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Arriva in anteprima esclusiva al cinema “Pompei. Eros e Mito” di Pappi Corsicato, un viaggio indietro nel tempo di duemila anni tra miti e personaggi che hanno reso immortale questo sito archeologico unico al mondo

Locandina del film “Pompei. Eros e mito” di Pappi Corsicato

Gli scavi di Pompei sono frequentati milioni di visitatori

Arriva in anteprima esclusiva al cinema “Pompei. Eros e Mito” di Pappi Corsicato. Con quattro milioni di visitatori all’anno provenienti da ogni parte del globo, Pompei è il sito archeologico più famoso al mondo, un luogo unico, una città perduta e ritrovata, animata nel corso dei secoli da passioni violente e dotata di un estro e una vitalità straordinari. I giochi di potere, i legami amorosi, l’ambizione smodata e il genio creativo si percepivano per le strade, si respiravano nei templi e si possono ammirare ancora oggi negli affreschi, nelle rovine, nei reperti sopravvissuti alla drammatica eruzione del 79 d.C.

Affresco pompeiano con “Leda e il Cigno” conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Il regista Pappi Corsicato

In uscita al cinema solo il 9, 10, 11 novembre 2020, “Pompei. Eros e Mito” è diretto dal poliedrico Pappi Corsicato, che di recente ha firmato anche il documentario dedicato a Julian Schnabel. Prodotto da Sky, Ballandi e Nexo Digital, in collaborazione e con il contributo scientifico del parco archeologico di Pompei e con la partecipazione del Mann, museo Archeologico nazionale di Napoli, “Pompei. Eros e Mito” è un viaggio che ci guida indietro nel tempo di duemila anni. Vengono messi a nudo i miti e i personaggi che hanno contribuito a rendere immortale questo sito archeologico unico al mondo che l’Unesco ha inserito nella lista dei siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Dalla storia d’amore tra Bacco e Arianna nella celebre Villa dei Misteri al rapporto ambiguo tra Leda e il Cigno, dalle lotte gladiatorie sino alla disperata ricerca dell’immortalità di Poppea Sabina (seconda moglie dell’imperatore Nerone), il docu-film metterà in scena e analizzerà anche i lati meno noti e più segreti della città. Gli stessi che nel XVIII secolo portarono la Chiesa Cattolica a nascondere alcuni dei reperti più scandalosi e scabrosi recuperati duranti gli scavi.

L’attrice Isabella Rossellini narratrice d’eccezione attraverso le strade di Pompei (foto Daniele Cruciani)

Gladiatori a Pompei nel film “Pompei. Eros e mito” di Pappi Corsicato (foto di Federica Belli)

A condurci attraverso le strade di Pompei sarà una narratrice d’eccezione: la pluripremiata Isabella Rossellini. La sua presenza e la sua voce accompagneranno gli spettatori in un percorso elegante e serrato che mostrerà come i miti e le opere ritrovate abbiano ammaliato e influenzato artisti come Pablo Picasso e Wolfgang Amadeus Mozart. Arricchiscono il percorso tra storia e arte anche le rievocazioni dei miti in chiave contemporanea ideate da Pappi Corsicato: Bacco, Arianna, Teseo, Leda, solo per citarne alcuni, indossano abiti moderni e sono sospesi in un tempo che appartiene sia al passato che al presente, per mostrare quanto l’eredità di Pompei sia ancor oggi una continua fonte di ispirazione artistica.

Il mito di Arianna e Teseo ricostruito nel film “Pompei. Eros e mito” di Pappi Corsicato (foto Federica Belli)

Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei (foto Still)

La colonna sonora originale del docu-film, in uscita per Nexo Digital/Sony Masterworks dal 6 novembre 2020, è firmata dal compositore e pianista Remo Anzovino, che ormai da anni si cimenta raccontando in musica l’arte mondiale, tanto da essere stato premiato ai Nastro d’Argento 2019 con una Menzione Speciale per le colonne sonore originali dei film. Tra gli interventi del film quelli di Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei; Andrew Wallace-Hadrill, professore emerito di Studi classici, università di Cambridge; Catharine Edwards, professore di Studi classici e Storia antica – Birkbeck, università di Londra; Darius Arya, direttore American Institute for Roman Culture; Ellen O’Gorman, professore associato di Studi classici, università di Bristol.

Il direttore generale di Pompei, Massimo Osanna mostra l’affresco dei gladiatori scoperto nella Regio V di Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Carlo di Borbone: promosse gli scavi di Ercolano e Pompei

Era il 1748 quando re Carlo III di Borbone promosse i primi scavi ufficiali a Pompei a seguito dei primi ritrovamenti della vicina Ercolano. Fu da quel momento che cominciarono a riemergere con sempre maggior chiarezza i dettagli della catastrofe del 79 d.C., anno in cui il Vesuvio seppellì intere città, tra cui Pompei ed Ercolano, e tutto il territorio circostante. Nel corso degli scavi di Pompei sono stati rinvenuti tesori, statue, affreschi, mosaici, reperti di vita quotidiana, ma anche ville e abitazioni private che ancor oggi ci raccontano la vita di una città vivace, con giardini, fontane e imponenti apparati decorativi. Sarà lungo queste antiche vie e grazie alle opere conservate al Mann – museo Archeologico nazionale di Napoli, che si avrà modo di conoscere la vita degli abitanti di Pompei prima dell’eruzione. Attenzione particolare sarà dedicata al Gabinetto Segreto del Mann, istituito dai Borbone per custodire i reperti più “scandalosi” ed esplicitamente erotici.

La tragedia di Pompei si “vive” nei calchi dei suoi abitanti sepolti dall’eruzione del Vesuvio

Le storie esplorate sono quelle di uomini e donne di cui ci restano tracce concrete perché quando il flusso piroclastico ad altissima temperatura che investì Pompei ne provocò la morte istantanea per shock termico, i corpi delle vittime rimasero nella posizione in cui si trovavano lasciando la propria impronta dopo la decomposizione. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, poco più di un centinaio di calchi sono stati realizzati da queste impronte, ispirando poeti e artisti, tra cui lo stesso Roberto Rossellini, che dedicò alla scoperta di alcuni calchi una celebre scena del “Viaggio in Italia”.

Roma. Apre a Palazzo Caffarelli ai musei Capitolini la mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori”, il grande evento 2020 più volte rinviato causa Covid-19: 96 marmi, selezionati dalla celebre collezione Torlonia la quale torna così finalmente visibile al pubblico. Alla presentazione il ministro Franceschini

La statua di Meleagro della Collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)
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La locandina della mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” a Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini

Giusto un anno fa veniva annunciata come l’evento dell’anno per il 2020 a Roma: è la mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” a Palazzo Caffarelli ai Musei Capitolini al Campidoglio: una inedita esposizione di 96 marmi, selezionati dalla celebre collezione Torlonia la quale torna così finalmente visibile al pubblico. Uno dei progetti di mostra più prestigiosi, per partecipazioni istituzionali, valore scientifico ed eccezionalità dell’occasione, nella programmazione di Electa che, oltre a pubblicarne il catalogo, cura l’organizzazione e la promozione. La mostra era programmata dal 25 marzo 2020 al 10 gennaio 2021. Poi venne il coronavirus. E tutto è cambiato. Prima la vernice era stata “aggiornata” con grande ottimismo al 4 aprile 2020. Poi, visto l’aggravarsi dell’emergenza sanitaria e il lockdown, si era parlato di settembre 2020. Ora ci siamo. E stavolta sembra quella giusta: la mostra sarà aperta dal 14 ottobre 2020 al 29 giugno 2021. E lunedì 12 ottobre 2020, alla presentazione ufficiale (che si potrà seguire in streaming dato il contingentamento e le restrizioni anti Covid-19) ci sarà anche il ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo Dario Franceschini, con il sindaco di Roma Virginia Raggi, il presidente della Fondazione Torlonia Alessandro Poma Murialdo, e il curatore della mostra Salvatore Settis.

La mostra “The Torlonia Marbles. Collecting Masterpieces / I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” è il risultato di un’intesa del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo con la Fondazione Torlonia; e nello specifico, per il ministero, della direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio con la soprintendenza Speciale di Roma. Il progetto scientifico di valorizzazione della collezione è di Salvatore Settis, curatore dell’esposizione con Carlo Gasparri. Il progetto di allestimento della collezione Torlonia è di David Chipperfield Architects Milano. Bvlgari è main sponsor del restauro delle opere esposte. La mostra è allestita nella sede espositiva dei musei Capitolini a Palazzo Caffarelli, tornata alla vita grazie all’impegno e al progetto della sovrintendenza di Roma Capitale. La scelta della sede è stata dettata dal proposito di incentrare il percorso espositivo sulla storia del collezionismo: un aspetto sotto il quale la vicenda del Museo Torlonia alla Lungara (fondato dal principe Alessandro Torlonia nel 1875), che conta 620 pezzi catalogati, appare di eccezionale rilevanza. Questa raccolta si presenta infatti come una collezione di collezioni o, meglio, come uno spaccato altamente rappresentativo e privilegiato della storia del collezionismo di antichità in Roma dal XV al XIX secolo. I marmi Torlonia, restaurati nei Laboratori Torlonia, sono raccontati in una serie di video su collezione ed esposizione, disponibile al link https://www.fondazionetorlonia.org/channel/.

Statua di caprone in riposo: marmo greco della Collezione Torlonia (foto Lorenzo De Masi /Fondazione Torlonia)
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Collezione Torlonia. Gruppo di sculture restaurate: in primo piano statua di guerriero inginocchiato e statua di Afrodite, replica della Venere Medici (foto Lorenzo De Masi / Fondazione Torlonia)

L’esposizione si articola come un racconto, in cinque sezioni, in cui si narra la storia del collezionismo dei marmi antichi, romani e greci, in un percorso a ritroso che comincia con l’evocazione del museo Torlonia, fondato nel 1875 dal principe Alessandro Torlonia, e rimasto aperto fino agli anni Quaranta del Novecento. La sezione successiva riunisce i rinvenimenti ottocenteschi di antichità nelle proprietà Torlonia. La terza sezione rappresenta le forme del collezionismo del Settecento, con le sculture provenienti dalle acquisizioni di Villa Albani e della collezione dello scultore e restauratore Bartolomeo Cavaceppi. A seguire, una selezione dei marmi di Vincenzo Giustiniani, uno dei più sofisticati collezionisti romani del Seicento, e per finire pezzi da collezioni di famiglie aristocratiche del Quattro e Cinquecento. La mostra termina con un affaccio sull’esedra dei musei Capitolini dove sono riuniti la statua equestre del Marco Aurelio, la lupa romana e i bronzi del Laterano che Sisto IV nel 1471 donò alla città.  Un nesso importante con il museo che gli antichi busti, rilievi, statue, sarcofagi ed elementi decorativi in mostra creano: riflesso di un processo culturale in cui Roma e l’Italia hanno avuto un primato indiscutibile.

Aquileia. Dal 10 ottobre prime visite guidate ufficiali alla Domus di Tito Macro, una delle più grandi dimore di epoca romana scoperte nel Nord Italia

La Domus di Tito Macro ad Aquileia come si presenta dopo l’innovativo progetto di ricostruzione dei volumi originari (foto Fondazione Aquileia)

Neppure il lockdown aveva fermato il cantiere di salvaguardia e valorizzazione della Domus di Tito Macro ad Aquileia. La volontà era di giungere all’apertura quanto prima di quest’area archeologica, sicuramente uno dei luoghi più suggestivi di Aquileia. E dopo le prime visite guidate, sabato 26 settembre 2020, con apertura eccezionale in occasione delle Giornate europee del Patrimonio, ecco finalmente l’inaugurazione ufficiale della Domus di Tito Macro, una delle più grandi dimore di epoca romana tra quelle scoperte nel Nord Italia: la Fondazione Aquileia ha infatti programmato dal 10 ottobre al 1° novembre 2020 un servizio di visite guidate ogni sabato e domenica (con prenotazione obbligatoria). Sono 1700 metri quadrati di superficie che ci raccontano la vita in un’abitazione dell’antica città. La dimora si estendeva tra due strade lastricate all’interno di uno degli isolati meridionali. Con la visita guidata si scoprirà l’atrio d’ingresso, il tablinio, la cucina, la bellezza dei pavimenti a mosaico della facoltosa dimora. Ci saranno due turni al mattino (alle 10 e alle 11) e due al pomeriggio (alle 14.30 e alle 15.30). Il servizio è disponibile in italiano (in inglese solo su richiesta e previa prenotazione). La visita dura circa 40 minuti. Punto di partenza: Infopoint PromoTurismoFVG di Aquileia in via Giulia Augusta, 11. La visita guidata costa 3 euro a persona. L’ingresso alla Domus è gratuito. Gratis bambini/ragazzi sotto i 18 anni. Gratis con FVGcard. Gratis con FVGcardAquileia. Organizzazione: PromoTurismo FVG in collaborazione con Fondazione Aquileia. La visita guidata non verrà effettuata in caso di maltempo. Prenotazione obbligatoria contattando l’Infopoint PromoTurismoFVG di Aquileia: tel. 0431 919491, mail: info.aquileia@turismo.fvg.it

Il complesso cantiere all’interno della Domus di Tito Macro nel fondo Cossar ad Aquileia (foto fondazione Aquileia)

L’area è stata oggetto di un innovativo progetto di ricostruzione dei volumi della “Domus di Tito Macro”: si tratta della più ampia struttura di copertura in laterizio monocromo di un’area archeologica realizzata in Europa in modo da alludere alle forme della casa romana, con l’implicita sfida di dar forma alle letture interpretative più aggiornate delle tracce emerse dalle attività di scavo. L’elegante e agile struttura, sostenuta da pilastri d’acciaio verniciato in rosso pompeiano, allude nella sua articolazione ai volumi dell’antica domus: il tetto si compone di un’intelaiatura lignea, che sostiene la copertura in coppi e tegole, ispirati a quelli in uso in età romana. Ai lati la struttura è chiusa da elementi in laterizio, orientabili per una ventilazione ottimale dell’area coperta.

Ricostruzione 3D del porticato del giardino della Domus di Tito Macro (I sec d.C.) (foto della fondazione Aquileia)

L’area archeologica del fondo Cossar dopo la realizzazione del primo lotto di lavori dell’innovativo progetto di ricostruzione dei volumi della domus di Tito Macro (foto fondazione Aquileia)

Domus di Tito Macro (I sec. d.C.). La casa è stata oggetto di scavo da parte dell’università di Padova, in convenzione con la soprintendenza per i Beni archeologici del Friuli Venezia Giulia, sulla base di un progetto promosso e finanziato da Fondazione Aquileia, sostenuta dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, e da Arcus/Ales S.p.a. I recenti scavi hanno consentito di riconoscere nel settore centrale dell’area archeologica il perimetro di un’unica grande casa, con un’estensione di circa 1500 mq, che si sviluppava trasversalmente fra i due assi stradali. L’impianto, dell’inizio del I secolo d.C., gravitava su uno spazio centrale scoperto, circondato da un ambulacro mosaicato e dotato di una fontana, che si addossava al lato orientale. Su questo giardino si affacciava l’ambiente principale della casa, con semplice superficie musiva a fondo bianco, che fu oggetto nel corso del tempo di diversi rifacimenti. Verso est, adiacenti alla strada, sono state riconosciute delle botteghe; a ovest, invece, esisteva probabilmente una seconda area scoperta, sula quale si affacciavano diversi ambienti della parte privata della casa. La casa dovette appartenere a un certo Tito Macro, il cui nome è inciso su un peso in pietra rinvenuto durante gli scavi.

Al museo Archeologico nazionale di Adria, per il ciclo di incontri del gruppo archeologico Adriese, conferenza di Alberto Andreoli su “Luigi Groto e la rappresentazione inaugurale dell’Olimpico”, a corollario della mostra “Lo sguardo del buio. Il Cieco d’Adria e il Tintoretto”

Cinque anni di lavori, dal 1580 quando fu progettato dal sommo architetto Andrea Palladio al completamento delle scene fisse realizzate nel 1585 da Vincenzo Scamozzi: e finalmente, il 3 marzo 1585, l’inaugurazione ufficiale del Teatro Olimpico di Vicenza, il primo e più antico teatro stabile coperto dell’epoca moderna. E per l’occasione fu messo in scena, in una fastosa rappresentazione, l’Edipo Tiranno, volgarizzamento della tragedia sofoclea del veneziano Orsatto Giustinian, opera per la quale erano state realizzate da Vincenzo Scamozzi le prospettive lignee raffiguranti le vie di Tebe, divenute poi fisse e immutabili nel tempo, le uniche d’epoca rinascimentale ad essere giunte fino a noi, peraltro in ottimo stato di conservazione. Sul palcoscenico, tra gli interpreti c’era Luigi Groto, oratore e poeta, nato ad Adria il 7 settembre 1541, morto a Venezia il 13 dicembre 1585, detto il Cieco d’Adria perché perdette la vista otto giorni dopo la nascita. Di questo evento che per Luigi Groto rappresentò il definitivo riconoscimento della sua crescente fama di erudito e letterato, parlerà Alberto Andreoli dell’università di Ferrara nell’incontro dal titolo: “Luigi Groto e la rappresentazione inaugurale dell’Olimpico​”: appuntamento domenica 11 ottobre 2020 alle 17 al museo Archeologico nazionale di Adria (Ro). La conferenza è promossa dal gruppo archeologico Adriese “Francesco Antonio Bocchi” nell’ambito del XXXI Ciclo di incontri 2020-2021. Per motivi sanitari gli ingressi saranno contingentati con un massimo di 30 persone di pubblico. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria allo 042621612.

Luigi Groto, il poeta cieco di Adria

Secondo l’opinione più diffusa, nell’Edipo Tiranno all’Olimpico Luigi Groto avrebbe interpretato il ruolo del cieco indovino Tiresia, ma si accenna anche al ruolo del re Edipo, e purtroppo né le fonti contemporanee, né gli studiosi moderni, e neppure lo stesso epistolario grotiano sembrano dare risposte certe che permettano di superare il dubbio. Di certo si sa che in una lettera al pittore vicentino Giovanni Battista Maganza, detto il Magagnò, datata 4 giugno 1584, Luigi Groto dice di accettare, entusiasta e riconoscente, l’invito degli Accademici Olimpici a recitare la parte di Tiresia. Più ambigua una lettera di poco più di un mese dopo (22 luglio) nella quale, rispondendo al letterato Camillo Camilli che gli proponeva di impersonare Edipo, l’adriese sembra sostenere che è giusto che un cieco sostenga la parte d’un cieco, ma non dice che ruolo poi in definitiva abbia accettato. Tanto che potrebbero essere addirittura valide entrambe le ipotesti: Groto come Tiresia e Groto come Edipo, perché l’oratore adriese dalla prima inaugurale alla replica di qualche giorno dopo potrebbe essersi scambiato il ruolo con l’accademico vicentino Nicolò Rossi, che figura anche lui tra gli attori principali.

La locandina della mostra “Lo sguardo del buio – il “Cieco d’Adria” e il Tintoretto” al museo Archeologico nazionale di Adria: chiusa per emergenza coronavirus, ha riaperto il 5 settembre 2020. Chiude il 6 gennaio 2021

Per saperne di più sulla figura di Luigi Groto si può ancora visitare la mostra “Lo sguardo del buio. Il Cieco d’Adria e il Tintoretto”, visitabile fino al 6 gennaio 2021 al museo Archeologico nazionale di Adria, promossa dal Comune di Adria e dal ministero per i Beni e le attività culturali e per il turismo – Polo museale del Veneto, in collaborazione con la Pro Loco di Adria, la Fondazione scolastica “C. Bocchi” di Adria e l’Accademia dei Concordi di Rovigo, la UICI di Rovigo e il Polo tecnico di Adria per la realizzazione del percorso tattile associato alla mostra. L’allestimento è l’occasione per realizzare un viaggio nell’iconografia del letterato adriese attraverso i ritratti riprodotti nelle sue pubblicazioni ed altre opere che lo rappresentano. La mostra indaga, inoltre, il rapporto esistente tra la figura di Luigi Groto e il modo in cui viene rappresentato nell’iconografia pittorica ponendo un particolare accento sulla sua cecità intesa non come caratteristica debilitante bensì come possibilità di penetrare la realtà. L’obiettivo è quello di porre l’accento sulla sua cecità, intesa non come caratteristica debilitante, bensì come possibilità di penetrare la realtà. Con l’evento adriese si riscopre quindi la figura classica del poeta cieco che, come un indovino, riesce a trascendere il reale per arrivare alla verità insita nelle cose. Un ruolo che Luigi Groto nella vita ricoprì con l’arte del poetare, tanto che gli fu chiesto – come detto – di interpretare Tiresia nel 1585. La richiesta arrivò per l’inaugurazione del Teatro Olimpico di Vicenza, con la tragedia Edipo Tiranno di Sofocle, trascritto da Orsatto Giustinian e con musiche di Andrea Gabrieli.​

“Lapilli sotto la cenere”: la settima clip del parco archeologico di Ercolano alla scoperta di altri tesori dell’antica Herculaneum presenta lo studio 3D della Casa del Sacello di legno

La Casa del sacello di Legno ad Ercolano

In questa settima clip dei “Lapilli sotto la cenere in 3D SCAN” del parco archeologico di Ercolano scopriamo la Casa del Sacello di legno. La casa prende il nome da un armadio larario ritrovato in una piccola stanza signorile, con copertura ad alcova e finestra chiusa da una grata, costituito da una parte inferiore, che conteneva al suo interno prezioso vasellame in terracotta e vetro, una statuetta in bronzo di Ercole e un sigillo in bronzo con l’iscrizione di L. Autroni Euthymi, ultimo abitante della casa prima dell’eruzione del Vesuvio, e una parte superiore simile ad un vero e proprio tempietto (sacello), di cui aveva la forma pur nelle ridotte dimensioni, utilizzato per i culti domestici (i lari erano infatti le divinità ancestrali, protettrici del focolare). La domus è interessante anche perché conservava, al momento della distruzione, parte dell’aspetto originale con i muri in opus incertum (i muri sono costruiti con pietre di piccole dimensioni unite con malta, senza un apparente ordine compositivo), i pavimenti in cocciopesto con inserti lapidei e le pareti dipinte in I Stile, tecniche costruttive e pittoriche ormai in disuso nella seconda metà del I secolo d.C. Da uno scaffale a muro rinvenuto all’interno di un cubicolo al piano superiore proviene, inoltre, un archivio di tavolette cerate legate a gruppi di due o tre (dittici e trittici)​, alcune delle quali di piccolo formato (e perciò dette pugillares, perché impugnabili), e rotoli di papiro (volumina). Grazie al progetto Herculaneum 3D Scan possiamo esplorarla, misurarla ed osservarla nei minimi particolari con le nuvole di punti 3D ad altissima densità (https://bit.ly/30bcA4C).

L’emergenza sanitaria non ferma la Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Ct): la decima edizione in presenza e in streaming. Trentadue pellicole in programma, tra documentari, docu-fiction, film di animazione e cortometraggi

La locandina della X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Ct) dal 15 al 18 ottobre 2020

Il castello di Santapau domina il centro abitato di Licodia Eubea (foto Graziano Tavan)

Dieci anni e non sentirli. La Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica non solo non ha perso lo smalto e l’entusiasmo, ma è cresciuta di anno in anno affermandosi come uno dei più importanti festival cinematografici italiani (l’unico nel Sud Italia) dedicato alla divulgazione dell’Antico attraverso le arti visive. E così eccoci alla decima edizione del festival internazionale, nonostante l’emergenza Covid-19 che ha compromesso la maggior parte degli eventi: appuntamento dal 15 al 18 ottobre 2020 a Licodia Eubea, il pittoresco borgo adagiato sul versante nord-occidentale dei monti Iblei in provincia di Catania. E anche in streaming. Il festival sarà infatti interamente trasmesso in streaming sulla piattaforma www.streamcult.it: basterà registrarsi gratuitamente e accedere ai contenuti comodamente da casa. Per essere presenti in sala, invece, sarà necessario prenotare il proprio posto gratuitamente sul sito www.rassegnalicodia.it, dove sarà possibile scaricare il programma completo delle proiezioni e degli eventi.  “Non è stato semplice decidere di confermare l’edizione del festival in una situazione così critica, generata dall’emergenza sanitaria, che ha messo in ginocchio il settore degli eventi dal vivo”, assicura  Lorenzo Daniele, co-direttore artistico. “Ma ci è sembrato doveroso nei confronti di registi, produttori e ricercatori organizzare un festival che ha come suo obiettivo quello di adoperare la pervasività del cinema per avvicinare gli spettatori alla conoscenza del patrimonio culturale, della Storia e dell’Archeologia. Lo faremo nel pieno rispetto delle normative Anti-Covid che prevedono, tra l’altro, un pubblico contingentato. Anche per questo ci apriremo al web, con un’edizione che sarà trasmessa interamente in streaming. Una novità, questa, introdotta in via sperimentale ma che potrebbe permanere anche in futuro, quando la situazione tornerà alla normalità”.

Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio direttori artistici della Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Ct)

Pubblico nella chiesa sconsacrata di San Benedetto e Santa Chiara sede della rassegna di Licodia Eubea: per la X edizione ingressi contingentati

Trentadue pellicole in programma, tra documentari, docu-fiction, film di animazione e cortometraggi; otto film stranieri, sette prime nazionali, oltre quattordici ore di proiezioni, un ricco calendario di eventi collaterali e tante novità. Sono i numeri della X edizione del Festival, organizzato negli spazi polifunzionali dell’ex chiesa di San Benedetto e Santa Chiara dall’associazione culturale ArcheoVisiva in collaborazione con la sezione locale dell’Archeoclub d’Italia “Mario Di Benedetto”, con il sostegno della Regione Siciliana (Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo – Sicilia Film Commission, nell’ambito del Programma Sensi Contemporanei) e del Comune di Licodia Eubea. “Quest’anno il palinsesto dei film in concorso è particolarmente ricco e vario”, aggiunge Alessandra Cilio, co-direttore artistico. “I documentari selezionati spaziano dall’antropologia culturale all’archeologia, coprono un arco temporale di oltre seimila anni, comprendendo Paesi come Italia, Serbia, Ungheria, Spagna, Grecia, l’isola di Cipro e ancora Iran, Iraq ed Egitto. Editi tutti tra il 2019 e il 2020, vengono presentati al pubblico italiano per la prima volta. Il denominatore comune sarà il concetto di skills. Si tratta delle abilità sviluppate dall’uomo nel corso dei secoli per insediarsi in un ambiente e sfruttarne le risorse, migliorando il proprio stile di vita. Ma sono anche quei saperi quasi dimenticati, immortalati dalla pellicola perché possano sopravvivere nel tempo: canti, gesti, incastri perfetti di pietre, risultato di secoli di sperimentazioni, tentativi ed errori. Abilità necessarie, oggi più che mai, per adattarsi all’imprevedibilità dei tempi. Dove anche un limite può trasformarsi in opportunità”.

L’ex chiesa di San Benedetto e Santa Chiara sede della Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea (Ct)

La consegna del premio “Antonino Di Vita”: da sinistra, i direttori artistici Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio, e Francesca Spatafora con Maria Antonietta Rizzo

Assieme alla sezione “Cinema e Archeologia”, ci saranno le sezioni “Ragazzi e Archeologia”, “Cinema ed Antropologia”, e ancora la “Finestra sul Documentario siciliano”, inaugurata da Sebastiano Gesù nel 2014 con l’intento di favorire la conoscenza dei documentari prodotti da siciliani e sulla Sicilia nell’arco di oltre un secolo. Tra gli eventi collaterali, spicca la mostra fotografica “Le pietre raccontano”, a cura del circolo APF associato alla FIAF. Previsti anche incontri con specialisti di vario genere nel campo dell’archeologia e della comunicazione. Come ogni anno, saranno tre i premi conferiti nella serata conclusiva: il premio “Archeoclub d’Italia” al film più votato dal pubblico; il premio “ArcheoVisiva” assegnato al miglior film da una giuria internazionale di qualità; il premio “Antonino Di Vita” conferito dal comitato scientifico a una personalità che si è distinta nella divulgazione dell’Antico. 

Come si possono preparare musei e parchi archeologici all’epoca post-Covid? Se ne parla a LuBeC 2020 di Lucca con la presentazione di due ricerche della Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali: “I musei invisibili” e “Analisi dell’impatto Covid-19”

Maria Alessandra Vittorini, direttore Fondazione Scuola Beni e Attività culturali

Come prepararsi all’epoca del post-Covid? Cosa deve fare il settore dei beni culturali per riemergere dalla crisi che ha rivoluzionato, forse per sempre, i modelli di gestione e di fruizione del sistema culturale italiano? La Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali, istituto di formazione e ricerca del MiBACT dedicato ai temi della cura e della gestione del patrimonio culturale, ha promosso due indagini diverse che saranno presentate nel corso di LuBeC 2020, il salone dei beni culturali in programma l’8 e il 9 ottobre 2020 a Lucca. La presentazione delle ricerche avrà luogo al Real Collegio di Lucca venerdì 9 dalle 9.30 alle 13, con un’introduzione di Alessandra Vittorini, neodirettore della Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali, e di Christian Greco, direttore del museo Egizio di Torino nonché membro del consiglio scientifico della Fondazione (per partecipare agli incontri in presenza, iscrizione necessaria su www.lubec). “La presenza a LuBeC è una straordinaria occasione per avviare un confronto su temi così urgenti come quelli della gestione museale nel post Covid”, dice Vittorini, che dal primo settembre ha lasciato la soprintendenza per l’Aquila e i comuni del Cratere per assumere la guida della Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali. “Con le nostre attività di studio e ricerca riteniamo di poter contribuire al dibattito e all’innovazione nel campo delle politiche culturali, con l’ambizione di portare la Fondazione – nata come Scuola di alta formazione – a rafforzare il suo ruolo di centro di competenze per lo studio dei problemi del settore e di advisor a favore del Ministero e delle altre istituzioni”.

Turisti con la mascherina davanti al Colosseo in epoca post-Covid (foto da www-MasterX.iulm.it)

Cartelli di avviso a fare attenzione in epoca post-Covid al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Due – come si diceva – le indagini diverse ma complementari promosse dalla Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali: una indagine dal titolo “I Musei invisibili. Visioni di futuro per i Musei italiani per il dopo emergenza Covid-19” ed una “Analisi dell’impatto Covid-19 sulle politiche di valorizzazione e fruizione dei parchi archeologici”. La prima ha fatto emergere una serie di scenari possibili, una volta usciti dall’attuale pandemia, inerenti la gestione museale ed una serie di proposte operative provenienti da oltre 650 professionisti e specialisti dei beni culturali. La seconda si è misurata con i dati reali di fruizione nei parchi archeologici nel “periodo di riapertura sperimentale”, così come disposto dalle linee guida per la riapertura dei musei e dei luoghi della cultura statali. L’emergenza sanitaria ha reso urgente anche la necessità di fornire nuovi servizi di formazione a distanza. Una sfida accolta dalla Fondazione, che in pieno lockdown ha saputo portare a termine lo sviluppo della propria piattaforma (fad.fondazionescuolapatrimonio.it) per soddisfare in tempo utile questa domanda. Una buona pratica che verrà illustrata giovedì 8, nel corso dell’incontro “La formazione a distanza secondo noi” (a partire dalle 16), che presenterà una riflessione sulle prospettive future della formazione digitale.

“Reopening Colosseum. Il Colosseo in quarantena”: evento clou della Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto. I protagonisti hanno spiegato quei tre mesi vissuti nel silenzio a curare il gigante fragile, e come è nato il progetto di narrare questa avventura unica. Poi le immagini hanno rapito il pubblico

Frame del film “Reopening Colosseum” di Luca Lancise e Davide Morabito, in anteprima nazionale alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto

 

Il manifesto della 31.ma rassegna internazionale del cinema archeologico intitolata “L’Italia racconta”

Cinquanta minuti con gli occhi incollati al grande schermo, rapiti dalle immagini mozzafiato su uno dei monumenti più visitati al mondo, il Colosseo, coinvolti nelle storie e nelle problematiche degli “abitanti” dell’anfiteatro Flavio, archeologi, restauratori, operai, custodi e personale di servizio, che non lo hanno mai abbandonato neppure nel momento più difficile e nuovo della sua millenaria storia, il lockdown, quando da un giorno all’altro le quotidiane migliaia di visitatori affascinati dalle antiche pietre hanno lasciato il posto al silenzio, alla solitudine di quegli ambienti mai vissuta prima. Ecco questo e molto altro hanno vissuto i partecipanti all’evento di sabato 3 ottobre 2020 al teatro Zandonai di Rovereto, la presentazione in anteprima nazionale in presenza del film “Reopening Colosseum. Il Colosseo in quarantena” di Luca Lancise e Davide Morabito, momento clou della 31.ma Rassegna internazionale del Cinema Archeologico – Edizione speciale 2020 “L’Italia si racconta”. E a “raccontare” questi mesi unici, vissuti all’interno del Colosseo chiuso per emergenza coronavirus, sono stati gli stessi protagonisti, intervistati sul palco del teatro Zandonai da Barbara Maurina, conservatore archeologo della Fondazione Museo Civico di Rovereto.

Ha iniziato Federica Rinaldi, archeologa del Parco archeologico del Colosseo, nominata responsabile del Colosseo il 3 febbraio 2020, proprio un mese prima che scattasse il lockdown, che quindi ha vissuto in prima persona.  “Di certo non potevo pensare che di lì a un mese il monumento tra i più famosi al mondo avrebbe chiuso i cancelli per un periodo così lungo, ben 84 giorni. Il primo periodo ero travolta dalla novità della cosa e dalle migliaia e migliaia di turisti che ogni giorno affollano il Colosseo. Poi improvvisamente è calato il silenzio. All’inizio del lockdown siamo rimasti a casa, in smartworking. Ma il pensiero era sempre rivolto a questo “gigante fragile”, come viene definito nel film, e non lo abbiamo mai abbandonato. Ho avuto l’autorizzazione a potermi recare a lavorare al monumento durante la settimana, per non lasciare solo né lui né il personale di custodia che ovviamente non è mai mancato durante questi 84 giorni, e poter monitorarlo e osservarlo insieme agli operai della manutenzione. È stata sì una vicenda grossa, emotivamente molto coinvolgente, però posso dire che fin da subito è diventata un’opportunità perché questo silenzio, come si dice anche nel film, mi ha permesso di ascoltare quello che il Colosseo voleva dire a me e immagino anche ai miei colleghi. Sapevamo tutti che questa esperienza avrebbe cambiato completamente il modo di fruire lui, come tutti i musei, ma lui in particolar modo per la sua stessa storia, la sua stessa conformazione. E quindi da subito abbiamo pensato che pur essendo prioritaria la sicurezza bisognava anche garantire forse un nuovo racconto di questo monumento che in questi 84 giorni ci ha insegnato tantissimo. Nel film viene usata la parola “umiltà” perché con umiltà ci siamo posti davanti a lui, con umiltà abbiamo cercato di conoscerlo ancora di più di quello già pensavamo di conoscerlo, e con umiltà ci siamo posti di fronte a questa nuova avventura che è quella della riapertura che stiamo portando avanti con un nuovo tipo di pubblico che lo sta frequentando, lo sta conoscendo, e che credo lo sta amando di più. Quindi è stata una sfida ma una sfida che ha dato a me l’opportunità di fare un lavoro forse anche più meditato, un lavoro che ho condotto in questi tre mesi di chiusura pensando che l’obiettivo era la riapertura. Ovviamente non ero da sola, ma siamo un gruppo di colleghi, funzionari, particolarmente appassionati, guidati dal nostro direttore Alfonsina Russo. E tutti insieme: perché il Colosseo e il parco archeologico del Colosseo riaprissero e potessero aprirsi anche a una nuova dimensione di visita”.

È poi intervenuta Elisa Cella, archeologa del parco archeologico del Colosseo. “In questi mesi il Colosseo ci ha detto molto e ha parlato una lingua diversa. Il silenzio ha consentito a noi di ascoltare la voce del Colosseo in una maniera del tutto nuova. Abbiamo potuto soffermarci su quello che è conservato e nascosto sulle sue pareti. Abbiamo cominciato a leggere i segni lasciati anche in età moderna e contemporanea proprio con l’intento di restituirli al pubblico sia nell’immediato che ovviamente una volta riaperto il monumento. Perché non abbiamo mai dubitato che non si potesse arrivare alla riapertura, e arrivarci arricchiti, insieme. Siamo stati fortunati perché nel nostro gruppo di lavoro la malattia non è entrata. In qualche modo lavorare all’interno del Colosseo ci consentiva di ascoltare i suoni delle sirene delle ambulanze da lontano e di poterci concentrare sul lavoro. Un lavoro che ha visto la lettura stratigrafica del monumento andare avanti, arricchirsi, e nello stesso tempo pensare a come restituirlo al pubblico. Oggi se stiamo proponendo il sabato sera un percorso per negromanti e pastori, e che parla di un’eredità più dimenticata del Colosseo, proprio quella che degli anni è considerata dell’abbandono, è grazie a questa esperienza. È grazie a questo momento che ci siamo resi conto che siamo in un luogo in cui il presente diventa storia. E questo in qualche modo ci dicono quelle pareti in cui sono incisi i nomi dei primi visitatori. Un gesto che oggi è in realtà un danneggiamento al patrimonio, un reato, ma che in passato era un segno di estrema vicinanza con questi luoghi. Forse però quello che ci ha detto il Colosseo in quel momento in cui abbiamo avuto la fortuna di poter tornare a lavorare è stato quello di avere fiducia, e una lezione sulla storia: il fatto che comunque questo tempo sarebbe passato, che ci sarebbe stato un cambiamento che mai avremmo potuto vederlo, e che noi avevamo il dovere di trasmettere questa fiducia all’esterno. Perché noi, come tanti, abbiamo continuato a lavorare e prenderci cura di qualcosa di importantissimo, un simbolo. Quello che abbiamo cercato di fare anche durante quei momenti era, attraverso i nostri canali di comunicazione, i nostri social, trasmettere questa fiducia all’esterno, trasmettere la menzione di un tempo che passa anche nei peggiori dei momenti a più persone possibili”.

Barbara Nazzaro, architetto, direttore tecnico del Colosseo, ha invece illustrato le problematiche affrontate durante la quarantena. “All’inizio è stato veramente scioccante, e poi l’abbiamo presa come l’occasione per fare tutte quelle piccole cure di manutenzione che non riusciamo a fare perché la gente vuole vedere il Colosseo. È stata veramente una grandissima occasione per lavorare in maniera approfondita”.  

L’ultima parola, prima della proiezione, è andata a Davide Morabito, regista, che con Luca Lancise ha realizzato appunto il film “Reopening Colosseum. Il Colosseo in quarantena”. A lui il compito di spiegare come è nato questo progetto, che cosa ha fatto scattare l’interesse per il Colosseo, luogo archeologico per eccellenza, luogo della romanità per eccellenza. E cosa ha comportato fare le riprese in un’area archeologica così importante ma anche così delicata. “All’inizio, quando tutta l’Italia era sospesa, e c’era questo silenzio agghiacciante nelle strade, con Luca, col quale per mestiere raccontiamo delle storie, ci siamo detti: cerchiamo di raccontare qualcosa di quello che sta succedendo. Lui aveva già lavorato in un documentario sul Colosseo, e durante questa ricerca abbiamo riflettuto sul cosa c’era da capire su questo grande gigante in pietra, cosa stava succedendo in questa icona conosciuta in tutto il mondo. Un valore essenziale e la spinta è stata un po’ l’esperienza umana che abbiamo vissuto. Tutti noi abbiamo scoperto qualcosa, anche nelle nostre case, durante quel lockdown. Noi avevamo davanti delle persone che ci trattavano comunque con molta amicizia, e che – anche loro – si sono innamorate di questo progetto, di questo pezzo di storia che volevamo raccontare. E ci hanno accolto. Abbiamo visto come loro effettivamente si prendevano cura in un momento così di precarietà morale. È stato molto bello umanamente, e questo ci ha portato avanti inizialmente con poche sicurezze, un po’ come era la situazione di tutti, e poi man mano abbiamo continuato a seguire loro e abbiamo capito che raccontare la riapertura sarebbe stata un’esperienza emozionante e viverla insieme a loro”.

E finalmente la proiezione del film “Reopening Colosseum. Il Colosseo in Quarantena” di Luca Lancise e Davide Morabito (Italia, 2020, 51′). Produzione: DMPA e LANCILUC srls, in collaborazione con il Parco archeologico del Colosseo. Direttore del Parco archeologico del Colosseo: Alfonsina Russo. Consulenza scientifica: Federica Rinaldi ed Elisa Cella (Parco archeologico del Colosseo). Il documentario non solo ha seguito le giornate delle tre protagoniste intervenute a Rovereto, ma anche di altri personaggi: dal direttore Alfonsina Russo che considera il Colosseo come un figlio, al custode Salvatore di Maria che avrà l’onore di riaprire i cancelli del Colosseo proprio alla vigilia della pensione dopo quarant’anni di servizio; dalla restauratrice Angelica Puija che pulisce quasi accarezza le antiche pietre dalle ferite di visitatori maleducati, all’operaio capo della manutenzione Geovanni Zamora de la Cruz che conosce come i palmi delle sue mani orgoglioso di lavorare in una delle sette meraviglie del mondo. E poi ci si lascia rapire dalle immagini emozionanti dal drone a volo di uccello sfiora le antiche pietre, si alza in alto fin sopra le volte, spazia lo sguardo sui fori, l’Arco di Costantino, il colle Palatino, e poi in picchiata si butta fin dentro l’arena. Tensione, emozione, aspettative. Fino all’atteso giorno della riapertura: il 1° giugno 2020. Ad accogliere, tra gli applausi i primi visitatori ci sono tutti, dal direttore al custode, come una grande famiglia che apre le porte ai graditi ospiti.

31.ma Rassegna internazionale del Cinema di Rovereto 2020: assegnati i premi e le menzioni. Il premio “Città di Rovereto” del pubblico assegnato ex aequo a “La scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo”, di Eugenio Farioli Vecchioli, e “Fabrizio Mori. Un ricordo del regista” di Lucio Rosa

“La scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo” di Eugenio Farioli Vecchioli, e “Fabrizio Mori. Un ricordo del regista” di Lucio Rosa hanno conquistato ex aequo i favori del pubblico della 31.ma Rassegna internazionale del Cinema archeologico 2020 di Rovereto. Alla fine il coraggio della Fondazione Museo Civico di Rovereto: la rassegna edizione speciale “L’Italia si racconta” si è fatta, e soprattutto si è fatta in presenza. Con una buona risposta del pubblico, tenuto conto anche del maltempo che ha caratterizzato i giorni della rassegna 2020, organizzata dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto con il sostegno del Comune di Rovereto e con il patrocinio della Comunità della Vallagarina, della Provincia autonoma di Trento, della Regione Trentino Alto Adige, del Ministero ai Beni e alle Attività culturali e del Ministero degli Esteri. E il pubblico ha dato il suo responso, come annunciato domenica 4 ottobre 2020, al teatro Zandonai, e non nel giardino del teatro (inagibile per pioggia), dal presidente della fondazione, Giovanni Laezza, in apertura della cerimonia di premiazione. Il premio CITTÀ DI ROVERETO è stato attribuito dal pubblico a pari merito a due film che raccontano, sia pure con modalità diverse, i protagonisti italiani della ricerca storica e archeologica, “La scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo”, di Eugenio Farioli Vecchioli, Agostino Pozzi e Stefano Stefanelli, RAI CULTURA, e “Fabrizio Mori. Un ricordo del regista” di Lucio Rosa, Studio FIlm Tv. La Menzione speciale “CinemAMoRe – SEZIONE FILM IN LINGUA ORIGINALE” assegnata al film “Postcards from India. A busker’s adventure” di Tommaso Dolcetta Capuzzo. La Menzione speciale ARCHEOBLOGGER al film “Italia: viaggio nella bellezza. Nella terra dei faraoni. L’avventura dell’egittologia italiana” di  Eugenio Farioli Vecchioli – RAI CULTURA. La Menzione speciale Nuvolette al film “The Fourfold (il quadruplice)” di Alisi Telengut. “È una Rassegna che abbiamo caparbiamente voluto in presenza, nonostante le grosse difficoltà organizzative e la consapevolezza della diffusa preoccupazione del pubblico a frequentare luoghi chiusi come cinema e teatri”, ha dichiarato Laezza. “Ma pur avendo offerto per la prima volta anche i film in streaming online, siamo convinti che un festival resta tale solo se permette di incontrare protagonisti, di scambiare opinioni. E grazie allo staff dell’istituzione che presiedo e al Comune di Rovereto che ha messo a disposizione il teatro Zandonai, tutto ciò è stato possibile anche quest’anno”.

 

Frame del film “Italia: viaggio nella bellezza. La scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo” di Eugenio Farioli Vecchioli, Agostino Pozzi e Stefano Stefanelli

Premio CITTÀ DI ROVERETO: “Italia: viaggio nella bellezza. La scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo” di Eugenio Farioli Vecchioli, Agostino Pozzi e Stefano Stefanelli, RAI CULTURA ((Italia, 2019, 59’). Il film è dedicato alla celebre Scuola Archeologica Italiana di Atene (SAIA), in occasione del 110° anniversario dalla sua nascita. Un viaggio nell’archeologia italiana in Grecia, con la storia degli scavi e le meravigliose scoperte sulle isole di Creta e di Lemno: i siti minoici di Festòs e Hagia Triada, la città di Gortyna a Creta, e Poliochni a Lemno, definita la città più antica d’Europa. 

Il paletnologo Fabrizio Mori nel film di Lucio Rosa “Fabrizio Mori. Un ricordo” (foto Lucio Rosa)

Premio CITTÀ DI ROVERETO: “Fabrizio Mori. Un Ricordo” di Lucio Rosa. Una produzione Studio Film Tv (Italia, 2020, 20’). Rosa riesce a tratteggiare non solo la figura del paletnologo di fama internazionale, uno dei più grandi studiosi delle antiche civiltà del Sahara, ma anche la grande umanità e sensibilità dell’uomo. E lo fa con un protagonista d’eccezione: lo stesso Fabrizio Mori, che Rosa aveva intervistato in occasione del film “Il segno sulla pietra. Il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome” (Italia, 2006, 50’), film che lo stesso Mori aveva apprezzato moltissimo (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/10/04/gran-finale-alla-31-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-chiude-le-proiezioni-il-film-di-lucio-rosa-fabrizio-mori-un-ricordo-dove-il-regista-veneziano/).

Frame del film “Postcards from India. A busker’s adventure” di Tommaso Dolcetta Capuzzo

Menzione speciale CinemAMoRe. Per la Menzione speciale “CinemAMoRe – SEZIONE FILM IN LINGUA ORIGINALE”: Istituito dal coordinamento di Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico, Trento Festival e Religion Today Film Festival, la giuria composta da Miro Forti (TFF), Kosovare Krasniqi (RTFF) e Claudia Beretta (RICA) ha deciso all’unanimità di assegnare la menzione al film: “Postcards from India. A busker’s adventure”, di Tommaso Dolcetta Capuzzo (Italia/India, 2019, 68’). Motivazione: “Postcards from India” è Il film che meglio integra lo spirito dei tre festival rappresentati dalla Giuria. Una storia originale, appassionante e ben narrata: il tema principale è la musica, calata nei contesti popolari e quotidiani, strumento di comunicazione e solidarietà. La personalità vulcanica e la vicenda particolare e avventurosa del busker Filippo Masé, grazie alla regia attuale e dinamica di Tommaso Dolcetta Capuzzo, coinvolge lo spettatore in contesti di integrazione culturale, di tradizioni e modernità, attraversando la storia, la società e le affascinanti contraddizioni dell’India di oggi. Segnalazione della giuria di “CinemAMoRe” al film: “In their hands. Reshaping pottery of the European Bronze Age” di Marcello Peres, Nicola Tagliabue, Thomas Claus, Csaba Balogh, Vladan Caricic Tzar  (Spagna/Germania/Ungheria/Serbia, 2019, 32’). Motivazione: “Un riuscito tentativo di attualizzare il passato, in questo caso la storia della ceramica dell’Età del Bronzo europea, attraverso le “mani” e le competenze degli artigiani di oggi. A più mani anche la regia, con episodi che si integrano e si intrecciano perfettamente mantenendo equilibrio, ritmo e unità narrativa. L’assenza di un testo parlato favorisce l’immediatezza del linguaggio visuale”.

Il direttore del museo Egizio di Torino Christian Greco nel film “Italia: viaggio nella bellezza Nella terra dei faraoni. L’avventura dell’egittologia italiana” di  Eugenio Farioli Vecchioli

Menzione speciale ARCHEOBLOGGER. Per la Menzione speciale ARCHEOBLOGGER sui film a carattere archeologico in programma, la giuria composta da Antonia Falcone, Domenica Pate, Giovina Caldarola, Astrid D’Eredità, Alessandro Tagliapietra, Giovanna Baldassarre, Marina Lo Blundo, Marta Coccoluto, Mattia Mancini, Michele Stefanile ha attribuito il premio al film: “Italia: viaggio nella bellezza Nella terra dei faraoni. L’avventura dell’egittologia italiana” di  Eugenio Farioli Vecchioli – RAI CULTURA (Italia, 2019, 58’). Motivazione: “L’Egitto non smette di stupire, anche al cinema! “Le cose sono impossibili finché qualcuno non le ha fatte”, dice ad un certo punto uno dei protagonisti del film. E potrebbe essere proprio questo il sottotitolo della nostra menzione. Perché “Italia: viaggio nella bellezza. Nella terra dei faraoni” si distingue per essere non il solito documentario sull’Egitto, argomento sempre molto gettonato, ma un sorprendente e interessante viaggio a ritroso nel tempo alla scoperta delle tappe cruciali che hanno reso l’egittologia italiana quella che è oggi. Un film faraonico, ma senza sensazionalismi: nonostante tutto sia straordinario – papiri srotolati “in diretta”, obelischi romani che riprendono vita e il direttore del museo Egizio di Torino Christian Greco in gran forma tra i ricordi del suo primo viaggio e la passeggiata tra le sale di uno dei musei più visitati in Italia – è un documentario privo dell’esaltazione “egittomaniacale” raccontando invece in modo compiuto la storia della ricerca italiana nelle terre del Nilo. Un prodotto ben strutturato, a più voci, con diversi registri narrativi che sfiora un’ora di girato senza stancare: ha l’incredibile merito di raccontare vicende e personaggi magari già noti agli addetti ai lavori, senza però mai innescare noia da ripetizioni. Da sottolineare la consapevolezza delle origini “colonialiste” (in senso lato) della disciplina che pone una questione centrale: quanto in termini di cultura materiale è stato tolto all’Egitto e quanto invece è stato restituito in termini di scienza e conoscenza? E poi lasciatecelo dire: finalmente tante donne!”.

Frame del film “The Fourfold (il quadruplice)” di Alisi Telengut

Menzione NUVOLETTE. Per la menzione speciale Nuvolette, assegnata dagli organizzatori e dagli artisti del Festival Nuvolette dedicato all’illustrazione, al racconto per immagini e al fumetto (Rovereto, 1-4 ottobre 2020) a cura di Impact Hub Trentino, la giuria composta da Daniele Pampanelli, Francesco Biagini, Chiara Galletti, Dalia Macii, al film: “The Fourfold (il quadruplice)” di Alisi Telengut (Canada, 2020, 7’). Motivazione: “Per il linguaggio visivo astratto che esprime perfettamente l’argomento a tema mitologico spirituale. Per l’armonico connubio tra visivo e sonoro, la voce narrante che ricorda la “Grande Madre” che accompagna in maniera perfetta le immagini e contribuisce a creare un effetto molto suggestivo e coerente con il mito. Per l’originalità con cui sono stati interpretati gli elementi naturali, la coerenza visiva e la fluidità dei movimenti nei cambi scena”. Segnalazione speciale della  giuria al film: “Back To Nature (Ritorno alla Natura)” di João Pombeiro (Portogallo, 2017, 8’). Motivazione: “Per l’ottimo impatto visivo  della narrazione che si avvale di uno stile “psichedelico” retrò grazie all’utilizzo della tecnica del collage, animazione con effetto caleidoscopio e colorazione acida dei frame. Per la “precisione” della scelta nei frame che comunicano con forza la bellezza variegata del mondo in cui viviamo e i pericoli a cui questo è esposto. Per la perfetta sincronia tra immagini e musica, molto ricercata e originale”.

Gran finale alla 31. Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto: chiude le proiezioni il film di Lucio Rosa “Fabrizio Mori. Un ricordo” dove il regista veneziano – nel decennale della morte – tratteggia non solo la figura del paletnologo di fama internazionale, uno dei più grandi studiosi delle antiche civiltà del Sahara, ma anche la grande umanità e sensibilità dell’uomo

Il famoso paletnologo Fabrizio Mori nel film di Lucio Rosa “Fabrizio Mori. Un ricordo” (foto Lucio Rosa)

Il manifesto della 31.ma rassegna internazionale del cinema archeologico intitolata “L’Italia racconta”

Fabrizio Mori: nato a Cascina il 4 dicembre 1925, morto a Trequanda nel 2010, etnografo e archeologo italiano, noto per i suoi studi sull’arte rupestre del Sahara. “Non c’è molto su questo grande ricercatore italiano. Non mi sembra che alla sua morte sia stato ricordato come si deve”, sottolinea il regista veneziano Lucio Rosa. “Eppure è stato un gigante. Meritava un ricordo degno della sua figura”. Così, nel decennale della sua morte, Lucio Rosa ha deciso di rendergli omaggio alla sua maniera: con un film. Ecco quindi “Fabrizio Mori. Un ricordo” (Italia, 20’, 2020) che domenica 4 ottobre 2020 al teatro Zandonai nel tardo pomeriggio chiuderà le proiezioni in concorso alla 31.ma Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto – L’Italia si racconta. Rosa, che ha l’Africa nel cuore, e la Libia è stata un suo “domicilio” per anni, riesce a tratteggiare non solo la figura del paletnologo di fama internazionale, uno dei più grandi studiosi delle antiche civiltà del Sahara, ma anche la grande umanità e sensibilità dell’uomo. E lo fa con un protagonista d’eccezione: lo stesso Fabrizio Mori, che Rosa aveva intervistato in occasione del film “Il segno sulla pietra. Il Sahara sconosciuto degli uomini senza nome” (Italia, 2006, 50’), film che lo stesso Mori aveva apprezzato moltissimo.

Il regista Lucio Rosa durante le riprese in Libia

Fabrizio Mori impegnato nei rilievi fotografici nell’Acacus (foto archivio Mori)

“Ho conosciuto Fabrizio Mori a casa sua a Trequanda, nelle campagne senesi”, ricorda Rosa. “Tra me e il professore era nato un feeling particolare…come da vecchi amici. Un grande studioso delle antiche civiltà del Sahara, ma anche uomo dalla grande umanità. Basta ricordare che aveva trasformato la sua dimora in una “casa” per ragazzi con famiglie “difficili”. È il Centro Lorenzo Mori, intitolato al figlio Lorenzo, morto tragicamente giovanissimo, sepolto in una buca che stava scavando in spiaggia e che si è chiusa sopra di lui, inghiottendolo”. E continua: “Aveva creduto sin da principio in me. Appena conosciuti mi ha dato il film da lui girato all’inizio delle sue ricerche, film in unico originale 16mm, ‘se lo porti via, lo faccia duplicare in elettronica,  me lo riporterà la prossima volta che verrà a trovarmi…’, mi disse. Dopo un settimana tornai da lui per restituirgli il suo prezioso documento, di cui io usai alcuni brani sia nel mio film che Il segno sulla pietra, che stavolta nel film per il ricordo“.

Fabrizio Mori con le guide Tuareg (foto archivio Mori)

I vasti panorami dell’Acacus in Libia (foto Lucio Rosa)

Nel Tadrart Acacus, in Libia Fabrizio Mori ha scoperto centinaia di pitture preistoriche (foto Lucio Rosa)

I vasti orizzonti del Tadrart Acacus, in Libia, chiusi da profili rocciosi dove si aprono anfratti o si distendono pareti dove l’uomo preistorico ritrasse il mondo che lo circondava, aprono il film. È questo il mondo di stupefacente bellezza che si presenta allo studioso toscano che qui arriva nel 1955 e fa la grande scoperta dell’arte rupestre: centinaia di pitture preistoriche che istoriano i ripari sotto roccia. Attraverso lo studio delle pitture, avanza ipotesi, molte delle quali valide ancora oggi, di scansione cronologica delle opere, il cui inizio il paletnologo lo colloca a 9000 anni dal presente. Mori è consapevole della valenza della scoperta, ma nelle sue parole non c’è nulla di tutto questo. Tutti i suoi pensieri sono per “tutti coloro che mi sono stati a fianco in questo lungo tempo, a cominciare dalle prime guide Tuareg, alla gente di Ghat, alla gente di Auenath, alla popolazione del Tadrart Acacus, che dopo un periodo di incertezza si è aperta completamente, piena i stima e fiducia reciproca. E poi la mia gratitudine va agli studiosi italiani che mi hanno accompagnato, ai pittori che mi hanno accompagnato, per le riproduzioni delle pitture…Tutte persone alle quali io debbo tutto. Io da solo non avrei potuto fare niente”.

La mummia di bambino scoperta nell’Acacus nel 1958 da Fabrizio Mori (foto archivio Mori)

La mummia di bambino scoperta da Mori è conservata nel museo di Tripoli (foto Lucio Rosa)

È il 1958 quando il professor Mori accompagnato dalle fedeli guide Tuareg raggiunge il riparo di Uan Muhuggiag nell’uadi Teshuìnath e fa il ritrovamento della piccola mummia. “Sono stati momenti particolari, in tutti questi anni, come per esempio quel momento emozionante, importante anche un po’ così  impressionante, il ritrovamento  di quello che poi abbiamo capito essere una piccola mummia di bambino, perché lì per lì, noi abbiamo visto soltanto un involucro di pelle animale, era pelle di gazzella, che circondava qualcosa, era un qualcosa di sferico che noi non sapevamo cosa fosse”. Le sue parole, dolci, sembrano più quelle di un nonno affettuoso che di un ricercatore rigoroso. “L’abbiamo rivoltata piano piano, lentamente, e abbiamo incominciato a vedere il profilo di un piccolo bambino, con i suoi dentini, con le sue labbra, con il suo nasino disseccato, con i suoi occhi chiusi. Questo bambino era stato eviscerato, era stato riempito di erba secca per consentire il disseccamento più veloce e più perfetto e poi era stato ripiegato in maniera anormale, perché aveva le gambe sotto il ventre, quasi dentro il ventre. E poi aveva un segno di grandissimo affetto. Questo bambino aveva una collanina di anellini fatti con le uova di struzzo. E c’è venuto subito il dubbio, che facciamo? Lo dobbiamo portar via dal luogo in cui è stato così amorevolmente sepolto? Perché l’amore traspare da ogni cosa in questo bambino…forse era il figlio di qualcuno di importante…certamente era figlio di genitori che lo amavano molto”. Il corpo di questo bambino di tipo negroide venne datato al radiocarbonio a circa 5500 anni dal presente. Si tratta della più antica mummia intenzionale mai trovata in Africa di circa 1000 anni più antica delle prime mummie egiziane. Il museo di Tripoli conserva questo reperto che tanto aveva emozionato il giovane Mori.

Un esemplare di Bubalus Antiquus graffito sulle pareti rocciose dell’Acacus (archivio Mori)

Un aspetto culturale importante è l’addomesticamento che dà spunto allo studioso di fare una riflessione. “L’uomo incomincia a capire, a capire in millenni non in due giorni, in una storia durata millenni”, continua ancora Mori, “comincia a capire la possibilità di addomesticare, coltivare le piante, addomesticare gli animali, e quindi un modo di vita completamente diverso. Che poi naturalmente continua su quel sentiero fino al giorno d’oggi. Perché noi non dobbiamo dimenticare che noi viviamo ancora nel neolitico, non lo dobbiamo dimenticare. Invece lo si dimentica. E facendo di questa cultura un po’ ambigua che ci domina una torre di Babele, anche un po’ più apparente che sostanziale, ecco dimentica tutto quello che è stato il nostro passato, che potrebbe viceversa aiutarci moltissimo nel correggere i nostri errori. Perché tutto quello che è stato fatto dai primi passi di questi più antichi predecessori che risalgono a milioni di anni fino ad oggi, è cultura. Cultura e natura sono state i due fattori fondamentali della storia dell’evoluzione dell’uomo. E la cultura ha una parte di grandissimo rilievo, che poi è diventato sempre più importante con il passare dei millenni. Però”, conclude, “come la cultura ha concesso all’uomo di arrivare a tappe apparentemente di grandissima importanza, ecco la cultura potrebbe essere anche di grande peso nel correggere gli errori nei quali ci dibattiamo affannosamente e penosamente”.