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A quarant’anni dalla prima esperienza, torna a Verona il grande cinema archeologico grazie ad Archeologia Viva con Verona Archeofilm: nove titoli e l’incontro con Francesca Ghedini

L’affaccio del museo archeologico di Verona a strapiombo sul teatro romano (foto Graziano Tavan)

La presentazione di Verona Archeofilm: da sinistra, il direttore artistico Dario Di Blasi, l’assessore alla Cultura Francesca Briani, e il direttore artistico di Schermi d’Amore Paolo Romano (foto Graziano Tavan)

Trentatré anni dopo l’ultima edizione (patrocinata dalla Regione Veneto) e quarantaquattro anni dopo la prima edizione (a cadenza biennale) partita quasi in sordina al teatro Romano di Verona, torna nella città di Giulietta il grande cinema archeologico con il Verona Archeofilm, che si è concretizzato grazie ad Archeologia Viva / Firenze Archeofilm, che ha fornito il supporto scientifico, e al Comune di Verona / Area Cultura e Turismo, che ha garantito il supporto tecnico-logistico. Il risultato è – per quest’anno – un mini-festival cinematografico di Archeologia, Arte e Ambiente con nove titoli per una giornata tra passato e presente. E con un impegno, ribadito dal direttore artistico Dario Di Blasi, dall’assessore alla Cultura e Turismo Francesca Briani, e da Margherita Bolla direttore del museo Archeologico al Teatro Romano di Verona, che a questa prima edizione – una sorta di anteprima-assaggio – già dall’anno prossimo avrà una durata più consona a un festival cinematografico – almeno tre giorni – e una location prestigiosa, cioè quel teatro Romano che questo festival l’ha visto nascere quasi mezzo secolo fa. E così il Verona Archeofilm si viene a inserire a pieno titolo nella Città di Verona, “il cui tessuto archeologico”, sottolinea l’assessore Briani, “è il principale scenario urbano e rappresenta da sempre la sua più forte attrattiva culturale e turistica. Il nuovo e prestigioso appuntamento – continua – va ad aggiungersi ai due Festival storici di Verona dedicati al cinema, e cioè Schermi d’Amore, che ha riaperto i battenti proprio quest’anno dopo otto anni di assenza, e Corti per Piccoli, che tra pochi mesi festeggerà i primi vent’anni di attività”. Sull’opportunità di proporre il Verona Archeofilm in una location prestigiosa e più attinente ai contenuti proposti interviene anche il direttore artistico di Schermi d’Amore, Paolo Romano: “Ricordo ancora le prime edizioni al teatro Romano: c’era un’atmosfera speciale”.

La locandina della prima edizione di Verona Archeofilm al teatro Ristori di Verona

Il teatro Ristori di Verona

Tutto in una giornata: nove film e un incontro speciale. Appuntamento al teatro Ristori di Verona martedì 22 ottobre 2019, con due sezioni: una pomeridiana, dalle 16.30; l’altra serale, dalle 21. Ingresso libero. “Sono particolarmente contento poter riportare a Verona il grande cinema archeologico che proprio da questa città ha mosso i primi passi”, spiega il direttore artistico Dario Di Blasi. “La rassegna veronese alla fine degli anni ’70 del secolo scorso fu tra le prime del genere a livello europeo: solo Parigi era partita un anno prima. E poteva contare, tra gli organizzatori, personaggi come Valerio Massimo Manfredi e Giuseppe Orefici, archeologi e comunicatori che negli anni sarebbero diventati famosi mostrando tutto il loro valore”. La formula scelta per Verona Archeofilm è quella classica di Firenze Archeofilm, dal cui archivio Dario Di Blasi ha scelto i film a carattere storico-archeologico tra i migliori a livello mondiale presentati alla rassegna internazionale fiorentina che fa da capofila al festival diffuso per la valorizzazione dei territori locali. “L’antica Pompei, i misteri di Tutankhamon, il labirinto del Minotauro, i secoli bui del Medioevo, la battaglia di Canne, i segreti di Verona sotterranea”, riassume Di Blasi, “sono alcuni dei grandi temi che sfileranno sullo schermo del teatro Ristori”. E nel tardo pomeriggio, all’interno della programmazione filmica, ci sarà l’incontro speciale con l’archeologa classica Francesca Ghedini, professore emerito dell’università di Padova, che parlerà di “Verona e non solo: architettura e potere nel mondo romano” intervistata da Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva.

Il film “Tutankhamon, i segreti del faraone: un re guerriero” di Stephen Mizelas

Francesca Ghedini (università di Padova)

Visita guidata all’area archeologica di Corte Sgarzerie a Verona

Il programma di martedì 22 ottobre 2019. Sezione del pomeriggio, dalle 16.30 alle 19. Apre il film “Malagne gallo-romana” di Philippe Axell (Belgio, 18′). L’Archeopark di Malagne è sorto intorno ai resti di un’imponente villa gallo-romana ed è impegnato nella rievocazione del passato. Ecco come dopo anni di studio, le terme di Malagne sono state ricostruite e “restituite” dal computer. Segue “Tutankhamon, i segreti del faraone: un re guerriero / Toutankhamon, les secrets du pharaon: un roi guerrier” di Stephen Mizelas (Regno Unito, 50′). Tutankhamon è uno degli ultimi faraoni della XVIII dinastia. Il suo favoloso tesoro, scoperto intatto quasi un secolo fa, ne ha fatto il faraone più famoso e più studiato della storia. Il corredo della sua tomba è una fonte inestimabile di informazioni sull’antico Egitto, ma anche su questo giovane re, il cui regno è ancora un mistero per gli archeologi. Chi era veramente? Un fragile re-bambino o un signore della guerra? Morì di malattia o venne ucciso in battaglia? Tre oggetti con cui il faraone riposa aiutano gli archeologi a rivelare il suo vero volto… Alle 18, incontro/intervista con Francesca Ghedini, professore emerito di Archeologia all’università di Padova, su “Verona e non solo: architettura e potere nel mondo romano”. Segue il film “Alla scoperta di Verona sotterranea. Il sito archeologico di Corte Sgarzerie” di Davide Borra (Italia, 15′). I resti romani dell’imponente Capitolium di Verona vengono descritti grazie al racconto in prima persona di Scipione Maffei in costume d’epoca. La descrizione dell’area archeologica di Corte Sgarzerie passa attraverso una complessa stratificazione architettonica. Il video è frutto di un grande lavoro di computer grafica e ricostruzioni virtuali. Quindi “Apud Cannas”, regia e supervisione 3D di Francesco Gabellone (Italia, 16′). La battaglia di Canne, la “battaglia per eccellenza”, studiata dai militari di ogni tempo per una strategia bellica che ha fatto scuola, viene da molti descritta con notevoli differenze di vedute. In questo film animato, su base 3D, lo studio diretto delle fonti viene coniugato con l’uso delle tecnologie per la rappresentazione e la comunicazione di quegli eventi, i protagonisti, le condizioni politiche e sociali di contesto. Chiude il pomeriggio il film “Vivere tra le rovine / Living amid the ruins” di Isılay Gürsu (Turchia, 14′). Il film esamina la complessa relazione tra archeologia e società contemporanea, concentrandosi su come le comunità che abitano vicino ai siti archeologici siano influenzate dal contesto in cui vivono. Il cortometraggio conduce lo spettatore nell’antica regione della Pisidia, sulla catena montuosa del Tauro nel sud-ovest della Turchia.

Una scena del film “Creta, il mito del Labirinto / Crète, le mythe du Labyrinthe” di Mikael Lefrançois, Agnès Molia

Il programma della sera, dalle 21 alle 23. Apre il film “Creta, il mito del Labirinto / Crète, le mythe du Labyrinthe” di Mikael Lefrançois, Agnès Molia (Francia, 26′). Creta, tra il 3000 e il 1400 a.C., fu la culla della prima grande civiltà del mondo greco: i minoici. Primo popolo europeo a padroneggiare la scrittura, hanno costruito sontuosi edifici dall’architettura complessa e monumentale. I miti greci sono stati a lungo sfruttati per spiegare queste strutture, fino ai recenti scavi che hanno infine portato alla decodificazione di questi edifici. Segue il film “Il misterioso vulcano del Medioevo / Le mystérieux volcan du Moyen-Âge” di Pascal Guérin (Francia, 52′). Il film mette in primo piano il lavoro minuzioso di ricerca, perseveranza, collaborazione e intuizione, degli scienziati che hanno dedicato tanti anni alla ricerca di questo misterioso vulcano. Questa scoperta sarebbe fondamentale per comprendere come le eruzioni vulcaniche, hanno trasformato il clima del pianeta e gli ecosistemi in cui viveva la società… Quindi il film “Alla ricerca dei secoli bui / W poszukiwaniu Sredniowiecza” di Jakub Stepnik (Polonia, 8′). Il film è la storia del lavoro degli archeologi che hanno scavato la fortezza medievale di Kłodnica, nella Polonia orientale. Un’opportunità per narrare la bellezza della professione dell’archeologo e l’intimità del contatto con i reperti che tornano fra le mani dopo mille anni. Chiude la prima edizione di Verona Archeofilm “La casa di Giulio Polibio a Pompei” di Alessandro Furlan (Italia, 12′). La casa di Giulio Polibio rivive oggi grazie alla messa in video di un grande studio interdisciplinare coordinato dal Laboratorio di Ricerche Applicate della Soprintendenza Archeologica di Pompei sulla base dei diari di scavo della casa, stilati negli anni ’70, e di altri dati analitici e sperimentali.

Al museo Archeologico nazionale di Vibo Valentia la prima Fiera dei musei della Magna Grecia e della Sicilia: focus sui luoghi della cultura che ospitano le importanti testimonianze della colonizzazione greca. Occasione per promuovere i siti e le destinazioni di richiamo archeologico tra gli operatori turistici e culturali, i viaggiatori e gli appassionati

La locandina della prima Fiera dei musei della Magna Grecia e della Sicilia a Vibo Valentia

Due giorni di attenzione ai luoghi della cultura che ospitano le importanti testimonianze della colonizzazione greca: è la prima Fiera dei musei della Magna Grecia e della Sicilia, in programma, il 19 e 20 ottobre 2019, al museo Archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, di cui tra l’altro quest’anno ricorre il 50mo della sua istituzione, una scelta non casuale visto che la polis di Hipponion costituiva il centro geografico dell’Italia Meridionale toccata dall’influenza greca. Nei due giorni della prima Fiera dei Musei della Magna Grecia e della Sicilia ogni museo partecipante ha l’opportunità di illustrare il proprio patrimonio archeologico, divenendo così occasione condivisa di conoscenza delle testimonianze di ciascun museo attraverso l’esposizione di materiale divulgativo e la presentazione di un contributo relativo ad un particolare e significativo reperto o contesto archeologico. Tra gli obiettivi della Fiera vi è quello di promuovere i siti e le destinazioni di richiamo archeologico tra gli operatori turistici e culturali, i viaggiatori e gli appassionati; negli spazi aperti del castello, sono infatti allestiti degli stand, ove i musei possono informare i visitatori attraverso materiale illustrativo cartaceo e multimediale. Domenica 20 ottobre un workshop ha visti coinvolti istituzioni museali, enti pubblici e tour operator, per avviare un processo di sinergia tra turismo e cultura che possa conferire, attraverso le nuove tecnologie, maggiore attrattività al prodotto turistico con una promozione integrata di luoghi, eventi, prodotti e servizi. Nel corso della manifestazione è stato presentato il progetto VIBO IN BUS promosso dalla Pro-Loco di Vibo Valentia e dall’APRT Calabria; il progetto ha come fine quello di incentivare l’uso dei mezzi pubblici attraverso la diffusione di volantini e brochure informativi nei quali sono indicati gli orari e i collegamenti, urbani ed extraurbani, della provincia.

Brochure sui bronzi di Punta Stilo a Kaulon

Alla prima Fiera dei Musei della Magna Grecia e della Sicilia hanno dato la propria adesione i musei di Locri, Monasterace e Bova Marina: musei caratterizzati dalla presenza di parchi archeologici, concreta testimonianza di centri abitati dall’età greca fino ad età romana. Banner, brochure e guide dei parchi e dei singoli musei sono visionabili negli stand allestiti per l’occasione. Filmati dedicati ai luoghi di grande ricchezza archeologica completano la presentazione a cura di Rossella Agostino e Laura Delfino.

Veduta generale del sito archeologico di Ercolano all’ombra del Vesuvio (foto Graziano Tavan)

A Vibo Valentia presente anche il parco archeologico di Ercolano. “Ogni partecipazione a fiere e coinvolgimento attivo”, spiega il direttore Francesco Sirano, “rappresentano per noi ulteriori possibilità di crescita e diffusione delle strategie e dei tesori che custodiamo ma che vogliamo diventino sempre più testimoni di valori materiale e immateriali che il sito archeologico ha insiti in sé. L’invito a visitare i luoghi cui dedichiamo la nostra passione quotidiana, è rivolto attraverso queste occasioni a platee sempre più allargate e diffuse”.

Al museo Archeologico di Vetulonia centocinquanta reperti da Corsica, Sardegna, Toscana, museo Etrusco di Villa Giulia e dal nucleo tutela della Guardia di Finanza raccontano la storica battaglia del mare Sardonio nella mostra-evento “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.”: un percorso emozionale, immersivo nel rigore della ricerca archeologica

L’ingresso del museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” a Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Gli echi della battaglia risuonano nell’aria. Sono grida di ordini, ma anche urla, gemiti, lamenti di soldati feriti. E poi il ritmo cadenzato dei colpi dei remi che accarezzano le onde facendo volare le potenti navi da guerra. Ecco il colpo sordo del rostro che affonda nel ventre dei gusci nemici. Ecco l’esultanza dei vincitori, ecco il sangue che colora le spume del mare. Sono passati quasi 2500 anni da quello scontro navale al largo delle acque di Alalia, nello spazio tirrenico compreso fra la Corsica, l’Elba e il litorale toscano, ma quella che è passata alla storia come la battaglia del mare Sardonio (era il 540 a.C.), che ridefinì gli ambiti di influenza delle tre grandi potenze dell’epoca, Greci, Etruschi e Cartaginesi, rivive al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia nella mostra-evento 2019 “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” (fino al 3 novembre 2019, catalogo Ara edizioni), elaborata nel quadro del Programma Collettivo di Ricerca su “Aleria e i suoi territori”. Una mostra non solo storico-archeologica, rigorosa, che fa scientificamente il punto sulle ricerche archeologiche (soprattutto in Corsica, isola che sta vivendo una riscoperta-rinascita culturale), ma anche emozionale, immersiva, che fa del visitatore un protagonista attivo della memorabile battaglia navale. “È la prima mostra internazionale Italia-Francia per valorizzare la Corsica”, sottolinea Simona Rafanelli, direttore del museo di Vetulonia, che non nasconde la propria soddisfazione, perché la tappa italiana del progetto “è rappresentata da Vetulonia”. La mostra poi si trasferirà nel 2020 ad Aleria, in Corsica, per concludersi nel 2021 a Cartagine, Tunisia (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/07/20/alalia-la-battaglia-che-ha-cambiato-la-storia-greci-etruschi-e-cartaginesi-nel-mediterraneo-del-vi-secolo-a-c-mostra-evento-al-museo-isidoro-falchi-di-vetuloni/).

Una panoplia dal museo di Aleria in Corsica in mostra a Vetulonia: la machaira (grande spada a lama ricurva) italica all’elmo Negau di tipo etrusco (foto Graziano Tavan)

Simona Rafanelli, direttore del museo Archeologico di Vetulonia

“La mostra”, spiega Simona Rafanelli, “intende rappresentare una tappa importante nel percorso di studio sulle civiltà affacciate sul bacino del Mediterraneo, gettando le basi per instaurare una riflessione più profonda sull’identità corsa forgiata nell’antichità in un ambiente marittimo aperto e interculturale, ove la partecipazione della Corsica e dei Corsi in seno alla civiltà e allo spazio etrusco rappresenta un fatto fondamentale e, negli ultimi anni, largamente riconosciuto. Un rapporto assai stretto, quello tra Etruschi e Corsi, ancora purtroppo scarsamente documentato nei secoli che precedono la battaglia di Alalia, ma ravvisabile con immediatezza, per l’epoca posteriore all’evento bellico, nella fisionomia dei corredi che, recuperati dai coniugi Jehasse nella necropoli di Casabianda negli anni Sessanta del Novecento, formano oggi il patrimonio esposto nel museo di Aleria. Panoplie di armati, che associano la machaira (grande spada a lama ricurva) italica all’elmo Negau di tipo etrusco, testimoniano la presenza di una forza militare che, reclutata dagli Etruschi primariamente tra indigeni e cartaginesi, risponde all’esigenza di mantenere il controllo etrusco su Alalia e sull’intero versante litoraneo orientale dell’isola e che, permeata, al pari degli Etruschi stessi, di cultura ellenica, arreda i propri sepolcri di straordinari set da simposio e da banchetto, ove prestigiose ed eleganti ceramiche greche figurate affiancano pregiati utensili in bronzo di manifattura etrusca, che trovano identità di confronto con quelli usciti dalle botteghe di Vetulonia e Populonia”.

Il manifesto della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo di Vetulonia dal 9 giugno al 3 novembre 2019

La mappa della battaglia di Alalia, oggetto della mostra di Vetulonia

Centocinquanta reperti di straordinario valore scientifico e artistico, richiesti in prestito primariamente al museo di Aleria (partner del progetto e della mostra), quindi all’Antiquarium Arborense di Oristano e della soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Sassari e Nuoro, sul suolo sardo, al museo Archeologico nazionale di Firenze, per quanto concerne la Toscana e, infine, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, cui si affianca una selezione di reperti sequestrati dal Nucleo Tutela del Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza di Roma (partner esclusivo dal 2013 delle mostre vetuloniesi), sono i protagonisti di un racconto che si snoda dietro le quinte di uno scenario che rappresenta il Mediterraneo in epoca arcaica, nel tempo che precede e segue lo scontro navale che, secondo lo storico greco Erodoto terminerà senza vincitori né vinti, ma che assai concretamente sancirà la spartizione delle isole del Tirreno tra le potenze marittime che dominavano i traffici e le rotte commerciali in questo ben definito angolo di mare, assegnando la Corsica agli Etruschi, la Sardegna ai Fenici di Cartagine e la Sicilia insieme al Sud Italia ai Greci.

Una delle tre pentecontere dipinte sul dinos di Exekìas conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma

“È proprio il Tirreno o, più latamente, il Mediterraneo nella sua ansa occidentale”, riprende Simona Rafanelli, “a rivestire il ruolo di autentico protagonista dell’intera vicenda che sconvolse e riassestò gli equilibri commerciali e politici delle potenze marinare che si affrontarono al largo delle acque di Alalia. È il Mare ad aver disegnato le quinte dello scenario ove l’intero fatto storico rappresentato ha trovato origine e compimento. Ed è quindi al Mare che i curatori della mostra-evento hanno voluto dedicare la scelta di un oggetto-simbolo, coevo alla battaglia, destinato ad assurgere a logo tangibile della mostra e rappresentato dal celeberrimo deinos (dinos, grande vaso sferoidale) a firma di Exechias, il “padre” della ceramografia attica a figure nere, esposto al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, cui sarebbe affidato il compito di veicolare il significato, e con esso le finalità, dell’intero progetto scientifico ed espositivo. In esso, lungo la fascia interna dell’orlo circolare del vaso, trova infatti piena espressione figurata l’incedere, sulla superficie ondulata del mare, di quelle pentecontère ove sono riposti speranze e destino delle maggiori potenze navali del Mediterraneo”.

La prima sala della mostra “Alalia” nel museo di Vetulonia, nell’allestimento dell’arch. Luigi Rafanelli (foto Graziano Tavan)

“Exechias mi fece”: la firma sul dinos conservato al museo di Villa Giulia ed esposto a Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Citando il deinos di Exechias siamo entrati nel vivo della mostra, che occupa due stanze del museo di Vetulonia (la sala G e la sala “delle vele”), più il locale a fianco della sala “delle vele”, che funge nell’occasione da saletta cinematografica, dove viene proiettato un cortometraggio ad hoc su “Aleria e i suoi territori”. “La mostra è intesa non come un semplice contenitore di una antologia di pezzi archeologici”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli, che ha curato l’allestimento, “ma come rievocazione del luogo dove l’evento è andato in scena, del theatre de bataille. È un allestimento che coniuga il rigore scientifico con la spettacolarità, in cui la battaglia fa da scenario alle preziose testimonianze archeologiche appartenenti ai tre popoli protagonisti e collocate nelle vetrine, ma ricrea anche il contesto ambientale, naturalistico e culturale, in cui aleggia ancora il pathos dello scontro. Il colore predominante dell’allestimento è l’azzurro del cielo e, soprattutto, del mare. Un secondo livello di lettura della mostra è infatti la storia vista attraverso il mare, il luogo dove si intrecciano i rapporti tra cultura e civiltà, tra scambi commerciali e scontri di guerra, tra terraferma e isole, tra uomo e mare. Un mare, il mare Mediterraneo, che è stato la culla delle più grandi civiltà del mondo antico e che, negli auspici, torni ad essere, anche attraverso queste iniziative culturali transfrontaliere, elemento di unione e non di divisione tra i popoli”.

(1 – continua)

“I martedì di Carthago” a Roma. La danza di Rochdi Belgasmi apre una finestra sul mondo tunisino a corollario della mostra al Colosseo “Carthago. Il mito immortale”

La locandina de “I martedì di Carthago”, ciclo di incontri a corollario della mostra “Carthago. Il mito immortale”

Il ballerino e coreografo tunisino Rochdi Belgasmi

“I martedì di Carthago” portano a Roma la coreografia e danza di Rochdi Belgasmi. Un nuovo appuntamento con la cultura tunisina martedì 15 ottobre 2019 alle 16.30 nella Curia Iulia con “Zoufri”, performance del danzatore contemporaneo nordafricano Rochdi Belgasmi già presentata nei più prestigiosi luoghi di cultura di Parigi come l’Istituto del Mondo Arabo e il Palais de Tokyo. Danzatore e coreografo, Rochdi Belgasmi è una figura di spicco della danza contemporanea tunisina che ha saputo oltrepassare il mito della danza popolare spesso folcloristica e riservata alle donne. Artista dinamico ma soprattutto provocatorio, ha fatto della danza un’arma per combattere i pregiudizi, un mezzo per imporsi come danzatore e uomo libero e impegnato in una società che si dichiara “progressista”. Dal 2006 collabora con più coreografi come interprete e lavora anche come coreografo con diversi registi, musicisti e compositori.

L’ingresso al Colosseo della mostra “Carthago” che richiama la stilizzazione della dea fenicia Tanit

Con l’apertura della mostra “Carthago. Il mito immortale” (catalogo Electa) il parco Archeologico del Colosseo ha avviato un articolato programma di incontri, che consente di approfondire non solo i temi della rassegna che si tiene al Colosseo e nel Foro Romano al Tempio di Romolo e alla Rampa imperiale, ma anche di scoprire la realtà artistica contemporanea della Tunisia. Infatti, in calendario giornate di studio su recenti scavi e ricerche, una riflessione sulla fortuna di Cartagine nel cinema, nel teatro e nella letteratura fino alla più contemporanea creazione di videogiochi. All’immaginario moderno appartengono anche le figure di Didone, Annibale e Salammbô che vivranno attraverso il racconto di studiosi. Momenti di riflessione e confronto sulla storia contemporanea saranno determinati da conversazioni sulla realtà geopolitica del bacino del Mediterraneo.

L’arte di farsi belle, la tessitura, riti femminili cultuali e mitici: il museo Archeologico Lametino di Lamezia Terme propone in tre martedì un viaggio nel mondo femminile greco antico con il Progetto Vide presentando l’Hydria di Cerzeto, simbolo del Lametino

L’Hydria di Cerzeto conservata al museo Archeologico Lametino di Lamezia Terme: una scena di toeletta (foto museo Lametino)

Viaggio nel mondo femminile greco antico in tre martedì attraverso le raffigurazioni del pezzo simbolo del museo Archeologico Lametino, l’Hydria di Cerzeto, rinvenuta casualmente nella contrada “Cerzeto” ο “Celsito” (Cz) alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, parte del corredo di una tomba in tegoloni di terracotta, di fabbrica campana, decorata sulla spalla e sul ventre con scene di gineceo e databile al primo quarto del IV sec. a.C. Qualità e dimensioni fanno pensare appartenere alla sepoltura di un personaggio di rango. Una ricca decorazione sulle spalle e sul lato principale rappresenta una scena di toilette con Eroti, personaggi femminili e maschili tra il luccichio di gioielli e il contorno di girali floreali e trofei di palmette. Proprio l’Hydria di Cerzeto, che oggi spicca nella seconda sezione del museo Lametino, quella dedicata all’età classica, sarà la protagonista di un Viaggio dell’Emozione, cioè di quel Progetto Vide, ideato dal Polo museale della Calabria, guidato da Antonella Cucciniello, e realizzato col sostegno della Regione Calabria, per promuovere e mettere in rete i 16 istituti culturali afferenti al Polo con una mostra virtuale realizzata a Cosenza a Palazzo Arnone, dove una camera immersiva, sviluppata con moderne tecnologie di animazione grafica computerizzata, permette ai visitatori di intraprendere un viaggio alla scoperta del ricco patrimonio culturale calabrese e delle innumerevoli storie che può raccontare.

Il museo Archeologico Lametino di Lamezia Terme (Cz)

Il Progetto Vide – Viaggio dell’Emozione stavolta fa tappa al museo Archeologico Lametino con un ricco programma di eventi previsti per le giornate del 15, 22 e 29 ottobre 2019 dal titolo “L’Hydrìa di Cerzeto. Viaggio nel mondo femminile tra realtà e mito”. Per l’occasione il museo Lametino ha scelto di esporre virtualmente l’Hydrìa di Cerzeto, pezzo iconico della collezione. Le scene a carattere erotico-nuziale, riprodotte con una grande esuberanza decorativa sul vaso, alludono alla sfera matrimoniale e alla preparazione per il primo incontro d’amore. Esse rappresentano un’occasione per intraprendere un viaggio nel viaggio, alla scoperta dell’affascinante mondo femminile greco, di cui, in una serie di incontri organizzati al Museo, si intende esplorare i più diversi ambiti: da quelli legati alla vita reale (si pensi alla cosmetichè techne, l’arte di farsi belle attraverso un’attenta scelta di abiti, acconciature, gioielli e l’uso di unguenti dal sensuale profumo, alle attività domestiche di filatura e tessitura (appannaggio esclusivo delle donne) a quelli rituali (cerimonie e culti legati ai passaggi di status femminili) e mitici (intriganti figure divine del pantheon terineo legate alla sfera afrodisia e ctonia).

La locandina degli eventi del Progetto Vide al museo Archeologico Lametino: “L’Hydrìa di Cerzeto. Viaggio nel mondo femminile tra realtà e mito”

Ecco il programma delle iniziative curate da Rosanna Calabrese, funzionario archeologo del Polo museale della Calabria. Martedì 15 ottobre 2019. Dalle 17 alle 21, apertura straordinaria pomeridiana del museo Archeologico Lametino (ingresso gratuito); alle 17.30, presentazione del Progetto VIDE – Viaggio dell’Emozione con “L’Hydrìa di Cerzeto. Viaggio nel mondo femminile tra realtà e mito”. Intervengono: Antonella Cucciniello, direttore Polo museale della Calabria; Rosanna Calabrese, funzionario archeologo Polo museale della Calabria; Giovanna De Sensi Sestito, ordinario di Storia Greca dell’università della Calabria; alle 19.30, Hydrìa di Cerzeto in scena e visita animata alla sezione Classica del Museo. Martedì 22 ottobre 2019. Dalle 17 alle 21, apertura straordinaria pomeridiana del museo Archeologico Lametino (ingresso gratuito); alle 18, I Ciclo di incontri intorno all’Hydrìa. Introduce Rosanna Calabrese; intervengono: Giovanni Vasta, Archeologo: “Il mondo femminile e la cosmetichè techne: il maquillage”; Francesca Morabito, storica dell’arte: “Il mondo femminile e la cosmetichè techne: l’arte di acconciarsi”; Felicia Villella, diagnosta dei Beni culturali: “Il mondo femminile e la cosmetichè techne: l’arte di abbigliarsi”; Samuele Maria Anastasio, archeologo: “Il mondo femminile e le attività dell’oikos: la tessitura e la filatura”. Martedì 29 ottobre 2019. Dalle 17 alle 21, apertura straordinaria pomeridiana del museo Archeologico Lametino (ingresso gratuito); alle 18, II Ciclo di incontri intorno all’Hydrìa. Introduce Rosanna Calabrese. Intervengono: Angela Astorino, conservatore Beni archeologici e artistici: “Il mondo femminile e la cosmetichè techne: la scelta dei gioielli”. Daniela Emanuele, storica dell’arte: “Il mondo femminile e il pantheon terineo”; Angela Bosco, archeologo: “Il mondo femminile e i rituali di passaggio alla vita di adulta: il matrimonio”.

Il Mediterraneo Antico e il passato di Bologna agli incontri autunnali del ciclo “…comunicare l’archeologia…” promosso dal Gruppo archeologico bolognese

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Il Mediterraneo Antico e il passato di Bologna: cambiare nella tradizione. Potrebbe essere questo il filo conduttore del nuovo ciclo di conferenze “…comunicare l’archeologia…”, organizzato dal Gruppo Archeologico Bolognese (Gabo), affiliato ai Gruppi archeologici d’Italia, con i quali sono promosse – soprattutto d’estate – campagne di ricerca, scavi e ricognizioni d’interesse nazionale, quali è dedicata soprattutto la stagione estiva, in collaborazione con le competenti Soprintendenze Archeologiche. Il Gruppo Archeologico Bolognese collabora con il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, il museo della Preistoria “Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena e il museo della Civiltà Villanoviana (Muv) di Castenaso. Tutti gli incontri si tengono il martedì alle 21 al Centro Sociale “G.Costa”, in via Azzo Gardino 48, a Bologna. Per il ciclo del quarto trimestre 2019 il Gabo ha scelto di dedicare quattro dei nuovi incontri allo stesso tema, “Il Mediterraneo Antico”, da sviscerare da diversi punti di vista: un ciclo all’interno del ciclo tradizionale.

Il Mediterraneo antico orientale come appare nella Tabula Peuntingeriana

Si inizia martedì 15 ottobre 2019, con la conferenza dell’archeologa e travel designer Silvia Romagnoli “Giochi e passatempi nel mondo antico”. Una settimana dopo, martedì 22 ottobre 2019, prima conferenza del ciclo “Il Mediterraneo Antico”. Maurizio Cattani, docente al dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, illustra “Le prime navigazioni nel Mediterraneo”. Martedì 29 ottobre 2019, seconda conferenza del ciclo “Il Mediterraneo Antico”. Francesco Iacono, assegnista di ricerca al dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, si sofferma su “Popoli, scambi e commerci nel Mediterraneo”. I primi due martedì di novembre completano i focus del ciclo “Mediterraneo Antico”: martedì 5 novembre 2019, Marco Bonino, docente di Architettura navale all’università di Bologna interviene su “Barche e navi di età romana”; e martedì 12 novembre 2019, completa l’approfondimento l’archeologo e esperto di Archeologia subacquea Xabier Muro Gonzales che tirerà le somme parlando di “Archeologia subacquea nel Mediterraneo: scoperte, ricerche, prospettive”.

Gli scavi archeologici al cimitero ebraico medievale di Bologna hanno rinvenuto 408 sepolture (foto Cooperativa Archeologia)

Con martedì 19 novembre 2019, si passa al secondo grande tema di “…comunicare l’archeologia…”, il passato di Bologna. Le funzionarie archeologhe della SABAP-BO Settore Archeologia, Renata Curina e Valentina Di Stefano, intervengono su “Il cimitero ebraico di Via Orfeo a Bologna”. E martedì 26 novembre 2019, Claudio Calastri, archeologo e coordinatore Settore archeologia di Ante Quem srl ciporta sulle “Tracce di una città. Nuove ipotesi sulla Bologna romana e tardoantica”. L’ultima settimana di novembre “…comunicare l’archeologia…” fa una pausa per lasciare spazio all’altro tradizionale appuntamento del Gabo: “Imagines: obiettivo sul passato”, la rassegna del documentario archeologico giunta alla diciassettesima edizione. La sede, come sempre, alla Mediateca del Comune di San Lazzaro di Savena (Bo). Appuntamento il 29, 30 novembre, 1° dicembre 2019. A dicembre, gli ultimi due incontri, sempre sul passato di Bologna e il suo territorio. Martedì 10 dicembre 2019, Valentina Manzelli, funzionaria archeologa della SABAP-BO Settore Archeologia, fa “Nuova luce su Forum Cornelii: considerazioni su Imola a fronte dei recenti scavi archeologici”. Infine martedì 17 dicembre 2019, Giuseppe Rivalta, antropologo, biospeleologo e viaggiatore, spiega “L’acquedotto romano di Bologna riscoperto”.

Paestum: 14mila visitatori nella prima domenica d’autunno a ingresso gratuito, record assoluto di sempre

Record di visitatori al parco archeologico di Paestum (foto parco archeologico Paestum)

Quasi 14mila visitatori in una domenica. È record assoluto per il parco archeologico di Paestum. Questo il risultato registrato alle 19 di domenica 6 ottobre 2019, la prima a ingresso gratuito dell’autunno: per l’esattezza sono stati 13865: un record assoluto nella storia di Paestum che ha superato anche gli 8.812 visitatori della prima domenica di ottobre nel 2017. I tantissimi visitatori che hanno affollato sia il museo che l’area archeologica hanno potuto visitare la mostra “Poseidonia città d’acqua. Archeologia e cambiamenti climatici” (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/09/30/a-paestum-la-mostra-poseidonia-citta-dacqua-archeologia-e-cambiamenti-climatici-che-racconta-i-disastri-ambientali-futuri-scavando-nel-passato-remoto-e-la-storia-del-terri/) che resterà aperta fino al 31 gennaio 2020 e che prevede anche una installazione di video mapping sul tempio di Nettuno a cura dell’artista Alessandra Franco. Inoltre negli scavi si è svolta la seconda tappa del Festival dell’Essere con la direzione artistica di Vittorio Sgarbi. Più che soddisfatto il direttore del Parco Archeologico di Paestum Gabriel Zuchtriegel: “Ringrazio tutto il personale del Parco che è riuscito a fronteggiare e gestire un numero così elevato di visitatori”.

Due volte la Sicilia, poi Francia, Svizzera, Iran e ancora Italia: a queste produzioni su scoperte archeologiche di preistoria, protostoria e Vicino Oriente, o su ricerche artistico-antropologiche, sono andati i riconoscimenti della XXX Rassegna internazionale del Cinema Archeologico: XIV premio Paolo Orsi, premio del pubblico “Città di Rovereto”, menzione Cinema.Mo.Re e Archeoblogger

Teatro Zandonai con il pubblico delle grandi occasioni per la premiere del film “Paolo Orsi. La meravigliosa avventura” di Andrea Andreotti (foto Graziano Tavan)

La direttrice della Fondazione Museo Civico di Rovereto, Alessandra Cattoi (foto Graziano Tavan)

Da Paolo Orsi a Paolo Orsi. Non si erano ancora spenti gli echi della serata di gala, sabato 5 ottobre 2019, presentata da Patrizia Orsingher al teatro Zandonai per celebrare il trentennale della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico con la premiere del docufilm “Paolo Orsi. La meravigliosa avventura” (52’) di Andrea Andreotti, realizzato da Fondazione Museo Civico di Rovereto e prodotto da Filmwork, concentrato sugli anni giovanili di Paolo Orsi, la sua formazione, il suo rapporto con la città natale, con il Regno d’Italia e asburgico. E poi il lavoro in Calabria e Sicilia, con le straordinarie scoperte conquistate in anni di lavoro puntuale, rigoroso, instancabile, grazie a quel “metodo Orsi” che trova le sue proprio nel nostro territorio montano. Ed ecco, nella sala bar del teatro Zandonai, la proclamazione, domenica 6 ottobre 2019, all’apertura della sezione pomeridiana della rassegna, dei film premiati, a iniziare dal premio “Paolo Orsi”, biennale, assegnato da una giuria internazionale.

Il film “Il popolo delle dune” di David Geoffroy ha vinto il XIV premio “Paolo Orsi” alla XXX rassegna internazionale del cinema archeologico

La giuria del premio Paolo Orsi: da sinistra, Franco Nicolis, Maria Longhena, Elli Kriesch, Gabriele Carletti, con Alessandra Cattoi (foto Graziano Tavan)

Il XIV premio “Paolo Orsi” è andato al film francese “Le peuple des dunes / Il popolo delle dune” di David Geoffroy (Francia, 2018, 52’; produzione: AMC2 productions / Cour-Jus production; consulenza scientifica: Anthony Lefort). Su una spiaggia normanna, le scoperte archeologiche portano i ricercatori sulle tracce di un popolo celtico la cui cultura sembra diversa da quella dei vicini del resto della Gallia. Il documentario invita a scoprire la vita di questo antico popolo normanno e i suoi legami con l’ile de Bretagne, l’attuale Inghilterra. “Il premio Paolo Orsi”, è intervenuta la direttrice Alessandra Cattoi, “è il principale della manifestazione, che consiste in un riconoscimento economico di 3000 euro, ed è stato attribuito dalla giuria internazionale formata da Gabriele Carletti (giornalista RAI), Elli Kriesch (regista), Maria Longhena (archeologa), Franco Nicolis (direttore ufficio beni archeologici, Trento) e Andreas M. Steiner (direttore Archeo)”. È toccato al giornalista Carletti leggere la motivazione del premio: “La storia di una suggestiva scoperta archeologica raccontata con immagini affascinanti e un eccezionale montaggio, dove il rigore della ricerca scientifica è accompagnato da ricostruzioni realizzate con grande maestria”.

Il film iraniano “Mysteries of the Lake / I misteri del lago” di Armin Isarian

La giuria internazionale ha anche assegnato due menzioni speciali. La prima menzione speciale (“Un viaggio esplorativo in un Iran poco conosciuto, sulle tracce di un mistero fino alle profondità di un lago, realizzato con strumenti avanzati e tecniche innovative”) è andata al film iraniano “Mysteries of the Lake / I misteri del lago” di Armin Isarian (Iran, 2018, 72’; produzione: Armin Isarian; consulenza scientifica: Soroush Modaberi, Alireza Namayandeh, Alireza Naderi, Majid Eskandari, Mansoor Ghorbani, Ebrahim Heydari, Alireza Shah Mohammadpoor). Il sito archeologico di Takht-e-Soleyman, nel nord- ovest dell’Iran, e il suo misterioso lago sono avvolti nel mistero, nel mito e nella leggenda, in parte per gli eventi storici reali che vi sono accaduti e in parte per la mente creativa dei locali. Il film presenta questo luogo storico e tenta l’esplorazione delle oscure profondità del lago. La seconda (“Coinvolgente e allo stesso tempo rigoroso. Lo spettatore viene preso per mano dagli archeologi e condotto nella grotta a tentare di risolvere insieme, nelle pieghe dei dialoghi in presa diretta, un affascinante rebus di stalagmiti”) è stata attribuita anche un’altra menzione speciale al film “Neandertal, le mystère de la grotte de Bruniquel / Neandertal, il mistero della grotta di Bruniquel” di Luc Henri Fage (Francia, 2018, 53’; produzione: Gedeon Programmes / Stéphane Millière; consulenza scientifica: Jacques Jaubert, Sophie Verheyden, Edouard Régnier, Catherine Ferrier, François Lévèque, Jean Claude Leblanc, Priscilla Bayle, João Zilhão, Hubert Camus). Nella grotta scoperta da un giovanissimo speleologo nel 1990 vicino al borgo di Bruniquel, nel sudovest della Francia, si nasconde un mistero: centinaia di stalagmiti e stalattiti spezzate, di cui alcune presentavano tracce di fuoco, si trovavano raccolte in cerchi, per mano dell’uomo di Neanderthal. Qual era il senso di tali costruzioni? E a quando risalgono? Questo documentario racconta gli ultimi quattro anni di ricerche archeologiche.

Il film “Neandertal, le mystère de la grotte de Bruniquel / Neandertal, il mistero della grotta di Bruniquel” di Luc Henri Fage ha avuto la menzione Archeoblogger

Antonia Falcone, archeologa e blogger, di professionearcheologo.it (foto Graziano Tavan)

Menzione Archeoblogger. Il film “Neandertal, le mystère de la grotte de Bruniquel / Neandertal, il mistero della grotta di Bruniquel” di Luc Henri Fage ha conseguito anche il premio speciale attribuito dalla giuria di Archeoblogger. “Più che un documentario, un racconto per immagini e parole di una ricerca rivoluzionaria”, si legge nella menzione Archeoblogger annunciata da Antonia Falcone di professionearcheologo.it: “dalle origini della scoperta all’uso delle più moderne tecnologie per datare una struttura unica nel suo genere. Un film in cui emerge, però, soprattutto la quotidianità del lavoro dell’archeologo, perché a guardare bene i veri protagonisti sono gli archeologi. Con Bruniquel non ci si annoia mai: la narrazione e le riprese hanno la capacità di condurre lo spettatore per mano, accompagnato dall’entusiasmo dei protagonisti. Forse è questo l’elemento che fa di Bruniquel un film emozionale ed emozionante: l’empatia che i ricercatori riescono a comunicare, il trasporto che trasmettono mentre semplicemente portano a compimento il loro lavoro. Non solo, certi scambi di battute, certe risate che esplodono, certe esclamazioni, rendono tutto estremamente familiare e trasportano lo spettatore dentro quella grotta, a condividere con l’équipe la sorpresa per il rinvenimento e le emozioni per ogni tassello di conoscenza acquisito in più. Quella grotta, accessibile soltanto a specialisti, può pertanto essere restituita alla comunità globale, non solo scientifica, mediante un prodotto divulgativo di questo tipo. Il tono narrativo alterna la narrazione scientifica a quella della scoperta, fino a diventare colloquiale; e allo stesso tempo viene messo in luce l’approccio multidisciplinare della ricerca, con l’utilizzo dell’archeologia sperimentale, della geologia e dell’archeometria. In conclusione, quando c’è una buona narrazione non c’è bisogno di ricorrere a ricostruzioni virtuali spettacolari: bastano storia e protagonisti. E qui abbiamo tutto”.

Il film “Sicilia Grand Tour 2.0” per la regia di Giorgio Italia

L’archeologa Alessandra Cilio con Claudia Beretta della Rassegna di Rovereto (foto Graziano Tavan)

Menzione Cinema.Mo.Re. Claudia Beretta, dello staff della Rassegna e membro della giuria: “La menzione speciale Cinema.Mo.Re è attribuita da una giuria mista che vede la collaborazione della Rassegna del Cinema archeologico con Trento Film Festival e Religion Today Filmfestival”. Quest’anno la menzione è andata a “Sicilia Grand Tour 2.0” di Giorgio Italia (Italia, 2019, 90’; prodotto da Fine Art Produzioni srl; consulenza scientifica: Alessandra Cilio). Giorgio è uno studente universitario, che trova una serie di vecchi volumi pieni di carte, schizzi e disegni, ma anche di storie. Il ragazzo è affascinato dal racconto che il pittore francese Jean Houel tesse della Sicilia, e decide di esplorare l’isola, facendo del “Voiage pittoresque des isles de Sicilie de Malte et de Lipari” la sua guida. Scoprirà che le parole di Houel, che definiva la Sicilia il luogo più curioso dell’universo, sono ancora oggi veritiere (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/05/alla-xxx-rassegna-internazionale-del-cinema-archeologico-di-rovereto-il-film-sicilia-grand-tour-2-0-viaggio-al-ritmo-dei-viaggiatori-del-settecento-alla-scoperta-della-sicilia/). Continua Beretta: “Il film che porta lo spettatore in un viaggio immersivo e coinvolgente alla scoperta della cultura siciliana nelle sue più varie e alte accezioni: architetture, paesaggi, tradizioni e storie di vita sono i protagonisti di un racconto moderno che non si dimentica del passato che l’ha reso possibile, narrato con abilità e genuina passione”. Un’ulteriore menzione (“Originale trama narrativa e montaggio arricchito da sequenze visive da video arte”) è andata al film “Ars Longa Vita Brevis” di Riccardo Campagna (Italia, 40’, 2018; prodotto da Centro Sperimentale di Cinematografia – Sede Sicilia; consulenza scientifica: Ayman Nabo e Stefano Savona). A Palmira, in Siria, un sito archeologico antico migliaia di anni è diventato uno dei poli centrali del complesso conflitto siriano. Alternativamente la Russia di Putin insieme con l’esercito regolare siriano di Assad si sono contesi il sito con i fondamentalisti dello Stato Islamico. Ciò mette in luce l’importanza dell’aspetto simbolico delle antichità, e ci consente di ragionare sul nostro rapporto col passato.

Il film “Berg der Steine Ausgrabungen auf dem Monte Iato / Monte Iato. Storia di uno scavo” di Andreas Elsener è stato premiato dal pubblico della XXX rassegna internazionale del cinema archeologico

Il regista Franco Zaffanella e il produttore Gian Maria Pontiroli con Alessandra Cattoi (foto Graziano Tavan)

Premio del pubblico “Città di Rovereto”. Il gradimento del pubblico che ha seguito il programma della Rassegna è andato a due film pari merito, uno svizzero e l’altro italiano. Si tratta del film “Berg der Steine Ausgrabungen auf dem Monte Iato / Monte Iato. Storia di uno scavo” di Andreas Elsener (Svizzera, 2019, 90’; prodotto da Andreas Elsener Filmproduktion; consulenza scientifica: Cristoph Reusser). Nel 1971 un team di archeologi dell’Università di Zurigo cominciò uno scavo sul sito del Monte Iato in Sicilia Occidentale, Da allora ogni anno tornano nel paese di San Cipirello per lavorare allo scavo, aiutati da operai locali, alcuni dei quali, pur non essendo archeologi, lavorano al sito da 40 anni. Il documentario racconta lo scavo, diventato un importante fattore economico per il paese, e il microcosmo che si crea a San Cipirello durante le sei settimane annuali di lavoro. A pari merito il film “La Memoria di un Filo” di Franco Zaffanella (Italia, 2019, 30’; prodotto da Gian Maria Pontiroli). Questo progetto ha avuto come obiettivo principale la realizzazione di un capo d’abbigliamento con una fibra vegetale ricavata dai gambi della pianta del lino, senza l’uso di apparecchiature elettroniche o meccaniche. Il progetto ha visto fra l’altro la costruzione di un telaio verticale a pesi, fusi, e altri attrezzi per lavorare le fibre, come pesi da telaio e fusaiole in argilla.

Alla XXX rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto il film “Sicilia Grand Tour 2.0”, viaggio al ritmo dei viaggiatori del Settecento alla scoperta della Sicilia “non solo da cartolina” che sa ancora stupire, anche la gente distratta del Terzo millennio

Il film “Sicilia Grand Tour 2.0” per la regia di Giorgio Italia

Un atto d’amore per la propria terra, la Sicilia, e di speranza. Al di là degli stereotipi, non sempre edificanti, dei pregiudizi, della storia. È il film che viene presentato il pomeriggio di sabato 5 ottobre 2019 alla XXX rassegna internazionale del cinema archeologico da FineArt produzioni, per la regia del giovane Giorgio Italia che ne è anche l’interprete e la voce narrante, la produzione di Lorenzo Daniele e la sceneggiatura dell’archeologa Alessandra Cilio. Il titolo “Sicilia Grand Tour 2.0” dice molto ma non tutto. Si capisce – quello è facile – che il soggetto è la Sicilia, e che si fa riferimento a quella moda che, già dal Cinquecento, porta viaggiatori da tutta Europa a visitare l’Italia a tappe fino a Napoli, fissando appunti e disegni sui loro taccuini; e che dal Settecento, porta questi ‘travellers’ tedeschi, inglesi, francesi e polacchi fino in Sicilia. Ma perché “2.0”? La risposta la dà lo stesso protagonista, giovane studente che “casualmente” trova sul tavolo di lettura di una biblioteca che non lo entusiasmi per niente un voluminoso libro di un tal Jean Houel, francese di Rouen, formatosi negli ambienti illuministici parigini, che trascorre in Sicilia ben quattro anni, e tra il 1782 e il 1786 pubblica i quattro volumi del “Voyage Pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari”. Il titolo lo incuriosisce e si chiede: quali ragioni spingono la gente del Terzo millennio a venire in Sicilia? Cosa rimane dell’eredità del Grand Tour, degli straniamenti fantastici di questi viaggiatori curiosi di trecento anni fa? La Sicilia rimane un’isola contraddittoria, a tratti bipolare. Marginale e remota lo è ancora, probabilmente; e al tempo stesso è crocevia di popoli, testa di ponte tra Africa e Europa, tra Oriente e Occidente. La natura che la caratterizza sa essere indomita e lussureggiante, sebbene spesso non riesca a nascondere le profonde ferite inferte dall’uomo contemporaneo. La Sicilia è terra di tradizioni e conservatorismo, ma anche di innovazione e di dinamismo. È un’isola fatta di generazioni vecchie, che si contrappongono a generazioni di giovani che, anziché piegare la testa a questo nuovo Secolo Buio e lasciare la propria terra sconfitti, si ostinano a restare. Non sono meno “cervelli” di chi parte; forse sono solo più coraggiosi.

Il libro “Voyage Pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari” di Jean Houel

Nasce così questo viaggio alla scoperta della Sicilia con gli occhi di un siciliano e la curiosità di uno straniero che sa ancora stupirsi della gente prima ancora dei monumenti e dei paesaggi. E per farlo non ci vuole fretta. Se Houel ci mise quattro anni, Giorgio Italia passa qualche mese. Il ritmo è lento, come merita l’incontro con un luogo, non la visita organizzata. Una slow motion che ritroviamo anche nell’architettura del film. Ma la durata di 90’ minuti non deve spaventare. Portati per mano dal regista-protagonista, Giorgio Italia, si diventa subito suoi convinti compagni di viaggio. E se si ha la ventura di aver avuto modo di conoscere quest’isola meravigliosa nel seguire le tappe proposte da “Sicilia Grand Tour 2.0” si capisce presto che si riesce ancora a “stupirsi” perché si scopre una Sicilia altra, forse più viva, certo altrettanto autentica della Sicilia patinata delle guide.

Zia Antonia e il suo telaio a Sperlinga

Ragazzi in gita scolastica a Himera

Protagonisti sono ovviamente i monumenti e i paesaggi, ma non tutti e non sempre quelli più famosi, ma alla fine della visione è più probabile che si ricordino le persone, che nel loro ambiente sono dei “giganti”, anche se non sempre noti al grande pubblico, e che sullo schermo diventano personaggi con una loro filosofia di vita, i loro problemi, ma anche le loro rivincite, senza mai perdere la speranza. A Bagheria, Antonio Mineo che ci porta tra le decorazioni “morbosamente attraenti” di palazzo Palagonia; a Sperlinga, Luisa Spagna e il marito Enzo Falce sono la prova vivente dell’ospitalità della gente nel cuore della Sicilia, e Antonia Marchese – zi’ Antonia – svela l’arte del telaio tra ricordi e nostalgia; a Randazzo, Giuseppe Severini, musicista e liutaio, studia e ripropone strumenti d’ogni epoca facendo “cantare” i legni dell’Etna, aiutato dall’assistente Mario La Rosa; sull’Etna, Guglielmo Fiorista, appassionato escursionista sul vulcano più alto d’Europa; ad Aci Trezza, Salvatore e Giovanni Rodolico portano avanti lo storico cantiere navale sul quale campeggia la scritta “Omero, Odissea… Verga, I Malavoglia… Visconti, La Terra Trema… Aci Trezza, mare che ispira”; ad Augusta, Eva di Mare mostra il fascino che ancora il paese conserva, mitigando il giudizio negativo sull’area, con il sito archeologico di Megara Hiblea, “la Pompei greca”, fagocitata dalle erbacce e dal degrado, scempio della raffineria e dello sviluppo industriale; a Siracusa Emanuela Maggio, dove nel suo “laboratorio creativo di riciclo” gli oggetti più disparati rinascono, è la prova vivente del riscatto dei giovani siciliani che credono in un futuro positivo nella loro terra; a Ragusa Ibla, Clorinda Arezzo, nata a Ibla dove è tornata dopo aver studiato a Roma e Milano per fare la promotrice culturale “perché non potrebbe vivere altrove”, mentre Biagio Castilletti e Damiano Rotella ci riportano al mitico mondo dei carretti siciliani che loro restaurano e ricreano nel rigoroso rispetto della tradizione; a Mazara del Vallo, infine, Paolo Ayed, figlio di un genitore tunisino e uno italiano, spiega che cos’è l’integrazione nel paese da sempre “porta dell’Africa”, che non significa sottomissione di una cultura su un’altra, ma incontro propositivo.

La magia delle saline di Marsala

Già da questo breve escursus si vede come le tappe privilegino luoghi non sempre prioritari nei percorsi turistici. Non mancano comunque le mete più famose, da Palermo a Taormina, da Agrigento a Siracusa, ma senza mai eccedere nelle descrizioni cartolina. Comunque la costante sono delle immagini accattivanti che ti catturano. Spiace solo che le ultime tappe, Agrigento, Mazara del Vallo, Marsala, quindi non siti “da poco”, siano raccontati in pochi minuti, quasi un’accelerata rispetto al ritmo tenuto fino a quel momento. Ma forse, allora, sarebbero state necessarie due parti/puntate per un’isola che “non è monolitica, come si crede, per tradizioni, lingua e colori”, conclude il regista-protagonista, “ma cambia a seconda delle stagioni, dell’umore, delle persone che incontri. E allora anche tu cambi, tappa dopo tappa, ti adatti, cresci e torni a casa diverso”.

Rovereto celebra il suo archeologo più illustre, Paolo Orsi nel 160.mo della nascita. Alla XXX rassegna internazionale del cinema archeologico premiere del docufilm “Paolo Orsi. La Meravigliosa Avventura” di Andrea Andreotti con l’archeologo Carlo Andrea Postinger nei panni del grande studioso roveretano

La locandina della premiere del docufilm “Paolo Orsi. La meravigliosa avventura”

5 ottobre 2019: è il giorno di Paolo Orsi. Rovereto celebra il suo archeologo più illustre nel 160mo anniversario della sua nascita. Lo fa dedicandogli una serata speciale della XXX rassegna internazionale del cinema archeologico, per la quale la Fondazione museo civico di Rovereto ha realizzato un film documentario “Paolo Orsi. La Meravigliosa Avventura” con première nella serata a ingresso libero sabato 5 ottobre alle 20.45, al teatro Zandonai. “L’obiettivo”, spiegano alla Fondazione, “è quello di arrivare a un pubblico il più vasto possibile, con un documentario che celebra il personaggio e al tempo stesso la manifestazione che nel suo nome è nata Paolo Orsi, la meravigliosa avventura”. E continuano: “La Fondazione Museo Civico di Rovereto sta studiando da anni vita e opere di Orsi, valorizzato anche attraverso mostre e pubblicazioni, ma trent’anni dopo la nascita della Rassegna si è sentita la necessità di narrare con linguaggi attuali i tratti biografici del padre dell’archeologia trentina”.

L’archeologo Carlo Andrea Postinger interpreta l’illustre collega Paolo Orsi: straordinaria somiglianza

“Paolo Orsi, La Meravigliosa Avventura” (52′) è un film della Fondazione Museo Civico di Rovereto, in collaborazione con Sat (Società Alpinisti Tridentini) e Fondazione Museo Storico del Trentino, e con la Soprintendenza ai Beni Archeologici della Provincia di Trento, prodotto dalla FILMWORK di Trento con la regia di Andrea Andreotti. Il documentario si concentra sugli anni giovanili di Paolo Orsi, la sua formazione, il suo rapporto con la città natale, con il Regno d’Italia e asburgico. E poi il lavoro in Calabria e Sicilia, con le straordinarie scoperte conquistate in anni di lavoro puntuale, rigoroso, instancabile, grazie a quel “metodo Orsi” che trova le sue proprio nel nostro territorio montano. Un film fatto di molte voci che accompagnano il documentario perfezionando i dettagli, mostrando anche il lato umano del grande archeologo. L’escamotage narrativo è quello di far dialogare il presente con il passato, attraverso un’intervista impossibile con Paolo Orsi in persona, interpretato per l’occasione dall’archeologo Carlo Andrea Postinger, che stupisce per somiglianza e capacità interpretativa, e che consente di rendere il personaggio particolarmente attuale.

Dal docufilm “Paolo Orsi. La meravigliosa avventura”: straordinarie le scoperte in Magna Grecia di Paolo Orsi

La sceneggiatura del film è stata in parte realizzata attingendo ai documenti dell’Epistolario Paolo Orsi – Archivio Fondazione Museo Civico di Rovereto, e il documentario diventa occasione per valorizzare il ricco patrimonio di lettere e scritti personali recentemente acquisito dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto dagli eredi Orsi, archivio che gli archeologi del Museo stanno studiando e che è tuttora in parte inedito, e che sarà pubblicato nella sua interezza grazie a un progetto sostenuto dalla Fondazione Caritro. Diverse le altre voci che si intrecciano nella narrazione con interviste a Barbara Maurina, conservatrice per l’archeologia della Fondazione Museo Civico di Rovereto e Maurizio Battisti, archeologo del Museo; Armando Tomasi, presidente della commissione Cultura della Sat e di Mirko Saltori, storico della Fondazione Museo Storico del Trentino, che firmano anche la consulenza scientifica del documentario, e allo storico Fabrizio Rasera, a Franco Marzatico soprintendente per i Beni Culturali della Provincia autonoma di Trento e a Franco Nicolis, direttore Ufficio Beni archeologici della Soprintendenza per i Beni Culturali della Provincia Autonoma di Trento.