“Sardegna isola megalitica: dai menhir ai nuraghi. Storie di pietra nel cuore del Mediterraneo”: Berlino, San Pietroburgo, Salonicco e Napoli sono le tappe (dal 1° luglio 2021 all’11 settembre 2022) di una straordinaria mostra dedicata alle antichissime culture megalitiche della Sardegna, compresa quella nuragica, per la prima volta al centro dell’attenzione internazionale. La presentazione dei promotori e dei direttori dei musei coinvolti
Prendete una cartina dell’Europa, segnate con delle bandierine la posizione di Berlino, San Pietroburgo, Salonicco e Napoli. Poi idealmente collegatele con una linea. Si formerà un arco il cui fuoco finisce su una grande isola nel cuore del Mediterraneo: la Sardegna, cui oggi sempre più viene riconosciuto dagli studiosi internazionali un ruolo di primo piano in età preistorica e protostorica nei contatti e negli incroci di civiltà, sia nell’ambito del Mare Nostrum, sia nei rapporti con il Centro e Nord Europa e con il Levante. Un’isola che ha visto svilupparsi, millenni or sono, culture e civiltà originali, capaci di dar vita a testimonianze ed evidenze monumentali. Berlino, San Pietroburgo, Salonicco e Napoli sono state scelte come tappe di una straordinaria mostra dedicata alle antichissime culture megalitiche della Sardegna, compresa quella nuragica, per la prima volta al centro dell’attenzione internazionale: “Sardegna Isola Megalitica. Dai menhir ai nuraghi: storie di pietra nel cuore del Mediterraneo” è la mostra-evento promossa dalla Regione Sardegna-assessorato del Turismo, Artigianato e Commercio con il museo Archeologico nazionale di Cagliari e la Direzione Regionale Musei della Sardegna, con il patrocinio del MAECI e del MIC, la collaborazione della Fondazione di Sardegna e il coordinamento generale di Villaggio Globale International. La mostra ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica. È questa l’ultima tappa di un articolato progetto di Heritage Tourism finanziato dall’Unione Europea, sull’archeologia sarda nel contesto del Mediterraneo, preparata nel 2017 da un ampio convegno internazionale sul tema (vedi “Le civiltà e il Mediterraneo”: in un eccezionale convegno internazionale i grandi musei si confrontano a Cagliari sul Mediterraneo, per secoli crocevia di culture culla delle più significative civiltà antiche. Così la Sardegna riafferma il suo ruolo centrale nella storia del Mediterraneo e la ricchezza della civiltà nuragica | archeologiavocidalpassato) e nel 2019 dall’esposizione a Cagliari “Le Civiltà e il Mediterraneo” (vedi Apre a Cagliari la mostra “Le Civiltà e il Mediterraneo”: 550 reperti tra ceramiche, armi e utensili, oggetti di culto e antichi idoli, monili e, soprattutto, straordinari oggetti in bronzo, a documentare come il bacino del Mediterraneo non sia stato un luogo chiuso ma contaminante e in continua evoluzione | archeologiavocidalpassato), presenti i musei che ora ospiteranno la nuova importante mostra: il museo nazionale per la Preistoria e Protostoria di Berlino (dal 1° luglio 2021 al 30 settembre 2021), il museo statale Ermitage di San Pietroburgo (dal 19 ottobre 2021 al 16 gennaio 2022), il museo Archeologico di Salonicco (dall’11 febbraio 2022 al 15 maggio 2022) e il museo Archeologico nazionale di Napoli (dal 10 giugno 2022 all’11 settembre 2022).


Giovanni Chessa, assessore della Regione Sardegna
“C’è una certezza che da tanti anni abbiamo dentro di noi”, interviene Giovanni Chessa, assessore del Turismo, Artigianato e Commercio, Regione Autonoma della Sardegna. “E ogni qualvolta guardiamo alla nostra regione, alla sua storia, alla sua dimensione culturale, ai suoi musei, ai suoi parchi archeologici questa sensazione si rafforza e diviene realtà. La Sardegna è il cuore della civiltà del Mediterraneo. E non lo è in maniera statica o isolata. Non lo è soltanto per la “propria” dimensione. È punto di riferimento nel grande mare che bagna le coste dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia. Ma è anche luogo di relazioni che contaminano il Centro ed il Nord Europa con il Levante. Questa coscienza non è solo antica, non è storia sepolta degna del pensiero e della ricerca degli studiosi. Questo modo di vedere la Sardegna è nel senso della vita di ciascuno di noi, è nell’aspirazione ad un futuro importante che veda le nostre genti protagoniste di un nuovo sviluppo. È per questo che abbiamo voluto questa mostra”.

Francesca Lissia della Regione Sardegna
E Francesca Lissia, Autorità di Gestione PO FESR Sardegna 2014-2020: “Il Progetto espositivo La Civiltà Nuragica e millenaria della Sardegna, che nei prossimi mesi e fino al mese di settembre del 2022 sarà visitabile in quattro tra le più importanti e suggestive città europee, segna il ritorno dell’isola e del suo immenso patrimonio archeologico, tra i più numerosi al mondo se rapportato alla popolazione e alla sua dimensione geografica, all’interno dei cartelloni culturali internazionali. Lo fa ancora una volta, e lo sottolineo non senza orgoglio, grazie al contributo decisivo delle risorse comunitarie – in particolare del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – che consentiranno alla Regione Autonoma della Sardegna di rafforzare il quadro delle iniziative culturali promosse dall’Italia all’estero in una fase di ripresa, di rilancio e di grande entusiasmo”.


Il soprintendente Bruno Billeci
“Attualità e fragilità del patrimonio nuragico in Sardegna. La meraviglia accompagna ogni descrizione delle testimonianze antiche di Sardegna”, assicura Bruno Billeci, soprintendente per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio per le Province di Sassari e Nuoro, “esse vengono collocate in un passato lontano statico e sostanzialmente sospeso rispetto alle processualità successive. In modo lapidario Tacito ha affermato sui resti del passato: omnia […] quae nunc vetustissima creduntur, nova fuere, ma questa considerazione non sembra trasparire nelle parole di nessuno degli storici antichi o dei viaggiatori che, tra Ottocento e Novecento, hanno descritto i resti archeologici dell’isola e tra i primi lo Spano, importante esponente della cultura sarda nell’epoca della nascita dell’interesse verso la storia antica locale. E questa meraviglia è oggi intatta e presente ogni volta che siamo al cospetto delle architetture e dei manufatti preistorici e nuragici che costituiscono una delle peculiarità del paesaggio culturale sardo denso di stratificazioni e di testimonianze”.

Francesco Muscolino, direttore del museo Archeologico nazionale di Cagliari
Il museo Archeologico nazionale di Cagliari, autonomo dal dicembre 2019, ma attivo come nuovo istituto solo dal novembre 2020, ha “ereditato” e portato avanti alcuni progetti già avviati dalla Direzione Regionale Musei Sardegna, cui il Museo afferiva prima dell’autonomia. Tra questi progetti, emerge per importanza la mostra – promossa dalla Regione Autonoma della Sardegna – che, nonostante il comprensibile ritardo causato dalla pandemia, trova finalmente coronamento con la pubblicazione del catalogo. “Per il “nuovo” Museo di Cagliari”, sottolinea Francesco Muscolino, direttore del museo Archeologico nazionale di Cagliari e direttore ad interim della Direzione Regionale Musei Sardegna, “sarà un’ottima occasione per avviare e, in alcuni casi, corroborare e continuare i rapporti con altri prestigiosi musei, anche in vista di future iniziative comuni di esposizione e di ricerca. In un anno che si spera possa segnare l’avvio della progressiva uscita dalla crisi pandemica, un’iniziativa culturale come questa, complessa e di alto profilo, in fattiva condivisione di intenti con altre istituzioni, può sicuramente offrire un importante apporto alla auspicabile ripresa, contribuendo a far conoscere sempre meglio lo straordinario patrimonio archeologico sardo, anche nei suoi aspetti meno noti al grande pubblico. È importante sottolineare come il Museo di Cagliari non sia solo un ente prestatore, che contribuisce in maniera determinante alla mostra con centinaia di reperti, ma abbia predisposto e coordinato, grazie all’impegno dei suoi funzionari e in collaborazione con la Direzione Regionale Musei, il progetto scientifico del catalogo e dell’esposizione, oltre a curare le necessarie procedure amministrative e i delicati aspetti conservativi”.

Matthias Wemhoff, direttore del museo per la Preistoria e Protostoria di Berlino
La mostra “Sardegna – Isola Megalitica” segna un’altra tappa significativa della collaborazione tra il museo nazionale per la Preistoria e Protostoria, gli Staatliche Museen zu Berlin (Musei nazionali di Berlino) e i Musei Archeologici della Sardegna e la Regione Autonoma della Sardegna. “In questo progetto, sostenuto dall’Unione Europea e dalla Regione Autonoma della Sardegna, il nostro museo non solo ha partecipato con prestiti, insieme ad altri musei di fama internazionale”, sottolinea Matthias Wemhoff, direttore del museo per la Preistoria e Protostoria di Berlino e Archeologo di Stato, “ma ha anche messo a disposizione uno dei due curatori di questa mostra, Manfred Nawroth, che desidero ringraziare di cuore per il suo grande impegno profuso anche per la realizzazione della tappa espositiva di Berlino. È un piacere che il museo nazionale per la Preistoria e Protostoria di Berlino possa non solo partecipare alla mostra, ma addirittura essere il primo museo ad ospitare l’esposizione. E, in fin dei conti, il nostro museo è legato alla Sardegna da decenni. Da questo punto di vista resta indimenticabile la mostra “Kunst und Kultur Sardiniens vom Neolithikum bis zum Ende der Nuraghenzeit” (“Arte e cultura della Sardegna dal Neolitico alla fine del periodo nuragico”), in cui quasi 300 prestiti, tra cui alcuni provenienti dai musei di Cagliari e Sassari, furono presentati nel 1980 nell’allora museo nazionale per la Preistoria e per la Protostoria di Berlino Ovest, e in occasione della quale fu pubblicato un catalogo riccamente illustrato. Ad oltre 40 anni di distanza, rivolgiamo nuovamente uno sguardo più ampio a questo paesaggio culturale così speciale. Per mostrare anche fattivamente il nostro apprezzamento per il progetto abbiamo liberato per questa esposizione speciale alcune delle nostre sale storiche più belle, in cui normalmente presentiamo reperti importanti quali la collezione di antichità troiane di Heinrich Schliemann. Al Neues Museum intendiamo non solo far conoscere la cultura della Sardegna nell’estate del 2021 alla gente di Berlino, ma ci auguriamo – se la situazione pandemica lo permetterà – di presentarla nuovamente anche a un pubblico internazionale”.


Michail Piotrovsky, direttore generale del museo dell’Ermitage
“Il mar Mediterraneo, con le sue isole, sembrerebbe essere stato attraversato, solcato dalle navi in lungo e in largo, studiato e descritto in ogni sua parte”, sottolinea Michail Piotrovskj direttore generale del Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo. “Tuttavia, fortunatamente, oggi, sia nelle isole famose che in quelle dimenticate, l’immaginazione di visitatori e studiosi è risvegliata da monumenti poco o per niente conosciuti, pieni di fascino oscuro, che emanano mistero per viaggiatori e ricercatori. La Sardegna è un luogo che in particolar modo crea suggestioni, che incanta e fa sorgere molteplici teorie sulla natura e sull’origine delle sue antiche culture, sui destini dei popoli del mare. A volte sembra sorprendente che non tutti i libri di testo scolastici raccontino delle meraviglie dell’età del Bronzo mediterranea: delle gigantesche tombe di pietra, delle enormi statue di guerrieri in pose da combattimento e di quelle incredibili torri monumentali, i nuraghi, antenati dei castelli medievali. Per non parlare di piccole statuette di bronzo aggraziate, probabilmente ispirate agli dei, di guerrieri con scudi, arcieri, donne con bambini, animali con le corna, brocche dalle forme incomprensibili… La grazia severa della ‘cultura nuragica’, di recente nuovamente glorificata dai ritrovamenti e dal restauro di statue monumentali (una delle quali vedremo esposta a San Pietroburgo), è diventata oggetto di studio ed esposizione in una splendida mostra realizzata dagli sforzi di esperti e leader museali provenienti da Italia, Germania, Grecia e Russia. E la Russia – conclude – ha una sua tradizione nazionale di studio della storia antica della Sardegna, che riceve attraverso questa mostra un nuovo stimolo tangibile per il suo sviluppo, e che le torri di pietra e il bronzo ricorderanno ancora una volta l’archeologia esotica del mar Nero e del Caucaso. Il nostro mondo è tanto unito, quanto variegato”.

Angeliki Koukouvou, vicedirettore del museo Archeologico di Salonicco
E Angeliki Koukouvou, vicedirettore del museo Archeologico di Salonicco: “Accogliamo con grande piacere e soddisfazione l’organizzazione di una grande mostra che rinnova la consolidata sinergia creativa tra il museo Archeologico di Salonicco e la Regione Autonoma e i musei archeologici della Sardegna. La mostra verrà presentata in quattro importanti musei, affiancandosi alle loro collezioni e mettendo in evidenza le affinità eclettiche delle antiche civiltà che un tempo si incrociavano nei porti del Mediterraneo, il grande mare di comunicazione e coesione. Il museo archeologico di Salonicco è particolarmente grato al ministero della Cultura italiano, alla Regione Autonoma della Sardegna e ai suoi musei che ci hanno affidato molti dei loro più celebri tesori. Sia i capolavori già famosi che i ritrovamenti più recenti saranno messi in risalto dal più ampio contesto archeologico in cui vengono presentati. Siamo entusiasti che il nostro museo sia stato scelto come sede in Grecia di questo evento senza pari. Auspichiamo che il magico universo sardo e il suo profumo mediterraneo catturino i nostri cuori e ispirino molti altri emozionanti viaggi”.


Il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini (foto mann)
“Abbiamo tutti abbastanza presente la classica suddivisione della storia della Sardegna”, esordisce Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli: “la fase prenuragica e quella dei nuraghi e delle tombe dei giganti; il successivo periodo in cui si concentra la produzione di raffinati bronzetti nuragici, forse la più rappresentativa espressione dell’ethnos sardo, e il successivo arrivo dei Fenici e dei Cartaginesi che perfezionano nell’isola il modello dei centri urbani; la romanizzazione finale, a prezzo anche di gravi episodi di violenza da parte dell’Urbe e di una scarsa integrazione delle popolazioni dell’interno. Nel corso di studi consolidati nel tempo e di una bella mostra intitolata “Le Civiltà e il Mediterraneo”, alla quale anche il Mann ha partecipato, si è anche chiarito la posizione baricentrica della Sardegna per tutti coloro che, fin dall’età del Bronzo, dovessero intraprendere rotte o scali commerciali da Oriente a Occidente: fossero essi mercanti Micenei, Fenici, Ciprioti e, più tardi, Cartaginesi o Etruschi, avidi soprattutto di metalli. Forse è meno chiaro al grande pubblico – continua Giulierini – come, nel corso di molti millenni, il popolo sardo si riplasmi di continuo, assorbendo i nuovi arrivati e rielaborando, talora attivamente, talora in forma coercitiva, ulteriori stimoli culturali. L’idea di formazione del popolo etrusco, rispetto ai rigidi criteri della provenienza in blocco di un popolo da una sola area geografica, sviluppata da Massimo Pallottino, potrebbe in effetti tranquillamente allargarsi ai Sardi ma, a ben vedere, un po’ a tutti i popoli dell’Italia antica. Basti pensare alla stessa Campania che vede, dopo sporadiche incursioni micenee nell’età del Bronzo che avviano connessioni con le popolazioni locali, un arrivo massiccio, a partire dal IX secolo a.C., di Greci lungo le coste, Etruschi, Campani e altri popoli italici in molti centri dell’interno. E, a ben guardare, anche le stesse cornici geografiche, pur determinando con i fiumi, le fonti, le risorse naturali in genere o le conformazioni geologiche alcune caratteristiche di base degli insediamenti, mutano in parte e vengono riplasmate da questo infinito numero di uomini e donne che, conoscendosi, incrociandosi, talora combattendosi, formano quegli ethnoi che, pur se costretti a parlare nel tempo la lingua dei nuovi padroni, in realtà conservano “sotto traccia” caratteristiche definite fino ai giorni nostri. Andare alla scoperta dei mattoncini di questo DNA culturale – conclude – è, credo, la cosa più stimolante che possa fare una mostra”.
Venezia. Nel 1600 anniversario della fondazione di Venezia e nel decennale del sito Unesco “Siti preistorici palafitticoli dell’arco alpino”, apre a Palazzo Corner Mocenigo la mostra “Vivere tra terra e acqua” – Dalle palafitte preistoriche a Venezia” che avvicina la storia di Venezia e la cultura degli insediamenti palafitticoli


Nel corso del 2021 si celebra l’anniversario dei 1600 anni della fondazione di Venezia, avvolta in tratti mitici, della città costruita sull’acqua, e al contempo si conta il primo decennale di un altro sito UNESCO, che celebra i “Siti preistorici palafitticoli dell’arco alpino”. È in questo contesto che va inserita la mostra “Vivere tra terra e acqua. Dalle palafitte preistoriche a Venezia” che avvicina la storia di Venezia, la città che sorge su pali infitti nel terreno limoso della laguna e la cultura degli insediamenti palafitticoli sepolti nei depositi torbosi di antichi laghetti. Due siti Unesco, separati da migliaia di anni, uniti dalla medesima spinta a costruire e vivere l’ambiente umido. L’inaugurazione venerdì 25 giugno 2021 alle 11, a Palazzo Corner Mocenigo in Campo San Polo 2128/a a Venezia, sede del Comando Regionale Veneto della Guardia di Finanza. La mostra “Vivere tra terra e acqua” – Dalle palafitte preistoriche a Venezia” (25 giugno 2021 – 31 ottobre 2021) è promossa proprio dal Comando Regionale Veneto della Guardia di Finanza, in collaborazione con la Direzione Regionale Musei Veneto, e in partnership con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona Rovigo e Vicenza, sulla scorta del relativo Protocollo d’Intesa sottoscritto in data 24 febbraio 2021.


Tracce di palafitte conservate sotto la superficie dell’acqua (foto comando regionale guardia di finanza)

Il sito palafitticolo del laghetto della Costa ad Arquà Petrarca (Pd) (foto parco colli euganei)
Venezia vanta una lunga storia e la sua formazione, quale insediamento umano, è dovuta ad un “sinecismo” degli abitati sorti sulle altre strisce di terra della laguna in seguito alle invasioni barbariche che spinsero la popolazione ad individuare opportuno rifugio nella piccola isola che sarà l’anima della Serenissima. Patrimonio mondiale dell’umanità, l’impianto urbano di Venezia poggia su fondazioni in legno, pali infitti nel terreno morbido e limoso, che ancor oggi sorreggono le piattaforme sulle quali si innalzano i palazzi veneziani, con il loro patrimonio di storia e cultura. Una tecnica all’altezza di importanti sfide ingegneristiche, ma che affonda le sue origini a partire dal Neolitico. La mostra di Palazzo Corner Mocenigo mette a confronto la storia e la cultura di Venezia che sorge su fondazioni in legno di pali infitti nel terreno morbido e limoso e gli insediamenti palafitticoli sepolti nei depositi torbosi di antichi laghetti o corsi fluviali. Ed espone gli aspetti salienti del grande tema del costruire e vivere in ambienti umidi, proponendo un percorso che illustri, grazie ai dati scientifici provenienti dalle più aggiornate ricerche e all’osservazione diretta dei reperti esposti, gli aspetti salienti di un fondamentale momento della nostra storia: il mondo palafitticolo.


Il laghetto del Frassino vicino a Peschiera (Vr) (foto drm-veneto)

Ricerche archeologiche subacquee nelle acque del laghetto del Frassino vicino a Peschiera (foto drm-veneto)
Gli insediamenti palafitticoli sono sepolti nei depositi torbosi di antichi laghetti, o corsi fluviali, o sommersi in specchi d’acqua. Eppure, per l’UNESCO, meritano di far parte del Patrimonio dell’umanità. Le palafitte alpine hanno permesso agli specialisti di ricostruire, come in nessun’altra regione del mondo, la vita nelle società di agricoltori e allevatori tra il V e il I millennio a.C. Lungo l’arco alpino si conoscono circa 1000 siti con strutture “su palafitta”. Sono diffusi in Svizzera, Germania meridionale, Austria, Slovenia, Italia settentrionale e Francia orientale. Sono collocati per lo più presso le rive dei laghi, nelle zone di torbiera e, più raramente, lungo i fiumi. Grazie alla loro posizione in terreni saturi d’acqua, si sono conservati gli elementi strutturali in legno, i resti di cibo, gli utensili in legno e persino i tessuti. Proprio per questo motivo i resti di questi insediamenti permettono di gettare uno sguardo sulla vita del tempo: rappresentano infatti la fonte più importante per lo studio delle più antiche società contadine europee. Il sito UNESCO “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino” è stato iscritto nel 2011 nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, è un sito seriale transnazionale che coinvolge sei nazioni europee: Austria, Francia, Germania, Italia, Svizzera e Slovenia e comprende 111 villaggi palafitticoli, 19 dei quali si trovano in Italia, di cui 4 in Veneto: Peschiera del Garda-Belvedere; Peschiera del Garda-Frassino; Cerea-Tombola; Arquà Petrarca – Laghetto della Costa.
Gea 2021-Ica: “Archeologia e inclusione”. Contributo 11: “Missione Archeologica ISMEO in Turkmenistan” per lo studio nella regione del fiume Murghab (Turkmenistan meridionale) del fenomeno urbano in relazione all’antico sistema idrico
Per l’edizione 2021 delle Giornate Europee per l’Archeologia, l’ICA – Istituto centrale per l’Archeologia propone il tema guida dal titolo “Archeologia e inclusione. Missioni archeologiche italiane all’estero e comunità locali dei paesi ospitanti: interazioni, coinvolgimento, formazione”. Undicesimo contributo: “Missione Archeologica ISMEO in Turkmenistan”.
Dal 1990 la Missione Archeologica italo-turkmena è impegnata nella regione del fiume Murghab (Turkmenistan meridionale) in numerosi progetti di ricerca. Tali progetti mirano allo studio del fenomeno urbano in relazione all’antico sistema idrico del conoide alluvionale del fiume tra la media età del Bronzo e l’inizio del Ferro (2400-900 a.C.), mediante lo studio della cartografia antica, lo scavo stratigrafico e la ricognizione di superficie. La Margiana dell’età storica è stata spesso considerata a torto un’area storicamente e archeologicamente marginale, posta tra due grandi civiltà, quella dell’Indo a Est e quella mesopotamica a Ovest. In tale regione, la Missione ha proceduto all’analisi e alla ricognizione di un’area di oltre 20mila km2, registrando circa 2000 siti che datano dalla media età del Bronzo al periodo islamico (3° millennio a.C.- 7° – 8° secolo d.C.). Il progetto iniziale, congiunto tra l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO) di Roma, la Turkmen State University (TSU) e l’Institute of Archaeology of the USSR Academy of Sciences (IARAN) si è concluso nel 2009. Nel 2014 nasce il nuovo progetto TAP – Togolok Archaelogical Project, che ha come obiettivo principale lo studio del complesso urbano di Togolok 1. Tra il Bronzo Finale (1500 – 1300 a.C.) e l’inizio dell’età del Ferro (1300 – 900 a.C.) la regione del Murghab è interessata da un graduale abbandono dei territori e delle aree urbane più settentrionali e dallo spostamento degli insediamenti più a sud, a causa di un importante fenomeno di inaridimento climatico. Tali aree, parzialmente convertite a pascolo, cominciano ad essere occupate da una popolazione semi-nomade, archeologicamente affine alle culture “Andronovo” delle steppe poste a Nord. Infatti, gli scavi e le ricognizioni portate avanti finora attestano la presenza di due gruppi apparentemente distinti, che convivono negli stessi territori e sfruttano le medesime risorse per la loro sopravvivenza. Lo scavo del sito urbano di Togolok 1, posto in una di queste aree di maggiore interazione interculturale, diviene fondamentale per la comprensione di tale fenomeno. Ad oggi, le campagne di scavo condotte sul sito hanno evidenziato nella fase finale di vita dell’insediamento un’occupazione pastorale semi-stagionale, caratterizzata da strutture leggere, quali tende o semplici ripari, L’interazione con la cultura sedentaria locale si evidenzia chiaramente dalla ricca cultura materiale e dai resti archeobotanici ed archeozoologici che attestano un’economia mista molto complessa. L’indagine dell’insediamento urbano di Togolok 1 pone quindi in una nuova luce il fenomeno di interazione/integrazione tra la popolazione sedentaria e quella semi-nomade e sulla fase di transizione tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro nella Margiana preistorica. La comprensione del complesso processo insediativo e di adattamento all’ambiente da parte delle popolazioni che hanno abitato la Margiana dell’età del Bronzo rimane infatti uno degli obiettivi principali della Missione Archeologica italo-turkmena nella regione centroasiatica.
(11 – continua)
Gea 2021-Ica: “Archeologia e inclusione”. Contributo 8: MELKA KUNTURE – Missione archeologica italo-spagnola (Etiopia)”
Per l’edizione 2021 delle Giornate Europee per l’Archeologia, l’ICA – Istituto centrale per l’Archeologia propone il tema guida dal titolo “Archeologia e inclusione. Missioni archeologiche italiane all’estero e comunità locali dei paesi ospitanti: interazioni, coinvolgimento, formazione”. Ottavo contributo: “MELKA KUNTURE – Missione archeologica italo-spagnola (Etiopia)”.
In occasione dell’edizione 2021 dell Giornate Europee dell’Archeologia, l’ICA condivide volentieri il video realizzato dalla Missione italo-spagnola Melka Kunture e Balchit. Melka Kunture è una vasta area archeologica con siti che documentano 2 milioni di anni di evoluzione umana fuori dall’ambiente di savana. A 2000m di quota sull’altopiano etiopico, il clima è relativamente fresco e umido. La Missione archeologica italo-spagnola con scavi e ricerche di laboratorio indaga tutte le principali fasi dell’attività umana nella preistoria, dall’Olduvaiano, all’Acheuleano, al Middle Stone Age e al Late Stone Age, lavorando in sintonia con la popolazione locale.
(8 – continua)
Preistoria. Team di Ca’ Foscari, guidato da Elena Ghezzo, sulle tracce dell’orso delle caverne nella Grotta di Veja a Sant’Anna d’Alfaedo, in Lessinia: dove per 10mila anni (tra 30 e 20mila anni fa) sono convissuti uomo e animali

C’è una cavità carsica, a Nord di Verona, nell’area collinare nota per il vino Valpolicella e il parco della Lessinia, ricca di resti fossili, studiati solo parzialmente, che possono raccontare molto dei millenni di convivenza tra uomo e fauna e dell’ambiente dell’area prima, durante e dopo l’ultimo evento glaciale. Si tratta della Grotta di Veja, sovrastata dal più noto Ponte di Veja e attualmente frequentata da una delle più grandi colonie di pipistrelli del Veneto. La cavità ha avuto origine in un periodo più recente di 38 milioni di anni fa per l’azione di acque ipogee. Sedimenti l’hanno riempita per tutta la sua lunghezza durante il Quaternario, con tempi e modi ancora sconosciuti. Campagne svolte oltre quarant’anni fa hanno di fatto solo iniziato a raccogliere dati e fatto conoscere l’abbondanza di reperti fossili presenti, ma molto resta da studiare. Un team di ricerca guidato da Elena Ghezzo, ricercatrice “Marie Curie” a Ca’ Foscari, vuole finalmente far luce sulla quantità di fossili presenti, datarli, comprendere come e perché i resti animali si siano conservati in tutta la lunghezza della grotta.

Elena Ghezzo dell’università Ca’ Foscari
Gli scavi della Grotta di Veja sono possibili grazie alla collaborazione del proprietario della grotta, Bruno Lavarini, il Comune di Sant’Anna d’Alfaedo, il parco naturale regionale della Lessinia, la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Verona, Rovigo e Vicenza e il ministero della Cultura MiC che hanno concesso lo scavo. Inoltre, fondamentale è il contributo dei volontari che hanno partecipato alle attività di vaglio e supporto alla logistica, in particolar modo l’associazione Museo Camposilvano e il museo Paleontologico e Preistorico di Sant’Anna d’Alfaedo. Le attività di scavo sono supportate dal progetto europeo Marie Curie “Refind”, finanziato nell’ambito del programma europeo Horizon 2020 e condotto da Elena Ghezzo tra l’università dell’Oregon e il dipartimento di Scienze ambientali, Informatica e Statistica di Ca’ Foscari. La ricercatrice fa quindi parte della numerosa comunità cafoscarina di vincitori di questi finanziamenti europei rivolti a ricercatrici e ricercatori di alto livello e impegnati in tematiche interdisciplinari.

Focus su 10mila anni cruciali. Il primo passo è ricostruire il contesto temporale e spaziale della presenza di uomo e animali in un periodo compreso tra 30 e 20 mila anni fa. La prima campagna di scavo si è svolta nei giorni scorsi. La prossima si svolgerà a inizio 2022. “Quello tra 30 e 20mila anni fa”, spiega Elena Ghezzo, “è stato un periodo caratterizzato dalla presenza di specie iconiche ed estinte come l’orso delle caverne (Ursus spelaeus) e la iena (Crocuta crocuta spelaea), ma anche non più presenti nell’area della Lessinia come lo stambecco (Capra ibex) e il lupo (Canis lupus). Queste specie si alternavano e vivevano in competizione con l’uomo che era già diffusamente presente ed organizzato nella regione. Con il materiale raccolto puntiamo a realizzare la prima datazione assoluta del deposito e verificare la stratigrafia di dettaglio degli affioramenti”. Nuovi reperti dell’orso delle caverne sono effettivamente tra i rinvenimenti di questa prima campagna, assieme a micro-mammiferi e carboni. Il lavoro dei paleontologi è servito anche a ripulire parte dell’area di scavo da vetri, lattine, accendini e altra spazzatura abbandonata negli ultimi anni da frequentatori non autorizzati.
Museo nazionale Archeologico “Antonio Sanna” di Sassari, chiuso dal 2018: slitta al 18 giugno l’attesa riapertura della sezione Etnografica nel Padiglione Clemente con la mostra-evento “Sulle tracce di Clemente”, ideata e realizzata da Antonio Marras: una selezione dell’immenso patrimonio etnografico (abiti, vestiti, gioielli, manufatti artistici) del Museo insieme a reperti archeologici e a testimonianze di arte moderna e contemporanea


Il giardino su cui si affaccia il museo nazionale Archeologico “Antonio Sanna” di Sassari (foto drm-sardegna)
Sassari e tutti gli appassionati devono portare ancora un po’ di pazienza. Non sarà infatti il 21 maggio 2021 la data “storica” della riapertura – nella sua sede naturale e originaria del Padiglione Clemente – della sezione Etnografica del museo nazionale Archeologico ed Etnografico “Giovanni Antonio Sanna” di Sassari, chiuso dal 3 dicembre 2018 per lavori di riallestimento, ristrutturazione e restauro. L’inaugurazione della mostra “Sulle tracce di Clemente” è posticipata a venerdì 18 giugno 2021. I lavori per l’allestimento della grande mostra progettata dallo stilista e designer Antonio Marras procedono senza sosta, nell’attesa del passaggio della Sardegna a zona bianca e con l’obiettivo di garantire la partecipazione del pubblico ad una visita in massima sicurezza. La mostra resterà allestita per un intero anno, occupando lo spazio del cosiddetto Padiglione Clemente. Il progetto è finanziato con contributo della Fondazione di Sardegna (erogazione liberale) per gli interventi di sostegno, promozione, valorizzazione e conservazione del patrimonio culturale regionale. Il museo nazionale Archeologico ed Etnografico “Giovanni Antonio Sanna” di Sassari rappresenta la più importante istituzione museale della Sardegna settentrionale. La raccolta museale, è costituita da una sezione archeologica, con reperti che vanno dal Paleolitico alla fine del Medioevo) e da una sezione etnografica, che comprende tessuti, legni, mobili, ceramiche, gioielli, cesti, armi, utensili e abiti tradizionali.


Reperti archeologici nella mostra “Sulle tracce di Clemente” a Sassari (foto drm-sardegna)
Nella mostra “Sulle tracce di Clemente” vi sarà esposta una selezione dell’immenso patrimonio etnografico (abiti, vestiti, gioielli, manufatti artistici) del Museo insieme a reperti archeologici e a testimonianze di arte moderna e contemporanea, a proporre un dialogo tra origini antiche, tradizione e attualità, tra memoria e presente. “L’idea della mostra”, spiega il professor Bruno Billeci, direttore regionale Musei Sardegna, “nasce dalla volontà di valorizzare questo ricco patrimonio, il cui nucleo principale è costituito dalla donazione del cav. Gavino Clemente. La collezione etnografica del Museo non è solo la più antica della Sardegna ma anche una delle più ricche dell’isola per quantità e varietà di reperti. Per l’allestimento e, ancora pima, per l’ideazione della mostra, abbiamo potuto avvalerci della fantasia, del gusto ma anche della competenza di un “allestitore” d’eccezione, lo stilista Antonio Marras, che voglio ringraziare per l’entusiasmo che sta profondendo in questa impresa”. “Fatti salvi i criteri museografici e le necessità legate alla ottimale conservazione dei materiali”, continua Elisabetta Grassi, direttrice museo nazionale “G.A. Sanna”, “Antonio ha avuto mano libera nel valorizzare i reperti. E il risultato che si sta proprio in queste settimane configurando in forma definitiva è, a mio parere, emozionante”.

Il museo nazionale Archeologico ed Etnografico “Giovanni Antonio Sanna”, istituito nel 1878 come Regio Museo Antiquario, assunse la denominazione di Regio Museo di Antichità ed Arte “Giovanni Antonio Sanna” nel 1931. L’edificio principale, progettato dall’arch. Carlo Maria Busiri Vici, fu realizzato tra il 1926 e il 1932, per volontà di Zely Sanna Castoldi, figlia dell’industriale e politico Giovanni Antonio Sanna, a cui il museo è intitolato; nuovi corpi di fabbrica furono realizzati nei decenni successivi, per rispondere alle accresciute esigenze espositive e conservative. Fra questi emerge, per importanza ed estensione, il cosiddetto Padiglione Clemente, realizzato nel 1950 per volontà del cav. Gavino Clemente, noto ebanista sassarese, che nel 1947 donò al museo la sua ricca collezione etnografica, a condizione che fosse esposta in un apposito padiglione a lui intitolato. Fin dalla sua prima costituzione, il museo di Sassari nasce come organismo espositivo polivalente. La Sezione Etnografica, incrementata nel tempo dai contributi di altri benefattori e da un consistente numero di acquisti, è attualmente è una delle più ricche della Sardegna, oltre ad essere la più antica del genere nell’isola. La Sezione Archeologica è la parte più consistente dei beni in dotazione e permette di seguire le vicende dell’uomo nell’isola fin dal Paleolitico, attraverso tutte le fasi della preistoria e della protostoria. Le varie epoche storiche sono documentate dalle collezioni di età fenicio-punica, romana e medievale. I materiali archeologici sono in parte riconducibili a collezioni e in parte provenienti da campagne di scavo condotte sul territorio dalla competente Soprintendenza, istituita nel 1958.


Il Padiglione Clemente a Sassari (foto drm-sardegna)
Il nucleo principale della collezione etnografica fu donato dal noto ebanista sassarese cav. Gavino Clemente, direttore creativo dell’omonimo mobilificio che a cavallo tra Ottocento e Novecento costituì a Sassari una importante realtà preindustriale, grazie anche all’invenzione del cosiddetto stile sardo (1911 – 1940). A Gavino Clemente, che fin dalla giovinezza iniziò la raccolta degli oggetti di valore etnografico che costituirono la sua preziosa collezione, si deve anche la collezione di costumi sardi conservata al museo nazionale di Arti e Tradizioni Popolari di Roma. Per ospitare la consistente donazione effettuata al museo Sanna, Clemente fece costruire un apposito Padiglione a lui intitolato. Un altro importante nucleo di materiali della sezione etnografica è riconducibile alla figura di Zely Bertolio, la giovane pronipote di Giovanni Antonio Sanna, prematuramente scomparsa nel 1932, il cui corredo costituito da mobili tradizionali sardi, gioielli e piccoli oggetti artistici e d’uso fu donato dalla madre Enedina al Museo sassarese. Nel tempo la collezione etnografica è stata incrementata dai contributi di altri benefattori e da un consistente numero di acquisti; attualmente è una delle più ricche della Sardegna, oltre ad essere la più antica del genere nell’isola. Per lungo tempo però, anche a causa di problemi di conservazione dei delicatissimi materiali, non è stata esposta al pubblico e, solo recentemente (2011) è stata parzialmente riallestita nelle sale prima occupate dalla Collezione d’Arte (oggi ospitata presso la Pinacoteca Nazionale). Il Padiglione Clemente fu trasformato tra gli anni ’80 e ’90 del XX secolo e, attualmente, si presenta come una galleria su due livelli (piano terra 208 mq; primo piano 178 mq), utilizzata negli ultimi anni prevalentemente per esposizioni temporanee. Il Polo Museale della Sardegna, nell’ambito del riallestimento e della definizione del nuovo percorso espositivo, vuole valorizzare la ricca collezione etnografica del Museo, restituendola alla sua collocazione originaria, ovvero il Padiglione Clemente. Con il nuovo allestimento si vuole valorizzare tali beni attraverso un percorso visivo e narrativo che susciti emozione nel visitatore e rielabori il passato in chiave contemporanea.


Schizzo di Antonio Marras per l’allestimento della mostra “Sulle tracce di Clemente” (foto marras)

Antonio Marras impegnato nell’allestimento della mostra “Sulle tracce di Clemente” (foto drm-sardegna)
L’allestimento. “Influssi mediterranei, fenici, punici, bizantini, arabi, catalani, spagnoli, francesi ecc. ci fanno essere quelli che siamo, nella lingua, nei pensieri e nel vestire. Il costume sardo affascinò e affascina per la straordinaria varietà, per gli elementi strutturali, decorativi, cromatici e per il suo significato di identificazione etnica”, chiosa Antonio Marras. “La nostra attività si svolge nell’Isola dove sono nato e cresciuto, che conserva ancora nella lingua, nelle tradizioni il fascino misterioso che nasce dalla mescolanza. Un miscuglio di lingue, culture, storie, tradizioni, usanze, pensieri, contaminazioni, stratificazioni, la rendono così particolare. Da sempre mi attrae il linguaggio poetico, il lavoro del poeta. Rifiuta le regole, viola i codici, libera tutti i sensi e dà voce all’inesprimibile. Tessuto e testo rimandano entrambi a una origine comune: tessere, intrecciare. Entrambi sono il risultato di intrecci: il tessuto, di fili di lana o cotone; la poesia, di parole. Sento molto vicino lo scarto linguistico, lo scarto dalla norma grammaticale, la devianza dalla lingua quotidiana, l’uso libero e personale delle parole, scelte, combinate, accostate in modo inconsueto. In modo da creare giochi di ossimori insospettati. Ed è questo l’approccio verso l’allestimento del padiglione Clemente”, afferma Marras. Che aggiunge: “La scienza e la tecnologia hanno abbattuto confini, frantumato barriere, accostato e mescolato popoli e continenti e difficilmente, oggi, un gruppo o popolo o etnia sceglie di vivere nel proprio isolamento. Anzi, il confronto/scontro con gli altri è il tratto caratterizzante del nostro tempo: la storia di gruppi, popoli, etnie si intreccia con altre storie e diventa sempre più complessa. In questo panorama, nel pericolo avvertito di una temuta globalità omologante, si fa strada la volontà di affermare il diritto a difendere e salvaguardare la propria identità e valorizzare la diversità come fattore di ricchezza e patrimonio da custodire e far conoscere. Per noi, l’identità non è un dato statico, né è pura memoria, ma qualcosa di dinamico, dialettico, una costruzione continua, variegata, fatta di realtà distinte che, fra opposizioni e separazioni, si modellano e rafforzano. Per questo associazioni, mischie, inserti, opposizioni, accostamenti, intersezioni, confronti, richiami, assonanze, collaborazioni, voci diverse sono le parole chiave per interpretare il concetto nuovo dell’allestimento”.






















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