Egitto, splendore millenario: a Bologna capolavori dal museo di Leiden. Cinquecento reperti che dialogano con i tesori del museo di Bologna. Per la prima volta ricongiunti i rilievi della tomba di Horemheb a 200 anni dalla sua scoperta a Saqqara

Al museo Archeologico di Bologna la mostra “Egitto. Splendore millenario” con i capolavori del museo di Leiden
Sotto le due torri di Bologna rivive lo splendore di una civiltà millenaria e unica che da sempre affascina tutto il mondo: l’Egitto delle Piramidi, dei Faraoni, degli dei potenti e multiformi, ma anche l’Egitto delle scoperte sensazionali, dell’archeologia avvincente, del collezionismo più appassionato, dello studio più rigoroso. Per la prima volta sono esposti l’uno accanto all’altro i capolavori delle collezioni del museo di Leiden e del museo archeologico di Bologna, nella mostra “Egitto. Splendore millenario. Capolavori da Leiden a Bologna” aperta al museo archeologico felsineo fino al 17 luglio 2016, curata da Paola Giovetti, responsabile del museo e Daniela Picchi, curatore della sezione egiziana del museo. Non solo un’esposizione di fortissimo impatto visivo e scientifico, ma anche un’operazione che non ha precedenti nel panorama internazionale. La collezione di antichità egiziane del museo nazionale di Antichità di Leiden in Olanda – una delle prime dieci al mondo – e quella di Bologna – tra le prime in Italia per numero, qualità e stato conservativo – si integrano in un percorso espositivo di circa 1700 metri quadrati di arte e storia. Sono 500 i reperti, dal periodo Predinastico all’epoca romana, giunti dall’Olanda al museo bolognese: opere quali la Stele di Aku (XII-XIII Dinastia, 1976-1648 a.C.), il “maggiordomo della divina offerta” la cui preghiera racconta l’esistenza ultraterrena del defunto in un mondo tripartito tra cielo, terra e oltretomba; gli ori attribuiti al generale Djehuty, che condusse vittoriose le truppe egiziane nel Vicino Oriente per il faraone Thutmose III (1479-1425 a.C.), il grande conquistatore; le statue di Maya, Sovrintendente al tesoro reale di Tutankhamon, e Meryt, cantrice di Amon, (XVIII dinastia, regni di Tutankhamon-Horemheb, 1333-1292 a.C.), massimi capolavori del museo nazionale di Antichità di Leiden, che hanno lasciato per la prima volta l’Olanda; e, tra i numerosi oggetti che testimoniano il raffinatissimo stile di vita degli egiziani più facoltosi, un Manico di specchio (1292 a.C.) dalle sembianze di una eternamente giovane fanciulla che tiene un uccellino in mano. E per la prima volta dopo 200 anni dalla riscoperta a Saqqara della sua tomba, la mostra offre l’occasione unica e irripetibile di vedere ricongiunti i più importanti rilievi di Horemheb, comandante in capo dell’esercito egiziano al tempo di Tutankhamon e poi ultimo sovrano della XVIII dinastia, dal 1319 al 1292 a.C., che Leiden, Bologna e Firenze posseggono. Ma non è tutto: assieme ai capolavori di Leiden e Bologna, la mostra ospita importanti prestiti del museo Egizio di Torino e del museo Archeologico nazionale di Firenze, all’insegna di un network che vede coinvolte le principali realtà museali italiane.
La mostra si articola in sette sezioni e sette temi principali. Tra tutte, il ruolo centrale spetta a quella dedicata alla tomba di Horemheb, generale dell’esercito egiziano, comandante militare al tempo di Tutankhamon e infine faraone che regnò sull’Egitto dal 1319 al 1292 a.C. Ogni tappa fondamentale della carriera di questo grande stratega si lega a una città diversa nella quale egli ogni volta fece costruire la propria sepoltura. La tomba – i cui resti sono confluiti nella collezione di Bologna – è quella della necropoli di Saqqara, nei pressi di Menfi, all’epoca capitale amministrativa del Paese e sede del comando dell’esercito e dell’arsenale militare. La storia della scoperta della tomba è affascinante, quanto le decorazioni parietali che la rendono un monumento eccezionale del Nuovo Regno (che comprende la XVIII, XIX e XX Dinastia e va dal 1552 fino al 1069 a.C.): individuata a Saqqara nell’Ottocento, fu spogliata di numerosi frammenti parietali, ora esposti nei musei di tutto il mondo, incluse Bologna e Leiden che conservano i nuclei più rilevanti sia per quantità, sia per qualità. Quando oramai si erano perse le tracce della sua esistenza, complice la sabbia del deserto che la aveva nuovamente nascosta, la tomba fu riscoperta nel 1975 da una missione archeologica anglo-olandese: fu così che i rilievi, asportati nell’Ottocento e non sempre attribuiti a Horemheb, poterono essere virtualmente ricollocati al loro posto, evidenziando la ricchezza, originalità e raffinatezza artistiche di questa sepoltura. E allora con gli egittologi di Bologna e Leiden iniziamo una “visita guidata” per conoscere più da vicino i tesori esposti in mostra.
Il predinastico e l’Età arcaica – alle origini della storia Il passaggio dalla tradizione orale a quella scritta, dalla preistoria alla storia, rappresenta il momento fondante della civiltà egiziana. La collezione di Leiden è ricchissima di materiali che documentano il ruolo centrale della natura in questa lunga evoluzione culturale e artistica. Molti di questi oggetti, di assoluta modernità stilistica, aprono l’itinerario espositivo, tra cui un vaso decorato con struzzi, colline e acque. La scena raffigurata su questo vaso del Periodo Naqada (dal nome di un sito dell’Alto Egitto e che raggruppa la produzione artistica tra il 3900 e il 3060 a.C.) ci riporta a un Egitto caratterizzato da un paesaggio rigoglioso che i cambiamenti climatici hanno poi trasformato nel tempo. Struzzi, come quelli dipinti in rosso sul contenitore, assieme a elefanti, coccodrilli, rinoceronti e altri animali selvatici erano allora una presenza abituale del territorio nilotico.
L’Antico regno – un modello politico-religioso destinato al successo e le sue fragilità Il periodo storico dell’Antico Regno (dalla III alla VI Dinastia, 2700-2192 a.C.) è noto per le piramidi e per il nascere di una burocrazia che ha al suo vertice un sovrano assoluto, considerato un dio in terra e padrone di tutto l’Egitto. Questo senso dello Stato e le sue regole terrene e ultraterrene, molto elitarie, sono ben documentati negli oggetti provenienti da contesto funerario di cui la collezione olandese è particolarmente ricca, tra cui una tavola per offerte in alabastro. L’offerta al defunto era parte fondamentale del rituale funerario per assicurare una vita oltre la morte. La particolarità di questa tavola appartenuta a un alto funzionario di stato è data dalla forma circolare, insolita, e dal ripetersi del concetto di offerta come indicato dal testo scritto, dal vasellame scolpito in visione zenitale e, soprattutto, dalla raffigurazione centrale che corrisponde al geroglifico hotep (offerta), ovvero una tavola su cui poggia un pane.
Il Medio Regno – il dio Osiride e una nuova prospettiva di vita ultraterrena La fine dell’Antico Regno e il periodo di disgregazione politica che ne segue determinano grandi cambiamenti nella società egiziana, che riconosce al singolo individuo una maggiore responsabilità del proprio destino, anche ultraterreno. Ogni egiziano, in grado di farsi costruire una tomba con adeguato corredo funerario, può ora aspirare a una vita eterna. Il dio Osiride, signore dell’oltretomba, diviene la divinità più popolare del Paese. Dal suo tempio ad Abido, uno dei più importanti luoghi di culto dell’Egitto, provengono molte stele ora a Leiden e a Bologna. Tra cui quella di Aku, il maggiordomo della divina offerta, che la dedica a Min-Hor-Nekhbet, la forma del dio itifallico Min adorata nella città di Abido. La preghiera che Aku rivolge al dio racconta di un’esistenza ultraterrena in un mondo concepito come tripartito: in cielo dove il defunto si trasfigura in stella, in terra dove la sepoltura è luogo fondamentale del passaggio dalla vita alla morte e in oltretomba dove Osiride concede al defunto la vita eterna.
Dal Medio al Nuovo Regno – il controllo del territorio in patria e all’estero La sconfitta degli Hyksos, “i principi dei paesi stranieri” che invadono e governano l’Egitto settentrionale per alcune generazioni, dà origine al Nuovo Regno. Una politica estera molto aggressiva arricchisce il Paese che vive uno dei periodi di maggiore splendore. La classe sociale dei professionisti della guerra si afferma sino al punto da raggiungere il vertice dello stato e dare origine ad alcune dinastie regnanti. La ricchezza e il prestigio di questi militari si concretizzano anche nella produzione di oggetti raffinati, quali gli ori appartenuti a Djehuty, generale del faraone Tuthmosi III. L’arte orafa egiziana ci ha lasciato in eredità gioielli di grande pregio artistico e valore economico, come un elemento di pettorale (o cintura) presente in mostra. Questo monile, attribuito alla tomba del generale Djehuty, l’uomo al quale il sovrano Thutmosi III affidò il controllo delle terre straniere, ne rappresenta un raffinato esempio. Figurato a fiore di loto blu, simbolo di rinascita e rigenerazione, doveva fungere da elemento centrale di un elaborato pettorale o di una cintura cerimoniale a numerosi fili. Il cartiglio inciso sul lato posteriore suggerisce che il gioiello sia stato donato da Thutmosi III in persona.
La necropoli di Saqqara nel Nuovo Regno I musei di Leiden e di Bologna possono essere considerati “gemelli” perché conservano due nuclei importanti di antichità provenienti da Saqqara, una delle necropoli della città di Menfi. Durante il Nuovo Regno questa antica capitale dell’Egitto tornò a essere un centro strategico per la politica espansionistica dei sovrani di XVIII Dinastia. Lo dimostrano le monumentali sepolture degli alti funzionari di stato che vi ricoprirono incarichi amministrativi, religiosi e militari, tra le quali le tombe del Sovrintendente al tesoro reale di Tutankhamon Maya e di sua moglie Meryt, cantrice di Amon, e di Horemheb, comandante in capo dell’esercito e principe ereditario di Tutankhamon. Le statue di Maya e di sua moglie Meryt arrivarono in Olanda nel 1828 con la collezione D’Anastasi. Solo molti anni dopo, nel 1986, una missione archeologica anglo-olandese individuò la tomba di provenienza a sud-est della piramide di Djoser a Saqqara. Queste statue, che rappresentano i massimi capolavori egiziani del museo nazionale di Antichità di Leiden, hanno lasciato per la prima volta il museo olandese per essere esposte in mostra. Quando Egypt Exploration Society di Londra e il museo nazionale di Antichità di Leiden intrapresero gli scavi a sud-est della piramide a gradoni di Djoser nel 1975, l’obiettivo era quello di individuare la tomba di Maya e di Meryt. Grande fu la sorpresa nello scoprire, invece, la sepoltura del generale Horemheb che concluse una strepitosa carriera politica divenendo ultimo sovrano di XVIII Dinastia. La sua tomba, che ha una struttura a tempio, è caratterizzata da un ingresso a pilone, tre grandi corti e tre cappelle di culto che affacciano sulla corte a peristilio più interna. Da quest’ultima proviene gran parte dei rilievi conservati a Leiden e a Bologna, che raccontano le più importanti imprese militari di Horemheb condotte contro Siriani, Libici e Nubiani, le popolazioni confinanti con l’Egitto.
Il Nuovo Regno – il benessere dopo la conquista Arredi raffinati, strumenti musicali, giochi da tavolo, gioielli: sono solo alcuni dei beni di lusso che testimoniano il benessere diffusosi in Egitto a seguito della politica espansionistica dei sovrani del Nuovo Regno. Grazie ai raffinati oggetti è possibile rivivere momenti di vita quotidiana, immaginando di essere all’interno di un palazzo regale o nella dimora di qualche alto funzionario. Come per il manico di specchio in mostra costituito dal corpo aggraziato e sensuale di una fanciulla, che tiene in mano un piccolo uccellino.
L’Egitto del primo millennio L’Egitto del primo millennio a.C. è caratterizzato da una sempre più evidente debolezza del potere centrale a favore dei governatori locali che si attribuiscono il ruolo di dinasti regnanti. La perdita di unità politica e territoriale indebolisce la capacità di difesa dei confini del Paese, che è conquistato a più riprese da Nubiani, Assiri e Persiani. Centri forti di potere rimangono i templi, che gestiscono una parte importante dell’economia e la trasmissione del sapere, svolgendo un ruolo d’intermediazione politica tra potere regnante e popolazione devota. Molti dei capolavori in mostra appartengono a corredi funerari di sacerdoti e provengono da importanti aree templari, tra cui il sarcofago di Peftjauneith che, nell’insieme di cassa e coperchio, riproduce le sembianze del dio Osiride, avvolto in un sudario di lino e con il volto verde che evoca il concetto di rinascita. La raffinata decorazione di questo sarcofago conferma l’alto rango in ambito templare del suo proprietario, sovrintendente ai possedimenti di un tempio del Basso Egitto. La scena interna alla cassa mostra la dea del cielo Nut inghiottire ogni sera (a Occidente) il disco del sole per poi partorirlo ogni mattina (a Oriente). La conquista dell’Egitto da parte di Alessandro Magno nel 332 a.C. chiude la fase “faraonica” della storia egiziana. Con i suoi successori, i Tolemei, ha inizio la dominazione greca del Paese che avrà come ultima sovrana la famosa Cleopatra VII. Il dorato declino del Paese continuerà per molti altri secoli, oltre la conquista romana del 31 a.C. sino alla dominazione araba nel VI secolo dopo l’era volgare. Il dialogo tra antico e nuovo, locale e straniero, che contraddistingue l’epoca greca-romana, permette ancora il raggiungimento di elevati livelli artistici, come testimoniano i celebri ritratti del Fayum, di cui il museo di Leiden conserva pregevoli esemplari presenti in mostra.
Dal 19 al 21 febbraio 2016 appuntamento a Firenze per Tourisma, il salone internazionale dell’Archeologia: decine di incontri con più di duecento relatori

L’auditorium del Palacongressi di Firenze gremito per l’Incontro nazionale di Archeologia Viva (foto Valerio Ricciardi, Roma)
È cominciato il conto alla rovescia: tra un mese, il 19 febbraio 2016, al Palacongressi di Firenze aprirà la seconda edizione di TourismA, il salone internazionale dell’Archeologia, con un ricco calendario di eventi. Oltre a convegni, incontri e workshop (più di venti nei tre giorni del Salone con circa duecentoventi relatori!) sono previsti quattro Archeolaboratori aperti alla partecipazione di grandi e piccoli, singoli, gruppi e scuole. Ospite d’onore di TourismA 2016 è l’archeologo Andrea Carandini che aprirà il XII Incontro Nazionale di Archeologia Viva con una lectio magistralis sulle origini di Roma, mentre il regista Pupi Avati interverrà per ricevere il Premio “R.Francovich” dal ministro Dario Franceschini. Lunghissimo è l’elenco delle grandi personalità del mondo dell’archeologia, della storia, dell’arte e della comunicazione che interverranno nei tre giorni di TourismA, dal 19 al 21 febbraio 2016. Vediamo, a grandi linee, il programma degli eventi, anche se non è ancora quello definitivo.
VENERDÌ 19 FEBBRAIO 2016. Tre i temi particolarmente significativi del primo giorno di lavori. Professione archeologo: all’auditorium (9-13), “Formazione ricerca tutela professione: l’archeologia italiana agli inizi del Terzo millennio”; cui segue nel pomeriggio in sala Verde (14-18), “Archeologi nella società. Archeologia per la comunità”, assemblea nazionale dell’associazione nazionale Archeologi. Prima parte del XII Incontro nazionale di Archeologia Viva, all’auditorium (14.15-18.45): oltre alla lectio magistralis di Carandini, un ricordo dell’archeologo Khaled Asaad, custode dei tesori di Palmira, trucidato dall’Isis con interventi di Paolo Matthie (“La Siria in fiamme”), Viviano Domenici (“Salvare i tesori dalla furia dell’Isis”) e il il film di Alberto Castellani “Khaled al-Asaad: quel giorno a Palmira”. Terzo grande tema: l’archeologia nei territori di guerra. In Sala Verde (9.30-13) e in Sala Onice (14.30-17), “Spes contra Spem: archeologia e ricerca italiana all’estero al tempo della crisi”: sarà un viaggio alla scoperta delle missioni italiane: Phoinike in Albania (Sandro De Maria), Harwa in Egitto (Francesco Tiradritti), Erbil nel Kurdistan iracheno (Luca Peyronel), Afghanistan (Anna Filigenzi), Dmanisi in Georgia (Lorenzo Rook), Althiburos in Tunisia (Gilberto Montali), Gortina di Creta (Enzo Lippolis), Gerico in Palestina (Lorenzo Nigro).

Il paleontologo Lee Berger, capo della missione in Sudafrica, mostra un fossile di Homo Naledi trovato nella grotta Rising Star
SABATO 20 FEBBRAIO 2016. La seconda giornata si apre all’auditorium (9-12.15) con un focus su “Vecchi e nuovi direttori: riusciranno i nostri eroi?”, con le testimonianza da Reggio Calabria a Napoli, da Taranto a Paestum; cui segue (12.15-13) la consegna del premio “R.Francovich” al regista Pupi Avati. Nel pomeriggio , sempre all’auditorium (14.15-18.15), la seconda parte del XII Incontro nazionale di Archeologia Viva, si sofferma con Damiano Marchi sulla scoperta in Sudafrica dell’Homo Naledi; riflette con Franco Cardini sul Califfo e l’ipocrisia dell’Occidente; invece Daniele Morandi Bonacossi prende spunto dalla mostra di Aquileia per introdurre il progetto “L’archeologia ferita. Aquileia ponte tra Occidente e Oriente”; infine Alberto Angela si sofferma sulla millenaria storia della basilica di San Pietro tra arte e archeologia. Per chi cerca curiosità o scoperte particolari, da segnalare in Sala Verde (9-12.30), “Toscana archeologica: ultime scoperte tra il mare e l’Appennino”; in Sala 4 (16-17.30), la “Cultura villanoviana: nuovi dati dalle necropoli di Verucchio”; infine il convegno-workshop in Sala 4, “Sudan, il regno dei faraoni neri”.
DOMENICA 21 FEBBRAIO 2016. Il terzo e ultimo giorno di Tourisma è praticamente monopolizzato in auditorium (8-18) dalla terza parte del XII incontro nazionale di Archeologia Viva. Il film “Petra. La città perduta” di Gary Glassman apre i lavori. La mattina passa dall’archeologia della Magna Grecia: archeologia pubblica nella valle dei Templi di Agrigento (Giuseppe Parello), pitture campane e paestane a Paestum (Angela Pontrandolfo), ricerche in corso a Pompei (Massimo Osanna). Alla letteratura greca: Luciano Canfora parla di Tucidide e Giorgio Ieranò di Omero. Nel pomeriggio, Sebastiano Tusa ci porterà nei fondali delle Egadi e delle Eolie e Maria Ausilia Fadda nei santuari nuragici. Gran finale con Valerio Massimo Manfredi e Lorenzo Braccesi sulle donne nell’antichità.
L’inaugurazione ufficiale di Tourisma 2016 è in programma giovedì 18 febbraio alle 20.45 nel Salone de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio alla presenza del sindaco Dario Nardella, del soprintendente all’Archeologia della Toscana Andrea Pessina e del direttore di Archeologia Viva Piero Pruneti. Louis Godart, accademico dei Lincei e consigliere del Presidente della Repubblica per il patrimonio culturale, terrà una conferenza su “Una civiltà per l’Europa”. Ingresso con prenotazione obbligatoria. L’accredito nominativo va richiesto per e-mail a: archeologiaviva@ giunti.it.
Egitto. Nella valle delle balene (Wadi el Hitan) nel deserto occidentale è stato inaugurato il primo museo al mondo dei Fossili e dei cambiamenti climatici: un viaggio tra i resti fossili dei Basilosauros, i grandi cetacei che 40 milioni di anni fa dominavano gli abissi marini
Visto dal cielo è un puntino in un mare di sabbia. E non è un caso che anche una volta a terra, avvolti in un silenzio che ti prende e ti rapisce, ti sembra quasi di “nuotare” su un fondale piatto e impressionante, disseminato da quanto meno strani filari di pietre. Ma se torniamo indietro di 40 milioni di anni, alla fine dell’era geologica che gli studiosi chiamano Eocene, ci troveremmo veramente in fondo a un grande mare popolato da “mostri” marini, almeno dalla nostra prospettiva umana. Così scopriremmo che quelle strane pietre altro non sono che i resti fossili di grandi balene che ora vedremmo inarcare i loro possenti corpi: saremmo di fronte a degli Archeoceti, i Signori degli Abissi (una sotto famiglia di balene ora estinta). Questo puntino nel deserto occidentale, nel Medio Egitto, è il Wadi el Hitan, la “valle delle balene”, sito Unesco patrimonio dell’umanità dal 2005. Nessun altro posto al mondo conserva fossili di questo tipo in tale numero, concentrazione e qualità. Il Cairo è a 150 chilometri a nord-est, l’oasi più vicina, quella del Fayyum, a una cinquantina. Qui si possono ancora osservare reperti fra i più rari al mondo (altri ne sono stati trovati in Pakistan ed in poche altre zone). Questi reperti fossili ci raccontano una storia delle più incredibili: la trasformazione dei mammiferi acquatici, il salto evolutivo che li portò, alla fine dell’Eocene, dalla vita terrestre alla vita acquatica, perdendo l’uso degli arti per la deambulazione.
Proprio in questo luogo così scomodo da raggiungere (almeno tre ore di pullman dal Cairo) e apparentemente dimenticato dal mondo, nel sito naturalistico di Wadi el Hitan, nel governatorato egiziano di Fayyum, è stato inaugurato il Museo dei Fossili e del cambiamento climatico, un museo unico al mondo realizzato anche grazie alla Cooperazione italiana. Al centro dello spazio espositivo ci sono le ossa del più grande “Basilosaurus isis” mai rinvenuto completo, un tipo di cetaceo preistorico che poteva arrivare alla lunghezza di 20 metri. Intorno c’è anche un percorso a cielo aperto di 11 “stazioni” con pannelli illustrativi in cui si possono ammirare altri fossili di balena sempre risalenti a oltre 40 milioni di anni fa. “Il museo è il primo di questo tipo nel Vicino Oriente, anzi essendo in mezzo al deserto e affrontando gli effetti dei cambiamenti climatici, il museo è il primo di questo tipo al mondo”, spiegano i promotori del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) che ha curato la realizzazione finanziata dall’Italia con circa 500mila dollari.
Dall’esterno il museo dei Fossili di Wadi el Hitan col suo profilo circolare si confonde con le dune del deserto occidentale egiziano, in una sorta di basso canyon. All’interno spiccano due scheletri di Basilosauro, un animale che – spiegano gli esperti – poteva arrivare alla lunghezza di 20 metri. Le ossa formano un doppio cerchio, e intorno pannelli e fossili illustrano altre balene e squali preistorici, granchi e mangrovie pietrificate, coralli di milioni di anni fa. Il complesso è arricchito da una serie di strutture per facilitare la ricezione dei visitatori quali un centro informazioni, biglietteria, caffetteria, posto di polizia turistica, parcheggio e servizi igienici realizzate sempre dalla Cooperazione italiana negli anni precedenti. “Abbiamo posto i muri nel sottosuolo e la cupola sopra”, spiega Gabriel Mikhail, l’architetto progettista, “così da imitare l’ambiente circostante e assicurare una migliore temperatura all’interno. Qui si viene portati in un viaggio che inizia dalla creazione della terra e passa attraverso diverse ere: qui, dove oggi c’è il deserto un tempo c’era una foresta tropicale e prima ancora quest’area era sotto il mare”. Il museo vuole educare i visitatori all’importanza del patrimonio naturale. Il suo messaggio è chiaro: “State attenti ai cambiamenti climatici; se non lo fate, vi estinguerete come queste balene preistoriche”.
Il Museo Egizio di Torino chiude il 2015 dei record (800mila visitatori) aprendo un museo parallelo nei magazzini (Gallerie della Cultura Materiale) e allestendo il Coffee Shop. E da marzo prima grande mostra temporanea
Sotto l’albero il museo Egizio di Torino si ritrova… un altro museo. Teorie di ushabti, scarabei, vasi canopi, modellini in legno, amuleti, sandali, poggiatesta: alla vigilia di Natale l’Egizio ha inaugurato le “Gallerie della Cultura Materiale”, un nuovo percorso, parallelo all’allestimento permanente, alla scoperta dei magazzini visitabili del museo, che ha chiuso così alla grande un anno eccezionale. Infatti già a sei mesi dall’apertura del nuovo allestimento l’Egizio di Torino – alla fine di novembre – aveva raggiunto la soglia dei 700mila visitatori, che hanno girato la boa del 2015 intorno agli 800mila. “L’afflusso di pubblico”, sottolinea la presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie, Evelina Christillin, “non ha registrato alcuna inflessione per l’effetto paura dopo i fatti di Parigi”, fatti che comunque hanno portato anche a Torino ad accrescere le misure di sicurezza. Così dal 1° dicembre a vigilare sui visitatori è stata posta all’ingresso la guardia armata, autorizzata a effettuare controlli a campione.
Nel suo primo Natale il nuovo allestimento del museo Egizio, inaugurato il 1° aprile 2015, ha dunque festeggiato con l’anteprima delle “Gallerie della Cultura Materiale”, veri e propri magazzini visitabili allestiti lungo tutto il percorso museale. Si tratta di una serie di armadi che espongono un’ampia rassegna di manufatti, provenienti dalla straordinaria collezione del museo Egizio, ordinati per tipologie in base al materiale con cui sono realizzati, alla loro forma, alla loro funzione e a ciò che rappresentano. “In una società come la nostra, sempre più immersa in una cultura digitale insistere sulla cultura materiale significa tracciare un filo che collega il nostro mondo con quello dell’antichità, in particolare egizia: gli oggetti di cui l’uomo si è sempre circondato sono espressione della sua cultura materiale, studiata dagli archeologi per comprendere le società del passato”.

Le Gallerie della Cultura Materiale permettono un viaggio parallelo all’interno del museo Egizio di Torino
Le Gallerie della Cultura Materiale rappresentano per il pubblico un affascinante viaggio tra gli oggetti prodotti dall’ingegno dell’uomo nell’antico Egitto oltre a un’occasione per accedere anche ai magazzini che diventano finalmente visitabili mostrando una selezione di circa 10mila oggetti sui 40mila custoditi dal museo Egizio. Le Gallerie sono un work in progress e saranno continuamente arricchite offrendo contenuti ed esperienze tattili che consentiranno al visitatore di acquisire maggiori informazioni sui reperti in mostra. Attualmente il percorso si compone di 38 armadi collocati lungo il percorso museale, nei primi mesi del 2016 saranno inaugurate tre nuove sale, sempre dedicate alla cultura materiale. “Con l’inaugurazione di un nuovo percorso a soli otto mesi dalla riapertura”, sottolineano alla fondazione, “’Egizio intende mantenere la promessa di essere un Museo vivo, capace di rinnovarsi per offrire al suo pubblico sempre nuove possibilità di visita”.
E
proprio in questa direzione va l’apertura del Coffee Shop del museo Egizio: 350mq su due piani, comprensivi di un magnifico terrazzo di inverno in cui concedersi una pausa durante la visita delle collezioni. Il Coffee Shop è accessibile sia dall’interno del museo (ingresso dalla sala 6, dedicata a Deir el Medina – 1° piano) sia da via Accademia delle Scienze, senza obbligo di acquistare il biglietto, attraversando il cortile e salendo al 2° piano della manica su via Eleonora Duse. La caffetteria osserva l’orario del Museo, 8.30 – 18.30 (prolungato fino alle 19.30 nei periodi festivi di massima affluenza). “Con il nostro museo stiamo dando una grande spinta all’internazionalizzazione di Torino”, conclude Christillin, che dopo l’apertura dei magazzini visitabili (“due soppalchi ricchi di materiale straordinario”), annuncia per marzo la prima mostra temporanea nel rinnovato percorso museale, dedicata a “Pompei e l’Egitto”. A proposito di mostre, la Christillin ricorda che il bando per la scelta dei gestori della nuova caffetteria “è stato un bando pilota”. L’azienda aggiudicataria infatti, la Serenissima Spa, sarà anche sponsor delle mostre itineranti organizzate dall’Egizio, per le quali mette a disposizione 132mila euro l’anno.
Antico Egitto. Le straordinarie scoperte nella tomba del visir Amenhotep Huy nella necropoli di El-Asasif: dal sarcofago del sacerdote di Amon a quello della cantrice del dio di Tebe ai misteri sul vero padre di Tutankhamon

Il gruppo di archeologi della missione spagnola dell’istituto per gli studi dell’Antico Egitto di Madrid impegnati nel progetto alla tomba del visir Amenhotep Huy a Luxor
“Un nuovo giorno nella necropoli tebana. Ora siamo nel mese di dicembre!!! Come corre il tempo. Siamo ormai nel tratto finale della campagna che è passata come un sospiro. La mattina inizia come un giorno normale, ma alla fine della giornata … siamo stati tutti contenti: avevamo fatto una grande scoperta. Purtroppo, al momento della stesura di questo diario, non possiamo ancora dire quanto è stato scoperto in quanto deve essere il Dipartimento delle Antichità d’Egitto che la notizia al mondo. Ma certo, è una di quelle scoperte che tutti noi vorremmo ci capitasse”. Era il 1° dicembre 2014, ultimo giorno della missione archeologica spagnola diretta dal prof. Francisco J. Martin Valentin, quando gli archeologi annotavano sul diario di scavo la “grande scoperta” dell’egittologa Teresa Bedman e dell’archeologo José Antonio Suárez della tomba di Amenhotep Huy nella necropoli di El-Asasif a Luxor, in Egitto: non era la prima volta che la tomba del visir dell’Antico Egitto sotto il regno del faraone Amenhotep III (più noto nella versione ellenizzata come Amenofi III, faraone della XVIII dinastia, vissuto nella prima metà del XIV secolo a.C. e padre di Akhenaton) regalava sorprese. Proprio nel febbraio 2014 il ministro alle Antichità egiziane Mamdouh el Damati aveva annunciato che le ricerche dell’Istituto di studio dell’Antico Egitto di Madrid col prof. Martin Valentin proprio nella tomba di Amenhotep Visir-Huy avevano prodotto la prova definitiva che Akhenaton aveva condiviso il potere con suo padre per almeno 8 anni. Una scoperta non senza conseguenze, come spiegano gli archeologi spagnoli: “L’anno scorso abbiamo trovato colonne con iscrizioni, mai viste prima, che potrebbero provare che Amenofi III e Amenofi IV (Akhenaton) hanno regnato per un periodo contemporaneamente. Può non sembrare un fatto significativo per la storia dell’Egitto, ma è davvero molto importante. Se questo è vero, e crediamo che lo sia, Tutankhamon sarebbe il figlio di un faraone diverso, poiché la datazione sarebbe un po’ prima. Potrebbe essere il caso che Amenhotep III, e non Akhenaton, sia stato il padre di Tutankhamon, come le iscrizioni sembrano suggerire. Alcuni colleghi hanno respinto questa teoria, ma alcuni di noi vi hanno creduto fin dall’inizio”.

Il sarcofago del sacerdote di Amon scoperto nella tomba del visir Amenhotep Huy nella necropoli di el Asasif a Luxor
E alcuni giorni fa il ministro delle Antichità El Damaty ha annunciato la scoperta all’interno della tomba del Visir Amenhotep, Huy numero 28 ad Asasif della sepoltura intatta con il sarcofago la bara di Ankhef in Khunsu sacerdote di Amon-Ra. El Damaty ha chiarito che il sarcofago ben preservato è stato trovato all’interno di un fosso intagliato nella roccia e coperto con pietre. Secondo i resoconti della missione archeologica spagnola dell’Istituto dell’Antico Egitto in collaborazione con la missione egiziana del ministero delle Antichità, il sarcofago è un tipico esempio per la XXI Dinastia (attorno al 900 a. C.). Il sarcofago rappresenta un uomo che indossa una parrucca tripartita con strisce e corona floreale, ed è fatto di legno e coperto di gesso. L’uomo porta una barba intrecciata e un largo collare “Usekh” che protegge il suo collo e le spalle. Le tre colonne di testo sono distinte al centro, variando dalla parte al di sotto delle braccia fino ai piedi. La scatola del sarcofago è decorata con diverse registrazioni del defunto che fa offerte agli dèi Osiride, Nefertem, Anubi, alla dea Hathor come vacca, e Signora dell’Occidente, con testi geroglifici.
Ma torniamo al sarcofago della sacerdotessa cantrice del dio Amon. Francisco J. Martín Valentín: “Portare alla luce un sarcofago intatta è abbastanza raro, soprattutto quando la mummia è ancora all’interno e lo è da 3100 anni. Ma la sua rilevanza è enorme per il tipo di sarcofago e il periodo di appartenenza, che non sono così comuni nell’archeologia egiziana. Il sarcofago risale infatti alla fine del Nuovo Regno (ca. 1100 a.C.) e l’inizio del cosiddetto Terzo Periodo Intermedio (1070-650 a.C.)”.

Il momento magico: l’apertura del sarcofago della cantrice del dio Amon alla presenza del ministro alle Antichità Mamdouh el Damati
Un momento magico. Era il 14 dicembre 2014 quando il sarcofago è stato aperto alla presenza – tra gli altri – del ministro egiziano delle antichità Mamdouh Eldamaty e del governatore di Luxor Tarek Saad El-Din. Martín Valentín: “Ancora oggi a raccontarlo mi emoziono. Abbiamo sollevato il coperchio del sarcofago e ci siamo resi conto che la mummia era ben conservata. Bedman ha subito notato un sacchetto, contenente un papiro, posto tra le gambe della cantrice del dio Amon. Decifrarlo sarà un compito della campagna prossima missione”. E la Bedman: “Per me il momento più speciale è venuto quando ho messo gli occhi sul sarcofago già di per sé spettacolare, ma anche il corredo funerario è notevole: vasi in ceramica per le offerte, e un bel mazzo di fiori che qualcuno ha lasciato per il defunto 3000 anni fa. Era ancora lì. È stato davvero una forte emozione”. Ha poi aggiunto che i membri della squadra avevano classificato e preso il mazzo di fiori con la stessa cura usata dalla persona che lo aveva messo nella bara tanti secoli fa.
Secondo Martín Valentín uno degli elementi più notevoli del sarcofago è il volto del defunto. “È un ritratto perfetto. Non è un volto femminile generale, ma il profilo della sacerdotessa conservata in quel sarcofago: una bella donna, con affascinanti occhi a mandorla, il naso delicato e lineamenti delicati. Particolarmente seducenti gli occhi che sono stati disegnati e dipinti”. Infine sulla conservazione del sarcofago, scolpito in legno e ricoperto di intonaco decorato: “La maggior parte della pittura è in ottime condizioni. Il deterioramento è principalmente dovuto alle centinaia di tonnellate che per secoli vi hanno pesato sopra, ma nel complesso è davvero in buono stato, pronto per il restauro “.
Lutto nel mondo dell’archeologia: è morto il prof. Nicola Bonacasa, tra i più grandi esperti dell’arte tolemaica

Il prof. Nicola Bonacasa, professore emerito dell’università di Palermo
Lutto per il mondo accademico e la ricerca archeologica: è morto Nicola Bonacasa, archeologo di fama mondiale. Si è spento nel tardo pomeriggio di lunedì 30 novembre 2015 all’età di 84 anni. Nato a Trapani nel 1931 è stato allievo di Achille Adriani e aveva frequentato la Scuola Archeologica italiana di Atene nel 1957, prendendo parte per molti anni allo scavo di Iasos in Caria. Nicola Bonacasa, professore emerito dell’università di Palermo, accademico dei Lincei, fu direttore per molti anni dell’istituto di Archeologia dell’università di Palermo, direttore delle missioni archeologiche in Libia (Sabratha, Leptis Magna e Cirene) e in Egitto, e autore di innumerevoli pubblicazioni. Negli anni è diventato un punto di riferimento per lo studio dell’arte ellenistica dell’Alessandria tolemaica. Al professore Bonacasa si deve l’avvio dell’indagine sistematica del territorio di Himera, con pluriennali campagne di scavo da lui dirette concretizzatesi nella pubblicazione dei famosi Quaderni di Himera. “Nicola Bonacasa – lo ricordano all’università di Palermo – è stato l’artefice, insieme al Rettore pro-tempore dell’Ateneo di Palermo, prof. Ignazio Melisenda Giambertoni, della nascita del Polo didattico di Agrigento, con l’istituzione nell’a.a. 1992/93 della Scuola diretta a fini speciali per Operatori Tecnico Scientifici nel campo dei Beni Culturali-Settore Archeologico, trasformatasi nel tempo dapprima in Diploma Universitario e successivamente nel Corso di laurea in Conservazione dei Beni Culturali, di cui è stato Presidente. Corso di laurea da lui fortemente voluto, unico all’atto della sua costituzione nel meridione d’Italia, massima espressione universitaria nel campo della tutela, valorizzazione e conservazione dei beni culturali, modello ineguagliato per la didattica e la formazione delle nuove generazioni in quello che è un patrimonio indiscusso del nostro Paese invidiatoci da tutto il mondo”. “Il professore – conclude la nota dell’ateneo siciliano -, maestro da decenni di tanti giovani studenti, di valenti archeologi e docenti universitari, lascia un grande vuoto non solo per le sue doti scientifiche e culturali, ma anche per l’alto rigore morale e attaccamento alle istituzioni, di cui è stato per tutti un esempio indelebile”.
L’ultima bufala sulle piramidi dal candidato alle presidenziali Usa, Ben Carson: “Erano granai, non tombe”. Il ministro egiziano alle antichità El Damathy: “Non merita risposta”. Ma quella credenza ha radici nel Medioevo
Le piramidi come granai di Giuseppe: è l’ultima bufala sulle monumentali tombe della IV dinastia. Gli egittologi degni di questo nome e i veri appassionati e cultori della civiltà dei faraoni in gergo li definiscono “piramidioti”: quei personaggi, più o meno pittoreschi, che si lanciano in esegesi e teorie sulla genesi delle piramidi della piana di Giza, che già gli antichi avevano inserito nelle sette meraviglie del mondo, ma che da sempre sono state oggetto delle più fantasiose bizzarrie: e non si fa riferimento solo alla matrice aliena o alle congiunzioni astrali con le costellazioni, Orione in primis. Nei secoli è stato ipotizzato che l’architetto costruttore sia stato addirittura l’artefice dell’Arca, Noè (John Taylor, 1859). O addirittura che i faraoni siano stati guidati da Satana in persona (Joseph T. Rutheford, leader dei testimoni di Geova). Ma si è anche pensato che le piramidi fossero inizialmente colline utilizzate come cave e che siano state tagliate a forma d piramide (Fort Wayne Jaournal Gazette, 1884). E non poteva mancare un collegamento con Atlantide: Ignazio di Loyola Donnelly, ex membro del Congresso del Minnesota, ossessionato dalla leggenda di Atlantide, nel 1882 sostenne che gli abitanti di Atlantide fondarono in Egitto la loro più antica colonia a immagine e somiglianza dell’isola atlantica, dominata appunto da una piramide. Come si vede non è mai un egittologo a parlare, ma persone delle più disparate estrazioni sociali che si permettono di avanzare nuove ipotesi sulle piramidi.
E così vale anche per l’ultima bufala. In realtà, una bufala a scoppio ritardato (perché se ne viene a conoscenza solo ora, ma fu espressa nel 1998) e che soprattutto non è neppure nuova, perché riprende una tradizione medievale: “Le piramidi d’Egitto sono state costruite da Giuseppe, il personaggio biblico, per conservare il grano e non, come credono gli archeologi, per dare sepoltura ai faraoni”. La tesi è del candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Ben Carson, che contende a Donald Trump la palma di front-runner tra i candidati del Grand Old Party. In realtà, come detto, questa tesi espressa dal neurochirurgo oggi in pensione non è di questi giorni ma risale a un suo intervento, ripreso da un video pubblicato dal sito Buzzfeed, in una cerimonia di laurea all’Università di Andrews, istituto legato alla Chiesa cristiana avventista del Settimo giorno. Ma in tanti anni non ha cambiato opinione. Interpellato infatti dalla Cbs, il candidato repubblicano ha dichiarato di essere “ancora della stessa idea. La mia teoria personale è che è stato Giuseppe a costruire le piramidi per conservare il grano”, spiega Carson, sostenendo che non si potrebbe giustificare altrimenti la loro dimensione: “Gli archeologi ritengono che le piramidi siano state costruite per servire da tombe ai faraoni. Ma, se ci pensiamo bene, allora vorrebbe dire che queste tombe sono davvero enormi”. Dal Cairo il commento, come è ovvio che sia, è lapidario. A intervenire è il ministro delle Antichità, Mamdouh el-Damaty. “Carson merita una risposta? No”. E Mahmoud Afifi, capo del dipartimento delle antichità egiziane, aggiunge: “Le dichiarazioni di Carson sono paragonabili ad altre teorie simili e altrettanto inaccurate sulle piramidi, come quelle che le ritengono le ultime testimonianze di Atlantide. “Tante persone stanno cercando di dimostrare che le piramidi non sono state costruite come tombe”, insiste Afifi. “Forse queste dichiarazioni servono per farsi pubblicità, come quell’uomo che non è un archeologo e che dice che servivano come depositi di grano”.
“L’origine di quest’ultima bufala è spiegata dall’adesione di Carson alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno che”, come ben scrive Mattia Mancini nel blog di Egittologia Djed Medu (https://djedmedu.wordpress.com/2015/11/10/bufale-eggizie-le-piramidi-sono-granai/), “crede nell’infallibilità delle Sacre Scritture. In questo modo, Giuseppe, dopo aver interpretato i sogni del faraone, sarebbe diventato visir e avrebbe fatto costruire le piramidi per immagazzinare il grano durante i periodi di fertilità. In realtà, però, la Bibbia non fa alcun riferimento alle piramidi; basta leggere i versetti in questione (Genesi 41, 46-49): “Giuseppe aveva trent’anni quando entrò al servizio del faraone, re d’Egitto. Quindi Giuseppe si allontanò dal faraone e percorse tutta la terra d’Egitto. Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione. Egli raccolse tutti i viveri dei sette anni di abbondanza che vennero nella terra d’Egitto, e ripose i viveri nelle città: in ogni città i viveri della campagna circostante. Giuseppe ammassò il grano come la sabbia del mare, in grandissima quantità, così che non se ne fece più il computo, perché era incalcolabile”. Si parla, a seconda delle traduzioni, di “depositi” o “magazzini del re”. Allora come si è arrivati a una conclusione simile?”

Le piramidi egiziane intese come i capannoni di Giuseppe in un mosaico del XII secolo in una delle cupole della Basilica di San Marco a Venezia
Come si diceva credenza ha radici lontane. Si diffuse infatti nel Medioevo, con le prime fonti che presentano le piramidi come grandi silos che risalgono al VI secolo, forse per un errore nell’etimologia del nome accostato a “pyros”, grano in greco. Le piramidi furono identificate come “Granai di Giuseppe” appunto nel VI secolo da Gregorio di Tours nella sua “Storia dei Franchi”. Ma la sua teoria fu resa popolare da opere come “Il libro di John Mandeville”, molto diffusa nel XIV secolo. E non è un caso, vista la popolarità della storia, che una descrizione delle piramidi egiziane intese come i capannoni di Giuseppe appaia anche in un mosaico del XII secolo in una delle cupole della Basilica di San Marco a Venezia.
“Il Gatto e l’Uomo”, a Verona in mostra l’affascinante ed enigmatico rapporto nel corso dei secoli con l’animale domestico più diffuso: da divinità nell’Antico Egitto a incarnazione del diavolo nel medioevo al protagonismo dei giorni nostri

“Il Gatto e l’Uomo, dalla preistoria ai giorni nostri”, la mostra aperta alla Gran Guardia di Verona fino al 29 novembre
Da divinità nell’antico Egitto a incarnazione del diavolo nel medioevo cristiano, il legame che unisce il genere umano a quello del gatto, l’animale domestico più diffuso è tra i più affascinanti. E tra i più emblematici. Perché il gatto è l’animale domestico preferito dagli italiani? Perché per gli antichi egizi era un semidio? E cosa c’è dietro il gatto nero e la stregoneria? Chi sono i grandi della storia appassionati del felino che fa compagnia a milioni di famiglie italiane? Le risposte prova a darle ‘Il Gatto e l’Uomo, dalla preistoria ai giorni nostri’, alla Gran Guardia di Verona per tutto il mese di novembre (1-29 novembre 2015), la prima mostra in Italia che indaga sull’enigmatico rapporto con l’animale di casa più misterioso e numeroso (7,4 milioni i gatti in Italia). Alla mostra – ideata dall’esperta, Costanza Daragiati Farinelli e curata dal direttore del Cats Museum di Cattaro (Montenegro), Pier Paolo Pazzi – sono 20 le sezioni tematiche su cui andrà in scena un racconto quasi filologico tra il gatto e l’uomo con fatti, aneddoti, credenze, passioni e curiosità raccontate attraverso centinaia di testimonianze nei secoli tra dipinti, fotografie, stampe antiche provenienti anche dal Cats Museum di Cattaro (Montenegro), da collezionisti privati, dal Museo Correr e Ire di Venezia. Tra le sezioni, il gatto nei giornali, il gatto e la donna, il gatto e la Prima Guerra Mondiale, il gatto nella pubblicità, nel collezionismo e nei dipinti, il gatto e i bambini, il gatto nella musica e nel cinema, il gatto nel moderno, il gatto e i personaggi famosi. “Il gatto – spiega il curatore della mostra e direttore del Cats Museum, Pier Paolo Pazzi – è l’animale più presente nelle nostre case e allo stesso tempo il più imprendibile, imperscrutabile, misterioso compagno di vita dell’uomo. E proprio da questo alone di mistero abbiamo ripercorso la storia del legame tra uomo e gatto”. “Dopo 30 anni di mostre feline – aggiunge l’ideatrice e promotrice della mostra, Costanza Daragiati Farinelli – era per me quasi un dovere cercare di indagare su un rapporto particolare, molto diverso rispetto all’altra grande passione degli italiani: il cane. Una mostra la cui prima tappa è a Verona e che contiamo di sviluppare e portare in altre città italiane ed europee”.
Se nell’Antico Egitto la dea della femminilità, della maternità e del focolare domestico Bastet era proprio una gatta, nel medioevo cristiano il gatto era considerato l’incarnazione stessa del Male e del Diavolo, protagonista nei raduni stregoneschi o addirittura inserito nella ricetta del “Gato Asado” (gatto arrosto) nel libro di cucina di Ruperto de Nola per il viceré di Napoli nel 1491. Una sezione della mostra sarà dedicata al gatto nero che nella storia vive momenti diversi. Adorato sulle navi romane, che lo accoglievano a bordo per ingraziarsi la divinità Diana affinché vegliasse sulla rotta durante la notte, venne utilizzato come ricatto sul campo nella battaglia di Pelusio, quando i persiani sconfissero gli egiziani che si rifiutarono di combattere dopo aver visto dei gatti legati agli scudi nemici. Libri antichi, riviste e stampe, il gatto è diventato un soggetto anche nelle favole come ne ‘Il Gatto con gli stivali’ ma che originariamente parlava di una gatta. Ed è proprio dalla versione seicentesca della fiaba che deriva il modo di dire “fare la gatta morta”, quando il protagonista disconosce la sua amica felina che, fingendosi morta, mise alla prova la sua fedeltà. L’adagio però potrebbe riferirsi anche alla fiaba di Esopo “il gatto e i topi”, nel quale un famelico gatto intento nella caccia fece credere ai roditori di essere morto.
Anche i personaggi famosi della storia non resistono al fascino ambivalente del gatto: dolce e crudele, attraente e pericoloso insieme. L’imperatrice bizantina Teodora, ad esempio, fece lavorare una scodella d’oro tempestata di gemme dove far servire il cibo alla sua gatta e anche Francesco Petrarca amò così tanto la sua compagna felina che fu ‘seconda solo a Laura’, come recita un’iscrizione marmorea a lei dedicata. Oppure nelle foto che ritraggono star del cinema come Shirley Temple, Ruth Weyher, Sophia Loren, Claudia Cardinale con il proprio amico felino. Fierezza, vanità, indomabilità, ma anche familiarità e dolcezza sono le caratteristiche del rapporto tra il gatto e la donna. Nella mostra si vedrà con decine di esempi come il gatto sia il protagonista della pubblicità rivolta all’universo femminile.
Tra le aree tematiche ricordiamo: “Il gatto e l’Antico Egitto” e “Il gatto nelle stampe e nei libri antichi”. Gli egizi sono conosciuti come il primo popolo in grado di addomesticare il gatto tanto da elevarlo a divinità. Tra le molteplici rappresentazioni del dio solare Ra, ad esempio, c’è anche quello di un aggressivo gatto maschio che si contrappone al serpente del caos. Bastet invece era la dea dell’amore, della sessualità, della fertilità della famiglia, della casa, dei figli, della musica e della danza – protettrice della maturazione delle messi e dei frutti. La storia del legame nell’Antico Egitto è raccontato alla mostra con pannelli e riproduzioni di statue votive. Risale invece al 1400 la prima menzione del gatto negli incunaboli (libri stampati con la tecnica dei caratteri mobili) e tra i riferimenti più curiosi si annovera il “Llibre del Coch” l’opera del maestro Roberto, cuoco del vicerè di Napoli ai tempi di Ferdinando I d’Aragona. Ma è dalla tipografia Reveneldo e De Zilli di Venezia che nel 1565 esce la stampa di una fiaba destinata a diventare famosa nel mondo: il “Gatto con gli stivali”, o la gatta con gli stivali. Nella sua versione originale, infatti, la fiaba parla di una gatta lasciata in eredità da una povera donna a uno dei suoi tre figli. Da allora il gatto è stato inserito nei libri e stampe più disparati: trattati naturalistici, antologie narrative, testi didattici, libretti d’opera…
Non solo esposizione. Durante la mostra saranno organizzati focus tematici e eventi speciali sul rapporto tra il nostro mondo e quello felino. Conoscenza, educazione e sensibilizzazione sono le parole chiave della mostra che parte dell’amore per il gatto e il suo universo per stimolare un dibattito più ampio sulla natura e il rispetto per gli animali. Ecco il calendario degli eventi. Domenica 8 novembre (dalle 14.30 alle 16): “Il gatto nell’occulto e nella superstizione”. Diavolo, portatore di sciagure, creatura malvagia e dotata di poteri oscuri. Il gatto (soprattutto nero) è stato per molti secoli oggetto di superstizione e credenze che resistono ancora oggi. Focus sulla genesi e sull’evoluzione dei tabù legati al gatto. Domenica 15 novembre (dalle 14.30 alle 16): “Il gatto nella storia”. Dal “Felis lunensis” preistorico a divinità nell’antico Egitto in un excursus storico con gli interventi della storica, Giulia Ferri, archeologa preistorica e dell’appassionato di archeologia e antropologia felina, Giuseppe Fornara. Sabato 28 novembre 2015 (dalle 14.30 alle 16): “La selezione dei gatti di razza”. Le caratteristiche dei gatti più belli, il processo di selezione e le ultime tendenze con l’intervento di Flavia Capra, giudice ANFI (Associazione Nazionale Felina Italiana). Domenica 29 novembre (dalle 14.30 alle 16): “Pet therapy e art therapy”. Il rapporto essere umano-animale come strumento di salute e sostegno nella medicina tradizionale. Intervengono: Alessandra Chinaglia e Anna Negrini, psicologhe e Luigi Scapini professore e artista esperto di art therapy.
Dalla manna al grano dei faraoni, dal vino cotto degli antichi romani al grano monococco della mummia del Similaun: Coldiretti porta a Expo la mostra “No farmers No Party” con i prodotti antenati del “made in Italy” salvati dagli agricoltori italiani

Il grano monococco, la manna e l’idromele: tre prodotti dell’antichità che Coldiretti presenta a Expo Milano nella mostra “No farmers, no party”
C’è la biblica manna nel racconto di Mosè o il vino cotto apprezzato dagli antichi romani, il fagiolo del borgo di Cortereggio o il grano di saragolla noto anche come grano dei faraoni. Coldiretti porta a Expo i cibi più antichi della tradizione italiana, gli antenati del made in Italy, che rischiavano di scomparire e sono stati salvati dagli agricoltori: è la prima esposizione dedicata a prodotti salvati nei secoli dagli agricoltori italiani nel Padiglione Coldiretti “No Farmers No Party” all’inizio del cardo sud. Come nel caso del fagiolo piemontese del borgo di Cortereggio, che in passato, per la sua qualità, era utilizzato come bene di scambio per acquistare l’uva del Monferrato, che serviva per fare il vino. Scomparso dai mercati italiani già negli anni ’80 del secolo scorso è stato salvato da un agricoltore che ne ha consegnato qualche chilo all’Università di Torino per conservarne il germoplasma. Oggi la Piattella, che può dunque essere prodotta con la stessa qualità di una volta, è entrata addirittura nel menù dell’astronauta italiana Samantha Cristoforetti. “Quello che esponiamo con orgoglio è il risultato di generazioni di agricoltori”, sottolinea il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo, “impegnati a difendere la biodiversità sul territorio e le tradizioni alimentari”.
Tra i cibi in mostra il più noto è forse la manna, che deve la sua fama all’episodio riportato nella Bibbia: gli Ebrei guidati da Mosè erravano nel deserto del Sinai, piegati dagli stenti e dalla fame quando ricevettero da Dio questi fiocchi bianchi e dolci dal gusto di miele. A salvarla dall’estinzione sono stati gli agricoltori siciliani, che la estraggono dal frassino per utilizzarla come dolcificante per i diabetici, nelle cure dimagranti e nelle terapie disintossicanti. Viene, invece, dall’antica Roma il vino cotto, bevanda marchigiana prodotta facendo bollire il mosto di uve bianche o rosse in caldaie di rame e lasciata quindi a fermentare e riposare in botti di legno per anni. I patrizi e gli imperatori romani concludevano i loro succulenti banchetti con calici di cotto proveniente dalle campagne picene, tanto che Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., ne descrive il metodo di preparazione e la considera tra le bevande più ricercate d’Italia.
Risale addirittura a 23mila anni fa – spiega Coldiretti – il grano monococco (Triticum monococcum), la specie geneticamente più semplice e antica di grano coltivato, originario della zona centro-settentrionale della Turchia. Anche l’esame della famosa mummia del Similaun (3350-3310 a.C.) ha accertato la presenza del grano monococco a base della dieta nell’età del Rame. La coltivazione di questo cereale scompare però alla fine dell’età del Bronzo (1000-900 a.C.), ma in Lombardia alcuni agricoltori hanno deciso di recuperarla, valorizzandone le caratteristiche dietetico-nutrizionali, grazie all’ottima composizione della sua farina, al basso livello di glutine e al limitato impatto ambientale della sua produzione. Dalle Piramidi deriva, invece, il grano saragolla, conosciuto anche come Grano degli Egizi o del Faraone, che oggi si coltiva in Abruzzo dove fu introdotto nel 400 d.C. Quasi abbandonata con l’avvio delle importazioni di grano dall’estero, la coltivazione del saragolla è stata salvata dai piccoli agricoltori della zona collinare del basso Adriatico. I Muscari, oggi conosciuti come lampascioni, – prosegue Coldiretti – erano particolarmente amati dai Romani che nei pranzi nuziali erano soliti offrirli come cibo augurale per la fecondità degli sposi. Ricercati fin dall’antichità sia per le proprietà benefiche per stomaco e intestino, sia per i loro presunti effetti afrodisiaci, ebbero un posto di rilievo nei trattati di medicina nonché nelle diete proposte dai più famosi personaggi dell’antichità come Galeno, Plinio il Vecchio, Pedanio e persino da Ovidio. La loro coltivazione è stata recuperata in Basilicata. Anche l’idromele, bevanda a base di miele – evidenzia la Coldiretti – era molto noto nell’antichità come “la bevanda degli dei” che Omero chiamava ambrosia. Secondo alcuni si tratta addirittura della bevanda fermentata più antica del mondo, più della birra. Era tradizione, in molte parti d’Europa, che alle coppie appena sposate fosse regalato idromele sufficiente per la durata di una luna, un periodo di tempo di quasi un mese. Il termine “luna di miele” deriva proprio dal fatto che per la durata di una luna la coppia godeva del consumo di questa deliziosa bevanda.
È nato, invece, dall’incontro tra la cultura agroalimentare friulana e quella germanica il Prosciutto di Sauris Igp. La tecnica di produzione, infatti, è legata alla tradizione delle popolazioni tedesche, insediatesi in Friuli Venezia Giulia nel secolo XIII, di lavorare e conservare, attraverso l’affumicatura, la carne e le cosce suine, Da allora, il metodo dell’affumicatura viene tutt’oggi effettuata con le stesse modalità, per assicurare al prodotto le caratteristiche inconfondibili per le quali è conosciuto e apprezzato anche al di fuori dei confini regionali e nazionali. Anche il mais sponcio ha una storia che risale al 1500, quando viene introdotto nelle zone montane di Belluno. Presenta spighe affusolate a tutolo bianco, con semi dalla inconfondibile forma a punta (rostro), da cui il nome dialettale sponcio, cioè che punge, ed è la base della tradizionale polenta gialla di montagna: densa, soda, forte e profumata, con le caratteristiche pagliuzze marroni. Ma è ripresa anche – conclude la Coldiretti – la coltivazione del farro, uno dei primissimi cereali coltivati dall’uomo, proveniente dalla Mesopotamia, da cui, attraverso l’antico Egitto e il Mediterraneo, arrivò nella penisola italica. Molto coltivato nell’antichità, con tracce che risalgono al 7000 a. C., menzionato anche nella bibbia (Ezechiele 4-9), ebbe grande prestigio durante il periodo romano e i legionari ne portavano sempre delle scorte con sé nei loro movimenti da un territorio all’altro.








































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