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Oderzo (Tv). Riapre, con orario prolungato e proroga, la mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium” a Palazzo Foscolo e al museo Archeologico “Eno Bellis”: corredi per lo più inediti ed esposti insieme per la prima volta

Tornano i visitatori a Palazzo Foscolo di Oderzo per la mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium” (foto Oderzo Cultura)

Locandina della mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium” a Oderzo dal 24 novembre 2019 al 31 maggio 2020 (prorogata)

La chiusura forzata è finita. Oderzo Cultura riapre dalle 14 di mercoledì 20 maggio 2020 la mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium” che, come tutti i luoghi della cultura in Italia, era stata chiusa per l’emergenza coronavirus. Quindi Palazzo Foscolo e il museo Archeologico “Eno Bellis”, sedi della mostra, saranno fra le prime realtà museali italiane ad accogliere i visitatori, grazie agli sforzi per adottare rapidamente tutte le misure necessarie per garantire la loro sicurezza e quella dei lavoratori, secondo i protocolli indicati dal MiBACT. “Siamo felici di poter riaprire le porte del polo culturale e della mostra temporanea, in particolare, già dal 20 maggio. Un risultato raggiunto grazie all’impegno di tutta la squadra di lavoro”, spiega Carlo Gaino, presidente di Oderzo Cultura. “Abbiamo pensato di estendere i giorni di apertura, partendo già dal mercoledì, per favorire l’ingresso delle famiglie e dei ragazzi che sono ancora a casa da scuola e che hanno così un’occasione in più per visitare l’esposizione nei pomeriggi di questo prossimo periodo”. Orario prolungato dunque dal mercoledì alla domenica dalle 14 alle 19. Non solo, è anche annunciata l’auspicata proroga dell’esposizione, la cui chiusura era programmata – prima dell’emergenza coronavirus – fino al 31 maggio 2020, fino alla pausa estiva.

Il corredo della Tomba 13 (I-II sec. d.C.) da via Spinè di Oderzo: Olpe, bicchiere, coppe,
piatto in vetro azzurro trasparente, balsamari,
spilloni, monete (foto Sabap Ve-Met / Maddalena Santi)

Annamaria Larese, direttrice del museo Archeologico nazionale di Venezia, scomparsa il 1° maggio 2020

La mostra, realizzata da Oderzo Cultura con un comitato scientifico composto dai funzionari della soprintendenza che hanno coordinato e sovrainteso alle diverse campagne di scavo – Marianna Bressan, Annamaria Larese, Margherita Tirelli e Maria Cristina Vallicelli – e da Marta Mascardi Conservatore del Museo archeologico di Oderzo Cultura, tornerà ad essere dunque un’eccezionale occasione per scoprire da vicino le testimonianze di oltre 50 tra i più belli e significativi corredi dei 94 studiati per l’occasione (di cui dà invece conto il prezioso catalogo Edizioni Ca’ Foscari) rinvenuti in oltre trent’anni di scavi nella necropoli dell’antica Opitergium. La riapertura è anche l’occasione per Oderzo Cultura per ricordare con stima e affetto l’archeologa Annamaria Larese scomparsa il 1° maggio 2020, all’età di 62 anni, dopo alcuni mesi di malattia, direttrice del museo Archeologico nazionale di Venezia e del museo nazionale Concordiese di Portogruaro e area archeologica di Concordia Sagittaria, che tanto ha contribuito alla studio e alla conoscenza della necropoli opitergina, membro del comitato scientifico della mostra.

Mosaico dell’offerta espositiva alla mostra “L’anima delle cose. Riti e corredi dalla necropoli romana di Opitergium” a Oderzo (foto Sabap Ve-Met / Maddalena Santi)

Corredi per lo più inediti ed esposti insieme per la prima volta in questa significativa occasione. Sei secoli di storia, dal I al VI secolo d.C. e reperti che durante questi mesi di quarantena non hanno mai smesso di coinvolgere il pubblico di appassionati con racconti e curiosità sulla vita di Opitergium e i suoi abitanti, grazie all’intesa attività sui profili social promossa da Oderzo Cultura. L’importante passato della città si rivela infatti attraverso le testimonianze degli uomini e delle donne che hanno abitato questa terre, in un dialogo tra passato e presente. Un viaggio attraverso gli oggetti riemersi dalla città dei morti per riscoprire il mondo dei vivi dell’antica Oderzo e dei suoi abitanti, come la giovane fanciulla romana Phoebe, con la stele a lei dedicata risalente al I secolo d.C., o un bimbo con i suoi giochi infantili e il suo cavallino in terracotta dotato anche di ruote per il traino: eccezionale reperto rinvenuto in una tomba di fine II-III secolo d.C.

#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Altino ci fa conoscere un quinto reperto “imperdibile”: una statuetta di gladiatore in terracotta (I-II sec. d.C.). E per i bambini propone la lettura di una favola con due bambini, Lucilio e Tito, che osservano gli artigiani al lavoro

Vado al MANN di Napoli per vedere l’affresco con la rissa all’anfiteatro di Pompei. E vado ad Altino per vedere…? È la quinta “provocazione” del museo Archeologico nazionale per presentare il quinto reperto “imperdibile”: statuetta di gladiatore in terracotta (I-II sec. d.C.), da un rinvenimento sporadico del 1971 a Sud della via Annia. Nel video di Francesca Ferroni Gallo, il testo e la voce narrante sono di Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino.

Statuetta di gladiatore in terracotta (I-II sec. d.C.) conservato al museo di Altino (foto PM-Veneto)

La statuetta del gladiatore ci porta a primo pomeriggio di fine aprile ad Altino. “Siamo in anfiteatro”, ci racconta Marianna Bressan. “È appena terminata la pompa, la sfilata delle armi e dei gladiatori che si affronteranno in duello. Il popolo, accalcato sugli spalti attorno all’arena, rumoreggia, inneggia il nome del favorito, strepita impaziente. Nella caserma, lontano dalla vista del pubblico, il gladiatore indossa le armi appena presentate in corteo. Sulla tibia sinistra, l’ocrea di metallo, legata a una spessa imbottitura di lana, che aiuta ad attutire i colpi. Sul braccio destro, la manica gladiatoria di cuoio; all’altezza dello stomaco il balteus, il cinturone protettivo, e, sotto, il subligaculum, il perizoma. In testa mette l’elmo: una calotta liscia con una cresta curvilinea dai bordi stondati e solo due forellini per gli occhi. Con la sinistra imbraccia lo scudo rettangolare, avvolgente, senza spigoli vivi. Il suo lato sinistro è protetto dalla testa ai piedi, letteralmente. Con la destra impugna il gladio. Dal suo armamentario è chiaro: è un gladiatore della classe dei secutores. E finalmente si avvia nell’arena. Al suo ingresso, esplode il furore del popolo: è lui il preferito e non il suo avversario, il retiarius, che cercherà di batterlo armato di tridente e rete da pesca. Ci siamo, siamo pronti, uno di fronte all’altro. Il secutor mostra il lato sinistro, il gladio in resta, il corpo pronto a scattare al via dell’arbitro. Che il combattimento abbia inizio. Che sia io il vincitore”.

Ed ecco la quarta favola altinate per i bambini. 👨🏻‍👩🏻‍👦🏻‍👦🏻👨🏼‍👩🏼‍👧🏼‍👧🏼👩🏻‍👧🏻‍👦🏻Bambine, bambini! 👩🏾‍👩🏾‍👦🏾‍👦🏾👨🏻‍👨🏻‍👧🏻‍👦🏻👨‍👦‍👦 è tempo di un’altra lettura… favolosa! 📖 Il 1° maggio è stata la Festa dei Lavoratori e noi abbiamo reso omaggio ai mestieri di Altino antica. La favola di oggi ci racconta l’abilità di quegli artigiani attraverso gli occhi di due bambini, il “poeta” Lucilio e il suo curioso e intraprendente amico Tito. E, ai loro occhi, il lavoro degli artigiani non poteva che apparire… una 🧜‍♀‍ magia 🧚‍♀‍! Legge per noi 🎤Michele Bars🎤, custode del Museo. Il testo è di Gabriella Bosmin e le illustrazioni di Erica Schweizer. E allora…. c’era una volta… https://it-it.facebook.com/1119722614724773/videos/344833106492793/

#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Altino ci fa conoscere un quarto reperto “imperdibile”: la coppa di vetro murrino a nastri e a millefiori (fine I sec. a.C. – inizio I d.C), un oggetto lussuoso e raro. E per i bambini propone la lettura di una favola con due ragazzi che sognano di aprire una bottega di calzolaio

Vado a Villa Giulia per vedere il sarcofago degli sposi. E vado ad Altino per vedere…? È la quarta “provocazione” del museo Archeologico nazionale per presentare il quarto reperto “imperdibile”: la coppa di vetro murrino a nastri e a millefiori (fine I sec. a.C. – inizio I d.C.) dalla tomba 509 della necropoli nord-orientale lungo la via Annia. Nel video di Francesca Ferroni Gallo, il testo e la voce narrante sono di Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino.

La coppa di vetro murrino (I sec. a.C. – I sec. d.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Altino (foto PM-Veneto)

“Se metti le mani a conca e le accosti, possono contenere questa coppetta coloratissima, resistente e fragile come solo il vetro può essere. Questo stesso gesto avrà fatto duemila anni fa una persona, non ti so dire se uomo, donna, giovane, anziana, di certo emozionata e con fare solenne, per essere certa di usare tutte le cautele necessarie a deporre intatta la coppetta accanto ai poveri resti di una parente o una compagna di vita o un’amica, appena partita per il viaggio da cui non si torna. E pensare che lei, la padrona della coppetta, era stata così orgogliosa di quell’oggetto lussuoso e raro. Era un pezzo unico, fatto a mano da un abile vetraio, forse ad Aquileia o ad Adria; un maestro, che sapeva ottenere paste di colori diversi e tutti brillanti, lavorarle in tessere e canne, tagliarle secondo necessità, comporle con fantasia in disegni geometrici, fonderle, per poi dar forma di coppetta alla piastra ottenuta e molare la superficie, per renderla liscia, brillante, senza imperfezioni. Un artigiano d’altri tempi: le sue mani interpretavano una tecnica, che avevano iniziato a mettere a punto i vetrai di Mesopotamia ed Egitto almeno quindici secoli prima. Lei, la padrona, amava esibire la coppetta con il servizio buono, quando c’era occasione di avere ospiti per cena. Per questo i suoi cari gliela misero nel bagaglio, quando partì per sempre, lasciandosi Altino alle spalle”.

Ed ecco la terza favola altinate per i bambini. 👨🏻‍👩🏻‍👧🏻‍👦🏻👩🏻‍👧🏻👩🏿‍👩🏿‍👧🏿‍👧🏿 Bambine, bambini! 👨🏼‍👨🏼‍👧🏼‍👦🏼👨‍👦👨‍👩‍👧 questa domenica per voi un’altra lettura… favolosa!📖 Ci racconta la favola di oggi Giovanni Nato, custode del Museo. Il testo è di Gabriella Bosmin e le illustrazioni di Erica Schweizer. E allora…. cominciamo! C’era una volta, ad Altino… Donato, il figlio del 👞calzolaio👠 e il suo amico Procolo. Riusciranno i due ragazzi ad aprire la loro bottega di calzolai? Scopriamolo insieme! https://www.facebook.com/MuseoArcheologicoAltino/videos/245720066810048/?__so__=permalink&__rv__=related_videos P.S. se verrete a Museo di Altino, quando riaprirà, potrete conoscere Donato il calzolaio di persona!

#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Altino ci fa conoscere un terzo reperto “imperdibile”: la Signora degli Animali, un’antefissa del I sec. a.C. che evoca storie inquietanti. E per i bambini propone la lettura di una favola con i soldati impegnati (con poca voglia) alla manutenzione delle strade

Vado al Reina Sofia di Madrid per vedere la Guernica di Picasso. E vado ad Altino per vedere…? È la terza “provocazione” del museo Archeologico nazionale per presentare il terzo reperto “imperdibile”: la Signora degli Animali (Potnia theron). Si tratta di un’antefissa in terracotta con con Potnia theron (I sec. a.C.) proveniente dall’edificio interpretato come magazzino posto a Sud-Ovest di Altino, nei pressi della via Annia. Nel video di Francesca Ferroni Gallo, il testo e la voce narrante sono di Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino.

Antefissa in terracotta con la Signora degli Animali (I sec. a.C.) (foto museo archeologico di Altino)

“La dea incede sicura, le ali spiegate e la veste allacciata sotto il seno e fremente nel movimento”, così Marianna Bressan descrive il prezioso reperto. “Forse ha appena posato il piede a terra, calata direttamente dal cielo. Ha con sé due leoni, li stringe saldamente con le mani e li costringe a guardarti. È lei che ha il potere di renderli feroci o docili, ed è così con tutti gli animali. Domina la forza vitale della natura, decide della vita e della morte. È la Potnia theron, la Signora degli Animali. La veneravano in Mesopotamia, diverse migliaia di anni fa; nella Creta dei Minoici e poi dei Micenei; in Grecia, dove a un certo punto diventa Artemide, la Diana dei Romani”. Poi inizia la storia che questo reperto potrebbe evocare. “Un giovane viaggiatore è partito da Patava (Padova) qualche giorno fa”, narra Bressan, “guidando il suo carro lungo il rettifilo della via Annia. Finalmente Altino, la sua destinazione, si profila all’orizzonte: prima di immergersi nelle viuzze fitte di case dai comignoli fumanti, deve attraversare il ponte sul canale che cinge la città. Sulla destra si impone un grande edificio, proprio sulla riva del canale. Lì davanti sono approdate molte barche, alcune vanno e altre vengono, e tanti uomini si affaccendano dandosi su la voce, per caricare e scaricare, fare il calcolo delle merci consegnate, riscuotere, contrattare, attraccare, ripartire. Alza lo sguardo: sul tetto, tra molte altre figure, c’è lei: la Signora degli animali. Sovrasta gli uomini e li sorveglia: io sono la forza vitale della natura, la tua fortuna – viaggiatore – dipende da me”.

Ed ecco la seconda favola altinate per i bambini. 👨‍👨‍👧‍👦👩‍👩‍👧‍👦👨‍👩‍👦‍👦Bambine, bambini! 👨‍👩‍👧‍👧👨‍👨‍👧‍👧👨‍👨‍👦‍👦
🐣…anche a Pasquetta chiusi in casa…? 🏠 che ne dite di una bella favola? La legge per noi 🎤Barbara Savoldello🎤, custode del Museo. Il testo è di Gabriella Bosmin e le illustrazioni di Erica Schweizer. E allora…. cominciamo! “C’era una volta, ad Altino… un gruppo di soldati impegnati nella manutenzione delle strade della città. 🤔Riusciranno a escogitare un trucco per fare meno fatica? 💡💡💡💡💡 Scopriamolo insieme!”: https://it-it.facebook.com/MuseoArcheologicoAltino/videos/215324036571549/

 

#iorestoacasa. Dal museo di Altino un video-messaggio di Buona Pasqua con tutto il cuore ricordando l’impegno dell’intero staff per far arrivare i tesori del museo nelle case di tutti

Sullo schermo scorrono gli eventi di gennaio e febbraio 2020 del museo di Altino: due mesi intensi di appuntamenti, dal “Reperto riscoperto” all’inaugurazione della nuova aula didattica, da “Aspettando i centri estivi” con idee per i più piccoli a “L’archeologo racconta”, a “Tocchiamoli con mano” per i visitatori ipovedenti. Arriva marzo 2020: le sale del museo appaiono improvvisamente vuote con la scritta #iorestoacasa. È l’inizio del distanziamento sociale per l’emergenza coronavirus con la chiusura di musei e parchi archeologici per decreto governativo. Ma il museo di Altino non si ferma e arriva nelle nostre case on line. Dal “Reperto riscoperto” ad “Aspettando i centri estivi”, da “L’archeologo racconta” a “Gli imperdibili”. “E oggi, in questa Pasqua insolita”, scrive Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e area archeologica di Altino, “dalla malinconia del presente ci difenda la speranza per il futuro… un pensiero dallo staff del Museo di Altino. Buona Pasqua con tutto il cuore!”.

#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Altino ci fa conoscere un secondo reperto “imperdibile”: i cavalli veneti o, meglio, le sepolture di cavalli. E per i bambini propone la lettura di una favola con sorpresa finale

Vado alle Gallerie degli Uffizi per vedere la Venere del Botticelli. E vado ad Altino per vedere…? I cavalli veneti, il secondo reperto “imperdibile” proposto dalla direzione del museo nazionale e area archeologica di Altino rispettando #iorestoacasa. Del resto i cavalli veneti erano un “mito” nel mondo antico, quasi uno status symbol come oggi è per noi una Ferrari. “Era il 440 a.C. quando Leonte di Sparta vinse le Olimpiadi. Guidava cavalli veneti.”, ricordano gli archeologi di Altino. “Qualche decennio più tardi, Dionisio, il tiranno di Siracusa, scelse di allevare i cavalli veneti, perché erano i migliori nella corsa. Fu così che i Greci li conobbero e in breve divennero i più ambiti nei più prestigiosi agoni sportivi. Per gli antichi, ogni eccellenza era un dono divino ed era d’obbligo rendere grazie. I Veneti, infatti, erano soliti sacrificare a Diomede un cavallo bianco. Non sappiamo nei dettagli come si svolgesse il sacrificio, in quali occasioni e ogni quanto tempo. Poteva trattarsi di un rituale a sé o rendersi necessario in caso di vittoria in un agone importante o essere collegato alla morte del padrone particolarmente potente e facoltoso. Quel che sappiamo è che le necropoli delle città venete ospitano spesso tombe di cavalli”. Ad Altino se ne contano 30, seppellite tra il V e il III secolo a.C. nella necropoli a nord della città. Sono quasi tutti cavalli maschi, nel fiore degli anni, per lo più inumati a coppie o a gruppi di tre, come nella celebre tomba della biga di Adria. Spesso indossano la bardatura. “Nessuno reca traccia di morte violenta sullo scheletro, ma un taglio alla gola non ne lascia. E’ possibile, ma non certo, che riposassero accanto ai loro padroni. Assistiamo, con questo, a una delle testimonianze più intime e umane del sentire e dell’agire di persone, vissute migliaia di anni prima di noi. Sacrificare quanto di più prezioso si possedeva era un gesto di estrema umiltà e abbandono verso la potenza del divino. Riservare all’amato animale una sepoltura pari a quella di una persona cara era il sommo tributo di gratitudine, pagato con l’incalcolabile prezzo della vita”.

La direttrice Marianna Bressan nella nuova aula didattica del museo Archeologico nazionale di Altino (foto Graziano Tavan)

Una favola per i bambini. Ma Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino, non solo ci fa conoscere gli “imperdibili”, così da memorizzarli e poi andarli a cercare in una futura visita al museo, ma non dimentica i bambini, per i quali sono pensati laboratori e incontri specifici. Ora, però, che i bambini sono costretti a casa come tutti noi ecco l’idea di raccontare loro una favola. Questa è la prima. “Una bella 🧸🎁 favola 🎁 🧸tutta da ascoltare e da guardare, scritta da Gabriella Bosmin e illustrata da Erica Schweizer. Le dà voce 🎤Maurizio Tonolo🎤, uno dei custodi del Museo. E allora…. cominciamo! (vedi: https://it-it.facebook.com/MuseoArcheologicoAltino/videos/208878290368915/). C’era una volta, ad Altino… il piccolo Tito, figlio del pastore Tiberio, un cagnolino cucciolo, le loro pecorelle e tanti altri animali…🐹🐑🐑🐑🦁🦌🐆
🤫 P.S. a un certo punto della storia i nostri protagonisti incontrano una 🧜‍♀‍👑 Signora magica 👑🧜‍♀‍. Attenzione, bambini e adulti, perché presto la incontreremo di nuovo!”. Editing video Francesca Farroni.

 

#iorestoacasa. Museo Archeologico nazionale di Altino: la direttrice Marianna Bressan lancia una rubrica per far conoscere i reperti “imperdibili”. Si inizia con il “coccio parlante” con l’iscrizione al dio Altino datata al VI sec. a.C

“Vado al Louvre per vedere la Gioconda. E vado ad Altino per vedere…?”. Comincia con questa domanda il primo appuntamento con gli #imperdibili, con la scoperta cioè di uno dei reperti da vedere in una visita del museo Archeologico nazionale di Altino. Ma in tempi di coronavirus, nell’impegno di #iorestoacasa, Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e area archeologica di Altino, questa scoperta la propone sul profilo Facebook del museo. Si comincia con “il coccio parlante”. Vediamo di cosa si tratta. “Sul fianco di uno scodellone, fatto nel V secolo a.C. con un impasto di argilla grossolana e giunto a noi frammentato”, spiegano gli archeologi del museo altinate, “è vergata una scritta, incisa a secco con una punta affilata. Si legge, con un po’ di pazienza e cominciando da destra, A:LTINO.M. Questo, almeno dal VI secolo a.C., è il nome della divinità “propria del luogo” (“sainati”). Lo stesso nome porta il luogo, la città, che va popolandosi per diventare in breve tempo il principale snodo commerciale dei Veneti antichi, attraversato com’è da vie d’acqua e di terra. Si tratta di una delle più antiche attestazioni del nome ed è tanto più preziosa, perché è una fonte diretta, non una citazione per sentito dire”. L’alfabeto scelto – continuano – è proprio della lingua venetica, ma non è tipico di Altino: si usava in un centro veneto dell’entroterra, noto allora come Patava (Padova). “Il frammento iscritto venne deposto in onore del dio Altino direttamente nel santuario ad esso dedicato, forse dopo essere stato rotto intenzionalmente per spezzare la scritta. Qui tornò alla luce circa vent’anni fa, dopo duemila e cinquecento anni, durante regolari scavi archeologici”.

Marianna Bressan, direttrice del museo Archeologico nazionale e dell’area archeologica di Altino (foto Graziano Tavan)

Ecco, dunque, una delle tante storie che questo frammento racconta. “C’era una volta un viaggiatore, veniva da Padova. Egli, un giorno qualunque del V secolo a.C., imboccò la strada diretta a Nord-Est e, dopo giorni di tragitto, giunse ad Altino; forse accompagnava le sue merci o forse voleva acquistarne. Una volta in città, si recò nel santuario del dio quaggiù venerato, che portava lo stesso nome della città. Era un bel posto, appena fuori l’abitato, e guardava verso il mare. Voleva rendere grazie di aver protetto il suo viaggio o forse chiedergli di favorire i suoi commerci. Decise di lasciare un dono; allora si procurò un coccio, vi incise il nome del dio cui si raccomandava e lo spezzò prima di gettarlo nella fossa con gli altri ex voto. Speriamo che il dio Altino abbia accolto la sua preghiera!”.