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Egitto. Alla presenza del ministro el-Enani, riaperto al pubblico, dopo i restauri, il tempio di Iside sull’isola di File. Migliorati anche i servizi turistici per i visitatori

Il tempio di Iside sull’isola di File vicino ad Assuan (Egitto)
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Il ministro Khaled el-Enani alla cerimonia di riapertura del tempio di Iside sull’isola di File (foto ministry of Tourism and Antiquities)

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Il ministro el-Enani al centro del gruppo dello staff del tempio di Iside (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Spettacolare. Sembra spuntare dalle acque del Nilo. Una meta da non perdere. È il tempio di Iside, riaperto al pubblico nei giorni scorsi, prima novità del 2021, alla presenza del ministro al Turismo e alle Antichità Khaled el-Enani, dopo un elaborato progetto di restauro. Costruito in epoca tolemaica sull’isola di File, vicino ad Assuan, nel Sud dell’Egitto, il tempio di Iside nel 1977 fu smontato, insieme a tutti gli altri templi presenti sull’isola di File,  e rimontato nella vicina isola di Agilkia. L’intervento fu deciso dall’Unesco per salvare i templi di File sommersi per gran parte dei mesi dell’anno dalle acque innalzatesi dopo la realizzazione della vecchia diga di Assuan all’inizio del secolo. E dal 1979 i templi di File sono inseriti tra i siti Unesco patrimonio dell’Umanità. All’inaugurazione con il ministro el-Enani e il governatore di Assuan il maggiore generale Ashraf Attia, c’erano Mostafa Waziry, segretario generale del Consiglio supremo delle antichità; Ayman Ashmawy, capo del settore delle antichità egiziane al Consiglio supremo delle antichità; e Abdel Moneim Said, direttore generale delle antichità di Assuan. Dal ministro un grazie ad archeologi e restauratori “per la loro dedizione e i loro sforzi profusi nonostante la difficile situazione provocata dall’emergenza sanitaria, che ha portato a molte grandi scoperte archeologiche, oltre all’apertura di un gran numero di importanti progetti di turismo archeologico, compresa l’istituzione e lo sviluppo di musei e il restauro di siti archeologici in vari governatorati”.

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Giovanni Battista Belzoni ritratto in una stampa nelle fogge arabe dell’epoca

Il tempio di Iside nel 1799 fu toccato dalla spedizione scientifica aggregata alle armate francesi della Campagna d’Egitto di Napoleone. E fu visitato nel 1817 da Giovanni Battista Belzoni. Il tempio è lungo circa 19 metri. Il re Tolomeo III lo costruì per adorare la dea Iside e la triade di Assuan, e la sua costruzione non fu completata. È stato costruito in arenaria e ha due porte. La porta principale è coronata da un ornamento sormontato dal disco solare alato. Da esso si accede ad una sala con tre stanze aperte, e la parete orientale della stanza centrale, il Santuario o naos, è incisa con alcune scene funerarie legate al culto di Osiride.

Il segretario dello Sca, Waziri, illustra le decorazioni all’interno del tempio di Iside al ministro el-Enani e al governatore Attia (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Il restauro del tempio – come ha spiegato Mostafa Waziri – ha previsto il ripristino dei pavimenti e delle colonne, la pulizia delle pareti dal guano di uccelli e pipistrelli e il posizionamento di finestre di filo metallico per impedire agli uccelli di entrare di nuovo. Inoltre sono state ripristinate e pulite le iscrizioni all’ingresso del santuario, rimuovendo la fuliggine sul soffitto. Pulitura anche dei disegni e dei colori esistenti all’ingresso del tempio e della porta laterale e manutenzione dei tavoli delle offerte nella sala ipostila.

Il ministro el-Enani legge uno dei nuoci pannelli didattici per i turisti (foto ministry of Tourism and Antiquities)
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Tempio di Iside: uno dei pannelli per i visitatori (foto ministry of Tourism and Antiquities)

Con il restauro sono stati migliorati anche i servizi turistici. “Sono stati posizionati pannelli esplicativi con una guida e una mappa delle destinazioni turistiche del governatorato insieme a pannelli sulle misure di sicurezza da tenere contro il coronavirus”, è intervenuta Iman Zidan, assistente al ministro per lo Sviluppo di Musei e Siti Archeologici. “Inoltre forniamo un volantino sul tempio in arabo e inglese, e abbiamo messo a disposizione del visitatore un codice QR per andare alla pagina del Tempio di Iside sul sito del Ministero, dove si possono trovare maggiori informazioni e foto”.

Torino. Il tempio di Ellesiya 50 anni dopo: il museo Egizio celebra l’anniversario del salvataggio dei tempi nubiani con due conferenze online. Nella seconda si ricostruiscono i rapporti tra Nubia e Egitto all’epoca della costruzione del tempio di Ellesiya

Il tempio di Ellesiya ricostruito al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Negli anni Sessanta, a seguito della costruzione della diga di Assuan, il museo Egizio di Torino fu chiamato a contribuire alla campagna per il salvataggio dei tempi della Nubia, che rischiavano di essere sommersi dalle acque del lago Nasser. Il governo egiziano decise di donare all’Italia il tempio di Ellesiya come riconoscimento per la partecipazione del Paese alla vasta operazione di salvataggio: il reperto, dopo una complessa operazione di trasporto e ricostruzione all’interno del museo Egizio, fu presentato a Torino alla presenza delle autorità italiane ed egiziane nell’autunno del 1970.

La locandina dell’incontro con Paolo Del Vesco e Johannes Auenmüller su “Ellesiya, 50 anni dopo”

Ellesiya, 50 anni dopo. Cinquant’anni dopo il museo Egizio ha voluto celebrare questo importante anniversario con due conferenze egittologiche curate da curatori del museo. La prima si è tenuta lunedì 14 dicembre 2020, con l’incontro “Il salvataggio e il trasferimento del tempio a Torino”, a cura di Beppe Moiso e Alessia Fassone, che hanno ripercorso la storia dell’arrivo del tempio a Torino. La seconda lunedì 18 gennaio 2021, alle 18, in una conferenza trasmessa in diretta streaming: Paolo Del Vesco e Johannes Auenmüller, curatori del Museo, presentano la conferenza “Ancient Nubia and Egypt: a story of mutual exchange and interaction”. La conferenza sarà in lingua inglese e verrà trasmessa in streaming sul canale Youtube e sulla pagina Facebook del museo Egizio. L’antica Nubia e l’Egitto condividono infatti una lunga storia di contatti economici, politici e culturali: il dialogo metterà in luce le relazioni e le influenze reciproche che caratterizzano queste due regioni durante il Nuovo Regno, quando fu costruito il tempio di Ellesiya.

Torino, quinto e ultimo appuntamento con le “Passeggiate musicali” al museo Egizio: “Arabesque” di Claude Debussy in un arrangiamento per archi

Quinto e ultimo appuntamento con la nuova stagione delle “Passeggiate musicali” al museo Egizio di Torino in collaborazione con Melos Arte Musica: in “cartellone” l’Arabesque di uno dei più importanti compositori al mondo: Claude Debussy. Il raffinato ed elegante componimento per pianoforte, qui eseguito in un arrangiamento per archi, fu concluso nel 1891, quando il musicista aveva solo 20 anni e fu eseguito per la prima volta alla Société National de Musique di Parigi nel 1894. Il brano è proposto da Edoardo De Angelis (violino), Giuseppe Santoro (viola) e Manuel Zigante (violoncello).

Campania “gialla”. Così lunedì 18 gennaio riaprono il sito di Pompei e il museo di Stabia “Libero d’Orsi” dal lunedì al venerdì. Visita lungo un percorso segnalato nel rispetto delle norme anti Covid: ecco cosa si può vedere

L’home page del sito del parco archeologico di Pompei annuncia la riapertura del sito di Pompei e del museo “Libero Orsi”
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Una sala del nuovo museo Archeologico di Stabiae “Libero d’Orsi” (foto parco archeologico di Pompei)

Era la notizia che si attendeva da settimane: i musei possono riaprire nelle Regioni “gialle”, cioè con moderato rischio di contagio. La Campania da domenica 17 gennaio 2021 sarà “gialla”. E il parco archeologico di Pompei non ha perso tempo. Il sito archeologico di Pompei e il museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” nella Reggia di Quisisana lunedì 18 gennaio 2021 riaprono al pubblico dopo la chiusura di questi mesi. In ottemperanza alle indicazioni ministeriali e fino al ulteriore comunicazione i  siti saranno aperti dal lunedì al venerdì nei consueti orari (Pompei 9 – 17, con ultimo ingresso alle 15.30; museo “Libero D’Orsi” 9 -17, con ultimo ingresso alle 16), con chiusura il sabato e la domenica. In questa fase di graduale riapertura l’accesso e l’uscita per l’area archeologica di Pompei saranno possibili dal varco di piazza Anfiteatro. La visita si svilupperà lungo un percorso segnalato all’interno del sito e sull’app di supporto My Pompeii allo scopo di assicurare una visita in sicurezza del sito e nel pieno rispetto delle disposizioni sanitarie anti Covid.

La palestra grande e l’anfiteatro di Pompei (foto di Pier Paolo Metelli)
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Le colonne nel foro di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

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L’allestimento della mostra “VENUSTAS. Grazia e bellezza a Pompei” alla Palestra Grande di Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

Sarà possibile passeggiare all’interno dell’Anfiteatro, accedere alla Palestra grande e alla mostra “Venustas. Grazia e Bellezza a Pompei”.  Si potranno visitare i Praedia di Giulia Felice e spostarsi su via dell’Abbondanza con accesso alle principali domus, ma anche attraversare la necropoli di Porta Nocera, l’Orto dei fuggiaschi, arrivare al quartiere dei teatri e al Foro triangolare. Da via dell’abbondanza, inoltre, si potrà raggiungere il Foro con tutti i suoi edifici pubblici e religiosi, visitare lo spazio esterno delle Terme Stabiane o risalire via Stabiana fino a via del Vesuvio dove ammirare la casa di Leda e il cigno. L’elenco completo degli edifici visitabili è consultabile sul sito www.pompeiisites.org. Il biglietto di ingresso ai due siti è  acquistabile esclusivamente on-line sul sito www.ticketone.it, unico rivenditore ufficiale autorizzato. Tariffe: Pompei intero: € 14.50 (+ € 1.50 su prevendita online), ridotto: € 2 (+ € 1.50 su prevendita online); Quisisana € 6 (+ € 1.50 su prevendita online), ridotto: € 2 (+ € 1.50 su prevendita online). Gratuità e riduzioni come da normativa.

L’affresco con Leda e il Cigno, rinvenuto negli scavi della Regio V alla fine del 2018, è una delle più importanti scoperte recenti a Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Al momento dell’acquisto on-line il visitatore potrà scegliere la fascia oraria di ingresso, prevista ogni 15 minuti per un massimo di 500 persone ogni 15 minuti, fino alle 13. Dopo le 13 l’ingresso consentito è per un massimo 300 persone per turno. Il biglietto dovrà essere mostrato all’ingresso, direttamente su smartphone/tablet (QRcode) o già stampato a casa su carta e poi conservato per registrarlo sul tornello in uscita. È tollerato un ritardo di 10 minuti massimo rispetto all’orario della fascia oraria indicata, tanto per i visitatori quanto per le guide. La prenotazione sarà possibile anche nella stessa giornata fino a esaurimento disponibilità.

Dal 1° gennaio 2020 arriva l’abbonamento POMPEI 365 per entrare nel sito archeologico tutte le volte che si vuole per un anno intero

Per i possessori della card Pompei365, la validità dell’abbonamento sarà prorogata per il numero di giorni, corrispondenti a quelli di chiusura imposti dall’emergenza sanitaria. È inoltre  in corso la promozione al 50% sull’acquisto dell’abbonamento fino al 28 febbraio. Solo per gli abbonamenti in proroga,  l’acquisto in promozione entro il 28 febbraio, avrà validità annuale dalla data del primo utilizzo. Il biglietto gratuito per l’accesso singolo, di volta in volta, dovrà essere richiesto sul sito www.ticketone.it. I visitatori saranno sottoposti, all’arrivo, a misurazione della temperatura mediante termoscanner. Resta obbligatorio l’utilizzo della mascherina nei luoghi chiusi e aperti, a prescindere dalla distanza interpersonale. Tutte le informazioni relative alle misure di sicurezza del contenimento del contagio da SARS-COV 2 e alle modalità di visita saranno fornite ai visitatori attraverso i monitor presenti agli ingressi e la cartellonistica.

Alcune indicazioni per visitare in sicurezza l’area archeologica di Pompei in tempi di coronavirus

La visita avverrà nel pieno rispetto delle misure di distanziamento previste dal Comitato Tecnico Scientifico, anche con il supporto di segnaletica direzionale appositamente installata dal Parco. Saranno garantiti dispenser di gel igienizzante all’ingresso e presso i servizi igienici a disposizione dei visitatori. I visitatori con difficoltà motoria potranno seguire da piazza Anfiteatro il percorso facilitato “Pompei per tutti”, con ritorno in uscita a piazza Anfiteatro o eventualmente usufruire dell’uscita di piazza Esedra¸  utilizzando l’ascensore dell’Antiquarium. Presso l’ingresso di piazza Anfiteatro (fino a nuova comunicazione) sarà possibile richiedere un servizio visite guidate, dalle 9 alle 13. I gruppi potranno accedere secondo le seguenti indicazioni: gruppi di visitatori autonomi, massimo 5 persone; gruppi accompagnati da guide turistiche, massimo 10 persone (max 25 persone se il gruppo è dotato di auricolari/whisper usa e getta).

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 16.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano ci accompagna alla scoperta della meravigliosa struttura conosciuta come Casa del rilievo di Telefo. Prima parte: i pavimenti e le decorazioni molto particolari

La Casa del rilievo di Telefo, in realtà la casa di Marco Nonio Balbo, a Ercolano (foto Paerco)

Con la 16.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” dedicata all’esplorazione di realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili al pubblico, il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, ci accompagna alla scoperta della meravigliosa struttura conosciuta come Casa del rilievo di Telefo ma che il direttore ci farà scoprire essere la Casa di Marco Nonio Balbo. In questa prima parte esploriamo i suoi pavimenti e decorazioni molto particolari e l’insolita ed affascinante struttura.

La cosiddetta Casa del rilievo di Telefo, in realtà la Casa di Marco Nonio Balbo, era una delle più sontuose dell’antica Ercolano. “Spiccava e poteva essere vista dal mare con una facciata articolata su più piani”, spiega Sirano. “Infatti se guardiamo, notiamo come ci sono ben tre piani, due dei quali con una facciata a semicolonne, e al di sotto di questi ce n’era un quarto che fu abbandonato già all’epoca dell’imperatore Augusto a causa dei movimenti di subsidenza che caratterizzavano il fondo marino, e che costrinsero a non utilizzare più questo piano. Il nome convenzionale della casa deriva da un rilievo, di cui oggi è esposta una copia in gesso, che fu ritrovato in un altro ambiente: era in marmo pentelico, e l’originale è oggi al museo Archeologico nazionale di Napoli. Raffigura l’eroe greco Telefo, figlio di Ercole, che viene curato con la limatura della punta della lancia di Achille, perché solo quella poteva guarire la sua ferita secondo una predizione dell’oracolo che – sulla sinistra del rilievo – sta appunto dicendo ad Achille quale sarebbe stato il destino dell’intera spedizione greca contro Troia. I greci non sarebbero sbarcati a Troia se non avesse favorito la guarigione di Telefo. Telefo era il figlio di Ercole, e la sua presenza a Ercolano si spiega molto bene. In questa casa abbiamo tanti richiami a Ercole. E non dimentichiamo che Telefo, secondo alcune versioni mitologiche, era ritenuto anche il padre di Tirreno e Tarconte, mitici re degli Etruschi. E quindi c’era un rapporto molto forte con la penisola italiana. E in età romana c’era senz’altro consapevolezza del fatto che secoli prima dell’impianto di questa casa i re di Pergamo avevano lasciato in eredità al popolo romano il loro regno. I re di Pergamo erano diretti discendenti di Telefo”.

L’atrio corinzio della Casa del rilievo di Telefo a Ercolano (foto paerco)

I sedili all’ingresso della casa, su cui prendevano posto i clientes in attesa di essere ricevuti dai padroni di casa, confermano l’importanza della domus dei Noni Balbi proprietari di questa casa. “Non appena entrati”, continua Sirano, “ci troviamo di fronte a un atrio un pochino particolare: al centro si trova sempre il pozzo di luce che serviva anche per raccogliere l’acqua piovana, tipico delle case romane: l’atrio tuscanico. Ma tutto attorno abbiamo delle colonne su tre lati, che lo fanno assomigliare al cosiddetto atrio corinzio. Siamo di fronte a una specie di ingresso che ha una sala colonnata e che presenta tra le colonne, appesi, anche dei dischi di marmo di carattere dionisiaco. Si voleva già entrare in un’atmosfera sontuosa, quasi quella di una reggia di un monarca ellenistico. Dall’atrio si guarda al tablino, l’ufficio del padrone di casa, e si passa, attraverso un corridoio in pendenza, verso il giardino e verso le altre sale che si affacciavano sul mare, in particolare la grande sala con la decorazione in marmo”.

La facciata della Casa del rilievo di Telefo cn tracce della balconata esterna (foto paerco)

Il completamento delle terme suburbane comportò una serie di trasformazioni anche sulla Casa del Rilievo di Telefo, alcuni ambienti della quale furono chiusi e furono attribuiti alle terme suburbane. “Si cammina sul tetto per recarci a vedere questi ambienti, come facevano anche gli antichi. Non sappiamo bene come funzionassero i collegamenti, ma questo è un dato certo. E stando qui, guardando all’esterno della facciata della Casa del rilievo di Telefo, si notano alcune cose molto interessanti. Questi incassi, che sono stati chiusi per ragioni di restauro, servivano per sostenere le travi di una balconata che correva tutto intorno all’esterno del salone con i marmi policromi. E si vedono anche alcune finestre – chiude Sirano – legate agli ambienti sottostanti il salone, che vengono chiuse proprio per l’ampliamento delle terme suburbane”.

Alla riapertura del parco archeologico di Pompei i visitatori troveranno finalmente integre e restaurate le colonne dell’atrio secondario della Casa del Fauno: bombardate, poi ricostruite nel dopoguerra, ancora fratturate dal terremoto, e puntellate. Osanna: “Un intervento atteso da anni”

Alla riapertura del parco archeologico di Pompei, quando cioè l’emergenza sanitaria lo consentirà, i visitatori troveranno una gradita sorpresa: dopo anni di travagliate vicende, le colonne dell’atrio secondario della Casa del Fauno, bombardate, poi ricostruite nel dopoguerra, ancora fratturate dal terremoto, e puntellate, finalmente tornano integre al termine del recente e complesso intervento di restauro. “Si tratta di un importante intervento, atteso da anni”, dichiara Massimo Osanna, direttore generale ad interim del Parco archeologico, “che consente di restituire alla pubblica fruizione un altro ambiente di questa prestigiosa dimora, che reca in sé la testimonianza di un capitolo drammatico di Pompei, quello del bombardamento. Come testimoniato anche dai resti degli ordigni conservati, allo scopo, nell’atrio. Un intervento complesso di consolidamento, che ha inteso risolvere in maniera radicale il restauro delle colonne per lunghi anni lasciate in condizioni conservative precarie. Ma anche una operazione di riqualificazione e di recupero estetico, realizzata uniformando e integrando i materiali di restauro”.

Casa del Fauno: i frammenti delle bombe sganciate su Pompei nel 1943 (foto parco archeologico di Pompei)

La casa del Fauno, una delle più sontuose dimore pompeiane, estesa su un intero isolato per circa 3mila metri quadrati (è da qui che proviene il famoso mosaico pavimentale della Battaglia di Isso, con Alessandro Magno e Dario III, oggetto a sua volta in questi mesi di restauro da parte del museo Archeologico nazionale di Napoli che lo ospita), fu oggetto, come molti edifici di Pompei, del tragico bombardamento della seconda guerra mondiale. Nel settembre del 1943 due bombe precipitarono sulla abitazione, e una di queste piombò sull’atrio tetrastilo (a 4 colonne) che costituiva l’accesso alla zona privata della casa, radendo al suolo tre delle quattro colonne corinzie in tufo, decorate in stucco. Rimaneva integra solo la colonna esposta a Nord.

L’atrio tetrastilo della Casa del Fauno a Pompei senza più sostegno artificiali, dopo i restauri del 2020 (foto parco archeologico di Pompei)
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La situazione di degrado su un capitello dell’atrio secondario della Casa del Fauno a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

Le colonne furono immediatamente ricostruite nel 1946 secondo i metodi in uso all’epoca, utilizzando diverse aggrappature in ferro o in lamine zincate e malte cementizie, rivelatesi poi poco idonee ai fini della conservazione. Successivamente anche al terremoto del 1980, le stesse furono sottoposte ad altri interventi conservativi, che tuttavia hanno innescato dei processi di fratturazione e frammentazione importanti. Prima del recente restauro una delle colonne si presentava presidiata e puntellata con tubi, giunti metallici, e palanche in legno per sostenere e conservarne tutte le parti frammentate, parzialmente sollevate o completamente staccate, mentre le altre presentavano problemi di degrado in stato piuttosto avanzato.

Rocchi di colonna “a terra” per i restauri dell’atrio secondario della Casa del Fauno a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)
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Una fase dei restauri dell’atrio secondario della Casa del Fauno a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

L’intervento attuale è stato particolarmente complesso, allo scopo di intervenire in maniera integrale. In particolare, si è proceduto smontando e   movimentando da cima a terra, mediante argano, i componenti singoli di due delle colonne che presentavano gravi problemi di stabilità e uno stato fortemente frammentario – quella puntellata e quella esposta a Sud – per poi condurre il restauro ‘a terra’ dei blocchi. Sono dunque stati rimossi tutti quegli elementi non più idonei e che anzi nel tempo avrebbero causato ulteriori danni alla conservazione (elementi metallici, stuccature cementizie e  malte di restauro non più capaci  di sostenere le varie parti) per sostituirli con nuovi materiali di restauro più stabili e duraturi.

La restauratrice Elena Gravina, direttore dei lavori all’atrio tetrastilo della Casa del Fauno a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)
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L’area del cantiere di restauro dell’atrio tetrastilo della Casa del Fauno a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

Una volta consolidati e ricostruiti a terra i vari blocchi, li si è ricollocati nel loro alloggiamento originario, seguendo il rilievo tracciato in precedenza. Su tutte le colonne, infine, per salvaguardare i materiali originali in pietra, stucco ed intonaco (già consumati dal vento e dalle piogge) sono state eseguite operazioni di pulitura, trattamento biocida, stuccatura, consolidamento, protezione. Responsabile unico dell’intervento di restauro: ing. Vincenzo Calvanese; direttore dei lavori: Elena Gravina, funzionario restauratore; direttore operativo archeologo: Marialaura Iadanza; direttore operativo architetto: Annamaria Mauro; direttore operativo restauratore: Giuseppe Zolfo; ispettore di cantiere: Vincenzo Pagano; impresa esecutrice: R.W.S. srl

Trento. “A tu per tu” con la mostra di Natale “Gli apostoli ritrovati. Capolavori dall’antica residenza dei Principi vescovi” al Castello del Buonconsiglio: nei tre nuovi video scopriamo l’opera Venere e Amore, e conosciamo le figure dello scultore Alessandro Vittoria e del conte Simone Consolati

La locandina della mostra “Gli apostoli ritrovati. Capolavori dall’antica residenza dei principi vescovi” al Castello del Buonconsiglio dal 22 dicembre 2020 al 5 aprile 2021

Tre nuovi contributi video del Castello del Buonconsiglio anticipano i contenuti della mostra “Gli apostoli ritrovati. Capolavori dall’antica residenza dei Principi vescovi”, curata da Giuseppe Sava, inaugurata il 22 dicembre 2020 (ma purtroppo a museo chiuso per emergenza sanitaria),  e programmata fino al 5 aprile 2021 nella sala del Torrion da Basso al Castello del Buonconsiglio a Trento. La mostra, organizzata dal museo con l’aiuto della soprintendenza per i Beni culturali, racconta l’affascinante storia di un fortunato ritrovamento di due magnifiche sculture seicentesche in bronzo dorato molto probabilmente commissionate dal principe vescovo e fino al 1803 conservate nella dimora del principe vescovo al Castello del Buonconsiglio. In questi nuovi contributi introdotti da Alessandro Casagrande, per la regia di Alessandro Ferrini, Elisa Nicolini ci parla di “Venere che castiga Amore, un’altra opera d’arte del Roccatagliata, scultore che è noto anche come il maestro dei putti, poiché sono soggetti spesso presenti in molte sue opere. Invece Elisa Colla ci parla del più grande scultore cinquecentesco trentino, Alessandro Vittoria, che ispirò e influenzò il lavoro di Nicolò Roccatagliata quando andò a lavorare a Venezia. Infine Claudio Strocchi ci presenta il conte Simone Consolati e ci parla del suo ruolo strategico per le collezioni museali del Castello del Buonconsiglio.

Venere, Amore e le fusioni seriali. “La statuetta di Venere che punisce Amore si ispira a un’incisione di Agostino Carracci”, spiega Elisa Niccolini, “e ripropone un tema noto nell’arte bronzistica veneta di inizio Cinquecento. I tratti assottigliati del volto, le palpebre pesanti, il modellato morbido, le capigliature ricciute dei bambini riportano all’opera di Nicolò Roccatagliata, artista che ha ideato questa statuetta che poi viene eseguita dalla bottega. Questa statuetta potrebbe essere esempio di una produzione di bronzetti destinata al mercato o comunque a una più ampia circolazione. Una produzione caratterizzata da una rifinitura non sempre così attenta. Diverso il caso degli “Apostoli ritrovati”, qui in mostra, che, destinati a una committenza specifica e raffinata, sono di altissima qualità. I bronzetti sono opere apprezzate e richieste e la fusione del bronzo, realizzata con la tecnica a getto indiretto, ne consente la produzione seriale. Questa tecnica, con l’utilizzo di stampi, predilige la quantità alla qualità, e consente una prolificazione dei soggetti più graditi. Nella bottega dei Roccatagliata è feconda la produzione di bronzetti raffiguranti un putto: non a caso Nicolò Roccatagliata è conosciuto come maestro del putto”.

Alessandro Vittoria e Nicolò Roccatagliata. “Volendo ricostruire l’ambito culturale e artistico che vede la nascita delle statuette degli apostoli attribuite al genovese Nicolò Roccatagliata”, interviene Elisa Colla, “non possiamo non guardare all’operato di un altro grande scultore dell’epoca, Alessandro Vittoria. Nato a Trento, Vittoria fu attivo nella seconda metà del Cinquecento a Venezia e in Veneto. E si distinse come scultore, stuccatore e ritrattista. In particolare ritrasse la gerontocrazia veneziana nei classici busti-ritratto che lui seppe interpretare. Sapeva dare alla fisicità quella tipica controllata torsione del tardo-manierismo veneziano e nello stesso tempo sapeva indagare la psicologia degli effigiati. Roccatagliata fu a Venezia nell’ultimo decennio del Cinquecento e sicuramente guarda con attenzione all’operato di Vittoria. Quindi la mostra mette in relazione l’opera di questi due artisti in tutti gli aspetti in cui Roccatagliata seppe cogliere appunto il controllato movimento dei drappeggi e la fisicità che ritroviamo nelle statuette degli apostoli”.

Caminetto e stipo di Simone Consolati. “Nel 1803”, ricorda Claudio Strocchi, “avviene la secolarizzazione del principato vescovile di Trento. La residenza del principe vescovo il Castello del Buonconsiglio viene quindi depredato di tutti i suoi arredi. Molti finiscono sul mercato e il caminetto della sala grande viene acquistato da Simone Consolati. Lo stesso Simone Consolati acquista anche uno stipo in ebano con intarsi in pietre dure. Simone Consolati in qualità di cultore delle arti riutilizza i materiali recuperati al Castello del Buonconsiglio per arredare la propria villa a Fontanasanta nei dintorni di Trento. E proprio a Fontanasanta si trovavano anche i bronzetti, alcuni dei quali erano stati collocati al di sopra lo stipo in ebano. Manufatti che Giuseppe Gerola recuperò negli anni Venti e Trenta del 1900 e che ancora oggi si possono ammirare nel Castello del Buonconsiglio”.

“Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”: il parco archeologico del Colosseo propone un viaggio alla scoperta delle abitazioni succedutesi sul colle nel corso dei secoli. Nona puntata: il Palatino neogotico con Villa Mills

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Dall’età arcaica e ancora in parte fino alla fine del XIX secolo il colle su cui nacque Roma fu una zona prevalentemente “residenziale”. La vocazione abitativa del Palatino culminò nel I secolo d.C. con la costruzione dei palazzi imperiali: essi si identificarono così strettamente con il colle su cui sorgevano, che il suo nome latino, Palatium, è ancora oggi utilizzato in molte lingue moderne con il significato di “edificio residenziale”. Il parco archeologico del Colosseo propone “Palatium. Abitare sul Palatino dalla fondazione di Roma all’età moderna”, viaggio alla scoperta delle abitazioni – e dei loro abitanti – che nel corso dei secoli si sono succedute sul colle Palatino. In questa nona puntata scopriamo il Palatino neogotico con Villa Mills.

Villa Mills sul Palatino prima della demolizione (foto PArCo)
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Operai impegnati nel lavori di demolizione di Villa Mills sul Palatino (foto PArCo)

Nel corso dei secoli il Palatino si era trasformato in un luogo signorile dove le importanti famiglie romane stabilirono le loro dimore. Già a partire dal XIV secolo, tra la Domus Flavia e lo Stadio, era sorta la villa fatta costruire dalla famiglia Stati e poi acquistata nel Cinquecento dai Mattei. Su questa, secoli dopo, si impostò Villa Mills così chiamata dallo scozzese Charles Mills, che la acquistò e la modificò eliminando le precedenti strutture rinascimentali e donandole il caratteristico aspetto neogotico, che oggi conosciamo solamente grazie alla documentazione fotografica: la villa infatti fu quasi interamente demolita tra gli anni ’20 e ’30 del ‘900 da Alfonso Bartoli, quando iniziarono gli scavi sistematici volti a riportare alla luce le rovine imperiali.

Villa Mills, all’estrema destra è visibile l’edificio che oggi ospita il museo Palatino (foto PArCo)
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L’interno di Villa Mills durante i lavori di demolizione (foto PArCo)

L’unica sezione che rimane della Villa rinascimentale è la piccola loggia conosciuta come Loggia Mattei, ancora visitabile, che fu decorata da Baldassarre Peruzzi o dalla sua bottega. L’edificio che oggi ospita il Museo Palatino è parte della più recente struttura fatta costruire dalle monache della Visitazione nel 1868 come convento e poi trasformato in Museo da Bartoli per conservare i materiali che gli scavi man mano stavano riportando alla luce. Probabilmente uno degli ultimi che ebbe il piacere di vedere la Villa fu Stendhal che la visitò nel primo quarto del XIX secolo e la citò nella sua celebre opera “Passeggiate romane”, definendola una delle cose notevoli da vedere a Roma.

Verona. Produzione e consumo di cibo e vino dall’età del Ferro al Medioevo al centro del progetto di ricerca “In Veronensium mensa. Food and Wine in ancient Verona” dell’università di Verona con la soprintendenza di Verona e il museo di Storia Naturale, il supporto della Fondazione Fioroni e l’accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere, e il finanziamento di Fondazione Cariverona

“In Veronensium mensa. Food and Wine in ancient Verona”, progetto di ricerca dell’università di Verona

Cosa cucinavano gli antichi? Come servivano e gustavano cibo e vino? Ci sono usanze che sono rimaste invariate nel tempo? Sono alcuni dei quesiti alla base di “In Veronensium mensa. Food and Wine in ancient Verona”, progetto di ricerca scientifica di eccellenza finanziato da Fondazione Cariverona, realizzato dal dipartimento Culture e civiltà dell’università di Verona e guidato da Patrizia Basso, docente di Archeologia classica assieme ad altri colleghi di Storia antica e archeologia (Alfredo Buonopane, Diana Dobreva, Attilio Mastrocinque, Mara Migliavacca, Fabio Saggioro) e Diana Bellin del Dipartimento di Biotecnologie. Archeologi, storici antichi, medievisti e biotecnologi universitari cercheranno di dissotterrare le radici storiche di un mercato agroalimentare ancora oggi ricco e attivo, cercando di cogliere le continuità e le innovazioni alimentari che si sono succedute nel corso dei secoli. La ricerca si concentrerà sulle fasi preromane, della romanizzazione, della fine dell’Impero e quella medioevale in quanto decisivi passaggi economici, sociali e culturali per il centro scaligero e il territorio circostante. Punto di partenza del progetto sono i reperti archeologici e paleobotanici editi ed inediti (manufatti ceramici, vitrei, lapidei ma anche vinaccioli, semi, carboni, ossa umane ecc.), provenienti dai più significativi scavi archeologici condotti nel territorio veronese, messi a disposizione dalla Soprintendenza, che insieme al dipartimento Culture e Civiltà dell’università di Verona e al museo di Storia naturale sarà protagonista dell’elaborazione dei dati scientifici e dell’organizzazione delle attività di divulgazione/comunicazione previste. Per la fase divulgativa dei risultati (convegni, seminari, mostre a tema) partner del progetto sarà anche l’accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona.

Ciotole e vasi da ambienti palafitticoli dal museo di Storia naturale di Verona: contenevano tracce di cibo degli antenati preistorici (foto univr)

Partner del progetto. Dopo una sosta forzata a causa dell’emergenza sanitaria, gli studi riprendono con la collaborazione della soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Verona, Rovigo e Vicenza, partner del progetto stesso. Contribuiranno anche il museo di Storia Naturale di Verona, che metterà a disposizione le competenze scientifiche del personale della sezione di Preistoria, in particolare per quel che riguarda la conoscenza delle ricerche condotte dal Museo nel territorio veronese a partire dall’Ottocento e l’accesso agli archivi e alle collezioni archeologiche nei depositi archeologici. A supportare il progetto anche la Fondazione Fioroni di Legnago con cui il dipartimento scaligero ha siglato un apposito accordo di programma. Il tema, di grande interesse scientifico e insieme aderente agli interessi economici e culturali della Verona odierna, vede dunque coinvolti tanti enti che operano nel territorio urbano con fini istituzionali diversi, ma con l’obiettivo comune di coniugare la ricerca sul passato della città con la sua promozione nel presente.

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Patrizia Basso dell’università di Verona

“In una città come questa”, spiega la professoressa Basso, “ancor oggi vivace mercato agroalimentare, particolarmente celebre nel mondo per la qualità dei suoi vini, sembra di grande interesse ricercare le radici storiche della produzione e del consumo di cibo e vino, per cogliere da un lato le continuità e quindi le tradizioni, dall’altro le innovazioni nelle diete degli abitanti nel corso dei secoli e in particolare nelle fasi preromane, della romanizzazione, della fine dell’Impero e dell’affermarsi del Medioevo che segnarono decisivi passaggi economici, sociali e culturali nella storia del centro urbano e del suo territorio”. L’occasione alimenta il valore scientifico, economico e culturale del centro scaligero che “in collaborazione con i diversi enti coinvolti – conclude la docente –  mantiene attivo l’interesse per la ricerca sul passato e la sua promozione nel presente”.

Torino. Conferenza egittologica con Enrico Ferraris curatore del museo Egizio su “Ritorni celesti nel firmamento d’Egitto: i due orologi stellari del museo Egizio” con la presentazione di un nuovo frammento inedito di tavola stellare diagonale

La locandina della conferenza on line di Enrico Ferraris al museo Egizio di Torino

L’osservazione del moto apparente del firmamento ha dato forma, in Egitto, ad una peculiare concezione circolare del tempo che permea la tradizione religiosa e funeraria egizia. Se ne parla giovedì 14 gennaio 2021, alle 18, al museo Egizio che ospita la conferenza egittologica online “Ritorni celesti nel firmamento d’Egitto: i due orologi stellari del Museo Egizio” tenuta dal curatore Enrico Ferraris. Nel corso della conferenza saranno analizzate due tavole stellari diagonali presenti nella collezione del museo Egizio (Mereru e Iqer) e sarà presentato un nuovo frammento inedito che porta così a 28 il numero complessivo dei documenti, interi o frammentari, esistenti al mondo. La conferenza si terrà in italiano e sarà introdotta da Christian Greco, direttore del museo Egizio. La conferenza verrà trasmessa in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio.

Tavola stellare diagonale conservata al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

L’osservazione del moto apparente del firmamento ha dato forma, in Egitto, a una peculiare concezione circolare del tempo che permea la tradizione religiosa e funeraria egizia. La prima chiara evidenza di un processo di registrazione e traduzione grafica dei moti delle stelle è documentata dalle cosiddette tavole stellari diagonali che decorano i coperchi di sarcofagi datati tra la fine del Primo Periodo Intermedio e l’inizio del Medio Regno (ca. 2000 a.C.) e provenienti principalmente dalla necropoli di Assiut. Una tavola stellare diagonale ha l’aspetto di una griglia nella quale trovano posto i nomi di 36 stelle appositamente selezionate per scandire, con il loro sorgere, le dodici ore della notte nel corso dell’anno; la loro sequenza, si rinnova così idealmente con la levata di Sirio che, a fine luglio, annunciava l’arrivo della piena del Nilo, l’avvio del nuovo anno agricolo e la promessa di rinascita per gli spiriti dei defunti.

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L’egittologo Enrico Ferraris, curatore del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Enrico Ferraris si è laureato in Egittologia all’università di Torino e poi ha conseguito il dottorato di ricerca a Pisa con una tesi intitolata: “Oggetti celesti e culti stellari nella documentazione figurativa e testuale egiziana”. Ha lavorato per la missione di scavo dell’università di Torino ad Alessandria d’Egitto (2001-2007) e per il ministero degli Affari Esteri italiano al museo Egizio del Cairo nell’ambito del progetto “GEM – Grand Egyptian Museum” (2004). Dal 2013 è curatore al museo Egizio di Torino ed è responsabile del programma di analisi archeometriche dei reperti della tomba intatta di Kha e Merit, denominato TT8 Project (2018-2023). Ha curato la mostra temporanea “Archeologia Invisibile” (attualmente in corso).