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A Cagliari si presenta il libro “Su Nuraxi di Barumini. Un approccio metodologico”: lettura e interpretazione aggiornate alla luce delle più recenti ricerche dell’archeologo Paglietti sul nuraghe Su Nuraxi di Barumini, simbolo della Sardegna, a settant’anni dagli scavi di Lilliu

Il nuraghe Su Nuraxi di Barumini, il più famoso complesso protostorico della Sardegna, sito Unesco dal 1997

Il libro “Su Nuraxi di Barumini. Un approccio metodologico” (2018, Arkadia editore) di Giacomo Paglietti

Logo del museo Archeologico nazionale di Cagliari

Su Nuraxi di Barumini rappresenta il complesso nuragico più noto al mondo grazie anche all’iscrizione nel 1997 alla lista dei siti Unesco. Indagato negli anni Cinquanta del Novecento da Giovanni Lilliu, è stato dallo stesso scopritore portato all’attenzione pubblica come paradigma della Civiltà Nuragica e oggi, a distanza di più di settant’anni, è ancora il più grande sito della Sardegna protostorica scavato integralmente. “Si può affermare”, scrive Caterina Lilliu, figlia dell’illustre archeologo, referente per le attività scientifiche e museali del Polo museale Casa Zapata-Barumini, “che il nuraghe di Barumini per varie ragioni – le circostanze affascinanti della scoperta, la passione e la volontà dello scopritore, le qualità monumentali e storiche – è divenuto un simbolo”. Ma la ricerca archeologica del monumento non si è esaurita con la messa in luce delle sue strutture architettoniche. Momento fondamentale è l’analisi puntuale dei manufatti della società che quel monumento ha espresso o di chi ha vissuto tra le sue rovine per tentare un’interpretazione, seppur limitata, delle vicende dei suoi abitanti. È quanto ha cercato di fare Giacomo Paglietti, direttore degli scavi archeologici presso il Santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri, da anni impegnato a studiare il complesso di Barumini, oggetto della sua tesi per il dottorato di ricerca all’università la Sapienza di Roma, con alle spalle numerose campagne e missioni di scavo archeologico in Sardegna e all’estero (Corsica, Baleari e Tunisia), nel libro “Su Nuraxi di Barumini. Un approccio metodologico” (2018, Arkadia editore) che sarà presentato da Carlo Tronchetti, presente l’autore, giovedì 10 gennaio 2019 alle 17 nella sala didattica del museo Archeologico nazionale di Cagliari. Il volume propone l’analisi puntuale dei manufatti e della società che il noto monumento, patrimonio dell’Unesco e area archeologica afferente al Polo museale della Sardegna, ha espresso insieme alla storia di chi lo ha vissuto tra le sue rovine. È stato quindi possibile tentare una ricostruzione delle vicende storiche di questo importante complesso archeologico attraverso lo studio dei suoi reperti archeologici e il contestuale riscontro con i giornali di scavo e le fotografie dell’epoca. La storia del monumento viene così legata alla storia dei suoi studi.

L’eccezionale panorama che si gode dall’alto della torre di Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)

Il nuraghe Su Nuraxi di Barumini è sito Unesco dal 1997

“Ho letto con molto interesse la monografia di Paglietti”, continua Caterina Lilliu, “corposo, ben documentato e non facile, dove l’autore si muove sul terreno (alquanto accidentato per gli archeologi) della seriazione cronologica ed evolutiva della civiltà nuragica. E questo perché, a quasi settant’anni dalle ricerche di Giovanni Lilliu, la microstoria del nuraghe Su Nuraxi viene proposta come paradigma di una civiltà. Di certo il lavoro di Giacomo Paglietti si pone come una nuova tappa nella prestigiosa storia sul Su Nuraxi; dalle sue ricerche emergono elementi importanti ai fini della definizione del quadro cronologico-culturale del complesso nuragico o di parte di esso, e della individuazione di ulteriori ipotesi di ricerca”.

Una guida archeologica autorizzata mostra un’ipotesi di alzato del nuraghe Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)

L’archeologo Giacomo Paglietti

Il volume, ricco di immagini e rilievi, si articola in otto capitoli puntualizzati da conclusioni e da un importante apparato bibliografico. Con rigore scientifico e passione divulgativa, l’autore traccia un breve quadro generale della civiltà nuragica per poi delineare le fasi salienti dello scavo, i ritrovamenti più eclatanti, le ipotesi e la cronologia, dando un contributo innovativo e ricco di nuovi spunti per la comprensione non solo del monumento in sé ma della civiltà che lo eresse. “Paglietti”, interviene Giuseppa Tanda, già professore ordinario di Preistoria e Protostoria all’università di Cagliari, “definisce la civiltà nuragica ermetica e aniconica nell’età del Bronzo, e iconica nell’età del Ferro, volendo sottolineare al presenza o l’assenza di rappresentazioni figurate siano esse antropomorfe che zoomorfe come dato culturale discriminante nella ricomposizione della vita delle comunità protostoriche dislocate in Sardegna tra il Bronzo Medio e la prima età del Ferro (secoli XVI-VIII a.C.)”.

Veduta panoramica della zona delle capanne del complesso Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)

“Queste riflessioni – continua Tanda – sono preliminari alla trattazione del tema della ricerca che è l’analisi archeologica e la revisione dello scavo delle capanne 141, 170, 172, 173/175 che si sviluppano attorno al cortile 174 del complesso nuragico di Barumini. Dopo una breve sintesi delle vicende dello scavo del complesso archeologico, tra cui la disastrosa conservazione dei materiali archeologici e l’indispensabile lavoro di verifica, di salvataggio e di riordino della documentazione, operata da Giulio Pinna su richiesta dello stesso Lilliu, Paglietti precisa l’approccio metodologico posto alla base del lavoro: mantenere la sequenza archeologica proposta nel 1955 dallo stesso Lilliu, alla quale rapportare gli elementi architettonici tipici delle fase culturali, alla luce dei successivi studi e delle nuove acquisizioni di scavo sulla Civiltà nuragica”.

La guida archeologica autorizzata mostra un’ipotesi ricostruttiva delle capanne nel complesso Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)

Le tematiche sono trattate in distinti capitoli. “Dopo la puntualizzazione e rivisitazione delle fasi edilizie”, scrive ancora Tanda, “Paglietti sviluppa l’argomento delle fasi culturali della sequenza Lilliu, articolate secondo tre argomenti: architettura, cultura materiale, cronologia, con un puntuale lavoro di riscontro, facendo riferimento anche alle recenti pubblicazioni sui materiali di Su Nuraxi. Con quest’analisi critica sottolinea alcune discrepanze e anomalie, corregge e integra, arrivando a interpretazioni accettabili e, talvolta, nuove. Passa poi alla trattazione dei casi di studio, seguendo la medesima griglia metodologica, in linea con quanto già puntualizzato nei capitoli precedenti: descrizione architettonica, documentazione, il giornale di scavo trascritto, interpretazione dei dati del giornale di scavo, interpretazione di dati archeologici, con l’inserimento delle interpretazioni nella sequenza nuragica tra il Bronzo recente e la prima età del Ferro”. Il lavoro di Paglietti, conclude Caterina Lilliu, “è un valido contributo alla conoscenza, divulgazione e valorizzazione del celebre monumento della Marmilla”. Perciò si augura che “il libro abbia la diffusione che merita, e non solo tra gli studiosi”.

Cagliari si prepara ad ospitare la grande mostra “Le civiltà e il Mediterraneo”, oltre 550 opere da importanti musei internazionali e dalle collezioni sarde per connettere la cultura nuragica ai grandi processi di civilizzazione della protostoria

Maurizio Cecconi introduce la mostra “Le civiltà e il Mediterraneo” al museo Archeologico nazionale di Cagliari (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Le civiltà e il Mediterraneo” dal 31 gennaio 2019 a Cagliari

Tutto è cominciato con una ricerca puntuale dei pezzi più significativi sulla civiltà nuragica in particolare e le testimonianze dal Neolitico al primo millennio a.C. in generale presenti non solo nel museo Archeologico nazionale di Cagliari ma in tutta la rete di istituzioni che fa capo al Polo museale della Sardegna, diretto da Giovanna Damiani. “Ne è uscito un elenco particolarmente interessante e stimolante che abbiamo deciso di far conoscere ad alcuni grandi musei internazionali”, esordisce Maurizio Cecconi, segretario generale di Ermitage Italia e ad di Villaggio Globale International, “per capire se nelle loro rispettive collezioni si potessero cogliere assonanze o dissonanze”. Il risultato lo potremo apprezzare dal 31 gennaio 2019 quando nelle sedi del museo Archeologico nazionale di Cagliari e di Palazzo di Città, aprirà la mostra “Le Civiltà e il Mediterraneo” (fino alla fine di maggio), un grande evento per guardare dalla Sardegna alle Civiltà del Mediterraneo all’alba della Storia. Intrecci, confronti, dialoghi dal bacino del Mare Nostrum alle montagne del Caucaso. Oltre 550 opere da importanti musei internazionali e dalle collezioni sarde per connettere la cultura nuragica ai grandi processi di civilizzazione della protostoria.

“Eurasia, , fino alle soglie della Storia. Capolavori dal Museo Ermitage e dai Musei della Sardegna”: la mostra tenutasi a Cagliari nel 2015

La locandina del convegno internazionale “Le civiltà e il Mediterraneo” a Cagliari il 1° dicembre 2017

Un progetto nato nel 2015. Due eventi in questo ultimo triennio hanno avvolto la Sardegna di una luce propria, in un contesto culturale e di interesse turistico di grande rilievo. Con la mostra del 2015 “Eurasia – fino alle soglie della storia”, Cagliari ha avviato un’importante relazione con il museo statale Ermitage – i cui capolavori si sono incrociati con quelli sardi e di altre regioni italiane – aprendo il cammino ad un ragionamento sullo sviluppo delle civiltà in epoca preistorica nel contesto Euroasiatico, intravedendo legami e connessioni intraculturali e restituendo alla Sardegna un ruolo assolutamente centrale negli incroci di civiltà (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/12/15/dai-popoli-del-caucaso-alla-civilta-nuragica-leurasia-protagonista-nella-mostra-di-cagliari-con-eccezionali-reperti-dal-museo-dellermitage-di-san-pietroburgo-in-dialogo-con-i-manufa/). Quindi, con il convegno del 2017 “Le Civiltà e il Mediterraneo – grandi musei a confronto” promosso dall’assessorato del Turismo della Regione Autonoma Sardegna, si sono gettate le basi di una riflessione internazionale di più vasta portata sul tema, che ha coinvolto studiosi ed esponenti di prestigiosi musei, strategici nella ricognizione delle civiltà del Mediterraneo in età preistorica e nella ridefinizione del ruolo dell’Isola e delle sue culture in questo contesto (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/11/30/le-civilta-e-il-mediterraneo-in-un-eccezionale-convegno-internazionale-i-grandi-musei-si-confrontano-a-cagliari-sul-mediterraneo-per-secoli-crocevia-di-culture-culla-delle-piu-sign/). Una tematica sostanziale dal punto di vista culturale e turistico, che ha reso desiderabile lo sviluppo di nuove prospettive e che ha spinto l’assessorato del Turismo Artigianato e Commercio a sottoscrivere insieme a Mibac, Polo Museale della Sardegna, Comune di Cagliari e Fondazione di Sardegna, un protocollo di collaborazione culturale pluriennale con il grande museo di San Pietroburgo, con il coinvolgimento di Ermitage Italia, per ampliare i fronti di ricerca e di studio, dando conto del ruolo e della storia sarda, quale occasione di promozione internazionale e di affermazione identitaria. Si riconosce in tal modo una centralità della Sardegna come punto di osservazione verso l’esterno, per confermare non solo le sue radici profondamente mediterranee, ma quale avamposto delle connessioni tra le varie civiltà sviluppatesi nel Mediterraneo.

Statuetta in alabastro dal Caucaso (fine 3000 a.C.) conservata al museo statale Ermitage di San Pietroburgo

Giovanna Damiani, direttrice del Polo museale della Sardegna (foto Graziano Tavan)

Barbara Argiolas, assessore regionale a Turismo, Artigianato e Commercio (foto Graziano Tavan)

La grande mostra “Le civiltà e il Mediterraneo” è stata presentata in anteprima al museo Archeologico nazionale di Cagliari, presenti tutti gli attori protagonisti del progetto culturale. “Ci sono molti motivi per cui questa iniziativa è così importante”, dice il presidente della Regione Francesco Pigliaru in apertura del suo intervento, ringraziando quanti hanno lavorato “per raggiungere l’obiettivo ambizioso di questa mostra, che partita anni fa da un’idea lungimirante del Comune di Cagliari ha intrecciato collaborazioni preziose diventando una chiave per aprire nuove prospettive. La Sardegna possiede un’eredità storica e archeologica tanto straordinaria quanto ancora poco conosciuta nel mondo – sottolinea -, e crediamo sia giusto impegnarci al massimo perché questo patrimonio così peculiare abbia una visibilità internazionale crescente, tale da intercettare ampie fasce di quel turismo che negli anni sta diventando sempre più colto, sempre più curioso, sempre più alla ricerca di qualità nel paesaggio, nel cibo, nella storia, nell’archeologia. D’altro canto la lezione del passato è un messaggio chiarissimo per il presente e per il futuro. La Sardegna nel Mediterraneo antico non era isolata ma, al contrario, avamposto centralissimo, luogo e intreccio di connessioni. Un ruolo importante che abbiamo avuto e che oggi, in questo particolare momento storico, siamo più che mai chiamati a continuare a svolgere – conclude il presidente Pigliaru -, per favorire il dialogo tra la sponda nord e la sponda sud”. E Giovanna Damiani, direttrice del Polo Museale della Sardegna: “La partecipazione a un progetto che mette in primo piano la centralità culturale dell’isola ci inorgoglisce come Istituzione che ha da sempre posto questo aspetto tra i suoi compiti principali. Il Polo museale della Sardegna, infatti, racchiude al suo interno tutte le anime che, da un capo all’altro dell’isola, nella straordinaria varietà delle sue collezioni, raccontano una storia cultuale lunga oltre 6-7mila anni”. Particolarmente soddisfatto anche l’assessore alla Cultura, Paolo Frau, intervenuto per il sindaco Massimo Zedda impossibilitato a intervenire: “Siamo orgogliosi di proseguire la collaborazione avviata nel 2015, in occasione di Cagliari Capitale Italiana della Cultura, con il museo Ermitage di San Pietroburgo. La mostra “Le Civiltà e il Mediterraneo” costituisce una nuova e straordinaria occasione di confronto internazionale e di crescita per i nostri musei, un’altra testimonianza di quanto Cagliari e la Sardegna intera possano offrire con la nostra civiltà nuragica. Una rete di relazioni e rapporti che diventa nuovamente attuale a distanza di millenni e che l’evento espositivo racconterà ai visitatori. Un appuntamento ancora più importante in questo periodo storico, ulteriore prova di quanta importanza abbia avuto e abbia il Mediterraneo nello scambio di cultura, esperienze, arte e commercio”. Infine Barbara Argiolas, assessore regionale a Turismo, Artigianato e Commercio: “Con questa mostra vogliamo posizionare la Sardegna sulle rotte del grande turismo culturale. Abbiamo necessità di valorizzare, raccontare e promuovere il nostro straordinario patrimonio archeologico e storico, e con questa esposizione lo facciamo in rapporto alle civiltà che nei millenni sono sorte sulle sponde del mar Mediterraneo e con il coordinamento scientifico delle più importanti istituzioni internazionali. La cultura, materiale e immateriale, insieme al paesaggio e alla qualità della vita, costituisce uno gli elementi strategici più importanti per accrescere il valore della nostra destinazione non solo nei mesi estivi, ma anche nei cosiddetti mesi di spalla. In questo senso, la sfida di “Le Civiltà e il Mediterraneo”, interamente finanziata con fondi europei, è proprio il suo arco temporale: da gennaio a maggio, mesi meno movimentati dal punto di vista turistico, per rendere Cagliari e la Sardegna ancora più attraenti per quei viaggiatori curiosi di conoscere la vera identità e cultura di chi li ospita e di vivere un’esperienza in luoghi accoglienti, ricchi di eventi e appuntamenti”.

Placca a nastro dell’11-8 a.C. da Koban (Russia) conservata nel museo di Pre e Protostoria di Berlino

“Che cos’è il Mediterraneo?” si chiede lo storico Fernand Braudel, e risponde: “Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una cultura ma una serie di culture accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa sprofondare nell’abisso dei secoli, perché è un crocevia antichissimo”. Comincia così il video che anticipa temi e immagini della grande mostra “Le civiltà e il Mediterraneo”, curata da Yuri Piotrovsky del museo statale Ermitage, Manfred Nawroth del Pre and Early History-National museum di Berlino, in collaborazione con Carlo Lugliè, docente all’università di Cagliari e Roberto Concas, direttore del museo Archeologico nazionale di Cagliari. Un complesso di oltre 550 reperti, dove il nucleo centrale è dedicato all’archeologia preistorica sarda – circa 120 opere rappresentative dell’evoluzione delle culture dal Neolitico alla metà del primo millennio a.C. – mentre gli altri reperti, sono chiamati a rappresentare diverse culture e aree del Mediterraneo e del Caucaso, nel medesimo arco temporale e provengono da grandi musei archeologici pertinenti per geografia o collezioni: il museo Archeologico nazionale di Napoli, il museo del Bardo di Tunisi, il museo Archeologico di Salonicco, il museo di Berlino e ovviamente il museo statale Ermitage di San Pietroburgo, a documentare come il bacino del Mediterraneo non sia stato un luogo chiuso ma contaminante e in continua evoluzione. Un corpus espositivo di grande significato e fascino; un evento culturale internazionale unico e fondamentale per la valorizzazione della storia, della cultura e dell’arte della Sardegna, organizzato da Villaggio Globale International con un allestimento contemporaneo, scenografico e visionario firmato da Angelo Figus. Un viaggio nel tempo, nello spazio, nella storia delle civiltà che si sono intessute in quel Mare Nostrum che appare matrice primigenia, luogo permeabile di culture, arti e saperi.

Sotto l’albero Bologna ritrova la sezione di Preistoria del museo civico Archeologico, chiusa da più di un anno per i lavori a Palazzo Galvani. A primavera 2019 la riapertura completa di tutte le sezioni dell’Archeologico

La sezione di Preistoria del museo civico Archeologico di Bologna riaperta dopo oltre un anno per i lavori a Palazzo Galvani

Sotto l’albero i bolognesi e tutti gli appassionati di archeologia ritrovano la sezione di preistoria del museo civico Archeologico di Bologna. Dopo oltre un anno di chiusura, motivata dagli importanti lavori al coperto di Palazzo Galvani, sede dell’Archeologico, vengono rese nuovamente fruibili dal pubblico alcune aree interessate dalla ristrutturazione promossa e finanziata dal Comune di Bologna. Ritornano visitabili la sezione preistorica, che ospita i manufatti relativi alle prime fasi di presenza dell’uomo nel territorio bolognese, dal Paleolitico all’Età del Bronzo, e l’adiacente saletta dei confronti preistorici, con il suo spaccato di museologia ottocentesca. A questo recupero di una parte del percorso espositivo si aggiunge anche un’altra interessante novità per i visitatori: viene completamente riallestita con le antiche vetrine la sala dedicata all’abitato di Bologna Etrusca, che permette di conoscere quella che è stata la civiltà più significativa del passato cittadino. La vita quotidiana, le abitazioni, le attività artigianali e produttive, gli spazi del sacro sono illustrati dai reperti archeologici e da un apparato di pannelli e didascalie in italiano e inglese. Per avere percezione di tutta l’importanza di Felsina Princeps, come gli antichi chiamavano Bologna etrusca, bisognerà però aspettare la primavera del 2019, quando il museo tornerà a essere visitabile nella sua interezza. Fino ad allora le collezioni sono visitabili con ingresso a tariffa unica ridotta di 3 euro.

Gruppo di ushabti dalal tomba di Sethi I: la sezione egizia del museo civico Archeologico di Bologna non è mai stata chiusa

Durante il periodo di cantierizzazione rimangono non accessibili fino alla primavera prossima le collezioni relative alla storia di Bologna (parte di Bologna etrusca, Bologna gallica, Bologna romana), la Sala Verucchio, la Gipsoteca e le collezioni greca, etrusco-italica e romana. Rimane invece regolarmente visitabile il percorso espositivo che si articola tra il piano terra e il piano interrato: la ricca collezione egizia, la terza in Italia per importanza, e il lapidario disposto tra l’atrio e le pareti porticate del cortile. L’impegnativo intervento di restauro conservativo, diretto dal Settore Manutenzione del Comune di Bologna, prevede la sostituzione o il rinforzo di tutte le parti lignee e murarie compromesse; l’effettuazione di trattamenti contro l’attacco di insetti xilofagi, funghi e muffe; la verifica e l’adeguamento degli impianti elettrici e di allarme del sottotetto e il consolidamento della struttura metallica a forma di piramide del cortile interno della sezione egiziana. Il costo complessivo dell’intervento è stimato in circa 1.900.000 euro, a carico del Comune.

La locandina della mostra “HOKUSAI HIROSHIGE. Oltre l’onda. Capolavori dal Museum of Fine Arts di Boston” aperta fino al 3 marzo 2019

Rimangono pienamente funzionali le sale dedicate alle esposizioni temporanee, che ospitano, fino al 3 marzo 2019, la mostra “HOKUSAI HIROSHIGE. Oltre l’onda. Capolavori dal Museum of Fine Arts di Boston” che espone, per la prima volta in Italia, una selezione straordinaria di circa 250 opere provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston. Il progetto, curato da Rossella Menegazzo con Sarah E. Thompson, è una produzione MondoMostre Skira con Ales SpA Arte Lavoro e Servizi in collaborazione con il Museum of Fine Arts di Boston, promosso dal Comune di Bologna | Istituzione Bologna Musei e patrocinato dall’Agenzia per gli Affari Culturali del Giappone, dall’Ambasciata del Giappone in Italia e dall’Università di Milano. Anche le attività del museo civico Archeologico non subiscono variazioni mantenendo la consueta programmazione di iniziative per il pubblico adulto e dei più giovani, mentre l’offerta didattica rivolta alle scuole propone attività, percorsi tematici e laboratori incentrati sul patrimonio accessibile e sulla mostra temporanea dedicata ai maestri del “Mondo Fluttuante” Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige.

Dai luoghi dell’abitare nel Bolognese in età romana alla vita in un villaggio villanoviano: incontro con Trocchi e Poli al museo della Civiltà villanoviana di Castenaso (Bo) con la mostra “Oggetti dal quotidiano. Un giorno all’interno di un villaggio villanoviano”

La locandina dell’incontro con l’archeologo Tiziano Trocchi al museo della Civiltà villanoviana di Castenaso (Bo)

Prima si fa la visita di un villaggio villanoviano, poi si farà la conoscenza della vita in un borgo romano del Bolognese. È la proposta del MUV – Museo della civiltà Villanoviana e della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara: appuntamento giovedì 13 dicembre 2018, alle 21, al Muv di Villanova di Castenaso (Bo) con Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza di Bologna, che illustrerà “I luoghi dell’abitare nel bolognese in età romana”. Mezz’ora prima, alle 20.30, visita guidata gratuita alla mostra “Oggetti dal quotidiano. Un giorno all’interno di un villaggio villanoviano” condotta da Paola Poli, curatrice della mostra aperta fino al 9 giugno 2019 e conservatore archeologa del Muv.

Il museo della Civiltà villanoviana di Castenaso (Bo) col villaggio villanoviano

La locandina della mostra “Oggetti dal quotidiano: un giorno all’interno di un villaggio villanoviano” a cura di Paola Poli

La mostra “Oggetti dal quotidiano: un giorno all’interno di un villaggio villanoviano” rappresenta per il visitatore un viaggio nel tempo fino alla prima età del Ferro italiana e si pone come integrazione ideale alla visita guidata alla capanna villanoviana. In esposizione attrezzi e utensili legati sia ad attività femminili per eccellenza, come la filatura, la tessitura, la preparazione, la conservazione e la cottura dei cibi, sia a pratiche tipiche del genere maschile, come l’agricoltura, l’allevamento, la caccia e la pesca. Si tratta di un’importante occasione per ospitare al Muv una ricca selezione di materiali emersi da scavi di abitato, solitamente poco esposti nei musei, provenienti dall’Etruria padana e non solo, così da permettere un confronto con le coeve civiltà dell’Italia centro-meridionale. La mostra è realizzata dal Comune di Castenaso in collaborazione con l’istituto Beni Culturali, la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; i musei archeologici di Bologna, Budrio, Bazzano; i musei civici di Reggio Emilia; il museo Preistorico Etnografico “L. Pigorini” di Roma; i poli museali dell’Emilia Romagna e della Basilicata.

La ricostruzione al Muv di un telaio di un villaggio villanoviano

Il percorso di visita è incentrato su alcuni reperti di grandi dimensioni collocati su una pedana al centro della sala: tre doli, ovvero tre grandi vasi ceramici di forma sferica, utilizzati per immagazzinare provviste alimentari come cereali e legumi tostati ed essiccati, ed un anello di terracotta pertinente alla camicia di un pozzo. Attorno a questi reperti di grandi dimensioni, posizionati al centro della stanza e fuori dalle vetrine, sono disposte le teche con gli strumenti e gli utensili relativi alle attività tipiche di una giornata all’interno di un villaggio villanoviano. Tra gli oggetti legati alla filatura e alla tessitura, pezzo forte è la pisside proveniente dal museo Archeologico nazionale della Siritide di Policoro (Mt), cioè un vaso ceramico su ruote con coperchio, contenente 14 tessere in terracotta per la tessitura a tavolette, adoperate per la produzione di strisce di tessuto, che venivano utilizzate come accessori dell’abbigliamento o come bordi per stoffe di grandi dimensioni. La strumentazione legata alla preparazione, alla conservazione e alla cottura dei cibi, nonché alla loro presentazione e al loro consumo, raccoglie vasellame ceramico di varie fogge e con diverse funzioni, piastre e alari, cioè gli utensili utilizzati per la cottura dei cibi.

Vetrinetta con materiale dell’epoca villanoviana alla mostra del Muv di Castenaso (Bo)

Alcuni fornelli in terracotta provenienti dal museo Preistorico Etnografico “L. Pigorini” di Roma permettono un interessante confronto tra i materiali villanoviani e quelli laziali coevi. Asce, falci, falcetti e pennati, un amo da pesca, una lima, scalpelli, frammenti di una sega, una porzione di sgorbia, pezzi di un succhiello e di una raspa sono gli oggetti in esposizione legati alle attività di sussistenza, come l’agricoltura e l’arboricoltura, l’allevamento e la carpenteria, la caccia e la pesca. Chiudono la mostra gli strumenti propri delle attività artigianali: la produzione metallica e quella del vasellame ceramico. Tra questi spiccano la matrice in arenaria, con funzione di forma fusoria, del museo “G. Chierici” di Paletnologia Reggio Emilia ed un set specializzato di utensili per la lavorazione dell’argilla.

Week end con “Imagines, obiettivo sul passato”, la rassegna del documentario archeologico promosso dal Gruppo Archeologico Bolognese: dai primi uomini ai villanoviani, dall’antico Egitto alle donne di Sicilia, con un omaggio a Folco Quilici

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Dai primi uomini ai villanoviani, dall’antico Egitto alle donne di Sicilia, con un omaggio a Folco Quilici. Gli appassionati di cinema archeologico per il sedicesimo anno all’ultimo weekend di Bologna si ritroveranno a Bologna per “Imagines, obiettivo sul passato”, rassegna del documentario archeologico promosso dal Gruppo Archeologico Bolognese col patrocinio del Comune di Bologna e del Comune di San Lazzaro. “Nata nel 2003”, ricordano i responsabile del Gabo, “Imagines è una rassegna voluta per creare un’occasione in cui i soci del Gruppo e il pubblico bolognese appassionato di archeologia e storia potessero trovarsi per assistere alla proiezione di documentari e filmati di contenuto storico – archeologico introdotti da esperti del settore, autori, registi o archeologi. Si svolge solitamente nel mese di novembre, ha inizio venerdì pomeriggio e termina la domenica. Decine, finora, sono state le proiezioni effettuate e gli ospiti intervenuti”. Per la 16.ma edizione appuntamento dal 30 novembre al 2 dicembre 2018 alla mediateca comunale di San Lazzaro di Savena (Bo). Vediamo il programma.

Il film statunitense “Great Human Odyissey / La grande Odissea umana”

“Imagines” inizia venerdì 30 novembre 2018, nella sala eventi della mediateca di San Lazzaro, alle 15.30, con i saluti di Gabriele Nenzioni, direttore del museo della Preistoria “L. Donini” di San Lazzaro (Bologna), e di Giuseppe Mantovani, vicedirettore del Gruppo Archeologico Bolognese e curatore della rassegna Imagines. Apre le proiezioni il documentario “La grande odissea umana” di Niobe Thompson (110’), introdotto da Gabriele Nenzioni. I nostri più antichi antenati vivevano in Africa, in piccoli gruppi di poche migliaia di cacciatori-raccoglitori. Usciti dalla culla africana, ci siamo rapidamente diffusi in ogni angolo del pianeta. Come hanno potuto i nostri precursori preistorici superare il Sahara a piedi, sopravvivere alle ere glaciali e navigare fino alle remote isole del Pacifico? La “grande odissea umana” è uno spettacolare viaggio globale sulle loro tracce lungo una scia di nuovi indizi scientifici, con uno sguardo ai moderni cacciatori del Kalahari, agli allevatori di renne siberiani e ai navigatori polinesiani. Il film, di quasi due ore, sarà proiettato con un intervallo tra il primo e il secondo tempo. Al termine, buffet offerto dal Gruppo Archeologico Bolognese.

Un momento delle riprese del film “Tà gynaikeia. Cose di donne” di Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio

“I guardiani d’Egitto” di Ben Allen e Tom Jenner

Seconda giornata, sabato 1° dicembre 2018. Alle 15.30, proiezione del primo documentario “Tà gynaikeia. Cose di donne” di Lorenzo Daniele (52’). Introduce l’archeologa Alessandra Cilio, che ha curato i testi del film. Una serie di donne giovani e meno giovani, impegnate in attività diverse, dalla fotografia all’archeologia, dalla letteratura al teatro, dalla viticoltura alla trasmissione della storia più recente. Cosa lega queste figure tra loro? Il fatto di essere donne. E quello di essere siciliane. I loro racconti sono frammenti di un’unica storia, che porta con sé un’eredità comune, quella della Sicilia, terra “femmina” per eccellenza. Lo testimonia la grande varietà di miti, leggende e culti legati alle donne, che nel tempo si sono avvicendati e in parte sovrapposti, divenendo elemento di coesione per tutte quelle popolazioni che hanno occupato e occupano quest’isola (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/10/15/ta-gynaikeia-cose-di-donne-di-alessandra-cilio-vince-il-premio-archeoblogger-vera-novita-della-xxvi-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-incarna-il/). Segue il documentario “I guardiani d’Egitto” di Ben Allen e Tom Jenner (50’). Introduzione di Maria Giovanna Caneschi, archeologa esperta in Egittologia. Dal 2011 il clima di incertezza e instabilità politica in Egitto ha scoraggiato i turisti e incoraggiato tombaroli e sciacalli che hanno approfittato della situazione per razziare siti e musei. Ora il futuro del turismo egiziano dipende da un manipolo di persone di buona volontà e competenza impegnate a proteggere un patrimonio nazionale inestimabile. Dopo l’intervallo, proiezione del documentario “Le mura dei Giganti. I Ciclopi nel Lazio” di Giuseppe Mantovani (45’). Introduzione di Erika Vecchietti, archeologa esperta in Archeologia romana. Nella storia della nostra civiltà la cinta muraria di una città ha sempre significato il suo punto di protezione. Proprio per questo bisogno di essere riparati dall’esterno, nel corso dei millenni gli uomini hanno utilizzato diverse tipologie di mura. Fra queste di particolare impatto e interesse sono le mura cosiddette “pelasgiche” o “ciclopiche “, presenti spesso ben conservate in diverse località italiane, ma non solo, e in particolare nel Lazio meridionale. Il filmato tocca I principali centri laziali dove si possono ammirare queste imponenti mura.

“L’impero di marmo. La straordinaria pietra che rese splendida Roma” di Folco Quilici

Particolare del cranio scoperto nella Grotta M. Loubens

Terza e ultima giornata domenica 2 dicembre 2018. Alle 15.30, apre il documentario “Il delta del Po e l’archeologia di Adria” di Antonio Bonadonna (56’), con introduzione dello stesso regista Antonio Bonadonna. La straordinaria bellezza del paesaggio del delta del Po e i ritrovamenti archeologici degli insediamenti nel territorio frequentato fin dal X secolo a.C. conservati nel museo nazionale Etrusco di Adria. Segue un ricordo di Folco Quilici (9 aprile 1930 – 24 febbraio 2018) con la proiezione del documentario “L’impero di marmo. La straordinaria pietra che rese splendida Roma” di Folco Quilici (58’). Introduzione dell’archeologa Erika Vecchietti. Sono sparsi nei punti più diversi del Mediterraneo i resti di quelle che furono le cave del marmo policromo che ricoprì e rese splendida Roma. Ispirato dall’opera “Marmora romana” del professor Gnoli, il film narra e mostra la meraviglia di una materia sempre diversa, che valeva oro. Simbolo di opulenza e di potere, preziosa per edifici civili e religiosi; per la statuaria, per l’edilizia pubblica. Per il lusso di privati e soprattutto la vanità degli uomini di potere. Il rosso porfido utilizzabile solo dagli Imperatori; il resto, per lo splendore della città. Lo provano ruderi di palazzi, anfiteatri, ville, terme, templi. Oggi scheletri, ieri – come il film di Quilici mostra con la scoperta di resti eccezionali e ricostruzioni virtuali – edifici sontuosamente decorati nelle varietà desiderate e condizionate da mode capricciose. E assecondate dalle forniture provenienti dai luoghi d’estrazione (tra i più famosi il Mons Claudianus in Egitto, e la cava del giallo di Numidia a Chemtou, in Tunisia). Dopo l’Intervallo. Si riprende con il documentario “L’ipogeo di Calaforno” di Gaspare Mannoia (30’). Una Sicilia inedita quella che Gaspare Mannoia descrive in questo filmato, una Sicilia sconosciuta ai turisti che di solito visitano le più conosciute meraviglie dell’isola al centro del Mediterraneo. Mannoia, con questo e con altri filmati, vuole divulgare la bellezza di siti meno noti ma non meno interessanti e suggestivi da un punto di vista archeologico, storico e paesaggistico. Chiude la rassegna il documentario ”II segreto sospeso. Sotto un mare di pietra. Il cranio della grotta di Loubens” del Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese. Il reperto rinvenuto dagli speleologi del Gsb-Usb è stato recuperato nella grotta di Loubens all’interno del parco dei Gessi a San Lazzaro di Savena in seguito a una complessa operazione che ha coinvolto un anno fa undici volontari. Il filmato ripercorre le tappe fondamentali della scoperta.

“Lavori in corso”: una giornata di studi e ricerche sul museo di Archeologia e Paleontologia “Carlo Conti” di Borgosesia (No) e sul monte Fenera”

Calchi di teschi di Uomo di Neanderthal esposte nel museo di Archeologia e Paleontologia di Borgosesia (No)

“Lavori in corso. Studi e ricerche sul Museo Carlo Conti e il Monte Fenera”: un’intera giornata per fare il punto sugli studi finora condotti sui materiali conservati all’interno del museo di Archeologia e Paleontologia “Carlo Conti” di Borgosesia (No). L’appuntamento sabato 24 novembre 2018. I dodici studiosi coinvolti proporranno relazioni inerenti ai diversi ambiti di interesse del Carlo Conti: si inizierà in mattinata con temi preistorici, per terminare nel pomeriggio con studi sul periodo medievale, passando dal mondo romano. Al termine degli otto interventi, articolati in due sessioni, saranno premiati i vincitori del concorso Museo: operazione logo, tutti studenti del liceo musicale, artistico e coreutico “Felice Casorati”, sede di Romagnano Sesia (No). Grazie alla collaborazione dei professori Antonella Boffa, Antonella Acquati e Simone Ferretto, docenti di discipline pittoriche per la sede di Romagnano Sesia, è stato realizzato il nuovo simbolo grafico del museo che sarà presentato nel pomeriggio di sabato, logo destinato a essere utilizzato come segno identificativo in tutti i documenti cartacei e telematici che riguardano l’attività istituzionale e divulgativa.

Resti di orso speleo esposti nel museo “Carlo Conti” di Borgosesia (No)

La sede del museo di Archeologia e Paleontologia di Borgosesia (No)

Il museo di Archeologia e Paleontologia di Borgosesia – si legge sul sito del Gruppo Archeologico Torinese (archeocarta.org) – è dedicato allo scultore e ispettore onorario della soprintendenza alle Antichità, Carlo Conti, che nel 1931 con la sua opera “Valsesia Archeologica”, già prefigurava in modo organico un vero e proprio museo archeologico di valle. L’allestimento concreto di un museo doveva essere avviato già dall’autunno del 1932, ma una serie di vicende, anche politiche, determinarono l’accantonamento del progetto, nonostante il fatto che negli anni ’50 ampi scavi fossero condotti dal Conti per la soprintendenza, soprattutto al Ciutarun, e poi nel 1976 da Alice Freschi alla Ciota Ciara. Dalla metà degli anni ’60 l’azione di sensibilizzazione, protezione e indagine delle grotte del Fenera da parte di Federico Strobino con i volontari del Gruppo Archeo-Speleologico di Borgosesia determinava importanti scoperte, stimolando e sostenendo l’attività di ricerca dagli scavi di Giuseppe Isetti, Francesco Fedele, agli studi di Alberto Mottura e soprattutto di Giacomo Giacobini, agli interventi di sondaggio nella Ciota Ciara della soprintendenza (diretti da F. M. Gambari). Lo stesso Strobino curava diverse pubblicazioni che rendevano noto il Monte Fenera anche al di fuori dell’ambito locale e realizzava con l’autorizzazione della Soprintendenza e l’appoggio del Comune proprio sopra l’attuale Biblioteca una prima piccola struttura museale didattica, rivolta alle scuole e mantenuta vitale dall’impegno dei volontari. Il 29 settembre 2007 è stato inaugurato il museo, nel quadro della definizione di una strutturata rete museale dedicata nella provincia proprio all’archeologia ed in collegamento con altre raccolte minori anche in valle, anche con lo scopo di un rilancio della divulgazione e dell’informazione e per una ripresa delle attività di ricerca al Fenera e nella valle, stimolando le segnalazioni e le consegne di reperti da parte dei cittadini occasionali scopritori e costituendo un punto di riferimento per l’attività dei gruppi di volontariato. Imprescindibili appaiono poi la collaborazione con l’Ente Parco del Monte Fenera (Monfenera) per la valorizzazione di questo eccezionale complesso archeologico e paleontologico ed uno stretto rapporto con soprintendenza ed università, che già hanno da tempo in programma una nuova fase di ricerche, scavi, scoperte.

Scavi archeologici nella grotta di Ciota Ciara (foto Archivio dell’università di Ferrara)

La locandina della giornata di studi sul museo di Borgosesia

Giornata di studi “Lavori in corso. Studi e ricerche sul museo Carlo Conti e il monte Fenera”: il programma di sabato 24 novembre 2018. Sessione mattutina. Apertura de lavori alle 10 con i saluti dell’amministrazione. Introduce la giornata di studi Francesca Garanzini, funzionario di zona soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli, seguita da Nicoletta Furno, direttore dell’ente di gestione delle aree protette della valle Sesia che interviene su “Il Parco e l’archeologia”. Quindi iniziano i contributi. Marta Arzarello e Sara Daffara (università di Ferrara) su “Grotta della Ciota Ciara: un sito, più occupazioni e innumerevoli comportamenti tecnici”; Claudio Berto, Roberto Cavicchi e Maurizio Zambaldi (università di Ferrara e università di Trento) su “Nuove considerazioni stratigrafiche, paleontologiche e biocronologiche sul deposito pleistocenico della Ciota Ciara”. Dopo il coffe break, si rirende alle 11-30, con Dario Sigari (università di Ferrara e università di Coimbra) su “Attenti a quei due: il caso di due frammenti ossei conservati presso il museo Carlo Conti e sull’importanza della revisione dei reperti”; Sandro Caracausi (università di Ferrara) su “La grotta della Morgana: quando Speleologia e Paleontologia si incontrano”.

I magazzini delmuseo di Archeologia e Paleontologia di Borgosesia (No)

Sessione pomeridiana. Dopo la pausa pranzo, i lavori riprendono alle 14 con Elena Quiri (ricercatore indipendente) su “Prodotti esotici al Monte Fenera. Le anfore orientali tardo-romane”; Elisa Panero (curatore delle collezioni archeologiche del museo di Antichità e curatore delle collezioni numismatiche dei Musei Reali di Torino) su “Ceramica e vita quotidiana in età Romana. Una revisione dei dati”; Nadia Botalla, Laura Vaschetti (rispettivamente funzionario del ministero per i Beni e le Attività Culturali e ricercatrice indipendente) su “La pietra ollare in Valsesia: spunti di ricerca a partire dai reperti del Museo di Archeologia e Paleontologia Carlo Conti”; Gabriele Ardizio (ricercatore indipendente) su “Intorno a Vanzone: spunti archeologici sull’incastellamento in area valsesiana”. Alle 16.30, presentazione del logo del museo e premiazione dei vincitori del concorso “Museo: operazione Logo”. Interverranno gli insegnanti e gli studenti del liceo artistico, musicale e coreutico “Felice Casorati” di Romagnano Sesia (No); infine alle 17, prima dei saluti di commiato, degustazione di prodotti locali.

Al via a Paestum la XXI Borsa mediterranea del Turismo archeologico: 100 espositori di cui 20 Paesi esteri, circa 60 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 120 operatori dell’offerta. Ecco i momenti da non perdere nel ricco programma

Dodicimila visitatori, 100 espositori di cui 20 Paesi esteri, circa 60 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 120 operatori dell’offerta, 100 giornalisti accreditati: ecco i numeri della XXI edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma a Paestum da giovedì 15 a domenica 18 novembre 2018, promossa e sostenuta da Regione Campania, città di Capaccio Paestum, parco archeologico di Paestum. La Bmta, ideata e organizzata dalla Leader srl con la direzione di Ugo Picarelli, si conferma un evento originale nel suo genere: luogo di approfondimento e divulgazione di temi dedicati al turismo culturale e al patrimonio; occasione di incontro per gli addetti ai lavori, gli operatori turistici e culturali, i viaggiatori, gli appassionati; un format di successo testimoniato dalle prestigiose collaborazioni di organismi internazionali quali Unesco e Unwto. La location per il Salone Espositivo, il Programma Conferenze e il Workshop ENIT e AIDIT sarà il centro espositivo del Savoy Hotel, a soli 2 km dal parco archeologico, dal museo e dalla basilica, dove avranno luogo le altre sezioni (ArcheoExperience, ArcheoLavoro, la mostra ArcheoVirtual, le Visite Guidate). Vediamo un po’ il ricco programma.

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

A Paestum l’international archaeological discovery Award intitolato a Khaled al-Asaad

Eventi al centro espositivo del Savoy Hotel. Giovedì 15 novembre 2018, “Buone pratiche di orientamento e alternanza scuola-lavoro per la promozione del turismo culturale”, a cura della direzione generale Ufficio scolastico regionale per la Campania Miur; “Le regioni e le nuove camere di commercio insieme per la valorizzazione dei beni culturali e la promozione del turismo”, incontro pubblico tra assessori regionali – turismo e beni e attività culturali – con i presidenti delle Camere di Commercio, in collaborazione con Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e Unioncamere; “Ecosistema digitale per la cultura della Regione Campania: esperienze, buone prassi e programmi in corso”, a cura della direzione generale per le politiche culturali e il turismo della Regione Campania. Venerdì 16 novembre 2018, “Il patrimonio culturale in Africa Orientale. La Farnesina e le ricerche italiane in Etiopia ed Eritrea”, a cura della direzione generale per la promozione del Sistema Paese del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale; “Gemellaggio tra Paestum e Palmira”, alla presenza di Paolo Matthiae che portò alla luce l’antica città di Ebla e di una delegazione siriana, tra cui Talal al-Barazi governatore di Homs e Mohamad Saleh ultimo direttore per il Turismo di Palmira, per suggellare il legame con la “Sposa del Deserto” che tornerà fruibile dal 2019, come da poco annunciato (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/09/07/palmira-riaprira-ai-turisti-entro-lestate-2019-lannuncio-del-governatore-di-homs-a-un-anno-e-mezzo-dalla-sua-definitiva-liberazione-dallisis-a-montereale/); “Il dialogo interculturale valore universale delle identitá e del patrimonio culturale #pernondimenticare il Museo del Bardo, 18 marzo 2015 e #unite4heritage for Palmyra”, con Moncef Ben Moussa direttore del museo del Bardo di Tunisi all’epoca dell’attentato del marzo 2015 (attuale direttore per lo Sviluppo dei musei), Irina Bokova già direttore generale Unesco e Mounir Bouchenaki consigliere speciale del direttore generale Unesco; 4a edizione dell’International archaeological discovery award “Khaled al-Asaad”, alla presenza di Omar Asaad, figlio dell’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, la consegna del premio alla scoperta archeologica più significativa del 2017: la “piccola Pompei francese” di Vienne (sulle sponde del Rodano, a circa 30 km a sud di Lione), una città romana di circa 7mila mq abitata dal I sec. d.C., con ville di lusso arredate con mosaici, statue monumentali e uffici pubblici, esistita per tre secoli e distrutta da una serie di incendi improvvisi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/11/05/vienne-la-piccola-pompei-francese-e-la-scoperta-archeologica-dellanno-premiata-con-linternational-archaeological-discovery-award-khaled-al-asaad-2018-pr/); “Distretti turistici: sviluppo del territorio tra zona a burocrazia zero e politiche comunitarie”, a cura dell’assessorato Sviluppo e promozione del Turismo della Regione Campania e del coordinamento regionale Distretti turistici della Campania; “Incontro con i buyer esteri selezionati dall’Enit e nazionali dell’Aidit”, in collaborazione con Enit, Aidit di Federturismo e Trenitalia; venerdì 16 e sabato 17 novembre 2018, “20 anni di Paestum e Troia quali siti Unesco”, celebrazione del 20° anniversario dell’iscrizione nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità dell’Unesco delle aree archeologiche di Paestum e Troia.

Rüstem Aslan, responsabile dell’area archeologica di Troia

Gli incontri con i protagonisti, dedicati ai siti archeologici del mondo. Sabato 17 novembre 2018: Rüstem Aslan, responsabile dell’area archeologica di Troia (in collaborazione con l’ufficio cultura e informazioni dell’ambasciata di Turchia); Dan Bahat, per decenni l’archeologo ufficiale di Gerusalemme (in collaborazione con l’Ufficio nazionale israeliano del Turismo); Marie Bardisa, conservatrice Grotta di Chauvet; Azedine Beschaouch, segretario scientifico del comitato internazionale di Coordinamento per la Salvaguardia e lo Sviluppo di Angkor – Cambogia; Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo.

La famosa lastra di copertura della Tomba del Tuffatore esposta al museo Archeologico nazionale di Paestum

Il Workshop Enit e Aidit al centro espositivo del Savoy Hotel

Premio Paestum Archeologia “Mario Napoli”. Assegnato a quanti contribuiscono, con il loro impegno, alla valorizzazione del patrimonio culturale, alla promozione del turismo archeologico e al dialogo interculturale. Dal 2018, in coincidenza del 50° anniversario della scoperta della Tomba del Tuffatore, il premio è intitolato all’archeologo Mario Napoli che, il 3 giugno 1968, data del ritrovamento dell’unica testimonianza in ambito greco di pittura non vascolare, dirigeva la soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino e Benevento. Ricevono il Premio per il 2018: Irina Bokova, già direttore generale Unesco; Sackona Phoeurng, ministro della Cultura del Regno di Cambogia; Paolo Verri, direttore generale Fondazione Matera-Basilicata 2019. Da non perdere il Salone Espositivo, l’unico al mondo dedicato al patrimonio archeologico con la presenza di istituzioni, enti, Paesi Esteri, Regioni, organizzazioni di categoria, associazioni professionali e culturali, aziende e consorzi turistici. La stretta collaborazione con le Regioni ha determinato una notevole partecipazione: Abruzzo, Basilicata (APT Agenzia Promozione Territoriale), Calabria, Campania, Lazio (Agenzia Regionale per il Turismo), Sicilia (assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e assessorato del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo). Rappresentate anche altre regioni italiane: Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna. Da sottolineare l’autorevole presenza del MiBAC, con uno stand di oltre 300 mq nel quale è previsto un ricco programma di incontri, e la partecipazione per la prima volta di Roma Capitale. Tra i 100 espositori, previsti come ogni anno numerosi Paesi esteri: Albania, Azerbaigian, Cambogia, Croazia, Ecuador, Estonia, Etiopia, Georgia, Giordania, Grecia, Israele, Mongolia, Montenegro, Perù, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Tunisia, Turchia, Uzbekistan. Inoltre, come in passato, la Borsa ha ritenuto di dare attenzione rilevante a Palmira dedicandole uno spazio nel Salone Espositivo. Per quanto riguarda l’aspetto economico, nel rispetto del nome Borsa, il Workshop di sabato 17 novembre dedicato al turismo culturale si arricchisce dei buyer nazionali dell’Aidit Associazione Italiana Distribuzione Turistica di Federturismo Confindustria, che si aggiungono a quelli europei selezionati dall’Enit provenienti da 7 Paesi (Austria, Belgio, Germania, Olanda, Regno Unito, Spagna, Svizzera).

La mostra di ArcheoVirtual al museo Archeologico di Paestum presenterà lo stato dell’arte del digitale nei musei archeologici

Eventi alla Basilica, Parco e Museo Archeologico di Paestum. Attraverso i Laboratori di archeologia sperimentale nei pressi del Museo Archeologico, ArcheoExperience permette di rivivere le antiche tecniche utilizzate per creare gli oggetti adoperati dai nostri lontani antenati e ora conservati nelle vetrine dei musei archeologici, testimoni della cultura materiale che ha accompagnato l’evoluzione dell’uomo: la lavorazione dell’ambra nella Preistoria, la vita delle Legioni romane, l’arte del vasaio dalla Magna Grecia ad oggi, la produzione di calzature in pelle, lucerne in terracotta e gioielli nell’antichità. La mostra di ArcheoVirtual al museo Archeologico presenterà lo stato dell’arte del digitale nei musei archeologici in collaborazione con l’Itabc Istituto per le Tecnologie applicate ai Beni culturali Cnr e la direzione generale Musei del ministero per i Beni e le attività culturali. La mostra vuole essere un laboratorio interattivo e stimolante in cui le applicazioni siano strumento di comunicazione culturale e di promozione turistica ad ampio spettro, abbracciando il pubblico più eterogeneo e gli ambiti più diversi. I visitatori potranno, solo per fare alcuni esempi, camminare nei templi di Paestum all’epoca della loro costruzione, sorvolare la Valle del Tevere in un viaggio attraverso il tempo, o difendere il Castello Sforzesco nei panni di un arciere virtuale. ArcheoVirtual, attraverso la mostra e il workshop di sabato 17 novembre, intende valorizzare le soluzioni tecnologiche che hanno reso i luoghi della cultura più appetibili per il grande pubblico e più leggibili in termini di comprensione e sensibilità culturale.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum

Archeolavoro presso la Basilica da giovedì 15 a sabato 17 novembre 2018: orientamento post diploma e post laurea con presentazione dell’offerta formativa a cura delle università presenti nel Salone: Alma Mater Studiorum università di Bologna, università Cattolica del Sacro Cuore, università di Salerno, università Europea di Roma, università Giustino Fortunato, Universitas Mercatorum; presentazione delle figure professionali e incontri con i protagonisti dedicati a scuole e università con la partecipazione di Ciro Buonajuto, sindaco di Ercolano; Mario Caligiuri, direttore del Master in Intelligence università della Calabria: Lorenzo Nigro, archeologo e associato dipartimento di Scienze dell’Antichità – Sezione di Orientalistica “Sapienza” università di Roma; Francesco Scoppola, direttore generale Educazione e Ricerca MiBAC; Giusy Sica, Founder Re-Generation (Y)outh e Dina Galdi consulente in politiche del turismo; Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano; Luigi Vicinanza, presidente della Fondazione Cives; Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum; ArcheoTeatro, workshop di orientamento e formazione a cura dell’Accademia Magna Graecia di Paestum con la direzione artistica di Sarah Falanga. E ancora: giovedì 15 e venerdì 16 novembre, Masterclass a cura di Universitas Mercatorum riservate ai diplomati; venerdì 16 novembre, premio “Antonella Fiammenghi” per la migliore tesi di laurea sul turismo archeologico.

A Pesaro tre sabati con l’archeologia. Al via “Vedere l’archeologia”, XXII Rassegna di film archeologici

La locandina di “Vedere l’archeologia”, la rassegna di film archeologici di Pesaro

Tre sabati con l’archeologia. Al via a Pesaro “Vedere l’archeologia”, XXII Rassegna di film archeologici, in programma all’auditorium di Palazzo Montani Antaldi, alle 17, sabato 10, 17 e 24 novembre 2018. Evento a ingresso gratuito fino a esaurimento posti, organizzato da Archeoclub d’Italia – sede di Pesaro, Archeologia Viva, Firenze Archeofilm, Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro. I film dell’Archivio Firenze Archeofilm sono stati selezionati da Dario Di Blasi. Voce narratore: Davide Sbrogiò. Edizioni video: Fine Art produzioni S.r.l-Augusta (SR). Traduzioni: Gisella Rigotti, Stefania Berutti, Carlo Conzatti.

“Le mystérieux volcan du Moyen-Âge / Il misterioso vulcano del Medioevio” di Pascal Guérin

Prima giornata sabato 10 novembre 2018. Apre il film “Carri cinesi. All’origine del primo impero / Le char chinois. A l’origine du premier empire” di Julia Clark (Inghilterra, 2017; 52’). Per più di mille anni i carri da guerra hanno imperversato sui campi di battaglia della Cina antica, simboli di una tecnica militare che qui si è sviluppata prima che nel resto del pianeta e che ha contribuito a unificare la nazione cinese. Grazie alle più recenti scoperte archeologiche e alla ricostruzione di un carro, verificata attraverso alcuni testi antichi conservati, scopriremo come i Cinesi hanno messo a punto tale sofisticato mezzo di combattimento. Segue il film “Il misterioso vulcano del Medioevo / Le mystérieux volcan du Moyen-Âge” di Pascal Guérin (Francia, 2017; 52’). Il film mette in primo piano il lavoro minuzioso di ricerca, perseveranza, collaborazione e intuizione degli scienziati che hanno dedicato tanti anni alla ricerca di un misterioso vulcano. La sua scoperta sarebbe fondamentale per comprendere come le eruzioni vulcaniche hanno trasformato il clima del pianeta e gli ecosistemi in cui viveva la società.

Il film “Iceman Reborn (La rinascita di Iceman)”, regia di Bonnie Brennan

Seconda giornata sabato 17 novembre 2018. Apre il film “Arte al tempo dei dinosauri? / De l’art au temps des dinosaures?” di Jean-Luc Bouvret e François-Xavier Vives (Francia, 2016; 52’). Il film racconta la traversata del West americano sulle orme dei suoi primi abitanti: un’esplorazione inedita delle più lunghe gallerie di arte rupestre al mondo, con migliaia di dipinti e graffiti misteriosi, tra i quali si pensa di riconoscere il profilo di marziani o di animali preistorici! Una prova che uomini e dinosauri sono vissuti insieme? Tra “evoluzionisti” e “creazionisti” il dibattito è acceso. Ma gli indiani Hopi, antichi abitanti della regione, stanno per inserirsi nella discussione… Segue il film “Iceman Reborn” di Bonnie Brennan (USA, 2016; 53’). Assassinato più di 5.000 anni fa, Otzi, la più antica mummia umana sulla Terra, è portata alla vita e preservata con la modellazione 3D. Adesso, recentissime scoperte fanno luce non solo su questo misterioso uomo antico, ma sugli albori della civiltà in Europa.

Terza giornata sabato 24 novembre 2018: in programma una retrospettiva con l’intervento di archeologi e registi.

Rassegna di film archeologici: a Isera (Tn) tre venerdì con i documentari sul mondo antico

La locandina della Rassegna di film archeologici di Isera (Tn)

Tre film per altrettanti venerdì sera con il mondo antico a Isera. È la Rassegna di Film Archeologici, tre appuntamenti storico-culturali a ingresso libero nei venerdì 9, 16 e 23 novembre 2018 alle 20.45, nella sala della Cooperazione, sopra la Biblioteca Comunale di Isera, promossi dall’assessorato alla Cultura di Isera (Tn), in collaborazione con l’associazione Lagarina di Storia Antica, la Fondazione Museo Civico di Rovereto, la Cassa Rurale Vallagarina e la Cantina d’Isera. La Rassegna di Isera fa parte del circuito degli eventi legati alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto con film provenienti dall’archivio della Fondazione Museo Civico di Rovereto.

L’impegnativo scavo archeologico del sito di Must Farm nel Cambridgeshire in Gran Bretagna

Si inizia venerdì 9 novembre 2018, con il film “La Pompei britannique de l’âge du Bronze / La Pompei britannica dell’Età del Bronzo” di Sarah Jobling (Francia, 2016, 69’). Il film segue un gruppo di scienziati al lavoro su uno scavo multidisciplinare a Must Farm in Inghilterra, dove sono state scoperte le strutture ottimamente conservate di un antico villaggio dell’Età del Bronzo, ribattezzato “la Pompei britannica”. Le case di legno, a pianta circolare, sono state rinvenute con tutto il loro contenuto: dalla più antica ruota trovata sul suolo britannico, a ciotole ancora piene di zuppa, a spade da combattimento, fino al materiale necessario per realizzare vestiti, una vera novità per la Gran Bretagna. I dati emersi contribuiscono a chiarire i rapporti che legavano i popoli del continente europeo nell’Età del Bronzo (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/01/23/preistoria-scoperto-a-must-farm-in-inghilterra-il-piu-antico-e-meglio-conservato-villaggio-palafitticolo-delleta-del-bronzo-definito-la-pompei-britannica/).

Il regista Tristan Chytroschek

Secondo appuntamento venerdì 16 novembre 2018, con il film “Tesori in cambio di armi / Des tresors contre des armes” di Tristan Chytroschek (Francia, 2014; 51’). Il commercio di antichi tesori d’arte finanzia la guerra e la violenza, secondo quanto riferito da Interpol e FBI. La documentazione dimostra come i profitti derivanti dal mercato dell’antiquariato sostengano la fornitura di armi a gruppi terroristici. Ma da dove vengono questi tesori? Mentre in Afghanistan vengono depredate alcune tombe in un tempio buddista, la città siriana di Palmira viene sistematicamente saccheggiata.

La locandina del film “Bajo la duna” di Domingo Mancheño Sagrario

Serata finale venerdì 23 novembre 2018, con il film “Bajo la duna / Sotto alla duna” di Domingo Mancheño Sagrario (Spagna, 2016; 50’). La scoperta di alcuni disegni sulle pareti di un riparo sottoroccia presso lo stretto di Gibilterra, ci parla di antiche colonizzazioni e della più notevole città fenicia dell’est: Gadir. La ricchezza archeologica di questa città ha riempito il vecchio museo di reperti e continua a farlo anche oggi. Il film illustra alcune di queste scoperte e i curiosi ritrovamenti legati al sarcofago fenicio di Sidone.

Venezia. Dalla Grande Madre steatopigica alle figurine schematizzate e astratte, alla bellezza idealizzata degli artisti mesopotamici: focus con la curatrice Caubet sulla mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” promossa dalla Fondazione Ligabue

Inti Ligabue, presidente della fondazione Giancarlo Ligabue alla mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

La cosiddetta “Venere Ligabue”, star della mostra, in clorite, capolavoro della Civiltà dell’Oxus (2200-1800 a.C.), proveniente dall’Iran Orientale: fa parte della Collezione Ligabue

Inti Ligabue, sorridente, si mette in posa senza dover insistere. Alle sue spalle, nella vetrinetta, è esposta una statuetta battriana del III millennio a.C. Non è una statuetta qualsiasi, come sottolinea orgogliosamente il presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue: “È un’opera iconica alla quale è stato attribuito il nostro nome: Venere Ligabue. Gli studiosi la conoscono bene. Fu acquistata da mio padre agli inizi degli anni Settanta e diventata famosa anche grazie agli studi importantissimi da lui condotti in un’area del Turkestan afghano, che oggi identifichiamo appunto come Battriana: l’antico nome di un luogo e di una civiltà che egli, tra i primi, illustrò in un volume (“Battriana” – Erizzo 1988) che è tuttora una pietra miliare in questo campo”. Sabatino Moscati, uno dei più grandi archeologi italiani, non esitò a dire che le scoperte e gli studi di Giancarlo Ligabue sulla Battriana obbligavano “a riscrivere una parte della storia dell’archeologia del Vicino Oriente antico”. La Venere Ligabue è uno dei tanti manufatti affascinanti esposti nella mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” aperta fino al 20 gennaio 2019 a Palazzo Loredan, a Venezia, curata da Annie Cubet (“Anch’ella grande archeologa e curatrice onoraria al Musée du Louvre”, riprende Inti, “che sono lusingato abbia accettato di sviluppare il progetto scientifico dell’esposizione”), oltre 100 opere tra Occidente e Oriente, dalla penisola Iberica alla Valle dell’Indo, dalle porte dell’Atlantico fino ai remoti confini dell’Estremo Oriente, dal 4000 al 2000 a. C. L’alba della civiltà (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/15/a-venezia-la-mostra-idoli-il-potere-dellimmagine-terzo-grande-evento-della-fondazione-giancarlo-ligabue-una-finestra-sulla-rivoluzione-neolitica-e-la-ra/).

Statuette cicladiche dalla sessualità ibrida nella mostra “Idoli” a Venezia (foto Graziano Tavan)

Tutte le statuette in mostra, che riportano talvolta i segni delle ripetute manipolazioni o di riparazioni coeve – a dimostrazione di un loro utilizzo costante e di un ruolo chiave negli eventi sociali e religiosi ricorrenti – sono custodi di storie e miti di straordinaria suggestione; testimoni di usi e di bisogni simili e, in seguito, di quel “grande arazzo di culture interconnesse” che si venne a creare tra la fine del IV e per tutto il III millennio a.C. “Non possiamo non farci affascinare dalle figure steatopigie dell’Arabia”, fanno notare gli archeologi, “o dalle statuette cicladiche dalla sessualità ibrida o ancora dalle più enigmatiche sculture della preistoria cipriota, quelle statuine stanti del tipo plankshaped (con i tratti del volto resi da una molteplicità di segni geometrici incisi, l’abbigliamento elaborato e spesso del tipo “a due teste”), di cui sono in mostra importanti esemplari del museo Archeologico di Nicosia; o ancora dalla visione naturalistica ma idealizzata che si sviluppa in Mesopotamia nell’Età del Bronzo. I geni raffigurati in questo periodo dagli artisti della Civiltà dell’Oxus, sviluppata in Asia centrale (complesso Battriano-Margiano), narrano di battaglie cosmiche, di esseri dalla doppia identità animale e umana, ricompongono i fili del racconto mitologico ove il “Drago dell’Oxus” – detto anche “Lo Sfregiato” per il profondo squarcio che gli deturpa il volto – con il corpo coperto di squame di serpente, era la controparte selvaggia della “Dama dell’Oxus”: forse spirito astrale, forse principessa Battriana. Non possiamo non farci sedurre dai miti di queste prime civiltà e dal potere dell’immagine”.

Figura steatopigia in basalto del IV millennio a.C. proveniente dall’Arabia Saudita e conservata in una collezione privata di Londra

“Il tipo più antico esposto in mostra”, scrive la curatrice Annie Caubet, “è l’onnipresente figura steatopigia, la cosiddetta “Grande Madre”, ereditata da una lunga tradizione neolitica. Nuda e sontuosamente voluttuosa, occupò da sola lo scenario iconografico di gran parte del mondo antico fino all’arrivo di nuove immagini alla fine del IV millennio a.C. In mostra sono presenti esemplari provenienti da regioni distanti tra loro come la Sardegna, le Cicladi, Cipro e l’Arabia. I volumi delle diverse parti del corpo, taluni accentuati, altri ridotti, ma sempre attentamente equilibrati, danno vita a un insieme dinamico e potente. Quando, tra il 3300 e il 3000 a.C., gran parte del mondo antico fu teatro della rivoluzione urbana che portò alla nascita delle prime città, la profonda trasformazione sociale ed economica si tradusse in cambiamenti radicali nel campo delle rappresentazioni visive. I concetti metafisici continuarono a essere incarnati in immagini tridimensionali, ma l’ideale steatopigio fu abbandonato a favore di visioni del tutto nuove. Il contrasto tra le due fasi può essere osservato con particolare chiarezza negli esemplari realizzati in periodi successivi nella stessa area, come la Sardegna o le Cicladi. Si affermarono due tendenze opposte e complementari: una portata all’astrazione e alla schematizzazione estrema; l’altra realistica, ma stemperata da una tendenza all’idealizzazione. Entrambe erano spesso adottate contemporaneamente”.

Figura femminile fallica del Tardo Neolitico da Cipro (museo di Nicosia)

Ma attenzione, fa presente Caubet: “Composte con volumi netti e geometrici, le immagini astratte non sono tali nel senso dell’estetica del Novecento. Piuttosto, sono visioni schematiche del corpo, in cui alcune parti sono assenti e altre accentuate, soprattutto gli occhi e il triangolo pubico, secondo una sorta di sineddoche (pars pro toto) visiva. Gli occhi, la sede della vita e dell’identità, erano – anche in contesti diversi – l’elemento principale delle statuette modellate nella penisola iberica, in Egitto, a Cipro, in Anatolia, in Siria e in Mesopotamia. Talvolta il triangolo pubico compare in modo discreto sul bordo di un disco completamente astratto, come negli idoli circolari di Kültepe o in quelli cicladici a forma di violino. In altri casi finisce con il rappresentare il corpo intero, come negli idoli di terracotta dell’Asia centrale composti da un triangolo dotato di occhi e seni. Solitamente, queste immagini astratte sono di genere femminile, anche se talvolta contengono un’altra sineddoche visiva: nelle immagini femminili falliche, tutto il corpo o solo alcune parti, la testa e le braccia, assumono la forma di un pene eretto. Cipro e l’Anatolia crearono capolavori raffiguranti questo ideale androgino: si voleva riprodurre una natura irrealisticamente completa? – si chiede Caubet -. In contrasto con quest’estetica astratta, all’incirca nello stesso periodo, alla fine del IV millennio a.C., si venne affermando una visione naturalistica ma idealizzata del corpo umano. Uno dei centri principali di questa tendenza si trovava nella Mesopotamia meridionale. La cultura di Uruk, così chiamata dal nome della città di Gilgamesh dove fu inventata la scrittura, estese il proprio dominio su gran parte dell’Asia occidentale e segnò in modo significativo lo sviluppo dell’Egitto e la nascita della civiltà faraonica”.

Figura incinta distesa in marmo tipo “spedos” dalle Cicladi, oggi in collezione privata inglese

“Gli artisti della Mesopotamia – ricorda ancora la curatrice – crearono capolavori di bellezza idealizzata come la cosiddetta “Dama di Warka” (Baghdad). Una tipologia di statuette femminili nude idealizzate, create intorno alla metà del III millennio a.C., si diffuse nel Levante e in Egitto e rimase estremamente popolare fino alla fine dell’antichità. Depositate nelle tombe e collocate nei templi, queste statuine probabilmente facevano parte anche del culto domestico. La maggior parte era in argilla cotta, con alcune eccezioni in avorio o pietra. Il confronto tra l’estetica idealizzata della Mesopotamia e quella delle isole Cicladi, nell’Egeo, non è stato tentato spesso, ma apre nuove prospettive sull’arte dell’Età del Bronzo del III millennio a.C. Gli artisti delle Cicladi sfruttarono al meglio la qualità del marmo locale, così come avrebbero fatto i loro successori del periodo classico greco. I tipi iconografici creati intorno al 2800 a.C. resistettero e si evolvettero per diversi secoli: un corpo nudo, le braccia incrociate sulla vita a proteggere la pancia, spesso mostrata in stato di gravidanza. Benché nei musei siano spesso esposte in verticale, queste statuette erano in realtà concepite per essere collocate in posizione supina, con le gambe leggermente piegate, i piedi puntati verso il basso e la testa reclinata all’indietro come a guardare il cielo. Pur rimanendo nei limiti della tipologia, singoli scultori come il prolifico “maestro di Goulandris” o il “maestro di Sutton Place” introdussero innumerevoli variazioni di stile e proporzioni. Le statuette cicladiche venivano depositate nelle tombe probabilmente dopo essere state utilizzate nei luoghi di culto pubblici in occasione di rituali ricorrenti; le ripetute manipolazioni lasciavano tracce di usura e segni di rottura sui pezzi, che spesso venivano riparati con cura. Le statuette cicladiche erano importate e imitate a Creta e in Anatolia”.