Egitto. Sulle note della “Marcia trionfale” dell’Aida la statua colossale di Ramses II trasportata nella sede definitiva, il Grand Egyptian Museum a Giza. Entro la fine dell’anno accoglierà i visitatori nella prima sala aperta del Gem, che sarà il più grande museo monotematico del mondo, all’ombra delle piramidi. Ecco le cifre faraoniche del progetto

Il corteo con i due camion che sostengono il peso della statua monumentale di Ramses II verso il Gem

Le protezioni in gommapiuma attorno alla statua di Ramses II durante il trasporto al Gem (foto Khaled Elfioi)
Quattrocento metri. Solo quattrocento metri è durato l’ultimo viaggio di Ramses II alla sua dimora definitiva. Ma è stato un trasferimento degno di un grande faraone. Il trasferimento della statua colossale di Ramses II, alta 12 metri per 83 tonnellate di granito rosso, dal sito temporaneo sull’altopiano di Giza al Grande museo egizio di Giza, il Gem (Grand Egyptian Museum), alla periferia ovest del Cairo, destinato a diventare il più grande museo monotematico del mondo, è stata un’autentica sfida tecnologica, programmata già dal 2002, che il governo egiziano ha trasformato in un evento mediatico globale, alla presenza del ministro delle Antichità Khaled el-Enany, del ministro della Cultura Inas Abdel Dayem, di Zahi Hawass probabilmente il più famoso egittologo al mondo, insieme ad ambasciatori, scienziati, egittologi e giornalisti, il tutto ripreso passo passo dalla televisione di Stato. Per coprire il breve tratto ci sono volute dieci ore: la grande statua, in piedi, ancorata su due grandi camion dal fondo piatto, procurati dalla Arab Contractors, e protetta da abbondanti salsicciotti di gomma piuma, era preceduta da un drappello di soldati a cavallo e annunciata dalla fanfara militare con le note non solo dell’inno nazionale della Repubblica araba d’Egitto ma anche della Marcia trionfale dell’Aida di Verdi con Radames che “torna vincitor”. Un vero trionfo. Del resto è noto che la grande statua di Ramses II è considerata un simbolo culturale e artistico per tutti gli egiziani, e un tesoro nazionale che è stato onorato con il suo posizionamento al Gem. “Sarà la prima statua che i turisti vedranno una volta entrati nel grande museo”, ha sottolineato il ministro delle Antichità che non ha mancato di elogiare “gli sforzi compiuti dalle varie istituzioni e ministeri egiziani, nonché la cooperazione tecnica e finanziaria egiziano-giapponese, per il loro duro e accurato lavoro che ha contribuito al successo del trasferimento della statua”.
È stato questo il terzo spostamento della statua colossale di Ramses II, realizzata 3200 anni fa, e scoperta nel 1820 dall’esploratore ed egittologo genovese Giovanni Battista Caviglia nel Grande Tempio di Ptah vicino a Menfi, capitale dell’Antico Regno d’Egitto, oggi a una ventina di chilometri a sud del Cairo. La statua fu trovata rotta in sei pezzi. Fu tentato più volte di ricomporla con un restauro, ma ci si riuscì solo alla metà del Novecento. Fu allora che ci fu il primo spostamento dal luogo del ritrovamento al Cairo. Fu infatti il primo ministro egiziano Gamal Abdel Nasser che nel 1955 decise di portare la grande statua, stabilizzata all’interno da barre di ferro, nella grande piazza Bab Al-Hadid, cioè della grande stazione ferroviaria nel cuore del Cairo. E da allora la piazza prese il nome ed è nota come piazza Ramses. Col passare del tempo, però, Ramses Square si rivelò un luogo inadatto, poiché la statua era esposta a inquinamento corrosivo e vibrazioni costanti provenienti dal traffico e dalle metropolitane. Il governo egiziano decise allora di trasferire la statua in una posizione più appropriata. Siamo al secondo trasferimento: nell’agosto 2006 Ramses II dalla piazza della stazione viene portato In un sito temporaneo sull’altopiano di Giza, quindi vicino a quella che era già stata individuata come la sua destinazione finale, il Gem, raggiunta con il terzo trasferimento, il 25 gennaio 2018.

Rendering del Gem progettato da Heneghan Peng Architects con il posizionamento della statua di Ramses II
Il Grand Egyptian Museum di Giza, destinato a surclassare in grandezza quello delle antichità egizie nella centralissima piazza Tahrir e ad ospitare il tesoro di Tutankhamon, è stato progettato da Heneghan Peng Architects che si sono aggiudicati il concorso del 2002. Il Gem doveva essere inaugurato nel 2011. L’apertura è però slittata di anno in anno, tra crisi politiche e finanziarie. Ma forse stavolta ci siamo, almeno per un’apertura parziale, anche grazie al cospicuo contributo nipponico ricordato anche dal ministro el-Enany. Lo ha confermato anche Mostafa Waziri, segretario del Consiglio supremo delle Antichita: “L’inaugurazione parziale del Gem è prevista per ottobre 2018, comunque entro la fine dell’anno. L’inaugurazione finale non prima del 2022”. L’obiettivo del Governo egiziano è di attrarre 4 milioni di visitatori l’anno, raddoppiando i numeri dell’Egizio del Cairo, pari a 2,5 milioni di visitatori. Comunque anche l’apertura parziale è stata definita un “importante avvio per il turismo” in Egitto da Rania el-Mashat, il nuovo ministro del Turismo, settore in crisi causa di rivoluzioni e terrorismo. “L’apertura parziale prevede l’esposizione di circa 5mila oggetti”, ha previsto il ministro el-Enany. “Assieme al colosso di Ramses II, all’entrata del museo saranno collocati altri 87 importanti reperti”. E prima di ottobre dal museo Egizio di piazza Tahrir arriveranno al Gem altre 43 statue.
Ma che cos’è esattamente il Grand Egyptian Museum di Giza? Un’idea ben precisa ce la dà Pier Paolo Raffa, consulente del progetto di allestimento del Gem, che ne ha parlato in un’intervista a “Il giornale dell’architettura.com”. “Il Gem – esordisce – è una monumentale porta per viaggiare nel passato dei faraoni. A 25 km dal centro della moderna città del Cairo e ad appena due dalle piramidi della piana della città storica di Giza, il Grand Egyptian Museum acquista dalla scelta di questa localizzazione una forte identità museale, rito di passaggio dal presente – il Cairo – allo spazio a parte della storia – Giza”. L’opera è faraonica, quasi una sfida all’unica tra le sette meraviglie del mondo antico giunta sino ai giorni nostri, la piramide di Cheope, che sorge a pochi passi. Impressionanti i numeri del cantiere: 5mila addetti che si alternano in tre turni, su 480mila mq di terreno (una superficie oltre otto volte quella della base della Grande piramide). Questa superficie è distribuita tra il museo vero e proprio, il centro conferenze (oltre 130mila mq) e un complesso di edifici con funzioni ausiliarie: laboratori di restauro, biblioteca, children museum e un altro museo dedicato ai visitatori diversamente abili, oltre a caffè, ristoranti e bookshop (più di 30mila mq), cui si aggiungono 300mila mq di aree a verde, incluso un museo open air. “Anche la facciata, strutturata sul modello del cosiddetto triangolo di Sierpinski”, spiega Raffa, “rivestita in pietra traslucida, è concepita per dialogare con i bianchi calcari, lucidi e lisci, che rivestono le piramidi di fronte”.

Rendering del Grand Egyptian Museum di Giza con la vista dall’interno sulla grande piramide (da Il giornale dell’architettura.com)
“Si stima che l’impatto sull’economia dell’Egitto sia di 840 milioni di dollari, tra costruzione del complesso architettonico e operazioni varie annesse, comprese le ricadute su un comparto turistico che deve fare i conti con l’incertezza politica. Il nuovo museo accoglierà 100mila reperti. Soltanto 5500 riguardano la collezione di Tutankhamon, il cui trasferimento dopo 84 anni dallo storico museo del Cairo, da dove proverranno anche gli ingenti pezzi dai depositi mai esposti prima, è già iniziato”. Il GEM – ricorda Raffa – nasce, infatti, per rispondere principalmente all’esigenza di maggiori e più adeguati spazi, oltre a migliori condizioni di conservazione per le collezioni, costrette, per non dire ormai affastellate, in locali inadeguati nella sede storica in piazza Tahrir. Basti pensare che proprio la collezione del faraone bambino è circoscritta a due gallerie in un’unica sala, uno spazio davvero esiguo per un repertorio di tale calibro. “Il museo è strutturato su una serie di livelli che vanno da un parvis monumentale esterno ad una zona coperta: due aree che il visitatore attraverserà muovendosi verso una grande scalinata che sale ad un livello, vetrato e panoramico, da dove avrà la vista sulle piramidi, proprio dall’interno del museo. Quest’ampia rampa ospiterà una selezione di sculture monumentali distribuite su tutta la sua lunghezza, mentre su entrambi i lati si svilupperanno due vaste zone espositive, le gallerie vere e proprie. Quella principale ospiterà unicamente la collezione Tutankhamon, presentata attraverso un allestimento museografico avanzatissimo. Un’interessante peculiarità di questo museo sarà che, nelle sue molteplici zone espositive distribuite su circa 93mila mq, si rappresenteranno molte tipologie del museo moderno: il GEM sarà per questo anche un esempio unico di come la museografia contemporanea può proporre la comunicazione culturale, la conservazione, la ricerca e le molte istanze del museo moderno, sempre in sviluppo”.
Egitto. Scoperta all’ombra della piramide di Chefren la tomba a mastaba di Hetpet, sacerdotessa di Hathor, la dea dell’amore. Eccezionale lo stato di conservazione degli affreschi con scene di vita quotidiana

Un funzionario del ministero egiziano delle Antichità dentro la tomba di Hetpet, sacerdotessa di Hator di 4400 anni fa (foto di Mohamed el-Shahed)
Si chiamava Hetpet. Era sacerdotessa di Hathor, la dea dell’amore e della bellezza. Ma questo era solo uno dei titoli di questa donna vissuta 4400 anni fa, il cui status sociale era di alto livello e aveva rapporti con il Palazzo Reale durante la V dinastia dell’Antico Regno (2500 – 2350 a.C.), per intenderci quella immediatamente successiva alla dinastia dei faraoni costruttori delle piramidi della piana di Giza. Una donna influente, dunque. Non stupisce quindi che la sua tomba (che sembrerebbe indipendente, cioè non collegata a uno sposo) sia stata posta proprio nella necropoli occidentale di Giza, a un passo dalla piramide di Chefren. Il ritrovamento della tomba di Hetpet è la prima grande scoperta del 2018 in Egitto, annunciata dal ministro delle Antichità, Khaled El-Enany, in una conferenza stampa mondiale tenutasi davanti alla tomba scoperta alla presenza del governatore di Giza e degli ambasciatori di molti Paesi, come riportato dal quotidiano cairota El Ahram sull’edizione di domenica 4 febbraio 2018.

Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità, all’ingresso della tomba di Hetpet (foto di Amr Abdallah Dalsh)
In realtà la tomba della “sacerdotessa dell’amore” è stata scoperta qualche mese fa, nell’ottobre 2017, da una missione archeologica egiziana diretta da Mustafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità, durante i lavori di scavo vicino alla piramide di Chefren, in un’area oggetto fin dal 1843 di ricerche da parte di diverse missioni archeologiche tra cui alcune guidate del noto egittologo Zahi Hawass. Si tratta di una mastaba, cioè una tomba monumentale costituita da un “gradone” troncoconico, tipica delle fasi più antiche dell’Egitto faraonico, realizzata in blocchi di calcare e pareti in mattoni di fango. Nel sepolcro sono stati rinvenuti un santuario a forma di “L” con un lavacro di purificazione e contenitori per incenso e offerte votive.

Lo straordinario stato di conservazione degli affreschi all’interno della tomba di Hetpet (foto di Mohamed el-Shahed)
Ma sicuramente l’aspetto più importante della tomba di Hetpet, sottolineato dal ministro El-Enany, è lo straordinario stato di conservazione degli affreschi che rivestono le pareti, dai colori ancora vividi, dove possiamo ammirare scene di vita quotidiana tra danze, suoni e offerte alla sacerdotessa: scene di caccia e pesca, coltivazione dei campi, macellazione, fusione dei metalli, conciatura del cuoio o fabbricazione di imbarcazioni di papiro. Gli archeologi egiziani hanno rinvenuto “pitture murali molto raffinate e in uno stato di conservazione molto buono” che raffigurano Hetpet ma anche due scimmie, all’epoca dei faraoni considerati animali domestici: una “mentre balla davanti un’orchestra” durante il banchetto funebre, l’altra “mentre coglie frutti” da un albero e li pone in una cesta. Scene simili sono state già rinvenute in altre tombe, ad esempio in una dell’Antico Regno a Saqqara, ma in quel caso la scimmia balla davanti ad un singolo chitarrista e non a un’intera orchestra.

Il corridoio a “L” all’interno della mastaba della sacerdotessa di Hathor a Giza (foto di Mohamed el-Shahed)
Nel 1909 un esploratore britannico individuò dei sepolcri in questa zona, recuperando dei blocchi di pietra che inviò a Berlino, dove si trovano tuttora. Quei blocchi venivano da una struttura appartenuta a una donna che portava lo stesso nome, Hetpet. Il ministro El-Enany ha spiegato che ora sarà compito degli egittologi verificare se c’è una relazione tra la tomba appena scoperta e i monumentali blocchi recuperati nella necropoli occidentale di Giza 109 anni fa.
A Pompei nella mostra “Tesori sotto i lapilli” gli arredi, gli affreschi e i gioielli dall’Insula Occidentalis, grandioso complesso di ville urbane, tra cui la casa del Bracciale d’Oro, attualmente chiusa per un articolato progetto di restauro

Disegni del progetto per il nuovo percorso all’interno dell’Insula occidentalis, planimetria generale e alzati
L’Insula Occidentalis è un grandioso complesso di ville urbane (casa della Biblioteca, casa del Bracciale d’oro, casa di Fabio Rufo, casa di Castricio) è situato all’estremità occidentale della città antica di Pompei, disposta su quattro terrazze panoramiche digradanti scenograficamente verso il mare, offrendo al visitatore una testimonianza del gusto romano di vivere in fastose ed eleganti dimore. Affreschi, mosaici, arredi costruiscono uno spazio dove si poteva sperimentare il piacere del vivere, immersi in una raffinata bellezza fatta di pitture con colti richiami letterari o che ritraggono lussureggianti giardini che si aprono su spazi verdi in un’ideale continuità, di mosaici pavimentali con marmi colorati da tutte le regioni dell’impero e spettacolari giochi d’acqua. L’Insula Occidentalis è attualmente oggetto di un articolato intervento nell’ambito del progetto GPP 27 che mira non solo a mettere in sicurezza e a restaurare queste ricche ville urbane ma anche a valorizzarle attraverso percorsi di visita che restituiscano al pubblico questi edifici chiusi da tempo. L’intervento di restauro prevede la demolizione delle strutture in cemento armato danneggiate e la costruzione di nuove coperture secondo le più aggiornate metodologie di intervento. È di grande rilevanza, inoltre, la sistemazione della scarpata sottostante la casa della Biblioteca, oggi a rischio di frana, che verrà adeguatamente consolidata. Queste case torneranno quindi ad essere parte integrante della visita della città antica con apprestamenti che faciliteranno i percorsi interni. Inoltre, nell’area a sud-ovest della casa di Fabio Rufo verrà realizzato un giardino progettato in modo tale da riproporre l’organizzazione degli spazi verdi antichi. Quest’area permetterà di migliorare la fruizione del complesso mettendo a disposizione dei visitatori delle zone di aggregazione e di sosta in uno dei punti più suggestivi del sito in quanto spazio di mezzo, indefinito, tra il dentro e il fuori della città antica.
In attesa dell’ultimazione dei lavori, il piacere di vivere, la raffinata bellezza delle pitture pompeiane, fatta di colti richiami letterari, immagini trompe-l’oeil di lussureggianti giardini, mosaici colorati, arredi e oggetti preziosi provenienti dall’Insula Occidentalis di Pompei, ma anche l’immagine devastante della morte, congelata nella forma dei calchi, che ne interrompe l’incanto, si possono rivivere nella mostra “Tesori sotto i lapilli. Arredi, affreschi e gioielli dall’Insula Occidentalis” aperta fino al 31 maggio all’Antiquarium degli scavi di Pompei. La mostra, presentata dal soprintendente Massimo Osanna e dalla curatrice, l’archeologa Luana Toniolo, offre al pubblico la possibilità di ammirare alcuni dei ricchi arredi e delle pitture parietali di una delle case più note del grandioso complesso delle ville urbane dell’Insula Occidentalis, la Casa del Bracciale d’Oro, chiusa da decenni al pubblico e oggi non visitabile per gli interventi di restauro e valorizzazione in atto che, come detto, restituiranno l’intero complesso alla fruizione.

Il bracciale d’oro, il prezioso reperto che ha dato il nome alla domus nell’Insula Occidentalis di Pompei
La Casa del Bracciale d’Oro deve il suo nome a un grande bracciale in oro dal peso di 610 gr. indossato da una delle vittime che tentava di fuggire. Il bracciale, in esposizione, è caratterizzato nella parte terminale da due teste di serpente affrontate che reggono tra le fauci un disco con il busto della dea Selene (Luna). La dea è una fanciulla con il capo coronato da una mezzaluna circondata da sette stelle e solleva le braccia per trattenere un velo rigonfio. Un altro fuggiasco portava invece con sé una cassettina in legno e bronzo con 40 monete d’oro e 175 in argento, anch’essa esposta. Al momento dell’eruzione nel 79 d.C. due adulti e un bambino cercarono riparo nel sottoscala di uno degli ambienti di servizio della lussuosa Casa del Bracciale d’oro. Quelli esposti sono i calchi degli abitanti che in questo ambiente trovarono la morte. La casa presentava un grande triclinio con raffinati affreschi come quello delle Nozze di Alessandro e Rossane e di Arianna e Dioniso a Nasso (esposti in mostra), che alludono al tema delle unioni matrimoniali felici. Durante la stagione estiva i banchetti si svolgevano al piano inferiore in un lussuoso triclinio aperto su un grande spazio verde rinfrescato dalle acque di un monumentale ninfeo, visibile in mostra, rivestito da mosaici policromi in pasta vitrea, conchiglie e schiuma di lava per suggerire l’idea di una grotta secondo la moda dell’epoca.
L’Insula Occidentalis è anche oggetto di un’altra ricerca in corso, “Per una fruizione ampliata dell’area suburbana di Pompei”, condotta nell’ambito dell’Accordo-quadro tra l’università di Napoli Federico II e il Parco Archeologico di Pompei. Lo studio ha consentito di progettare nuove opportunità di visita, alternative a quelle al momento maggiormente frequentate che, attraverso percorsi accessibili a tutti, permetteranno la fruizione in comfort e sicurezza di manufatti antichi oggi non valorizzati nelle loro potenzialità o addirittura non visitabili. Il percorso di visita dell’Insula Occidentalis, articolato per tratti all’interno di un percorso di circa due ore, si sviluppa attraverso punti che risolvono le criticità attualmente presenti e favoriscono l’accessibilità a strutture quali la Villa di Diomede, gli edifici lungo Via dei Sepolcri e le Terme Suburbane. Per queste ultime è previsto un nuovo accesso dall’attuale parcheggio che consentirà a tutti, anche alle persone con disabilità motorie o percettive, di fruire del manufatto termale per il quale si prevede, nel rispetto del percorso di visita interno originario, un nuovo sistema di attraversamento accessibile a tutti. L’approccio multidisciplinare, che vede il coinvolgimento di cinque dipartimenti dell’ateneo fridericiano con il coordinamento del dipartimento di Architettura e della prof.ssa Renata Picone, costituisce un virtuoso esempio di collaborazione istituzionale che ha visto l’università mettere le proprie competenze al servizio del territorio e di un luogo simbolo della memoria collettiva.
Il carro del principe sabino di Eretum, in lamine dorate (VII-VI sec. a.C.), protagonista della mostra “Testimoni di civiltà – L’art. 9 della Costituzione. La tutela del patrimonio culturale della Nazione”, aperta a Roma alla Camera dei Deputati con i reperti recuperati dal nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri

Il carro principesco di Eretum, trafugato da Fara Sabina, quando era esposto al Ny Calsberg Glyptotek di Copenhagen
Il prezioso carro da battaglia del principe sabino era il pezzo forte del corredo funebre, uno status symbol che doveva giacere accanto al suo signore, nella necropoli di Eretum, città sabina dell’antico Lazio, oggi Fara Sabina. Ma non c’era solo il principesco carro, in lamine dorate, che mani abilissime di artisti ciprioti o fenici nel VII-VI sec. a.C. avevano sbalzato, decorandole con figure di animali veri o fantastici, dai grandi uccelli ad ali spiegate alle sfingi, dai leoni che mangiano cerbiatti alle leonesse che coccolano i loro cuccioli. Nel corredo c’erano anche gioielli, il pettorale d’oro del principe, armi, scudi, cinture, bronzi, ceramiche. Il riposo del principe sabino è stato violato più di 25 secoli dopo. I tombaroli, siamo negli anni ’70 del secolo scorso, hanno depredato la tomba nella necropoli di Colle. E i suoi tesori presero la via dell’estero acquisiti dai mercanti più in auge e spregiudicati di quegli anni, Robert Hecht con base a Parigi e Giacomo Medici a Ginevra. E finirono a Copenaghen, al Ny Calsberg Glyptotek, che nel 1971 per il solo corredo del principe staccò un assegno di 1.264.752 franchi svizzeri. Non stupisce che per anni il museo danese si sia rifiutato di restituire all’Italia il tesoro di Eretum, comprato a caro prezzo. Ma per fortuna il clima è cambiato. E grazie a un accordo siglato dal Mibact con il Ny Calsberg Glyptotek di Copenhagen, il prezioso corredo funebre del principe sabino di Eretum completo del suo celeberrimo calesse nel 2017 è tornato a casa. “Una crisi trasformata in opportunità”, commenta soddisfatto il ministro della cultura Dario Franceschini e che apre un capitolo di collaborazioni con il museo danese. In cambio delle restituzioni l’Italia infatti si è impegnata a prestare a Copenaghen anche per lunghi periodi, altri gioielli del suo patrimonio, che in Danimarca troveranno una vetrina adeguata e in qualche caso anche i restauri che in patria non si era ancora riusciti a fare o completare. Il primo prestito partirà, dal 1° novembre 2018, e arriverà dal Museo di Vulci, anticipa ancora Alfonsina Russo. Sarà composto da alcuni reperti della “Tomba delle mani d’argento”, ai quali si aggiungono oggetti provenienti da depositi votivi, sempre di Vulci, e corredi delle necropoli di Capena, Crustumerium e Fidene, che verranno anche restaurati dagli esperti della istituzione danese.
Prima di tornare nei luoghi di origine le lamine dorate del carro del principe sabino di Eretum, riassemblate per l’occasione, è il protagonista della mostra “Testimoni di civiltà – L’art. 9 della Costituzione. La tutela del patrimonio culturale della Nazione”, aperta dal 24 gennaio al 28 febbraio 2018 dalle 10 alle 18 (apertura dal lunedì al venerdì) nella “Sala della Lupa” di Palazzo Montecitorio, promossa con il sostegno della Camera dei Deputati ed organizzata dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. La mostra vuole celebrare il settantesimo anniversario dell’entrata in vigore della Legge Fondamentale dello Stato Italiano, attraverso l’esposizione di un’importante selezione di opere recuperate da questo Reparto Speciale dell’Arma dei Carabinieri, grazie ad attività investigative, all’azione della “Diplomazia culturale” o alle operazioni di messa in sicurezza del patrimonio culturale colpito dagli eventi sismici del 2016 che hanno interessato l’Italia centrale. In mostra 14 importanti opere, molti i reperti archeologici, tra le quali spicca il carro di Eretum, per la prima volta esposto in Italia dopo il recente rimpatrio dalla Danimarca.
Può anche essere ammirato il noto gruppo scultoreo “Triade Capitolina”, rinvenuto negli anni ’90 nel corso di scavi clandestini, nonché la grande tela d’altare di Giovan Battista Tiepolo della chiesa di San Filippo Neri di Camerino, messo in sicurezza a seguito dei drammatici eventi sismici che si sono verificati in Italia nel 2016. La “Triade Capitolina” fu ritrovata quasi integra a Guidonia (Roma) nel 1992 al parco dell’Inviolata, dove ora sorge una discarica. Dopo il ritrovamento, la Triade subì alterne vicende. Fu infatti trafugata, e due anni dopo, nel 1994, fu recuperata a Livigno dal nucleo investigativo dei Carabinieri e posta nel museo Archeologico di Palestrina. Infine è stata ricollocata nella sua legittima sede di Guidonia-Montecelio. E ora è temporaneamente esposta nella mostra di Roma. La Triade di Guidonia dovrebbe risalire all’età tardo-antonina (188 – 217 d.C.), epoca dell’imperatore romano Caracalla. Il gruppo scultoreo, in marmo lunense, rappresenta Giove, Giunone e Minerva, cari a quel culto tipicamente romano volto ad identificare la grandezza di Roma anche dal punto di vista religioso. Le tre divinità sono sedute su un unico trono. Giove, al centro, con lo scettro nella sinistra ed un fascio di fulmini nella mano destra; alla sua sinistra Giunone velata, con diadema, scettro nella sinistra e patera nella destra; alla sua destra Minerva con elmo corinzio, il braccio destro, mancante, che doveva essere sollevato per sostenere l’elmo. Tre piccole Vittorie alate incoronano le divinità, Giove con una corona di quercia, Giunone di petali di rosa, Minerva di alloro. Ai loro piedi gli animali della tradizione sacra: l’aquila, il pavone e la civetta.
Gli straordinari ritratti dell’imperatore Tiberio e del figlio Druso Minore, entrambe sculture del I sec. d.C., ci ricordano invece di un furto lontano nel tempo. Le due sculture furono sottratte dal museo di Sessa Aurunca (Caserta) nel 1944, durante la seconda guerra mondiale, e sono state recuperate negli Stati Uniti d’America solo nel 2017. Le lunghe e complesse indagini che hanno portato i carabinieri del comando tutela patrimonio culturale al recupero dei due ritratti marmorei sono partite dall’esame di una pubblicazione del 1926, sullo scavo archeologico dell’antico teatro romano di Sessa Aurunca. All’interno della pubblicazione è stato possibile acquisire notizie sul ritrovamento di 4 teste in marmo. Tra queste, c’erano anche quelle di Tiberio e di Druso. Dopo il furto infatti la testa di Tiberio approdò negli Stati Uniti e infine fu acquistata da un collezionista che la espose al museo di New York nel 2004. Dopo l’esposizione newyorkese i carabinieri rintracciarono il collezionista che decise di restituire il marmo all’Italia. La testa di Tiberio è tornata in Italia il 19 gennaio 2017. La testa di Druso scomparve mentre le truppe alleate stavano risalendo lo stivale, probabilmente sottratta dalle truppe algerine al seguito dei francesi, che la trasportarono in Nord Africa. Di qui più tardi Druso finì a Parigi, dove venne venduto all’asta finendo nel 2004 tra le opere del Cleveland museum of Art, in Ohio, il quale ha concordato in aprile 2017 la sua restituzione con il ministero dei Beni Culturali. E dal settembre 2017 è tornata in Italia.
Finora abbiamo “riscoperto” capolavori archeologici trafugati dall’Italia e rintracciati all’estero dove erano finiti attraverso i canali del mercato antiquario illegale. Ma in mostra alla Camera dei Deputati troviamo anche un bel rilievo funerario palmireno. Perché? Se il patrimonio culturale italiano è stato oggetto di spoliazioni, l’Italia è a sua volta tappa o terminale del traffico illegale di reperti archeologici dal Vicino Oriente, martoriato ormai da molti anni da conflitti che hanno messo in crisi il controllo capillare del territorio. Così il nucleo tutela del patrimonio culturale dei carabinieri interviene anche per smantellare il mercato antiquario clandestino in entrata. Come è il caso di questo rilievo funerario palmireno, esportato clandestinamente dalla Siria e sequestrato in un’abitazione privata ad Asti nel 2011.
Selinunte, scoperta dai geologi dell’università di Camerino la città greca di 2700 anni fa. Le immagini dall’alto con la termocamera permetteranno di far vedere come era la prima Selinunte e avere informazioni per la salvaguardia del parco archeologico. Presto sondaggi mirati
Selinunte non ha bisogno di presentazioni. La città fondata nella seconda metà del VII sec. a.C. dai greci provenienti dalla colonia di Megara Hyblaea, una delle prime in Sicilia, costituisce oggi il più grande parco archeologico d’Europa, oltre 270 ettari, visitato da oltre 300mila persone ogni anno. Ma se dell’area archeologica sappiamo molto, dalla collina orientale (piana Marinella) con i tre grandi templi dorici “Tempio E”, “Tempio F” e il “Tempio G”, all’acropoli con le mura lungo le sponde del fiume Cottone; dalla collina di Manuzza con l’abitato vero e proprio e due santuari extraurbani, al santuario di Malaphoros sulla valle del fiume Selinus, della Selinunte di 2700 anni fa, all’epoca della sua fondazione, si sa ben poco. La risposta è arrivata dal sottosuolo grazie agli studi effettuati dai geologi dell’università di Camerino. I risultati sono stati presentati il 16 e 17 gennaio 2018 alla presenza del critico d’arte Vittorio Sgarbi, assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia, e del rettore Unicam Claudio Pettinari, dal team di ricercatori, guidato dal prof. Gilberto Pambianchi, ordinario di Geomorfologia e Geografia fisica dell’università di Camerino e presidente nazionale dei geomorfologi Italiani.

L’immagine rdi Selinunte ealizzata con la termocamera posizionata su un drone a cura dei tecnici dell’università di Camerino
Una termocamera ad alta sensibilità termica, caricata su drone, ha permesso ai geologi dell’università di Camerino di rilevare sul terreno dell’area archeologica di Selinunte, alcune anomalie riconducibili ad importanti strutture sepolte di circa 2700 anni fa che dal Tempio M scendono verso il porto. Lo spiega bene Fabio Pallotta, geoarcheologo consulente dell’università di Camerino del parco archeologico di Selinunte: “Verosimilmente era un susseguirsi di templi e di vasche colme di limpida acqua sorgiva che ruscellava verso il mare africano per offrire prezioso ristoro ai viaggiatori di confine. Da queste immagini termiche tutti possono osservare come il gradiente di calore delinea nel terreno perfetti disegni geometrici che circondano proprio i resti del cosiddetto Tempio M, ora collocato lungo la sponda destra del fiume Selino, ma che in origine spiccava con tutta la sua bellezza sull’estremo promontorio occidentale dell’incantevole laguna”. E precisa il prof. Pambianchi: “È da un anno che stiamo lavorando ad un progetto di ricerca molto importante e riguardante il sito archeologico di Selinunte, in Sicilia. Siamo riusciti a delineare, attraverso indagini di campagna e con la termo-camera, gli ambienti naturali dei primi insediamenti, dunque una realtà non ancora venuta alla luce, ma che è sotto. Siamo riusciti anche a individuare sul paesaggio alcune tracce, molto probabilmente correlate a terremoti, frane, alluvioni del passato che ora dovremmo inquadrare nel tempo. Questi indizi ci consentiranno di registrare una memoria storica estremamente importante per le politiche di prevenzione e di tutela dei siti archeologici non solo in Sicilia, ma anche in tutta Italia”.
Particolarmente soddisfatto Enrico Caruso, direttore del parco archeologico di Selinunte: “Il lavoro avviato con i geologi dell’Unicam, frutto di un anno di letture e sopralluoghi, promette bene: procedere alla conoscenza degli strati più profondi del terreno su cui i greci decisero di insediarsi, ci permetterà di trovare le soluzioni migliori per perpetuare nel futuro prossimo e anche oltre il patrimonio straordinario di Selinunte”. E continua: “Di Selinunte conosciamo le meraviglie dell’architettura religiosa, dell’urbanistica greca e delle sue principali componenti, quali le possenti fortificazioni. Molte parti di quelle che furono le magnificenze dell’antichità sono oggi allo stato ruderale perché gli edifici più grandiosi sono collassati a causa di violenti terremoti avvenuti in più tempi nei secoli scorsi. Non sappiamo però se le cause di queste distruzioni siano dovute a imperizia costruttiva o se dovute, invece, solo alle cause naturali che ne hanno decretato il crollo: conosciamo bene questi edifici dal punto di vista estetico e meno dal punto di vista statico, sia per ciò che attiene all’elevato che per il terreno su cui sorgono. Conoscere le ragioni dei crolli che hanno decretato la fine dei templi e delle case è molto importante anche per capire cosa si può fare oggi per salvaguardare le strutture giunte fino a noi, anche, e soprattutto, quelle crollate”.
Risultati eccezionali che hanno indotto l’università di Camerino e il parco archeologico di Selinunte a continuare le ricerche per altri due anni. Lo conferma il prof. Pambianchi: “A breve eseguiremo una serie di mirati e programmati sondaggi geognostici, strategicamente ubicati nell’area del parco e fondamentali alla taratura geoarcheologica, stratigrafica, cronologica e paleo ambientale del sito. Effettueremo dunque sul territorio dei sondaggi meccanici con una larghezza del foro di circa 10 cm ed una profondità variabile dai 5 ai 30 metri. Le carote estratte saranno identificate ed archiviate su apposite cassette catalogatrici depositate presso i laboratori del parco di Selinunte e quindi messe a disposizione dei ricercatori archeologi, botanici, geologi, storici, climatologi ed esperti di storia dell’alimentazione. Grazie allo studio dei materiali delle carote si potrà infatti risalire alle condizioni climatiche passate, allo stato della vegetazione e, con un po’ di fortuna, anche alla alimentazione degli abitanti di Selinunte”.
“On the road”: in cammino sulla via Emilia. Nella mostra di Reggio Emilia, si va dalla sala Regium Lepidi 3D al tracciato in epoca preromana, ai miliari fino alla descrizione dell’itinerario da Gades a Roma

Frammento del fregio dalla Basilica Emilia con costruttori di città, conservato al museo nazionale Romano (su concessione del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo)
Strada come viaggio della vita, scrive Jack Kerouac nel suo On the road, come luogo di partenza-arrivo-ripartenza, perché l’andare è importante quanto la meta. “Strada, è quanto mai il caso della via Emilia”, sottolinea il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi, “in cui è facile tornare, e fermarsi, abitare, incontrare, fondere idee, culture, invenzioni, oggetti, soprattutto popoli e persone”. E allora, dopo esserci fatti un’idea sommaria della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C. – 2017” aperta fino al 1° luglio 2018 al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/14/on-the-road-la-mostra-di-reggio-emilia-propone-una-riflessione-sulla-storia-della-via-emilia-e-sul-suo-fondatore-sul-significato-della-strada-nella-contemporaneita-in-un-itinerari/), accogliamo l’invito del primo cittadino reggiano e iniziamo il nostro cammino lungo la via Emilia, seguendo l’allestimento dell’esposizione curata da Luigi Malnati, Roberto Macellari e Italo Rota. Nell’atrio del Palazzo dei Musei ci accoglie il portale Aemilio’s Road che, evocando la facciata di un tempio romano, esibisce il particolare del fregio della Basilica Aemilia in Roma, dove viene rappresentato Marco Emilio Lepido come costruttore di città. Superato il portale, prima di affrontare il percorso vero e proprio della mostra, scopriamo le collezioni storiche conservate tutte al piano terra del Palazzo dei Musei.
È qui infatti che si aprono il chiostro dei marmi romani (allestito in forma di giardino archeologico agli inizi del XX Secolo per ospitare i numerosi reperti architettonici romani rinvenuti nella necropoli di San Maurizio) e il portico dei marmi, dove sono esposti in sequenza i monumenti funerari riportati alla luce dal XV Secolo ad oggi fra Villa Ospizio e San Maurizio, vera e propria Via Emilia dei defunti, che ogni viandante avrebbe percorso in arrivo o in uscita da Regium Lepidi. E non dimentichiamo l’installazione in “realtà aumentata”, predisposta dalla Duke University, della ricostruzione della città romana Regium Lepidi 3D, la cui tecnologia è stata implementata, grazie al sostegno del Lions Club Reggio Emilia Host, proprio in occasione dell’avvio del progetto “2200 anni lungo la Via Emilia”. La “Sala Regium Lepidi 3D”, è stata infatti inaugurata l’8 aprile 2017 per dar vita a un museo virtuale permanente all’insegna della Cyber Archeologia. Oggi come allora, immersi nell’architettura dell’antica Regium Lepidi, quando i romani ne percorrevano le strade in toga e calzari, si può vivere un’esperienza unica, che consente una full immersion nella città antica grazie a sofisticate apparecchiature all’avanguardia come i caschi immersivi Oculus Rift, le postazioni olografiche di Z-space, le proiezioni 3D di Dreamoc, i QR code in realtà aumentata e la visualizzazione stereo-immersiva del paesaggio archeologico.

Il soprintendente Luigi Malnati illustra la stele etrusca trovata in via Saffi a Bologna (foto Graziano Tavan)
Un’indicazione stradale, SS 9, la moderna via Emilia, ci distoglie dalla Regium Lepidi virtuale e ci invita a salire al primo piano dove comincia il percorso vero e proprio della mostra con la prima sezione “La Via Emilia prima della Via Aemilia”. Sulla parete l’attualità della via Emilia è sottolineata dal testo di “Canzone per un’amica” di Francesco Guccini: “Lunga e diritta correva la strada, l’auto veloce correva, la dolce estate era già cominciata, vicino a lui sorrideva”; mentre la presenza della grande balena fossile rinvenuta nel Reggiano pone il tema delle grandi trasformazioni del territorio della regione. E poi c’è la grande stele etrusca in arenaria (475 – 450 a.C.) con la raffigurazione di un carro, scoperta recentemente durante gli scavi della soprintendenza in via Saffi a Bologna. Insieme con altri reperti provenienti dal Reggiano documenta il tracciato stradale in età preromana, con particolare riferimento al primo Millennio a.C., quando si manifesta una primo utilizzo del percorso che attraversa il territorio da Est a Ovest nella fascia di media pianura, vettore di una cultura scritta che fa del territorio reggiano uno dei più precocemente interessati dalla diffusione della scrittura di tutta l’Italia settentrionale.

Il cippo miliario della via Emilia con nome di Marco Emilio Lepido e distanza da Roma, Castel San Pietro Terme, conservato al museo Archeologico di Bologna (foto Graziano Tavan)
La via consolare romana la incontriamo al secondo e al terzo piano dove, nel cubo vetrato dello scalone monumentale del Palazzo dei Musei, alcuni importanti reperti introducono il tema della Via Emilia, a cominciare dal grande cippo miliare proveniente dal museo Archeologico di Bologna, che riporta una esplicita intestazione a Marco Emilio Lepido, ed è quindi una delle rare tangibili testimonianze del console costruttore di strade. Tutto l’ambiente è caratterizzato dalla partizione in misure e numeri riferiti alla lunghezza della strada, alle sue ortogonalità, alle distanze tra le città, ai tempi di percorrenza secondo una grafica ben individuata che accompagnerà tutto il percorso espositivo come imprescindibile riferimento alla geografia della strada e all’ambiente che la circonda. È qui che incontriamo alcuni degli “oggetti” che caratterizzano una strada, come il carro qui riproposto in una ricostruzione in scala 1:1, o i morsi in bronzo dei cavalli, fino ai modellini dei moderni mezzi di locomozione.

Modello di carro romano da trasporto merci e derrate (carrus) in mostra a Reggio Emilia (foto Graziano Tavan)
“Nell’antica Roma esistevano numerose tipologie di carro”, spiegano gli archeologi curatori, “ognuno con caratteristiche differenti in base al loro utilizzo. Una prima distinzione va fatta tra i mezzi utilizzati per il trasporto di persone e quelli adibiti al carico di merci: i carri per il trasporto di persone a loro volta si differenziavano tra mezzi leggeri e veloci, utilizzati da un numero esiguo di passeggeri e per coprire brevi tratte (calessi e carrozze) e carri utilizzati per viaggi lunghi, che potevano trasportare più passeggeri (diligenze)”. Calessi sono il cisium, il covinnus e l’essedum, monoassi a due ruote con telaio senza copertura, trainati da un cavallo, per un passeggero con conducente. Il carpentum era invece una carrozza monoasse, con copertura ad arco, trainata da due animali, per due-tre passeggeri. Tra i carri pesanti c’era il reda, a due assi, trainato da due cavalli, per viaggi di lunga durata: poteva trasportare 4 passeggeri o mille libbre di carico (3,25 quintali). Per lunghi viaggi veniva utilizzata anche la carruca dormitoria, a due assi, trainato da quattro animali, con telaio robusto coperto da un tendone in cuoio con finestrelle. I sei passeggeri potevano contare su vere e proprie cuccette. Tra i carri agricoli, famoso era il plaustrum, con due ruote piene, molto lento. Più agile, ma sempre con due ruote piene, era il sarracum, usato nei campi. Infine c’era il carrus, come quello ricostruito in mostra, destinato al trasporto di merci e derrate, ma anche a trasporti militari: con quattro ruote a otto raggi, e trainato da muli, aveva un pianale chiuso da fiancate lisce o da una piccola ringhiera per trattenere il carico fino a 600 libbre (circa 20 quintali).

La scultura dell’agrimensore proveniente dal museo della Civiltà romana di Roma esposta a Reggio Emilia
Il percorso della mostra ci porta poi a conoscere uno dei quattro vasi in argento iscritti (databili al 330 d.C.), quasi un’imitazione in piccola scala delle pietre miliari, scoperti nel 1852 presso la fonte termale delle Aquae Apollinares a Vicarello (Bracciano), mai uscito prima d’ora dal museo nazionale Romano: riporta inciso un itinerario con le stazioni e le relative distanze dell’intero percorso da Gades, l’odierna Cadice, a Roma, un viaggio di 1835-1842 miglia romane (circa 2700 chilometri). Completano questa sezione, caratterizzata da un lungo murales che mette in dialogo la via Emilia con le altre direttrici di collegamento che in tempi recenti l’hanno affiancata, ma non soppiantata (ferrovia storica, ferrovia Alta velocità, autostrada, perfino rotte aeree), la scultura dell’agrimensore proveniente dal museo della Civiltà romana di Roma e un rarissimo esempio di modello di lituo in bronzo da Sant’Ilario d’Enza (Reggio Emilia), che era l’insegna dell’augure, magistrato/sacerdote addetto alle fondazioni urbane e al tracciamento delle strade. “Presso gli antichi romani”, spiegano i curatori, “l’agrimensore, detto gromaticus, era un tecnico specializzato, una sorta di ingegnere che svolgeva compiti civili e militari, come la misurazione dei terreni pubblici, la suddivisione dell’agro da assegnarsi ai coloni, la definizione della pianta dell’accampamento legionario. L’agrimensore si chiamava gromaticus perché usava la groma, uno strumento utilizzato per tracciare sul terreno allineamenti ortogonali”. Il lituo, invece, era il bastone ritorto e senza nodi impugnato dagli auguri nei riti più sacri, come la definizione del perimetro e delle partizioni del templum, il settore della volta celeste all’interno della quale si potevano trarre gli auspici. Il lituo, come la maggior parte degli strumenti liturgici, fu acquisito dai romani dalle insegne sacerdotali di antica origine etrusca. E proprio da un contesto caratterizzato da strade etrusche, pavimentate e orientate secondo le disposizioni della più antica disciplina religiosa, proviene il frammento di modello di lituo in bronzo del VI-V sec. a.C., esposto in mostra.
(2 – continua; precedente post il 14 gennaio 2018)
































































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