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Cuneo. “Archeologia e cinema ai piedi delle Alpi”: arriva Cuneo Archeofilm, festival internazionale del cinema di archeologia arte ambiente. Tre serate con film e incontri con archeologi

cuneo_archeofilm-2023_il-programma_locandina“Archeologia e cinema ai piedi delle Alpi”. Al complesso monumentale San Francesco di Cuneo arriva Cuneo Archeofilm, festival internazionale del cinema di archeologia arte ambiente: ogni sera, alle 21, dal 5 al 7 ottobre 2023, proiezioni di documentari e incontri con archeologi a ingresso libero e gratuito. Cinque film e tre incontri e un premio assegnato dal pubblico. Evento organizzato da Comune di Cuneo, soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Alessandria Asti e Cuneo, museo civico di Cuneo, progetto P.E.P.A., Archeologia Viva, Firenze Archeofilm. Selezione filmati e archivio cinematografico: Firenze Archeofilm.

IL PROGRAMMA DI GIOVEDÌ 5 OTTOBRE 2023. Apre il festival il film “I misteri della grotta Cosquer” di Marie Thiry (Francia, 56’); segue l’incontro con Egle Micheletto, già soprintendente SABAP per le province di Alessandria Asti e Cuneo; chiude la serata il film “Il regno del sale. I 7000 anni di Hallstatt” di Domingo Rodes (Spagna, 23′).

IL PROGRAMMA DI VENERDÌ 6 OTTOBRE 2023. Apre alla serata il film “Jurassic Cash” di Xavier Lefebvre (Francia, 52’); segue l’incontro con Gian Battista Garbarino funzionario archeologo della SABAP per le province di Alessandria Asti e Cuneo; chiude la serata il film “Choquequirao, la geografia sacra degli Incas” di Agnès Molia, Nathalie Laville (Francia, 26’).

IL PROGRAMMA DI SABATO 7 OTTOBRE 2023. Apre la serata il film “Tutankhamon, i segreti del faraone: un re guerriero” di Stephen Mizelas (Regno Unito, 50’); segue l’incontro con Valentina Santini, egittologa e scrittrice; quindi la Cerimonia di Premiazione con l’assegnazione del Premio del pubblico “Cuneo Archeofilm 2023”; chiude la serata e il festival il film fuori concorso “Sagrada Familia, la rivoluzione di Gaudì” di Marc Jampolsky (Francia, 52’).

Paestum. 9° International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2023 promosso da Bmta e Archeo: ecco le 5 scoperte archeologiche del 2022 candidate. Egitto: a Saqqara trovata piramide regina Neith, 300 sarcofagi e 100 mummie del Nuovo Regno; Guatemala: tracce del più antico calendario Maya; Iraq: nel bacino idrico di Mosul una città dell’Età del Bronzo; Italia: a San Casciano dei Bagni dal fango 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana; Turchia: a Midyat una grande città sotterranea di 2000 anni fa

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L’archeologo Khaled Asaad, per decenni “custode” di Palmira, assassinato dai miliziani dell’Isis il 18 agosto 2015

paestum_bmta_Award Khaled al-Asaad_scoperte-2022_manifestoPochi giorni fa, il 18 agosto 2023, è stato l’ottavo anniversario dell’uccisione da parte dei jihadisti di Khaled al-Asaad, direttore di Palmira, la sposa del deserto, di cui aveva nascosto i romani per salvarli da mani assassine. A ottant’anni resse un mese di torture, ma non parlò. Allora i jihadisti, quando si resero conto che non gli avrebbero tirato fuori una sola parola, lo trascinarono nel centro della sua Palmira, nell’anfiteatro romano, e lo decapitarono lì davanti a una folla e poi appesero il suo corpo ad una colonna: era il 18 agosto 2015. Per ricordare quel sacrificio in difesa del patrimonio culturale, è stato istituito l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Attraverso questo Premio la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e la rivista Archeo hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche assegnato in collaborazione con le testate internazionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), arCHaeo (Svizzera), Archäologie in Deutschland (Germania), Archéologia (Francia), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia).

paestum_bmta_Award Khaled al-Asaad_scoperte-2022_locandinaLe cinque scoperte archeologiche del 2022 finaliste della 9ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” sono: Egitto, nell’antica necropoli di Saqqara a Giza, a circa 30 km a sud del Cairo, la piramide della regina Neith con 300 bare e 100 mummie; Guatemala, le tracce del più antico calendario Maya; Iraq, dal fiume Tigri nel bacino idrico di Mosul riappare una città dell’età del bronzo; Italia, in Toscana nella provincia di Siena, a San Casciano dei Bagni dal fango riaffiorano 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana nascoste per millenni; Turchia, a Midyat, nella provincia di Mardin, una grande città sotterranea risalente a 2000 anni fa. Il Premio, assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, sarà selezionato dalle 5 finaliste segnalate dai direttori di ciascuna testata e sarà consegnato venerdì 3 novembre 2023, in occasione della XXV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma a Paestum dal 2 al 5 novembre 2023, alla presenza di Fayrouz e Waleed Asaad, archeologi e figli di Khaled. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico nel periodo 5 giugno – 5 ottobre sulla pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico).

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La Tomba di Anphipolis a Vergina (Macedonia, Grecia) scoperta è premiata nella prima edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” nel 2015 (foto bmta)

Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, Responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel Mar Nero del più antico relitto intatto del mondo; nel 2020 a Daniele Morandi Bonacossi, direttore della missione archeologica italiana nel Kurdistan Iracheno e ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico dell’università di Udine, per la scoperta di dieci rilievi rupestri assiri raffiguranti gli dèi dell’Antica Mesopotamia; nel 2021 alla scoperta di “centinaia di sarcofagi nella necropoli di Saqqara in Egitto”; nel 2022 a Zahi Hawass, direttore della missione archeologica che ha scoperto “la città d’oro perduta”, fondata da Amenhotep III, riaffiorata dal deserto nei pressi di Luxor.

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Egitto: nell’antica necropoli di Saqqara a Giza, a circa 30 km a sud del Cairo, scoperta la piramide della regina Neith con 300 sarcofagi e 100 mummie. Da anni gli archeologi scavano a Saqqara, un altopiano sabbioso usato per costruire grandiosi monumenti funebri, oggi considerato uno dei principali siti archeologici di Giza. Il team aveva inizialmente concentrato i propri sforzi sulla vicina piramide di Teti, il primo re della sesta dinastia egizia. “Teti era adorato come un dio nel periodo del Nuovo Regno e quindi le persone volevano essere sepolte vicino a lui”, ha spiegato Zahi Hawass. “Tuttavia, la maggior parte delle sepolture conosciute a Saqqara in precedenza provenivano dall’Antico Regno o dal Periodo Tardo”. Sono stati trovati 22 pozzi interconnessi, che vanno da 9 a 18 metri, tra cui un enorme sarcofago in pietra calcarea e 300 sarcofagi del periodo del Nuovo Regno, che durò dal XVI secolo a.C. all’XI secolo a.C. I sarcofagi hanno volti individuali, ognuno unico, distinguendo tra uomini e donne, e sono decorati con scene dell’antico testo funerario egiziano “Libro dei Morti”. Ogni sarcofago riporta anche il nome del defunto e spesso mostra i Quattro Figli di Horus, che proteggevano gli organi del defunto. All’interno delle bare gli archeologi hanno trovato i corpi di mummie ben conservate, almeno cento quelle identificate. Inoltre, all’interno dei sarcofagi e dei pozzi funerari, hanno anche trovato manufatti come giochi, piccole statuette conosciute come ushabti e statue del dio Ptah-Sokar, che rappresenta il ciclo di nascita, morte e resurrezione. Questo straordinario ritrovamento dimostra che la tecnica della mummificazione ha raggiunto il suo apice nel Nuovo Regno, in quanto alcune tombe erano protette da una doppia copertura e, scoperchiando il sarcofago, è comparsa una mummia con la testa ricoperta da una sfavillante maschera in oro massiccio. Ma la scoperta più significativa dal punto di vista storico è il ritrovamento di una piramide costruita in onore di una nuova sovrana, finora sconosciuta nel pantheon dei faraoni egizi. Si tratta della regina Neith, mai menzionata in alcun documento storico, che riscrive, ancora una volta, la Storia dell’antico Egitto in maniera più precisa.

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Guatemala: le tracce del più antico calendario Maya. Sul frammento di un antico murale trovato nel sito archeologico di San Bartolo sono state individuate iscrizioni che risalgono a 150 anni prima dei più antichi ritrovamenti del calendario Maya finora noti. San Bartolo è un sito pre-colombiano della civiltà Maya noto per le pitture sui muri, influenzate dalla tradizione olmeca e dai simboli di un tipo primitivo di scrittura maya, situato nel dipartimento di Petén a Nord Est di Tikal, la più estesa delle antiche città in rovina della civiltà Maya, il cui parco nazionale è sito Unesco. Il frammento #6368, ritrovato presso la struttura di Ixbalamque e datato al 300-200 a.C., usando la tecnica al radiocarbonio, raffigura l’immagine del dio Maya del mais, del periodo tardo preclassico. Due archeologi hanno pubblicato uno studio su undici frammenti di antiche pitture murali Maya scoperti tra le rovine dell’antica piramide di Las Pinturas. Quasi 300 anni prima di Cristo, in questa regione si era in una piena fase di sviluppo culturale e scientifico: qui un tempo c’erano un palazzo e grandi piramidi e la parte di murale che riporta l’iscrizione “cervo 7” probabilmente è stata realizzata durante un periodo in cui il palazzo, oltre che per i riti, veniva usato anche per l’osservazione astronomica. Diversamente dal calendario solare Maya, che finiva nel 2012, questo calendario sacro aveva un anno di 260 giorni e uno scopo più profetico. Si tratta di un calendario legato al tempo ma non in senso lineare. “È più relativo al passare del tempo e alle credenze collegate a ogni giorno specifico”, spiega Heather Hurst, archeologa del team che ha fatto la scoperta. Questo calendario rituale consiste di numeri, dall’1 al 13, associati a una serie di vari simboli, tra i quali conosciamo ad esempio il buio, l’acqua, il cane e il cervo; e i numeri coincidono con le date. Ci sono 20 simboli e 13 date che, considerandone tutte le possibili combinazioni, danno luogo a un ciclo di 260 giorni. Le tribù Maya studiavano con grande dedizione la posizione di Venere, del Sole e di tutti i corpi celesti, essendo interessati allo scorrere del tempo e alla sua ciclicità. I moderni indigeni Maya oggi usano questo calendario per le sue qualità prescienti, ad esempio per prevedere la nascita dei bambini, oppure per determinare il momento giusto per la raccolta.

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Iraq: dal fiume Tigri nel bacino idrico di Mosul riappare una città dell’Età del Bronzo. Per decine di anni sommersa, dopo una prolungata siccità, un gruppo di archeologi curdi e tedeschi dell’università di Friburgo ha potuto effettuare scavi in una città di 3400 anni fa. La città potrebbe essere l’antica Zachiku, un importante centro dell’impero Mitanni, al potere tra il 1550 e il 1350 a.C., situata vicino al sito archeologico di Kemune. Lo scavo è cominciato a inizio 2022, prima che il sito archeologico scomparisse nuovamente nel lago. Gli archeologi sono riusciti a ricostruire gran parte della pianta della città e a portare alla luce alcuni grandi edifici finora sconosciuti: tra questi, una massiccia fortificazione, un magazzino a più piani e un complesso di officine. È sorprendente che gli edifici in mattoni di fango erano ancora così ben conservati, nonostante sott’acqua per più di 40 anni. Il buono stato di conservazione è stato probabilmente causato da un forte terremoto avvenuto intorno al 1350 a.C., grazie al crollo della parte superiore dei muri che aveva sepolto e conservato gli edifici. Inoltre, sono stati scoperti cinque vasi di ceramica con un archivio di oltre 100 tavolette cuneiformi, probabilmente create poco dopo l’evento sismico, alcune delle quali ancora in contenitori di argilla. Si tratta forse di lettere secondo l’archeologo Peter Pfälzner dell’università di Tubinga, uno dei responsabili del progetto. Le tavolette cuneiformi potrebbero fornire nuove informazioni sulla fine della città sommersa e sull’inizio del dominio assiro nella regione. Al termine dello scavo, gli scienziati hanno adottato alcune misure di protezione: hanno coperto gli edifici esposti con un telo di plastica e li hanno ricoperti di ghiaia, sperando di proteggere le pareti di argilla da ulteriori danni causati dall’acqua.

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Italia: in Toscana nella provincia di Siena, a San Casciano dei Bagni dal fango riaffiorano 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana nascoste per millenni (vedi San Casciano dei Bagni (Si). Dai fanghi della sorgente termale del Bagno Grande del santuario etrusco-romano emergono oltre 20 statue in bronzo, molti ex-voto, cinquemila monete in oro argento e bronzo di oltre duemila anni fa. L’archeologo Tabolli: si riscrive la storia della statuaria antica e della romanizzazione del territorio. È la scoperta più importante dai Bronzi di Riace del 1972 | archeologiavocidalpassato). Risalenti a un periodo compreso tra il II secolo a.C. e il I d.C., sono state protette per 2300 anni dal fango e dall’acqua bollente delle vasche sacre del santuario votivo insieme a monete, ex voto e iscrizioni latine ed etrusche. Il santuario, con le sue piscine ribollenti, le terrazze digradanti, le fontane, gli altari, esisteva almeno dal III secolo a.C. e rimase attivo fino al V d.C., quando, in epoca cristiana, venne chiuso ma non distrutto. Le vasche furono sigillate con pesanti colonne di pietra e le divinità affidate con rispetto all’acqua, per cui rimossa quella copertura è di fatto “il più grande deposito di statue dell’Italia antica”. Le statue, cinque delle quali alte quasi un metro, sono perfettamente integre e sono state realizzate con tutta probabilità da artigiani locali: effigi di Igea e di Apollo, oltre a un bronzo, mentre l’eccezionale stato di conservazione delle statue all’interno dell’acqua calda della sorgente ha preservato meravigliose iscrizioni in etrusco e latino incise prima della loro realizzazione. Disposte in parte sui rami di un enorme tronco d’albero fissato sul fondo della vasca, in molti casi ricoperte di iscrizioni, le statue come pure gli innumerevoli ex voto, arrivano dalle grandi famiglie del territorio dell’Etruria interna (dai Velimna di Perugia ai Marcni noti nell’agro senese) e non solo, esponenti delle élites del mondo etrusco e poi romano, proprietari terrieri, signorotti locali, classi agiate di Roma e perfino imperatori. Qui, a sorpresa, la lingua degli etruschi sembra sopravvivere molto più a lungo rispetto alle date canoniche della storia. La scoperta rappresenta un modello di collaborazione tra Comune (nel 2019 iniziò a finanziare lo scavo del Bagno Grande, dopo aver acquistato il terreno privato e richiesta la concessione, affidando la direzione operativa a Emanuele Mariotti), ministero della Cultura (direzione generale ABAP in collaborazione con la soprintendenza per le province di Siena Grosseto e Arezzo), direzione scientifica dello scavo (Jacobo Tabolli ricercatore all’università per Stranieri di Siena), volontariato locale (associazione archeologica “Eutyche Avidiena”), con la collaborazione di specialisti di ogni disciplina: dagli architetti ai geologi, dagli archeobotanici agli esperti di epigrafia e numismatica di più atenei del mondo.

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Turchia: a Midyat, nella provincia di Mardin, una grande città sotterranea risalente a 2000 anni fa. Nel Sud-Est del Paese, nell’Anatolia sudorientale, è stato scoperto un complesso risalente tra il II e il III secolo d.C.: “Midyat è stato utilizzato ininterrottamente per 1900 anni, originariamente progettato come un nascondiglio o una zona di fuga: infatti, il cristianesimo non era una religione ufficiale nel II secolo”, ha detto Gani Tarkan, direttore del museo Mardin e capo degli scavi. Lungo il tunnel di ben cento metri in luoghi diversi sono state trovate 49 stanze, alcune adibite a chiese e sinagoghe. Ci sono magazzini, inoltre, vari pozzi d’acqua e alcune decorazioni abbellivano le mura in diverse aree. Gli scavi hanno raggiunto soltanto il 3% della città, dunque, potrebbe esserci ancora molto alto da scoprire, in quanto non esiste un’altra città sotterranea che occupi un’area così vasta. Le città sotterranee sono dei luoghi dal grande potere suggestivo: tunnel e gallerie, nati con lo scopo di attraversare più comodamente la città, si dipanano al di sotto della superficie, nascondendo storie antiche di indubbio fascino. Come spiegato dal sindaco, Veysi Sahin, gli scavi sono iniziati in una grotta trovata durante una serie di lavori di pulizia e conservazione delle strade e delle dimore storiche, iniziati due anni prima. Con l’approfondimento dello scavo, sono stati trovati santuari, pozzi d’acqua, depositi e diversi tunnel. La città sotterranea è conosciuta come Matiate, che significa appunto “Città delle Grotte”. Il nome era già menzionato in iscrizioni assire del IX secolo a.C.

Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi con RAM film festival. Il Festival del Cinema Archeologico 2023 si fa in tre e diventa Festival diffuso: Licata, Agrigento, Sambuca. Seconda tappa al museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento

agrigento_festival-cinema-archeologico_locandinaSeconda tappa del Festival del Cinema Archeologico di Agrigento 2023 promosso dal parco archeologico e naturalistico della Valle dei Templi con RAM film festival di Rovereto (vedi Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi con RAM film festival. Il Festival del Cinema Archeologico 2023 si fa in tre e diventa Festival diffuso: Licata, Agrigento, Sambuca. Prima tappa al museo Archeologico regionale della Badia di Licata | archeologiavocidalpassato). Dopo Licata il viaggio del festival diffuso tra i luoghi della cultura siciliana porta gli appassionati al centro della Valle dei Templi, là dove è custodito un immenso patrimonio che illustra la storia della ricerca di buona parte della Sicilia centro meridionale. Stiamo parlando del museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento. Appuntamento il 18, 19 e 20 luglio 2023. I film proiettati saranno cinque e tratteranno le tematiche archeologiche più disparate: dalla Radkan Tower iraniana agli antichi Maya, dalla città millenaria di Isatis, agli scavi archeologici condotti sul vulcano Stromboli, fino alla lotta di un piccolo gruppo di archeologi per preservare il patrimonio del museo nazionale di Aleppo durante il conflitto siriano. Ma non ci saranno solo film. Mercoledì 19 luglio 2023, alle 20: “Un viaggio nel tempo: La casa III M racconta”. Giuseppe Lepore, archeologo e docente dell’università di Bologna, terrà un talk sugli scavi, da lui diretti, della Casa III M, un’abitazione dalle caratteristiche uniche scoperta nel 2017 nel Quartiere ellenistico-romano del Parco. Giovedì 20 luglio, alle 20: Talk e degustazione. Serata Archeo Food “La storia nel piatto”. L’archeologo Paolo Braconi e il gastronomo Marino Marini, ideatori del progetto Archeo Food, proporranno una serata speciale, in cui le antiche ricette prenderanno vita con i sapori e le tradizioni culinarie di civiltà secolari.

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Frame del film “Isatis” di Alireza Dehghan

PROGRAMMA 18 LUGLIO 2023. Museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento, alle 21. Apre il film “Isatis” di Alireza Dehghan (Iran 2021, 75’). Acqua, vento, terra e fuoco raccontano la storia di questa città millenaria: Isatis fu la prima città al mondo ad essere costruita in mattoni, nel cuore del deserto. Il documentario è una narrazione di antichi riti e aneddoti storici; una dimostrazione di convivenza pacifica tra religioni; la rivelazione del patrimonio materiale e immateriale di un’antica cultura. Segue il film “Stromboli: a Provocative Island / Stromboli: la sfida di un’isola” di Pascal Guérin (Francia 2020, 11’). Un cortometraggio sugli scavi archeologici diretti da Sara Levi e David Yoon, in stretta interazione con il vulcanologo italiano Mauro Rosi, su un vulcano iconico e molto attivo situato nel mezzo del Mar Mediterraneo: Stromboli. Il film documenta la ricerca fatta su una piccola chiesa crollata con diverse sepolture che mostra un’occupazione tardo medievale nel XIV secolo.

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Locandina del film “Il giuramento di Ciriaco / The oath of Cyriac” di Olivier Bourgeois

PROGRAMMA 19 LUGLIO 2023. Museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento, alle 20. Si inizia col talk “Un viaggio nel tempo: la Casa III M racconta”, con Giuseppe Lepore, archeologo, docente dell’università di Bologna e direttore degli scavi della Casa III M, un’abitazione dalle caratteristiche uniche scoperta nel 2017 nel Quartiere ellenistico-romano del Parco archeologico di Agrigento. Alle 21, le proiezioni iniziano col film “The Oath of Cyriac / Il giuramento di Ciriaco” di Olivier Bourgeois (Andorra 2021, 72’). Un piccolo gruppo di archeologi e curatori museali lotta per preservare il patrimonio di reperti archeologici del museo nazionale di Aleppo durante il conflitto siriano. Come mettere in salvo 50mila manufatti in una città assediata? Chiude la serata il film “The Radkan Tower / La Torre Radkan” di Ehsan Mollazadeh e Hojjat Heidari (Iran 2019, 30’). La Radkan Tower in Iran, torre conica in mattoni di 25 metri, ha attratto i visitatori per secoli. Si tratta di uno strumento astronomico molto avanzato, costruito quasi 800 anni fa sotto la supervisione di Khawaja Nasir al-Din al-Tusi, che ha la capacità di determinare il momento esatto del cambio di ogni stagione, portando la lieta novella dell’arrivo della primavera.

agrigento_festival-cinema-archeologico_serata-archeo-food_locandinaPROGRAMMA 20 LUGLIO 2023. Museo Archeologico regionale “Pietro Griffo” di Agrigento, alle 20. Si inizia col talk e degustazione: serata Archeo Food “La storia nel piatto”. Un viaggio gustoso nel passato nato dall’incontro di due studiosi, un archeologo e un gastronomo, ideatori del progetto Archeo Food. Il Festival Cinema Archeologico propone una serata speciale, in cui le antiche ricette prendono vita con i sapori e le tradizioni culinarie di civiltà secolari. Un’esperienza unica, dove cibo, cultura e storia si fondono rievocando epoche lontane. Paolo Braconi ha insegnato Antichità romane e Storia dell’Agricoltura e dell’Alimentazione all’università di Perugia. Ha diretto numerosi scavi e progetti di valorizzazione del patrimonio culturale, in Italia e all’estero. Marino Marini, laureato in Scienze umane e sociali, è docente di Storia e Cultura dell’Alimentazione e gastronomo. Si occupa dei progetti di Educazione e dei Presidi di Slow Food. Partecipazione gratuita, posti limitati. Prenotazione del posto online al link PRENOTAZIONE ARCHEO FOOD Per informazioni scrivere a segreteria@ramfilmfestival.it. Alle 22 proiezione del film “Fall of the Maya Kings / La caduta dei re Maya” di Leif Kaldor (Canada 2022, 52’). Come gli antichi Maya abbiano costruito una società incredibile per poi scomparire rimane uno dei grandi misteri della storia. Una nuova straordinaria scoperta – il vaso KomKom – è un resoconto scritto dai Maya stessi e dettagliato, unico nel suo genere, degli eventi al momento del collasso di una civiltà ormai sopraffatta da lotte per il potere, sacrifici umani e cambiamento climatico. Alle 23, premiazioni: assegnazione del premio Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle Dei Templi dalla giuria composta da Antonio Barone, Giuseppe Lepore, Chiara Atalanta Ridolfi; e annuncio del vincitore del premio RAM film festival.

Vieste. Al Castello Svevo al via la terza edizione del Vieste Archeofilm, tre serate col cinema di archeologia arte e ambiente. In palio il premio del pubblico “Venere Sosandra”

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Il Castello Svevo di Vieste (Fg) ospita il Vieste Archeofilm 2023 (foto firenze archeofilm)

Con il film “Jurassic Cash” si apre lunedì 26 giugno 2023, alle 21.15, al Castello Svevo di Vieste la terza edizione di Vieste Archeofilm, il festival internazionale del cinema di archeologia arte e ambiente, organizzato dal Comune di Vieste, in collaborazione con Archeologia Viva (Giunti Editore) e Firenze Archeofilm, che si concluderà mercoledì 28 giugno 2023 con la premiazione in cui sarà consegnata una scultura come “Premio Venere Sosandra”.

vieste_archeofilm_2023_locandinaLa manifestazione propone tre serate – tutte a ingresso gratuito – all’insegna del grande cinema di documentazione. Tanti i temi che permetteranno al pubblico di viaggiare indietro nel tempo a partire dai fossili di dinosauro (raccontati attraverso lo spericolato business delle ossa) passando per la vera storia dei pirati lontano dalle fantasie hollywoodiane, fino all’eccezionale rinvenimento di alcune stele-menhir dal misterioso significato in Portogallo. Due film-capolavoro arricchiscono il programma di Vieste Archeofilm 2023: quello dedicato alla spettacolare cattedrale voluta da Gaudì ovvero la Sagrada Familia di Barcellona e, spostandosi in Egitto, il documentario sulla città d’oro di Luxor con uno sguardo alle ultime novità sulla vita dei grandi faraoni e del loro popolo. Tanta Puglia. Occhi puntati in questa edizione sulla storia della Puglia più antica. Ecco allora il film sulla Villa di Faragola (nel territorio di Ascoli Satriano – FG) una tra le più lussuose dimore romane erette tra III e IV sec. d.C. ripercorsa attraverso i fasti dei suoi ambienti e le sue peculiarità architettoniche. Mentre, una pellicola ad hoc è incentrata proprio sulla storia, lunga 2500 anni, dell’Isola di Sant’Eufemia, esattamente davanti a Vieste che nel corso del tempo ha ospitato il santuario-grotta intitolato a Venere Sosandra (salvatrice degli uomini). Attesa per i grandi nomi. Molti gli ospiti attesi per le consuete conversazioni /interviste a cura di Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, tra un film e l’altro, tra cui l’archeologo Giuliano Volpe che conduce gli scavi nel già citato Santuario di Venere Sosandra a Vieste (cui è dedicato peraltro il numero speciale di Archeologia Viva che verrà distribuito in omaggio nelle serate del festival), Rita Auriemma archeologa subacquea dell’università del Salento, e il noto filologo e saggista Luciano Canfora che chiuderà la kermesse.

PROGRAMMA DI LUNEDÌ 26 GIUGNO 2023. Alle 21.15, apre il film “Jurassic Cash” di Xavier Lefebvre (Francia, 52’). Segue l’incontro/intervista con Giuliano Volpe ordinario di Archeologia all’università di Bari. La seconda parte della serata prevede il film “Faragola. Un mondo ritrovato” di Claudio D’Elia (Italia, 17′). Chiude il film fuori concorso “Sosandra, una storia lunga 2500 anni” di Lorenzo Scaraggi (Italia, 19’).

PROGRAMMA DI MARTEDÌ 27 GIUGNO 2023. Alle 21.15, apre il film “La vera storia dei pirati” di Stéphane Bégoin (Francia, 52′). Segie l’incontro/intervista con Rita Auriemma, archeologa subacquea, università del Salento. Chiude la serata il film “I misteri di Cabeço da Mina” di Rui Pedro Lamy (Portogallo, 27’).

PROGRAMMA DI MERCOLEDÌ 28 GIUGNO 2023. Alle 21.15, apre il film “Sagrada Familia, la rivoluzione di Gaudì” di Marc Jampolsky (Francia, 52’). Segue l’incontro/intervista con Luciano Canfora filologo classico, storico e saggista, docente emerito dell’università di Bari. Quindi la cerimonia di premiazione con l’assegnazione del premio del pubblico “Premio Venere Sosandra – Vieste 2023”. Chiude il Vieste Archeofilm 2023 il film “Morte sul Nilo” di Manuel Pimentel Siles, Manuel Navarro Espinosa (Spagna, 29’).

Torre de’ Picenardi (Cr). Presentazione del film “Cahuachi. Labirinti nella sabbia” di Petra Paola Lucini. Introduce lo storico Bruno Festa

torre-de-picenardi_cinema_film-cahuachi_locandinaSabato 5 maggio 2023, alle 21, al cinema Soms di Torre de’ Picenardi (Cr) sarà proiettato il film “Cahuachi. Labirinti nella sabbia” di Petra Paola Lucini, voci narranti il regista Beppe Arena e l’attrice Perla Liberatori, mentre la colonna sonora è stata composta dal chitarrista Silvio Masanotti. La serata sarà introdotta dallo storico e scrittore Bruno Festa (Dorso Brescia – Corriere della Sera). Lui (Giuseppe Orefici) è un archeologo bresciano celebre per le sue ricerche sulle civiltà dell’America Latina, mentre lei (Petra Paola Lucini) è una regista cremonese appassionata “del mistero del tempo, capace di collegare, tra presente, passato e futuro, i luoghi e le persone”. Il frutto del loro legame professionale è ben riassunto in poco meno di cinquanta minuti, ovvero la durata de “Cahuachi – Labirinti nella sabbia”, un meraviglioso docu-film (prodotto da “Petra Film” e “Solari Fotostudio”, con la consulenza scientifica dello stesso Orefici) presentato, nei mesi passati, su un paio di palcoscenici di assoluto prestigio quali la “Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica” di Licodia Eubea, il “Festival Internazionale Cinema di Archeologia, Arte e Ambiente” di Firenze e la “Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico” di Rovereto.

Roma, i Carabinieri TPC restituiscono al Messico 43 reperti archeologici trafugati: vasi, sculture ed elementi votivi, di incommensurabile valore storico di diverse culture precolombiane

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Restituzione al Messico reperti trafugati: da sinistra, Generale di Brigata Vincenzo Molinese, comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale; Alejandra Frausto, ministro della Cultura del Messico; Carlos Garcia di Alba, ambasciatore del Messico in Italia (foto mic-tpc)

Non solo reperti trafugati dall’Italia che tornano a casa, ma anche reperti arrivati in Italia attraverso il mercato antiquario illegale che vengono restituiti. Succede anche questo. Il 24 marzo 2023, a Roma, nella sede dell’Ambasciata del Messico in Italia, alla presenza del ministro della Cultura messicana, Alejandra Frausto, e dell’ambasciatore del Messico in Italia Carlos Garcia di Alba, il comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, Generale di Brigata Vincenzo Molinese, ha restituito 43 reperti archeologici. Si tratta di vasi, sculture ed elementi votivi, di incommensurabile valore storico, risultati appartenenti al patrimonio culturale messicano. Le indagini hanno permesso di appurare che risalgono al periodo compreso tra il III e il VIII sec. d.C. e il XIII e il XVI sec. d.C. e che provengono dalle regioni Maya, Totonaca, Teotihuacan, nonché dall’Altipiano centrale e dalla costa del Golfo del Messico.

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Il generale Molinese illustra i reperti che i Carabinieri restituiscono al Messico (foto mic-tpc)

Riconducibili a diverse culture precolombiane, i tesori sono stati recuperati nel corso di diverse autonome indagini condotte dai Nuclei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Roma, Ancona, Napoli, Udine, coadiuvati dal Reparto Operativo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, con il coordinamento delle competenti Procure della Repubblica. Il successo investigativo è stato ottenuto grazie all’imprescindibile supporto delle autorità culturali messicane e del ministero della Cultura che, grazie a mirati esami tecnici, hanno potuto riconoscere e ricondurre ai contesti territoriali e culturali di riferimento i reperti archeologici restituiti. Fondamentale è stata l’attività di comparazione delle immagini dei reperti con quelle contenute nella Banca Dati dei Beni Culturali Illecitamente Sottratti, il più grande database al mondo di informazioni sulle opere da ricercare, gestito in via esclusiva dal Comando Tpc e che attualmente dispone di una base informativa costituita da circa 8 milioni di immagini.

Milano. Ultimi giorni al Mudec per visitare la mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca”: viaggio dalle origini all’apoteosi dell’Impero Inca

milano_mudec_mostra-machu-picchu-e-gli-imperi-d-oro-del-peru_locandinaÈ un viaggio meraviglioso – dalle origini all’apoteosi dell’Impero Inca – quello che il Mudec propone ai visitatori ancora per una settimana, fino al 19 febbraio 2023, con il grande progetto espositivo “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca”. Una mostra che attraverso manufatti plurimillenari, video, ricostruzioni immersive 3D e un allestimento per immagini che rende l’idea di un vero e proprio viaggio nel tempo, traghetterà il pubblico indietro nei millenni raccontando la storia di una civiltà tanto gloriosa quanto antica e remota e di cui spesso si conosce solo l’ultimo tassello, quello più recente e universalmente reso famoso dal ritrovamento dei resti della grande città sacra di Machu Picchu. Ma la storia del Perù inizia da molto, molto più lontano.

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Il suggestivo ingresso del percorso della mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù” al Mudec (foto mudec)

Il progetto, a cura di Ulla Holmquist direttrice del museo Larco di Lima e dell’archeologa Carole Fraresso, attraversa la storia artistica e la biodiversità andina in tutta la sua ampia dimensione geografica e profondità cronologica, per culminare con un viaggio ideale nella città inca di Machu Picchu. La mostra è promossa dal Comune di Milano-Cultura e realizzata da World Heritage Exhibitions (Cityneon Holdings) e 24 ORE Cultura, in collaborazione con il Governo del Perù e il ministero della Cultura del Perù, l’associazione Inkatera, e grazie alla collaborazione con il museo Larco di Lima, da cui provengono gli oltre 170 manufatti in mostra, opere in terracotta dalla grande espressività e perfezione tecnica, ma anche ori, argenti e tessuti. Una parte del percorso è dedicata all’avventuroso viaggio al fianco del mitico eroe della Cultura moche Ai Apaec attraverso il quale il pubblico scoprirà i misteri della cosmologia andina, muovendosi trasversalmente attraverso i tre piani dell’universo: il sopra, il qui e il sotto. “Machu-Picchu e gli Imperi d’oro del Perù” a Milano è l’esclusiva tappa italiana di un tour internazionale.

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Il percorso immersivo della mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù” al Mudec (foto mudec)

Una mostra-racconto. La mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca” è la narrazione di una storia nella Storia, uno storytelling che si dipana tra video immersivi, ricostruzioni 3D degli ambienti e delle biodiversità e soprattutto manufatti, che prima di essere reperti archeologici furono monili, tessuti e capi d’abbigliamento indossati da uomini e donne che vissero pienamente nel loro mondo e nella loro società, fatta di leggi e costumi, di conoscenze e riti, di simboli e tradizioni, di miti e leggende.

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Copricapo frontale con felini e condor in foglia d’oro della Cultura Moche (100 – 800 d.C.), conservato al museo di Lima (foto museo larco)

La mostra racconta al pubblico questo mondo scomparso, eppure ancora così contemporaneo. Il percorso conduce il pubblico all’interno della culla di una delle più grandi civiltà antiche dell’Emisfero Meridionale. Il Perù dell’età antica, eguagliato solo dall‘Antico Egitto – con cui rivaleggia in longevità – e da Roma per il livello tecnico raggiunto, ha accolto nel suo alveo società potenti e sofisticate, che prosperarono per cinquemila anni su un territorio geografico decisamente vario. Il Perù e la sua storia si estendono dalle fertili coste bagnate dalle acque dell’Oceano Pacifico, attraverso il deserto roccioso, fino al gelido altipiano andino (Altiplano Andino), per poi tuffarsi nell’area tropicale del Bacino del Rio delle Amazzoni. Adagiata su una cresta montuosa, avvolta dalla foresta nebulosa e al di sopra della foresta pluviale, la città di Machu Picchu è il simbolo, che tuttora sopravvive, del grande Impero degli Inca, la cui fine improvvisa e violenta avvenne con la Conquista spagnola terminata nel 1572.

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Veduta del sito archeologico di Machu Picchu, la città sacra sull’altopiano meridionale, Valle dell’Urubamba, in Perù (foto eduard ermanntraut unsplash)

Machu Picchu. Il percorso della mostra parte proprio da Machu Picchu, raccontando la fine della storia dei grandi regni andini, e inizia con un video immersivo che introduce il lussureggiante paesaggio andino, dove le riprese aeree individuano Machu Picchu, la cittadella di pietra patrimonio culturale e naturale UNESCO, costruita nel 1450 all’apice dell’Impero Inca, e con essa i suoi dintorni straordinari. Invisibile dal basso, Machu Picchu è una fortezza nascosta nella foresta nebulosa, protetta da due montagne sacre gemelle che affondano alla base nella foresta pluviale amazzonica. Centro religioso, osservatorio astronomico e luogo di ingegnosità e produzione agricola, Machu Picchu è un complesso formato da più di 200 strutture in pietra – templi, palazzi, “plazas” (spazi aperti), abitazioni. Protetta dall’invasione spagnola, Machu Picchu venne inglobata dalla foresta pluviale, fino a quando lo storico di Yale Hiram Bingham la rivelò al mondo nel 1911.

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Nella mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù” al Mudec gli oggetti sono sono raggruppati secondo il loro significato simbolico (foto mudec)

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La maschera funeraria che rappresenta il volto di Ai Apaec (foto mudec)

Leggere gli oggetti. In un ambiente che ricostruisce la foresta pluviale amazzonica, con le sue voci e i suoi colori, la mostra prosegue e aiuta a interpretare, o “leggere”, gli oggetti che incontreremo nell’esposizione. Pur non avendo una lingua scritta, uomini e donne delle società andine rendevano testimonianza delle storie delle collettività cui appartenevano attraverso immagini simboliche visibili sulle pareti dei templi o attraverso sculture di pietra, incisioni lignee, recipienti di ceramica, tessuti e oggetti d’oro e d’argento di incomparabile fattura. Gli oggetti sono raggruppati secondo il loro significato simbolico, ed erano questi i ‘libri’ nei quali venivano documentate le credenze, i rituali, la visione del mondo, le strutture di potere e la vita delle comunità. Vicino all’uscita, un’impressionante maschera funeraria in rame, con artigli di felino fatti di conchiglie e ornamenti per le orecchie a forma di serpente, introduce la figura dell’eroe mitologico, il capo Ai Apaec.

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Ciotola in ceramica svasata con rappresentazione di episodi di epica mitologica di Ai Apaec della cultura Moche, conservata al museo di Lima (foto mudec)

Il viaggio eroico di Ai Apaec. Il viaggio dell’eroe mitologico della Cultura Moche Ai Apaec è al centro di questa parte della mostra. Capo di una comunità rurale, Ai Apaec fu capace di imbrigliare le forze della natura e di affrontare una serie di trasformazioni che gli permetteranno di attraversare mondi diversi, fino all’estrema trasformazione, la sua stessa morte. Dopo essere rinato, l’eroe si unirà alla Madre Terra, la Pachamama, assicurando così la continuità dei cicli naturali che procurano sole e pioggia, elementi necessari per la vita. Le immagini proiettate lungo le pareti di questa sezione della mostra danno vita a una vera e propria ‘storia illustrata’, un percorso che racconta al pubblico con l’immediatezza delle immagini non solo la storia di Ai Apaec, ma attraverso le sue gesta eroiche anche i miti e il mondo simbolico che rappresenta il substrato su cui è stato costruito nei secoli l’universo culturale dell’antico Perù, e di cui è fortemente intriso ancora oggi l’immaginario religioso, simbolico e misterico del Perù contemporaneo.

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Vasi-bottiglia che rappresentano Ai Apaec a forma di granchio (foto mudec)

Vengono raccontati con il linguaggio delle immagini anche i tre mondi che coesistono simultaneamente nella cosmologia andina: Il Mondo di Sopra; il Mondo del Qui e Ora, o Mondo di Mezzo, il luogo dove le persone vivono e lavorano nelle comunità accanto agli animali, alle piante, ai fiumi e alle montagne, e infine il Mondo Basso, il mondo dell’oceano, il mondo sotterraneo, la terra che sta sotto i nostri piedi, su cui cade la pioggia e dove maturano i semi e la terra degli antenati, ovvero il luogo dove vanno le persone quando muoiono. Gli incontri che fa Ai Apaec e le sue esperienze simboleggiano le sfide del mondo naturale che uomini e donne andini si trovano a fronteggiare nel Qui e Ora. La storia mette in evidenza i cardini della cosmologia andina: come sia necessario dare per ricevere e quanto sia importante onorare gli antenati, ringraziare gli Dei e lavorare, fare sacrifici e offerte per mantenere l’equilibrio dei cicli naturali che rendono possibile la vita.

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Coppa del sacrificio cerimoniale nella mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca” al Mudec (foto mudec)

Rituali: la caccia al cervo e il Sacrificio. Il mondo andino si fonda sulla reciprocità: è necessario dare per ricevere. Affinché i cicli naturali abbiano continuità e si mantenga l’equilibrio tra i tre mondi, si devono compiere rituali, fare sacrifici e portare offerte agli Dei. Un rituale comune era rappresentato dalla caccia al cervo. L’uccisione di questi animali, cui veniva attribuito un grande valore e la cerimonia che ne conseguiva venivano eseguiti unicamente dai membri dell’élite della società, che assumevano il ruolo di predatori canalizzando il potere dei felini. La storia viene narrata con la proiezione di immagini del rituale, che sono state prese da un vaso a staffa, che riveste un’importanza fondamentale. I rituali che si eseguivano nei templi erano strettamente riservati agli sciamani e ai capi delle comunità e venivano compiuti in spazi lontani dalla vista del pubblico. Gli oggetti in esposizione raffigurano musicisti e strumenti musicali. Un ampio tamburo Nazca a forma di sciamano ha dei grandi occhi che indicano uno stato di allucinazione. Un video spiega come, similmente a quanto accadeva in molte culture antiche – come quella azteca, celta, greca e romana, tra le altre – le comunità andine praticassero sacrifici umani. Lungo la mostra ci si muove dentro uno spazio che ricrea l’interno di un tempio, dove i prigionieri venivano preparati per il sacrificio e dove erano collocati gli altari. Nel corso del rituale i guerrieri che erano stati sconfitti venivano legati con corde e, similmente ad Ai Apaec, compivano il sacrificio estremo. Nel momento in cui veniva loro tagliata la gola, essi venivano trasformati in esseri sacri. Il loro sangue – il sangue che dà la vita – veniva raccolto in coppe ed offerto ai sommi sacerdoti, cioè ai rappresentanti degli Dei.

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La galleria degli antenati nella mostra “Machu Picchu e gli Imperi d’oro del Perù. In mostra 3000 anni di civiltà dalle origini agli Inca” al Mudec (foto mudec)

Museo Larco

Sepoltura imperiale Chimu: regali in oro della Cultura Chimu dal museo Larco di Lima (foto museo larco)

L’incontro con gli antenati. Passando sotto un arco a forma di serpente, si entra in una galleria buia, illuminata da un bagliore radiante. Una sontuosa esposizione di manufatti d’oro, d’argento, di rame e di pietre preziose, culmine di maestria e talento, è collocata sullo sfondo di una lussureggiante foresta pluviale, verde e rigogliosa. È il momento dedicato agli antenati, che si presentano al visitatore nell’abbigliamento col quale furono seppelliti. I signori, le signore, i re, le regine e gli imperatori del mondo andino incarnavano gli Dei. Gli abiti preziosi ed i gioielli che indossavano simboleggiavano ciò che erano su questa terra e quello che potevano diventare dopo la morte. I capi politici e religiosi delle comunità, i governanti, personificavano le forze che rendono possibile la vita in questo luogo di acque gelide, deserti aridi e foreste pluviali tropicali. Essi erano in grado di canalizzare il potere del Sole, della Luna e delle stelle con l’oro e l’argento. I metalli preziosi che indossavano non venivano scelti per il valore monetario, bensì per ciò che rappresentavano per l’intera comunità: l’oro era il sudore del Sole e l’argento le lacrime della Luna. I metalli erano il simbolo dei poteri divini che legittimavano il potere dei governanti. Splendenti come corpi celesti, i capi davano la possibilità alla vita di prosperare per il bene dell’intera comunità. Quando morivano venivano sepolti indossando tutto lo splendore dei metalli e si trasformavano in esseri soprannaturali.

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Il sito archeologico di Machu Picchu in Perù (foto tomas sobek unsplash)

Machu Picchu oggi. Al di là della Porta del Sole, un murale di Machu Picchu incombe attraverso la foresta nebulosa. Siamo tornati alla cittadella di pietra degli Inca e siamo rientrati nel ventunesimo secolo. Alcune persone impegnate in un progetto di conservazione, che ha avuto inizio nel 1975, descrivono il loro ruolo e l’impatto della riforestazione in quest’area. Testimonianze video di sciamani e di membri delle comunità andine contemporanee spiegano al pubblico l’importanza e il potere della natura nella vita sulle Ande, il valore del Rito e del suo perpetuarsi nelle celebrazioni e nei cerimoniali, ancora oggi.

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La postazione integrata di realtà virtuale a movimento VR visivo e sonoro nella mostra del Mudec (foto mudec)

L’esperienza immersiva. La mostra offre infine l’opportunità di sperimentare – attraverso una sala immersiva a parte rispetto al percorso espositivo – una vera e propria simulazione di volo sopra la città sacra di Machu Picchu che stimolerà i sensi della vista, dell’udito e il senso del movimento attraverso una postazione integrata di realtà virtuale a movimento VR visivo e sonoro. Si potrà così provare la sensazione reale, ‘fisica’ di volare sopra i resti del Monumento Patrimonio Unesco e sopra le montagne sacre e la foresta amazzonica, in compagnia di una guida virtuale che ‘volerà’ con noi raccontando la storia di questo magico sito, accompagnandoci in un vero e proprio viaggio emozionale.

Firenze. “Storie e archeologie dell’arte amerindia: un simposio KHI – UCL sulle trasformazioni materiali nelle Americhe indigene”: dodici tra storici dell’arte, archeologi, antropologi e curatori si confrontano on line in quattro mercoledì di febbraio

firenze_kunshistorishes-institute_convegno-storie-e-archeologie-arte-amerindie_mosaico“Storie e archeologie dell’arte amerindia: un simposio KHI – UCL sulle trasformazioni materiali nelle Americhe indigene”: appuntamento articolato in quattro mercoledì, il 1°, l’8, il 15 e il 22 febbraio 2023 al Kunsthistorisches Institut in Florenz, on line su Zoom, per il simposio organizzato da Sanja Savkić Šebek (KHI in Florenz – Max-Planck-Institut & Humboldt-Universität zu Berlin), Bat-ami Artzi (CSoC, Ben-Gurion University of the Negev; ex 4A_Lab Fellow) & Elizabeth Baquedano (UCL Institute of Archaeology) nell’ambito del Dipartimento Gerhard Wolf e del “4A Laboratory: Art Histories, Archaeologies, Anthropologies, Aesthetics” (Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut), in collaborazione con UCL Institute of Archaeology. Gli eventi saranno successivamente registrati e condivisi online.

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Uno straordinario copricapo e un tessuto della cultura Nazca (200 a.C.) con piume di uccelli amazzonici e corda (collezione Ligabue)

Il simposio KHI – UCL riunisce storici dell’arte, archeologi, antropologi e curatori che condividono interessi nel potenziale trasformativo della materia e dei materiali derivanti da diverse pratiche sociali ed estetiche. Queste pratiche si manifestano nelle opere creative prodotte dalle popolazioni indigene in tutte le Americhe dai tempi antichi ad oggi. In ciascuna delle quattro sessioni, tre ricercatori metteranno in conversazione casi di studio provenienti da un insieme diversificato di tradizioni culturali indigene e affronteranno un tipo specifico di materialità. Vale a dire, affronteranno la materialità delle pietre, dei metalli, del colore, nonché la multi-materialità e le creazioni e le esperienze multisensoriali, le loro funzioni, usi e ricezione da società indigene antiche, coloniali e contemporanee del Brasile, delle Ande centrali, di Panama, della Mesoamerica e del Nord America.

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“Maschera” della cultura Teotihuacan (Messico) (foto fondazione ligabue)

La materialità è attualmente un’area di interesse della ricerca nella storia dell’arte e nell’archeologia, nonché in una serie di discipline correlate. Gli studi sulle creazioni amerindie con un “approccio pragmatico” sono particolarmente stimolanti in quanto sottolineano ulteriormente l’importanza dell’azione rituale per l’impegno con la cultura materiale. Secondo questa prospettiva, i significati delle opere (d’arte) non sono solo metaforici, ma risiedono nella scelta delle materie prime e nelle tecniche e nei processi della loro realizzazione. In quanto tali, i materiali stessi sono ciò che è privilegiato, così come lavorare con loro (in termini di una pratica di conoscenza o azione rituale). In numerosi miti amerindi, materie prime come argilla, legno, ossa, mais, tra molti altri, hanno un posto centrale. Si consideri ad esempio una tradizione Chimu della costa settentrionale peruviana che racconta l’origine del popolo come derivante da tre uova: una fatta d’oro, una d’argento e una di rame. Ciò illustra una concettualizzazione secondo cui il supporto materiale non solo si collega all’essenza stessa degli esseri umani, ma anche di altri esseri e artefatti. Inoltre, i materiali artistici non sono sostanze inerti, piuttosto si pensa che possiedano forza vitale e azione, che si esprimono pienamente attraverso il processo di creazione. In questo modo, negli sforzi per comprendere le diverse espressioni artistiche amerindie, è necessario prendere in considerazione il supporto materiale come uno strato inseparabile di qualsiasi oggetto (cioè quando la sostanza cambia da una cosa all’altra), che contribuisce al nucleo del pezzo, al suo essere, estetica e funzione.

firenze_kunshistorishes-institute_convegno-storie-e-archeologie-arte-amerindie_locandinaI partecipanti a questo simposio si occuperanno delle diverse questioni correlate: 1) l’elaborazione della materia adattata a diverse funzioni, con texture mutevoli, struttura superficiale e profonda, proprietà e qualità estetiche e di altro tipo, come la trasformazione dell’energia della luce in forme sostanziali e del colore incorporato nel materiale; 2) la materialità espressa nelle mitologie e nelle cosmologie; 3) i processi di creazione delle immagini e il potere materializzato nelle immagini; 4) materiali animati e loro agenzia; 5) la materialità come espressione del tempo, della santità, del dominio e dell’identità; 6) prospettiva olistica sull’estrazione, la trasformazione e l’uso dei materiali; 7) La tecnologia come mezzo per creare significato e valore. Inoltre, i partecipanti esploreranno gli impegni intellettuali indigeni con fenomeni materiali come la comprensione della materialità, come incarna il sacro e come le diverse materialità – umane, animali, ambientali – agiscono l’una sull’altra in contesti artistici. Dodici studiosi partecipanti presenteranno i seguenti argomenti, seguiti da domande e risposte e discussioni.

PROGRAMMA. 1° febbraio 2023, 17:00 CET / 16:00 GMT. Sessione 1: “Interazione tra materialità ed esperienza sensoriale” con Nicholas J. Saunders (università di Bristol), Max Carocci (Richmond American University London) & Paolo Fortis (Durham University). Sessione 1 Link di registrazione Zoom | Abstract & Biografie. 8 febbraio 2023, 17:00 CET / 16:00 GMT. Sessione 2: “Lavorare con la pietra” con Juan Carlos Meléndez (CNRS / Université Paris 1 – Panthéon-Sorbonne), Davide Domenici (università di Bologna) & Catherine J. Allen (George Washington University). Sessione 2 Link di registrazione Zoom | Abstract & Biografie. 15 febbraio 2023, 17:00 CET / 16:00 GMT. Sessione 3: “Tra liquido e solido: i metalli e la loro trasformazione” con Blanca Maldonado (El Colegio de Michoacán), Ana María Falchetti (ex vicedirettore del Museo del Oro, Bogotà) & Izumi Shimada (Southern Illinois University). Sessione 3 Link di registrazione Zoom | Abstract & Biografie. 22 febbraio 2023, 17:00 CET / 16:00 GMT. Sessione 4: “La materialità del colore: pigmenti, pelli dipinte e piume” con Claudia Brittenham (università di Chicago), Élodie Dupey García (Universidad Nacional Autónoma de México) & Amy Buono (Chapman University). Sessione 4 Link di registrazione Zoom | Abstract & Biografie

Licodia Eubea (Ct). Alessandra Cilio, direttore artistico, traccia un bilancio della XII edizione del Festival della Comunicazione e del Documentario archeologico e dà qualche anticipazione dell’edizione 2023. Ecco a chi sono stati assegnati i tre premi in palio

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Alessandra Cilio accompagna gli ospiti nella visita del museo Archeologico “Antonino Di Vita” di Licodia (foto rica)

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Alessandra Cilio, archeologa

Sono passate tre settimane dalla chiusura della XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema archeologico di Licodia. È tempo di bilanci. E non solo. La macchina organizzativa capitanata dai vulcanici direttori artistici Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele è già al lavoro per la prossima edizione, calendarizzata per il periodo compreso tra l’11 e il 15 ottobre 2023. “In cantiere abbiamo già messo la seconda giornata di studi Dialoghi in Badia”, anticipa Alessandra Cilio, “e si sta lavorando alla stipula di protocolli di intesa con Università e Centri di Studio italiani e stranieri, volti a una maggiore promozione dell’evento all’interno degli ambienti accademici e a una effettiva collaborazione tra il festival e queste realtà. Stiamo inoltre pensando all’attivazione di un workshop di produzione audiovisiva con professionisti del settore da riservare ad una selezione di partecipanti”. Ma non solo: “Stiamo anche pensando a un modo per coinvolgere in modo più attivo la comunità licodiana e le sue realtà locali (associazioni culturali, imprese e società), così da rendere ancora più chiaro e trasparente l’intento di questa manifestazione: la promozione della cultura audiovisiva archeologica ed antropologica, ma anche la valorizzazione intelligente dei luoghi, della gente e delle tradizioni che fanno di Licodia Eubea splendida e necessaria alla buona riuscita di questo evento, che è bello perché non vuole essere di nessuno in particolare, ma di tutti”.

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Gli “aperitivi” del Festival di Licodia sono stati garantiti dagli studenti dell’istituto Alberghiero di Modica e Chiaramonte Gulfi (foto rica)

Come è andata l’edizione 2022? “È stata un’annata difficile, questa”, cerca di sintetizzare Alessandra Cilio. “Difficile nel senso che per la prima volta abbiamo fissato, anche in fase di programmazione, l’idea di un festival diffuso, capace di portare il pubblico ad approfondire la conoscenza del paese che ospita la manifestazione, Licodia Eubea, attraverso la dislocazione di alcuni eventi collaterali in punti nevralgici come il museo “Antonino Di Vita” (proiezione del film “Noto, 1693. Il giorno della paura” in VR con visori ad hoc), la Badia (aperitivi, lunch ed esposizione permanente del progetto sonoro di Enzo Cimino “Armonizzazione Universale”), l’ex chiesa di Santa Chiara e San Benedetto (mostra “Didascalico!” di Pierluigi Longo), gli spazi esterni del teatro della legalità (mostra di fotografia “Gli Italiani” di Vittorio Daniele), le rovine del Castello Santa Pau e il borgo medievale (visite guidate e performance di Margherita Peluso e Meline Saoirse)”.

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Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio sul palco del teatro della Legalità una delle sedi del Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico di Licodia (Ct) (foto rica)

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Santo Randone, sindaco di Licodia Eubea (foto rica)

I film in concorso. “I veri protagonisti del festival sono stati, ancora una volta, i film in concorso”, continua Cilio. “Quest’anno si è deciso di aumentare il numero delle proiezioni, raddoppiandolo. Questo è stato possibile sia per via delle numerosissime richieste pervenute (oltre 400) da tutto il mondo, ma anche per la possibilità di adoperare una vera sala cinematografica messa a disposizione dal Comune di Licodia Eubea. Il Teatro della Legalità è stato inaugurato dalla XII edizione del nostro festival e di questo siamo felici. Felici anche di aver riscontrato, da parte della nuova Amministrazione del sindaco Santo Randone, un forte interesse nei confronti di questa manifestazione che, in cinque giorni, riesce a rivitalizzare l’indotto del paese e a promuoverlo dal punto di vista turistico a livello internazionale. La promozione di un territorio attraverso un evento è tanto più forte quanto più “internazionale” è la gente che vi prende parte. Quest’anno abbiamo avuto il piacere di ospitare non solo 42 film provenienti da Paesi come l’Italia, la Francia, il Belgio, l’Inghilterra, la Serbia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia, la Polonia, la Turchia, l’Iran, l’India, la Malesia, l’Indonesia, l’Egitto, gli Stati Uniti, l’Argentina e il Brasile, ma anche di accogliere un cospicuo numero di rappresentanti delle delegazioni artistiche delle opere in concorso (oltre una trentina), riunitesi a Licodia Eubea da luoghi come Istanbul, Atene, Palermo, Pisa, Barcellona, Pune, Brighton, Parigi e Pančevo, e che a Licodia Eubea, tra un film, un aperitivo e un’escursione, hanno stretto contatti e creato legami, tra di loro ma anche con i partecipanti all’evento”.

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Frame del film “Pérou, sacrifices au Royaume de Chimor” del regista francese Jerôme Semla

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Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio consegnano il premio Archeovisiva al regista Jerôme Semla (foto rica)

I film premiati. Il Premio ArcheoVisiva, assegnato al miglior film secondo la giuria di qualità, composta dai registi Jean Marc Cazenave e Stavros Papageorghiou, dal presidente del Cineclub di Roma Angelo Tantaro e da Fulvia Toscano, già membro della Sicilia Film Commission, è andato al film “Pérou, sacrifices au Royaume de Chimor” (Francia, 2022; 90’) del regista francese Jerôme Semla, tra gli ospiti presenti a Licodia. Una scoperta archeologica senza precedenti di diverse centinaia di bambini e lama sacrificati ha portato alla luce il Regno di Chimor, situato nell’attuale Perù settentrionale. Come e perché sono stati compiuti questi sacrifici? Raccontata come un “cold case”, questa indagine archeologica internazionale è destinata a rivelare i misteri della più potente civiltà andina prima degli Incas, che prosperò per oltre cinque secoli. Questa la motivazione: “Si tratta di un film particolare, perché osa affrontare un argomento difficile come il rituale dei sacrifici umani, facendolo con abilità, seguendo indagini rigorosamente scientifiche, e mostrando rispetto ed empatia nei confronti delle vittime. È stato commovente anche perché ci sentiamo vicini agli scienziati, il cui destino è quello di indagare e studiare quell’enorme scena del crimine. Abbiamo apprezzato la sensibilità della sceneggiatura, la fotografia accurata e la regia elegante. La promessa di raccontare una grande storia in 90 minuti è stata mantenuta”.

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Frame del film “Mamody, the last baobab digger” di Cyrille Cornu,

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La cerimonia di consegna del Premio Archeoclub d’Italia con Mariada Pansera, presidente Archeoclub d’Italia di Augusta, al film più votato dal pubblico in sala alla XII edizione del Festival di Licodia (foto rica)

Il Premio Archeoclub d’Italia, per il film più apprezzato dal pubblico che ha partecipato alle proiezioni in sala, è stato assegnato al film “Mamody, the last baobab digger” (Francia, 2022; 48’), di Cyrille Cornu,. A consegnare il premio, Mariada Pansera, presidente dell’Archeoclub d’Italia di Augusta. Nel sud-ovest del Madagascar, l’altopiano di Mahafaly è una terra estremamente arida. Qui le piogge cadono solo poche volte all’anno. In queste condizioni di vita molto difficili, gli abitanti del piccolo villaggio di Ampotaka hanno trovato una soluzione unica per immagazzinare acqua.

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Maria Antonietta Rizzo Di Vita, docente di Etruscologia e antichità all’università di Macerata e vedova del noto archeologo, consegna il premio Antonino Di Vita a Eugenio Farioli Vecchioli, autore e regista televisivo (foto rica)

Premio Antonino Di Vita. È andato a Eugenio Farioli Vecchioli, autore e regista televisivo, il Premio Antonino Di Vita dell’XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico di Licodia Eubea, assegnato a una personalità distintasi per particolari meriti nella valorizzazione e promozione del patrimonio artistico e culturale. A consegnarlo è stata Maria Antonietta Rizzo Di Vita, docente di Etruscologia e antichità all’università di Macerata e vedova del noto archeologo, con queste motivazioni: “Regista e sceneggiatore di documentari, è autore di programmi televisivi dedicati al patrimonio culturale nazionale e internazionale. Il suo lavoro si distingue per la scelta di promuovere una comunicazione archeologica di alto livello, capace di coniugare il rigore scientifico alla grammatica filmica, raggiungendo il grande pubblico attraverso un medium di massa come la tv senza mai scivolare nell’omologazione. Per aver dato voce a quel vasto patrimonio diffuso minore che fatica a emergere oltre i confini locali, ma anche alle “minoranze” della Grande Storia; per l’azione consapevolizzante del valore sociale delle professionalità legate al patrimonio culturale, ma anche per la trasversalità dei temi trattati, capaci di suggerire sempre una rilettura dell’Antico alla luce del nostro tempo; per la capacità di rendere l’Uomo, quello di ieri così come quello di oggi, protagonista del suo racconto”.

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L’apertura in Badia della Prima Giornata di Studi dedicata alla comunicazione del patrimonio culturale (foto rica)

Non solo film. “Abbiamo cercato di diversificare l’offerta culturale, declinandola in tutte le sue possibili accezioni”, riprende Alessandra Cilio. “Per cominciare, il 12 ottobre abbiamo inaugurato la Prima Giornata di Studi dedicata alla comunicazione del patrimonio culturale. Si è deciso di strutturarla in tre sessioni principali (editoria, audiovisivo e accessibilità/inclusività), dando parola a 12 specialisti del settore che portassero sul banco i risultati delle loro personali esperienze e dessero vita, assieme ai partecipanti (studenti universitari, operatori museali, professionisti e semplici appassionati) ad un dibattito costruttivo, ad un dialogo (come recita il titolo dell’evento: “Dialoghi in Badia”) finalizzato ad un’analisi basata su fatti concreti di temi spesso affrontati in maniera astratta all’interno di università e luoghi di lavoro. La qualità dei relatori e la partecipazione attiva del pubblico ci ha fatto comprendere quanto sia importante, all’interno del nostro festival, stabilire simili momenti di riflessione, e ci ha portato a decidere di pubblicare, nei prossimi mesi, gli Atti ufficiali della giornata, in attesa di una seconda e altrettanto ricca edizione”.

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Margherita Peluso nella performance Armonizzazione Universale alla XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema archeologico (foto rica)

Arti visive. “Come sempre, abbiamo mantenuto l’appuntamento con gli amanti della fotografia e delle arti visive, ospitando due preziose mostre in prima assoluta: una di fotografia, Gli Italiani di Vittorio Daniele, ed una di grafica, Didascalico! di Pierluigi Longo. I locali della Badia sono stati inoltre lo spazio scelto dal sound artist Enzo Cimino per le sue istallazioni, che hanno messo insieme il potere evocativo della natura con quello delle sonorità generate dalle stesse piante attraverso un complesso sistema di mixer e sintetizzatori. Il centro storico, invece, si è trasformato in teatro all’aperto, grazie alle esibizioni di Meline Saoirse e Margherita Peluso, che ancora una volta ha sottolineato l’importanza del legame tra gli uomini ma anche tra l’essere umano, la Terra e la Memoria”.

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Incontro con Carmelo Siciliano alla XII edizione del Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico di Licodia (foto rica)

Incontri. “Non abbiamo trascurato neanche la musica, invitando Carmelo Siciliano a parlare del suo ultimo libro Sentire la Grecia. In viaggio fra musiche e tradizioni, una vera e propria guida di viaggio che illustra le peculiarità delle regioni della Grecia e delle sue isole attraverso le danze e le sonorità. Sonorità che sono state regalate anche al pubblico licodiano la sera del 15 ottobre attraverso una serie di suggestivi brani suonati dall’autore, affermato musicista, con bouzouki e oud. E l’antropologo Dario Piombino Mascali, studioso di chiara fama e al tempo stesso uomo dalla spiccata sensibilità, ha trattato un tema toccante, quello del complesso rapporto tra morte e infanzia, collegandosi ad alcune delle opere in concorso nella giornata del 14 ottobre, come Ninos de los Andes di Aldana Loiseau (Argentina)  e Pérou, sacrifices ou Royaume de Chimor di Jerome Scemla (Francia)”.

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La proiezione del film in Virtual Reality “Noto (1693). Il giorno della paura” al museo civico “Antonino Di Vita” (foto rica)

Le proiezioni del film in Virtual Reality “Noto (1693). Il giorno della paura” sono avvenute all’interno del museo civico “Antonino Di Vita”. “Per gentile concessione del Comune di Noto è stato possibile offrire un’esperienza immersiva a quanti facessero richiesta, adoperando gli speciali visori che rendono la proiezione del film estremamente affascinante. L’idea di dislocare la VR experience in un luogo relativamente “decentrato” dalla sala proiezioni si è rivelata vincente proprio per il cospicuo numero di presenze registrate che, nell’attesa del proprio turno, hanno potuto visitare gli spazi espositivi del museo archeologico, incrementando così la propria conoscenza del sito che ospita il festival e delle sue più rilevanti testimonianze materiali”.

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Il desk e il bookshop del Festival della Comunicazione e del Cinema Archeologico di Licodia (foto rica)

Qualche considerazione finale. “Se il “confine” (parola che suona come il leit motiv di questa annata) può essere declinato tanto dal punto di vista geografico che culturale, funziona anche quando si parla di cinema: di chi, cioè, lo fa e di chi lo fruisce. Un festival è questo: una festa, nella quale ci si riunisce. E in cui simili barriere, eccezionalmente, cadono, rivelando la profonda umanità che sta dietro proprio chi fa il cinema e chi lo guarda. Il collante? Sempre lui: l’Uomo. Di oggi, di ieri, di domani. Con le sue credenze, le sue fragilità, le sue convinzioni. Con la sua Arte, anche”, commenta Alessandra Cilio, che conclude: “Sono contenta della varietà data al cartellone di quest’anno. Io e Lorenzo siamo riusciti a mettere insieme diverse premiere e film di recente produzione interessanti, piacevoli. La programmazione ha cercato di tener conto del tema sviluppato nell’opera, ma anche della provenienza, del genere (documentario classico, docu-drama, docu-fiction, cortometraggio, corto animato) e della durata, così da soddisfare diversi target di pubblico. Siamo soddisfatti anche dei risultati relativi al Premio Internazionale della Giuria di Qualità “Archeovisiva” e al Premio “Archeoclub d’Italia”; quest’ultimo, decretato dal pubblico, permette di avere una interessante restituzione del gradimento delle opere in concorso durante le cinque giornate”.

Gambolò (Pv). Al via “Ciak: si scava!”, Festival internazionale del Cinema di Archeologia: due giorni con i migliori film del RAM film festival. Tra i temi toccati ecologia, cambiamenti climatici, rapporto uomo-acqua, distruzione del patrimonio culturale in Afghanistan e Siria

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Il castello Beccaria-Litta a Gambolò (Pv) che ospita “Ciak: si scava!” (foto comune di gambolò)

Dall’ecologia ai cambiamenti climatici contemporanei, dal rapporto fra l’uomo e l’acqua al dramma delle distruzioni del patrimonio culturale in Afghanistan e non solo, all’aggressività dei potentati economici a scapito delle comunità: sono alcuni temi toccati dai film in programma a “Ciak: si scava!”, il Festival internazionale del Cinema di Archeologia organizzato dal museo Archeologico di Lomellino e il Comune di Gambolò, in collaborazione con la Fondazione museo civico di Rovereto, il RAM film festival e la rivista Archeo, al via a Gambolò (Pv), nella splendida cornice del Castello Beccaria-Litta, sabato 5 e domenica 6 novembre 2022. Saranno proiettate le migliori e più recenti produzioni internazionali di cinema archeologico, che richiameranno argomenti di estrema attualità, lasciando agli spettatori diversi spunti di riflessione: occasione di apprezzare film e documentari di grande valore culturale, che non trovano spazi nella distribuzione cinematografia ordinaria e nelle piattaforme digitali. L’ingresso è libero ed è gradita la prenotazione al numero di telefono +39 349 8929645. Verranno assegnati Il Festival prevede l’assegnazione di due premi: il premio Città di Gambolò al film più votato dal pubblico, il premio Museo Archeologico Lomellino a quello scelto dalla giuria.

gambolò_castello_ciak-si-scava_programma_locandinaPROGRAMMA Sabato 5 novembre 2022. Alle 17, apre la manifestazione il film “La caduta dei re Maya / Fall of the Maya Kings” di Leif Kaldor (Canada, 52’, 2022). Seguono il film “Volti e segreti delle donne romane / Portraits and Secrets of Roman Women” di Gianmarco D’Agostino (Italia, 4’, 2021) e il film “Il dono dei ghiacciai. Come le ere glaciali hanno formato l’Europa / Gift of the Glaciers. How the Ice Ages Shaped Europe” di Heiko De Groot (Germania, 52’, 2021). Dopo il buffet, alle 21, il film “Il giuramento di Ciriaco / The Oath of Cyriac” di Olivier Bourgeois (Andorra, 2021, 72’); chiude il film “Osmildo” di Pedro Daldegan (Brasile, 2019, 27′). Domenica 6 novembre 2022. Alle 10, apre il film “Antica trasversale sicula. Il cammino della dea madre” di Francesco Bocchieri (Italia, 2021, 79’). Segue il film “Cronache di donne leggendarie Hatshepsut e Nefertiti: l’Egitto delle regine” di Graziano Conversano (Italia, 35’, 2022). Dopo la pausa pranzo, alle 15, si riprende con il film “Afghanistan. Tracce di una cultura sfregiata” di Alberto Castellani (Italia, 2022, 52′). Segue il film “Le vie del rame” di Davide Dalpiaz (Italia, 2021, 7’). Chiude la rassegna “Mamody, l’ultimo scavatore di baobab / Mamody, the Last Baobab Digger” di Cyrille Cornu (Francia, 2022, 52’).