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Verona. Dopo un lungo restauro e decenni di attesa, apre il nuovo museo Archeologico nazionale nell’ex caserma asburgica San Tomaso: si inizia con la ricca sezione di Preistoria e Protostoria, con lo Sciamano di Fumane, simbolo del museo

L’annuncio-invito dell’inaugurazione del nuovo museo Archeologico nazionale di Verona
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Le eleganti architetture dell’ex caserma asburgica, sede del nuovo museo Archeologico nazionale di Verona (foto drm-veneto)

Se si apre il sito del museo Archeologico nazionale di Verona e si clicca alla voce “orari”, la risposta è secca: temporaneamente chiuso per restauri. Una situazione che permane da sempre, da decenni: perché in realtà non è mai stato aperto. Da quando lo Stato ha individuato l’ex caserma asburgica di San Tomaso affacciata sull’Adige a Verona come sede dell’istituendo museo Archeologico nazionale per coprire una storica lacuna della città scaligera, dove non c’è alcun museo statale ma solo civici, tutti gli interventi sono stati indirizzati al recupero e al restauro del grande edificio, adiacente alla chiesa di S. Tomaso Cantuariense, una delle testimonianze di architettura civile austriaca meglio conservate a Verona, per renderlo idoneo all’esposizione delle ricchissime testimonianze provenienti dalle ricerche archeologiche effettuate nella città e nel territorio veronese negli ultimi quarant’anni, articolate in un arco temporale che va dalla preistoria alla protostoria, alla fase celtica, alla romanizzazione, fino all’età romano-imperiale. Ma, dopo vari annunci, stavolta ci siamo. Giovedì 17 febbraio 2022, alle 11.30, sarà inaugurato il nuovo museo Archeologico nazionale di Verona nell’ex caserma asburgica San Tomaso alla presenza del direttore regionale Museo Veneto, Daniele Ferrara; del direttore dell’Archeologico, Giovanna Falezza; del soprintendente Abap di Verona, Vincenzo Tinè. Interverrà il prof. Massimo Osanna, direttore generale Musei del ministero della Cultura.

Lo “sciamano” dalla Grotta di Fumane (foto drm-veneto)

verona_museo-archeologico-nazionale_logoSi comincia con l’apertura al pubblico dell’importante Sezione riservata alla Preistoria e Protostoria. Dal  Neolitico all’età del Rame, del Bronzo e del Ferro, con l’esposizione, tra gli altri,  dei materiali provenienti anche dai siti palafitticoli UNESCO del veronese. Il percorso espositivo della sezione Preistoria e Protostoria, anche grazie a ricostruzioni fisiche e virtuali, video e altri mezzi di comunicazione multimediale, narra le principali componenti storiche del veronese, compreso tra 50mila anni fa e il 100 a.C. In generale il percorso espositivo si articola in una serie di sottosezioni dedicate alle principali epoche della preistoria-protostoria del territorio veronese, dal Paleolitico (rappresentato dalla famosa pietra dipinta, nota come lo “Sciamano”, proveniente dalla Grotta di Fumane), passando attraverso il Neolitico e l’età del Rame, fino all’età del Bronzo, con l’esposizione dei materiali provenienti dai siti palafitticoli UNESCO del veronese, e l’età del Ferro. L’obiettivo è quello di far percepire il ruolo formativo di questo territorio rispetto al centro urbano di Verona, la cui nascita è l’esito di un percorso storico di lunga durata. L’allestimento si sviluppa in modo unilineare e senza interferenze, partendo dalla sala di orientamento (accessibile dalla scalinata e dall’ascensore) attraverso le diverse sale dei due bracci del terzo piano (dal Paleolitico all’età del Bronzo) fino a confluire nel terzo braccio (dedicato all’età del Ferro).

Altino. Per il ciclo “ConversazioniAltinati@1600” videoconferenza on line di Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino, su “Il futuro di Altino”: cosa succederà con l’istituzione del parco archeologico, il primo in Veneto

Suggestiva immagine del museo Archeologico nazionale di Altino ai margini della laguna di Venezia (foto drm-veneto)

Come cambierà il volto del museo nazionale e area archeologica di Altino con l’istituzione del parco archeologico di Altino, il primo in Veneto? Come saranno ri-organizzati gli spazi all’aperto e la sede dell’ex museo archeologico? Quale sarà il rapporto con il territorio (inteso come comunità ed enti pubblici e privati) e con l’ambiente (inteso come paesaggio tra laguna, fiume e campagna)? Quali saranno le ricadute economiche e quelle scientifiche? A queste e ad altre domande e curiosità mercoledì 9 febbraio 2022, alle 21, risponderà la stessa direttrice Marianna Bressan nella conferenza on line “Il futuro di Altino”, nell’ambito del ciclo “Altino e la sua laguna agli albori del cristianesimo – ConversazioniAltinati@1600”. La videoconferenza si svolgerà su piattaforma Zoom. Link di partecipazione: https://unipd.zoom.us/j/89013420046.

La planimetria delle area archeologiche di Altino sui due lati della strada provinciale nel progetto del parco archeologico di Altino (studio di architettura ddba)

Di certo un’idea del “futuro di Altino” ce la siamo fatta, il 1° febbraio 2022, alla presentazione del progetto del parco archeologico di Altino (vedi Parco archeologico di Altino: presentato il progetto finanziato dal Mic che fonde museo e area archeologica in un unico percorso più fruibile al pubblico per raccontare la storia di un luogo e del suo paesaggio speciale. Due anni per realizzarlo | archeologiavocidalpassato). Due anni per realizzare il progetto: il termine ultimo è giugno 2024. Si camminerà tra i resti della città sepolta, scoprendone i reperti, ma anche le antiche costruzioni. Ci saranno i mosaici conservati, ma anche la casa in cui probabilmente erano collocati. E mentre si passeggerà accanto al basolato della strada originaria si scopriranno i dintorni, ricostruiti con pannelli iconografici e immagini. Sarà un museo all’aperto, che unirà dunque la parte attualmente contenuta nel museo Archeologico con quella degli scavi, in un unico percorso più fruibile al pubblico che racconterà la storia di un luogo e del suo paesaggio in tutti i suoi aspetti. “Il progetto mira a far comprendere ai visitatori che le aree museali e quelle archeologiche si trovano proprio qui per la presenza di un’antica città sepolta, seppur non visibile”, interviene Marianna Bressan: “racconteremo un “unico mondo” che conterrà storia, arte, paesaggio e territorio e che sarà dunque in grado di mostrare a 360 gradi la storia di questi luoghi. Nel progetto inoltre verrà studiato anche il miglioramento dell’accessibilità per tutti”.

Roma. Nel giardino del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia si sta ricreando la Vigna Iulia di papa Giulio III col progetto didattico dell’istituto tecnico Agrario “Giuseppe Garibaldi” di Roma piantando Sangiovese (rosso) e Malvasia del Lazio (bianco), le cultivar più vicine alle viti antiche: primi grappoli in autunno 2023

La preparazione del terreno nel giardino del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma per ricreare la Vigna Iulia di papa Giulio III (foto etru)

Tutto è iniziato a novembre 2021 con la preparazione del terreno per l’impianto del vitigno. L’obiettivo del progetto didattico dell’istituto tecnico Agrario “Giuseppe Garibaldi” di Roma è quello di ricreare nel giardino del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, diretto da Valentino Nizzo, la Vigna Iulia di papa Giulio III. Gli studenti del quinto anno dell’Agrario, seguiti dal prof. Francesco Nardi, sono tornati in questi giorni a Villa Giulia per proseguire con la messa a dimora delle piantine di vite (le barbatelle). Realizzeranno una vigna didattica nell’ambito di un progetto PCTO (Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento) a cura dei Servizi Educativi del Museo Etru coordinati dalla dott.ssa Vittoria Lecce. Saranno ospitate il Sangiovese (rosso) e la Malvasia del Lazio (bianco) che sembrano le cultivar più antiche documentate dalle fonti e sembrano avere, specialmente il Sangiovese, le caratteristiche delle viti antiche. “Le piante di vite non sono più identiche a quelle antiche”, spiegano gli studenti impegnati nel progetto, “sia per le varianti genetiche sopraggiunte quasi naturalmente, sia a causa della filossera che ha gravemente depauperato il patrimonio genetico delle viti europee”. Quindi ora le piante di vite si riproducono solo per talea (da tralci già esistenti). Gli studenti sono impegnati a scavare buche di circa 60 centimetri di profondità, ben allineate per rispettare il progetto, che ospiteranno le barbatelle. Un’attività lunga ma che prospetta grandi soddisfazioni e che sarà affiancata dai Servizi Educativi del Museo con visite guidate alle collezioni sui temi del vino e del banchetto.

Gli studenti dell’Agrario “Giuseppe Garibaldi” di Roma mettono a dimora le barbatelle nel giardino del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Prossimo step in primavera 2022, quando gli studenti del quinto anno saranno affiancati da quelli del quarto per montare le spalliere ed eseguire i trattamenti e le potature. Ci saranno viti “ad alberello”, appoggiate a semplici canne, a “spalliera”, realizzate con un sistema di pali e filo zincato, e “maritate”, ossia appoggiate ai nostri limoni. Dovrebbero spuntare circa tre tralci per ogni piantina, mentre i primi grappoli potrebbero maturare nell’autunno 2023 (le barbatelle hanno già un anno e mezzo, perché il sistema di preparazione è lungo). “Qualche piantina – speriamo poche o nessuna – potrebbe morire”, spiegano gli esperti, “soprattutto nel lato esposto al sole, che è anche il meno fertile, mentre le piantine avanzate verranno messe a dimora nei terreni dell’Istituto Garibaldi e, se occorrerà, si faranno delle sostituzioni. Noi continueremo a seguire le operazioni affiancando i ragazzi nella conoscenza degli Etruschi e dell’importanza del vino nel mondo antico. E, appena sarà possibile, una bella vendemmia! Ma è presto per parlarne…”.

Torino. Per “Incontri con gli autori” al museo Egizio presentazione del libro “Chiese chiuse” di Tomaso Montanari, in presenza e on line

Migliaia di chiese sono oggi inaccessibili, saccheggiate, pericolanti. Altre sono trasformate in attrazioni turistiche a pagamento. Oggi non sappiamo cosa farcene, di tutto questo “ben di Dio”, e bene pubblico: mancano visione, prospettiva, ispirazione. Ma è anche lì che si potrebbe costruire un futuro diverso. Umano. Il tema viene affrontato al museo Egizio di Torino nel ciclo “Incontri con gli autori”, lunedì 7 febbraio 2022, alle 18: in sala conferenze presentazione del volume “Chiese Chiuse” (Einaudi) di Tomaso Montanari che dialogherà con Enzo Bianchi. L’incontro sarà introdotto da Evelina Christillin; modera Christian Greco. Per l’occasione sarà possibile acquistare il volume in sala conferenze del museo Egizio. L’ingresso alla sala conferenze è libero fino ad esaurimento posti. È gradita la prenotazione scrivendo una e-mail a comunicazione@museoegizio.it. Il posto in sala verrà riservato fino alle 18. Per l’accesso è necessario esibire il Green Pass rafforzato e indossare mascherina FFP2. La conferenza verrà anche trasmessa live streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del Museo.

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Tomaso Montanari

“Le antiche chiese italiane ci chiedono di cambiare i nostri pensieri”, spiega Montanari. “Con il loro silenzio secolare, offrono una pausa al nostro caos. Con la loro gratuità, contestano la nostra fede nel mercato. Con la loro apertura a tutti, contraddicono la nostra paura delle diversità. Con la loro dimensione collettiva, mettono in crisi il nostro egoismo. Con il loro essere luoghi essenzialmente pubblici sventano la privatizzazione di ogni momento della nostra vita individuale e sociale. Con la loro viva compresenza dei tempi, smascherano la dittatura del presente. Con la loro povertà, con il loro abbandono, testimoniano contro la religione del successo. Possiamo decidere che anche questi luoghi speciali che arrivano dal passato devono chinare il capo di fronte all’omologazione del pensiero unico del nostro tempo. O invece possiamo decidere di farli vivere: per aiutarci a vivere in un altro modo”.

Napoli. L’acqua tornerà a sgorgare nelle fontane del Giardino orientale del museo Archeologico nazionale. Grazie ad Artbonus, l’azienda Acqua Campania finanzia il progetto di restauro. I lavori partiranno nella prossima primavera

Il cortile orientale o delle fontane del museo Archeologico nazionale di Napoli in una foto dell’archivio Mann del 1986

L’acqua tornerà a sgorgare nelle fontane del Giardino orientale del museo Archeologico nazionale di Napoli. Grazie a un atto di mecenatismo, reso possibile dallo strumento dell’Artbonus, la società Acqua Campania sostiene il restauro e la nuova attivazione delle fontane del celebre Giardino delle Fontane dell’Archeologico: i lavori partiranno nella prossima primavera e permetteranno di far rivivere, nella propria originaria funzionalità, le tre fontane del Giardino. Un’iniziativa che conferma l’attenzione strategica ai temi della sostenibilità e del verde: da tempo, infatti, il lavoro di recupero e riallestimento dei Giardini storici rappresenta un punto nevralgico della programmazione museale. Il progetto di restauro e riattivazione delle fontane sarà coordinato dall’équipe di restauratori, architetti, archeologi e museologi del Mann.

Il cortile orientale o delle fontane del museo Archeologico nazionale di Napoli in una foto dell’archivio Mann del 1934

Il giardino ottocentesco del Mann era un piccolo museo a cielo aperto: intorno agli anni Venti del XIX secolo, fu forse l’architetto Pietro Bianchi, curatore dei lavori di completamento dell’allora Real Museo Borbonico, a far installare tre fontane nelle aiuole del cortile orientale. Dalle fontane, che combinavano elementi in marmo di antiche vasche di epoca romana con cemento moderno, è sgorgata acqua sino a buona parte del Novecento. Al centro del Giardino delle Fontane, fra le suggestive palme Washingtonia e le verdi piante, ancora oggi attrae lo sguardo una vasca in porfido rosso, nota come Gran Tazza Farnese (II sec. d.C., fra l’età di Traiano e quella di Adriano).

Una delle tre fontane del cortile orientale del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

“Diamo il benvenuto al Mann ad Acqua Campania”, interviene il direttore Paolo Giulierini, “ringraziando il suo management per la sensibilità sociale, l’attenzione al territorio e alla sua storia che sono all’origine di un’importante donazione Artbonus. Possiamo senz’altro affermare che è  questo il modello ideale di mecenatismo al quale il museo Archeologico nazionale di Napoli sta lavorando con il fondamentale apporto dell’Advisor Board, presieduto da Mirella Barracco. Aziende che amano l’arte incontrano progetti di grande significato, come è appunto il ripristino delle fontane storiche nel Giardino del Mann, in un percorso condiviso che in questo caso porterà presto a una nuova fruizione degli spazi. Più che un semplice  restauro questo progetto assume infatti per  tutti noi  un valore altamente strategico  in un orizzonte che vedrà il Museo aprirsi con atrio e giardini gratuitamente alla città, cuore verde zampillante d’ acqua per il quartiere”. Soddisfatta anche Mirella Barracco, presidente dell’Advisory Board, che ha promosso l’incontro con Acqua Campania: “Come Presidente dell’Advisory Board del Mann, sono particolarmente felice che Acqua Campania abbia raccolto il nostro invito a sostenere il restauro delle Fontane, contributo ancor più valido, visto il trait d’union tematico tra l’attività del Mecenate e il progetto che porteremo innanzi al Museo: passato e presente, ricerca e imprenditoria si legano grazie ad una rete virtuosa nel nome della cultura”.

acqua-campania-spa_logo“La decisione di sostenere l’intervento di recupero e ripristino delle fontane del museo Archeologico nazionale di Napoli risponde alla volontà di rappresentare, anche attraverso operazioni-simbolo, la centralità dei temi della preservazione, della conservazione e della efficiente   gestione della risorsa idrica in un’epoca contrassegnata dalla scarsità della risorsa primaria, e dalla necessità di un ripensamento dei modelli di governo del servizio idrico, soprattutto nel Mezzogiorno”, commenta Franco Cristini, amministratore delegato di Acqua Campania SpA. “L’acqua non è classificabile solo come una utility; l’acqua è anche un bene culturale. E come tale ha diritto a uno statuto e a una governance che ne garantiscano la tutela e la riproducibilità per le generazioni future. In questi mesi, la nostra Società – nella qualità di concessionario della Regione Campania – ha portato a buon fine il progetto per la potabilizzazione delle risorse idriche accumulate nell’invaso di Campolattaro. L’opera, inserita tra le priorità del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), concorrerà all’autosufficienza di approvvigionamento della Regione, e – a regime – permetterà di irrigare oltre 15mila ettari di suolo agricolo destinato a produzioni pregiate. È un’opera concepita secondo principi di unitarietà e completezza. Ne beneficeranno non solo gli uomini, ma anche la terra. Con il nostro contributo intendiamo sostenere concretamente il rilancio di una della più grandi istituzioni culturali del Paese, unica per la ricchezza del suo patrimonio, e diventata sempre più motivo di attrazione e valorizzazione di Napoli e della Campania. Intendiamo in questo modo proseguire ad affiancare, concretamente, il movimento di rinascita e rilancio dell’offerta culturale della città e della Regione, promuovendo la funzione sociale dell’ impresa Acqua Campania, che non può  esaurire il proprio impegno entro i confini della sua attività, ma deve estendere la sua missione ad un  più ampio contesto di riferimento”.

Una delle tre fontane del cortile orientale del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Il progetto di nuova attivazione delle fontane del Mann seguirà questi passaggi previsti dal team scientifico: risanamento conservativo delle fontane come monumento, restauro dei materiali lapidei archeologici con trattamento biocida, previo test per la caratterizzazione degli agenti biodeteriogeni; pulitura fisica-chimica-meccanica dei materiali sottoposti a trattamento; consolidamento superficiale e strutturale; rimozione delle stuccature in cattivo stato di conservazione e realizzazione di nuove con materiali compatibili con gli originali e adeguata resistenza meccanica all’attacco fisico-chimico dell’acqua e degli inquinanti atmosferici; verifica e trattamento degli ancoraggi metallici; applicazione di protettivo idrorepellente per la creazione di una interfaccia di protezione tra l’acqua e le superfici lapidee.

Una delle tre fontane del cortile orientale del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Totale ripristino della funzionalità d’uso delle fontane: attenta pulizia delle strutture in muratura e successiva impermeabilizzazione; pulizia ed eventuale sostituzione delle tubazioni; consolidamento strutturale dell’invaso e delle altre componenti; creazione di un sistema di ricircolo dell’acqua, con inserimento di una elettropompa e allaccio alla rete idrica ed elettrica del Museo; ripristino del verde danneggiato durante i lavori. Tutti i materiali, impiegati per il restauro e il recupero dei manufatti, saranno caratterizzati da inerzia chimica, compatibilità con gli elementi originali e basso impatto ambientale, a conferma della vocazione green del Mann.

A Montecchio Maggiore (Vi) quarta e ultima tappa della mostra itinerante “La scansia di casa mia. 2500 anni fa” con i reperti di un villaggio dell’età del Ferro scoperto nel 1981. In una delle case recuperiamo aspetti della vita alla metà del I millennio a.C.: nella “scansia” coppe, tazze e boccale, stoviglie in ceramica ben conservate

La mostra archeologica itinerante “La scansia di casa mia 2500 anni fa” si sposta a Montecchio Maggiore, alla Galleria Civica S. Vitale: quarta e ultima tappa di un “viaggio” che ha toccato Trissino, Castelgomberto e Sovizzo. Appuntamento sabato 5 febbraio 2022, alle 17, per l’inaugurazione, durante la quale sarà presentato e distribuito gratuitamente il fascicolo che raccoglie i pannelli esposti. La mostra, curata dal museo di Archeologia e Scienze Naturali “G. Zannato” – Sistema Museale Agno-Chiampo, sarà visitabile fino al 6 marzo 2022, il sabato e la domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 14 alle 19, con ingresso libero nel rispetto della normativa sanitaria vigente. “Questa mostra rende ancora una volta tangibile la capacità del Sistema Museale di valorizzare il patrimonio del nostro territorio”,  commenta l’assessore alla Cultura, Claudio Meggiolaro. “Un itinerario che ha permesso di trasmettere casa per casa la conoscenza dell’archeologia e dell’antico”. L’allestimento è stato curato da Annachiara Bruttomesso, conservatrice archeologa del museo Zannato e da Angela Ruta Serafini, già direttrice del museo nazionale Atestino, con la collaborazione dell’archeologa Fiorenza Bortolami e del conservatore naturalista Roberto Battiston, che ha curato la grafica della mostra e l’editing dei video.

Le ceramiche di 2500 anni fa, ben conservate, trovate nelle case del villaggio dell’età del Ferro (foto sabap-vr-vi-ro)

È un vero e proprio viaggio indietro nel tempo di 2500 anni, quello che la mostra propone, per entrare in una casa dell’antico villaggio di Trissino, scoperto nel 1981 durante i lavori di ampliamento del cimitero comunale e parzialmente messo in luce dagli scavi archeologici condotti fino al 1990. Le case del villaggio erano caratterizzate da profondi scassi nella roccia, che ospitavano probabilmente fresche cantine. Per alcune di esse, sigillate da incendi e molto ben conservate, si pensò alla musealizzazione in loco, poi non realizzata a causa della collocazione all’interno dell’attuale cimitero. Per questo tra il 2014 e il 2015, le strutture furono consolidate, restaurate e documentate con rilievo laser-scanner 3D e infine protette con tessuto non tessuto, sabbia e terra. Proprio perché l’antico villaggio non è più visibile, la mostra vuole restituirne la memoria, offrendo l’occasione di scoprire la vita di 2500 anni fa. La scansia del titolo, ricostruita sulla base dei dati di scavo con il suo servizio di coppe, tazze e boccale sorprendentemente conservati, è il focus della mostra. Un grande dolio sapientemente ricomposto da molti frammenti, la ricostruzione di un telaio e alcune macine completano il suggestivo angolo della casa. Reperti e pannelli ricostruiscono la vita quotidiana dell’antico villaggio veneto ai confini con il mondo dei Reti, mettendone in luce i diversi aspetti. Non mancano due brevi ma suggestivi video: “Immagini da una scoperta” che racconta la storia degli scavi e “Un filmato da una nuvola di punti” che propone le immagini ricavate dal rilievo laser scanner 3D dell’antico villaggio.

montecchio_museo-zannato_logoAnche per questa tappa conclusiva della mostra sono in programma alcuni incontri culturali. Ecco il calendario. Venerdì 18 febbraio 2022, alle 20.30: “Com’è arrivato un vaso greco a Trissino?”, incontro con l’archeologa Federica Wiel Marin, che prenderà spunto dal frammento di ceramica attica esposto in mostra per illustrare i rapporti commerciali e culturali tra la Grecia e il Veneto nell’antichità; giovedì 24 febbraio 2022, alle 20.30, incontro con il professor Michele Asolati, docente di numismatica all’università di Padova; sabato 5 marzo 2022, alle 16.30, incontro-laboratorio con Franco Mastrovita su lavorazione della lana nel mondo antico.

Palermo. L’archeologo Ferdinando Maurici è il nuovo soprintendente del Mare della Regione Siciliana. Succede a Valeria Li Vigni, andata in pensione

Ferdinando Maurici è il nuovo soprintendente del Mare della Regione Siciliana
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Valeria Li Vigni, soprintendente del Mare (foto soprintendenza del mare)

“Ferdinando Maurici, 62 anni, è il nuovo soprintendente del Mare della Regione Siciliana. La designazione, che compete al dirigente generale del Dipartimento dei Beni Culturali Franco Fazio, è avvenuta oggi, 4 febbraio 2022. Succede nel ruolo a Valeria Li Vigni, andata in pensione lo scorso 1° febbraio”: lo annuncia sul suo profilo social Alberto Samonà, assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana. Ferdinando Maurici, attualmente dirigente per i Beni archeologici nella stessa soprintendenza del Mare, è stato direttore del parco archeologico di Monte Iato, del museo Interdisciplinare di Terrasini, della Fototeca del Centro Regionale Inventario e Catalogazione e delle sezioni archivistica e bibliografica della soprintendenza di Trapani. Specializzato in Archeologia Cristiana e Medievale, ha al suo attivo oltre trecento pubblicazioni e diverse docenze universitarie, dottorati di ricerca, oltre a diverse attività di coordinamento e ricerca per conto della soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. In particolare, come dirigente per i Beni archeologici della soprintendenza del Mare – nata nel 2004 dall’intuizione e dalla volontà di Sebastiano Tusa – ha seguito le prospezioni in alto fondale nell’isola di Ustica con la scoperta di un relitto di epoca romana; le indagini di archeologia subacquea in alto fondale nel mare delle Isole Egadi a bordo della nave oceanografica Hercules della RPM Nautical Foundation, che hanno portato lo scorso anno alla scoperta di due nuovi rostri e di un relitto tardoantico-bizantino. Sempre per la soprintendenza del Mare, ha collaborato all’individuazione di un nuovo possibile itinerario sommerso a Marettimo. E ancora, ha collaborato nell’estate del 2021 con i subacquei altofondalisti della SDSS nel recupero di altri rostri nello specchio di mare della battaglia delle Egadi del 241 a.C.; ha coordinato le attività svolte in collaborazione con la Bayerische Gesellschaft für Unterwassearchäologie (Società Bavarese per l’Archeologia Subacquea) a Mozia e Eraclea Minoa. È co-progettista dei lavori di scavo e indagine preliminare del relitto della nave romana denominata “Marausa 2”.

Parma. Presentata la grande mostra “I FARNESE. Architettura, Arte, Potere” di marzo che completa i quattro anni di lavori di riqualificazione e riallestimento del Complesso monumentale della Pilotta: museo Archeologico, museo Bodoniano, Biblioteca Palatina, Galleria nazionale. E chiude idealmente PARMA 2020 Capitale della Cultura

Veduta della cavea del Teatro Farnese al Palazzo della Pilotta, a Parma (foto di Giovanni Hänninen)

Parma_2200_logoIl Complesso della Pilotta, 40mila metri quadri espositivi nel cuore di Parma, si apre sempre più alla città e al mondo, dando concretezza a quell’opera generale di riqualificazione funzionale degli spazi e di ripensamento critico delle raccolte, con restauri e nuovi allestimenti che, iniziata nel 2017 con la nuova direzione, si concluderà proprio quest’anno, 2022. Con un evento culturale, rinviato ben due volte per la pandemia, destinato a riportare Parma sulle prime pagine internazionali e a chiudere al meglio l’anno di Parma 2020, Capitale della Cultura: parliamo della grande mostra “I FARNESE. Architettura Arte Potere”: a venticinque anni dall’ultima esposizione sul tema, il Complesso Monumentale della Pilotta ospiterà, dal 18 marzo al 31 luglio 2022, l’esposizione dedicata alla committenza della famiglia Farnese, con l’obiettivo d’indagare la straordinaria affermazione della casata nella compagine politica e culturale europea dal Cinque al Settecento, attraverso l’utilizzo delle arti come strumento di legittimazione.

Il Complesso della Pilotta a Parma, 40mila metri quadri, uno degli istituti più importanti d’Europa
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Simone Verde, direttore del Complesso monumentale della Pilotta (foto complessopilotta)

Sotto la direzione di Simone Verde, come si diceva, dal 2017 il Complesso Monumentale della Pilotta, uno degli istituti più importanti d’Europa, è oggetto di una titanica opera di restauro, riconcepimento e riallestimento finanziata con fondi del Ministero della Cultura. Se tra il 2018 e il 2021 sono state aperte circa 10 nuove sezioni tra cui la Sala del Trionfo, dedicata alle arti decorative, l’Ala Farnese, dedicata all’arte a Parma nel ‘500, l’Ala ovest, dedicata alla pittura italiana dalle origini al 1500, la Rocchetta con il suo Ottocento e il Mito di Correggio, un nuovo importantissimo tassello si è aggiunto a dicembre 2021 con l’Ala Nuova del museo Archeologico (sala Ceramiche e sale Egizie), prefigurazione del rifacimento totale delle collezioni di antichità previsto tra circa nove mesi. Un’opera titanica, come detto, che si conclude nel 2022 e che vede nella mostra sulle Collezioni Farnese la sua più alta celebrazione dacché questa mostra, riportando a Parma i capolavori da cui sono nate le collezioni della città nello stesso momento della conclusione dei cantieri in corso, celebrerà la rinascita e la rinascita del l’immenso Palazzo e dei suoi tesori.

La Galleria nazionale al Complesso monumentale della Pilotta a Parma (foto mic)

Numerose sono le tappe a venire sulla strada della conclusione di questo progetto: dopo l’apertura per Natale 2021 dell’Ala Nuova, segue quella del nuovo Museo Bodoniano, il più antico museo europeo della stampa, collocato nel cuore di un’ala tutta nuova della Biblioteca Palatina a firma di Guido Canali e ottenuta tramite la chiusura e la riqualificazione di uno spettacolare portico a tre navate finora estremamente  degradato; quindi l’inaugurazione dell’Ala Ovest e dell’Ala Nord -occupate dalla Galleria- completamente rinnovate, che ospiteranno una sezione tutta nuova sulla pittura Fiamminga le cui opere, circa una cinquantina, sono state in gran parte sottoposte a restauro e verranno messe in relazione all’arte manierista del ducato, nonché le sale dedicate alla pittura italiana ed europea del Sei e del Settecento; a marzo 2022, infine, l’apertura della mostra sulle collezioni dei Farnese che segnerà la fase conclusiva che porterà all’inaugurazione generale della Nuova Pilotta.

L’ingresso del museo Archeologico “protetto” dai due leoni al Complesso monumentale della Pilotta a Parma (foto complessopilotta)

L’Ala Nuova è il frutto di tre cantieri paralleli: la creazione di una nuova sala Ceramiche, la realizzazione di una sezione interamente dedicata alle collezioni egizie del Ducato, raccolte in particolar modo sotto la ducea di Maria Luigia ed il restauro delle facciate di pertinenza disegnate dall’architetto di corte, uno dei più importanti del neoclassicismo europeo, Ennemond Alexandre Petitot sul Cortile della Cavallerizza. Alla riqualificazione degli spazi interni di quest’Ala Nuova, corrisponde il rifacimento e il restauro dei prospetti esterni, in questo caso di una delle facciate neoclassiche più importanti d’Italia nonché del giardino su cui affaccia, ricavato sulle rovine dell’antica cavallerizza ducale. Un vero e proprio suggello alla ricomposizione dell’ala nuova che, se non fosse per la vastità del Palazzo e del Complesso della Pilotta, potrebbe costituire altrove un museo a sé.

La sala delle Ceramiche nell’Ala Nuova del Complesso monumentale della Pilotta a Parma (foto complessopilotta)

Nella sala Ceramiche gli interventi di ripristino e di riqualificazione del possente, elegante soffitto ligneo a cassettoni, di restauro e di riposizionamento del lungo tavolo ligneo su cui era esposto il Trionfo da Tavola, ritrovato in stato d’abbandono in uno dei depositi della Galleria Nazionale, hanno permesso di restituire al pubblico, in un adeguato contesto espositivo, le pregevoli collezioni greche, etrusche, italiche e romane del Museo. Le ceramiche, acquistate nell’Ottocento per il Museo Ducale dal direttore del museo Lopez per dotare il museo di un campionario delle produzioni ceramiche greche e italiche, sono esposte in forma unica al mondo e spettacolare, collocate singolarmente o a piccoli gruppi, in ordine cronologico, entro teche di vetro poggiate sul tavolo, riprendendo la conformazione originaria della sala e ispirandosi liberamente – dal punto di vista estetico e concettuale – alla celebre Sala Etrusca realizzata nel 1855 da Palagio Palagi per il Re Carlo Alberto di Savoia al castello di Racconigi.

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Vetrina con quattro bronzetti nella sala Ceramiche dell’Ala nuova del Complesso monumentale della Pilotta a Parma (foto archeobo-beniculturali)

Nelle quattro vetrine a muro collocate sulla parete nord sono esposti una notevole sequenza di bronzi (un elmo, due brocche, una cista, una Vittoria alata e due piccole sfingi), le collezioni luigine di bronzetti etrusco italici, ex-voto in terracotta e specchi etruschi, un’urna cineraria chiusina in terracotta, in un allestimento che valorizza le caratteristiche tipologiche, i temi trattati nelle raffigurazioni, e le tecniche di decorazione. Al centro della parete sud della Sala rifulge una quinta vetrina che ospita il bassorilievo, fondo di bacile, raffigurante la divinità Oceano. Quattro statue sono collocate fra le cinque finestre che si affacciano sul Lungoparma, mentre sul lato opposto, fra le due porte, sono collocati una testa e cinque busti; statue e busti, così come i leoni di età romana posti all’ingresso del museo, sono recentemente stati oggetto di un intervento di pulitura e di restauro finanziati dal Lions Club Parma Host.

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La sala Egizia dell’Ala nuova del Complesso monumentale della Pilotta a Parma (foto mic)

Proseguendo il percorso, ecco la sala Egizia. Gli importanti reperti della collezione egizia qui riuniti sono accompagnati da un apparato informativo che consente di capirne storia, significato e vicende. Il tutto in un ambiente immersivo che evoca le camere funerarie da cui questi millenari reperti provenivano. Attraversando un corridoio con il soffitto ribassato che allude al percorso nel ventre della terra che caratterizza le necropoli di Luxor, il visitatore si troverà all’interno di due sale dove, in teche appositamente concepite e in nicchie, potrà apprezzare i corredi funerari, i bellissimi sarcofagi e la mummia della collezione parmense. Reperti di cui è programmato a breve un intervento di restauro condotto in loco dagli specialisti, alla presenza dei visitatori. Quanto ai singoli documenti e reperti, la nuova Sezione Egizia si apre con alcuni lavori (testi e tavole) dell’egittologo Ippolito Rosellini, giovane collega di Jean François Champollion durante la spedizione franco toscana in Egitto nel 1828, finanziata da re Carlo X di Francia e dal granduca Leopoldo di Toscana. La spedizione toccò tutti i grandi luoghi dell’Egitto faraonico e produsse un’enorme quantità di documenti, copie di testi geroglifici, disegni e casse di antichità. Rossellini prima e gli eredi di Champollion poi pubblicarono il resoconto di quella spedizione accompagnandolo con grandi tavole a volte acquerellate e i primi fascicoli dell’opera vennero donati alla nascente biblioteca del Museo di Antichità dalla duchessa Maria Luigia e oggi sono esposti accanto al papiro di Amenothes, acquisito dal Museo nel 1830.

Ritratto di Papa Paolo III Farnese di Tiziano Vecellio (1543) conservato al museo e real bosco di Capodimonte a Napoli (foto capodimonte) olio su tela, cm 113,7 x 88.8 Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte

E arriviamo alla grande mostra “I FARNESE. Architettura, Arte, Potere” ospitata al Complesso Monumentale della Pilotta dal 18 marzo al 31 luglio 2022, che giovedì 3 febbraio 2022 è stata presentata al teatro Farnese da tutti gli enti che hanno collaborato alla realizzazione di questo ambizioso progetto culturale: università di Parma, Museo e Real bosco di Capodimonte, museo Archeologico nazionale di Napoli, Archivio di Stato di Parma, Ordine degli Architetti PPC di Parma, fondazione Cariparma, fondazione Arturo Toscanini, con il sostegno del Comune di Parma e in partenariato con Electa. La mostra è patrocinata dal ministero della Cultura ed è inserita nei progetti di Parma Capitale della Cultura 2020+21. Il progetto scientifico presenta una doppia novità, quella di trattare i temi del collezionismo rinascimentale con gli strumenti della Global History, e di includere nel mecenatismo della famiglia le grandi fabbriche architettoniche.

“Messa di San Gregorio”, mosaico di piume su tavola, realizzato in Messico nel 1539, e conservato al Musée des Amériques-Auch (foto Musée des Amériques Auch)

L’esposizione coinvolgerà gli ambienti più spettacolari del Complesso Monumentale e s’inserirà nel più ampio progetto di rilancio dell’Istituto, che nel 2022 inaugurerà la totalità dei suoi spazi restaurati e riallestiti. La rassegna presenterà oltre 300 opere provenienti da collezioni pubbliche e private, italiane ed europee insieme a opere della Collezione Farnese a Parma. Da segnalare alcuni prestiti eccezionali, a conferma delle relazioni e dell’interesse dei Farnese per la cultura e gli oggetti provenienti da terre lontane e sconosciute: due globi Coronelli dalla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia e, per la prima volta in Italia dal Musée des Amériques-Auch, la Messa di San Gregorio eseguita in Messico dagli indios per ringraziare Paolo III della bolla Sublimis Deus, che riconobbe l’umanità dei nativi americani e ne condannò lo sfruttamento.

Progetto assonometrico di Palazzo Farnese a Roma di Jacopo Meleghino (?), conservato nell’Archivio di Stato di Modena (foto Mappario Estense)

Tra i prestiti, un nucleo di circa 200 disegni di architettura – dal Gabinetto dei Disegni e delle Stampe della Galleria degli Uffizi, dalle raccolte grafiche statali di Monaco di Baviera, dagli Archivi di Stato di Parma, Piacenza, Napoli, Roma e Modena, dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla Reverenda Fabbrica di San Pietro e dello stesso Complesso Monumentale della Pilotta – presenterà, insieme a modelli, elaborazioni grafiche e filmati, il quadro complessivo dell’architettura farnesiana dal punto di vista storico, urbano e territoriale, mettendo in rilievo la relazione tra questa disciplina e l’affermazione dinastica in termini di prestigio, espansione e visionarietà della committenza.

La Tazza Farnese conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

E quindi: 20 dipinti, capolavori provenienti dal Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli, tra cui spiccano opere di Raffaello, Tiziano Vecellio, El Greco e Annibale Carracci, saranno esposti in dialogo con le opere del Complesso a rievocazione della galleria farnesiana, dove erano custoditi i 100 dipinti più significativi della collezione di famiglia. Infine più di 80 oggetti dal Gabinetto delle Cose Rare del Museo e Real bosco di Capodimonte tra cui la Cassetta Farnese, insieme alla Tazza Farnese dal museo Archeologico nazionale di Napoli, alle monete e medaglie del Complesso Monumentale della Pilotta e ai pezzi della Collezione Gonzaga di Guastalla confluiti nella collezione Farnese, permetteranno di ricostruire una camera delle meraviglie rinascimentale.

Veduta del cortile di San Pietro Martire o della Pilotta nel Complesso monumentale della Pilotta a Parma (foto di Giovanni Hänninen)

Il risultato è un corpus di materiali museali ed archivistici che confluisce per la prima volta in una delle mostre più importanti mai realizzata sul tema del collezionismo rinascimentale e di sicuro la più ricca in assoluto sulla Collezione Farnese, in cui si ritrova una riflessione dell’aderenza tra residenze e raccolte artistiche, capace di evocare quel connubio tra opere e architettura che legava i contenuti al loro contenitore. Il percorso espositivo, sviluppato su diversi nuclei tematici, Architettura, Arte, Potere sarà articolato nei diversi spazi del Complesso della Pilotta: i Voltoni del Guazzatoio, il Teatro Farnese, la Galleria Petitot della Biblioteca Palatina e la Galleria Nazionale. Ad accompagnare l’iniziativa una serie di pubblicazioni che approfondiranno la storia globale del collezionismo farnesiano, con contributi dei maggiori studiosi al mondo di questo tema, e le complesse vicende della committenza artistica e architettonica.

Ercolano. Primo appuntamento con “Magma”, la nuova serie video del parco archeologico: con il direttore Sirano e l’archeologo Camardo scopriamo i lavori di scavo e pulizia sull’antica spiaggia

Il direttore Francesco Sirano discute con l’archeologo Domenico Camardo sull’antica spiaggia (foto paerco)

Prima puntata della nuova serie video “Magma” del parco archeologico di Ercolano che torna a raccontare il fermento di attività in corso nell’area archeologica. Insieme al direttore Francesco Sirano e all’archeologo dell’Herculaneum Conservation Project Domenico Camardo entriamo nel cantiere dell’antica spiaggia per scoprire il “dietro le quinte” che ha recentemente portato alla scoperta dell’ultimo fuggiasco di Herculaneum (vedi Ercolano. Ritrovati sull’antica spiaggia i resti di un fuggiasco, sotto un muro pietrificato alto 26 metri: morto travolto da una tempesta di fuoco e cenere ardente. “Eccezionale scoperta. Porterà nuova luce sugli ultimi momenti di vita della cittadina sepolta dall’eruzione del Vesuvio” | archeologiavocidalpassato).

Sull’antica spiaggia di Ercolano sono in corso nuovi scavi archeologici che riprendono quelli iniziati nel 1980 e andati avanti fino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. “Ora stiamo ripulendo l’area”, annuncia Sirano, “soffermandoci su quelle parti che allora non furono scavate completamente. E in questo contesto sono emersi dei segni di cava”. Lo spiega Camardo: “Questa è una conferma importante di una fase di vita della città. Siamo sopra un bancone di tufo preistorico creato da un’eruzione del Vesuvio di 8mila anni fa, che costituisce la base, la piattaforma su cui si sviluppa sia la spiaggia ma anche quello che troviamo sotto le case della città di Ercolano. E su questo bancone si possono notare tutta una serie di tagli, orizzontali paralleli  ma in alcuni casi anche più articolati, che non sono altro che i resti dei tagli realizzati probabilmente nel I sec. a.C. per estrarre blocchi di tufo, usati poi dai romani in città per costruire le abitazioni ma anche, per esempio, i bordi di tutti i marciapiedi della città”. Quindi in un certo momento, nell’antichità, questo “bancone” emerse dal mare. “Questa è una tra le più importanti acquisizioni fatte negli ultimi anni, grazie anche all’apporto dei geologi”, continua Camardo. “Abbiamo capito che negli anni precedenti l’eruzione tutta la zona antistante la città è sottoposta a un fenomeno di bradisismo locale: la terra si alza e si abbassa gradualmente. E questo comporta che nel momento in cui si abbassa il mare si avvicina al fronte della città, danneggia anche le facciate degli edifici, dove noi troviamo molti interventi di restauro realizzati in antico. E depone delle sabbie su questo banco di tufo. Quindi quando la terra è più bassa, la cava non può essere utilizzata. Si depongono queste sabbie che nascondono parzialmente queste tracce”. E la sabbia era nera, come quella vulcanica. “È esattamente uguale a quella che si ha oggi sul litorale davanti a Ercolano, davanti a Portici. È una sabbia vulcanica scura, caratterizzata dalla presenza di tanti cristalli”.

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, vicino ai fornici dell’antica spiaggia di Ercolano dove sono stati trovati i resti dei fuggiaschi (foto Paerco)

È in questo tratto di spiaggia che negli anni ’80 furono trovati molti scheletri, in particolare di fronte all’ultimo fornice. E poi altri sparsi un po’ sulla spiaggia, fino alla zona davanti alle terme dove è stata trovata la famosa barca di Ercolano. E poi ci sono i calchi degli altri fuggiaschi che stavano aspettando probabilmente il loro turno per la partenza. Interessante è anche la presenza di una fogna, che dalla prospettiva dell’antica spiaggia si vede molto bene. “Questo dimostra come era articolato il sistema di scarico delle acque di Ercolano. Questa è una fogna che raccoglie tutte le acque del quarto cardo e le porta, passando sotto la terrazza dell’area sacra, direttamente sulla spiaggia. I romani avevano una fruizione della spiaggia diversa da quella che noi facciamo oggi. Quindi per loro non era strano scaricare direttamente le immondizie o gli scarichi fognari sulla spiaggia, e poi chiaramente il mare provvedeva a ripulire tutto”.

L’antica spiaggia di Ercolano è interessata da lavori di scavo e pulizia per essere aperta al pubblico (foto paerco)

Alla fine degli scavi e delle ricerche, la spiaggia sarà aperta al pubblico. “Il fine ultimo del progetto è ripotare il livello di sabbia vulcanica esattamente come era al momento dell’eruzione. E questo permetterà una circolazione libera sull’area della spiaggia, e quindi di eliminare le passerelle che oggi ancora esistono, perché appunto c’è il problema dell’acqua che sorge. Invece l’acqua sarà messa tutta quanta sotto controllo con un tipo di intervento ingegneristico. E quindi si riporterà esattamente il livello che c’era, permettendo di visitare i fornici e l’area della spiaggia liberamente”. E andare poi verso la Villa dei Papiri. E vedere il fronte a mare della città che è una cosa unica. Ercolano è l’unica città del mondo antico romano che ha conservato direttamente l’intero fronte a mare. Addirittura ora si vede una rampa, riportata in luce benissimo dagli scavi. “Questa rampa permetteva di scendere dal terzo cardo sulla spiaggia – continua Camardo. “È stata ripulita dalla vegetazione che la sommergeva, che nemmeno noi avevamo mai potuto osservare in tutti i suoi dettagli. Alla fine il pubblico avrà un’immagine doppia – si può dire: guardando verso il Vesuvio si vede il fronte della città, guardando invece alle spalle c’è l’impressionante sezione di tutti gli oltre venti metri di materiale piroclastico che nel corso dell’eruzione hanno seppellito e a sigillato completamente la città”.

Pompei. Il parco archeologico avvia il restauro delle fontane pubbliche della città antica. Le spiegazioni dell’archeologa Paola Sabbatucci e del restauratore Luca Pantone

Una fontana di Pompei prima e dopo il restauro (foto parco archeologico di pompei)

Il parco archeologico di Pompei ha avviato il restauro delle fontane pubbliche della città antica di Pompei. Si tratta di un progetto globale che comprende il restauro di più di 40 fontane pubbliche, il rilievo in 3D dei suddetti manufatti e lo scavo archeologico intorno ad alcune delle fontane che permetterà di indagare il loro rapporto con gli assi viari. Il restauro ha come obiettivo quello conservare il più a lungo possibile queste fontane e di restituirle ai visitatori nella loro migliore veste. Le fontane pubbliche presenti nel sito di Pompei erano parte integrante dell’articolato sistema di distribuzione dell’acqua interno alla città antica; nel tempo, esse sono state oggetto di studi specifici e di interventi di rifunzionalizzazione, diventando parte integrante del percorso di visita. Si tratta di oltre 40 manufatti, distribuiti su tutto il territorio della città antica, la maggior parte dei quali afferisce alla tipologia delle fontane con vasca e blocco erogatore, tre sono invece gli elementi monoblocco usati in funzione di erogatore, inseriti direttamente nel cordolo del marciapiede o sovrapposti ad esso; nell’area del Foro Triangolare è invece collocato l’unico esemplare di labrum, con bacino e supporto in marmo, probabilmente usato per le abluzioni sacre. Sulla base di un approfondito percorso di conoscenza, condotto, in fase progettuale, anche in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure, si è cercato comprendere la natura dei materiali e degli agenti di degrado, definendo così le scelte operative.

Una fase dei restauri di una fontana pubblica di Pompei (foto parco archeologico di pompei)

Il progetto prevede quindi il restauro di tali manufatti e una fase di indagini di scavo archeologico puntuali per aree limitrofe a 15 fontane, mirate alla verifica dei rapporti stratigrafici relativi alla costruzione della fontana e alla monumentalizzazione di strada e marciapiede, al fine di acquisire elementi utili a precisare il quadro cronologico di riferimento. Al termine degli interventi ogni fontana sarà oggetto di un accurato rilievo 3D. Il progetto di restauro delle fontane antiche di Pompei è partito a ottobre e continuerà ancora per tutto il 2022.

Il funzionario restauratore del parco archeologico di Pompei Paola Sabbatucci e il direttore tecnico della Pantone Restauri Luca Pantone, spiegano gli interventi di restauro in atto sulle fontane pubbliche della città antica di Pompei. “Mi sto occupando del restauro delle fontane pubbliche della città antica di Pompei”, spiega Sabbatucci. “Le fontane essendo inserite in un percorso viario sono soggette a tutta una serie di degradi tra cui quello maggiore riguarda sicuramente il degrado antropico, poiché i turisti ma anche tutti i fruitori del sito hanno la possibilità di entrare direttamente in contatto con questi manufatti. Alcune di queste infatti nella storia sono state anche rifunzionalizzate e anche oggi è possibile anche utilizzarle, quindi bere proprio dalla fontana da cui beveva l’antico romano. Questo ovviamente causa alcuni fattori di degrado importanti che noi abbiamo deciso di trattare, di eliminare, in modo tale appunto da poter restituire al fruitore la fontana nella loro miglior veste”. “Da un paio di mesi – continua Pantone – stiamo praticamente eseguendo il restauro di queste fontane. Sono in tutto 41. È un restauro molto conservativo perché l’obiettivo è quello di conservare il più possibile questi manufatti. Quindi, principalmente, le prime operazioni che vengono fatte sono quelle di bonifica di tutte le sostanze estranee: da alghe, patine biologiche, cemento, purtroppo utilizzato nel secolo scorso per fare delle integrazioni; e anche di bonifica degli elementi di ferro fortemente ossidati. Dopo queste bonifiche, si fanno delle puliture, alcune abbastanza blande, alcune moto spinte, per rimuovere il carbonato di calcio, quindi del calcare che ovviamente alcune hanno. Al termine di questo intervento è previsto un protettivo finale che allungherà sicuramente la conservazione dei manufatti”.