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Firenze. Al via il ciclo “Incontri al Museo” archeologico nazionale: otto appuntamenti in sei mesi. Si inizia con un approfondimento di Luigi Donati sul simposio etrusco e greco

Alcune kylix conservate al museo Archeologico nazionale di Firenze con scene di simposio (foto Maf)

L’invito per l’incontro al Maf con Luigi Donati dell’Accademia Etrusca di Cortona sul simposio tra gli etruschi e i greci

Otto incontri distribuiti in sei mesi, da gennaio a giugno 2020: il nuovo ciclo di “Incontri al Museo”, proposto dal museo Archeologico nazionale di Firenze, che attraverserà un’intera stagione e si concluderà a giugno 2020. Anche quest’anno studiosi e appassionati di archeologia e storia dell’arte condivideranno con il pubblico la comune passione per le antiche civiltà nelle conferenze in programma, come di consueto il giovedì alle 17, al piano terra del museo Archeologico di Firenze, nel mediceo Palazzo della Crocetta. Tutti gli incontri sono a ingresso libero fino a esaurimento posti. Per informazioni: tel. 055.2357717, 2357744, 2357768, 2357704. Si inizia giovedì 16 gennaio 2020, alle 17, con la conferenza “Nunc est bibendum! Simposi etruschi e greci: analogie e differenze nell’uso del vino” di Luigi Donati dell’Accademia Etrusca di Cortona. Gli altri appuntamenti in calendario: giovedì 13 febbraio 2020, Stefania Berutti (archeologa) su “Un “addio al nubilato” su una hydria del Museo Archeologico di Firenze”; giovedì 12 marzo 2020, Anna Revedin (Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria) su “Legno, farina… tracce inaspettate del più antico popolamento della Toscana”; Giovedì 2 aprile 2020, Paolo Persano (Scuola Normale Superiore, Pisa) su “Antiope perde la testa! Nuove ricerche sulle sculture frontonali del tempio di Apollo Daphnephoros a Eretria”; Giovedì 30 aprile 2020, Graziella Becatti (Université Catholique de Louvain, Belgio) su “Hypnos-Somnus: il dio del sonno, un demone custode”; Giovedì 14 maggio 2020, Alessandro Diana (Scuola Normale Superiore, Pisa) su “Atene e Firenze fra Medioevo e Rinascimento: il ducato degli Acciaiuoli”; giovedì 28 maggio 2020, Anna Maria D’Onofrio (Università “L’Orientale”, Napoli) su “I kouroi e i canoni della perfezione maschile nella Grecia arcaica”. Il ciclo chiude giovedì 4 giugno 2020 con Vincenzo Baldoni (Università di Bologna) su “Nuove scoperte a Numana e nel Piceno preromano”.

Novità al museo Archeologico nazionale di Altino (Ve): al via il ciclo “Reperto Riscoperto”, con l’esposizione di oggetti provenienti dai depositi. Si inizia col bronzetto etrusco-padano Paride Arciere

Paride Arciere, bronzetto di produzione etrusco-padana (prima metà V sec. a.C.) conservato al museo Archeologico nazionale di Altino (foto museo Altino)

“L’eroe, inginocchiato, è ritratto nell’atto di incordare l’arco, trattenuto tra le dita del piede sinistro. Evidente è la concentrazione del volto, dominato dai grandi occhi: le rughe che solcano la fronte ne accentuano la tensione”. Inizia così la scheda sul bronzetto di Paride Arciere curata da Margherita Tirelli, già direttore del museo Archeologico nazionale di Altino per il catalogo della mostra “Venetkens. Viaggio nella terra dei Venti antichi”. Proprio il Paride Arciere”, normalmente custodito nei depositi del museo, è il protagonista del primo evento del ciclo “Reperto Riscoperto”, che al museo Archeologico nazionale di Altino (Ve) vedrà periodicamente esposti reperti particolarmente interessanti provenienti dai magazzini e presentati al pubblico. L’esposizione del Paride Arciere, dal 12 al 31 gennaio 2020, rappresenta una delle novità del museo di Altino. Il bronzetto fu prodotto nell’Etruria padana nel secondo venticinquennio del V secolo a.C., e fu rinvenuto durante gli scavi del santuario del dio Altino al quale un devoto lo donò come ex voto. “Il principe troiano”, continua Tirelli, “indossa, al di sopra di una corta tunica, una corazza con spallacci, fittamente decorata da file di puntini e occhi di dado, e sul capo porta un elmo a forma di rapace., le cui lunghe code scendono a coprire la nuca. Gambali a reticolo e faretra, stretta sotto il braccio, ne completano l’armamento. Le appendici forate di fissaggio, presenti sotto i piedi, unitamente alle evidenti tracce di usura rilevabili alle spalle, che costituiscono l’appiglio più immediato, richiamano la funzione originaria del bronzetto, in cui è individuabile la presa di un coperchio di una cista o forse anche l’applique dell’ansa di un cratere, solo in seguito – conclude – trasformato in un ex voto a sé stante, secondo una prassi che conosce vari precedenti”.

Paestum. Dalla scoperta del tempietto dorico allo scavo del Tempio della Pace, alle ricerche nel quartiere abitativo: un’intensa attività di ricerca che il direttore del parco archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel, illustrerà a Verona nell’incontro “Il museo che scava. Nuove scoperte archeologiche a Paestum e nel suo territorio”

Il parco archeologico di Paestum, patrimonio Unesco

Due scoperte in pochi giorni a Paestum: nel santuario di Athena una testa tardo-arcaica, forse parte di una metopa; nel tempio della Pace un frammento di scultura architettonica. È successo lo scorso settembre (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/18/due-scoperte-in-pochi-giorni-a-paestum-nel-santuario-di-athena-una-testa-tardo-arcaica-forse-parte-di-una-metopa-nel-tempio-della-pace-un-frammento-di-scultura-architettonica/). E qualche mese prima, a giugno, lungo le mura sono stati scoperti alcuni frammenti di un edificio sacro del V sec. a.C., probabilmente un tempio dorico, per il cui recupero è stata lanciata una raccolta fondi con l’Art bonus per riportare alla luce l’importante monumento che è stato definito un “gioiello dell’architettura dorica tardo-arcaica” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/27/paestum-lancia-una-raccolta-fondi-con-lartbonus-per-riportare-alla-luce-il-tempio-dorico-individuato-allinizio-dellestate-lungo-le-mura-emersi-alcuni-frammenti-di-un-edificio-sacr/).

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum

E una prima risposta è venuta dal Cnr che dal 14 al 17 novembre 2019 ha avviato una prospezione geofisica, in grado di rilevare tracce sotterranee con metodi non-invasivi, che ha permesso di individuare un’anomalia in corrispondenza al ritrovamento degli elementi in superficie, in via ipotetica identificabile con il tempio smembrato. E mentre a fine settembre si concludeva lo scavo al Tempio della Pace, a ottobre iniziava quello al quartiere abitativo. Di tutta questa intensa attività di ricerca il direttore del parco archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel, parlerà martedì 14 gennaio 2020, alle 17.30, a Verona, all’auditorium del Palazzo della Gran Guardia, nell’incontro “Il museo che scava. Nuove scoperte archeologiche a Paestum e nel suo territorio”.

Il capitello dorico che ha rivelato l’esistenza di un tempietto dorico a Paestum (foto parco archeologico Paestum)

Tempio dorico trovato a Paestum: c’è una traccia “calda” trovata dal Cnr. La prospezione è stata condotta in collaborazione con il Parco e il ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (MiBACT), da un team multi-disciplinare dell’Istituto di metodologie per l’analisi ambientale (Imaa) e dell’Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente (Irea) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), sotto la direzione scientifica di Enzo Rizzo e Francesco Soldovieri. Coinvolti i ricercatori Ilaria Catapano, Luigi Capozzoli, Gregory De Martino, Gianluca Gennarelli e Giovanni Ludeno. Nelle elaborazioni prodotte dagli scienziati del Cnr si vede una struttura rettangolare di 6 x 12 m circa. “Dimensioni che andrebbero bene con quanto abbiamo ricostruito in base agli elementi trovati in superficie, i quali permettono di ipotizzare un intercolunnio di 1,68 m”, commenta Zuchtriegel. “Quello che ci ha sorpreso è la struttura interna che si intravede: ci sembra essere un corpo centrale, una cella, circondata da un portico. Ma un tale tipo di impianto, chiamato periptero in virtù del fatto che è completamente circondato da colonne, di solito non viene adottato per edifici così piccoli, ma solo per grandi templi come quello di Nettuno a Paestum. Pertanto solo uno scavo scientifico potrà dare risposte certe”.

Il team del Cnr con il georadar a Paestum alla ricerca di tracce del tempietto dorico (foto parco archeologico Paestum)

La mappa del tempietto emersa con l’indagine del georadar (foto parco archeologico Paestum)

“Il team multidisciplinare del Cnr, costituito da Imaa e Irea, che da diversi anni in stretta collaborazione si occupa di esplorazione del sottosuolo, ha lavorato secondo un approccio multidisciplinare andando da una indagine a grande scala, come quella geomagnetica che ha investigato per circa 2 ettari individuando le zone di maggiore interesse archeologico, ad una investigazione di dettaglio”, interviene Enzo Rizzo (Cnr -Imaa). “In una di queste aree”, continua Francesco Soldovieri (Cnr – Irea), “è stata condotta una campagna di prospezioni georadar. L’analisi dei dati georadar grazie ad approcci di elaborazione sviluppati dall’Irea ha permesso di identificare la planimetria di un ipotetico tempietto e la sua profondità di circa un metro”. L’informazione sulla planimetria dell’impianto sepolto ha indotto gli archeologici e il direttore del parco archeologico di Paestum a ritenere che il rinvenimento non sia relativo ad un sacello (come ipotizzato a valle dei ritrovamenti di giugno 2019), ma ad un tempio periptero e questo ha dato ulteriore valore alla scoperta. Non esistono tempi peripteri cosi piccoli nell’arte sacra greca; forse, un lontano confronto è solo con un altare a Selinunte, databile intorno alla metà del V sec. a.C. Inoltre, il tempietto rappresenta la prima testimonianza dell’ingresso di un nuovo stile “classico” del dorico a Paestum e, oltre ad avere una funzione culturale (forse era un santuario), sembra un “modellino” per mostrare alla committenza questo nuovo stile architettonico, poi utilizzato nella costruzione del Tempio di Nettuno. Quest’ultimo non solo è il più grande tempio di Paestum e quello meglio conservato ma rappresenta anche la declinazione classica dell’architettura templare greca.

La campagna di scavo al cosiddetto Tempio della Pace di Paestum (foto parco archeologico Paestum)

Reperti recuperati nello scavo al Tempio della Pace (foto parco archeologico Paestum)

Tempio della Pace a Paestum. Conclusa la campagna di scavo al cosiddetto Tempio della Pace, l’edificio di culto romano di Paestum che ancora lascia tanti interrogativi aperti. Gli scavi sono stati diretti dal prof. Jon Albers dell’università di Bochum in Germania, con la partecipazione di studenti e dottorandi dal suo ateneo e da altre università, tra cui quella di Bonn. La prima campagna di scavo dopo più di quarant’anni presso il più grande tempio romano di Paestum – città famosa soprattutto per i tre templi dorici d’epoca greca – non ha risolto tutte le questioni discusse ancora tra gli studiosi, quale per esempio la cronologia precisa delle varie fasi dell’edificio e il suo rapporto con l’impianto del foro, ma ha aperto importanti prospettive. Tra gli elementi nuovi più significativi, spicca una costruzione più antica emersa sotto l’altare del tempio, orientata in maniera leggermente diversa rispetto all’altare d’epoca romana e in linea con i templi greci, che potrebbe indicare una fase precedente del culto in quest’area. Inoltre, un frammento di una testa in travertino, proveniente dagli scavi all’interno del podio del tempio dove pare fosse stata depositata nell’ambito di lavori di spogliazione in epoca post-antica, testimonierebbe la ricca decorazione scultorea che adornava i capitelli del tempio c.d. della Pace, il quale sorge in mezzo ai monumenti dorici della città magno-greca. “Chi ha costruito questo tempio”, spiega il prof. Albers, “doveva confrontarsi con la tradizione dell’architettura sacra greca che proprio nei templi dorici di Paestum ha trovato una delle sue massime espressioni; ciò potrebbe spiegare alcune peculiarità stilistiche dell’edificio più recente e della sua decorazione scultorea. Stiamo parlando di un tempio con colonne corinzie e capitelli figurati e con un fregio dorico, un po’ anomalo”.

Ricerche archeologiche nel quartiere abitativo di Paestum (foto parco archeologico Paestum)

Scavi stratigrafici nel quartiere abitativo di Paestum. L’obiettivo è di indagare meglio l’architettura domestica e la vita quotidiana all’ombra dei tre templi dorici di VI e V sec. a.C., emblemi della Magna Grecia. Lo scavo di una struttura in grandi blocchi, presumibilmente una suntuosa dimora appartenente all’epoca tardo-arcaica (intorno al 500 a.C.), fu avviato tre anni fa dal direttore del sito, Gabriel Zuchtriegel, nominato nell’ambito dell’autonomia concessa al Parco Archeologico di Paestum dall’allora (e attuale) ministro Dario Franceschini. Nel frattempo, le indagini si sono allargate a un’abitazione adiacente, costruita in maniera più modesta. Come sottolinea il direttore, “desta interesse proprio la varietà economica e sociale in questo periodo cruciale per la città. Vogliamo comprendere meglio le dinamiche sociali e il tessuto economico che hanno permesso la realizzazione di opere come i templi dorici di Paestum e la Tomba del Tuffatore. Al tempo stesso, vogliamo rendere i visitatori e le scuole partecipi: come ogni anno, potranno seguire le attività di scavo durante visite quotidiane e sui social del Parco”. Anche quest’anno, lo scavo beneficia di due borse di studio finanziate dal Pastificio G. Di Martino – proprietario del marchio Antonio Amato. Due giovani archeologi, Rachele Cava e Guglielmo Strapazzon, sono stati selezionati sulla base di un bando nazionale e seguono le operazioni sul posto. Il progetto #ilgustodellascoperta è stato avviato nel 2016 con una sponsorizzazione del Pastificio Antonio Amato che aveva destinato un contributo di 45mila euro per finanziare due borse di ricerca per tre anni.

Tutti potranno seguire costantemente l’aggiornamento delle indagini in corso: l’appuntamento è dal lunedì al venerdì, alle 11.45, nell’area archeologica di Paestum dove gli archeologi accompagneranno il pubblico in una visita guidata allo scavo. Inoltre lo scavo può essere seguito anche sui canali social del Parco Archeologico di Paestum e di Pasta Antonio Amato, seguendo l’hashtag #ilgustodellascoperta su Facebook, Instagram, Twitter e YouTube e anche su Repubblica Web Tv, dove saranno trasmessi dei video con gli approfondimenti sul lavoro degli archeologi e sui metodi e sugli strumenti propri della ricerca. “È questa la nostra missione – conclude il direttore – raccontare a tutti la ricerca archeologica in ogni suo aspetto; l’archeologia vera non ha nulla a vedere con i ‘tesori’, ma con la ricostruzione della vita, anche dei poveri. Visto così, un coccio di ceramica comune è importante quanto un anello d’oro; sono tutti documenti storici”.

A Mendrisio (Svizzera) la mostra “INDIA ANTICA. Capolavori dal collezionismo svizzero”, occasione per conoscere i tesori di una cultura millenaria che ha sempre affascinato anche l’Occidente

Scena dal Māndhātā Jātaka Andhra Pradesh (II secolo d.C.) (foto museo di Mendrisio)

Bodhisattva, arte del Gandhara (III – IV sec. d.C.) (foto museo di Mendrisio)

Ancora poche settimane per un tuffo nel variegato e vasto mondo dell’antica arte indiana. Occasione è la mostra “INDIA ANTICA. Capolavori dal collezionismo svizzero” aperta nel museo d’Arte di Mendrisio (Svizzera) fino al 26 gennaio 2020: “Una mostra splendida, con opere di grande pregio e preziosi reperti, che permette di conoscere i tesori di una cultura millenaria che ha sempre affascinato anche l’Occidente”. Dopo le mostre dedicate all’arte giapponese, all’arte africana e alle antichità classiche greche e romane, il museo di Mendrisio intende così continuare, accanto al ricorrente programma dedicato all’arte del ‘900, nella sua linea di proposte espositive volta a mettere in luce tesori di grandi civiltà antiche, al di fuori della tradizione europea del moderno. Gli oggetti esposti – oltre 70 sculture di piccole, medie e grandi dimensioni – non pretendono di essere rappresentativi dell’arte antica indiana nel suo insieme, ma costituiscono comunque una straordinaria introduzione a vasto raggio sull’arte antica di una delle nostre più complesse e affascinanti civiltà. La scelta del curatore Christian Luczanits, tra i massimi esperti europei di arte indiana, rispecchia quello che è l’interesse occidentale nell’antica arte indiana, con una predominanza di temi buddisti e pacifici.

Testa del Budda, arte del Gandhara (IV – V sec. d.C.) (foto museo di Mendrisio)

Culla di tre religioni – buddismo, induismo e giainismo – ancora oggi in vigore, l’India ha un patrimonio culturale estremamente ricco, anche se si è preservato solo quello composto da materiali durevoli. Questo patrimonio racconta del rapporto dell’umanità con le forze ultraterrene che la governano e con l’universo in generale. Di conseguenza, l’India è ricca di divinità di vario genere che rappresentano queste forze e il loro travalicamento. Il significato di queste divinità è costantemente rielaborato, e anche qualora il suo nome non cambiasse, la divinità è tutt’altro che statica.

Vāgīśvarī (fine IV secolo d.C.) (foto museo di Mendrisio)

Curata da Christian Luczanits, esperto di arte indiana alla London School of Oriental and African Studies, la mostra si concentra sulle trasformazioni che queste divinità subiscono dalle prime rappresentazioni figurative alle più tarde forme espressive esoteriche (tantriche). I cambiamenti di significato derivano solo in parte dai testi relativi alle divinità; tuttavia, le immagini parlano anche da sole e in relazione ad associazioni poetiche atemporali. Una yakṣī, una sorta di spirito naturale femminile responsabile della fertilità e del benessere, può chiacchierare con un pappagallo per evitare che riveli ciò che è successo la sera precedente. Al contrario, un Budda seduto e riccamente decorato allude a un risveglio che è stato reinterpretato dal punto di vista del buddismo esoterico.

Bodhisattva Maitreya, arte del Gandhara (II – III sec. d.C.) (foto museo di Mendrisio)

Pur senza la pretesa di essere rappresentativa della totalità dell’antica arte indiana, la mostra copre aree essenziali. La selezione è stata operata sulla base dei criteri di qualità e disponibilità. La mostra è suddivisa in nove sezioni: Metafore poetiche; Animali leggendari; Tradizioni a confronto; Storie edificanti; Poteri femminili; Diramazioni esoteriche; Miracoli; Coppia divina; Divinità cosmica. Sono esposte sculture provenienti da varie regioni dell’India, Pakistan e Afghanistan. La datazione delle opere si estende su 14 secoli, dal II secolo a.C. al XII secolo d.C.

“ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume”: a Bolzano la mostra fotografica di Lucio Rosa, reportage sui gruppi etnici (molti a rischio estinzione) che popolano la bassa valle del fiume Omo

La locandina della mostra fotografica di Lucio Rosa “ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume” alla Galleria civica di Bolzano (foto Lucio Rosa)

La galleria civica di Bolzano (foto Lucio Rosa)

L’Africa resta nel suo cuore, perché quella vera per ora è irraggiungibile. Così Luco Rosa, il regista fotografo, veneziano di nascita e bolzanino di adozione, da quasi mezzo secolo impegnato nella realizzazione di film documentari, reportage anche fotografici, programmi televisivi, per televisioni nazionali ed estere, l’Africa ha deciso di portarla nella sua Bolzano con la mostra fotografica “ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume” alla Galleria civica di piazza Domenicani dal 9 al 28 gennaio 2020 (vernice l’8 gennaio, alle 18). “È un’Africa profonda, quella del sud della valle dell’Omo”, sintetizza Lucio Rosa. “Il tempo resta sospeso, quasi voltando le spalle. Si cela nel lungo passato, dal quale emergono tracce tuttora vivide”. Nella bassa valle del fiume Omo, in Etiopia, esistono ancora dei luoghi che conservano, in una dimensione senza tempo, un incredibile mosaico di razze e di gruppi etnici, vive tracce di antiche tradizioni, una commistione tra le radici dell’uomo e la natura. Natura e uomo, indissolubilmente intrecciati, danno forma a razze e gruppi etnici adagiati su un mosaico multiforme. Un microcosmo fragile e compatto preserva i tratti dei Dassanech, dei Karo, dei Borana, dei Konso, degli Hamer, degli Arbore, dei Mursi. “Per potersi avvicinare a questo mondo, cercare di comprendere l’anima originaria delle tribù che qui vivono”, spiega il regista, “dobbiamo abbandonare le nostre certezze ed ogni pregiudizio occidentale. Solo così si può cogliere la ricchezza di culture di un mondo da noi così distante e cogliere l’autentica Africa, l’anima originaria di genti “lontane”. Eppure, perfettamente visibili, queste isole arcaiche non si sottraggono del tutto alla vista delle nostre presunte civiltà globalizzate”. La minaccia resta intatta e la distruzione di queste fragili e preziose culture è sempre una previsione per taluni fin troppo facile. “Sarà così?” è l’emblematica domanda-denuncia che Lucio Rosa lancia attraverso la mostra a quanti sono in potere di fare qualcosa.

La cartina della bassa valle dell’Omo in Etiopia con i gruppi etnici presenti

Etiopia “Land Grabbing”. È dal 2008 che in tutta la bassa valle dell’Omo si sta verificando un rapido cambiamento delle condizioni di vita a scapito dei deboli della Terra, come sono i gruppi etnici che qui cercano di sopravvivere. Il governo etiope disbosca ampi territori sottraendoli brutalmente ai gruppi tribali distruggendo i loro pascoli. E il bestiame è l’unica fonte di sostentamento di questa gente. Questi vastissimi territori vengono dati in concessione ad imprese multinazionali malesi, finlandesi, turche, olandesi, italiane, coreane, specializzate nella coltivazione della canna da zucchero, cotone, palma da olio, mais per produrre biocarburanti. I gruppi etnici che vivono nella bassa valle dell’Omo e che non dispongono più degli spazi necessari per la vita dei loro armenti, sono destinati a scomparire. O diventano braccianti agricoli, perdendo la loro identità, costretti ad accettare salari da sfruttamento imposti dalle multinazionali, oppure sono costretti ad andarsene, non si sa dove. Chi si oppone e fa resistenza rischia il carcere o l’isolamento in villaggi “riserva”. E così sparirà da questi luoghi anche il turismo, culturale o non che sia, che ancora oggi è attratto da questo mondo “antico” e da queste “lontane” culture.

Una donna del gruppo etnico Dassanech (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Dassanech. Nella parte più meridionale della valle dell’Omo, in un territorio semi arido, non lontano dal delta del fiume Omo che si spinge in Kenya verso il lago Turkana, vivono i Dassanech, il “Popolo del delta”. Sono una popolazione di circa 30mila individui. Originariamente erano stanziati in Kenya, lungo entrambe le rive del lago Turkana, ma negli ultimi 60 anni, sono stati esclusi da questi territori e quindi, avendo perso la maggior parte delle loro terre tradizionali, una gran parte dei Dassanech è migrata nella bassa valle dell’Omo. Nonostante l’influenza del fiume e del lago, il territorio è estremamente secco, un deserto. I Dassanech sono tradizionalmente dediti alla pastorizia, ma negli ultimi anni praticano anche una agricoltura di sussistenza, lottando contro un ambiente a loro ostile.

Donne del gruppo etnico Karo (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Karo. Lungo le rive dell’Omo inferiore si trovano i villaggi dei Karo, una popolazione di poco più di 1000 individui la cui sopravvivenza è seriamente minacciata. Nonostante le incertezze che colpiscono la loro dura esistenza, un innocente entusiasmo sembra coinvolgere i Karo nel “vestire” i loro corpi con pitture eseguite con il gesso. Sono motivi elaborati che non hanno un significato simbolico ma un carattere puramente estetico. Un tempo vivevano su entrambe le sponde del fiume ma, a causa dei conflitti sanguinosi degli anni tra il 1980 ed il 1990 con la tribù dei Nyangatom, loro storici avversari, sono stati costretti a migrare sulla riva orientale. ll popolo dei Karo è comunque destinato ad estinguersi e nei pochi villaggi ancora esistenti sopravvivono solo alcune centinaia di individui. Basterebbe una epidemia per causare l’estinzione dell’etnia. Inoltre sono molte le giovani Karo che preferiscono sposare uomini di un gruppo etnico più forte che offra maggior sicurezza, vedi gli Hamer, e che lasciano il villaggio paterno per formare una nuova famiglia nel villaggio del futuro marito. Nel villaggio Karo tutto ciò determina una crisi demografica senza fine che porterà all’estinzione dell’etnia e all’assimilazione di un intero popolo.

Un uomo del gruppo etnico Borana (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Borana. I Borana (“genti del mattino”) sono un gruppo etnico che vive distribuito tra il Sud dell’Etiopia (Oromia) e l’arido Nord del Kenya. Appartengono al vasto gruppo degli Oromo, di cui ritengono essere “l’etnia primigenia” e di essere gli unici a vivere ancora secondo le antiche tradizioni. Si stima siano tra i 400 e i 500mila individui, sparsi nei due Paesi e divisi in più di un centinaio di clan. Sono un popolo semi-nomade di pastori. Allevano zebù, mucche, cammelli, capre, pecore, asini. Recentemente hanno iniziato a dedicarsi anche all’agricoltura e sono diventati sempre più sedentari. La religione tradizionale è fondata sulla concezione del Dio unico, Waaka. Parlano un dialetto della lingua Oromo, l’afaani Boraana. I Borana sono provetti ingegneri idraulici. Nelle loro aride terre in cui vivono, l’acqua non è sempre disponibile. Per procurarsela i Borana hanno scavato profondi pozzi a gradoni che arrivano a superare anche i 30 metri di profondità e che ancora oggi utilizzano nei periodi di siccità. Nella stagione secca, i giovani Borana si calano lungo il pozzo nelle viscere della terra per prelevare l’acqua che, formando una vera catena umana, con la tecnica del passamano, portano in superficie in recipienti ricolmi. Il lavoro è accompagnato dal loro canto da cui il nome di “pozzi cantanti”. Il canto dà al lavoro un senso di gioia e aiuta a mantenere il ritmo nel ripetersi dei gesti.

Un villaggio del gruppo etnico Konso (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Konso. Tra le colline a Sud del lago Chamo, in un territorio montagnoso che si estende lungo il margine orientale della valle dell’Omo a una altezza intorno ai 1500 metri, vivono i Konso, un popolo di agricoltori sedentari, un gruppo etnico di lingua cuscitica. I villaggi dei Konso, a scopo difensivo, sono arroccati sulle falesie che dominano le ampie vallate. Legno e pietra sono gli elementi che caratterizzano questi insediamenti. Strade e stradine, delimitate da muretti in pietra a secco, intersecano i villaggi che si presentano come un fitto labirinto di recinti. I vicoli si fanno sempre più stretti mano a mano che salgono verso la sommità della falesia. Un vero dedalo per disorientare e rendere difficile l’accesso al villaggio ad eventuali nemici. I Konso sono una popolazione di circa 20mila individui. Possono essere di religione cattolica, cristiana-ortodossa o musulmana, ma effettuano ancora riti pagani propri della religione animista. La loro abitazione è una capanna circolare con il tetto di paglia. Sulla sommità un vaso di terracotta, privato della base, ne sigilla l’apertura. La sua forma, sempre diversa, identifica la famiglia che ci abita. Al centro del villaggio si trova un alto “totem” (olahita), l’albero delle generazioni. È costruito con tronchi di juniper, un legno molto duraturo. Ogni 18 anni si aggiunge un nuovo tronco per segnare l’inizio di una nuova generazione. Diventa quindi una sorta di calendario tradizionale, un indicatore dei passaggi generazionali.

Le Wagas, caratteristiche statute in legno dei Konso (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Konso: le Wagas. Suggestive, enigmatiche appaiono queste nude figure in legno, corrose dalla pioggia e dal tempo, che vogliono essere espressione delle imprese dell’uomo. Sono chiamate Wagas nella lingua dei Konso, cioé “qualche cosa dei padri”. Sono statue commemorative dedicate a un defunto dal passato importante, un uomo che ha protetto la sua gente, che ha ucciso un nemico o un animale feroce, come un leone o un leopardo. Si trovavano presso la sua tomba, spesso, con accanto la Wagas della moglie. Il culto degli antenati, attraverso le sembianze di questi Totem, ha per i Konso una grande importanza, perché tramanda la vita e la storia personale di un eroe, di un uomo importante. Tale usanza è solo un ricordo ed è affidata a vecchie fotografie come questa che mostriamo scattata nel 1905 da Renato Biasutti, geografo, etnologo. Fortunatamente, questi Totem vengono ora protetti e tutelati in un museo.

Un giovane del gruppo etnico Hamer (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Hamer. Hamer è un gruppo etnico indigeno che vive nel sud dell’Etiopia, nel bacino della valle del fiume Omo. Il censimento del 2007 ha contato 46.532 individui di etnia Hamer. Sono pastori, ma praticano anche una agricoltura di sussistenza. Nella popolazione dei pastori Hamer, sia le donne che gli uomini sono molto “ambiziosi” e prestano molta cura al proprio corpo. Le donne Hamer, altere e bellissime, sono infaticabili. Impegnate nell’allevare i figli, nel preparare i pasti per la famiglia, nell’accudire all’abitazione. Ma tutto ciò non impedisce loro di dedicarsi anche alla cura della bellezza. Una caratteristica estetica, un segno inconfondibile delle donne Hamer, è l’elaborata pettinatura, sfoggiata con fierezza. La tipica acconciatura, chiamata “goscha”, è ottenuta dall’intreccio di sottilissime treccine spalmate di burro, ocra, polvere di ferro e argilla. Le donne indossano strette collane di ferro, gli “ensente”. Si tratta del dono di fidanzamento che la donna porterà per tutta la vita. Al momento del matrimonio, e se si tratta della prima moglie, la donna può portare un secondo collare di ferro, chiamato “bignere”, che presenta una protuberanza fallica e che viene aggiunto ai collari del fidanzamento. Gli uomini che abbiano ucciso un nemico oppure un animale feroce, pericoloso come un leone o un leopardo, si fregiano di una particolare acconciatura sul capo. Con l’argilla, che viene impastata direttamente sulla testa, formano una originale crocchia, una specie di caschetto che viene dipinto con ocra. Un piumaggio, preferibilmente di struzzo, completa l’acconciatura. È un segno di riconoscimento per il coraggio dimostrato. Come in molte altre culture, anche tra gli Hamer vige un complesso sistema di classi sociali. Un evento chiave della cultura di tutte le comunità che abitano nel cuore della valle dell’Omo, è il rito che celebra il passaggio di classe d’età dei giovani adolescenti. Uno dei riti più radicati e controversi della cultura Hamer è la cerimonia del “salto dei tori”, Uklì Bulà, rito che sancisce il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. I giovani Hamer sono chiamati a dimostrare forza e coraggio saltando e correndo sui dorsi dei tori senza cadere, il che li farebbe risultare “sconfitti”. Superata la prova, i giovani diventano “adulti” e potranno sposarsi, possedere del bestiame ed avere dei figli. La cerimonia inizia con un “prologo” che agli occhi di noi occidentali può apparire arcaico e cruento. Le giovani Hamer, per mostrare che il loro coraggio è pari a quello degli uomini, si lasciano fustigare dai Maza, cioè da giovani che hanno già superato la prova del salto in anni precedenti, ma che sono ancora da sposare. Le giovani Hamer non subiscono questa che a noi appare una violenza. Anzi, per dimostrare la loro fierezza sfrontatamente affrontano i Maza per invitarli a colpirle. Questo atto violento lascerà sui corpi delle ragazze profonde cicatrici che verranno ostentate con orgoglio.

Una giovane del gruppo etnico Arbore (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Arbore. Un popolo fiero, quello degli Arbore, che ora non supera i 4000 individui. Vivono nei pressi del lago Chew Bahir (ex lago Stefania) nella pianura ad ovest del fiume Woito. Sono di religione islamica, ma sono ancora molto presenti credenze tradizionali che riconoscono un unico Dio creatore, chiamato Waaqa. Grazie all’acqua presente nel loro territorio, si dedicano ad una piccola agricoltura. Ma sono anche pastori. Dal collo delle donne scendono a grappoli numerose collane. Donne molto belle con un portamento fiero e deciso, quasi di sfida. Si ritiene che gli Arbore provengano da lontane terre orientali e che, quasi certamente, il loro sangue sia misto. La loro discendenza li pone tra i popoli che anticamente abitavano la valle dell’Omo e gli altopiani di Konso, come i Borana e i Dassanech.

Donne di etnia Mursi con il caratteristico piattello labiale (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Mursi. “Queste tribù selvagge hanno tendenze detestabili e abitudini bestiali, eppure non mostrano l’indole feroce”. Così appuntavano, nel 1896, nel loro diario di viaggio Lamberto Vannutelli e Carlo Citerni al seguito della spedizione condotta da Vittorio Bottego alla scoperta del fiume Omo e della sua foce, primi occidentali ad incontrare questo popolo. L’incontro dei primi esploratori con una donna Mursi non può non averli lasciati sbalorditi. Il piattello labiale altera le sembianze del volto e può sembrare una usanza, come hanno riportato Vannutelli e Citerni, “detestabile e bestiale”. L’usanza del piattello labiale, per alcuni antropologi, pare abbia avuto origine nel periodo della tratta degli schiavi. Il volto così sfigurato poteva essere un deterrente, un modo per deprezzare la donna e quindi utile a dissuadere gli schiavisti dal portarla via e una opportunità di salvezza per lei. Il piattello labiale è un segno di prestigio per la donna che lo porta ma è anche un segno di ricchezza. Sicuro è il valore economico del piattello. Più grande è, maggiore sarà il numero di capi di bestiame che la sua famiglia chiederà al pretendente per cederla in sposa. I Mursi, o Murzu, sono pastori nomadi, in continuo movimento alla ricerca di pascoli e acqua per il loro bestiame. Per proteggersi da attacchi di possibili nemici, i Mursi, donne e uomini, presidiano armati con armi automatiche i loro villaggi. Le mandrie di bovini rappresentano la ricchezza di questa gente, ma fanno anche gola a molti altri e l’abigeato è un male assai comune, qui. Secondo il censimento del 2007 i Mursi costituiscono una comunità di circa 7500 persone. Ma il loro numero diminuisce sempre più a causa delle condizioni sanitarie estremamente precarie, dei prolungati periodi di siccità e del loro spostamento forzato verso le terre aride dell’Est.

Il regista Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, fa capolino dietro la sua macchina fotografica

“Questo mio “viaggio” è finito”, chiude Lucio Rosa. “Sono 115 le immagini che propongo. Immagini che non si limitano a mostrare le genti che vivono in questo estremo angolo d’Africa nel sud dell’Etiopia. Sono immagini che indagano, scrutano i loro volti, i loro sguardi, ogni loro atteggiamento, le loro fattezze e che “raccontano” a volte fierezza, a volte gioia, a volte tristezza. Genti “lontane” di un mondo che, forse, è giunto alla fine del suo “viaggio” e che inevitabilmente stiamo perdendo”. A corollario della mostra fotografica “ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume”, il museo civico di Bolzano propone, nella sala delle Stufe, la proiezione di alcuni film del regista Lucio Rosa: mercoledì 15 gennaio 2020, alle 18, “BILAD CHINQIT” (59’); giovedì 16 gennaio 2020, alle 18, “IL SEGNO SULLA PIETRA” (59’); venerdì 17 gennaio 2020, alle 18, “BABINGA, piccoli uomini della foresta” (25’) e, a seguire, “IL “RAGAZZO” CON LA NIKON” (30’).

Week end della Befana nei parchi archeologici dei Campi Flegrei, di Pompei e di Ercolano, e al museo Archeologico nazionale di Napoli: domenica 5 gennaio ingressi gratuiti, all’Epifania apertura straordinaria e iniziative per i bambini

Il castello Aragonese di Baia (Bacoli) sede del museo Archeologico dei Campi Flegrei

Il duo Luca Iovine e Marco Caiazzo al Castello di Baia

Week end della Befana nel Napoletano con la grande archeologia. Ricco il week-end dell’Epifania al Parco Archeologico dei Campi Flegrei che chiude gli eventi dell’iniziativa #ilparcodiNatale che accompagna il pubblico dal 7 dicembre 2019 alla scoperta del territorio. Si è iniziato sabato 4 gennaio 2020 al Castello di Baia con il concerto di Luca Iovine al clarinetto e Marco Caiazza alla chitarra. Il duo sarà immerso in una esplorazione non facile di un Novecento che si volge con delicatezza ad un passato rivisto in luce neoclassica e che risente di musiche di tradizioni e latitudini diverse facendo della contaminazione il suo tratto più caratteristico. In programma musiche di Egberto Gismonti (Água e Vinho, trascrizione di Marco Caiazza), Laurent Boutros (Amasia), Jan Freidlin (Mist Over the Lake), Giancarlo Sanduzzi (Tre Momenti di Danza Allegro Moderato (quasi tango) Come un Valzer Lento Allegretto Ritmico e Balcanico), Marco Caiazza (Retratos Ethos Arabesque), Astor Piazzolla (Café 1930 Fuga y Misterio, trascrizione di Marco Caiazza). La partecipazione è inclusa nel biglietto di ingresso ai siti.

Un gruppo di visitatori venti metri sotto la lava alla scoperta del Teatro Antico di Ercolano (foto parco Ercolano)

Domenica 5 gennaio 2020, alle 11, al Castello di Baia, “Arti in sintonia: archeologia, musica e teatro” con la visita alla sezione museale dedicata ai reperti provenienti da Liternum, a cura di Pasquale Schiano di Cola, funzionario responsabile dei Servizi educativi del Parco dei Campi Flegrei, e la performance musicale e teatrale degli allievi iscritti ai corsi proposti dall’Associazione Le Ninfe. Nella stessa giornata di domenica 5 gennaio 2020 al parco di Ercolano sarà accessibile il percorso al Teatro Antico, sepolto dall’eruzione del 79 d.C., e restituito ai visitatori dopo circa 20 anni dalla sua chiusura. Il Teatro fu il primo monumento ad essere scoperto nei siti vesuviani colpiti dal cataclisma ed i visitatori potranno accedervi scendendo a più di 20 metri sotto il materiale eruttivo, per ammirare il percorso concepito come una vera e propria esplorazione; potranno avventurarsi in un luogo unico e suggestivo, in cui sono presenti, oltre ai resti dell’antico edificio, reperti, graffiti lasciati nei secoli dai visitatori, che alla luce delle fiaccole attraversarono nel XVIII e XIX secolo le gallerie e i pozzi creati per penetrare nelle viscere dell’antica Ercolano. I visitatori vengono forniti dal parco archeologico di Ercolano di caschetti, cuffia per capelli, mantelline e torce da utilizzare nel percorso. Si raccomanda l’uso di scarpe chiuse, basse, resistenti ed impermeabili e di indossare maglie o giacche comode, da indossare prima della visita, dato il considerevole sbalzo termico da affrontare durante il percorso. Al percorso si accede con un biglietto di 10 euro, e particolarmente vantaggioso è il costo del biglietto per i ragazzi dai 18 ai 25 anni che potranno vivere l’esperienza con un biglietto di soli 2 euro.

Domenica 5 gennaio 2020, prima domenica del mese, nell’ambito delle iniziative promosse dal MiBACT #IoVadoAlMuseo e #domenicalmuseo, saranno aperti gratuitamente i seguenti siti: museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia, dalle 9 alle 14.20, ultimo ingresso alle 13; parco archeologico delle Terme di Baia, dalle 9 alle 16, ultimo ingresso alle 15; parco archeologico di Cuma, dalle 9 alle 16, ultimo ingresso alle 15; anfiteatro Flavio di Pozzuoli, dalle 9 alle 16, ultimo ingresso alle 15; Pompei, Oplontis e Stabia, dalle 8.30 alle 17, ultimo ingresso alle 15.30; Boscoreale, dalle 9 alle 17, ultimo ingresso alle 16; parco archeologico di Ercolano, dalle 8.30 alle 17, ultimo ingresso alle 15.30; museo Archeologico nazionale di Napoli, dalle 9 alle 19.30, ultimo ingresso alle 19.

Al castello di Baia la performance “Ti trovo cambiato” rielaborazione delle Metamorfosi di Ovidio

Lunedì 6 gennaio 2020, negli spazi suggestivi delle Terme di Baia, avrà luogo la performance “Ti Trovo cambiato”, un progetto di Dissonanzen sulle note di Six Metamorphoses after Ovid op.49 di Benjamin Britten, che vede impegnati Alessandra Petitti (danza e coreografia) e Tommaso Rossi (flauto) con la partecipazione di Asad Ventrella (gioielli). Due gli appuntamenti delle durata di circa 30 minunti: uno alle 11 e l’altro 12.30. La partecipazione è inclusa nel biglietto di ingresso ai siti. La suite di sei pezzi di Britten racconta con sintetici quanto efficaci gesti sonori sei delle storie più famose del capolavoro ovidiano. Lo stile delle composizioni diventa così perfetto per una rielaborazione coreografica, che riverberi nel linguaggio del corpo le minute articolazioni, i rapidi ed essenziali gesti di una partitura di straordinario fascino. Il mito ovidiano così rivive e naturalmente si ambienta negli spazi suggestivi delle Terme di Baia, ricchi di affascinanti riverberi fisici e della memoria. In occasione dell’Epifania, invece, i siti non osserveranno il giorno di chiusura, ma saranno eccezionalmente visitabili con regolare biglietto. Inoltre, per i bambini è prevista una piccola sorpresa a tema befana. In occasione dell’Epifania i siti del Parco archeologico dei Campi Flegrei non osserveranno il giorno di chiusura. “La Befana viene… al Parco!”: per ogni bambino che visiterà i siti del parco ci sarà una dolce sorpresa.

Il Padiglione della Barca a Ercolano (foto parco archeologico Ercolano)

Il giorno della Befana il parco archeologico di Ercolano sarà regolarmente aperto al pubblico e anche in questo giorno si potrà approfittare per visitare la mostra “SplendOri. Il lusso negli ornamenti ad Ercolano”, la preziosa collezione di circa 200 reperti, messaggeri di storia di antico artigianato e manifattura, oltre che dell’ulteriore valore acquisito per essere appartenuti agli abitanti dell’antica città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., e il Padiglione della Barca, che custodisce rari reperti che dimostrano lo stretto legame del sito di Ercolano al mare. In entrambe le giornate della domenica gratuita e del giorno della Befana i visitatori troveranno la gradita accoglienza della Proloco Hercvlanevm, che li accoglierà con bevande calde e dolci del territorio.

Una tavola della guida per bimbi “Thalassa. Tra mare e stelle” (foto Mann)

L’Epifania si festeggia anche al museo Archeologico nazionale di Napoli: per lunedì 6 gennaio 2020, in occasione delle aperture straordinarie degli istituti culturali nazionali promosse dal Mibact, il Mann organizzerà una giornata a misura dei bambini (e delle loro famiglie). Per promuovere l’exhibit sulle meraviglie sommerse dal Mediterraneo, sarà in dono all’infopoint dell’Archeologico, come fantasioso pensiero per la Befana, il racconto illustrato per bambini (6/10 anni) “Thalassa. Tra mare e stelle”. Questa particolare guida kids (ideazione e curatela: Servizi Educativi del Mann; testi: Roberta Bellucci ed Antonio Coppa; illustrazioni originali ad acquerello: Marianna Canciani) permetterà ai piccoli visitatori ed ai loro genitori di addentrarsi in un itinerario tematico, scoprendo le opere del Mann: i capolavori, inclusi nella mostra “Thalassa”, saranno in dialogo con i reperti normalmente esposti nelle collezioni del Museo. La sceneggiatura “Tra mare e stelle” proporrà due temi che il MANN intende valorizzare: l’ambiente e l’intercultura; se, ad inizio della storia, un Poseidone adirato non riconoscerà il Mare nostrum oggi invaso dalla plastica, un’attenzione particolare sarà dedicata alle antiche migrazioni, che avvenivano soprattutto attraverso i mari, con un esplicito riferimento alle vicende della fondazione greca di Napoli. L’efficacia didattica della guida sarà confermata dalla proposta di alcuni simpatici giochi enigmistici (crucipuzzle, “unisci i puntini” e labirinti, anch’essi tematici), pensati per fissare informazioni storiche e mitologiche, veicolandole in maniera semplice e divertente. Sempre per il 6 gennaio, previsto un ulteriore regalo della Befana: accompagnando i bambini al Mann, soltanto un genitore pagherà l’ingresso, mentre l’altro accederà gratuitamente.

Museo Egizio di Torino: il nuovo anno porta la proroga di sei mesi della mostra “Archeologia invisibile” che mette al centro i temi della ricerca e dell’interdisciplinarietà per addentrarsi nella biografia dei reperti egittologici. Sul sito del museo la novità del Virtual tour in 3D

La mostra “Archeologia invisibile” al museo Egizio di Torino è stata prorogata al 7 giugno 2020

Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il nuovo anno porta in dote una bella notizia: la mostra “Archeologia invisibile” al museo Egizio di Torino non chiuderà il 6 gennaio 2020, come programmato, ma il 7 giugno 2020. È una proroga speciale, della durata di ben un semestre, quella con cui il museo Egizio ha deciso di estendere l’apertura della sua mostra temporanea “Archeologia Invisibile”. “Una scelta quasi inevitabile”, dichiara Evelina Christillin, presidente della Fondazione, “non soltanto dinanzi all’alto gradimento riscontrato dalla innovativa proposta espositiva inaugurata nel marzo 2019, ma anche in virtù delle sollecitazioni giunte in tal senso dalle scuole. Il prolungamento copre infatti per intero l’anno scolastico, consentendo così alle classi di inserire la visita dell’allestimento temporaneo fra le “uscite” al museo Egizio programmate nella primavera”. “Archeologia Invisibile”, mettendo al centro i temi della ricerca e dell’interdisciplinarietà quali strumenti con cui addentrarsi nella biografia dei reperti egittologici e grazie a una forte impronta divulgativa, ha saputo infatti coinvolgere attivamente il pubblico svelando, con modalità e linguaggi accessibili in particolare alle nuove generazioni, l’affascinante attività di “investigazione” che le tecnologie contemporanee consentono di compiere nello studio di oggetti giunti a noi dal passato. Dall’utilizzo dell’archeometria nella documentazione degli scavi allo sbendaggio virtuale delle mummie, dalle analisi dei pigmenti pittorici a quelle sui vasi del corredo della tomba di Kha e Merit, le attività di studio e ricerca svolte dal museo rimangono quindi protagoniste delle sale destinate agli allestimenti temporanei al terzo piano del Collegio dei Nobili. “Siamo rimasti molto colpiti dall’interesse che ‘Archeologia Invisibile’ ha saputo suscitare, in particolare nei più giovani, risultando particolarmente adatta, nonché richiesta, dalle scuole”, dichiara Christian Greco, direttore del museo Egizio. “Una conferma di quanto la ricerca e il rapporto tra egittologia e nuove tecnologie siano temi in grado di mettere in comunicazione i diversi pubblici che visitano il nostro Museo e coloro che ci lavorano, dai curatori, ai conservatori, agli scienziati che con noi hanno collaborato. Un valore aggiunto importante, che siamo lieti possa continuare a essere apprezzato e approfondito da coloro che visiteranno l’esposizione nei prossimi mesi”.

Goielli di Merit “ritrovati” sotto le bende della mummia con le nuove tecnologie (foto museo Egizio)

La mostra “Archeologia Invisibile” nasce dall’incontro fra il lavoro di ricostruzione storica degli archeologi e dei conservatori del museo Egizio sulla propria collezione e gli strumenti mutuati dalle più recenti frontiere dello sviluppo tecnologico. Cos’è in grado di raccontare un oggetto di sé? I nostri sensi, la vista in primis, ce ne restituiscono informazioni di base come l’aspetto, la dimensione, la forma, il colore, finanche le tracce che l’uomo, la natura o il tempo vi hanno impresso. Eppure, tutto ciò non è evidentemente sufficiente a disvelarne l’intera storia e il ciclo di vita, a partire dalla sua origine, né le reali funzioni, i contesti d’impiego, il valore materiale o simbolico e molto altro ancora. Nulla, fra ciò che ci circonda, ne è sottratto, ma quando tale principio viene traslato in ambito archeologico, l’approccio, nel farsi scientifico, comporta un grado di analisi superiore, che poggia proprio sulla conoscenza approfondita del reperto, il cui percorso biografico si amplia: anche l’oblio entra a far parte della narrazione e la vita dell’oggetto si dilata – potremmo forse dire si rianima – col momento stesso del suo ritrovamento e poi, ancora, col suo successivo destino in una collezione, con la sua musealizzazione.

Analisi Macro XRF sul cofanetto proveniente dal corredo della tomba di Kha scavata da Schiaparelli nel 1906 (foto museo Egizio)

Il progetto “Archeologia Invisibile” muove proprio dall’intento di esplorare l’affascinante dimensione di quell’attività d’investigazione che le moderne apparecchiature, applicate alle modalità d’indagine e ricerca dell’egittologia, consentono di compiere nello studio di un reperto archeologico: grazie alla crescente interazione con la chimica, la fisica o la radiologia, il patrimonio materiale della collezione di Torino rivela di sé elementi e notizie altrimenti inaccessibili, che permettono di tratteggiarne volti ancora ignoti. L’archeometria – insieme delle tecniche adottate per studiare i materiali, i metodi di produzione e la storia conservativa dei reperti – rende così possibile “interrogare” gli oggetti, domandare a un vaso, a una mummia, a un sarcofago chi siano davvero e perché oggi si trovino al museo Egizio. Quesiti con cui pubblico di “Archeologia Invisibile” si cimenta lungo un percorso espositivo che, con l’ausilio di tali strumenti, invita a guardare oltre il visibile, osservando da vicino i segreti custoditi all’interno degli oggetti, scoprendone aspetti inattesi e trovando risposte talvolta sorprendenti alla propria curiosità come alle domande degli archeologi, nonché ad alcuni rilevanti quesiti della scienza. Le tre sezioni in cui si articola la mostra – dedicate, nell’ordine, alla fase di scavo, alle analisi diagnostiche, a restauro e conservazione – a loro volta suddivise in dieci sottosezioni tematiche, propongono dimostrazioni concrete delle differenti aree di applicazione di questo connubio fra l’egittologia e le nuove tecnologie, a cui peraltro l’allestimento stesso ricorre, caratterizzandosi con installazioni multimediali e spazi d’interazione digitale per un’esperienza di visita immersiva, supportata da un’audioguida dedicata, realizzata dalla Scuola Holden.

La documentazione aerofotogrammetrica dello scavo di Saqqara (foto museo Egizio)

Documentare gli scavi. È lo scavo il primo fondamentale testimone da consultare in questa vera e propria attività d’investigazione: l’egittologo, al pari del detective di un caso giudiziario, pone le basi della sua indagine nella minuziosa analisi del luogo del ritrovamento. Non soltanto per conoscerne le caratteristiche – del terreno, delle sue stratificazioni, del tipo di sito, dell’insediamento ospitato ecc. – ma anche per documentarne, con la massima precisione, lo scenario e il contesto così come si presentava prima dell’avvio del dissotterramento e, soprattutto, della rimozione di quanto rinvenuto. In tale ambito, ad esempio, i recenti sviluppi della fotogrammetria permettono il ripristino virtuale di un contesto archeologico che materialmente potrebbe non più esistere, dando vita a un modello digitale che, “agganciandovi” i dati di scavo, diviene un archivio aggiornabile in tempo reale e facilmente accessibile alla comunità scientifica.

L’analisi del contenuto di un vaso in alabastro con la radiografia neutronica (foto museo Egizio)

Le analisi diagnostiche. Quasi come in una ulteriore fase di scavo, l’impiego sui reperti di tecniche d’indagine riconducibili alla cosiddetta archeometria porta alla luce diversi “strati invisibili” di dati. Studiare la natura fisica e materica degli oggetti significa quindi poterne osservare aspetti perlopiù invisibili all’occhio umano, spesso liberando da essi storie dimenticate. È il caso del corredo funerario della Tomba di Kha, un unicum nella collezione del Museo Egizio con 460 pezzi ritrovati integri e ottimamente conservati: benché giunti a Torino oltre un secolo fa, solo recenti esami diagnostici hanno permesso di iniziare conoscerli a fondo. Con le tomografie neutroniche, effettuate a Oxford presso lo Science & Technologies Facilities Council, si è ad esempio andati alla ricerca del contenuto di sette vasi sigillati realizzati in alabastro, accertandone la natura di recipienti riservati agli altrettanti oli sacri usati per il rito dell’imbalsamazione. Analogamente, l’indagine multispettrale ha consentito di compiere importanti scoperte sulla chimica dei colori utilizzati nell’Antico Egitto, come quella del “blu egizio”, il primo colore sintetico prodotto nella storia dell’umanità.

Ma anche le stesse mummie di Kha e della sua sposa Merit sono state sottoposte ad accurati accertamenti. In passato la conoscenza di quanto celato dalle bende era di fatto impossibile, se non compromettendo irrimediabilmente l’integrità della mummia, ma oggi l’azione combinata di analisi radiografiche e TAC ha permesso di realizzare un vero e proprio sbendaggio virtuale di questa coppia di 3400 anni fa: per il loro viaggio nell’aldilà entrambi furono ornati di gioielli dalla raffinata fattura – bracciali, collane, orecchini e un “scarabeo del cuore” – che oggi possiamo rivedere grazie alla modellazione 3D.

Lo studio e la conservazione dei tessuti è facilitato dalle nuove tecnologie (foto museo Egizio)

Conservazione e restauro. Oltre ad accompagnare la ricerca scientifica sui reperti, l’indagine archeometrica assume un ruolo fondamentale nella definizione dei metodi migliori di restauro e conservazione. Ne è un esempio il recente avvio di un lavoro congiunto fra il Museo Egizio, il Bundesanstalt für Materialforschung di Berlino e il Centre for the Study of Manuscript Cultures di Amburgo, in cooperazione con il progetto PAThs di Paola Buzi (Università La Sapienza di Roma). L’attività si concentra sull’analisi dei manoscritti copti della collezione egittologica torinese, raro esempio di biblioteca tardoantica ben conservata e interamente trasmessa tramite codici su papiro, prima che la pergamena diventasse il principale supporto. Dall’analisi degli inchiostri e del papiro sono attese informazioni su natura e provenienza dei materiali utilizzati nel laboratorio dello scriba, permettendo di definire gli interventi di restauro.

Sul sito del museo Egizio di Torino è possibile fare un “virtual tour” della mostra “Archeologia invisibile”

La proroga della mostra “Archeologia invisibile” si accompagna inoltre al lancio di ulteriori strumenti per la visita: è infatti disponibile sul sito del Museo un virtual tour della mostra. Uno strumento innovativo e immersivo, sviluppato da alcuni studenti del corso di laurea in Ingegneria del cinema e dei mezzi di comunicazione del Politecnico di Torino in collaborazione con lo studio creativo Robin Studio, che, utilizzando fotocamere a 360°, hanno realizzato una riproduzione 3D dell’esposizione. Grazie al virtual tour sarà così possibile esplorare le sale espositive e le vetrine ospitate, “navigandone” tutti gli elementi, dai video ai singoli reperti, da qualunque dispositivo: una novità disposizione di insegnati, studenti, e ovviamente di tutti i visitatori.