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Pompei. La vita della ricca famiglia pompeiana di Giulio Polibio raccontata nella mostra “Gli Arredi della Casa di Giulio Polibio”: oltre 70 oggetti rinvenuti nella domus di via dell’Abbondanza. Ricostruiti i volti di tre delle vittime rinvenute, tra cui quello di una giovane donna incinta

Una cassetta contenente bottiglie di vetro rinvenuta nello scavo della Casa di Giulio Polibio a Pompei (foto parco archeologico Pompei)

All’Antiquario di Pompei la mostra “Gli Arredi della Casa di Giulio Polibio” (foto parco archeologico Pompei)

Il racconto di una famiglia, di un personaggio pubblico, di individui strappati alla vita. Le loro abitudini, il vezzo e il desiderio di mostrare la propria ricchezza, attraverso il lusso negli arredi e negli oggetti di vita quotidiana. È la vita della ricca famiglia pompeiana di Giulio Polibio quella raccontata, con i numerosi reperti rivenuti nella dimora, nella mostra “Gli Arredi della Casa di Giulio Polibio”, allestita dal 23 dicembre 2019 (inaugurazione alle 11) al piano superiore dell’Antiquarium di Pompei. Oltre 70 oggetti, tra lucerne, porta lucerne, bruciaprofumi, vasellame per la cottura degli alimenti (pentole per bollire, tegami per friggere, olle per la bollitura di focacce e verdure), coppe per banchetti e bottiglie in vetro, scaldavivande, candelabri, un anello con sigillo in bronzo con il nome di C.IVLI PHILIPPI, forse il vero proprietario della casa, il calco perfetto di un cesto in vimini, un salvadanaio in terracotta, dadi da gioco e altro ancora.

La ricostruzione dei volti di tre vittime rinvenute nella Casa di Giulio Polibio: una donna di meno di 20 anni incinta, un uomo tra i 25 e 35 anni, e uno intorno ai 60 di età (foto parco archeologico Pompei)

Ma la mostra è stata anche l’occasione per tentare di dare un aspetto agli abitanti della casa, raccontato attraverso i volti ricostruiti di 3 delle vittime rinvenute. Il viso di una ragazza di meno di 20 anni, agli ultimi mesi di gravidanza al momento dell’eruzione, quello di un uomo adulto tra i 25 e i 35 anni e quello di un uomo anziano, intorno ai 60 anni di età. Una ricostruzione facciale, effettuata partendo dai crani dei tre sfortunati, pioneristica per l’epoca in cui fu realizzata (anni ’70 del secolo scorso). La ricostruzione consistette nell’applicare sul modello in scala 1.1 del cranio, strati di plastilina dello spessore corrispondente a quello della muscolatura standard. Vennero in seguito effettuate ulteriori indagini sul DNA degli individui, portando a stabilire alcuni legami di parentela. Gli antropologi fisici Maciej e Renata Henneberg identificarono 13 individui: 3 maschi adulti, 3 femmine adulte, 6 subadulti e un feto negli ultimi mesi di vita intrauterina.

La grande casa di Giulio Polibio, con la sua severa facciata su Via dell’Abbondanza, fu costruita tra il III e il II sec. a.C., con una planimetria unica rispetto a quella della maggior parte delle case presenti a Pompei (qui vediamo la Casa di Giulio nella bellissima ricostruzione 3D di Altair4 Multimedia). La casa è legata al nome di Giulio Polibio, un discendente di un liberto della Gens Iulia, la famiglia dell’imperatore Augusto, che appare nelle iscrizioni elettorali dipinte sulla facciata della casa, che lo raccomandano come duoviro della città. Le bellissime pitture in I stile, il pavimento in ciottoli di fiume, l’impluvio in cocciopesto dell’atrio e la “collezione” di bronzi antichi rinvenuti nel triclinio, erano volutamente ostentate, quasi a far parte di un programma politico con cui Polibio mirava ad entrare nella vecchia classe dirigente pompeiana. L’atrio è seguito da un ambiente chiuso con una porta dipinta che maschera una porta preesistente, relativa ad una fase precedente della casa. Vicino alla porta si trova un cumulo di calce che testimonia i lavori di restauro in corso al momento dell’eruzione nel 79 d.C. Un peristilio, con alberi da frutto e arbusti, costituiva l’elemento di raccordo tra questa parte della casa e i principali ambienti di rappresentanza come il grande triclinio con affreschi del supplizio di Dirce. Il desiderio del proprietario della casa di mostrare all’ospite la propria ricchezza e raffinatezza si può notare in alcuni oggetti rinvenuti, che dovevano suscitare stupore nel visitatore: una statua bronzea di Apollo, un cratere con raffigurazioni mitologiche e una grande brocca bronzea greca databile al V secolo a.C., oggetto d’antiquariato. La facciata della casa fu scavata da Vittorio Spinazzola tra il 1912 e il 1913; l’intera abitazione fu indagata tra il 1964 e il 1970 con un approccio multidisciplinare.

Crotone. Il progetto Vide fa tappa al museo Archeologico con la mostra “Il cavallo, compagno di viaggio” che espone una museruola equina trafugata dai tombaroli e recuperata dal nucleo dei carabinieri

La locandina della mostra “Il cavallo, compagno di viaggio. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi greci”

Il progetto VIDE (VIaggio Dell’Emozione) fa tappa a Crotone: al museo Archeologico nazionale apre la mostra “Il cavallo, compagno di viaggio. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi greci” con l’esposizione di una museruola in bronzo per cavallo del IV secolo a.C. recuperata dai carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico, e che, secondo gli archeologi, proverrebbe da scavi clandestini nel territorio del crotonese. Il prezioso reperto andrà ad arricchire le già ricche collezioni del museo crotonese. Appuntamento per l’inauguarzioni sabato 21 dicembre 2019, alle 17. “Si tratta di una pregiata museruola in bronzo che rappresenta una vera e propria rarità, non solo per il tipo di oggetto, ma anche per la sua decorazione”, spiega Gregorio Aversa, direttore del museo Archeologico nazionale di Crotone. “Nobile ornamento per cavalli, esso costituiva certamente una significativa offerta votiva da parte di un membro della cavalleria crotoniate per il santuario di Hera nella località Vigna Nuova. Simbolo di prestigio sociale e di disponibilità economica, nel mondo antico il cavallo è sempre stato oggetto di grande attenzione da parte dell’uomo, che molto presto ha dovuto ideare strumenti di imbrigliamento per controllarlo e guidarlo. Per questo – conclude Aversa – nell’ambito del progetto VIDE (VIaggio Dell’Emozione) che lega in un affascinante percorso i vari siti appartenenti al Polo museale della Calabria, si è pensato di approfondire la tematica del cavallo come mezzo di trasporto e compagno nella guerra, nel lavoro, nel gioco anche grazie ad altri reperti riferibili al mondo equino”.

Firenze. Agli Uffizi la mostra “I cieli del Rinascimento. Soffitti lignei a Firenze e a Roma nel Rinascimento”: oltre trenta opere esposte tra disegni, dipinti e altri manufatti preziosi. Apre l’esposizione il prezioso lacunare del controsoffitto della Casa del rilievo di Telefo di Ercolano, un reperto rarissimo scoperto recentemente in mostra per la prima volta

La rappresentazione di un prezioso soffitto ligneo esposta nella mostra “I cieli del Rinascimento” alla Galleria degli Uffizi a Firenze

Il soffitto metafora del cielo. Forme quadrate, rettangolari o ottagonali tutte riccamente decorate invitano i visitatori delle chiese e dei palazzi rinascimentali a sollevare gli occhi al cielo. Da elemento costruttivo nato per proteggere gli ambienti a ornamento che fonde nel suo insieme tutte le arti. Per la prima volta il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi dedica la mostra “I cieli del Rinascimento. Soffitti lignei a Firenze e a Roma nel Rinascimento” a un singolo elemento architettonico per la prima volta protagonista di una esposizione. Con questa mostra (Sala Detti e Sala del Camino, 10 dicembre 2019 – 8 marzo 2020), a cura di Claudia Conforti, Maria Grazia D’Amelio, Francesca Funis, Lorenzo Grieco, la Galleria degli Uffizi di Firenze, che custodisce il maggior numero di disegni di soffitti rinascimentali, inizia a scriverne la storia. Del ricco patrimonio di disegni degli Uffizi è stata operata un’attenta selezione integrata da fogli dal Louvre, dal museo nazionale di Stoccolma, dalla Biblioteca di Storia dell’Arte e di Archeologia, dal museo di Roma, dagli Archivi di Stato di Roma e di Firenze. Oltre trenta opere esposte tra disegni tecnici, di ornato e di figura, dipinti e altri manufatti preziosi e poco conosciuti che raccontano lo splendore dei soffitti lignei nel Rinascimento e come, per la loro realizzazione, pittura e scultura fossero strettamente connesse all’architettura.

Disegno di un cassettone di soffitto ligneo ispirato all’antico (foto parco archeologico Ercolano)

Il soffitto ligneo crollato della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma (foto Carabinieri)

“L’idea di dedicare una mostra a questo tema inedito e sofisticato parte da un evento doloroso: il crollo del soffitto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma, avvenuto il 30 agosto 2018”, spiega il direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt. “Quel giorno è andato in rovina un pezzo del nostro patrimonio artistico, che possiamo proteggere solo attraverso la conoscenza e l’attenzione costante. In questo modo si sviluppa una sensibilità per la tutela, e la mostra degli Uffizi vuole essere un tassello in questa distribuzione del sapere che diventa, alla fine, uno strumento potente nella difesa dei nostri tesori d’arte”. E la curatrice Claudia Conforti, professore ordinaria all’università di Roma “Tor Vergata”: “La collezione del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi custodisce a Firenze copiose ed eccezionali testimonianze grafiche di questa arte, che coniuga tecnica e ornamento. È una delle ragioni che hanno suggerito come tema espositivo i soffitti a lacunari, un soggetto trascurato, se non ignorato, dagli studi. L’altra ragione che ci ha spinto è la voglia di stimolare i visitatori nell’alzare gli occhi al cielo quando entreranno a rivedere i monumenti fiorentini e romani. Infine, rivolgiamo un sentito invito alle istituzioni affinché possano dare vita ad un censimento di questi cieli che, intarsiati di pitture e sculture, consolidano i muri dell’edificio e l’animo di chi lo abita, attivando la memoria con la celebrazione, la narrazione e la consolazione: il corredo emotivo che dalla notte dei tempi le immagini apportano agli abitanti della terra”.

Il prezioso e raro lacunare del controsoffitto ligneo della Casa del rilievo di Telefo di Ercolano (foto parco archeologico di Ercolano)

La versatilità decorativa dei lacunari fu sfruttata fin dai tempi remoti, come testimoniano i monumenti classici, dal Partenone al Pantheon. Non è un caso, infatti, che ad aprire la mostra sia un rarissimo lacunare ligneo di età romana, per la prima volta esposto al pubblico, che conserva ancora tracce di colore, scoperto recentemente a Ercolano. Il lacunare del controsoffitto a cassettoni apparteneva ad uno straordinario complesso di oggetti in legno pertinenti alla copertura di una grande sala triclinare della Casa del Rilievo di Telefo (pari a quasi un quarto dell’intera copertura). La scoperta del tetto, che conserva l’unica capriata in legno che ci è arrivata dal mondo romano, e del controsoffitto del cosiddetto Salone dei Marmi, si deve agli interventi di sistemazione dell’antica spiaggia di Ercolano nell’ambito delle attività condotte dall’Herculaneum Conservation Project, un partenariato pubblico privato avviato nel 2001 dal Packard Humanities Institute in collaborazione con l’allora soprintendenza archeologica, oggi parco archeologico di Ercolano. Questa collaborazione, giunta quasi al suo ventesimo anniversario, costituisce un unicum sullo scenario nazionale, ed ha permesso la scoperta, lo scavo, la documentazione e l’immediato consolidamento e conservazione dei preziosi manufatti lignei di una copertura crollata nel momento dell’eruzione del 79 d.C. L’insieme dei manufatti costituisce una precisa testimonianza dell’ostentazione dell’elevatissimo status sociale dei proprietari della casa, probabilmente la potente famiglia dei Nonii Balbi, di rango equestre, accreditata da rapporti diretti con la famiglia imperiale nella persona di Augusto. La sala era utilizzata come coenatio (sala da banchetto) e la decorazione del pavimento, delle pareti e del controsoffitto era basata sull’impiego di materiali rari e costosi, quali i marmi colorati provenienti da cave poste in tutto l’arco del Mediterraneo e in Africa, e sull’applicazione di competenze artigianali sofisticate e ricercate, come quelle impiegate nel pavimento in marmo realizzato con la tecnica dell’opus sectile, oppure dal tipo di assemblaggio scelto per il soffitto ligneo e dalle decorazioni intagliate e policrome dei tre piani di profondità che caratterizzano i lacunari, impreziositi al centro da lamine d’oro.

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano

“Posso affermare che il Parco di Ercolano ha allargato i propri confini”, dichiara il direttore Francesco Sirano. “Ci troviamo in un periodo di grande fermento e sono davvero orgoglioso che il Parco sia protagonista dei diversi appuntamenti culturali che si svolgono in ambito nazionale e internazionale. Il progetto scientifico della mostra di Firenze ci è apparso un’ottima occasione per mostrare al grande pubblico attraverso il dialogo interdisciplinare, in una sede del massimo prestigio quale gli Uffizi, cosa abbia significato il Ri-nascimento per i suoi contemporanei e cosa insegni oggi a noi nella prospettiva di lungo periodo. Dalla visione della mostra scaturisce spontanea l’impressione di quale incredibile livello artigianale sia stato attinto in Italia anche in età romana e in campi dell’arte solo apparentemente negletti a causa dell’assenza di testimonianze fisiche. Un’assenza che Ercolano, caso unico in tutto il mondo antico romano, colma con una larga messe di dati sia quantitativi sia qualitativi. Mi auguro che l’ evidenza unica e in stupefacente stato di conservazione, a Firenze presentata per la prima volta al pubblico al termine di lunghi e laboriosi restauri, sensibilizzi un numero sempre maggiore di cittadini verso l’importanza della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale in ogni epoca e su ogni orizzonte geografico”.

Pompei. Per due giorni aperti i cubicoli floreali della Casa del Frutteto: restauratori a disposizione dei visitatori. E per le feste natalizie itinerario alla scoperta dei più bei giardini interni alle domus

La vegetazione lussureggiante dipinta sulle pareti, ad avvolgere il riposo degli antichi abitanti della Casa del Frutteto a Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Porte aperte per due giorni ai cubicoli floreali (stanze da letto) della Casa del Frutteto a Pompei decorati con limoni e corbezzoli, piante da frutto e ornamentali, uccelli svolazzanti, e un albero di fico a cui è avvinghiato un serpente. Una vegetazione lussureggiante dipinta sulle pareti, ad avvolgere il riposo degli antichi abitanti di questa dimora posta su via dell’Abbondanza, che conserva uno dei più begli esempi di pittura di giardino rinvenuti nella città. Il 19 e il 20 dicembre 2019 i visitatori potranno osservare da vicino il delicato lavoro di restauro che sta interessando questi affreschi. L’intervento in corso, a cura dei restauratori del Parco Archeologico di Pompei, è realizzato con fondi ordinari. I restauratori saranno a disposizione durante le due giornate, per mostrare e raccontare le minuziose tecniche di restauro applicate alle pitture. Un’occasione per ammirarne in anteprima i colori e i dettagli, in attesa dell’apertura della domus prevista per il 1° febbraio 2020, al termine dei lavori.

Il grande albero di fico con il serpente dipinto nella Casa del Frutteto a Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Gli affreschi raffigurano in uno degli ambienti un giardino luminoso, immaginato di giorno nel pieno rigoglio del verde, con una tale precisione di dettagli da rendere possibile il riconoscimento delle specie vegetali e nell’altro, un giardino immerso nel buio della notte, con tre alberi di diversa grandezza, tra cui il grande fico con il serpente, auspicio di prosperità. A differenza di quanto attestato in altre case dove la pittura di giardino era riservata alle sale di rappresentanza, qui la si trova nei cubicoli. In alcuni ambienti, le raffigurazioni sono, inoltre, arricchite da motivi egittizzanti con riferimenti a Iside, probabile segno di devozione alla dea da parte del proprietario.

Il giardino della Casa del Frutteto a Pompei è popolata di uccelli svolazzanti (foto parco archeologico Pompei)

La domus, scavata parzialmente nel 1913 e poi nel 1951, presenta il classico impianto ad atrio, attorno al quale si dispongono vari ambienti e nella parte posteriore uno spazio verde con un triclinio estivo, utilizzato durante la stagione calda in alternativa al più interno triclinio. I giardini ornamentali, sia raffigurati sulle pareti ad ampliare lo spazio visivo degli ambienti, sia come spazi verdi interni, laddove la dimora lo consentiva, caratterizzavano molte delle abitazioni dell’antica città. Due splendidi esempi di giardini interni sono quelli della Casa dell’Efebo e di Trittolemo, di recente restituiti al loro splendore, a seguito degli interventi di manutenzione del verde, che ne hanno previsto la risistemazione secondo progetti non impattanti e criteri storico-botanici nella scelta dell’essenze.

Ambienti affrescati nella Casa del Frutteto a Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Durante le festività natalizie – dal 23 dicembre 2019 – i visitatori di Pompei potranno ammirare queste e altre domus caratterizzate da bella vegetazione, in un vero e proprio itinerario del verde. Oltre alla casa di Trittolemo e dell’Efebo, tra le belle domus dotate di ampi giardini interni meritano una visita: la casa degli Amorini Dorati, anche essa riaperta da poco dopo gli interventi di manutenzione, la Casa dell’Ancora con il singolare giardino sottoposto, la Casa del Menandro, i Praedia di Giulia Felice, la Casa della Venere in Conchiglia, la Casa di Marco Lucrezio su via Stabiana.

Museo Archeologico nazionale di Napoli da record: in 11 mesi già 650mila visitatori. E dicembre promette altri successi: dopo “Muse al Museo”, ecco la grande mostra “Thalassa. Meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, poi “Fotografare il Mann tutto l’anno”, il calendario 2020 “ARCHEmiti femminili”, “OpenHeArt. Quattro laboratori per una mostra”, e l’accordo con il teatro San Carlo. Le offerte di OpenMann: già 8mila iscritti

Una lunga fila di visitatori in attesa di entrare al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

L’invito alla presentazione della mostra “Thalassa. Meraviglie sommerse dal Mediterraneo”

Manca poco meno di un mese alla fine dell’anno, ma il museo Archeologico nazionale di Napoli conta già 650mila visitatori dal 1° gennaio del 2019: una soglia lusinghiera, che supera di gran lunga le 613mila presenze registrate il 31 dicembre del 2018. E il ricco programma di dicembre promette nuove cifre da record. Mentre con l’Immacolata si è chiusa la settimana della la kermesse “Muse al Museo. Speciale Thalassa”, un produzione FestivalMANN con la direzione artistica di Andrea Laurenzi (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/04/muse-al-museo-speciale-thalassa-al-museo-archeologico-di-napoli-musica-spettacolo-e-performance-dedicati-al-mare-in-attesa-della-grande-mostra-sulle-meraviglie-sommerse-d/), si avvicina al grande evento del 12 dicembre quando è in programma l’inaugurazione della mostra “Thalassa. Meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, il cui progetto scientifico è stato promosso da “Teichos. Servizi e Tecnologie per l’Archeologia”: nel suggestivo allestimento dell’exhibit, saranno presentati al pubblico 400 straordinari reperti, che racconteranno il Mare nostrum tra cultura, economia, folclore e paesaggio. Peculiarità dell’esposizione, che ha determinato una variegata rete di collaborazioni con istituzioni museali e privati, l’analisi delle conquiste dell’archeologia subacquea, tra rigore metodologico ed applicazione delle nuove tecnologie. “Thalassa” nasce nel più ampio framework di collaborazione con l’Assessorato alla Cultura ed all’Identità Siciliana della Regione Siciliana: la mostra non sarebbe stata possibile senza il contributo del famoso archeologo Sebastiano Tusa, scomparso nella sciagura aerea dello scorso marzo in Etiopia (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/03/11/archeologia-in-lutto-nel-disastro-aereo-del-boing-737-precipitato-in-etiopia-e-morto-larcheologo-sebastiano-tusa-siciliano-doc-docente-di-paletnologia-e-archeologia-marina-ha-creato-la-so/).

La locandina che promuove OpenMann, l’abbonamento annuale al museo Archeologico nazionale di Napoli

Raggiunta anche la quota delle 8mila sottoscrizioni per l’abbonamento annuale OpenMANN. A un anno esatto dal primo lancio dell’abbonamento annuale OpenMANN, cui hanno aderito ben 8mila iscritti, la manifestazione “Muse al Museo” è stata l’occasione per promuovere l’OpenMANN Fest: dal 1° dicembre 2019 al 12 gennaio 2020, infatti, è possibile sottoscrivere la card, direttamente in biglietteria, a prezzi scontati (15 euro per adulti, 30 euro per famiglie composte da due over 25, 10 euro per young). La card OpenMANN, presentata di recente anche in versione Academy (rivolta a studenti universitari ed iscritti a scuole di specializzazione, con un prezzo simbolico 5 euro, ferme le gratuità previste dalla legge), permetterà di accedere illimitatamente al Museo per 365 giorni dalla data di prima attivazione, includendo tutti gli eventi in calendario, comprese le grandi mostre del 2020: “Thalassa. Meraviglie sommerse dal Mediterraneo”, “Lascaux 3.0” (dal prossimo 31 gennaio), “Gli Etruschi al MANN” (dal 13 febbraio), “I Gladiatori” (dall’8 aprile) e “Capire il cambiamento climatico” (sino al 31 maggio). Nel prossimo anno, sarà anche la collezione permanente del Mann ad ampliarsi, non soltanto con la riapertura della sezione “Preistoria e protostoria”, ma anche con il restyling delle sale dedicate agli Affreschi ed agli oggetti della vita quotidiana di Pompei, Ercolano e delle città vesuviane.

“Fotografare il Mann tutto l’anno”: due piccole visitatrici scoprono l’antichità grazie ai supporti didattici della collezione (foto De Riccardis)

“Fotografare il Mann tutto l’anno”: uno splendido cratere in primo piano con la fuga delle sale sfocate sullo sfondo (foto Codispoti)

Due appuntamenti con la creatività contemporanea connotano questa settimana: lunedì 9 dicembre 2019 vernice dell’esposizione “Fotografare il MANN tutto l’anno”, a cura dell’Associazione Flegrea Photo, seguita dalla presentazione del calendario 2020 del museo Archeologico nazionale di Napoli, realizzato da Barbara Ciardo per la Scuola Italiana di Comix. Anno che va, anno che viene: nell’atrio del museo Archeologico nazionale di Napoli, da lunedì 9 dicembre 2019 al 13 gennaio 2020, sono in programma due mostre dedicate, rispettivamente, al 2019 ed al 2020. Sono quaranta artisti dell’Associazione Flegrea Photo a proporre il percorso “Fotografare il MANN tutto l’anno”: il Museo è raccontato attraverso l’obiettivo di chi, con uno sguardo particolare, ha ammirato le collezioni permanenti, ha seguito la peculiarità dei percorsi espositivi proposti, ha partecipato agli eventi culturali in calendario. I fotografi, peraltro tutti titolari dell’abbonamento annuale OpenMann (lanciata sino al prossimo 12 gennaio la possibilità di rinnovo al prezzo promo di 15 euro per adulti), si sono mescolati al pubblico del Museo per fermare non soltanto momenti simbolo dell’anno che sta per terminare, ma anche attimi di quotidianità vissuti all’Archeologico: non mancheranno, naturalmente, immagini dedicate alla collezione Magna Grecia (uno splendido cratere in primo piano con la fuga delle sale sfocate sullo sfondo, così come due piccole visitatrici che scoprono l’antichità grazie ai supporti didattici della collezione), ma sarà il culto del dettaglio a rappresentare un trait d’union fra le fotografie in mostra. Dal bookshop (dove due turisti si abbracciano mentre scelgono un catalogo) e dalla biglietteria (una ragazza è in fila, ma ciò che colpisce è il nastro che ha tra i capelli), si arriverà poi alle sale, per scoprire la magia dei bronzi della Villa dei Papiri, l’inquietudine perenne delle figure rappresentate negli affreschi, lo spettacolare assetto del Salone della Meridiana: non sempre, nelle immagini, saranno ritratti i visitatori, ma saranno le opere e gli spazi stessi a prendere vita, per raccontare un anno (ed anche un tempo indefinito), che al Museo è stato pieno di vita.

La copertina del calendario 2020 del Mann “ARCHEmiti femminili” di Barbara Ciardo

Il mese di Luglio del calendario 2020 del Mann realizzato da Barbara Ciardo

Anche per il 2020, è confermata la sinergia tra il Mann e la Scuola Italiana di Comix, definita nell’ambito del progetto universitario Obvia: sono esposte in Atrio tutte le dodici tavole del calendario del museo Archeologico nazionale di Napoli, realizzato dall’artista Barbara Ciardo (napoletana, classe 1983). Il calendario, intitolato significativamente “ARCHEmiti femminili”, è un viaggio colorato tra storie, leggende e tesori del patrimonio culturale (anche immateriale), sulla scorta del concetto di immaginazione attiva proposto da Carl Jung, per cui dalle forme astratte scaturisce una visione ragionata e compiuta della Bellezza. Così Barbara Ciardo, tesaurizzando la raffinata prassi di contaminazione creativa da sempre realizzata dalla Scuola Italiana di Comix, dedica ogni mese alle donne che hanno popolato la cultura ed il folclore occidentale (e non solo): riferimento imprescindibile la Sirena Partenope, figura sinuosa stagliata tra un sereno cielo notturno ed il Castel dell’Ovo, per giungere al mito babilonese di Inanna, che celebrava la potenza creatrice del femminile; non mancheranno l’appello al potere dell’inconscio con la raffigurazione di Ecate sulle soglie di un mondo sconosciuto e l’inno a chi, come Cassandra, aveva il coraggio di affermare al mondo il proprio concetto di consapevolezza. Immagine guida di “ARCHEmiti” è l’Artemide Efesia, la splendida scultura (II sec. d.C.) della collezione Farnese del Mann, simbolo della fecondità femminile. “Un nuovo calendario scandirà il 2020 del MANN, frutto dell’arte di Barbara Ciardo e sul solco di una solida tradizione avviata dal progetto universitario Obvia- Out of boundaries viral art dissemination”, commenta Paolo Giulierini, direttore del Mann. “L’arte per l’arte, reinterpretazione delle opere del MANN e non solo, oltre le mura, oltre i confini per proporre una visione human centred. A questo viaggio creativo ben si combina, in Atrio, il racconto fotografico realizzato, nel 2019, dagli artisti dell’Associazione Flegrea Photo: guardiamo verso il futuro, tenendo ben fermo quanto fatto sinora”.

Rilievo con testa femminile proveniente da Palmira e conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Ma non è finita. Un evento simbolico per dare inizio alla sinergia tra il museo Archeologico nazionale di Napoli ed il Teatro San Carlo: in occasione dell’opera “Pikovaja Dama -La Dama di Picche” (la prima è in cartellone l’11 dicembre 2019), sarà in mostra temporanea al Lirico napoletano un prezioso reperto con testa femminile appartenente alle collezioni del Mann. La scelta del capolavoro in esposizione non è casuale: il pregevole rilievo proviene da Palmira ed è databile tra la fine del II secolo d.C. ed i primi decenni del III secolo d.C. L’opera, verosimilmente, doveva completare un monumento funerario, del tipo a camera ipogeico o a torre. A destra del volto, da riferirsi alla defunta, si scorgono le tracce di un’iscrizione in aramaico palmireno. Se la vicenda di un antico reperto permette di ricollegare, ancora una volta, la storia passata a quella presente (il precoce interesse per il sito di Palmira ci spinge a lanciare un monito sempre attuale per la tutela del patrimonio culturale in aree di crisi), è il fil rouge tra storia, arte e musica ad avvicinare MANN e San Carlo. Un legame ideale, infatti, unisce i due istituti, le cui origini affondano nell’illuminata politica culturale di Carlo III di Borbone: a un anno di distanza dalla fondazione del Teatro che porta il suo nome, nel 1738, il sovrano si fece fautore degli scavi che identificarono a Resina il sito dell’antica Ercolano, portando alla luce per prime proprio le strutture della scena del teatro. Un decennio dopo fu la volta di Pompei. Lo stesso Mozart, nel 1770, visitò Pompei e l’Herculanense Museum di Portici, ricavandone probabilmente le suggestioni che sarebbero riemerse più tardi con la composizione del “Flauto magico”. Parte integrante dell’azione di Carlo III, ripresa poi dal figlio Ferdinando, fu proprio la costruzione museografica, che si concentrò dapprima presso le residenze reali di Portici e Capodimonte per poi identificare nel Palazzo degli Studi di Napoli la sede di quello che sarebbe diventato il Real Museo Borbonico nel 1816, oggi Museo Archeologico Nazionale. Le collezioni stesse del MANN rimandano per più di un aspetto al teatro e alla musica: gli strumenti musicali rinvenuti nei siti vesuviani e le iconografie di mosaici, affreschi, pitture vascolari, sculture recano frequenti rimandi alla musica antica e ai diversi ambiti in cui era praticata.

Sulla scorta di questa matrice culturale condivisa, la convenzione tra MANN e San Carlo, promossa nell’ambito del progetto universitario Obvia- Out of boundaries viral art dissemination, seguirà diversi filoni operativi: da una parte, l’esposizione temporanea di reperti in occasione di alcune importanti opere in cartellone al San Carlo (dopo la “Dama di picche”, anche il “Flauto magico” tra marzo ed aprile 2020, così come il “Maestro di Cappella” nel giugno del prossimo anno prevedranno un’exhibit di capolavori del MANN) e l’organizzazione, da parte del Lirico partenopeo, di workshop e flash mob dedicati alla musica nelle sale dell’Archeologico. Un secondo ed importante piano sarà rappresentato dalla promozione di un biglietto integrato (Formula Duetto) che, al costo di 18 euro, consentirà, nell’arco temporale di 3 giorni, di partecipare alle visite guidate al Teatro di San Carlo e di accedere al Mann nei periodi di Natale e Pasqua. Ultima articolazione dell’accordo sarà la scontistica per determinate categorie di utenti: per i titolari di abbonamento OpenMANN sarà possibile acquistare i biglietti al botteghino del San Carlo con lo sconto del 10%; ancora, gli abbonati alla stagione concertistica e sinfonica del San Carlo potranno sottoscrivere card annuali a prezzi promo (15 euro per adulti; 30 euro per una coppia di over 25).

Un laboratorio dell’esposizione “OpenHeArt. Quattro laboratori per una mostra”, in programma a Villa Pignatelli- Casa della Fotografia (foto Mann)

Costruire una mostra, in ogni suo tassello: dalla realizzazione delle opere al progetto di allestimento, dalla grafica alla comunicazione. Lo hanno fatto 44 giovani napoletani inoccupati, dai 18 ai 29 anni, adesso protagonisti dell’esposizione “OpenHeArt. Quattro laboratori per una mostra”, in programma a Villa Pignatelli- Casa della Fotografia da sabato 7 dicembre 2019 (apertura al pubblico: ore 11) sino al 6 gennaio 2020. Il progetto “OpenHeArt” ha rappresentato l’occasione per esprimere energie creative e scoprire la vena artistica che è in ognuno di noi, costruendo una rete di collaborazioni virtuose nel territorio regionale (e non solo). Realizzato dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal Polo museale della Campania, in collaborazione con il Laboratorio Irregolare di Antonio Basiucci, l’associazione AZTeCA, l’associazione Pianoterra, l’associazione OcchiAperti, Incontri Internazionali d’arte ed il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’università di Salerno (vincitore del bando Prendi Parte! Agire e pensare creativo ideato dalla Direzione Generale Creatività contemporanea e rigenerazione urbana del Mibact), “OpenHeArt” ha avuto lo scopo di promuovere l’inclusione culturale dei giovani nelle aree a rischio di marginalità economica e sociale. Quattro i laboratori iniziati nel febbraio 2019 ed in programma per tutto l’anno: Photo Lab – Laboratorio fotografico a cura di Antonio Biasiucci per la realizzazione delle opere da esporre; Graphic Design Lab – Laboratorio di grafica, condotto da Alessandro Leone per la progettazione ed esecuzione del materiale di comunicazione; Videomaking Lab – Laboratorio di produzione video, guidato da Ra¬ffaele Iardino per la documentazione audiovisiva del percorso creativo; Exhibition Lab – Laboratorio di allestimento, con un percorso portato innanzi da Denise Maria Pagano per la progettazione e l’allestimento della mostra conclusiva. Dal 7 dicembre 2019, in esposizione a Villa Pignatelli, vi saranno non soltanto otto portfolio, montati su dei leggii e realizzati dagli aspiranti artisti di “OpenHeArt”, ma anche cento scatti realizzati nel corso del laboratorio di fotografia “Irregolare” di Antonio Biasiucci. Libero il tema delle opere presentate nell’exhibit: scopo dell’esposizione, infatti, non sarà soltanto mostrare il complesso iter che porta all’individuazione ed alla scelta di un’immagine fotografica, ma anche la necessaria integrazione di profili professionali diversi per l’allestimento di un’esposizione. Dalle idee ai fatti: l’obiettivo di “OpenHeArt”, progetto curato da Andrea Milanese e Denise M. Pagano, è proporre nuove ipotesi di inclusione in un tempo di rilancio delle industrie culturali e creative.

Grandi dei e sovrani scolpiti nella roccia lungo un imponente canale d’irrigazione: la grande scoperta dell’università di Udine nel Kurdistan iracheno illustrata a Roma. Il team di Daniele Morandi Bonacossi impegnato in una missione dove l’archeologia diventa strumento di cooperazione internazionale per la protezione del patrimonio culturale minacciato dell’Iraq

Daniele Morandi Bonacossi, direttore della missione dell’università di Udine, davanti al rilievo 4 scoperto a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Dettaglio del rilievo 8 di Faida con il corteo di animali che sorreggono le statute delle grandi divinità assire (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Il sovrano assiro, stante, è al cospetto del sacro corteo: le statue di sette divinità su dei piedistalli procedono sul dorso di altrettanti animali. Sono il dio Assur, la principale divinità del pantheon assiro, su un dragone e un leone con corna; sua moglie Mullissu, seduta su un elaborato trono sorretto da un leone; il dio della luna, Sin, anch’egli su un leone con corna; il dio della sapienza, Nabu, su un dragone; il dio del sole, Shamash, su un cavallo; il dio della tempesta, Adad, su un leone con corna e un toro; e Ishtar, la dea dell’amore e della guerra su un leone. Gli animali che portano le statue delle divinità avanzano verso destra, nel senso della corrente dell’acqua che anticamente scorreva nel canale di Faida, nel Nord dell’Iraq, il Kurdistan iracheno. Proprio questi dieci imponenti rilievi rupestri raffiguranti il sovrano e i grandi dei d’Assiria lungo un grande canale d’irrigazione scavato nella roccia rappresentano l’ultimo eccezionale risultato delle ricerche della missione archeologica dell’università di Udine e della direzione delle Antichità di Duhok guidata dal professor Daniele Morandi Bonacossi e dal dottor Hasan Ahmed Qasim in una terra, la Mesopotamia del nord, cruciale per la storia rimasta inesplorata per decenni a causa della complessa situazione politica che l’ha caratterizzata fino ad anni recenti. Ricerca, tutela, restauri, valorizzazione, formazione e cooperazione internazionale sono i cardini di un progetto, presentato a Roma nella sede di rappresentanza della Regione Friuli-Venezia Giulia, sostenuto da Governo Regionale del Kurdistan – Iraq, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Fondazione Friuli, ArcheoCrowd e Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Sono intervenuti Alessia Rosolen, assessore della Regione Friuli -Venezia Giulia a Istruzione, Ricerca e Università; Marina Brollo, delegata del rettore dell’università di Udine; Rezan Kader, Alto Rappresentante del Governo Regionale del Kurdistan- Iraq; Giuseppe Morandini, presidente della Fondazione Friuli; Paolo Bartorelli della Direzione Sistema Paese del Ministero degli Affari esteri e Cooperazione Internazionale; e Francesco Zorgno, presidente di ArcheoCrowd.

Veduta col drone dell’acquedotto assiro a Jerwan, nel Kurdistan iracheno (Foto Alberto Savioli /LoNAP)

Il logo del progetto archeologico regionale “Terre di Ninive” (“Land of Nineveh Archaeological Project”)

Una scoperta eccezionale, nata nell’ambito del progetto archeologico regionale “Terre di Ninive” (“Land of Nineveh Archaeological Project” – ParTeN) dell’università di Udine e della Direzione delle Antichità di Duhok guidata dal professor Daniele Morandi Bonacossi e dal dottor Hasan Ahmed Qasim, a sua volta collegata ad un’iniziativa di cooperazione internazionale della regione Friuli Venezia Giulia avviata nel 2012. “La Regione sostiene l’Università di Udine nel percorso di scoperta delle radici della nostra civiltà che si concentrano nella Mesopotamia”, ha ricordato l’assessore regionale alla Ricerca e Università, Alessia Rosolen. “È un dato importante perché credo che l’archeologia in un frangente diplomatico come questo e in un momento di nuove conoscenze sia fondamentale, da un lato per la trasversalità dei saperi che riesce a mettere in connessione, dall’altro per quella cooperazione internazionale che ci consente di iniziare davvero a parlare di diplomazia culturale e scientifica”. Per Rosolen “la collaborazione che l’università di Udine ha avuto con le università del Kurdisatn iracheno ci offre la possibilità di andare a tracciare una nuova identità del popolo iracheno e immaginare uno sviluppo della loro economia turistica”.

Veduta d’insieme col drone dell’area di scavo dei rilievi 5-10-6-7 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Veduta dall’alto dello scavo dei rilievi 6 e 7 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

A tratteggiare gli aspetti salienti del progetto sono stati chiamati i protagonisti di questa cooperazione a partire da Rezan Kader, alto rappresentante del governo regionale del Kurdistan, che ha evidenziato come “sia stata salvata la radice dell’umanità di tutti quanti noi”. Di “trasversalità della ricerca” ha parlato Marina Brollo, delegata del Rettore dell’università di Udine per il trasferimento della conoscenza; Giuseppe Morandini, presidente della Fondazione Friuli Continuità, ha posto l’accento sulla determinazione, continuità e metodologia utilizzata impressa al progetto. Francesco Zorgno, presidente di ArcheoCrowd, è invece il partner privato che ha condiviso la finalità della difesa del patrimonio archeologico come investimento culturale. Paolo Andrea Bartorelli, capo ufficio VI della direzione generale per la promozione del sistema Paese, ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, ha evidenziato “il ruolo dell’Italia nella difesa del patrimonio dagli attentati sia del fondamentalismo islamico che della scarsa attenzione verso i siti in pericolo, sensibilizzando la comunità internazionale”.

Fase di scavo del rilievo 7 a Faida, nelKurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Fase di scavi del rilievo 6 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

La straordinaria scoperta della missione congiunta italo-curda nel sito archeologico di Faida (20 km a sud della città di Duhok, Kurdistan iracheno settentrionale) risale ai mesi di settembre e ottobre 2019. Gli archeologi hanno individuato dieci imponenti rilievi rupestri di epoca assira (VIII-VII secolo a.C.) scolpiti nella roccia lungo un antico canale d’irrigazione di quasi 7 km di lunghezza. Il canale di Faida, alimentato da un sistema di risorgenti carsiche, fu fatto probabilmente scavare dal sovrano assiro Sargon (720-705 a.C.) alla base di una collina. Oggi, il canale, che ha una larghezza media di 4 metri, è quasi completamente sepolto sotto spessi strati di terra depositati dall’erosione del fianco della collina. Dal canale principale si diramavano canali più piccoli, che consentivano di irrigare i campi circostanti e di aumentare la produzione agricola della campagna ubicata nell’entroterra di Ninive, la capitale dell’impero. Sono passati quasi duecento anni dall’ultima scoperta di rilievi rupestri assiri, monumenti estremamente rari, avvenuta nel 1845 in quest’area, per opera del console francese a Mosul, Simon Rouet, che scoprì i rilievi di Khinis e Maltai. Più recentemente, nel 1972, Julian Reade, un archeologo inglese del British Museum, aveva individuato l’ubicazione di tre bassorilievi sepolti lungo il canale, senza però poterli portare alla luce a causa dell’instabilità politica e militare che contraddistingueva la regione in quegli anni di aspro confronto fra i Peshmerga curdi e l’esercito del regime baathista.

Il rilievo 8 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Il rilievo 7 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Lungo il canale, il sovrano assiro fece scolpire grandi pannelli di quasi 5 metri di larghezza e 2 metri di altezza rappresentanti il sovrano assiro ai due lati di una serie di divinità stanti sui loro animali simbolo. Dalla terra che riempiva il canale emergeva solo la parte superiore dei pannelli scolpiti a rilievo, dei quali si intravvedeva la cornice superiore e, in alcuni casi, la sommità delle tiare indossate dalle divinità. Già nel 1972 Julian Reade, un archeologo inglese del British Museum, aveva individuato l’ubicazione di tre bassorilievi sepolti lungo il canale, senza però poterli portare alla luce a causa dell’instabilità politica e militare che contraddistingueva la regione in quegli anni di aspro confronto fra i Peshmerga curdi e l’esercito del regime baathista. Quarant’anni dopo, nell’agosto del 2012, durante la ricognizione archeologica condotta dal “Land of Nineveh Archaeological Project” dell’università di Udine diretto dal prof. Daniele Morandi Bonacossi, gli archeologi italiani individuavano sei nuovi rilievi lungo il canale di Faida. A sette anni di distanza, grazie alla collaborazione fra l’Università di Udine e la Direzione delle Antichità di Duhok e al sostegno del Consolato italiano a Erbil, i rilievi rupestri assiri di Faida sono stati finalmente portati alla luce.

Il rilievo 4 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Alberto Savioli / LoNAP)

Rilievo 9 a Faida, nel Kurdistan iracheno (foto Isabella Finzi Contini / LoNAP)

Questo stupefacente complesso di opere d’arte rupestri uniche al mondo è però oggi parte di uno scenario ancora post-bellico, fortemente minacciato dal vandalismo, scavi clandestini e dall’espansione del vicino villaggio e delle sue attività produttive che lo hanno già gravemente danneggiato. Negli anni fra la nascita dello Stato Islamico come auto-proclamata entità statale nel 2014 e la sua sconfitta nel 2017, inoltre, i rilievi di Faida si sono trovati ad essere ubicati a soli 25 km dalla linea del fronte. Il progetto congiunto italo-curdo è dunque un intervento di salvataggio, che mira non solo a portare alla luce questi importantissimi rilievi assiri (dieci sono già stati scavati, ma molti altri attendono ancora di essere individuati ed esposti), ma anche a documentarli con tecnologie innovative, a restaurarli e soprattutto a proteggere questo sito archeologico assolutamente unico ed eccezionale. A conclusione dei lavori di scavo e restauro, sarà creato un parco archeologico dei rilievi assiri di Faida, che consentirà di aprire il canale e i suoi bassorilievi al turismo iracheno e internazionale, permettendo così la più vasta diffusione della loro conoscenza e una loro più adeguata protezione. In questo modo, il canale di Faida con i suoi meravigliosi rilievi si affiancherà agli altri canali, acquedotti e rilievi rupestri assiri (Khinis, Maltai e Shiru Maliktha, acquedotto di Jerwan) che il “Land of Nineveh Archaeological Project” ha già studiato e documentato, progettando il loro restauro e valorizzazione attraverso la creazione di un parco archeologico-ambientale del sistema idraulico assiro nella regione di Duhok ed elaborando il dossier necessario a sostenere la proposta di inserimento di questi straordinari beni culturali nella lista UNESCO del patrimonio dell’umanità.

Per i “Martedì di Carthago” nella Curia Julia a Roma giornata di studio “Fenici e Cartaginesi: Patrimonio e ricerca archeologica in Sicilia” e presentazione del libro postumo di Sebastiano Tusa sul sito della Battaglia delle Egadi

La locandina della Giornata di studio “Fenici e Cartaginesi: Patrimonio e ricerca archeologica in Sicilia” nell’ambito de “I Martedì di Carthago” a Roma

“Fenici e Cartaginesi: Patrimonio e ricerca archeologica in Sicilia” è il titolo della Giornata di Studio, organizzata nell’ambito della mostra “CARTHAGO. Il mito immortale”, al Parco archeologico del Colosseo fino al 29 marzo 2020, che rappresenta un’occasione di aggiornamento sui nuovi studi e sulle attività in corso sul mondo fenicio-punico in Sicilia, con l’obiettivo di stimolare e aprire un dibattito per il futuro, coinvolgendo le diverse Istituzioni attive sul territorio e nell’ambito della ricerca. La giornata di studio è a cura di Martina Almonte e Federica Rinaldi (parco archeologico del Colosseo), Francesca Guarneri (soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale), Paolo Xella (università di Tübingen) e José Ángel Zamora López (Escuela Española de Historia y Arqueología-CSIC). Appuntamento martedì 10 dicembre 2019 alla Curia Iulia nel Foro Romano a partire dalle 9, con i saluti del direttore del parco archeologico del Colosseo Alfonsina Russo e di Francesca Guarneri. La Giornata, articolata in una sessione mattutina e in una sessione pomeridiana, presenterà i nuovi dati sulla Sicilia fenicia e punica, attraverso approfondimenti mirati sui siti, sui parchi archeologici e sui materiali rinvenuti negli scavi. Le conclusioni dei lavori saranno lasciate a Mario Torelli. È gradita la prenotazione a: pa-colosseo.convegni@beniculturali.it

La copertina del libro postumo di Sebastiano Tusa “The Site of the Battle of the Aegates Islands at the end of the First Punic War. Fieldwork, analyses and perspectives, 2005-2015”

Dopo il dibattito e prima delle conclusioni, alle 16.40, sarà presentato da Alfonsina Russo il volume postumo a cura di Jeffrey G. Royal e Sebastiano Tusa sul sito della Battaglia delle Egadi: “The Site of the Battle of the Aegates Islands at the end of the First Punic War. Fieldwork, analyses and perspectives, 2005-2015” (L’Erma di Bretschneider, 2019), con contributi di Giovanni Garbini, Sebastiano Tusa, Tommaso Gnoli, W.M. Murray, J.R.W. Prag, Jeffre G. Royal, Aja Rose, Gemma Alia, Meritxell Aulinas, Robert A. Blanchette, Roberto Cabella, Claudio Capelli, Edward Faber, Benjamin W. Held, Jon C. Henderson, Michele Piazza, Lloyd Weeks, Cecilia Albana Buccellato, Francesca Oliveri, A.L. Goldman. La battaglia finale della prima guerra punica tra romani e cartaginesi, la battaglia delle isole Egadi, ebbe luogo nel 241 a.C. Nell’ambito del progetto di indagine sulle Isole Egadi condotto dalla Soprintendenza del Mare, in Sicilia, un’indagine intensiva ha portato a scoperte uniche da un antico campo di battaglia. Questa pubblicazione include le stagioni sul campo dal 2010-‘15. Reperti di arieti da guerra in bronzo, armature, anfore, iscrizioni e prove di siti di relitti confermano la scoperta di questo antico paesaggio di battaglia navale. Inoltre, questi manufatti forniscono nuove linee di indagine sull’epigrafia latina e sul ruolo dei funzionari, la formazione di paesaggi di battaglia, le dimensioni delle navi da guerra e i loro arieti, i tipi di armature personali, i cambiamenti culturali durante il III sec. a.C. e l’economia della flotta costruzione durante la prima guerra punica.