Fano (PU). Comune e Soprintendenza firmano protocollo per proseguire le indagini archeologiche in piazza Costa dove ci sono le tracce della Basilica di Vitruvio

Sindaco Serfilippi e soprintendente Pessina firmano il protoccolo d’intesa per le indagini archeologiche della Basilica di Vitruvio (foto comune di fano)
Il 2 aprile 2026 il Comune di Fano (sindaco Luca Serfilippi) e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Ancona e Pesaro Urbino (Andrea Pessina) hanno sottoscritto un protocollo d’intesa per disciplinare la prosecuzione delle indagini archeologiche nell’area di piazza Andrea Costa, dove sono stati individuati i resti della Basilica di Marco Vitruvio Pollione. L’accordo regola la nuova fase operativa delle attività, definendo con chiarezza compiti e responsabilità dei due enti in relazione allo scavo, alla documentazione, alla messa in sicurezza dell’area e al restauro conservativo temporaneo. Alla Soprintendenza spetterà la direzione scientifica delle attività di scavo, documentazione e studio, mentre al Comune di Fano faranno capo l’esecuzione materiale dei lavori, il coordinamento logistico, la sicurezza del cantiere e la gestione delle interferenze urbane. Il protocollo prevede inoltre l’istituzione di una cabina di regia permanente, chiamata a seguire l’andamento delle attività e a coordinare i successivi passaggi operativi e comunicativi. Si tratta di un accordo tecnico, ma dal forte valore concreto e simbolico, perché segna la ripresa delle indagini archeologiche in modo strutturato e condiviso. Per l’avvio della nuova fase sono già disponibili 150mila euro reperiti dalla Soprintendenza, ai quali si aggiungono altri 150mila euro messi a disposizione dal Comune di Fano.

A Fano identificati i resti della basilica di Vitruvio durante i lavori per piazza Costa (foto sabap-an-pu)
“L’obiettivo di questa fase è comprendere meglio che cosa resta della Basilica, così da acquisire elementi utili anche per immaginare scenari futuri, che naturalmente non saranno immediati”, dichiara il soprintendente Andrea Pessina. “Dopo il recente incontro al Ministero, reso possibile anche grazie all’interessamento del Capo Dipartimento Tutela e del Direttore generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, è già arrivata anche la promessa di ulteriori risorse per proseguire il lavoro”. “Dopo due mesi di lavoro congiunto tra Comune e Soprintendenza, arriviamo a un risultato concreto”, assicura il sindaco Luca Serfilippi. “Ringrazio gli assessori Ilari e Tarsi, insieme a tutta la struttura comunale, per il lavoro svolto in queste settimane. Per noi questo è un cantiere pubblico a tutti gli effetti: è stata predisposta la perizia di variante e abbiamo scelto insieme di destinare le risorse necessarie. Con questo protocollo definiamo anche una cabina di regia istituzionale, all’interno della quale si apriranno tavoli consultivi con associazioni e con tutti coloro che vorranno dare un contributo su questa grande scoperta. È un punto di ripartenza importante del cantiere”, prosegue il sindaco, “anche perché cittadini, esercenti e commercianti vogliono vedere che si lavora davvero. La nostra intenzione è andare avanti con gli scavi, portare alla luce tutto ciò che sarà possibile e, insieme alla Regione Marche e a quanti vorranno collaborare, valorizzare questa straordinaria scoperta”.

Il ritrovamento della quinta colonna d’angolo ha confermato l’identoficazione della basilica di Vitruvio a Fano (foto sabap-an-pu)
“Nel corso dei vari sopralluoghi è stato definito anche il riparto operativo tra Comune e Soprintendenza”, spiega l’assessore ai Lavori pubblici Gianluca Ilari. “Il Comune di Fano, grazie alle risorse disponibili, si occuperà della messa in sicurezza dell’area e della rimozione dei sottoservizi già individuati, così da consegnare uno spazio pienamente idoneo a diventare un vero cantiere archeologico. L’avvio dei lavori è previsto nella settimana successiva a Pasqua, compatibilmente con i vincoli legati alle festività”. “È un momento di partenza reale, in cui il cantiere stradale diventa di fatto un cantiere archeologico”, sottolinea l’assessore alla Cultura Lucia Tarsi. “Si apre una fase di ricerca importante, unica e irripetibile, anche perché il cantiere è disponibile adesso e va affrontato con grande responsabilità. Questo protocollo ribadisce la necessità di seguire un metodo scientifico rigoroso, perché eventuali novità potrebbero offrire interpretazioni nuove e di grande rilievo sul piano culturale. Durante la fase di scavo continueranno anche le attività di divulgazione, in particolare quelle rivolte alle scuole”.
L’intesa nasce dalla volontà condivisa di garantire continuità alle attività archeologiche e di costruire un quadro stabile di collaborazione tra i due enti, anche in vista delle successive valutazioni, che potranno essere affrontate soltanto una volta completata la fase di scavo e acquisiti tutti i dati necessari. “La sottoscrizione di questo protocollo rappresenta uno strumento importante per assicurare il corretto proseguimento delle indagini archeologiche in un contesto di particolare rilievo storico e scientifico”, evidenzia inoltre la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Ancona e Pesaro Urbino. “L’accordo consente di operare all’interno di un quadro definito di collaborazione istituzionale, nel pieno rispetto delle competenze e con l’obiettivo condiviso di garantire rigore scientifico e massima attenzione alla conservazione del sito”. L’accordo rappresenta dunque un passaggio importante per consolidare la collaborazione tra istituzioni e accompagnare con metodo, responsabilità e visione il prosieguo delle indagini su un sito di straordinario interesse per la città di Fano e per il patrimonio archeologico nazionale.
Verona. A Quinzano la conferenza “Alle origini di Quinzano: nuovi dati dagli scavi della soprintendenza Archeologica” con Paola Salzani (Sabap-Vr), terzo del ciclo di quattro incontri “Quinzano, il primo insediamento di Verona: storie di uomini, ossa e ceramiche”
Martedì 31 marzo 2026, alle 20, nella Sala “Garonzi” del Centro Polifunzionale della 2ª Circoscrizione, in via Quinzano 24/D a Verona, la conferenza “Alle origini di Quinzano: nuovi dati dagli scavi della soprintendenza Archeologica” con Paola Salzani della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona Rovigo e Vicenza, terzo del ciclo di quattro incontri “Quinzano, il primo insediamento di Verona: storie di uomini, ossa e ceramiche” organizzato dalla 2ª Circoscrizione del Comune di Verona in collaborazione con i Musei civici di Verona e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona Rovigo e Vicenza, per offrire al pubblico un quadro aggiornato e approfondito delle ricerche del passato, in corso e future sulla preistoria dell’area quinzanese, uno dei contesti più significativi per la ricostruzione delle prime fasi di antropizzazione del territorio comunale di Verona. “È un’occasione estremamente importante – sottolinea il soprintendente Andrea Rosignoli –, un momento di restituzione alla cittadinanza e, in particolare, alle comunità locali, perché Quinzano è una delle zone più interessanti dal punto di vista delle ricerche archeologiche paleontologiche. Le ex cave hanno restituito ormai decenni fa dei reperti di notevole interesse, ma anche in tempi molto più recenti, a partire dal 2023, attraverso uno scavo della soprintendenza, sono emersi nuovi resti ancora in fase di studio. Questo ciclo di quattro conferenze, quindi, presenta le anteprime e i primi risultati. L’aspetto veramente suggestivo è che sembrano essere i resti del primo insediamento stabile del territorio veronese, quindi le origini della città risalenti a circa 7000 anni fa”.
Villanova di Castenaso (Bo). Al museo della civiltà Villanoviana presentazione dello scavo della vasca romana di Villanova di Castenaso con Annalisa Capurso (Sabap-Bo) e Cristian Tassinari (Tecne), terzo e ultimo appuntamento della rassegna “Racconti dalla città e dal territorio”
Martedì 31 marzo 2026, alle 18, al museo della Civiltà villanoviana, in via Tosarelli 191 a Villanova di Castenaso (Bo), presentazione dello scavo della vasca romana di Villanova di Castenaso, terzo e ultimo appuntamento della rassegna “Racconti dalla città e dal territorio”. Gli archeologi, Annalisa Capurso, della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna, e Cristian Tassinari, della ditta Tecne Srl, illustreranno un frammento di storia del territorio di Castenaso presentando lo scavo della vasca romana, portata in luce nel 2019 durante un intervento di archeologia preventiva, poi restaurata ed esposta in loco. Il rinvenimento fa parte di un più ampio complesso rustico destinato alla lavorazione e conservazione dei prodotti agricoli. Ingresso gratuito. Prenotazione: 051780021 oppure muv@comune.castenaso.bo.it
Policoro (Mt). Al museo Archeologico nazionale della Siritide presentazione della nuova campagna di scavo del Siris Project con cantiere aperto, e visita alla mostra “Le dee del grano”
Lunedì 30 marzo 2026, alle 16.30, al museo Archeologico nazionale della Siritide (Policoro, Mt), porte aperte alle indagini archeologiche del progetto Siris Project 2026 della Humboldt-Universität di Berlino riprese da una settimana. Un’occasione unica per scoprire da vicino il lavoro degli archeologi. Sarà il direttore Carmelo Colelli con Annarita Doronzio e i suoi studenti ad aprire le porte dei cantieri per raccontare obiettivi e novità della campagna di ricerca di quest’anno. Alle 18, visita guidata alla mostra “Le dee del grano” che presenta anche reperti provenienti dal Siris Project. Prenotazione consigliata al 3336128053. Attività inclusa nel biglietto di ingresso (escluse gratuità di legge).
Treviso. Al museo di Santa Caterina la conferenza “Culti, immagini e nomi di divinità nel Veneto preromano” con Anna Marinetti e Carla Pirazzini, secondo appuntamento del ciclo di conferenze diffuso in dialogo con la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” a Venezia
Giovedì 26 marzo 2026, alle 17, in sala Coletti al museo di Santa Caterina di Treviso, la conferenza “Culti, immagini e nomi di divinità nel Veneto preromano” con Anna Marinetti e Carla Pirazzini, massime esperte di linguistica ed antichità venetiche, secondo appuntamento del ciclo di conferenze diffuso che da marzo a settembre 2026, in dialogo con la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” a Palazzo Ducale di Venezia fino al 29 settembre 2026, si terrà nei luoghi coinvolti dal progetto espositivo. Gli incontri accompagnano il pubblico lungo una geografia ampia e connessa, toccando Venezia e Adria, fino a Marzabotto, Milano, Ferrara e San Casciano dei Bagni: un’occasione per approfondire temi e contesti della mostra direttamente nei territori, tra musei e siti che ne condividono la trama di ricerche, prestiti e relazioni (vedi Venezia. Con la conferenza “Stranieri e lupi nel santuario del dio Altino” con Chiara Squarcina e Margherita Tirelli a Palazzo Grimani inizia il ciclo di conferenze diffuso in dialogo con la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” a Palazzo Ducale. Margherita Tirelli presenta il progetto espositivo | archeologiavocidalpassato). Le due archeologhe parleranno dei culti e della divinità tra onomastica e immagini nel Veneto preromano, illustrando gli aspetti della religiosità nel mondo dei Veneti antichi, quali i caratteri del culto e le divinità, sulla base della documentazione archeologica (reperti, figurazioni) ed epigrafica (iscrizioni votive), anche alla luce di recentissimi rinvenimenti nel territorio trevigiano.

Disco in lamina di bronzo figurato (IV sec. a.C.) con figura femminile riccamente abbigliata attorniata da un cane-lupo e un uccello, proveniente da Montebelluna-Treviso e conservata ai musei civici di Treviso (foto graziano tavan)
I Musei Civici di Treviso figurano tra le istituzioni coinvolte nella mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”, organizzata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia ed aperta al pubblico nelle sale dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale dal 6 marzo al 29 settembre 2026. I Musei Civici di Treviso partecipano a questa grande iniziativa con il prestito di uno dei reperti più iconici della collezione archeologica, il disco figurato con figura femminile ammantata e affiancata da due animali (ambito veneto, IV sec. a.C.) a lamina in bronzo sbalzata e rifinita a cesello, proveniente dal mercato antiquario di Montebelluna e acquistato da Luigi Bailo a inizio ‘900 insieme ad altri quattro analoghi dischi votivi. L’esposizione propone un confronto inedito tra due grandi civiltà dell’Italia preromana, Etruschi e Veneti, indagando il ruolo fondativo dell’acqua nel mondo del sacro e nello sviluppo delle società del I millennio a.C. Mari, fiumi, sorgenti e acque termali emergono come luoghi di culto, guarigione, scambio e costruzione dell’identità collettiva.
Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso isola d’Elba”: dal vino in anfora al vino marino, dallo scavo della villa romana di San Marco alla produzione attuale. Ne hanno parlato l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li)

L’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena presenta il vino in anfora, tra archeologia e produzione, sull’isola d’Elba al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)
C’è un tipo di vinificazione che viene da lontano e ha radici nella storia antica: è il vino in anfora. E sull’isola d’Elba si tocca con mano questa continuità tra archeologia (con lo scavo della villa di San Marco, divenuta famosa per la cella vinaria) e produzione locale (con vini bianca in anfora). Ma l’Elba è stata anche testimone della sperimentazione del vino marino, il mitico vino dell’isola di Chio, amato da Giulio Cesare. Nel viaggio eno-archeologico attraverso l’Italia proposto nel convegno archeoVINUM, organizzato dall’università di Bari e presentato a tourismA 2026, il salone di archeologia e turismo culturale promosso da Archeologia Viva, in una mattinata densa di interventi di cui archeologiavocidalpassato.com ne ha seguito alcuni, non poteva quindi mancare il “caso isola d’Elba”. Ecco quindi che dopo la Vigna delle Thermae Felices Constantinianae ad Aquileia, la Vigna Barberini sul Colle Palatino nel parco archeologico del Colosseo, la Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (Vr), e la vigna “archeologica” nel parco archeologico di Pompei (vedi Firenze. Al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 il “caso Pompei” dove col progetto “Coltivare la storia” si creerà una vera e propria vigna “archeologica” di 6 ettari con produzione di vino grazie a un partenariato con le cantine Feudi di San Gregorio. Ne hanno parlato l’ing. Vincenzo Calvanese e l’arch. Claudia Bonanno del parco archeologico di Pompei, e Ilaria Zanardini, project manager di Feudi di San Gregorio | archeologiavocidalpassato), andiamo a scoprire il caso dell’isola d’Elba: dal vino d’anfora al vino marino. Li hanno illustrati ad archeologiavocidalpassato.com l’archeologa Laura Pagliantini dell’università di Siena e Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li).
“Le indagini nel sito di San Marco sull’isola d’Elba, in località San Giovanni”, spiega Laura Pagliantini (UniSi) ad archeologiavocidalpassato.com, “sono state avviate nel 2012 da parte dell’università di Siena e la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno. Gli scavi si sono protratti per otto campagne nel corso delle quali è emersa una villa romana costruita alla fine del II sec. a.C. straordinariamente conservata. La villa era costruita in argilla cruda, perciò un incendio l’ha distrutta. In un certo senso questo incendio l’ha praticamente conservata intatta.

Elaborazione grafica della villa di San Marco sull’isola d’Elba a cura di M.T. Sgromo e C. Mendolia (foto graziano tavan)
La villa era articolata in una serie di stanze al piano inferiore dedicate alla preparazione degli alimenti, alla conservazione delle derrate alimentari, e una serie di stanze invece poste al piano superiore riservate al soggiorno dei proprietari quando venivano sull’isola d’Elba. Si tratta di stanze riccamente affrescate e affacciate verso il mare. Le stanze che sono poste al piano terra gravitavano attorno a quella che noi chiamiamo la cella vinaria, che era una stanza caratterizzata con cinque dolia a fossa interrati che servivano alla conservazione del vino.
Il ritrovamento di questi dolia è stato eccezionale sia perché erano eccezionalmente conservati ma anche perché abbiamo recuperato su alcune pareti dei numerali incisi che ci hanno indicato approssimativamente la capacità contenuta, quindi circa 1600 litri per dolio, ma soprattutto abbiamo recuperato il nome del produttore di questi orci, quindi rivelando una proprietà all’isola d’Elba della gens Valeria.
“Quello che abbiamo cercato di raccontare oggi – continua Pagliantini – è che al di là del cantiere, nato come uno scavo universitario destinato alla formazione degli studenti, quello che intendiamo invece a sottolineare è che nel giro di pochi anni questo cantiere si è trasformato in un cantiere aperto al pubblico. Abbiamo fortemente voluto rendere questi scavi aperti alla cittadinanza e la cittadinanza è stata quella che per prima si è proposta anche come finanziatrice degli scavi, attiva, promotrice, e quindi negli anni tutta una serie di associazioni, imprese e imprenditori locali, si sono avvicinati con curiosità e interesse a quello che stavamo facendo.
“Quindi a partire dal 2013 – sottolinea Pagliantini – abbiamo avuto l’opportunità di stringere una collaborazione con l’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro (Li) nella persona di Antonio Arrighi, che già da alcuni anni, tra i primi in Toscana, aveva cominciato ad affinare il vino all’interno di grandi orci di terracotta fabbricati a Impruneta. Quindi il ritrovamento di questi orci nello scavo dell’isola d’Elba, un territorio dove il vino viene fatto da duemila anni, una tradizione fortemente radicata nell’economia e nella struttura del territorio, questo ritrovamento ha fatto sì che questa collaborazione prendesse il via in un dialogo molto proficuo e stimolante, anche in uno scambio reciproco di valore. Noi abbiamo fornito quello che è la cornice storica e quello che avveniva nell’isola d’Elba duemila anni fa, e la vicinanza con Antonio ha permesso a noi archeologi di capire molto meglio quelle che appunto erano le tecniche di vinificazione.

I bianchi Tresse, Hermia e Valerius, vini in anfora, prodotti sull’isola d’Elba (foto graziano tavan)
“Da questa sinergia – conclude Pagliantini – sono nati tre vini in anfora, il Tresse e successivamente l’Hermia e il Valerius, che son dei vini bianchi, fermentati e affinati all’interno delle anfore di terracotta. E questo vino porta il nome dello schiavo e del padrone della villa di San Marco, quindi un voluto richiamo a quella che sono dei nomi emersi dalla terra, dall’archeologia, che hanno un forte legame con il territorio, un forte legame identitario. Questo, secondo noi, è l’esempio emblematico di quello che si può fare tra archeologia e cultura, e una vitivinicultura contemporanea e locale attenta e anche vogliosa di mettersi alla prova”.
“L’idea dell’esperimento del vino marino, il mitico vino dell’isola di Chio, il vino degli dei che Giulio Cesaree aveva utilizzato anche in banchetti”, spiega Antonio Arrighi dell’azienda agricola Arrighi di Porto Azzurro ad archeologiavocidalpassato.com, “è nata ascoltando in un convegno il prof. Attilio Scienza, la cui ricerca appunto era partita per capire perché questo vino aveva qualcosa di diverso da tutti gli altri vini dell’Egeo. E nell’ascoltarlo ho chiesto se aveva già messo in pratica questa ricerca, mi sono proposto, e così è nato l’esperimento.

Antonio Arrighi presenta l’esperimento del vino marino sull’isola d’Elba al convegno archeoVINUM di tourismA 2026 (foto graziano tavan)
Siamo nel 2018, in settembre abbiamo immerso le uve del vitigno di uva ansonica a 10 metri di profondità in ceste di vimini. Tutto è nato dal fatto di cercare di fare un vino più naturale possibile senza utilizzare tecnologie. Dopo l’immersione, le uve sono state poste due giorni al sole ad asciugare dall’acqua di mare, quindi si è passati alla spremitura manuale in anfora per 6 mesi. Quindi per 6 mesi l’uva a macerare nelle anfore. È stato interessantissimo perché così il vino non aveva solfiti, non sono stati aggiunti solfiti, non sono stati aggiunti lieviti selezionati, né stabilizzazione, filtrazione: niente di tutto questo. Semplicemente un vino con il sale del mare. Quindi il sale come antisettico, disinfettante. Questo era l’obiettivo, questa era un’idea che poi con l’università di Pisa, le varie analisi, è finita in un convegno. Non avevamo calcolato che negli ultimi duemila anni non lo aveva mai fatto nessuno per cui c’è stato un interesse a livello mondiale. Ora continuiamo a farlo in piccole quantità, ma continuiamo”.
Milano. A Palazzo Moriggia presentazione del progetto di valorizzazione culturale “La Storia di Milano lungo la Linea Blu” con incontri e visite guidate gratuite tra archeologia, tutela del patrimonio e riqualificazione urbana, promosso da M4 S.p.A., Comune di Milano e soprintendenza, in collaborazione con l’università di Milano. Ecco il programma
Nasce “La Storia di Milano lungo la Linea Blu”: incontri e visite guidate gratuite tra archeologia, tutela del patrimonio e riqualificazione urbana. La realizzazione della nuova linea metropolitana M4 di Milano non è stata soltanto una grande opera infrastrutturale, ma anche un’occasione straordinaria per esplorare, documentare e valorizzare la storia della città, strato dopo strato, dalla profondità del sottosuolo fino alla superficie delle sue strade e piazze. Con l’obiettivo di raccontare questo lungo percorso di ricerca, studio e lavoro sul campo nasce “La Storia di Milano lungo la Linea Blu”, un progetto di valorizzazione culturale promosso da M4 S.p.A., Comune di Milano e soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Milano, in collaborazione con l’università di Milano. L’iniziativa vuole restituire alla cittadinanza il patrimonio di conoscenze, scoperte e trasformazioni urbane emerse durante la realizzazione della Linea Blu, mettendo in luce il valore pubblico di un’opera che ha saputo coniugare mobilità, tutela del patrimonio e riqualificazione dello spazio urbano. Il progetto si articolerà in due momenti: un primo ciclo di incontri aperti al pubblico e, a seguire, una serie di visite guidate nei luoghi più significativi toccati dai lavori. Martedì 24 marzo 2026, alle 15, a Palazzo Moriggia a Milano, presentazione del calendario di incontri e visite guidate aperti alla cittadinanza, dedicati alla scoperta dei beni culturali – archeologici, architettonici e storico-artistici – emersi, tutelati e valorizzati nel corso dei lavori di realizzazione della Linea Blu della metropolitana di Milano. Alla presentazione interverranno i rappresentanti degli enti coinvolti, che racconteranno il lavoro svolto in questi anni e il valore culturale delle scoperte e delle attività di valorizzazione nate grazie alla realizzazione della linea M4. Tutti gli appuntamenti — conferenze e visite guidate — sono gratuiti e aperti alla cittadinanza, con iscrizione attraverso il sito della Soprintendenza:
https://www.architettonicimilano.lombardia.beniculturali.it/category/eventi/.
Il primo dei quattro incontri, aperto ai cittadini e alle cittadine, si svolgerà il 25 marzo 2026, nella sede della Soprintendenza e sarà dedicato alle scoperte archeologiche emerse grazie agli scavi della M4, tra cui strutture monumentali della fortificazione medievale della città e una necropoli frequentata dall’età romana fino a quella medievale nei pressi di Sant’Ambrogio.
Il secondo incontro, in programma il 18 aprile 2026, illustrerà gli approfondimenti antropologici sui resti umani rinvenuti nelle necropoli antiche, affidati al LABANOF – Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’università di Milano. L’appuntamento si terrà nella sede di via Mangiagalli 37 a Milano.
Il 13 maggio 2026 si terrà il terzo incontro, alla Soprintendenza di Milano, dedicato all’attento lavoro di salvaguardia messo in campo durante i lavori per proteggere e valorizzare il patrimonio monumentale incontrato lungo il percorso della M4 in città: le basiliche di San Nazaro, San Lorenzo, Sant’Ambrogio e San Vittore al Corpo, la Ca’ Granda, oltre ad alcuni elementi storici dello spazio pubblico milanese, come la colonna del Verziere e il busto di Cesare Correnti.
L’ultimo appuntamento, in calendario a settembre, sarà invece dedicato ai progetti di sistemazione superficiale, con un focus sulle scelte architettoniche e materiche che hanno ridisegnato strade, piazze e spazi pubblici nel segno della qualità urbana e della sostenibilità.
A questo ciclo di incontri si affiancheranno, da maggio a ottobre, visite guidate gratuite condotte da esperti di archeologia, architettura e storia dell’arte, che accompagneranno i cittadini nei luoghi storicamente e archeologicamente più rilevanti lungo il tracciato della M4. Ogni tappa racconterà una stazione e la storia che la circonda. Si partirà il 21 maggio 2026 con la stazione di Sant’Ambrogio, con la visita ai resti dell’argine monumentale del Fossato medievale, emerso durante i lavori e oggi musealizzato nel corridoio di collegamento tra M4 e M2, oltre alla nuova uscita della stazione verso la basilica, che ha consentito la riqualificazione dello spazio già esistente intorno alla Pusterla di Sant’Ambrogio. A giugno sarà la volta della stazione De Amicis, dove sono stati rinvenuti tratti degli argini del fossato collegati alla Pusterla dei Fabbri, oggi conservati nella stazione, e i resti di una torre medievale, recuperata ed esposta nel nuovo Parco dell’Anfiteatro. All’esterno della stazione è stato inoltre restaurato e ricollocato nel paesaggio urbano rinnovato il busto di Cesare Correnti. Le tappe successive, tra giugno e ottobre, interesseranno la Basilica di San Vittore al Corpo, la stazione Vetra e la Basilica di San Lorenzo, l’area di piazza San Babila, il tratto compreso tra la stazione Sforza-Policlinico e la Ca’ Granda, fino a concludersi a San Cristoforo, percorrendo la nuova passerella ciclopedonale.
“La M4 è nata per migliorare in modo concreto la vita quotidiana delle persone, rendendo Milano più accessibile, sostenibile e connessa”, spiega Alessandro Lamberti, presidente M4. “Lungo il tracciato della Linea Blu, insieme al Comune di Milano, alla Soprintendenza e all’Università, abbiamo avuto anche l’opportunità di contribuire a restituire alla città un patrimonio prezioso di conoscenze, luoghi e memorie. Questa iniziativa racconta il senso più profondo di una grande infrastruttura pubblica: non solo mobilità efficiente, ma anche tutela del patrimonio, qualità urbana e nuove occasioni di partecipazione e conoscenza per i cittadini. È questo il contributo che M4 vuole lasciare a Milano: un’opera utile ogni giorno e capace di generare valore duraturo per la comunità”.

Emanuela Carpani, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Milano
“La Soprintendenza – ricorda Emanuela Carpani, soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Milano – ha seguito la realizzazione della nuova linea metropolitana milanese per diversi ambiti di competenza, sia quello archeologico sia quello architettonico-paesaggistico. Dopo l’esperienza di tanti anni è doveroso raccontare alla comunità il percorso condiviso con i principali attori dell’opera e valorizzare i risultati culturali di questa avventura”.
“La partecipazione del LABANOF al progetto La storia di Milano lungo la Linea Blu – interviene Marina Brambilla, rettrice dell’università di Milano – rappresenta un elemento strategico per la piena valorizzazione scientifica e culturale degli scavi della M4, grazie alle competenze consolidate del Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense della Statale che, esaminando i resti umani attraverso gli strumenti della medicina e dell’antropologia, hanno restituito testimonianze capaci di modificare profondamente la narrazione della storia di Milano lungo un arco di circa duemila anni. Ma il lavoro che la Statale ha condotto va oltre la ricerca: i reperti confluiscono nella sua Collezione Antropologica, arricchendo un patrimonio unico che supporta studio e formazione, e sono accessibili al pubblico grazie alla loro esposizione al MUSA – il Museo Universitario delle Scienze Antropologiche, Mediche e Forensi per i Diritti Umani, favorendo una riflessione condivisa sul loro valore umano, storico e sociale”.
Sepino (Cb). Nel parco archeologico scoperta una domus di età imperiale caratterizzata da un ingresso monumentale affacciato sul decumano e interessata da numerose trasformazioni nel corso del tempo. Osanna: “Restituiti aspetti concreti della vita quotidiana e delle trasformazioni del paesaggio urbano nei secoli”
Scoperta una domus imperiale nel parco di Sepino in Molise. Le indagini condotte tra il 2023 e il 2025 stanno portando alla luce nuovi contesti urbanistici e monumentali, fondamentali per ricostruire la storia e l’evoluzione della città nel corso dei secoli, restituendo un’immagine più articolata e dinamica dell’antica Saepinum, l’area situata nella località di Altilia in provincia di Campobasso, tra i più suggestivi parchi del Sistema museale nazionale. Gli scavi, effettuati grazie sia ai fondi di Sviluppo e Coesione, sia ai finanziamenti del ministero della Cultura, tramite la direzione generale Musei, si sono concentrati innanzi tutto nel settore urbano di Porta Bojano, dove a metà degli anni Cinquanta il soprintendente Valerio Cianfarani aveva condotto le prime indagini sistematiche. Le nuove ricerche hanno permesso di riprendere lo studio di questo settore della città, riportando alla luce una domus di eccezionale rilievo, caratterizzata da un ingresso monumentale affacciato sul decumano – una delle principali strade della città romana, orientata in direzione est-ovest – e interessata da numerose trasformazioni nel corso del tempo.
L’edificio restituisce un articolato palinsesto architettonico che documenta una lunga continuità di vita, dalla prima età imperiale fino al VI secolo d.C., ampliando in modo significativo le prospettive di ricerca sulla città. I limiti della struttura si estendono oltre l’attuale area di scavo, confermando le dimensioni monumentali già suggerite dalle indagini geofisiche. Proprio per questo il settore sarà oggetto di ulteriori indagini nella prossima campagna di scavo, con l’obiettivo di definire con maggiore precisione l’estensione della dimora e la sua organizzazione. La dimora testimonia l’adozione di modelli abitativi di alto livello, analoghi a quelli documentati nelle principali città romane dell’Italia centrale. Le fasi più antiche del complesso sono documentate da antefisse architettoniche e ceramiche di età augustea e tiberiana, che indicano l’alto livello della residenza nel I secolo d.C. Nella piena età imperiale e fino al III secolo d.C. prevalgono invece ceramiche comuni e sigillate africane d’importazione, a conferma dell’inserimento di Saepinum nei circuiti commerciali del Mediterraneo. Nella tarda antichità, tra IV e VI secolo d.C., i materiali segnalano un cambiamento nell’uso degli ambienti, destinati ora ad attività produttive o di stoccaggio.
Massimo Osanna, direttore generale Musei, commenta: “I risultati delle ricerche a Saepinum confermano l’importanza della ricerca archeologica come strumento fondamentale di conoscenza. Le nuove evidenze consentono non solo di acquisire dati inediti sulla storia della città, ma anche di restituire aspetti concreti della vita quotidiana e delle trasformazioni del paesaggio urbano nel corso dei secoli. Interventi come questo sono resi possibili anche grazie ai finanziamenti destinati alle campagne di scavo archeologico sul territorio nazionale, che permettono di sostenere in modo continuativo la ricerca e di ampliare le conoscenze sul nostro patrimonio. Questo avanzamento degli studi offre basi più solide per rafforzare i percorsi di valorizzazione del sito e per rendere sempre più consapevole e articolato il racconto di uno dei luoghi più significativi dell’archeologia italiana”. Per Enrico Rinaldi, direttore del Parco archeologico di Sepino: “Le recenti campagne di scavo stanno restituendo risultati di grande rilievo scientifico, permettendo di approfondire la conoscenza della città antica e delle sue trasformazioni nel lungo periodo. Le nuove scoperte confermano il ruolo centrale di Saepinum nella rete urbana dell’Italia romana e aprono nuove prospettive per lo studio e la valorizzazione del sito”.
Grazie ai fondi stanziati dal ministero della Cultura, attraverso la direzione generale Musei, per le campagne di scavo archeologico su tutto il territorio nazionale, sono inoltre ripresi, dopo oltre venti anni, gli scavi nel Foro, nell’area retrostante il cosiddetto Arco dei Nerazi. Le indagini e lo studio tridimensionale dei numerosi elementi architettonici presenti nell’area – circa quattrocento blocchi lapidei – stanno permettendo di approfondire la conoscenza del complesso monumentale di età imperiale e delle strutture più antiche. Le ricerche stanno facendo luce sul passaggio dall’insediamento sannitico di età ellenistica (II-I secolo a.C.) alla progressiva formazione della città romana. Accanto alle canalizzazioni della rete fognaria sono emersi ambienti e vasche riconducibili a un edificio produttivo di età tardo-repubblicana, probabilmente destinato alla lavorazione della lana. Accanto alle monete, il repertorio dei piccoli oggetti restituisce uno spaccato concreto della vita quotidiana: lucerne in terracotta, un raro bruciaprofumi anch’esso in terracotta, piccoli contenitori ceramici e oggetti personali in bronzo, tra cui anelli e una piccola chiave di scrigno.

Parco archeologico di Sepino: rinvenuto un grande contenitore in piombo appartenente a un sofisticato sistema domestico per il riscaldamento dell’acqua (foto mic)
Di particolare rilievo è inoltre il recupero di un grande contenitore in piombo appartenente a un sofisticato sistema domestico per il riscaldamento dell’acqua. Il recipiente, di forma cilindrica, è decorato in rilievo con motivi solari stilizzati e teste di Gorgone. La scoperta, insieme ai frammenti di tubature e valvole rinvenuti nello scavo, offre una rara testimonianza delle tecnologie idrauliche utilizzate nelle residenze di alto livello del mondo romano.

Frammento di iscrizione onoraria risalente al 139 d.C., durante il regno dell’imperatore Antonino Pio, rinvenuto a Sepino (foot mic)
Il quadro storico si è ulteriormente arricchito durante la campagna del 2025 con il recupero di frammenti architettonici in marmo e di un’importante iscrizione onoraria risalente al 139 d.C., durante il regno dell’imperatore Antonino Pio. L’epigrafe testimonia un intervento della casa imperiale in città, confermando il legame privilegiato tra Saepinum e l’amministrazione centrale dell’Impero.
Ulteriori risultati provengono infine dalle indagini archeologiche condotte nell’ambito dei lavori del PNRR per lo scavo e il ripristino dell’accessibilità del cardo massimo presso Porta Terravecchia. Il cardo era la principale strada della città romana orientata in direzione nord-sud. Le ricerche hanno permesso di ricostruire la sequenza stratigrafica dell’asse viario, documentandone la continuità d’uso anche nelle fasi successive alla fine dell’età antica. Una testimonianza particolarmente significativa è rappresentata dal rinvenimento di un tesoretto di monete databile al V secolo d.C., scoperto in un livello riferibile alla fase di occupazione bizantina della città. Queste nuove scoperte restituiscono un’immagine sempre più articolata della città antica e aprono nuove prospettive di ricerca su uno dei siti archeologici più importanti dell’Italia centro-meridionale.
Fratta Polesine (Ro). Al museo Archeologico nazionale l’incontro “Conversazioni sul Mediterraneo: da Cipro al Polesine” con la direttrice del museo, Maria Letizia Pulcini, per il ciclo “Un Tè al Museo”
Domenica 22 marzo 2026, alle 15.30, al museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine (Ro) l’incontro “Conversazioni sul Mediterraneo: da Cipro al Polesine” con la direttrice del museo, Maria Letizia Pulcini, nuovo appuntamento del ciclo di incontri “Un Tè al Museo”, che unisce il piacere di un momento conviviale all’approfondimento di temi legati all’archeologia e alla storia antica.
L’appuntamento di marzo è dedicato al Mediterraneo come spazio di incontro e di scambio tra culture, in occasione della mostra “Cipro e Italia. Identità culturali condivise all’alba della storia”, ospitata a Castel Sant’Angelo a Roma e visitabile fino al 30 giugno. La mostra, organizzata dal ministero della Cultura in collaborazione con il ministero della Cultura cipriota nell’ambito del Programma Culturale della Presidenza Cipriota del Consiglio dell’Unione Europea 2026, espone anche alcuni reperti provenienti dal villaggio dell’Età del Bronzo di Frattesina di Fratta Polesine, prova concreta di relazioni e contatti che attraversavano il mare già nelle fasi più antiche della storia europea.

Un pettine d’avorio da Frettesina esposto alla mostra “Cipro e Italia” a Castel S. Angelo a Roma (foto drm-veneto)
Durante l’incontro, Maria Letizia Pulcini guiderà il pubblico alla scoperta dei legami che mettevano in relazione le comunità dell’Italia protostorica con il più ampio mondo mediterraneo e, in particolare, con l’isola di Cipro. Sarà l’occasione per raccontare il Mediterraneo non come un confine, ma come uno spazio di incontro e di connessioni: uno spazio attraversato da rotte lungo le quali circolavano persone, oggetti, saperi e idee, contribuendo già nell’antichità alla costruzione di un orizzonte culturale condiviso. Come di consueto, “Un Tè al Museo” si svolgerà in un clima informale e accogliente: una tazza di tè accompagnerà il dialogo tra la direttrice e il pubblico, favorendo la condivisione e il confronto su temi che mettono in relazione il passato con il presente. La partecipazione è gratuita con prenotazione obbligatoria fino a esaurimento posti. Tel: 0425/668523; drm-ven.museofratta@cultura.gov.it. Per evitare sprechi, ai/alle partecipanti è consigliato di portare con sé la propria tazza.























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