Pompei. Grazie all’utilizzo delle tecniche digitali a cura del Parco e dell’università Humboldt di Berlino ipotizzata la presenza di una domus con torre, simbolo di potere e ricchezza, da cui si poteva ammirare la città e il golfo: ecco in sintesi la ricerca pubblicata sull’E-Journal Scavi di Pompei “La torre della casa del Tiaso”

Ricostruzione del complesso della Casa del Tiaso nella Regio IX di Pompei (foto parco archeologico pompei)
Non si arrivava ai livelli delle città medievali come Bologna o San Giminiano, ma anche a Pompei i grandi palazzi delle famiglie emergenti potevano essere dotate di torri, quali simboli del potere e della ricchezza dell’élite locale. È questa l’ipotesi che viene sostenuta in un nuovo articolo “La torre della casa del Tiaso. Un nuovo progetto di ricerca per la documentazione e la ricostruzione digitale della Pompei perduta’, pubblicato oggi sull’e-journal degli scavi di Pompei https://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/. La ricerca si inserisce in un progetto di “archeologia digitale” che mira a ricostruire i piani superiori di Pompei, spesso perduti. Nel caso particolare, gli archeologi guidati dal direttore Gabriel Zuchtriegel e dalla prof.ssa Susanne Muth del dipartimento di Archeologia classica dell’università Humboldt di Berlino (Winckelmann-Institut) in collaborazione con il parco archeologico di Pompei, hanno preso spunto da una scala monumentale nella Casa del Tiaso che sembra condurre nel nulla. Da lì l’ipotesi che servisse per raggiungere una torre per osservare la città e il golfo, ma anche le stelle di notte, come sono attestate sia nella letteratura (si pensi alla torre di Mecenate da cui Nerone avrebbe osservato l’incendio di Roma), sia nell’arte. Infatti, molti dipinti pompeiani di ville mostrano torri come elemento architettonico. Le ville a loro volta diventano il modello per le case urbane dell’élite. “La ricerca archeologica a Pompei è molto complessa”, spiega il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel. “Oltre a quella sul campo con gli scavi che restituiscono contesti intatti sulla vita nel mondo antico e nuove storie da raccontare sulla tragedia dell’eruzione, esiste anche la ricerca non invasiva, fatta di studio e di ipotesi ricostruttive di ciò che non si è conservato, ma che completa la nostra conoscenza del sito”.

Modello digitale dello scavo della Casa del Tiaso nella Regio IX di Pompei (foto parco archeologico pompei)
Nel contributo sull’E-Journal pubblicato il 20 ottobre 2025 si presentano i primi risultati di un progetto di ricerca non invasivo, POMPEII RESET, che ha l’obiettivo di utilizzare le tecniche digitali per documentare, in una prima fase ciò che è stato conservato degli edifici sotto forma di modello 3D e, in una seconda fase di ricostruire ciò che è andato perduto sulla base del twin digitale e con l’uso della ricostruzione digitale e della simulazione virtuale. “La Pompei perduta consiste soprattutto nei piani superiori, che sono essenziali per comprendere la vita nella città antica. Mettendo insieme i dati in un modello digitale 3D possiamo sviluppare ipotesi ricostruttive che ci aiutano a comprendere l’esperienza, gli spazi e la società dell’epoca”. Il progetto utilizza le più recenti tecnologie di documentazione digitale e ricostruzione virtuale, che aprono nuove possibilità per la ricerca, la conservazione dei monumenti e la trasmissione delle conoscenze nel campo dell’archeologia. Sulla base di scansioni digitali dettagliate degli spazi architettonici conservati, ciò che è andato perduto viene ricostruito digitalmente, rendendo possibile comprendere il complesso architettonico come spazio della vita e dell’abitare nell’antichità. La Casa del Tiaso nell’Insula 10 della Regio IX è un caso studio di grande interesse, dal momento che i recenti scavi promossi dal parco archeologico di Pompei hanno fornito molti dati nuovi che sono stati analizzati dal gruppo di ricerca internazionale nell’ambito del progetto POMPEII RESET, che ha visto coinvolti, oltre ai funzionari del Parco, numerosi ricercatori e studenti della Università Humboldt di Berlino.
Un esempio di studio particolare: l’ambiente 21 della casa del Tiaso La Casa del Tiaso nell’Insula 10 della Regio IX, recentemente riportata alla luce (vedi Pompei. Nell’insula 10 della Regio IX scoperto, in una sala per banchetti, un eccezionale fregio a figure grandi con Baccanti satiri e il corteo di Dioniso per l’iniziazione di una donna: nuova luce sui misteri dionisiaci a 100 anni dalla scoperta della Villa dei Misteri. Gli interventi del direttore Zuchtriegel e del ministro Giuli | archeologiavocidalpassato), costituisce un reperto che riveste un ruolo speciale nella ricerca delle tracce dei piani superiori andati perduti. “L’impressione generale del complesso residenziale”, scrivono Susanne Muth, Dirk Mariaschk, Elis Ruhemann, Maximilian von Mayenburg nell’e-journal n° 9 del 20 ottobre 2025, “è dominata principalmente da grandi e alte sale di rappresentanza e da ampi peristylia; solo ai margini della domus si trovano singole stanze più piccole con piani superiori, la cui accessibilità dalla strada o dalla Casa del Tiaso rimane per ora poco chiara. Tuttavia, in una posizione prominente all’interno della domus, c’è uno spazio a più piani che appare tanto più sensazionale e singolare nella tradizione di Pompei.

Planimetria della Casa del Tiaso: dettaglio, con evidenziato l’ambiente 21 (foto parco archeologico pompei)
Si tratta dell’ambiente 21, che confina a sud con il grande salone nero (amb. 24) e a ovest con il peristilio termale (amb. 47). A prima vista, la stanza in sé non sembra particolarmente spettacolare. Ha una pianta rettangolare di grandi dimensioni e misura all’interno 5,15-5,17 m (nord-sud) x 3,85-3,97 m (est-ovest), all’esterno 6 m (nord-sud) x 4,75-4,80 m (est-ovest). Le sue mura sono con servate fino a un’altezza di circa 5,43 m. L’ambiente 21 è accessibile tramite una porta sulla parete sud. Durante gli scavi all’interno dello spazio sono state osservate una serie di tegole in diversi strati di riempimento: ciò indica uno spazio coperto e un crollo piuttosto graduale della struttura del tetto nel 79 d.C. Diversi buchi di trave si trovano sulle pareti interne dell’ambiente. Tutti i buchi delle travi sono di forma rettangolare, variano nell’orientamento orizzontale e verticale e misurano ca. 0,09-0,17 x 0,09-0,16 m; nessuno dei buchi attraversa il muro. Ciò che rende questo ambiente interessante per la ricerca di tracce dell’architettura dei piani è la monumentale scala in pietra, che si collega all’ambiente da ovest e che in alto trovava il suo ingresso nell’ambiente. Questa scala testimonia quindi l’esistenza di un piano superiore di qualche tipo. La scala è addossata alla parete esterna sud del complesso del salone nero e conduce all’angolo nord-ovest dell’ambiente 21. L’ingresso dalla scala al piano superiore dell’ambiente 21 è stato confermato dai risultati delle indagini. Durante gli scavi sono stati osservati i resti del gradino superiore e l’apertura nel muro nella zona della soglia della porta”.

Modello digitale dello scavo della Casa del Tiaso nella Regio IX di Pompei:dettaglio della scala in pietra dell’ambiente 21 (foto parco archeologico pompei)

Il cantiere di scavo della scala dell’ambiente 21 della Casa del Tiaso nelal Regio IX di Pompei (foto parco archeologico pompei)
Dove conduce la scala? Come ricostruire il piano superiore perduto dell’ambiente 21, al quale conduceva la grande scala in pietra? A queste domande cerca di dare una risposta il contributo di Susanne Muth, Dirk Mariaschk, Elis Ruhemann, Maximilian von Mayenburg: “Anche se questo scenario non è verificabile, sembra comunque un’ipotesi abbastanza plausibile, sulla base della quale è possibile spiegare in modo coerente i danni subiti dalle due parti del muro”, spiegano. “Il fatto che alcuni buchi attraversassero completamente la parete indica una particolare funzione portante di queste travi. A nostro avviso, queste travi trasversali più corte sostenevano a loro volta delle travi verticali che a loro volta sostenevano una trave orizzontale situata più in alto, che attraversava l’ambiente in questo punto da est a ovest. Il fatto che questa trave dovesse essere particolarmente sostenuta nella parte superiore può essere spiegato da un carico di peso speciale proprio in quel punto: ovvero dall’installazione di una scala in legno che conduceva direttamente dall’apertura della porta verso l’alto, in continuazione della scala in pietra.

Ipotesi di ricostruzione della scala di legno nella torre dell’ambiente 21 della Casa del Tiaso a Pompei (foto parco archeologico pompei)
Nella ricostruzione della scala in legno si presentano fondamentalmente due opzioni, analogamente a quanto riscontrato nelle scale di Pompei ed Ercolano: da un lato come una scala più semplice con gradini inseriti, dall’altro come una scala con gradini a cuneo in legno massiccio, posizionati su due travi squadrate. Si può anche supporre – continuano – che la struttura in legno della scala non fosse aperta lateralmente o verso il basso nell’ambiente, ma fosse chiusa da una parete in legno, creando un corridoio separato e separando la scala dall’ambiente che si apriva lateralmente e al di sotto. La scala in legno così presunta conduceva quindi dall’ingresso direttamente al piano superiore. Se si trasferisce la pendenza della scala in pietra alla scala in legno, questa supererebbe un’altezza di ca. 5,53 m e condurrebbe a un livello superiore a un’altezza totale di 7,84 m. Non è tuttavia da escludere che la scala in legno avesse una pendenza diversa e che l’ambiente superiore fosse leggermente più alto. Questa proposta di ricostruzione si basa quindi sull’architettura di una torre più alta (altezza circa 12 m).

Ipotesi di ricostruzione dell’organizzazione degli spazi interni della torre dell’ambiente 21 della Casa del Tiaso a Pompei (foto parco archeologico pompei)
Questa torre era accessibile tramite un’imponente scala rettilinea: nella parte inferiore sotto forma di monumentale scalinata in pietra, poi tramite una scala in legno all’interno della sala 21. Al piano superiore si può presumere la presenza di una sala con funzione rappresentativa, una sala per banchetti o per il soggiorno del dominus. Da questa sala si poteva godere della vista sulla città e sul paesaggio, motivo per cui nella ricostruzione proponiamo finestre più grandi e chiudibili su tutte le pareti. La parte inferiore della sala 21 deve essere chiaramente separata dal salone di rappresentanza situato nella parte superiore della torre. La struttura tangibile rimanda a uno spazio socialmente meno importante: è possibile che qui si trovasse uno spazio di servizio, nel quale venivano preparati i cibi per i banchetti nella torre (e anche in altre sale della domus) e dove venivano conservati gli utensili necessari per i banchetti (alimenti, anfore, stoviglie ecc.) con l’uso di scaffali”.

Ipotesi di ricostruzione della torre dell’ambiente 21 della Casa del Tiaso a Pompei (foto parco archeologico pompei)
“La casa del Tiaso rappresenta senza dubbio un caso eccezionale nell’ambito dell’architettura residenziale pompeiana”, scrivono Susanne Muth e Gabriel Zuchtriegel, tirando le fila della ricerca. “Il sensazionale oecus corinthius, il magnifico salone nero, le terme private: tutti questi ambienti testimoniano il carattere straordinario di questa domus, recentemente riportata alla luce. Le nostre riflessioni sulla stanza 21 e la proposta di ricostruzione di una torre fuori dal comune suggeriscono che la domus presentasse un ulteriore elemento architettonico che, al pari degli ambienti sopra citati, risultava anch’esso di grande impatto e sottolineava nuovamente l’ambizione di un’architettura residenziale altamente rappresentativa e sontuosa. Soprattutto, la presenza della torre introduceva all’interno del contesto urbano un elemento tipico del lusso proprio delle ville di campagna o suburbane. A differenza degli altri spazi spettacolari della domus, la torre – grazie alla sua altezza – era visibile da lontano, annunciando visivamente il rango elitario e la straordinaria ricchezza del proprietario della casa del Tiaso. Mentre per ambienti come l’oecus corinthius, il salone nero o il complesso termale, gli scavi hanno immediatamente rivelato il loro carattere spettacolare, nel caso della torre, conservata solo parzialmente nella stanza 21, l’impressione iniziale risulta piuttosto modesta: soltanto la scala in pietra suggerisce l’esistenza di un piano superiore oggi perduto. In questo caso, è dunque soltanto grazie alla ricostruzione digitale, basata su una documentazione accurata di tutte le tracce presenti nel twin digitale dell’ambiente conservato, che è possibile restituire un’idea plausibile della torre perduta. Pur trattandosi di un’ipotesi ricostruttiva – e essa consente comunque di immaginare la torre come doveva probabilmente apparire in origine: un elemento architettonico di grande impatto visivo, decisamente rappresentativo e lussuoso, perfettamente in grado di competere con gli altri ambienti spettacolari della casa del Tiaso. Diversamente però dagli spazi effettivamente riportati alla luce, come l’oecus corinthius o il salone nero, la nostra proposta per la torre rimane, in ultima analisi, un’ipotesi; la sua ricostruzione digitale – concludono – non può che essere una forma di approssimazione. Per quanto suggestive possano risultare le immagini dei modelli 3D, la nostra ricostruzione va intesa come una proposta provvisoria, pensata per alimentare la discussione intorno alla torre, e non come una conclusione definitiva”.
Marzabotto (Bo). A Villa Aria l’incontro “Dentro la città e oltre il Reno. Dal lavoro degli esperti archeologi le ultime novità sulla città di Kainua” con gli archeologi dell’università di Bologna
Domenica 19 ottobre 2025, alle 16, a Villa Aria di Marzabotto (Bo), con accesso pedonale da Via Porrettana Sud 12 (SS64 Porrettana), e parcheggio al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, l’incontro “Dentro la città e oltre il Reno. Dal lavoro degli esperti archeologi le ultime novità sulla città di Kainua”. Gli archeologi dell’università di Bologna racconteranno le ultime novità sulle indagini nella città etrusca di Kainua e nei luoghi che la circondano: area archeologica di Marzabotto, parco di Villa Aria, Sperticano e Valle Reno. Intervengono: Elisabetta Govi “L’università di Bologna a Marzabotto. Una lunga storia di ricerche e scavi”; Enrico Zampieri “Indagini geofisiche nel parco di Villa Aria e a Sperticano. Nuove tracce della città etrusca”; Andrea Gaucci “Appenninescape. Produzione e risorse negli Appennini al tempo degli Etruschi”; Scuola di specializzazione in beni archeologici “La ricognizione lungo la valle del Reno”. Prenotazione obbligatoria: 349 753 6667.
Montalto di Castro (Vt). Al Teatro Lea Padovani “Vulci e il suo territorio. 50 anni dopo”, XXXI convegno dell’istituto nazionale di Studi etruschi e italici, in presenza e on line. Tre giorni per disegnare le linee di continuità rispetto al passato e riflettere sulle novità della ricerca e delle scoperte. Ecco il programma
Dal 16 al 18 ottobre 2025, in presenza al Teatro Lea Padovani in via Aurelia Tarquinia 58 a Montalto di Castro (Vt), e in diretta on line sulla pagina Facebook del Parco archeologico e naturalistico di Vulci https://m.facebook.com/parcodi.vulci/, “Vulci e il suo territorio. 50 anni dopo”, XXXI convegno dell’istituto nazionale di Studi etruschi e italici. Il X Convegno di Studi Etruschi e Italici nel 1975 aveva avuto per oggetto la Civiltà Arcaica di Vulci e la sua espansione. Cinquant’anni dopo – e nell’anno di celebrazioni per i 50 anni del Ministero – è sembrato opportuno tornare su Vulci per disegnarne le linee di continuità rispetto al passato e riflettere sulle novità della ricerca e delle scoperte che nel frattempo l’hanno caratterizzata. Storicamente piegata dagli scavi clandestini, Vulci ha sempre comunque rappresentato un panorama privilegiato per lo studio della civiltà etrusca. La sinergia tra la Soprintendenza e Fondazione Vulci, gestore del Parco archeologico naturalistico e la collaborazione con diversi Enti di ricerca hanno garantito una maggior tutela e nello stesso tempo hanno generato, soprattutto negli ultimi anni, nuovi approcci e nuovi dati per una lettura dell’antico dai molteplici esiti, spesso presentati in mostre in Italia e all’estero. Per tutte queste ragioni l’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici ha fatto la scelta di dedicare il suo XXXI Convegno al tema, con l’intento di approdare a una sintesi delle molte cose fatte in questi anni realizzando così una preziosa occasione di confronto per tutta la comunità scientifica. Promotori/Organizzatori: istituto nazionale di Studi etruschi e italici; soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale; Fondazione Vulci, con la collaborazione della direzione Musei Lazio, Regione Lazio, Comune di Montalto di Castro.
I temi del XXXI convegno di Studi etruschi e italici sono cinque e si allineano a quelli della ricerca degli ultimi anni, con il supporto anche delle discipline della bioarcheologia e della diagnostica preventiva: La formazione della città e il rapporto con il territorio; Materiali e contesti; Collezioni e vecchi scavi; Le dimensioni del sacro; Vulci e l’altro. Città di confine e di apertura. Il Convegno, oltre a Relazioni e Comunicazioni, sarà arricchito da una sezione Poster per la presentazione di specifici casi e temi di studio, sezione che troverà posto nella stampa degli Atti a cura dell’istituto nazionale di Studi etruschi e italici. Gli abstract sono a disposizione sui siti web da pochi giorni prima del Convegno stesso. Il primo giorno prevede i saluti istituzionali (ministero della Cultura, amministrazioni regionali e locali) e una introduzione da parte del presidente dell’istituto nazionale di Studi etruschi ed italici. Nel giorno di chiusura, sabato 18 ottobre 2025, è prevista, dopo una visita agli scavi nel Parco, l’inaugurazione di una mostra al museo della Badia di Vulci – che celebra anch’esso 50 anni dalla sua istituzione – dedicata alle ultime scoperte in tema di ornamenti femminili.
PROGRAMMA GIOVEDÌ 16 OTTOBRE 2025. Alle 9.30, saluti istituzionali; introduzione di Giuseppe Sassatelli. Alle 12, SESSIONE I – La formazione della città e il rapporto con il territorio. Interventi: Carlo Casi, “Preistoria e protostoria della Valle del Fiora: caratteri geografici e del popolamento”; Vincenzo d’Ercole, Francesco di Gennaro, Marco Pacciarelli, “Le origini di Vulci tra Bronzo Finale e Primo Ferro”; Giorgio Pocobelli, “Vulci e il suburbio: urbanistica e analisi diacronica del popolamento”; 13.30, pausa pranzo; 14.30, Simona Carosi, Carlo Casi, Mariachiara Franceschini, Paul P. Pasieka, Carlo Regoli, “Il porto di Regisvilla”; Orlando Cerasuolo, Luca Pulcinelli, “L’entroterra vulcente quarant’anni dopo: popolamento ed economia alle soglie della romanizzazione”; SESSIONE II – Materiali e contesti. Interventi: Carlo Casi, Vincenzo d’Ercole, Francesco di Gennaro, “La variabilità della rappresentazione funeraria nei più antichi sepolcreti di Vulci”; Francesco Quondam, Carmen Esposito, Lorenzo Fiorillo, Pasquale Miranda, Marco Pacciarelli, “Articolazione planimetrica e gruppi sociali nei più antichi sepolcreti di Vulci”; Stefano Bruni, “Il Geometrico vulcente”; Alessandro Naso, Giacomo Bardelli, “Da Vulci nel Mediterraneo e in Europa: vasellame e utensili in bronzo”; Rosa Lucidi, “Il bucchero pesante vulcente”; Vincenzo Bellelli, “La ceramica etrusca a figure nere: Vulci, Cerveteri e Tarquinia a confronto”; 18, discussione.
PROGRAMMA VENERDÌ 17 OTTOBRE 2025. Alle 9, Anna Maria Moretti Sgubini, “Su alcune sculture di scuola vulcente”; Iefke van Kampen, “Scultura vulcente: gruppi e botteghe”; Fernando Gilotta, Anna Maria Moretti Sgubini, “Qualche considerazione sulle ceramiche della Polledrara”; Daniele F. Maras, “I Tutes di Vulci e la prosopografia dei cippi funerari a finta porta”. SESSIONE III – Collezioni e vecchi scavi. Interventi: Sara De Angelis, “1975–2025: cinquant’anni del Museo Archeologico di Vulci al Castello dell’Abbadia”; Laura Michetti, Christian Mazet, Alessandro Conti, “Ritorno a Vulci: rileggere i vecchi scavi nelle necropoli sud-orientali”; Cecile Colonna, “Vulci e il Cabinet des Médailles (BnF)”; Christian Mazet, Alexandra Villing, “Vulci e il British Museum”; Valentino Nizzo, “Collazionare collezioni: piccole storie (stra-)ordinarie di archeologia vulcente tra scavi, dispersioni e recuperi”; 13.30, pausa pranzo; 14.30, Alessandro Mandolesi, “Gli scavi Torlonia nella necropoli orientale”; Giulio Paolucci, “La Tomba François e i Torlonia”; Stephan Steingraeber, “Lodovico I di Baviera e i reperti vulcenti nelle Antikensammlungen di Monaco di Baviera”; Mariachiara Franceschini, Paul P. Pasieka, Maurizio Sannibale, Vittorio Mascelli, “La Cista con Amazzonomachia e lo specchio Durand: la ricostruzione di un contesto sepolcrale vulcente”. SESSIONE IV – Le dimensioni del sacro. Interventi: Simona Carosi, Sara Scarselletta, “La produzione votiva e i culti a Vulci tra età tardo-arcaica ed ellenistica”; Mariachiara Franceschini, Paul P. Pasieka, “Il nuovo tempio di Vulci e il paesaggio sacro urbano in epoca arcaica”; Serena Sabatini, Irene Selsvold, “Spunti per una riflessione su aree sacre articolate e culti “minori” a Vulci e in Etruria”; Carlo Regoli, “I culti dell’acropoli di Vulci”; 18, discussione.
PROGRAMMA SABATO 18 OTTOBRE 2025. Alle 9, SESSIONE V – Vulci e l’altro. Città di confine e di apertura. Interventi: Barbara Barbaro, “Il complesso protostorico del Gran Carro di Bolsena nel quadro dei contatti tra i centri protourbani di Vulci e Orvieto”; Paola Rendini, “La media valle dell’Albegna: un territorio di confine dell’agro vulcente. Contributi inediti dalle necropoli orientalizzanti e arcaiche del territorio di Magliano in Toscana”; Andrea Zifferero, “Vulci, Chiusi e Roselle: sistemi insediativi, culti e confini nel corridoio tra Albegna e Ombrone”; Marina Micozzi, Alessandra Coen, Achim Weidig, “Influenze vulcenti sul mondo italico appenninico: qualche caso di studio”; Anna Depalmas, “Vulci e la Sardegna. 115 miglia di mare”; Biancalisa Corradini, Alessandro Conti, “Castro, un centro dell’entroterra vulcente. 50 anni dopo”; Corinna Riva, Maja Mise, Carlo Regoli, “Vulci al centro di un’economia agraria che cambia nel Mediterraneo centrale: l’organizzazione della produzione anforica”; 12.30, discussione; 13.30, pausa pranzo; 15, visita agli scavi di Vulci; 16.30, inaugurazione mostra al museo nazionale Etrusco di Vulci “L’importanza di essere bella. Gioielli e ornamenti delle donne etrusche di Vulci”.
Pompei. All’auditorium degli Scavi l’incontro “Insula VII 4. Nuovi scavi a Pompei. L’età sannitica” con gli archeologi Albert Ribera i Lacomba (Institut Català d’Arqueologia Clàssica) e Christoph Baier (Istituto Archeologico Austriaco dell’Accademia Austriaca delle Scienze) promosso dall’Associazione Internazionale Amici di Pompei

Gli archeologi Albert Ribera i Lacomba e Christoph Baier nell’insula 4 della Regio VII a Pompei (foto parco archeologico pompei)
“Insula VII 4. Nuovi scavi a Pompei. L’età sannitica” è il titolo dell’incontro proposto dall’associazione internazionale Amici di Pompei ETS con gli archeologi Albert Ribera i Lacomba (Institut Català d’Arqueologia Clàssica) e Christoph Baier (Istituto Archeologico Austriaco dell’Accademia Austriaca delle Scienze). Appuntamento giovedì 16 ottobre 2025, alle 17, all’auditorium degli Scavi di Pompei. Durante l’incontro verranno presentati i risultati dei recenti scavi e ricerche realizzati nella Regio VII dell’antica città sotterrata dal Vesuvio. Nel tessuto urbano di Pompei, l’area a nord della cosiddetta Altstadt svolge una funzione di cerniera tra il centro mercantile e sacro della città e il vecchio quartiere residenziale della cosiddetta Regio VI. Lo studio sistematico di questa zona fornisce informazioni essenziali per una comprensione più approfondita dello sviluppo urbano, tanto più che il suo utilizzo nel corso dei secoli sembra essere stato caratterizzato da alcune peculiarità. In particolare, i dati a disposizione suggeriscono che l’area era votata ad un utilizzo residenziale non prima della seconda metà del II secolo a.C., mentre per il periodo antecedente sono numerose le evidenze di celebrazioni di banchetti. La conferenza presenta una panoramica delle nuove scoperte emerse dalle ricerche in corso e propone alcune riflessioni sulle dinamiche di sviluppo e sull’utilizzo dell’area in età sannitica.
Trieste. Per l’80mo anniversario del Club Alpinistico Triestino al Magazzino 26 “Nuove indagini nelle grotte preistoriche del Carso. Dati recenti e prospettive di ricerca”. Ecco alcune anticipazioni dei relatori alla luce delle ricerche archeologiche dopo alcuni decenni di inattività
In occasione del suo ottantesimo anniversario il Club Alpinistico Triestino propone “Nuove indagini nelle grotte preistoriche del Carso. Dati recenti e prospettive di ricerca”, un appuntamento dedicato alle nuove indagini nelle grotte preistoriche del Carso, che segnano la ripresa delle ricerche archeologiche dopo alcuni decenni di inattività. Questo incontro, mercoledì 15 ottobre 2025, alle 17.30, inserito nella rassegna “Una luce sempre accesa”, promossa e organizzata dal Comune di Trieste – assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, si tiene nella sala Luttazzi del Magazzino 26 del Porto Vecchio di Trieste. Saranno presentati i risultati di recenti ricerche in ambiente speleologico del Carso triestino: gli scavi condotti su concessione del ministero della Cultura dal dipartimento di Studi umanistici dell’università Ca’ Foscari Venezia, in collaborazione con l’Institute of Archaeology ZRC SAZU, dal Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam e dall’Unità di Ricerca di Preistoria e Antropologia dell’università di Siena, e le indagini direttamente eseguite dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il Friuli Venezia Giulia nell’ambito della propria programmazione lavori. Le presentazioni illustreranno grotte e ripari sotto roccia in corso di studio, importanti archivi paleo-ambientali che permettono di ricostruire la preistoria del territorio, dal tempo degli ultimi cacciatori-raccoglitori fino al periodo dei castellieri. L’incontro porrà inoltre l’accento sull’importanza delle grotte come patrimonio da studiare, conservare e rispettare, con un occhio di riguardo alla comunità speleologica che le frequenta. Un’occasione unica per conoscere i progressi della ricerca e riflettere sul valore delle grotte come archivi naturali e culturali da preservare per le future generazioni.
Introducono Franco Gherlizza (presidente del Club Alpinistico Triestino); Franco Riosa (direttore della Scuola di Speleologia “Ennio Gherlizza” del CAT). Relatori: Roberto Micheli (soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il Friuli Venezia Giulia); Manuela Montagnari Kokelj (già dipartimento di Studi umanistici, università di Trieste); Federico Bernardini (dipartimento di Studi umanistici, università Ca’ Foscari Venezia, Multidisciplinary Laboratory, “The Abdus Salam” International Centre for Theoretical Physics); Elena Leghissa (ZRC SAZU, Institute of Archaeology – Ljubljana); Francesco Boschin (dipartimento di Scienze fisiche, della Terra e dell’Ambiente, unità di ricerca di Preistoria e Antropologia, università di Siena); Andrea Pessina (soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Ancona e di Pesaro e Urbino).

Scavi archeologici nella grotta di Jama Blok a Gobrovizza sul Carso (foto cora società archeologica)
ROBERTO MICHELI, funzionario archeologo della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il Friuli Venezia Giulia: “Documentare l’oscurità: le grotte del Carso tra conoscenza e tutela archeologica”. “Le grotte sono uno dei fenomeni più caratteristici del paesaggio carsico che ha origine dalla dissoluzione chimica delle rocce carbonatiche da parte dell’acqua”, spiega Micheli. “Questi spazi vuoti che si estendono alle volte in estesi reticoli nelle profondità delle masse calcaree sono stati colmati nel tempo dal deposito di materiali diversi, quali blocchi di frana, ciottoli e concrezioni, e da sedimenti vari. A questo processo naturale va aggiunto l’apporto e le trasformazioni prodotte dall’azione della presenza umana: le cavità naturali sono state utilizzate sin da un momento molto antico della storia dell’uomo come abitazione, ricovero per gli animali e luogo di sepoltura o di culto. Nell’area del Carso, dove la concentrazione delle grotte è, come è noto, molto alta – continua Micheli -, le ricerche archeologiche hanno preso avvio già nella seconda metà dell’Ottocento al tempo delle prime esplorazioni nelle cavità ipogee, quando iniziò a svilupparsi la moderna speleologia. Da quel tempo molte grotte carsiche sono state indagate con il proposito di trovare le tracce dell’uomo preistorico e ciò ha determinato un susseguirsi di rinvenimenti e scavi dei depositi antropici delle cavità che ha consentito di raccogliere una considerevole massa di materiali archeologici di varie epoche, spesso però non sono associati a dati affidabili del contesto di provenienza.
“Queste attività hanno determinato in molti casi il danneggiamento o addirittura la distruzione di importanti stratigrafie archeologiche sepolte. Dopo più di un secolo e mezzo di ricerche archeologiche nelle grotte del Carso – sottolinea Micheli – abbiamo acquisito molte informazioni sulla storia profonda di questo territorio, ma ancora numerose questioni rimangono aperte e senza apparente soluzione. Le grotte e i loro depositi di riempimento sono, infatti, degli eccezionali archivi paleo-ambientali e geologici, ma, allo stesso tempo, sono importanti testimonianze sulla storia antica dell’uomo e delle relazioni con l’ambiente e le sue risorse. Dopo molti anni di sospensione delle ricerche archeologiche nelle grotte del Carso, l’avvio di nuove indagini con un approccio multidisciplinare e l’applicazione di metodi accurati di scavo stratigrafico ci stanno svelando la ricchezza dei depositi archeologici sepolti nelle cavità e tutta la complessità del mondo ipogeo frequentato dall’uomo nel corso della preistoria”.
MANUELA MONTAGNARI KOKELJ, già dipartimento di Studi umanistici, università di Trieste: “C.R.I.G.A. – Catasto Ragionato Informatico delle Grotte Archeologiche, banca dati delle scoperte e degli studi precedenti le nuove indagini nel Carso triestino”. “I dati sulla frequentazione delle cavità del Carso triestino (e del resto della Regione) da parte di uomini e animali in antico, dalla Preistoria al Medioevo”, spiega Montagnari Kokeli, “sono attualmente riuniti nel C.R.I.G.A. – Catasto Ragionato Informatico delle Grotte Archeologiche, accessibile online sul sito del Catasto Speleologico Regionale: https://catastogrotte.regione.fvg.it/pagina/100/criga. C.R.I.G.A. nacque alla fine degli anni 1990 inizialmente come Progetto Grotte, progetto scientifico a carattere interdisciplinare dell’università di Trieste, per rispondere a una domanda di interesse archeologico: è possibile risalire alle motivazioni delle scelte insediative, apparentemente piuttosto selettive, fatte da gruppi umani diversi che nel corso della Preistoria avevano lasciato tracce della loro presenza nel Carso triestino? Questa domanda portò a una revisione sistematica delle pubblicazioni scientifiche e divulgative e dei dati d’archivio, sia storico-archeologici che geologico-naturalistici, e alla contestuale verifica sul terreno delle caratteristiche geologiche, geomorfologiche e idrogeologiche delle cavità naturali antropizzate. Nel 2020 – conclude – un Accordo attuativo Regione Autonoma FVG-Università di Trieste permise di sviluppare la banca dati a scala regionale, con il coinvolgimento di altri enti di ricerca, musei e gruppi speleologici, e di inserire i risultati nel Catasto Speleologico Regionale. Questa versione aggiornata di C.R.I.G.A. costituisce, dunque, una premessa importante per gli sviluppi futuri della ricerca”.
FEDERICO BERNARDINI, dipartimento di Studi umanistici, università Ca’ Foscari Venezia, Multidisciplinary Laboratory, The “Abdus Salam” International Centre for Theoretical Physics; ELENA LEGHISSA, ZRC SAZU, Institute of Archaeology – Ljubljana; FRANCESCO BOSCHIN, dipartimento di Scienze fisiche, della Terra e dell’Ambiente, unità di ricerca di Preistoria e Antropologia, università di Siena, “Tre anni di scavi alla Grotta Tina Jama”. Nel corso dell’incontro saranno presentati i risultati delle ricerche archeologiche presso la grotta Tina Jama, sul Monte Lanaro nel Carso triestino, dove è in corso la terza campagna di scavi in concessione ministeriale. “Le indagini hanno restituito resti che coprono un arco cronologico molto ampio, dal Mesolitico fino all’età dei Castellieri, contribuendo a chiarire aspetti fondamentali della preistoria recente nell’area adriatica nord-orientale”, spiega il direttore dello scavo, Federico Bernardini. In particolare, gli studi si sono concentrati sui livelli dell’età del Bronzo e del Rame finale (III millennio a.C.), un periodo chiave per l’evoluzione tecnologica, culturale e sociale in Europa. “I dati preliminari suggeriscono che il Carso fosse in stretto rapporto con la Cultura di Cetina in Dalmazia e al contempo con le culture coeve dell’Italia nord-orientale e dell’Europa centrale, tra cui Polada e Gata-Wieselburg”, aggiunge Elena Leghissa. Lo studio dei resti ossei (umani e non) viene condotto dall’unità di ricerca di Preistoria e Antropologia del DSFTA dell’università di Siena. “Per quanto riguarda le ossa umane, sarà interessante analizzare alcune possibili tracce di macellazione, presenti su un frammento di cranio, tramite l’utilizzo di un microscopio digitale portatile che restituisce immagini 3D della superficie degli oggetti osservati. Questo studio potrà gettare nuova luce sulle antiche pratiche funerarie. Lo studio dei resti faunistici fornirà invece informazioni sulle modalità di sfruttamento delle risorse animali da parte delle popolazioni pre- e protostoriche. In particolare possono essere ricostruiti aspetti che riguardano da un lato l’uso della grotta, a dall’altro le pratiche di allevamento e venatorie sul Carso Triestino”.

Frammento di vaso neolitico stile “Danilo” dalla grotta di Tina Jama sul Carso (foto gigliola antonazzi)
ANDREA PESSINA, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Ancona e di Pesaro e Urbino, “Nuovi dati da alcune cavità di interesse preistorico del Carso triestino”. “Nella primavera 2025 la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e paesaggio per il Friuli Venezia Giulia – ricorda Pessina – ha condotto una serie di sondaggi in alcune cavità di possibile interesse archeologico ubicate nel territorio del Comune di Sgonico (Trieste). Le ricerche – della durata di 6 settimane – sono state finanziate interamente dal ministero per la Cultura e sono state effettuate dagli specialisti della ditta CORA di Trento, con la preziosa collaborazione di volontari dei Gruppi speleologici locali.
“La prima cavità interessata dalle indagini – spiega Pessina – è la Grotta 7 di Capodanno, censita con il n. 4796 del Catasto Speleologico regionale, una cavità posta ad una quota di 305 m slm, costituita da un basso vano discendente (in nessun punto della grotta è ora possibile stare eretti) la cui volta segue l’andamento degli strati. La cavità era stata individuata intorno al 1990 e segnalata per la prima volta da Franco Gherlizza su Spelaeus 2, 2019, Club Alpinistico Triestino. La grotta è risultata fin da subito di indubbio interesse per il deposito preistorico che conserva; già nel corso delle operazioni di rilevamento speleologico erano stati trovati frammenti ceramici di impasto e fattura diversi, misti però a materiale di chiara origine più recente. La masiera, che delimita in parte il fondo della dolina sulla quale si apre la grotta, si presentava parzialmente ricoperta da terreno di riporto proveniente dall’interno della cavità, terreno che negli anni ha restituito frammenti ceramici, industrie litiche e resti di faune. L’esame di questo materiale aveva portato al riconoscimento di una frequentazione databile al Mesolitico recente (industrie litiche caratterizzate dalla presenza di trapezi e tecnica del microbulino) e di una occupazione riferibile al Neolitico antico (ceramiche peculiari dell’aspetto di Vlaska).
“Nel corso della campagna di scavo 2025 – continua Pessina – sono state effettuate, una serie di indagini stratigrafiche mirate a verificare la presenza, la natura e la potenza di stratificazioni di interesse archeologico, nonché recuperare campionature utili ad un primo inquadramento cronologico, geo-archeologico e paleo-ambientale. Gli scavi 2025 hanno portato al recupero di altri materiali riferibili a queste fasi di occupazione, contenuti però in un deposito rimaneggiato dalle attività di animali fossatori e dalla costruzione della masiera. Di particolare interesse la segnalazione di ossidiana, la cui provenienza è in corso di determinazione. È questa una delle cavità che risulta nel Carso aver restituito il maggior numero di attestazioni di ossidiana (ad oggi sono 3 le segnalazioni da qui note). La presenza di un potente strato di crollo della volta con massi di grandi dimensioni, nonostante l’impegno dei gruppi speleologici, non ha consentito l’esplorazione dei depositi interni. Le ricerche sono pertanto proseguite nel centro della dolina con l’apertura del Sondaggio 1 che ha restituito evidenze di frequentazioni antropiche, tra cui una cuspide di freccia in selce, frammenti ceramici e resti faunistici ed è stata registrata la presenza di blocchi allineati che potrebbero indicare l’esistenza di una struttura. Sui campioni prelevati sono in corso datazioni al carbonio 14.
“Nella Grotta Jama Blok di Gabrovizza, ora accatastata dalla Commissione Grotte Eugenio Boegan con il numero PRCS 28909 – fa sapere Pessina -, le indagini hanno invece interessato sia l’interno della cavità, ove risulta di particolare interesse il riconoscimento di peculiari depositi che indicano un suo utilizzo durante la preistoria per la stabulazione di caprovini, sia il fronte esterno, ove è stato aperto un sondaggio (Sondaggio 3) della profondità di oltre 3 metri, che non ha però ancora raggiunto i più antichi livelli di frequentazione antropica. La stratigrafia messa in luce si presenta di particolare interesse: numerosi i livelli che documentano le fasi di frequentazione dell’area esterna della grotta per attività di caccia (cuspidi di freccia e faune selvatiche), fenomeni di crollo parziale della grotta per eventi sismici o fenomeni di degrado climatico, seguiti da nuovi episodi di frequentazione per usi sepolcrali e di stabulazione degli animali. In attesa di poter studiare i materiali culturali rinvenuti, sono stati raccolti campioni per analisi polliniche, geo-archeologiche e datazioni al Carbonio 14, di cui a breve si conosceranno gli esiti. Si potrà così disporre di una stratigrafia documentata accuratamente sotto ogni aspetto e ricostruire le diverse fasi della preistoria regionale, spesso ad oggi note solo genericamente. A conclusione degli scavi, in entrambe le grotte è stata organizzata una visita aperta al pubblico per presentare i primi risultati delle ricerche alla quale hanno partecipato gli amministratori di Sgonico e decine di membri dei gruppi speleologici locali”.
Paestum (Sa). L’11mo International Archaeological Discovery Award “Palmyra” vinto dalla scoperta di un misterioso palazzo che richiama il mito del labirinto sull’isola di Creta in Grecia. Sarà consegnato alla XXVII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico che vede il rilancio della Siria. Ecco il programma
L’11ma edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Palmyra” promosso da Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo è stata vinta dalla scoperta di un misterioso palazzo che richiama il mito del labirinto sull’Isola di Creta in Grecia. Il Premio sarà consegnato a Lina Mendoni, ministro della Cultura e dello Sport della Grecia, venerdì 31 ottobre 2025, alle 18, in occasione della XXVII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, che si svolgerà a Paestum da giovedì 30 ottobre a domenica 2 novembre 2025. Insieme al ministro Mendoni, presente anche Olympia Vikatou direttore generale Antichità e Patrimonio culturale. La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo – lo ricordiamo – hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale, l’International Archaeological Discovery Award, che dalla prima edizione e fino al 2024 è stato intitolato a “Khaled al-Asaad”, direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira dal 1963 al 2003, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale. Dopo dieci anni, il Premio è ora intitolato a “Palmyra” nel ricordo sia dell’hashtag “#Unite4HeritageforPalmyra” – simbolo della campagna di comunicazione della BMTA nel 2016, al fine di riportare l’attenzione sul sito archeologico per la sua ricostruzione e accompagnare la rinascita del turismo culturale in Siria – che del Gemellaggio firmato con Paestum nel 2018 (che sarà ratificato quest’anno alla presenza dei ministri siriani della Cultura e del Turismo). L’International Archaeological Discovery Award “Palmyra” è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio.

L’edificio di 4mila anni fa scoperto sulla collina di Papoura nell’isola di Creta (Grecia) (foto greek ministry of culture)
Grecia. Isola di Creta: edificio di Papoura di 4mila anni fa. Durante la costruzione di un nuovo aeroporto, sulla cima della collina di Papoura, a nord-ovest della città di Kastelli, è stato scoperto un monumento risalente a 4mila anni fa, che si ritiene risalga alla civiltà minoica. L’edificio con mura circolari e stanze intricate, del diametro di 48 mt e con superficie di 1.800 mq, che si sviluppa in otto anelli, era adibito forse a funzioni religiose. La struttura circolare, che ricorda una gigantesca ruota, ha fatto scattare l’accostamento al mito di Arianna. La civiltà minoica, del resto, risale all’età del Bronzo ed è sorta sull’isola di Creta circa dal 2700 a.C. al 1400 a.C. e l’edificio si inquadra in un periodo importante di Creta, che vede nel giro di pochi decenni la nascita sull’isola di imponenti palazzi come quello di Cnosso e Festo. La presenza di molte ossa di animali, rinvenute tra i reperti di ceramica, suggerisce un uso per feste rituali, che prevedevano cibo, vino e altre offerte. E se i palazzi minoici erano disposti su planimetrie quadrate o rettangolari, la struttura scoperta è circolare, forma che si trova più spesso nelle tombe minoiche. Potrebbe essere, dunque, un tumulo con le strutture di rinforzo, che seguono il modello del cerchio con elementi circolari e a raggiera, che potevano dar luogo a diverse stanze. Il culto degli antenati e i rituali, che prevedevano l’utilizzo di tumuli, sono diffusi nella Grecia nell’età del Bronzo. La scoperta greca è risultata vincitrice anche dello “Special Award”, il riconoscimento assegnato online per il maggior consenso sulla pagina Facebook della BMTA.
Il rilancio della Siria parte da Paestum: i due ministri della Cultura e del Turismo presenti alla XXVII BMTA. Dal 2015, a seguito della distruzione del sito archeologico di Palmira, la BMTA ha lanciato l’International Archaeological Discovery Award. La Siria è stata espositore per la prima volta nel 2002 e Paese Ospite nel 2003; a Damasco, nel 2005, il fondatore, Ugo Picarelli, consegnò il “Premio “Paestum” alla First Lady Asma al-Assad. Poi, nei periodi più difficili, dal 2011 al 2024, il dialogo fra Paestum e Palmira è stato sempre costante, grazie a Mohamad Saleh, ultimo direttore per il turismo del sito siriano, sempre presente nello spazio dedicato alla “sposa del deserto”, che la BMTA ha predisposto annualmente nel salone espositivo. Le due aree archeologiche hanno molto in comune, a partire dall’Unesco, che le ha certificate patrimonio dell’umanità, Paestum nel 1998 e Palmira nel 1980, che fu anch’essa parte dell’Impero Romano, fino alla conquista araba del 634 d.C. A seguito della distruzione di Palmira del 2015, iniziata nel 2013 a causa della guerra civile, la BMTA nella XIX edizione del 2016 oltre a inserire nell’immagine coordinata la foto dell’area archeologica con l’hashtag “#Unite4HeritageforPalmyra”, che accompagnava l’appello internazionale del direttore generale Unesco Irina Bokova, si fece promotore dell’accordo di amicizia e gemellaggio firmato il 16 novembre 2018 in occasione della XXI edizione dal sindaco di Paestum Francesco Palumbo e dal presidente della Camera di Commercio del Turismo Siriano Mouhamed al Khaddour.
Il nuovo governo della Siria riparte da Paestum con uno spazio di ben 24 mq e la conferenza, sabato 1° novembre 2025, alle 11.30, “Syria: Cradle of Civilization – Tourism and Culture Renaissance Slogan: Historical Memory… Future Prospects” con la partecipazione di Mazen Al Salhani ministro del Turismo, Mohammed Yassin Saleh ministro della Cultura, Faraj Al Koskosh vice ministro del Turismo, Anas Haj Zeidan direttore generale Antichità e Musei, Mohamad Saleh esperto internazionale in Turismo e Cultura. Inoltre, la Siria sarà protagonista anche nella conferenza a cura del MAECI ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale e dell’AICS Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, venerdì 31 ottobre 2025, alle 15.30, con la sede AICS di Beirut, che ha competenza anche sulla Siria: saranno presentati due interventi realizzati in collaborazione con Terre des Hommes Italia e COSV (Coordinamento delle Organizzazioni per il Servizio Volontario) sul Museo di Aleppo, con programmi di supporto psicosociale per minori, visite guidate e corsi di formazione per giovani e studenti, e sulla cittadella di Damasco, oggetto di precedenti interventi italiani e oggi al centro di un nuovo progetto di restauro e valorizzazione con fondi UE (DG-MENA, Direzione Generale della Commissione europea dedicata al Medio Oriente, Nord Africa e Golfo) e Farnesina (DGAP, Direzione Generale affari politici e di sicurezza).
Bacoli (Na). Il film “Pompei: The New Dig” di Elena Mortelliti e il film “Gargano sacro” di Lorenzo Scaraggi trionfano alla terza edizione di FAB! – Festival del Cinema e della Cultura archeologica

I registi Lorenzo Scaraggi ed Elena Mortelliti alzano i premi vinti alla terza edizione di FAB! Festival del Cinema e della Cultura archeologica (foto FAB / Flegrei)
Il film “Pompei: The New Dig” di Elena Mortelliti e il film “Gargano sacro” di Lorenzo Scaraggi trionfano alla terza edizione di FAB! – Festival del Cinema e della Cultura archeologica, svoltasi a Bacoli (Na) dal 7 al 10 ottobre 2025, al parco borbonico del Fusaro: nelle quattro giornate di proiezioni, incontri e laboratori, registrate oltre 2500 presenze e 500 studenti, che hanno confermato come FAB! Sia un punto di riferimento per la divulgazione tra cinema, archeologia e giovani. Ideato da TILE Storytellers con il supporto del Comune di Bacoli e di Focus Junior, FAB! rafforza il legame tra cultura e territorio e rientra nel dossier di candidatura di Bacoli a Capitale italiana della Cultura 2028, ribadendo il ruolo dei Campi Flegrei come centro della conoscenza archeologica e della creatività audiovisiva.

FAB! 2025: da sinistra, Giovanni Parisi, organizzatore del festival; i registi Elena Mortelliti e Lorenzo Scaraggi; e Nicola Barile, direttore artistico (foto FAB / Flegrei)
È Giovanni Parisi, organizzatore del festival per conto di TILE Storytellers, alla cerimonia di chiusura, a tracciare un bilancio della terza edizione: “Il FAB è cresciuto. È passato da rassegna a vero e proprio festival, da due a quattro giornate, ampliando il numero di partner e attività. Il focus si sta spostando sempre di più verso i più giovani: vogliamo spiegare ai bambini e ai ragazzi l’archeologia e il linguaggio cinematografico in modo accessibile e coinvolgente”.
Il premio della giuria è andato al film “Pompeii: The New Dig | Pompei: il nuovo scavo” di Elena Mortelliti (Regno Unito 2024, 60’), prodotto da Lion Television con la consulenza scientifica del parco archeologico di Pompei. Con un accesso esclusivo a un intero isolato mai indagato prima, il film restituisce immagini e racconti inediti sulla vita degli abitanti di Pompei alla vigilia dell’eruzione del 79 d.C. Dai corpi delle vittime agli strumenti dei lavoratori, fino alle straordinarie decorazioni delle domus, la serie offre uno sguardo senza precedenti su un patrimonio unico, che ancora oggi rivela capitoli inattesi della sua storia millenaria.
Motivazione: “Per la sensibilità con cui il documentario riesce a restituire la dimensione umana e quotidiana del lavoro archeologico. Un racconto che mette al centro le persone — archeologi, architetti, restauratori — e trasforma lo scavo in una narrazione viva, partecipata, autentica”. Così Elena Mortelliti, regista di “Pompei: The New Dig”: “Per due anni abbiamo seguito da vicino lo scavo della Regio IX, vivendo accanto agli archeologi giorno per giorno. Pompei continua a stupire e vincere qui, nei Campi Flegrei, ha per me un valore simbolico enorme. Questo è un territorio archeologicamente straordinario e credo che il FAB sia il luogo perfetto per celebrare la cultura e la ricerca”.
A conquistare invece il premio del pubblico è stato il film “Gargano Sacro” di Lorenzo Scaraggi (Italia 2025, 28’). Gargano Sacro segue il viaggio a piedi del regista Lorenzo Scaraggi, che attraversa l’intero promontorio del Gargano, in Puglia, percorrendo 120 chilometri da Rignano Garganico a Vieste. Il documentario esplora un paesaggio di forti contrasti, fra boschi secolari, eremi scavati nella roccia e abbazie millenarie affacciate sull’Adriatico. Le tappe centrali – San Matteo, Pulsano, Monte Sant’Angelo e Monte Sacro – rivelano la profonda sacralità di un territorio dove storia, natura e spiritualità si intrecciano. Ogni passo diventa esperienza intima, grazie al silenzio e alla lentezza che accompagnano il cammino, mentre lo sguardo si posa su antiche pietre e panorami sconfinati. “Gargano Sacro” mostra come la memoria di queste terre possa offrire una rilettura del presente, invitando a sostare e ad ascoltare i ritmi più profondi della Puglia garganica. È un racconto che riconnette con l’essenza del viaggio a piedi, fondendo fede, tradizioni e meraviglia in un’unica, intensa narrazione.
Lorenzo Scaraggi, premiato dal pubblico per “Gargano Sacro”: “È un documentario nato per caso, lungo un cammino di 120 chilometri tra i paesaggi del Gargano. Ho lasciato che fosse il territorio a raccontarsi, con la sua bellezza naturale e spirituale. Il premio del pubblico mi emoziona particolarmente perché arriva da tanti ragazzi: è la conferma che questo festival parla alle nuove generazioni, che sanno ancora lasciarsi affascinare dalle storie vere”.
Una menzione speciale è stata infine attribuita al film “Vitrum. Il vetro dei romani” di Marcello Adamo (Italia 2025, 52 min). Nel cuore del Mar Mediterraneo, tra le acque profonde al largo della Corsica, un misterioso relitto romano riemerge dall’oblio dopo duemila anni. A bordo, un carico straordinario: blocchi di vetro grezzo e oggetti di vetro finemente lavorati. “Vitrum” segue un’indagine archeologica senza precedenti condotta da un team internazionale di ricercatrici a bordo dell’Alfred Merlin, nave oceanografica d’eccellenza, per far luce su una scoperta rara e preziosa. Tra tecnologie all’avanguardia, ipotesi storiche e rotte commerciali dell’antichità, il documentario ricostruisce l’importanza del vetro nell’Impero Romano e il suo impatto rivoluzionario sulla civiltà umana.
Motivazione: “Per la qualità straordinaria delle riprese subacquee e delle ricostruzioni digitali, capaci di affascinare lo spettatore e raccontare con chiarezza i processi produttivi del vetro nel mondo antico”.

FAB! 2025: la soprintendente Paola Ricciardi con il sindaco di Bacoli Josi Gerardo Della Ragione (foto FAB / Flegrei)
Protagonista dell’ultima giornata della terza edizione del FAB! è stata la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli, che ha presentato in anteprima un documentario dedicato al recupero dei reperti sommersi del porto romano di Miseno, frutto di un intervento complesso tra ricerca subacquea, tutela ambientale e collaborazione istituzionale. La proiezione, introdotta dalla soprintendente Paola Ricciardi, ha svelato il risultato di un complesso intervento di recupero subacqueo condotto nei mesi estivi, nell’area del porto di Miseno. Qui, tra Punta Terone e Punta Pennata, i fondali custodivano un “cumulo”, cioè una barriera costruita in epoca post-antica riutilizzando elementi architettonici romani — colonne, architravi e pavimenti — per proteggere la costa dalle mareggiate. Il documentario mostra tutte le fasi dell’operazione: dai rilievi ad alta definizione in 3D, eseguiti per documentare la disposizione originaria dei reperti, fino all’uso dei palloni di sollevamento che hanno permesso di riportarli in superficie. Le immagini, proposte anche in diretta streaming durante l’intervento del 24 giugno scorso, raccontano il lavoro silenzioso e affascinante degli archeologi subacquei e la magia di un mare che, ancora una volta, restituisce la memoria di Roma antica (vedi Archeologia subacquea. Dai fondali del porto romano di Misenum (Bacoli, Na) riaffiorano antichi frammenti di storia: due architravi marmorei con modanature in rilievo e un frammento di colonna in marmo. Dopo i restauri saranno esposti nelle sale del Palazzo dell’Ostrichina, voluto da Ferdinando IV di Borbone. Il soprintendente Nuzzo: “Risultato di straordinaria rilevanza storica e scientifica per i Campi Flegrei”. Il sindaco Della Ragione: “Così il Parco Vanvitelliano diventerà ancor di più polo museale di epoche diverse” | archeologiavocidalpassato).
Bacoli (Na). Al via la terza edizione di FAB! Festival del Cinema archeologico: quattro giornate dedicate a cinema, archeologia e divulgazione. Ecco il programma
Bacoli ospita dal 7 al 10 ottobre 2025 la terza edizione di FAB! Festival del Cinema archeologico, tra la Casina Vanvitelliana e il Parco Borbonico del Fusaro. Quattro giornate dedicate a cinema, archeologia e divulgazione con proiezioni internazionali, laboratori didattici e incontri che coinvolgono studenti, famiglie e appassionati, rafforzando il percorso verso la candidatura di Bacoli a Capitale Italiana della Cultura 2028. Il programma alterna matinée per le scuole, proiezioni in concorso e fuori concorso, oltre a laboratori esperienziali che spaziano dalla medicina antica ai mosaici, dai giochi romani alla scrittura latina. Tra i film in gara titoli come Saga of the Raven Land, Pompeii: The New Dig, Vitrum – Il vetro dei Romani, The Forgotten Archaeology e Secret Sardinia, valutati da una giuria internazionale di alto profilo presieduta da Giovanni Calvino e composta da studiosi e professionisti del settore. Accanto al concorso cinematografico, il festival propone anteprime esclusive come il video sul recupero subacqueo nell’area dell’antico porto di Miseno, presentato dalla Soprintendenza. Il sostegno delle istituzioni e della Film Commission Regione Campania conferma FAB! come uno dei festival più significativi del panorama campano, capace di unire comunità e pubblico attorno al patrimonio culturale dei Campi Flegrei e di proiettarlo in una dimensione internazionale.
Programma martedì 7 ottobre 2025. La manifestazione si apre martedì 7 ottobre. La giornata comincia alle 10, alla Libreria del Lago, con l’accoglienza del pubblico e la consegna delle welcome bag. Alle 10.30 la Sala Ostrichina ospita l’inaugurazione ufficiale con gli interventi degli ospiti, seguita dalla matinée di proiezioni che propone Casa sul mare (Italia, 15’), The queen of Egypt (Francia, 7’) e Acqua Team, avventure in mare (Italia, 20’). Verso mezzogiorno lo spazio si trasforma in laboratorio: Gea Flavia conduce In Panis Veritas, mentre i gladiatori della Reenactment Society portano in scena Ars Gladiatoria. Nel pomeriggio, dalle 17 alle 18, sempre in Sala Ostrichina, il concorso entra nel vivo con i film Secret Sardinia (Francia, 53’), The guardians of Menjez’s past (Francia, 19’) e The forgotten archaeology (Spagna, 20’).
Programma mercoledì 8 ottobre 2025. Il programma di mercoledì 8 ottobre si apre ancora alla Libreria del Lago con il welcome desk, per poi proseguire in Sala Ostrichina con la matinée, che ripropone la selezione di cortometraggi già in calendario. Dopo la proiezione, i laboratori didattici guidano il pubblico alla scoperta della medicina nell’antica Roma con Ars Salutis, curato da Lucius Mettius, e delle manovre militari illustrate dalle associazioni Legio IIII Flavia Felix e Militum Schola. Nel tardo pomeriggio, dalle 17 alle 18, è prevista una nuova sessione di concorso con Saga of the Raven Land (Inghilterra, 61’), From Girgenti to Munich (Italia, 13’) e Replicating the randomness (Grecia, 13’).
Programma giovedì 9 ottobre 2025. Giovedì 9 ottobre il Festival rinnova la sua formula: accoglienza alle 10, matinée dalle 10.30 con le tre proiezioni già note al pubblico, e laboratori didattici dalle 12.30. Questa volta l’attenzione si concentra sulle arti e le tecniche: Tessellae con Quintus Fabius introduce al mosaico romano, mentre Termae con Gaio Sergio Orata racconta il mondo delle terme, accompagnato da esempi didattici e miniature. Nel pomeriggio, la proiezione dei film in concorso porta sullo schermo Pompeii the new dig (Inghilterra, 60’), Gargano sacro (Italia, 28’) e Vitrum (Italia, 52’).
Programma venerdì 10 ottobre 2025. Il calendario culmina venerdì 10 ottobre. La mattina si apre come di consueto con l’accoglienza e la matinée cinematografica. A mezzogiorno i laboratori mettono al centro il gioco, la scrittura e la natura: Ludus con Tiberius e Lucius mostra i giochi da tavolo dell’antica Roma, Librarius con Caius Flavius Aquila svela le tecniche di scrittura latina su tabulae ceratae e papiri, mentre Officina Naturae con Valeria Onisia esplora il mondo delle erbe e dei rimedi naturali. La serata porta in scena le proiezioni fuori concorso, curate dal parco archeologico di Ostia Antica e dalla soprintendenza dell’area metropolitana di Napoli. Infine, dalle 18 alle 19, si celebra la premiazione: vengono assegnati il Premio Kore della giuria e il Premio Kore del pubblico, accompagnati dalla proiezione dei film vincitori e dai saluti finali che chiudono ufficialmente il Festival.
Rovigo. Al museo dei Grandi Fiumi al via “Padusa incontri” promossi dal CPSSAE su “Le vie d’Acqua. Archeologia, viaggi e scambi nell’antico Polesine”. Ecco il programma
Quattro conferenze dedicate a “Le vie d’Acqua. Archeologia, viaggi e scambi nell’antico Polesine”: sono il programma di “PADUSA INCONTRI”, ciclo di conferenze per la valorizzazione del patrimonio dei beni archeologici, storici ed etnografici polesani, proposto dal CPSSAE per l’anno 2025. Appuntamento in Sala Flumina del museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, alle 16, sabato 4 ottobre, sabato 18 ottbre, sabato 15 novembre e venerdì 21 novembre 2025. Il tema di quest’anno sono dunque i fiumi e le vie d’acqua, visti come vettori e connettori attraverso i quali le comunità entravano in relazione con persone, beni materiali e idee anche di provenienze estremamente lontane. Gli incontri, realizzati in collaborazione con il Comune di Rovigo – Museo dei Grandi Fiumi, l’Accademia dei Concordi di Rovigo, e Aqua. Ambiente Cultura Turismo, saranno introdotti e moderati dai soci del CPSSAE Paolo Bellintani, Sandra Bedetti, Alessandra Marcante e dalla direttrice del museo Archeologico nazionale di Adria, Alberta Facchi.
Primo appuntamento sabato 4 ottobre 2025: “Acque e terre emerse nel Polesine medievale” con Raffaele Peretto, già direttore del museo dei Grandi Fiumi, e Giorgio Osti, sociologo UniPD. Dal passato più prossimo e da Rovigo, dove sembra essersi persa la memoria del rapporto città/fiume che invece caratterizzò l’origine del capoluogo polesano.
Secondo appuntamento sabato 18 ottobre 2025: “Un fiume di soldi. Monete e traffici in età antica lungo il Po” con Andrea Stella (numismatico – UniPD) e da Raffaele Peretto (CPSSAE). Lungo vie d’acqua viaggiarono soldi (e soldati) in età romana. La monetazione è una fonte documentaria che ci parla non solo di scambi commerciali ma anche della mobilità delle persone da un capo all’altro dell’impero.
Terzo appuntamento sabato 15 novembre 2025: “Dal Nilo al Po: le origini del vetro in Europa” con Paolo Bellintani (archeologo – CPSSAE) e Ivana Angelini (archeometrista – UniPD). in occasione del Festival “Sulle vie dell’ambra 2025 – ambra e vetro trasparenze erranti”, sposteranno l’attenzione sulla tematica del vetro: dall’Egitto, una delle regioni originarie di questa piro-tecnologia, all’antico delta del Po, in particolare a Frattesina, dove ebbe avvio la prima manifattura vetraria d’Europa.
A conclusione del ciclo, venerdì 21 novembre 2025: “Insediamenti navigazione e portualità lungo l’arco alto Adriatico prima della romanizzazione” con Silvia Paltineri (archeologa – UniPD) e Giovanna Gambacurta (archeologa – UniVE) parleranno di navigabilità e delta padano al tempo di Adria etrusca.




























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