Archivio | agosto 2023

Reggio Calabria. Al museo Archeologico nazionale per “Notti d’Estate al MArRC” sulla terrazza sullo stretto conferenza della professoressa Giuseppina De Marco su “Marcello Piacentini. Il Museo più moderno d’Europa”

reggio-calabria_archeologico_notti-d-estate-2023_31-agosto_locandinaLa storia del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria protagonista dell’ultimo appuntamento di agosto con le “Notti d’Estate al MArRC”. Giovedì 31 agosto 2023, alle 21, sulla magnifica terrazza del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria conferenza della professoressa Giuseppina De Marco su “Marcello Piacentini. Il Museo più moderno d’Europa”. L’evento è organizzato in collaborazione con il Touring Club Italiano, Sezione di Reggio Calabria, e l’Associazione Amici del Museo di Reggio Calabria. Apriranno l’incontro i saluti del direttore Carmelo Malacrino, del console del TCI, Francesco Zuccarello Cimino, e del presidente dell’Associazione Amici del Museo, Francesco Arillotta. A seguire, l’avvincente approfondimento di Giuseppina De Marco, storica dell’arte, dottore di ricerca in conservazione dei beni architettonici e ambientali, docente di Elementi di architettura e urbanistica all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria. “Questo straordinario mese di agosto, che ha registrato decine di migliaia di visitatori, si chiude con un appuntamento tutto dedicato alla storia del nostro Museo”, commenta il direttore Malacrino. “Ringrazio la Sezione di Reggio Calabria del TCI e l’Associazione Amici del Museo per aver voluto promuovere questo evento, e la prof.ssa De Marco per aver accolto l’invito a raccontare il progetto di Marcello Piacentini tramite disegni, fotografie e documenti dell’epoca. Un grazie anche alla dott.ssa Giuseppina Cassalia, funzionario del Museo, per l’ottimo lavoro di coordinamento della programmazione estiva”.

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Palazzo Piacentini, sede del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)

Il 27 settembre 1949 l’archeologo tedesco Ernst Langlotz in visita a Reggio Calabria definiva il Museo progettato da Marcello Piacentini “il Museo più moderno, meglio illuminato e più efficacemente organizzato d’Europa”. La De Marco si soffermerà sul dibattito artistico acceso tra gli anni Venti e Trenta del Novecento in Italia, tra latinità, modernità e fascismo, concentrandosi su alcuni dei protagonisti del sistema dell’arte, tra cui il reggino Lino Pesaro, fondatore nel 1917 della Galleria Pesaro a Milano, e di Margherita Sarfatti. “La prima esposizione di Architettura razionale in Italia si tenne a Roma nel 1928, organizzata da Adalberto Libera”, spiega la prof.ssa De Marco. “Nel 1929 il concorso per il progetto della nuova Palazzata di Messina e nel 1932 quello per la ricostruzione delle chiese parrocchiali videro la partecipazione dei maggiori protagonisti del Movimento Moderno, fortemente devoti alla lezione di Piacentini, il cui autorevole giudizio, come membro del Consiglio Superiore per le Antichità e Belle Arti, nella valutazione dei progetti fu determinante. L’incarico conferito dal Podestà di Reggio Calabria a Piacentini nel 1932 per la progettazione del Museo si colloca in questo contesto. Nell’incontro saranno esaminate le varie fasi progettuali, con un focus sul dibattito critico che determinò i sostanziali mutamenti del progetto originario, la cui portata rivoluzionaria non fu compresa dalle autorità locali”.

Ferrara. Al museo Archeologico nazionale nel giorno del finissage della mostra “Spina Etrusca. Un grande porto nel Mediterraneo” arriva il catalogo

ferrara_archeologico_mostra-spina-etrusca-finissage_locandinaGiovedì 31 agosto 2023, al museo Archeologico nazionale di Ferrara, è il giorno del finissage della mostra “Spina Etrusca. Un grande porto nel Mediterraneo”. Questo era già stato annunciato (vedi Ferrara. Al museo Archeologico nazionale finissage della mostra “Spina etrusca: un grande porto nel Mediterraneo” con due visite guidate, un brindisi e uno spettacolo di danza etrusca | archeologiavocidalpassato).

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Al museo Archeologico nazionale di Ferrara il catalogo della mostra “Spina Etrusca. Un grande porto nel Mediterraneo” (foto drm-emilia-romagna)

Ma c’è una novità. È arrivato il catalogo della mostra. “Siamo in tremendo ritardo”, ammettono al museo Archeologico nazionale di Ferrara, “ma è così voluminoso che ci sono voluti diversi mesi di gestazione per farlo venire alla luce e proprio come in uno scavo archeologico gli studiosi hanno speso tutte le energie a loro disposizione. Il risultato è straordinario perché stiamo parlando di ben 508 pagine per un volume che è a tutti gli effetti un compendio di archeologia etrusca”.

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Al museo Archeologico nazionale di Ferrara il catalogo della mostra “Spina Etrusca. Un grande porto nel Mediterraneo” (foto drm-emilia-romagna)

Il catalogo si può acquistare in museo solamente il 31 agosto 2023, in occasione del finissage della mostra, grazie alla presenza della Libreria Sognalibro di Ferrara. E dal 1° settembre 2023 alla libreria Sognalibro di Ferrara. E online al link https://www.ibs.it/spina-etrusca-grande…/e/9788898816262.

Ravenna. Al via la terza edizione della Settimana di Teodorico con “La Vasca del Re”. Cinque giorni di eventi per conoscere meglio il grande re ostrogoto. Ecco il programma

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Il Mausoleo di Re Teodorico a Ravenna (foto drm-emilia-romagna)

Il 30 agosto 2023 apre a Ravenna la Settimana di Teodorico con l’evento “La Vasca del Re”. La Settimana di Teodorico giunge quest’anno alla terza edizione: cinque giorni di eventi per conoscere meglio il grande re ostrogoto, a metà strada dal 2026, anno nel quale si celebreranno i 1500 anni dalla morte del Re goto, la rassegna nata per accrescere la conoscenza del grande personaggio, si arricchisce quest’anno di momenti altamente significativi. Sandra Manara, direttore del Mausoleo e del Palazzo di Teodorico, che ha assunto in questo anno anche la direzione del Battistero degli Ariani, sottolinea: “Nelle prime stagioni abbiamo rafforzato nel pubblico la conoscenza dei “luoghi di Teodorico”, anche grazie alla collaborazione dell’Opera di Religione della Diocesi di Ravenna, ormai assodata. Dopo la presentazione della nuova illuminazione del Mausoleo dello scorso anno, quest’anno vedrete in tutto il suo splendore la mirabile vasca del re goto restaurata, illuminata e … “musicata”.  Da ora in poi il Mausoleo si visiterà accompagnati dalle note musicali che si riverberano sulla possente pietra di questo monumento unico: un nuovo modo di godere dei nostri monumenti ravennati anche con la luce della musica”. E Giorgio Cozzolino, direttore regionale Musei Emilia-Romagna: “Sono molto compiaciuto” dice “di vedere ultimati progetti intrapresi con grande professionalità e spirito di servizio, raggiunti anche grazie alle sinergie con il territorio”.

ravenna_settimana-di-teodorico_logoLa Settimana ha inizio, come di consueto, nel giorno della morte di Teodorico il 30 agosto al Mausoleo di Teodorico. L’accesso è gratuito, per partecipare all’evento non è necessaria la prenotazione. Interverranno: il direttore regionale musei Emilia-Romagna, Giorgio Cozzolino; il sindaco di Ravenna, Michele De Pascale; il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, Ernesto Giuseppe Alfieri; la responsabile del Laboratorio del Restauro, Ada Foschini; la direttrice del Mausoleo di Teodorico, Sandra Manara. A partire dalle 20, sono attesi i visitatori per una serata speciale al Mausoleo di Teodorico per ammirare, restaurata, la mirabile vasca romana in porfido d’Egitto. I lavori di restauro, durati circa sei mesi sotto gli occhi dei visitatori che accedevano alla cella superiore, sono stati eseguiti dal Laboratorio del Restauro di Ada Foschini sotto la direzione dell’architetto Sandra Manara, direttore del sito UNESCO. Si tratta di un restauro particolarmente innovativo, per tecnica ed estetica, che è stato interamente finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna attraverso lo strumento dell’Art Bonus, che consente di sostenere il patrimonio culturale detraendo il 60% le donazioni elargite a partire dal gennaio dell’anno seguente (www.artbonus.gov.it). Dopo la presentazione dei primi dati avvenuta durante la Notte dei Musei il 3 maggio 2023, nel giorno della morte di Teodorico, avvenuta il 30 agosto del 526, si onora il restauro della testimonianza più iconica del re goto da secoli associato alla sua memoria assieme al Mausoleo. Per celebrare l’appuntamento il Trio d’archi David eseguirà un programma con musiche di Ermanno Wolf Ferrari, Zoltán Kodály e Jean Cras. Agli strumenti: Gloria Santarelli, Chiara Mazzocchi e Tommaso Castellano allievi della Fondazione Accademia Internazionale di Imola sotto la guida del M° A. Farulli. Al termine brindisi e buffet saranno offerti da Laboratorio del Restauro.

ravenna_settimana-di-teodorico_i-battisteri_locandinaGiovedì 31 agosto 2023, I BATTISTERI AL TEMPO DI TEODORICO: PIÙ VOCI A CONFRONTO. Dalle 17 alle 19 sarà possibile partecipare alla visita guidata, una visita particolare al Battistero degli Ariani e al Battistero Neoniano commentata da esponenti della cultura cittadina. Punto d’incontro: IAT, piazza San Francesco 7, Ravenna. Presentarsi con 15 minuti di anticipo. Evento su prenotazione: www.visitravenna.it

ravenna_settimana-di-teodorico_area-imperiale_locandinaVenerdì 1° settembre 2023, L’AREA IMPERIALE AL TEMPO DI TEODORICO: PIÙ VOCI A CONFRONTO. Sempre dalle 17 alle 19, visita guidata all’interno dell’area imperiale di Ravenna tra la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo e il Palazzo di Teodorico. Gli eventi su prenotazione sono riservati a un massimo di 25 persone. Punto d’incontro: IAT, piazza San Francesco 7, Ravenna. Presentarsi con 15 minuti di anticipo. Evento su prenotazione: www.visitravenna.it.

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L’interno del Mausoleo di Teodorico con la nuova illuminazione (foto mic)

Sabato 2 settembre 2023, LE NOTE CI ACCOMPAGNANO. Dalle 20 al Mausoleo di Teodorico si inaugura il nuovo impianto di amplificazione ad alta definizione: da questa sera la musica classica accompagnerà tutti i visitatori all’interno della Tomba di Teodorico. Nella stessa serata verrà presentata la nuova Epigrafe in pietra d’Aurisina donata dal Gruppo Ermada Flavio Vidonis di Duino. Al termine, visita guidata per approfondire il restauro della vasca a cura del Laboratorio del Restauro Srl. Per questo evento non è richiesta prenotazione, si potrà accedere la sera stessa acquistando il biglietto d’ingresso al monumento (5 euro).

ravenna_settimana-di-teodorico_trekking-urbano_locandinaDomenica 3 settembre 2023, TREKKING URBANO DI TEODORICO. Anche questa terza edizione della Settimana teodoriciana si chiuderà con il Trekking urbano, dalle 9 alle 13: una passeggiata cittadina guidata che partirà dal Mausoleo di Teodorico e condurrà al Palazzo di Teodorico, al Battistero degli Ariani e, infine, al museo nazionale di Ravenna. La pausa colazione si terrà al Mercato Coperto. Punto di ritrovo: Palazzo di Teodorico, via Alberoni, angolo via di Roma. Durata: 4h circa. Persone (max): 25 persone. Costo evento (merenda inclusa): 18 euro. Prenotazione obbligatoria: 0544 482838 o su www.visitravenna.it

Roma. Il ciclo “Estate all’Etru” chiude con l’ennesimo sold out: visita guidata al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia con Romina Laurito e Francesca Montuori su “Le scoperte archeologiche e il loro impatto sull’arte del XX secolo”

roma_villa-giulia_estate-all-etru-le-scoperte-archeologiche-e-il-loro-impatto-sull-arte-del-XX-secolo_locandina“Le scoperte archeologiche e il loro impatto sull’arte del XX secolo”: è sold out anche l’ottavo e ultimo appuntamento con le speciali visite guidate di Estate all’ETRU. Giovedì 31 agosto 2023, alle 17, Romina Laurito e Francesca Montuori condurranno i partecipanti alla scoperta dei molteplici rapporti che legano l’arte etrusca alle espressioni artistiche del contemporaneo. Massimo Campigli, Arturo Martini, Marino Marini, Giò Ponti per i buccheri e più di recente Mimmo Paladino sono solo alcuni degli artisti che a partire dal XX secolo si sono ispirati alle scoperte archeologiche avvenute nel secolo scorso in Etruria per realizzare i loro capolavori.

Agrigento. Al teatro della Valle dei Templi grande musica classica: la Nona sinfonia di Beethoven per soli, coro, e orchestra: la Turkish National Youth Philharmonic Orchestra, diretta da Cem Mansur. Evento promosso da Palermo Classica Festival

valle-dei-templi_teatro_nona-sinfonia-di-beethoven_locandinaLa grande musica classica invade la Valle dei Templi. Quello di giovedì 31 agosto 2023, alle 21.15, al Teatro del parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi, in via Strada Panoramica dei Templi, sarà un appuntamento imperdibile: in scena la Sinfonia n. 9 di Ludwig van Beethoven, in re minore per soli, coro e orchestra, Op. 125, evento promosso da Palermo Classica Festival, con il patrocinio del parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi. Il progetto nasce dalla collaborazione con una Fondazione Culturale della Turchia nell’ambito del Festival Internazionale di Palermo Classica. Biglietti acquistabili su Ticket On Line: https://bit.ly/45sJhuE.

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Da sinistra, in senso orario: Marjukka Tepponen, Flaka Goraci, Gabriel Arce, Oscar Marin-Reyes (foto palermo classica festival)

Protagonisti nella magica cornice della Valle dei Templi saranno Marjukka Tepponen, soprano; Flaka Goranci, mezzo soprano; Gabriel Arce, tenore; Oscar Marin-Reyes, basso; coro Cantate Omnes e coro polifonico Laudate Dominum. Gianfranco Giordano e Salvatore Di Blasi, maestri del Coro. Partecipazione straordinaria della Turkish National Youth Philharmonic Orchestra, diretta da Cem Mansur. Il direttore Cem Mansur è nato ad Istanbul, ha studiato musica a Londra, al City University e alla Guildhall School of Music and Drama dove è stato premiato con il Ricordi Conducting Prize, è anche Presidente della Ipswich Choral Society, una delle più antiche corali inglesi, e direttore ospite delle Orchestre giovanili turco-armena e greco-turca.

Altino. Conclusi i lavori di messa in sicurezza dell’ex risiera, sede del museo Archeologico nazionale: la collezione archeologica sarà di nuovo visitabile in tutti i suoi spazi

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Riaprono le sale del museo Archeologico nazionale di Altino (foto drm-veneto)

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Il sottotetto del museo Archeologico nazionale di Altino dopo i lavori di messa in sicurezza (foto drm-veneto)

Conclusi i lavori di messa in sicurezza dell’ex risiera, sede del museo Archeologico nazionale di Altino, così mercoledì 30 agosto 2023, a partire dalle 14, la collezione archeologica sarà di nuovo visitabile in tutti i suoi spazi (vedi (vedi Altino (Ve). Lavori in corso al museo Archeologico nazionale: alcune aree chiuse durante l’estate | archeologiavocidalpassato). Su una superfice di quasi 5000mq di strutture lignee la direzione regionale Musei del Veneto aveva richiesto l’apporto della classe di reazione al fuoco B-s1, d0 che è stata ottenuta applicando un ciclo di vernice ignifuga, in questo caso a base solvente. Con la riapertura della ex risiera, il costo dei biglietti sarà: Intero 6 euro, ridotto 3 euro, eventi e convenzioni 4 euro, eventi serali 2 euro, #Altino365 – abbonamento annuale 15 euro. Il prezzo dei biglietti comprende la maggiorazione di 1 euro prevista dal ministero della Cultura per finanziare la ricostruzione del patrimonio culturale danneggiato dall’alluvione del maggio 2023; l’aumento rimarrà in vigore fino al 15 dicembre 2023.

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Museo Archeologico nazionale di Altino: reperti e vetrine sigillati per consentire la messa in sicurezza delle parti lignee (foto frezza group)

L’ex risiera era stata chiusa il 3 luglio 2023, lasciando visibili le aree archeologiche, la mostra “Antenati altinati” e la torretta panoramica. In queste settimane, Frezza Group all’interno di un museo, dove sono presenti numerosi reperti nelle teche di vetro o esposti nelle sale, ha dovuto procedere con estrema cura. Le vernici sono state applicate con pompe airless che, nebulizzando il prodotto, hanno reso necessario una copertura meticolosa degli ambienti applicando doppi nylon e sigillando le sovrapposizioni con nastro.

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Le colonne in ferro restaurate all’esterno del museo Archeologico nazionale di Altino (foto frezza group)

Invece all’esterno del museo Frezza Group ha rimosso la vernice intumescente esistente per poter successivamente applicare un nuovo ciclo intumescente per la protezione R 60 delle colonne metalliche esterne al museo. Le colonne sono state sottoposte a idrolavaggio ad alta pressione prima e all’applicazione di primer e vernice intumescente dopo. Ed essendo un ambiente esterno soggetto agli effetti della brezza marina è stata adottata una vernice a base solvente poi protetta con una finitura poliuretanica bicomponente, sempre a base solvente, in tinta antracite come da indicazioni progettuali.

Paestum. 9° International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2023 promosso da Bmta e Archeo: ecco le 5 scoperte archeologiche del 2022 candidate. Egitto: a Saqqara trovata piramide regina Neith, 300 sarcofagi e 100 mummie del Nuovo Regno; Guatemala: tracce del più antico calendario Maya; Iraq: nel bacino idrico di Mosul una città dell’Età del Bronzo; Italia: a San Casciano dei Bagni dal fango 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana; Turchia: a Midyat una grande città sotterranea di 2000 anni fa

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L’archeologo Khaled Asaad, per decenni “custode” di Palmira, assassinato dai miliziani dell’Isis il 18 agosto 2015

paestum_bmta_Award Khaled al-Asaad_scoperte-2022_manifestoPochi giorni fa, il 18 agosto 2023, è stato l’ottavo anniversario dell’uccisione da parte dei jihadisti di Khaled al-Asaad, direttore di Palmira, la sposa del deserto, di cui aveva nascosto i romani per salvarli da mani assassine. A ottant’anni resse un mese di torture, ma non parlò. Allora i jihadisti, quando si resero conto che non gli avrebbero tirato fuori una sola parola, lo trascinarono nel centro della sua Palmira, nell’anfiteatro romano, e lo decapitarono lì davanti a una folla e poi appesero il suo corpo ad una colonna: era il 18 agosto 2015. Per ricordare quel sacrificio in difesa del patrimonio culturale, è stato istituito l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Attraverso questo Premio la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e la rivista Archeo hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche assegnato in collaborazione con le testate internazionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), arCHaeo (Svizzera), Archäologie in Deutschland (Germania), Archéologia (Francia), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia).

paestum_bmta_Award Khaled al-Asaad_scoperte-2022_locandinaLe cinque scoperte archeologiche del 2022 finaliste della 9ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” sono: Egitto, nell’antica necropoli di Saqqara a Giza, a circa 30 km a sud del Cairo, la piramide della regina Neith con 300 bare e 100 mummie; Guatemala, le tracce del più antico calendario Maya; Iraq, dal fiume Tigri nel bacino idrico di Mosul riappare una città dell’età del bronzo; Italia, in Toscana nella provincia di Siena, a San Casciano dei Bagni dal fango riaffiorano 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana nascoste per millenni; Turchia, a Midyat, nella provincia di Mardin, una grande città sotterranea risalente a 2000 anni fa. Il Premio, assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, sarà selezionato dalle 5 finaliste segnalate dai direttori di ciascuna testata e sarà consegnato venerdì 3 novembre 2023, in occasione della XXV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma a Paestum dal 2 al 5 novembre 2023, alla presenza di Fayrouz e Waleed Asaad, archeologi e figli di Khaled. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico nel periodo 5 giugno – 5 ottobre sulla pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico).

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La Tomba di Anphipolis a Vergina (Macedonia, Grecia) scoperta è premiata nella prima edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” nel 2015 (foto bmta)

Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, Responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel Mar Nero del più antico relitto intatto del mondo; nel 2020 a Daniele Morandi Bonacossi, direttore della missione archeologica italiana nel Kurdistan Iracheno e ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico dell’università di Udine, per la scoperta di dieci rilievi rupestri assiri raffiguranti gli dèi dell’Antica Mesopotamia; nel 2021 alla scoperta di “centinaia di sarcofagi nella necropoli di Saqqara in Egitto”; nel 2022 a Zahi Hawass, direttore della missione archeologica che ha scoperto “la città d’oro perduta”, fondata da Amenhotep III, riaffiorata dal deserto nei pressi di Luxor.

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Egitto: nell’antica necropoli di Saqqara a Giza, a circa 30 km a sud del Cairo, scoperta la piramide della regina Neith con 300 sarcofagi e 100 mummie. Da anni gli archeologi scavano a Saqqara, un altopiano sabbioso usato per costruire grandiosi monumenti funebri, oggi considerato uno dei principali siti archeologici di Giza. Il team aveva inizialmente concentrato i propri sforzi sulla vicina piramide di Teti, il primo re della sesta dinastia egizia. “Teti era adorato come un dio nel periodo del Nuovo Regno e quindi le persone volevano essere sepolte vicino a lui”, ha spiegato Zahi Hawass. “Tuttavia, la maggior parte delle sepolture conosciute a Saqqara in precedenza provenivano dall’Antico Regno o dal Periodo Tardo”. Sono stati trovati 22 pozzi interconnessi, che vanno da 9 a 18 metri, tra cui un enorme sarcofago in pietra calcarea e 300 sarcofagi del periodo del Nuovo Regno, che durò dal XVI secolo a.C. all’XI secolo a.C. I sarcofagi hanno volti individuali, ognuno unico, distinguendo tra uomini e donne, e sono decorati con scene dell’antico testo funerario egiziano “Libro dei Morti”. Ogni sarcofago riporta anche il nome del defunto e spesso mostra i Quattro Figli di Horus, che proteggevano gli organi del defunto. All’interno delle bare gli archeologi hanno trovato i corpi di mummie ben conservate, almeno cento quelle identificate. Inoltre, all’interno dei sarcofagi e dei pozzi funerari, hanno anche trovato manufatti come giochi, piccole statuette conosciute come ushabti e statue del dio Ptah-Sokar, che rappresenta il ciclo di nascita, morte e resurrezione. Questo straordinario ritrovamento dimostra che la tecnica della mummificazione ha raggiunto il suo apice nel Nuovo Regno, in quanto alcune tombe erano protette da una doppia copertura e, scoperchiando il sarcofago, è comparsa una mummia con la testa ricoperta da una sfavillante maschera in oro massiccio. Ma la scoperta più significativa dal punto di vista storico è il ritrovamento di una piramide costruita in onore di una nuova sovrana, finora sconosciuta nel pantheon dei faraoni egizi. Si tratta della regina Neith, mai menzionata in alcun documento storico, che riscrive, ancora una volta, la Storia dell’antico Egitto in maniera più precisa.

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Guatemala: le tracce del più antico calendario Maya. Sul frammento di un antico murale trovato nel sito archeologico di San Bartolo sono state individuate iscrizioni che risalgono a 150 anni prima dei più antichi ritrovamenti del calendario Maya finora noti. San Bartolo è un sito pre-colombiano della civiltà Maya noto per le pitture sui muri, influenzate dalla tradizione olmeca e dai simboli di un tipo primitivo di scrittura maya, situato nel dipartimento di Petén a Nord Est di Tikal, la più estesa delle antiche città in rovina della civiltà Maya, il cui parco nazionale è sito Unesco. Il frammento #6368, ritrovato presso la struttura di Ixbalamque e datato al 300-200 a.C., usando la tecnica al radiocarbonio, raffigura l’immagine del dio Maya del mais, del periodo tardo preclassico. Due archeologi hanno pubblicato uno studio su undici frammenti di antiche pitture murali Maya scoperti tra le rovine dell’antica piramide di Las Pinturas. Quasi 300 anni prima di Cristo, in questa regione si era in una piena fase di sviluppo culturale e scientifico: qui un tempo c’erano un palazzo e grandi piramidi e la parte di murale che riporta l’iscrizione “cervo 7” probabilmente è stata realizzata durante un periodo in cui il palazzo, oltre che per i riti, veniva usato anche per l’osservazione astronomica. Diversamente dal calendario solare Maya, che finiva nel 2012, questo calendario sacro aveva un anno di 260 giorni e uno scopo più profetico. Si tratta di un calendario legato al tempo ma non in senso lineare. “È più relativo al passare del tempo e alle credenze collegate a ogni giorno specifico”, spiega Heather Hurst, archeologa del team che ha fatto la scoperta. Questo calendario rituale consiste di numeri, dall’1 al 13, associati a una serie di vari simboli, tra i quali conosciamo ad esempio il buio, l’acqua, il cane e il cervo; e i numeri coincidono con le date. Ci sono 20 simboli e 13 date che, considerandone tutte le possibili combinazioni, danno luogo a un ciclo di 260 giorni. Le tribù Maya studiavano con grande dedizione la posizione di Venere, del Sole e di tutti i corpi celesti, essendo interessati allo scorrere del tempo e alla sua ciclicità. I moderni indigeni Maya oggi usano questo calendario per le sue qualità prescienti, ad esempio per prevedere la nascita dei bambini, oppure per determinare il momento giusto per la raccolta.

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Iraq: dal fiume Tigri nel bacino idrico di Mosul riappare una città dell’Età del Bronzo. Per decine di anni sommersa, dopo una prolungata siccità, un gruppo di archeologi curdi e tedeschi dell’università di Friburgo ha potuto effettuare scavi in una città di 3400 anni fa. La città potrebbe essere l’antica Zachiku, un importante centro dell’impero Mitanni, al potere tra il 1550 e il 1350 a.C., situata vicino al sito archeologico di Kemune. Lo scavo è cominciato a inizio 2022, prima che il sito archeologico scomparisse nuovamente nel lago. Gli archeologi sono riusciti a ricostruire gran parte della pianta della città e a portare alla luce alcuni grandi edifici finora sconosciuti: tra questi, una massiccia fortificazione, un magazzino a più piani e un complesso di officine. È sorprendente che gli edifici in mattoni di fango erano ancora così ben conservati, nonostante sott’acqua per più di 40 anni. Il buono stato di conservazione è stato probabilmente causato da un forte terremoto avvenuto intorno al 1350 a.C., grazie al crollo della parte superiore dei muri che aveva sepolto e conservato gli edifici. Inoltre, sono stati scoperti cinque vasi di ceramica con un archivio di oltre 100 tavolette cuneiformi, probabilmente create poco dopo l’evento sismico, alcune delle quali ancora in contenitori di argilla. Si tratta forse di lettere secondo l’archeologo Peter Pfälzner dell’università di Tubinga, uno dei responsabili del progetto. Le tavolette cuneiformi potrebbero fornire nuove informazioni sulla fine della città sommersa e sull’inizio del dominio assiro nella regione. Al termine dello scavo, gli scienziati hanno adottato alcune misure di protezione: hanno coperto gli edifici esposti con un telo di plastica e li hanno ricoperti di ghiaia, sperando di proteggere le pareti di argilla da ulteriori danni causati dall’acqua.

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Italia: in Toscana nella provincia di Siena, a San Casciano dei Bagni dal fango riaffiorano 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana nascoste per millenni (vedi San Casciano dei Bagni (Si). Dai fanghi della sorgente termale del Bagno Grande del santuario etrusco-romano emergono oltre 20 statue in bronzo, molti ex-voto, cinquemila monete in oro argento e bronzo di oltre duemila anni fa. L’archeologo Tabolli: si riscrive la storia della statuaria antica e della romanizzazione del territorio. È la scoperta più importante dai Bronzi di Riace del 1972 | archeologiavocidalpassato). Risalenti a un periodo compreso tra il II secolo a.C. e il I d.C., sono state protette per 2300 anni dal fango e dall’acqua bollente delle vasche sacre del santuario votivo insieme a monete, ex voto e iscrizioni latine ed etrusche. Il santuario, con le sue piscine ribollenti, le terrazze digradanti, le fontane, gli altari, esisteva almeno dal III secolo a.C. e rimase attivo fino al V d.C., quando, in epoca cristiana, venne chiuso ma non distrutto. Le vasche furono sigillate con pesanti colonne di pietra e le divinità affidate con rispetto all’acqua, per cui rimossa quella copertura è di fatto “il più grande deposito di statue dell’Italia antica”. Le statue, cinque delle quali alte quasi un metro, sono perfettamente integre e sono state realizzate con tutta probabilità da artigiani locali: effigi di Igea e di Apollo, oltre a un bronzo, mentre l’eccezionale stato di conservazione delle statue all’interno dell’acqua calda della sorgente ha preservato meravigliose iscrizioni in etrusco e latino incise prima della loro realizzazione. Disposte in parte sui rami di un enorme tronco d’albero fissato sul fondo della vasca, in molti casi ricoperte di iscrizioni, le statue come pure gli innumerevoli ex voto, arrivano dalle grandi famiglie del territorio dell’Etruria interna (dai Velimna di Perugia ai Marcni noti nell’agro senese) e non solo, esponenti delle élites del mondo etrusco e poi romano, proprietari terrieri, signorotti locali, classi agiate di Roma e perfino imperatori. Qui, a sorpresa, la lingua degli etruschi sembra sopravvivere molto più a lungo rispetto alle date canoniche della storia. La scoperta rappresenta un modello di collaborazione tra Comune (nel 2019 iniziò a finanziare lo scavo del Bagno Grande, dopo aver acquistato il terreno privato e richiesta la concessione, affidando la direzione operativa a Emanuele Mariotti), ministero della Cultura (direzione generale ABAP in collaborazione con la soprintendenza per le province di Siena Grosseto e Arezzo), direzione scientifica dello scavo (Jacobo Tabolli ricercatore all’università per Stranieri di Siena), volontariato locale (associazione archeologica “Eutyche Avidiena”), con la collaborazione di specialisti di ogni disciplina: dagli architetti ai geologi, dagli archeobotanici agli esperti di epigrafia e numismatica di più atenei del mondo.

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Turchia: a Midyat, nella provincia di Mardin, una grande città sotterranea risalente a 2000 anni fa. Nel Sud-Est del Paese, nell’Anatolia sudorientale, è stato scoperto un complesso risalente tra il II e il III secolo d.C.: “Midyat è stato utilizzato ininterrottamente per 1900 anni, originariamente progettato come un nascondiglio o una zona di fuga: infatti, il cristianesimo non era una religione ufficiale nel II secolo”, ha detto Gani Tarkan, direttore del museo Mardin e capo degli scavi. Lungo il tunnel di ben cento metri in luoghi diversi sono state trovate 49 stanze, alcune adibite a chiese e sinagoghe. Ci sono magazzini, inoltre, vari pozzi d’acqua e alcune decorazioni abbellivano le mura in diverse aree. Gli scavi hanno raggiunto soltanto il 3% della città, dunque, potrebbe esserci ancora molto alto da scoprire, in quanto non esiste un’altra città sotterranea che occupi un’area così vasta. Le città sotterranee sono dei luoghi dal grande potere suggestivo: tunnel e gallerie, nati con lo scopo di attraversare più comodamente la città, si dipanano al di sotto della superficie, nascondendo storie antiche di indubbio fascino. Come spiegato dal sindaco, Veysi Sahin, gli scavi sono iniziati in una grotta trovata durante una serie di lavori di pulizia e conservazione delle strade e delle dimore storiche, iniziati due anni prima. Con l’approfondimento dello scavo, sono stati trovati santuari, pozzi d’acqua, depositi e diversi tunnel. La città sotterranea è conosciuta come Matiate, che significa appunto “Città delle Grotte”. Il nome era già menzionato in iscrizioni assire del IX secolo a.C.

Torino. Al museo Egizio ultimi giorni per la mostra “Il dono di Thot: leggere l’antico Egitto”: con 170 oggetti (non solo papiri), alcuni eccezionali, si raccontano tremila anni di scrittura. Intervento esclusivo del direttore Christian Greco

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L’ingresso ai nuovi spazi del museo Egizio di Torino che ospitano la mostra “Il dono di Thot” (foto graziano tavan)

Come si è sviluppata la scrittura geroglifica nell’antico Egitto? Quante scritture sono esistite nella terra dei faraoni? Per rispondere a queste e altre mille domande, il museo Egizio di Torino ha dedicato una mostra alle scritture e alla lingua della civiltà egizia intitolata “Il dono di Thot: leggere l’antico Egitto”. Perché, secondo il mito, fu il dio Thot a ideare l’arte della scrittura, diventando il patrono della conoscenza e degli scribi nell’antica cultura egizia. Ma attenzione, c’è ancora poco tempo: la mostra è visitabile fino al 7 settembre 2023.

“Per celebrare il bicentenario della decifrazione dei geroglifici”, spiega ad archeologiavocidalpassato.com il direttore Christian Greco, “il museo Egizio ha aperto uno spazio espositivo che si chiama Il dono di Thot, che mette al centro la scrittura dal suo primo apparire, dal significato che la scrittura ha nel sistematizzare il sapere, nell’organizzare lo Stato, nel far nascere quella parola così negativa oggi, ovvero la parola burocrazia, che però è alla base per lo sviluppo di uno Stato moderno e per codificare il complesso pensiero religioso.

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La statua del faraone Horemheb e della regina Mutnedjemet dal tempio di Amon a Karnak, conservata al museo Egizio di Torino, collezione Drovetti (foto graziano tavan)

L’esposizione mostra non solo come la scrittura si sia via via radicata ma ci fa vedere dei documenti importantissimi. Ne cito tre che, a mio giudizio, solo per questo varrebbe la pena venire a vedere la mostra. Uno: la statua del faraone Horemheb e della regina Mutnedjemet che finalmente è messa al centro. Può essere fruita nella sua tridimensionalità; e soprattutto la cosiddetta Stele dell’intronizzazione di Horemheb con le sue 26 righe di testo che attestano lo stato in cui Horemheb trovò il Paese e come lui dovette viaggiare da città in città, da tempio a tempio, per riaprirli, finalmente è visibile e leggibile, e presentata peraltro con una trascrizione-traduzione integrale. Poi il restauro, adesso visibile nel suo allestimento definitivo, del Papiro dei Re, che desidero non chiamare più Canone Regio perché non è un canone, non è una lista che sia stata epurata da una serie di sovrani che dovevano essere cancellati, ma faceva parte – su questo ce lo dice anche il fatto che era scritto nel verso – probabilmente di quelle biblioteche templari che purtroppo sono andate perse, in cui a uno scriba è stato richiesto di fare una lista dal periodo mitico in cui in Egitto regnavano gli dei per arrivare poi ai sovrani del Secondo Periodo Intermedio. E infine un terzo documento che nella sua monumentalità voglio citare è davvero monumentale nella sua scrittura ieratica: è il Papiro della Congiura finalmente visibile”.

Animazione prodotta dal museo Egizio di Torino per la mostra “Il dono di Thot”: illustra la diffusione areale e temporale della scrittura dal geroglifico all’arabo

Dal geroglifico al copto, dallo ieratico al demotico: è dunque la scrittura dell’antico Egitto, nelle sue varianti ed evoluzioni, la protagonista della mostra “Il dono di Thot: leggere l’antico Egitto”, nei nuovi spazi del Museo, 500 metri quadrati, distribuiti tra piano terreno e ipogeo, concessi dall’Accademia delle Scienze di Torino al Museo Egizio, dopo un’opera di restauro, sostenuta dalla Fondazione Compagnia di San Paolo. Curata da Paolo Marini, Federico Poole e Susanne Töpfer, egittologi del Museo Egizio, la mostra è frutto di un progetto scientifico ideato dal direttore del Museo, Christian Greco ed è sostenuta dalla Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino.

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Statua cubo del “padre divino” (titolo sacerdotale) di Djedkhonsuluefankh del Terzo periodo intermedio, collezione Drovetti, conservata al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

Sono 170 i reperti in esposizione, tutti provenienti dalle Collezioni del Museo Egizio, ad eccezione delle tavolette cuneiformi provenienti dai Musei Reali di Torino. Se il focus dell’esposizione è rappresentato dai segni e dai testi, in mostra non ci sono solo papiri, ma anche capolavori della statuaria, oggetti in alabastro e statuine lignee, a testimonianza di quella cultura materiale attraverso cui egittologi e storici hanno ricostruito la biografia non solo degli oggetti, ma dell’intera civiltà nilotica.

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Il grande cartiglio in calcare di Aten che apre la mostra “Il dono di Thot” (foto graziano tavan)

Fin dagli esordi gli antichi testi egizi ebbero una forte componente figurativa e la scrittura, a cavallo tra tecnica e arte, è giunta a noi anche incisa su grossi blocchi di pietra o statue dei faraoni, assumendo così connotati monumentali e celebrativi. È il caso del Cartiglio in calcare, datato tra il 1353 e il 1336 a.C., che apre l’esposizione. Scolpito su un gigantesco blocco, il geroglifico assume una valenza quasi sacra e il nome della divinità Aten, riportato nel cartiglio, attraversa i millenni per arrivare intatto fino ai giorni nostri.

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Dettaglio del Papiro della Congiura dell’Harem (XX dinastia), collezione Drovetti, conservato al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

Da sistema per etichettare le merci e amministrare il paese a strumento sacro e magico, che tramanda formule, rituali e legittima il potere regale: la scrittura nei millenni si evolve e i testi diventano custodi della memoria. È il caso del Papiro dei Re, l’unica lista reale d’epoca faraonica scritta a mano su papiro che sia giunta fino a noi, recentemente restaurata grazie al contributo degli Scarabei, o del Papiro della Congiura, un testo quasi di cronaca giudiziaria, che ricostruisce l’attentato a Ramesse III, un papiro di oltre 5 metri di lunghezza che torna in esposizione all’Egizio dopo sette anni, proprio in occasione della mostra “Il dono di Thot: leggere l’antico Egitto”.

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Statuetta in legno di Thot come Ibis, di epoca tarda, conservata al museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

La storia dei geroglifici si snoda attraverso tremila anni e affonda le proprie radici nel mito. La scrittura arrivò agli uomini come dono divino: secondo il mito, infatti, fu il dio Thot, con il corpo di uomo e la testa di Ibis, a idearla e a donarla agli uomini, divenendo patrono della conoscenza e degli scribi. Un mito questo tramandato fino alla cultura greca e riportato anche da Platone nel “Fedro”. E proprio da qui parte la mostra “Il dono di Thot: leggere l’antico Egitto” per poi ripercorre l’evoluzione della lingua egizia e dei diversi tipi di scrittura, dalle primissime iscrizioni del 3200 a. C. ai testi letterari intorno al 2700 a. C., una panoramica che racconta molto della società e del pensiero dell’antico Egitto.

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Stele dello scriba Ramose in adorazione di Thot come babbuino da Deir el Medina (epoca di Ramses II), collezione Drovetti, conservata la museo Egizio di Torino (foto graziano tavan)

“Il pensiero egizio”, interviene ancora Greco, “oscillava continuamente fra una razionalità astratta e un empirismo naturale. Forse nulla come il geroglifico dà ragione di questa tensione, che vogliamo far scoprire al visitatore. Rivestendo contemporaneamente il ruolo di grafema e simbolo, il geroglifico ci restituisce un doppio significato fonologico ed iconografico e si trova quindi ad assumere due funzioni distinte: quella linguistica e quella semiotica. Testo ed immagine sono reciprocamente complementari e ci permettono di avvicinarci alla comprensione di quattromila anni di storia dell’Antico Egitto. Come e perché si è sviluppata la scrittura, che ruolo ha avuto nella formazione dello Stato in tutte le sue articolazioni, come ha favorito il discorso religioso e la complessa cosmografia funeraria? Sono alcuni degli interrogativi a cui cerchiamo di dare risposta, con rigore scientifico, e allo stesso tempo cercando di interessare e appassionare visitatori di tutte le età”.

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Una pagina del libro “Riassunto del sistema geroglifico degli antichi egizi…” di Jean-François Champollion (1824) conservato nella Biblioteca Silvio Curto (Rari 10) (foto graziano tavan)

I geroglifici sono sopravvissuti fino al 500 d.C. circa, insieme allo ieratico, la cosiddetta versione corsiva del geroglifico, che fu soppiantata dal demotico, come scrittura della vita quotidiana, nel VII secolo a.C. Non è un caso che questa indagine all’origine della scrittura e delle fonti scritte dell’antico Egitto prenda forma all’Egizio proprio nel 2022: quest’anno ricorre, infatti, il bicentenario della decifrazione dei geroglifici da parte di Jean-François Champollion, evento che diede i natali all’Egittologia. Il percorso che ha permesso di arrivare alla comprensione della scrittura geroglifica in epoca moderna è uno dei temi indagati dall’esposizione.

Levanzo (Tp). Nuovi ritrovamenti archeologici nei fondali, sito della Battaglia delle Egadi: recuperati altri due rostri in bronzo. Sono l’Egadi 26 e l’Egadi 27. E poi 15 elmi, 20 paragnatidi, una spada e, per la prima volta, 7 monete d’argento

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Egadi 27: è il 27° rostro in bronzo nei fondali di Levanzo (Tp) sito della battaglia delle Egadi del 241 a.C. (foto regione siciliana)

E sono 27! Parliamo dei rostri recuperati nei fondali di Levanzo (Trapani), sito della Battaglia delle Egadi. Sono passati quasi 20 anni, da quel lontano 2004, quando la “scoperta” del primo rostro delle Egadi nello studio di un dentista trapanese ad opera del nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri confermò al compianto Sebastiano Tusa che il luogo di rinvenimento, a poche miglia a Nord-Ovest del Capo Grosso di Levanzo, doveva essere proprio il teatro dello storico scontro navale delle Egadi tra la flotta cartaginese e quella romana che nel 241 a.C. segnò la fine alla prima guerra punica (vedi Recuperato nel mare di Levanzo il dodicesimo rostro che conferma l’ubicazione della battaglia delle Egadi del 241 a.C. tra romani e cartaginesi, che pose fine alla prima guerra punica a favore dei romani | archeologiavocidalpassato).

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Area della battaglia delle isole Egadi tra romani e cartaginesi nel 241 a.C.
L’archeologo Sebastiano Tusa, tragicamente scomparso in un incidente aereo nel marzo 2018

“I fondali delle Egadi”, dichiara l’assessore regionale ai Beni culturali, Francesco Paolo Scarpinato, “si confermano ancora una volta uno scrigno prezioso di informazioni per comprendere lo scontro navale tra romani e cartaginesi. La scoperta di Sebastiano Tusa continua ancora oggi a ricevere conferme sempre più importanti, avvalorando l’intuizione dell’archeologo prematuramente scomparso nel 2019 che aveva consentito l’individuazione del teatro della battaglia che sancì il dominio dei Romani sul Mediterraneo”.

Egadi 26: è il 26° rostro in bronzo nei fondali di Levanzo (Tp) sito della battaglia delle Egadi del 241 a.C. (foto regione siciliana)

La campagna di ricerche che si sta svolgendo in questi giorni – come comunica la soprintendenza del Mare – ha consentito il recupero di due rostri in bronzo denominati “Egadi 26” e “Egadi 27”. Sono stati individuati su un fondale di circa 80 metri e recuperati con l’ausilio della nave da ricerca “Hercules” della fondazione statunitense RPM Nautical Foundation che negli anni ha permesso, grazie alle sofisticate strumentazioni presenti a bordo, l’individuazione e il recupero di numerosi reperti riguardanti l’importante battaglia svoltasi il 10 marzo del 241 a.C.

Due monete d’argento recuperate nella campagna di ricerche subacquee 2023 nei fondali di Levanzo (Tp) sito della battaglia delle Egadi (foto regione siciliana)
Paragnatide recuperato nella campagna di ricerche subacquee 2023 nei fondali di Levanzo (Tp) sito della battaglia delle Egadi (foto regione siciliana)

In particolare, in quest’ultima campagna, i subacquei hanno recuperato 15 elmi del tipo Montefortino, 20 paragnatidi (le protezioni per le guance e il viso dei soldati a corredo degli elmi), una spada, un centinaio di monete in bronzo e, per la prima volta in oltre vent’anni di ricerche, 7 monete in argento. Tutti i reperti sono stati trasferiti presso il laboratorio di primo intervento allestito presso l’ex Stabilimento Florio di Favignana e sono già al vaglio degli archeologi della soprintendenza del Mare. Le attività di ricerca nel tratto di mare tra Levanzo e Favignana sono condotte da un team formato dalla soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, dalla statunitense RPM Nautical Foundation e dalla SDSS The Society for Documentation of Submerged Sites.

Sala di controllo delle operazioni di ricerche subacquee nei fondali di Levanzo (Tp) (foto regione siciliana)

Sono 26 i rostri ritrovati con ricerche archeologiche subacquee a partire dai primi anni del Duemila. Micidiali armi di distruzione che, applicati sulla prua delle navi da guerra, consentivano lo speronamento delle navi nemiche e il conseguente affondamento. Negli ultimi 20 anni sono stati individuati anche 30 elmi del tipo Montefortino, appartenuti ai soldati romani, 2 spade, alcune monete e un considerevole numero di anfore. Da alcuni anni, alle ricerche puramente strumentali condotte in collaborazione con la RPM, sono state affiancate le ricerche con l’impiego dei subacquei altofondalisti della SDSS che hanno consentito, grazie alla specializzazione nelle ricerche in acque profonde, l’individuazione e il recupero di importanti reperti.

Napoli. Al museo Archeologico nazionale prorogata la mostra “Picasso e l’antico”. Giulierini: “Questa mostra è possibile solo al Mann, con un dialogo tra i capolavori del mondo classico e le opere del genio spagnolo che ne fu influenzato nella sua visita del 1917”

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L’ingresso della mostra “Picasso e l’antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)

napoli_mann_mostra-picasso-e-l-antico_proroga_locandinaAncora poco più di un mese per visitare la mostra “Picasso e l’antico” in corso al museo Archeologico nazionale di Napoli, diretto da Paolo Giulierini, la cui chiusura era inizialmente prevista per il 27 agosto 2023. Visto il grande successo di pubblico l’esposizione è stata prorogata al 2 ottobre 2023. Quarantatré i lavori di Picasso messi a confronto principalmente con le sculture Farnese e i dipinti da Pompei. L’esposizione, curata da Clemente Marconi, è allestita nelle sale della collezione Farnese, e illustra la profonda influenza di uno dei più grandi musei di arte classica sull’opera di uno dei più importanti artisti moderni. Promossa dal museo Archeologico nazionale di Napoli con il ministero della Cultura e il sostegno della Regione Campania, e con l’organizzazione della casa editrice Electa, la mostra si inserisce nel progetto internazionale “Picasso Celebrazioni 1973 – 2023: 50 mostre ed eventi per celebrare Picasso” nel cinquantenario della morte (vedi Napoli. Nelle sale della collezione Farnese al museo Archeologico nazionale la mostra “Picasso e l’antico”: quarantatré i lavori di Picasso messi a confronto principalmente con le sculture Farnese (il Toro e l’Ercole) e i dipinti da Pompei. All’inaugurazione segue la performance “Tauromachia” | archeologiavocidalpassato).

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Il direttore del Mann, Paolo Giulierini, con il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano (foto graziano tavan)

“Siamo davvero felici nell’annunciare la proroga di Picasso e l’Antico, una mostra possibile solo al Mann, dialogo tra i capolavori del mondo classico e le opere del genio spagnolo che ne fu influenzato nella sua visita del 1917″, commenta il direttore Paolo Giulierini. “Il primo ringraziamento va al British Museum di Londra prestatore delle eccezionali tavole della Suite Vollard, al Musée national Picasso-Paris e alla Gagosian Gallery di New York che hanno acconsentito alla nostra richiesta. Poter proseguire fino al primo fine settimana di ottobre questa esposizione unica nel quadro di Picasso Celebrazioni 1973 – 2023: 50 mostre ed eventi per celebrare Picasso è una bella notizia non solo per il Mann ma per Napoli e la Campania che nel mese di settembre si prevede saranno sempre più meta di turismo culturale, sull’onda di un agosto straordinario. Un grazie anche all’Istituto Cervantes e al Consolato spagnolo. Con oltre 250mila visitatori finora Picasso e l’Antico si proietta verso il record assoluto della mostra su Canova che nel 2019 totalizzò 300mila presenze”.

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Allestimento della mostra “Picasso e l’Antico” al Mann: domina l’Ercole Farnese e, dietro, la Donna seduta di Picasso (foto valentina cosentino)

I soggiorni di Picasso a Napoli nel 1917, con la visita sia a Pompei sia al museo di Napoli che esponeva la Collezione Farnese e le opere da Ercolano e Pompei, hanno una rilevanza particolare nella produzione artistica di Picasso: il naturalismo del cosiddetto “secondo periodo classico” assume forme esplicitamente classicizzanti, ben riconoscibili nella maggioranza dei dipinti e disegni non cubisti degli anni dal 1917 al 1925 e nell’opera grafica degli anni ‘30.

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Nella mostra “Picasso e l’Antico” al Mann le opere di Picasso dialogano con la collezione del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)

Quarantatré i lavori di Picasso messi a confronto principalmente con le sculture Farnese e i dipinti da Pompei. La mostra ha l’intento di illustrare la profonda influenza di uno dei più grandi musei di arte classica sull’opera di uno dei più importanti artisti moderni. Allestita nelle sale della collezione Farnese, l’esposizione si divide in due parti: la prima relativa ai soggiorni a Napoli di Picasso, delineando come si presentava il museo al tempo della visita dell’artista, allora non ancora solo “archeologico”, e la seconda relativa al confronto tra le opere del museo e i lavori di Pablo Picasso. Sono presentate 37 delle 100 tavole che compongono la Suite Vollard, eccezionale prestito del British Museum di Londra. Queste incisioni, realizzate tra il 1930 e il 1937, si configurano come un fulcro interpretativo nell’opera dell’artista. A queste si aggiungono i rilevanti prestiti del Musée national Picasso-Paris e di Gagosian New York.

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Il catalogo Electa della mostra “Picasso e l’Antico”

Le tematiche della mostra sono ripercorse e approfondite dagli importanti saggi pubblicati nel catalogo edito da Electa che prende l’avvio dai due soggiorni effettuati da Picasso nel 1917 nel capoluogo campano e a Pompei per poi ripercorrere il tema portante dell’esposizione: la visita all’allora museo nazionale di Napoli, non ancora (solo) archeologico e l’influenza sulla sua arte. L’esposizione si inserisce nel progetto internazionale “Picasso Celebration 1973-2023: 50 mostre ed eventi per celebrare Picasso” nel cinquantenario della morte. Il volume ricostruisce ispirazioni e metamorfosi della sua arte a partire dall’osservazione di alcuni dei grandi capolavori dell’archeologia classica. Tappa fondamentale di un periodo speciale del percorso artistico di Pablo Picasso, il cui naturalismo assume forme esplicitamente classicizzanti dopo il viaggio in Italia, ben riconoscibili nella maggioranza dei dipinti e disegni non cubisti degli anni dal 1917 al 1925 e nell’opera grafica degli anni ‘30. Il confronto diretto di una serie di opere dell’artista con quelle del Museo, l’incontro con le sculture Farnese in particolare, che lo colpiscono per il gigantismo e la monumentalità, sono la principale rivelazione artistica che Napoli abbia offerto a Picasso. I saggi, ampiamente illustrati, restituiscono l’ispirazione dell’antico – e nello specifico delle opere del Mann –, le esplorazioni e invenzioni di Picasso che hanno generato un’arte nuova attraverso la trasfigurazione dei suoi modelli.