel. 055.5062303.

Nel mare di Levanzo, a 80 metri di profondità, individuato il 24.mo rostro di una nave romana impegnata nella “Battaglia delle Egadi” dalla missione americana della RPM Nautical Foudation, con la supervisione della soprintendenza del Mare e il contributo dell’università di Malta. La soprintendente Li Vigni: “Contiamo di recuperarlo in un prossimo futuro”

Il 24.mo rostro di una nave romana coinvolta nella battaglia delle Egadi (241 a.C.) individuato a 80 metri di profondità nel mare di Levanzo (foto soprintendenza del mare)

Nel mare di Levanzo individuato un nuovo rostro di una nave impegnata nella “Battaglia delle Egadi”. È il 24.mo relativo alla famosa battaglia del 241 a.C. che pose fine alla prima guerra punica. Anche questo rostro, come la maggior parte di quelli rinvenuti finora, sembra appartenere a una nave romana riportando le lettere L F Q P in caratteri latini. Le indagini sul sito della battaglia delle Egadi, individuato dal compianto archeologo Sebastiano Tusa, morto nel disastro aereo in Etiopia del 2018 (vedi Archeologia in lutto. Nel disastro aereo del Boing 737 precipitato in Etiopia è morto l’archeologo Sebastiano Tusa: siciliano doc, docente di paletnologia e archeologia marina, ha creato la soprintendenza del Mare. A Malindi con l’Unesco doveva promuovere ricerche subacquee nell’oceano Indiano | archeologiavocidalpassato) proseguono sotto la direzione della soprintendenza del Mare guidata da Valeria Patrizia Li Vigni. Rimane il grande quesito di come si continui a ritrovare rostri di nave romane se a essere sconfitta fu la flotta cartaginese. Probabilmente i rostri, posizionati sulle prue con la funzione di incastrarsi nelle fiancate delle navi nemiche sfondandole, erano fissati con un sistema che ne facilitava lo sganciamento.

Area della battaglia delle isole Egadi tra romani e cartaginesi
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L’archeologo Sebastiano Tusa, tragicamente scomparso in un incidente aereo nel marzo 2019

Sono passati 17 anni dalla “scoperta” del primo rostro delle Egadi: era il 2004. “Dapprima vi fu la consegna spontanea da parte di un pescatore”, ricordava Tusa, “di un elmo in bronzo del tipo Montefortino in uso proprio in quella battaglia da parte dei militi romani. Egli affermò di averlo trovato nello spazio di mare a poche miglia a Nord-Ovest di Levanzo. Poi venne l’elemento decisivo per darci la convinzione che la nostra ipotesi era esatta e che, pertanto, avrebbe avuto ottime possibilità di essere provata da auspicate ricerche. La “scoperta” del primo rostro delle Egadi nello studio di un dentista trapanese ad opera del nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri. Chi lo deteneva ed era in procinto (su sua dichiarazione) di consegnarlo agli organi di tutela, ci diede la conferma che il luogo di rinvenimento era a poche miglia a Nord-Ovest del Capo Grosso di Levanzo. Fu una “scoperta” eccezionale poiché oltre al valore storico-topografico legato all’evento bellico, il primo rostro delle Egadi era il secondo in assoluto rinvenuto fino ad allora seguendo quello di Athlit rinvenuto nelle acque israeliane qualche decennio prima” (vedi Recuperato nel mare di Levanzo il dodicesimo rostro che conferma l’ubicazione della battaglia delle Egadi del 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che pose fine alla prima guerra punica a favore dei romani | archeologiavocidalpassato).

Il recupero del dodicesimo rostro dalle acque antistante Levanzo appartenuto a una nave coinvolta nella battaglia delle Egadi del 241 a.C.
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Valeria Li Vigni, soprintendente del Mare (foto soprintendenza del mare)

Il nuovo rostro è stato individuato nei fondali di Levanzo, isola dell’arcipelago delle Egadi, dagli esperti della missione americana della RPM Nautical Foudation, con la supervisione della soprintendenza del Mare della Regione Siciliana diretta da Valeria Li Vigni e rappresentata a bordo della nave oceanografica Hercules da Ferdinando Maurici, e in collaborazione con l’università di Malta. Alcune lettere visibili grazie al robot sottomarino fanno pensare che il rostro sia romano: giace a 80 metri e la soprintendenza del Mare progetta di recuperarlo in un prossimo futuro. “È stato individuato il ventiquattresimo rostro nel mare delle Egadi in questa fortunata campagna del 2021. Che la campagna di ritrovamento fosse così ricca”, evidenzia la soprintendente del Mare Valeria Li Vigni. “Lo avevamo preannunciato a fine 2020 a seguito dei 40 target registrati, ma le aspettative sono state superate con il ritrovamento, nell’arco di pochi giorni, di un relitto di nave romana con il suo carico di anfore e di questo rostro, sul quale sono state  identificate le lettere L F Q P e che appare in buone condizioni”.

Nuova importante scoperta a Pompei nell’area della necropoli di Porta Sarno: trovata la sepoltura di Marcus Venerius Secundio. Il suo corpo mummificato rappresenta un giallo archeologico. E la lastra marmorea sul frontone attesta per la prima volta lo svolgimento a Pompei di spettacoli in lingua greca

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Particolare del corpo inumato trovato nella tomba di Marcus Venerius Secundio a Porta Sarno a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

Nuove scoperte a Pompei. Lo annuncia Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei, che in un video descrive l’ultimo ritrovamento di Pompei, avvenuto nel corso di una campagna di scavo promossa nell’area della necropoli di Porta Sarno dal parco archeologico di Pompei e dall’università Europea di Valencia: una antica sepoltura, rinvenuta presso la necropoli di Porta Sarno, a Est dell’antico centro urbano di Pompei, che si è rivelata importante per due motivi. Prima di tutto, perché ha restituito resti umani mummificati, capelli e ossa di un individuo inumato: un fatto insolito, un piccolo giallo archeologico da chiarire, visto che all’epoca il rito più comune era quello dell’incinerazione, e per di più – in questo caso – un’inumazione con tracce di mummificazione.

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L’iscrizione commemorativa del proprietario Marcus Venerius Secundio sulla lastra marmorea, posta sul frontone della tomba scoperta nell’area della necropoli di Porta Sarno a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

E poi, secondo elemento importante, c’è la prima conferma di rappresentazioni teatrali in greco a Pompei, una consuetudine ipotizzata ma mai dimostrata. Sulla lastra marmorea, posta sul frontone della tomba, un’iscrizione commemorativa del proprietario Marcus Venerius Secundio richiama infatti, straordinariamente, lo svolgimento a Pompei di spettacoli in lingua greca, attestati dunque per la prima volta in maniera diretta. “Pompei non smette di stupire”,  dichiara il ministro della Cultura, Dario Franceschini, “e si conferma una storia di riscatto, un modello internazionale, un luogo in cui si è tornati a fare ricerca e nuovi scavi archeologici grazie alle tante professionalità dei beni culturali che, con il loro lavoro, non smettono di regalare al mondo risultati straordinari che sono motivo di orgoglio per l’Italia”. Le attività di scavo e di recupero da parte dell’università di Valencia sono state coordinate dal prof. Llorenç Alapont del Dipartimento di Preistoria e Archeologia, mentre come funzionari responsabili del Parco Archeologico sono intervenute l’archeologa Luana Toniolo, la restauratrice Teresa Argento e l’antropologa Valeria Amoretti.

La tomba di Marcus Venerius Secundio, con recinto in muratura, scoperta nell’area della necropoli di Porta Sarno a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

La struttura sepolcrale, risalente agli ultimi decenni di vita della città, è costituita da un recinto in muratura, sulla cui facciata si conservano tracce di pittura: si intravedono piante verdi su sfondo blu. Il personaggio di Marcus Venerius Secundio – che compare anche nell’archivio di tavolette cerate del banchiere pompeiano Cecilio Giocondo, proprietario della domus omonima su via Vesuvio – era uno schiavo pubblico e custode del tempio di Venere. Una volta liberato, aveva poi raggiunto un certo status sociale ed economico, come emergerebbe non solo dalla tomba piuttosto monumentale, ma anche dall’iscrizione: oltre a diventare Augustale, ovvero membro del collegio di sacerdoti dediti al culto imperiale, come ricorda l’epigrafe, “diede ludi greci e latini per la durata di quattro giorni”.

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Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei, legge l’iscrizione della tomba di Marcus Venerius Secundio a Porta Sarno (foto parc

Ludi graeci è da intendere come spettacoli in lingua greca”, commenta il direttore del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel: “è la prima testimonianza certa di esibizioni a Pompei in lingua ellenica, ipotizzate in passato sulla base di indicatori indiretti. Abbiamo qui un’altra tessera di un grande mosaico, ovvero la Pompei multietnica della prima età imperiale, dove accanto al latino è attestato il greco, all’epoca la lingua franca del Mediterraneo orientale. Che si organizzassero anche spettacoli in greco è prova del clima culturale vivace e aperto che caratterizzava l’antica Pompei, un po’ come l’esibizione straordinaria di Isabelle Huppert nel Teatro Grande poche settimane fa, in lingua francese, ha dimostrato che la cultura non ha confini”.

L’urna cineraria in vetro di Novia Amabilis trovata nella tomba di Porta Sarno a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

Non meno eccezionale dell’iscrizione risulta la sepoltura di Marco Venerio Secundio. Si tratta di uno degli scheletri meglio conservati ritrovati nella città antica. Il defunto fu inumato in una piccola cella di 1,6 x 2,4 metri posta alle spalle della facciata principale, mentre nella restante parte del recinto sono state riscontrate due incinerazioni in urna, una in un bellissimo contenitore in vetro appartenente a una donna di nome Novia Amabilis.

Il cranio dell’inumato della Tomba di Porta Sarno a Pompei: sono ancora visibili i capelli e un orecchio (foto parco archeologico di pompei)
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Due ampolle in vetro (unguentari) nel corredo della Tomba di Porta Sarno a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

Nella fase romana di Pompei, il rito funerario prevedeva di norma l’incinerazione, mentre solo bambini piccoli venivano inumati. La sepoltura di Marco Venerio è dunque altamente insolita anche per il rito funerario adottato, considerando che si trattava di un uomo adulto di più di 60 anni, come emerge da una prima analisi delle ossa ritrovate nella camera funeraria. Le caratteristiche della camera funeraria, che consisteva in un ambiente ermeticamente chiuso, hanno creato le condizioni per lo stato di conservazione eccezionale in cui è stato trovato lo scheletro, con capelli e un orecchio ancora visibili. Inoltre, sono stati recuperati elementi di corredo, tra cui due unguentaria in vetro e numerosi frammenti di ciò che sembra essere un tessuto.

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I rilievi del corpo inumati della Tomba di Porta Sarno a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

“Bisogna ancora comprendere se la mummificazione parziale del defunto è dovuta a un trattamento intenzionale o meno”, spiega il professor Llorenç Alapont dell’università di Valencia. “In questo l’analisi del tessuto potrebbe fornire ulteriori informazioni. Dalle fonti sappiamo che determinati tessuti come l’asbesto venivano utilizzati per l’imbalsamazione. Anche per chi come me si occupa di archeologia funeraria da tempo, la straordinaria ricchezza di dati offerti da questa tomba, dall’iscrizione alle sepolture, ai reperti osteologici e alla facciata dipinta, è un fatto eccezionale, che conferma l’importanza di adottare un approccio interdisciplinare, come l’università di Valencia e il Parco Archeologico hanno fatto in questo progetto”.

Archeologi, antropologi e restauratori impegnati nella Tomba di Porta Sarno a Pompei (foto parco archeologico di pompei)
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La camera interna della Tomba di Porta Sarno a Pompei con la sepoltura a inumazione (foto parco archeologico di pompei)

I resti umani e organici trovati nel recinto funerario di Porta Sarno sono stati trasportati al Laboratorio di Ricerche Applicate nel sito di Pompei dove sono stati sottoposti a interventi di analisi e di conservazione. Al tempo stesso, il parco archeologico ha avviato una serie di interventi di messa in sicurezza, volti a garantire la manutenzione della necropoli di Porta Sarno nelle more della definizione di un più ampio progetto di restauro e fruizione dell’area. La necropoli attualmente non è visitabile in quanto ubicata al di là della linea ferroviaria della Circumvesuviana, ma il Parco ha avviato uno studio di fattibilità per includerla nell’area aperta al pubblico.

Relitto profondo di Ustica. Realizzata la documentazione video-fotografica a 360 gradi, fatti i rilievi in 3D del relitto e installati idrofoni subacquei nella campagna della Soprintendenza del Mare con università di Malta, subacquei altofondalisti, Guardia di Finanza, Mare Nostrum Diving Centre di Ustica e il Cnr. La nave romana fu individuata ancora integra nel 2019 a 80 metri di profondità. Verrà musealizzata in situ

È il primo relitto romano integro trovato nelle acque di Ustica, a 200 metri dalla costa e a 80 metri di profondità, in località punta Falconiera, ad est dell’isola. Le operazioni di documentazione e rilievo 3D del relitto profondo di Ustica, con il coordinamento scientifico della Soprintendenza del Mare, sono state condotte tra maggio e luglio 2021 da un team di subacquei altofondalisti diretti da Riccardo Cingillo per la parte tecnica e dal prof. Timmy Gambin dell’università di Malta per la parte archeologica in collaborazione con il ROAN della Guardia di Finanza ed il Mare Nostrum Diving Centre di Ustica. Ne dà un primo resoconto la Soprintendenza del Mare in questi giorni: “Il relitto si presenta come un cumulo di anfore concentrate in una zona di pochi metri di diametro e altro materiale ceramico risulta disperso attorno a un’area per un raggio massimo di circa 7 metri. Le anfore, appartenenti alla tipologia Dressel 1A sono posizionate in modo vario e sembrano costituire l’apice di uno strato più compatto sottostante e sepolto dalla sabbia; appaiono inoltre fortemente concrezionate da organismi animali e vegetali marini e si riscontra la presenza di rotoliti /mearle che testimoniano come il sito sia soggetto a correnti sottomarine”.

Alcune anfore del carico del relitto romano di Ustica a 80 metri di profondità (foto soprintendenza del mare)

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Alberto Samonà, assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana


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Valeria Li Vigni, soprintendente del Mare (foto soprintendenza del mare)

“Gli studi sul relitto che si trova nell’itinerario della Falconiera e il recupero di alcune anfore per definire con esattezza la datazione”, sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà, “sono motivo di soddisfazione e testimoniano ancora una volta il potenziale sommerso che fa del Mediterraneo uno scrigno di preziose testimonianze storiche che documentano la centralità della Sicilia nelle rotte commerciali, e non solo, dell’antichità. Ritrovamenti quali quest’ultimo di Ustica – precisa l’assessore – ci aiutano ad arricchire sempre più di dettagli un quadro che si rivela ricco e interessante di informazioni. Stiamo vivendo una stagione preziosa per la Sicilia dove, grazie all’impulso fornito dal Governo regionale, la ricerca condotta sia in terraferma che in mare si sta rivelando ricca di suggestioni e di nuove promesse”. E la soprintendente del Mare Valeria Li Vigni, moglie di Sebastiano Tusa, l’archeologo che fondò l’ente e diede vita a tutte le sue attività, aggiunge: “Sono state operazioni impegnative ed emozionanti, che ci hanno consentito di lavorare in team con l’università di Malta e di realizzare un’interessante documentazione video-fotografica, a 360 gradi con rilievi in 3D del relitto. Durante le immersioni sono stati installati idrofoni subacquei in collaborazione con il CNR di Capo Granitola. Sono molto grata a tutto il team della Soprintendenza del Mare che ha operato con la consueta professionalità, testimoniando come questo lavoro non possa svolgersi senza una forte carica ideale e di entusiasmo. Con la passione e la professionalità che ci ha trasmesso Sebastiano Tusa – precisa la dottoressa Li Vigni – abbiamo riunito le più alte professionalità nel campo della ricerca strumentale in alto fondale documentando il primo relitto romano integro trovato a Ustica a 80 metri che verrà musealizzato in situ“.

Il team tecnico-scientifico impegnato nel rilievo del relitto romano di Ustica (soprintendenza del mare)
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Documentazione fotografica e rilievo delle anfore del relitto romano di Ustica (foto soprintendenza del mare)

Il relitto era stato scoperto nel giugno 2019 in occasione del posizionamento, nell’itinerario archeologico della Falconiera, del “Cuore di Sebastiano” (opera realizzata dal maestro Giacomo Rizzo) per ricordare la passione che Sebastiano Tusa (l’illustre studioso scomparso il 10 marzo 2019 nel tragico incidente aereo in Etiopia) ha sempre dedicato al suo mare. In quell’occasione l’altofondalista Riccardo Cingillo, in ricognizione con un batiscafo, aveva individuato una nave di epoca romana e un cumulo di anfore in buone condizioni. Dopo gli studi propedeutici del materiale video, l’assessore regionale Alberto Samoná ha quest’anno deciso di finanziare una campagna di indagini strumentali e visive con gli altofondalisti siciliani guidati da Riccardo Cingillo. Fondamentale è stato il supporto tecnico del dipartimento di Studi classici e Archeologia dell’università di Malta diretto dal professore Timmy Gambin, con il suo team di tecnici e altofondalisti, e la collaborazione indispensabile fornita anche dalla Guardia di Finanza con il nucleo sommozzatori dei ROAN di Palermo guidati dal Comandante Riccardo Nobile. Subito è stata realizzata la documentazione video-fotografica a 360 gradi, i rilievi in 3D del relitto e installati idrofoni subacquei in collaborazione con il CNR di Capo Granitola.

Le due anfore recuperate dal relitto romano di Ustica per gli studi diagnostici (foto soprintendenza del mare)

Il 14 maggio 2021, nonostante le condizioni meteo marine poco favorevoli ma comunque entro i parametri della sicurezza, il team ha provveduto al recupero di due anfore dal relitto profondo di Ustica come materiale diagnostico; si tratta di due esemplari di anfore vinarie ascrivibili alle varianti del tipo Dressel 1A databili tra la fine del II e la metà del I secolo a.C. che potrebbero aver fatto parte del carico di una nave romana che, partendo da centri situati nel Tirreno meridionale, effettuava rotte commerciali dirette verso la Sicilia e il Mediterraneo, fermo restando che gli elementi fin qui raccolti sono suscettibili di ulteriori approfondimenti e studi. Al termine della missione le anfore recuperate sono state trasportate a Palermo con il mezzo dell’Amministrazione e sottoposte nei nostri locali del Roosevelt ad un primo trattamento conservativo mediante desalinizzazione.

Pompei. Vediamo da vicino il Termopolio della Regio V alla fine di un restauro a tempi di record, la Casa di Orione e la Casa del Giardino i cui cantieri di scavo non si sono ancora conclusi: dal 12 agosto sono aperti al pubblico con visite straordinarie. Zuchtriegel: “Si tratta di un approccio integrato tra conservazione, ricerca e fruizione”

Il termpolio scoperto durante gli scavi della Regio V a Pompei (foto parco archeologico di pompei)
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Il termopolio della Regio V a Pompei apre al pubblico dopo un restauro a tempo di record (foto parco archeologico di pompei)

Apre al pubblico dal 12 agosto 2021 il Termopolio della Regio V, l’antica tavola calda di Pompei, portata in luce durante gli ultimi scavi in un’area della città antica mai prima indagata, con visite straordinarie al cantiere della Casa di Orione e della Casa del Giardino. L’annuncio una settimana fa da Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei, e Massimo Osanna, già direttore del Parco oggi direttore generale dei Musei (vedi Pompei. Dal 12 agosto apre al pubblico il termopolio della Regio V, l’antica tavola calda di Pompei, tra le scoperte degli ultimi scavi. E contestualmente visite guidate al cantiere della Casa di Orione e della Casa del Giardino | archeologiavocidalpassato). Le visite del termopolio saranno possibili tutti i giorni dalle 12 alle 19 (ultimo ingresso alle 18.30), con accesso da via di Nola e uscita dal vicolo delle Nozze d’argento. Non è necessaria la prenotazione. Contestualmente alla visita del Termopolio saranno previste visite straordinarie anche al cantiere della casa di Orione e del Giardino – con accessi contingentati e percorsi differenziati per una visita accompagnata in sicurezza – dove sono in corso i lavori di sistemazione in vista degli interventi definitivi di restauro e coperture propedeutici all’apertura permanente dell’intera area. Entrambe le dimore, dalle straordinarie decorazioni, sono emerse e sono state messe in sicurezza nel corso degli scavi della Regio V, connessi al più ampio intervento di messa in sicurezza dei fronti di scavo previsto dal Grande progetto Pompei. Le visite saranno possibili tutti i giorni dalle 16 alle 19 (ultimo ingresso alle 18.30). L’accesso è previsto ogni 20 minuti, per gruppi di massimo 5 persone per volta accompagnati da personale del Parco. Ingresso da via di Nola e uscita dal vicolo delle Nozze d’argento. L’accesso gratuito è fino ad esaurimento disponibilità; è consigliata la prenotazione sul sito www.ticketone.it (costo prenotazione on-line 1,50 euro).

Massimo Osanna e Gabriel Zuchtriegel nel termopolio della Regio V a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

“Sono molto lieto di vedere aperto al pubblico il termopolio al termine di tempestivi lavori di restauro dell’edificio rinvenuto nei nuovi scavi della Regio V”, dichiara Massimo Osanna. “Per consentirne la pubblica fruizione è stato necessario procedere alla messa in sicurezza delle strutture, al restauro dei delicati affreschi e garantire la protezione di tutto l’ambiente con adeguate coperture. Ai visitatori che stanno tornando ad affollare le strade dell’antica città si restituisce una nuova esperienza di visita in un’area del tutto inedita. La scoperta, avvenuta nell’ambito di un sistematico intervento di messa in sicurezza dei fronti di scavo, al fine di prevenire la minaccia del dissesto idrogeologico sulle strutture già in luce, ha costituito una occasione unica di ricerca interdisciplinare che ha portato a nuove acquisizioni sulla dieta e sulla vita quotidiana dei pompeiani. Un ringraziamento a tutto il team che ha contribuito alla straordinaria scoperta, alle successive ricerche e al bel progetto di fruizione”.

Gabriel Zuchtriegel e Massimo Osanna nella Casa del Giardino, Regio V, a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

“L’apertura del thermopolium si pone in piena continuità con l’approccio adottato dal Grande Progetto Pompei sotto la direzione di Massimo Osanna, che ringrazio insieme a tutta la squadra per il lavoro eccezionale che è stato svolto”, aggiunge Gabriel Zuchtriegel. “Si tratta di un approccio integrato tra conservazione, ricerca e fruizione, che con l’apertura al pubblico giunge al suo compimento, mentre stiamo lavorando sulla progettazione del restauro della casa di Orione e della casa del Giardino. Il progetto di scavo e restauro del thermopolium, che è partito da esigenze di tutela e di messa in sicurezza dei fronti di scavo, ha portato a scoperte straordinarie che ci aiutano a comprendere meglio anche i circa ottanta thermopolia già noti a Pompei. Con le visite accompagnate alle case ancora da restaurare vogliamo sensibilizzare il pubblico per il fatto che Pompei è un grande cantiere dove ricerca, conservazione e restauro continuano sulla base dell’innovazione e della collaborazione con importanti enti di ricerca nazionali e internazionali”.

I termopoli, dove si servivano bevande e cibi caldi, come indica il nome di origine greca, conservati in grandi dolia (giare) incassati nel bancone in muratura, erano molto diffusi nel mondo romano, dove era abitudine per il ceto medio e basso consumare il prandium (il pasto) fuori casa. Sebbene nella sola Pompei se ne contino almeno una ottantina, il termopolio della Regio V si distingue per l’eccezionale decorazione del bancone dipinto, con le immagini della Nereide a cavallo di un ippocampo e di animali probabilmente preparati e venduti proprio nel locale. L’impianto commerciale era emerso in due momenti diversi. Era stato indagato solo in parte nel 2019, durante gli interventi del Grande Progetto Pompei per la messa in sicurezza e consolidamento dei fronti di scavo storici. Considerate l’eccezionalità delle decorazioni e al fine di restituire la completa configurazione del locale – ubicato nello slargo all’ incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi- nel 2020 si è deciso di predisporre un ulteriore intervento finalizzato al completamento dello scavo, al restauro degli ambienti e degli apparati decorativi presenti. Al contempo è stata realizzata una nuova copertura lignea a protezione del bancone dipinto, e si è proceduto al rifacimento dell’antico meniano (balcone) a sbalzo, su cui è stata collocata parte dell’originaria pavimentazione in cocciopesto rinvenuta nel corso dello scavo.

Il mosaico di Orione nella Casa di Orione a Pompei (foto da drone del parco archeologico di Pompei)

La Casa di Orione prende nome dal mosaico pavimentale presente in un ambiente della domus, e raffigurante una tra le più raffinate e inedite iconografie rinvenute a Pompei, quella  del mito di Orione. La scena rappresenta il catasterismo dell’eroe Orione, ovvero la sua trasformazione in costellazione, ed è probabilmente connessa a quella di un secondo mosaico della casa. Entrambi i mosaici, denotano un notevole livello culturale e probabili rapporti del proprietario con il mondo mediterraneo orientale, da cui  potrebbero provenire.

La pulizia da parte dei restauratori del mosaico di Orione a Pompei (foto parco archeologico di pompei)

La dimora, era stata già intercettata nel corso degli scavi ottocenteschi, tra il 1891 e il 1893 e nel 2017 è stata interamente portata in luce. Presenta una struttura con atrio centrale,  circondata da stanze decorate con pregiate pitture di I stile e mosaici pavimentali. E’ molto probabile che la casa abbia volutamente mantenuto, negli spazi di rappresentanza, questa più antica decorazione in I stile che, in altre dimore pompeiane, era stata frequentemente sostituita da decorazioni più moderne. Al momento dell’eruzione del 79 d.C. l’abitazione era in corso di ristrutturazione. Gli scavi attuali hanno consentito di individuare diversi cunicoli, praticati in passato prima degli scavi ufficiali, allo scopo di recuperare oggetti preziosi, che hanno purtroppo compromesso in più punti la struttura della casa.

Dettaglio di affresco della Casa del Giardino a Pompei (foto parco archeologico di pompei)
Italia, l’iscrizione scoperta a Pompei_foto-parco-archeologico-pompei

L’iscrizione scoperta nella V Regio di Pompei che avvalorerebbe la datazione dell’eruzione a ottobre del 79 d.C. (foto parco archeologico Pompei)

La Casa del Giardino, cosiddetta per la presenza di un giardino con portico affrescato, è nota per il rinvenimento dell’iscrizione a carboncino che cambia la data dell’eruzione. Sul portico affaccia la bella sala delle megalografie, raffiguranti in un riquadro Venere con una figura maschile (Paride o forse Adone) e  Eros, e in un altro Venere in atto di pescare, assieme a Eros. Sempre nello stesso ambiente è presente un raffinatissimo ritratto femminile, probabilmente la domina. Sull’atrio si affaccia la stanza degli scheletri, dove sono stati ritrovati i resti di una decina di individui che qui si rifugiarono nel vano tentativo di salvarsi, e i cui resti sono oggetto di studio e analisi del DNA. In alcuni ambienti di servizio, invece, è stata ritrovata una cassetta in legno contenente monili femminili e amuleti contro la malasorte, probabilmente appartenenti ad una delle vittime rinvenute nella casa e oggi esposti nell’Antiquarium di Pompei.

Sicilia. Scoperta nave romana del IV-V secolo carica di anfore nel mare delle Egadi nell’ambito della campagna di ricerca dell’università di Malta con l’R/V Hercules della Rpm Nautical Foundation coordinata dalla Soprintendenza del Mare. Valeria Li Vigni: “Scoperta eccezionale. Il mare delle Egadi racconta la storia della Sicilia e del Mediterraneo”

Due campagne di ricerca subacquea, a novembre 2020 e a luglio 2021, con un side scan sonar a bordo della nave da ricerca Hercules nello specchio d’acqua delle isole Egadi per una nuova importante scoperta di archeologia subacquea: una nave romana del IV-V secolo d.C. con un carico integro di anfore del tipo Almargo 51c di origine della penisola Iberica, adagiata sul fondale marino a 98 metri di profondità. La campagna di ricerca nel mare delle Egadi è stata coordinata dalla soprintendenza del Mare della Regione Siciliana in collaborazione con la Rpm Nautical Foundation, organizzazione no-profit di ricerca archeologica e di istruzione che dal 2005 sostiene la ricerca archeologica marittima della Regione Siciliana e l’università di Malta con l’R/V Hercules, dotato di un sistema di posizionamento dinamico e di capacità di elaborazione dati avanzate che includono un centro di controllo dati all’avanguardia; e di un adeguato spazio sul ponte e di sistemi di sollevamento per trasportare e dispiegare navi ausiliarie, nonché di un sistema Nitrox integrato per operazioni multi-sub. “L’eccezionale scoperta”, osserva Valeria Li Vigni, soprintendente del Mare, “è una conferma di quanto già sostenuto dalla soprintendenza del Mare sin dai tempi di Sebastiano Tusa che aveva indicato nel mare delle Egadi una fonte inesauribile di microstorie che ci portano verso la conoscenza della Storia, non solo della Sicilia ma del Mediterraneo”. E l’assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà: “Questa scoperta è l’ennesima dimostrazione di un lavoro incessante che prosegue sui nostri fondali per scoprire nuovi siti archeologici sommersi e ricostruire le vicende dell’antichità. L’uso sempre più frequente delle nuove tecnologie nel campo della ricerca subacquea sta consegnandoci soddisfacenti risultati aprendo il Mediterraneo ad una lettura più ampia e dettagliata. La Sicilia, infatti, è un prezioso scrigno di tesori il cui valore è quello di arricchire di dettagli la narrazione sui movimenti nel Mediterraneo in un tempo in cui la Sicilia si trovava strategicamente al centro di relazioni internazionali, di commerci e scambi”. Le numerose rilevazioni (strisciate), effettuate con avanzati strumenti di robotica quali l’Auv (autonomous underwater vehicle) e il Rov (remotely operated vehicles), hanno consentito di delineare in dettaglio il relitto con il suo carico di anfore la cui restituzione in 3D verrà realizzata nel 2022 dalla SopMare e l’università di Malta, grazie al professor Timmy Gambin e alla RPM in una campagna di misura.