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Paestum, XXIII Borsa mediterranea del Turismo archeologico: ecco le 5 scoperte archeologiche (in Cambogia, Iraq, Israele e due in Italia) candidate alla vittoria della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. Anche il pubblico può votarle su Facebook per lo “Special Award”

La locandina della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

Le cinque scoperte archeologiche del 2019, candidate alla vittoria della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, sono: Cambogia, la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor; Iraq, nel Kurdistan presso il sito di Faida, a 50 km da Mosul, dieci rilievi rupestri assiri, gli dei dell’Antica Mesopotamia; Israele, a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9.000 anni fa; Italia, a Roma la Domus Aurea svela un nuovo tesoro, la Sala della Sfinge; Italia, nell’antica città di Vulci una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C. Lo hanno annunciato la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia), da quest’anno anche con British Archaeology (Regno Unito) la testata del prestigioso Council for British Archaeology. Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale. Il Premio sarà assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata. La cerimonia di consegna si svolgerà venerdì 20 novembre 2020 in occasione della XXIII BMTA, a Paestum dal 19 al 22 novembre 2020. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico nel periodo 1° giugno – 30 settembre 2020 sulla pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico).

Il più antico relitto intatto del mondo (risale a 2400 anni fa) scoperto nelle acque del mar Nero (Bulgaria) (foto-rodrigo-pacheco-ruiz)

Edizioni precedenti. Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la scoperta della città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la scoperta della “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel mar Nero del più antico relitto intatto del mondo, alla presenza di Fayrouz, la figlia archeologa di Khaled al-Asaad.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal prima della sua distruzione

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla sesta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Così lo ricorda l’archeologo Paolo Matthiae: “Khaled al-Asaad è stato per quarant’anni il direttore degli scavi archeologici di Palmira. Era l’archeologo della città, ha collaborato con missioni di ogni Paese: dalla Francia alla Germania, dalla Svizzera all’Olanda, dagli Stati Uniti alla Polonia e da ultimo anche con l’Italia, con la missione statale di Milano. Era uno studioso completo, ma soprattutto era una persona tipica delle famiglie delle città del deserto. Questo tipo di uomini, come i beduini di un tempo, sono caratterizzati da una amabilità, da una cortesia e da un’ospitalità straordinaria che per loro è del tutto naturale. Non eccessiva, ma misurata e discreta, Khaled al-Asaad era una persona di grandissima amabilità, misura e gentilezza d’animo. Anche archeologi che non si occupano di quel periodo, cioè di antichità romane, andavano di frequente a Palmira in visita e la disponibilità di Khaled era totale. Era una personalità fortemente radicata nella città, ma per il carattere internazionale del sito che gestiva era una sorta di cittadino del mondo. In varie occasioni il suo nome era stato proposto per il ruolo di direttore generale delle antichità a Damasco, ma credo che lui preferisse rimanere a Palmira, una città con la quale si identificava”. E conclude: “Khaled era talmente sicuro di fare soltanto il suo mestiere che non riteneva di avere motivo di fuggire. E per come lo ricordo non era persona che temesse per la propria vita. Pur essendo in pensione, aveva quasi 82 anni, ha preferito rimanere nella sua città proprio perché ha capito che le antichità correvano dei rischi. E probabilmente ha immaginato che la sua indiscussa autorevolezza morale potesse proteggere maggiormente quello che c’era e c’è tuttora a Palmira: le rovine di un sito archeologico assolutamente straordinari per tutto il Mediterraneo e per tutto il mondo”.

Scoperta in cambogia la città perduta di Mahendraparvata, capitale dell’impero Khmer (foto Bmta)

Cambogia: la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor. Grazie alla tecnica di telerilevamento laser aviotrasportata (LIDAR) e spedizioni sul campo, un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della ADF Archaeology & Development Foundation di Londra è riuscito a far emergere nella sua interezza la spettacolare città perduta di Mahendraparvata, che nel IX secolo d.C. si estendeva per ben 50 kmq, tratteggiandone una mappa dettagliata e scoprendo numerosi altri siti nascosti. La Fondazione sin dal 2008 è impegnata nel “Phnom Kulen Program” a stretto contatto con la National Authority for the Protection and Management of Angkor and the Region of Siem Reap (APSARA National Authority) e i colleghi dell’Ecole Française d’Extreme-Orient di Parigi. Jean-Baptiste Chevance assieme a Damian Evans dell’University of Sydney’s Overseas Research Centre a Siem Reap-Angkor, fu il primo a scoprirla sepolta sotto la foresta della Cambogia per secoli, incastonata sul massiccio collinare di Phnom Kulen, a nord-est del sito archeologico di Angkor. L’antica città perduta fu una delle prime capitali del potente Impero Khmer, che dominò tra IX e il XV sec. nel Sud-Est asiatico. La sua influenza si estese oltre l’attuale Cambogia, abbracciando anche una porzione estesa del Vietnam, del Laos e della Thailandia. Benché fiorente, Mahendraparvata non durò a lungo come capitale dell’Impero Khmer. I regnanti decisero, infatti, di spostare rapidamente la capitale ad Angkor, che si trovava in un luogo più pianeggiante e dunque decisamente più favorevole per la coltivazione dei prodotti alimentari e l’allevamento del bestiame.

Scoperti in Kurdistan dieci rilievi rupestri assiri con gli antichi dei delal Mesopotamia (foto Bmta)

Iraq: nel Kurdistan dieci rilievi rupestri assiri, gli dei dell’Antica Mesopotamia. Presso il sito archeologico di Faida, 20 km a sud della città di Duhok e 50 km da Mosul 10 rilievi rupestri assiri dell’VIII-VII secolo a.C. portati alla luce, dal team di archeologi “Land of Nineveh Archaeological Project”, coordinato da Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine con la direzione delle Antichità di Duhok guidata da Hasan Ahmed (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/10/grandi-dei-e-sovrani-scolpiti-nella-roccia-lungo-un-imponente-canale-dirrigazione-la-grande-scoperta-delluniversita-di-udine-nel-kurdistan-iracheno-illustrata-a-roma-il-team-di-dan/). Si tratta di pannelli imponenti, grandi 5 mt e larghi 2 mt, scolpiti lungo un antico canale d’irrigazione lungo quasi 7 km, alimentato da un sistema di risorgenti carsiche, oggi sepolto sotto spessi strati di terra depositati dall’erosione del fianco della collina. Ma nell’antichità dal canale si diramava una rete di canali più piccoli, che consentivano di irrigare i campi circostanti, rendendo ancora più fertile le campagne coltivate nell’entroterra di Ninive, capitale dell’impero. La mitologia assira raffigurata sulla roccia è un campionario significativo di divinità e animali sacri. Le figure divine rappresentano il dio Assur, la principale divinità del pantheon assiro, su un dragone e un leone con corna, sua moglie Mullissu, seduta su un elaborato trono sorretto da un leone, il dio della Luna, Sin, anch’egli su un leone con corna, il dio della Sapienza, Nabu, su un dragone, il dio del Sole, Shamash, su un cavallo, il dio della Tempesta, Adad, su un leone con corna e un toro e Ishtar, la dea dell’Amore e della Guerra su un leone.

A Motza in Israele è stata scoperta una metropoli neolitica di 9mila anni fa (foto Bmta)

Israele: a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9mila anni fa. È la prima volta che in Israele si scopre un sito di questa portata, circa 4.000 mq, risalente al periodo neolitico, dove vivevano 2/3.000 residenti e per gli standard dell’epoca possiamo parlare di una vera e propria metropoli. Grandi edifici residenziali con pavimenti in gesso, strutture pubbliche, spazi dedicati al culto e sepolture, con la presenza di vialetti, testimonianza di un livello di pianificazione architettonica e urbanistica avanzata e ariosa. Le case erano costruite con mattoni di terra, disintegrati da molto tempo, ma le fondamenta degli edifici in grandi mattoni di pietra sono ancora visibili. Dai reperti si evince che gli abitanti avevano relazioni commerciali e culturali con popolazioni dell’Anatolia, dell’Egitto e della Siria. Alla luce luoghi di sepoltura, che si trovavano dentro e tra le case, nei quali erano collocate varie offerte funerarie, strumenti utili o preziosi: oggetti di ossidiana (vetro vulcanico nero) proveniente dall’Anatolia e di conchiglie dal Mediterraneo e dal Mar Rosso, braccialetti in pietra calcarea e in madreperla, medaglioni e monili d’alabastro lunghi 2,5 cm provenienti, probabilmente, dal vicino antico Egitto. I resti del villaggio indicano anche la presenza di magazzini contenenti una grande quantità di semi di legumi, soprattutto lenticchie in buono stato di conservazione, che prova il ricorso a pratiche di agricoltura intensiva. Le ossa di animali domestici, essenzialmente capre, evidenziano che la popolazione locale si era sempre più specializzata nell’allevamento, a scapito della caccia. La scoperta del sito è avvenuta in occasione di importanti lavori stradali, per cui il progetto è stato finanziato dalla Società Israeliana delle Infrastrutture e dei Trasporti “Netivei Israel” con la direzione di Hamoudi Khalaily e Jacob Vardi dell’IAA Israel Antiquities Authority.

La Sala delal Sfinge scoperta nella Domus Aurea a Roma (foto Bmta)

Italia: a Roma la Domus Aurea svela un nuovo tesoro, la Sala della Sfinge. Sontuosa e interamente decorata torna alla luce dopo 2000 anni, durante il restauro della volta della sala 72 della Domus Aurea, una delle 150 dell’immensa dimora diffusa che l’imperatore Nerone si fece costruire nel 64 d.C. dopo il grande incendio che aveva devastato Roma, con superbi padiglioni che si susseguivano senza soluzione di continuità, sul modello delle regge tolemaiche, da un colle all’altro della capitale dell’Impero Romano (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/04/22/iorestoacasa-gli-artisti-del-rinascimento-tra-cui-raffaello-scoprirono-le-pitture-della-domus-aurea-attraverso-unapertura-lo-stesso-e-capitato-anche-agli-archeologi-moderni/). La scoperta è il frutto della strategia dedicata alla tutela e alla ricerca scientifica, e messa a punto dal Direttore del Parco Archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo. Larga parte della nuova sala, che ha la pianta rettangolare ed è chiusa da una volta a botte anch’essa fittamente decorata, sia ancora interrata, sepolta sotto quintali di terra su ordine degli architetti di Traiano (che proprio qui, sopra la reggia dell’odiato Nerone, fece costruire un complesso termale) e in qualche modo destinata a rimanere tale, in quanto per ragioni di stabilità non è prevista per il momento la rimozione della terra. Quello che emerge racconta già molto di questa grande stanza, che anche ai tempi di Nerone doveva essere non molto illuminata e che per questo si decise di decorare con un fondo bianco, sul quale risaltano eleganti figurine suddivise in riquadri bordati di rosso o di giallo oro. In un quadrato il dio Pan, in un altro un personaggio armato di spada, faretra e scudo che combatte con una pantera, in un altro la piccola sfinge, che svetta su un piedistallo. E poi creature acquatiche stilizzate, reali o fantastiche, accenni di architetture come andava all’epoca, ghirlande vegetali e rami con delicate foglioline verdi, gialle, rosse, festoni di fiori e frutta, uccellini in posa. Proprio questo tipo di decorazione, che si ritrova anche nella Domus di Colle Oppio e in altre sale e ambienti della Reggia neroniana come il Criptoportico 92, porta gli esperti ad attribuire la Sala della Sfinge alla cosiddetta Bottega A, operante tra il 65 ed il 68 d.C.

Scoperta a Vulci una statua di un leone alato del VI sec. a.C. di produzione etrusca (foto Bmta)

Italia: nell’antica città di Vulci una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C. Vulci, una delle più grandi città-stato dell’Etruria con un forte sviluppo marinaro e commerciale nel territorio di Canino e di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, nella Maremma laziale, regala una nuova scultura durante l’ultima campagna di scavo alla necropoli dell’Osteria. Gli archeologi hanno rinvenuto una statua raffigurante un leone alato risalente al VI secolo a.C. La scoperta è avvenuta durante la fase di evidenziazione della stratigrafia orizzontale del terreno, in prossimità di alcune strutture funerarie sepolte nella necropoli. Il leone per il popolo etrusco era considerato fiero, possente e apotropaico, ossia aveva la funzione di allontanare dalle tombe profanatori, gli dei avversi e il fato. La scultura è una raffinata testimonianza di quella che fu una tradizione propria della produzione artistica vulcente del VI secolo a.C. In questo periodo botteghe vulcenti scolpirono sfingi, leoni, pantere, arieti, centauri e mostri marini, vigili guardiani della quiete eterna dei morti. Ma già intorno al 520 a.C. la produzione di queste statue venne a cessare, forse nel tentativo di porre un limite alle ostentazioni di lusso ormai ritenute inopportune. I lavori di scavo diretti da Simona Carosi della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale si sono svolti presso l’area della necropoli dell’Osteria, dove a fine 2011 fu trovata la Sfinge di Vulci.

Il Mediterraneo nel VI sec. a.C.: traffici mercantili, ricerca di minerali, spostamenti di popolazioni. La mostra-evento di Vetulonia illustra la situazione geopolitica, prima e dopo “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia”, con reperti da Corsica, Etruria e Sardegna e un capolavoro: il dinos di Exekias

Il grande pannello con la situazione del Mediterraneo all’inizio del VI sec. a.C. nellamostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia” a Vetulonia (foto Graziano Tavan)

Il manifesto della mostra “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” al museo di Vetulonia dal 9 giugno al 3 novembre 2019

Il Mediterraneo all’inizio del VI sec. a.C. è un mare trafficato, solcato dalle navi commerciali di Fenici, Greci, Cartaginesi, Etruschi alla ricerca di minerali per forgiare il bronzo, favorendo i l contatto e lo scambio tra i diversi popoli. Lo si vede molto bene nel grande pannello che accoglie i visitatori annunciando il tema affrontato nella prima sala della mostra “Alalìa, la battaglia che ha cambiato la storia. Greci, Etruschi e Cartaginesi nel Mediterraneo del VI secolo a.C.” al museo civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia fino al 3 novembre 2019 (catalogo Ara edizioni), curata da Simona Rafanelli, direttore del museo di Vetulonia: capire quali erano gli attori alla vigilia della battaglia del mare Sardonio, quali erano le condizioni economiche e sociali dei popoli che vivevano all’epoca sulle sponde del Mediterraneo, quali erano le strutture disponibili. Così dopo aver conosciuto motivazioni e obiettivi della mostra-evento 2019 di Vetulonia, avere avuto conto dei reperti esposti e con quale allestimento (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/10/17/al-museo-archeologico-di-vetulonia-centocinquanta-reperti-da-corsica-sardegna-toscana-museo-etrusco-di-villa-giulia-e-dal-nucleo-tutela-della-guardia-di-finanza-raccontano-la-storica-battaglia-del/) ora immergiamoci fisicamente nel Mediterraneo di 2500 anni fa, e navighiamo lungo le sue coste, incrociando sulle frequentate rotte marittime navi commerciali e militari. Basta scorrere i grandi pannelli che si dipanano lungo le pareti intervallati, agli angoli, a vetrine con oggetti significativi sui temi affrontati.

Le correnti marine nel Mediterraneo (foto Graziano Tavan)

La Corsica e le rotte di navigazione. Alalìa era un oppidum sulla costa nord-orientale della Corsica, organizzato come un emporion, cioè un porto aperto agli scambi marittimi su ampia scala. Se poi si studiano le correnti marine, si capisce subito che Alalìa non è nata lì per caso, ma per la sua posizione strategica: correnti specifiche portano facilmente verso Nord dal mar Ligure fino a oltre i Pirenei. La navigazione è anche guidata dai fari posti sui promontori, e Capo Corso – secondo Erodoto – era un “promontorio sacro” (hieron), in particolare Capo Sacru che controlla il canale di Corsica.

La posizione delle miniere e le rotte del commercio dei metalli nel VI sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

La ricerca dei minerali. Il rame (dal III millennio a.C.) e poi lo stagno (dal II millennio a.C.), necessario per realizzare il bronzo, sono al centro dei grandi flussi commerciali nel Mediterraneo. Nel Canale di Corsica e nelle Bocche di Bonifacio sono stati trovati molti relitti carichi di lingotti di rame e stagno. Nell’entroterra di Aleria (l’Alalìa romana) erano presenti miniere di rame. La metallurgia del ferro si diffonde nel Mediterraneo occidentale nel I millennio a.C. I ricchi giacimenti dell’isola d’Elba e del territorio di Populonia fanno del Tirreno settentrionale un grande polo industriale. L’intensa produzione di carbone da legna, necessario per la lavorazione del ferro, porta i Greci a chiamare l’isola d’Elba Aethalia (colei che fuma). La miglior qualità del minerale di ferro delle Colline Metallifere in Etruria e dell’isola d’Elba viene privilegiata a quello delle miniere corse, già sfruttate da secoli. Ciò porta a creare dei collegamenti privilegiati tra la Corsica e Populonia. Ma anche dalla Corsica alla Sardegna, ricca di rame.

Nave etrusca: particolare dell’affresco conservato all’intermo della Tomba della Nave a Tarquinia

Alalìa, un emporion in Corsica. Il Mediterraneo arcaico è un’area di grande mobilità. Il commercio si basa su una vera e propria rete di insediamenti, emporia, porti aperti a innumerevoli attori e intermediari. Le varie comunità possono avere un quartiere o una strada, a volte perfino il loro santuario. Alalìa è probabilmente un emporion di questo tipo, dove i Corsi sono in contatto con Etruschi, Greci e Fenici. Il trasporto marittimo avviene con imbarcazioni a forma arrotondata. Hanno una vela quadrata tessuta in lino, fissata su una trave orizzontale saldamente attaccata all’albero maestro. La nave etrusca della Tomba della Nave (Tarquinia) attesta la comparsa, nel VI sec. a.C., di un secondo albero verticale posto nella parte anteriore dell’imbarcazione per facilitare le manovre. L’onomastica della rosa dei venti, che i marinai usano ancora oggi, tradisce la sua origine antica, con il Mediterraneo centrale come punto di riferimento focale. Così il vento da Nord-Est viene dalla Grecia (è il Grecale), quello da Sud-Est dalla Siria (è il Sirocco), il vento da Sud-Ovest dalla Libia, nome antico dell’Africa (è il Libeccio). Ed infine il più forte e potente il Magister (Magistrale) che soffia come vento maestro da Nord-Ovest.

Lo stagno di Diana ad Aleria in Corsica che probabilmente fu il porto principale di Alalìa

I porti naturali della Corsica orientale. A Nord le piccole insenature di Capo Corso possono servire da rifugi sicuri durante la pericolosa traversata del Canale di Corsica. A Sud i golfi profondi di Porto Vecchio e Sant’Amanza, vicino alle Bocche di Bonifacio, sono siti portuali di qualità superiore. Al centro, all’altezza di Cerveteri e Vetulonia sul litorale opposto, la pianura è regolarizzata da un lido sabbioso che protegge molti stagni. Eccetto lo stagno di Diana, probabilmente il porto principale di Alalìa, i cui fondali superano i 30 metri, gli stagni sono generalmente poco profondi, e nei secoli si sono gradualmente prosciugati: come lo stagno del Sale, vicino a Aleria. O sono in fase di riempimento come lo stagno di Chjurlino, il più grande porto naturale dell’isola, dove, nel 1777, durante lo scavo di un canale, fu trovato il relitto del Golo (VII-VI sec. a.C.), che fortunatamente fu studiato prima della sua decomposizione per l’assenza di qualsivoglia forma di protezione. Lo scafo, 14,1 metri di lunghezza per 2,6 di larghezza, combinava la tecnica cucita a quella delle mortase e tenoni: ricorda le navi iberiche di influenza punica e greche di Marsiglia. Il relitto del Golo è il più antico documentato ad oggi e testimonia l’importanza dei siti portuali naturali della Corsica orientale. Questi golfi, insenature e stagni avevano, in epoca arcaica, rapporti diretti con i grandi porti etruschi di Caere, Tarquinia, Vulci, Vetulonia e Populonia, ma anche con quelli ellenici della Magna Grecia e della Sicilia, così come i porti fenici della Sardegna.

Una panoplia dal museo di Aleria in Corsica in mostra a Vetulonia: la machaira (grande spada a lama ricurva) italica all’elmo Negau di tipo etrusco (foto Graziano Tavan)

La ricostruzione di una trireme greca proposta nella mostra di Vetulonia (foto Graziano Tavan)

La guerra navale. La distinzione tra una nave da guerra e una mercantile inizia a metà del II millennio a.C. anche se le attività mercantili e militari rimangono strettamente connesse. Le navi da guerra sono caratterizzate da un rapporto ben superiore tra la lunghezza e la larghezza. Sono azionate da remi ed è la velocità la loro arma in quanto la lotta consiste nello sventrare l’imbarcazione nemica con uno sperone, pesante e robusto pezzo di bronzo affusolato posto nella parte anteriore della nave. Alcuni soldati, principalmente arcieri, sono posizionati su piccole piattaforme a prua e a poppa. L’attrezzatura dei soldati etruschi evolve al VI sec. a.C. con l’introduzione del casco conico del tipo “Negau” e della spada a lama curva (la machaira) insieme allo scudo rotondo, all’armatura che protegge il torace e il cuore (cardiofilax), ai gambali (cnemidi), alla lancia, al pugnale e all’arco. Le navi raffigurate sulle ceramiche permettono di identificare i pentecontori già all’VIII sec. a.C. coi loro 50 vogatori, 25 su ciascun lato. È la nave di Ulisse nell’Odissea oppure la nave di Argo che trasporta gli Argonauti. Intorno al 700 a.C. si evolve il sistema di navigazione ovvero si ha una nuova disposizione dei vogatori che sono posizioni su due livelli da ambo i lati. Quest’imbarcazione viene chiamata bireme. I pentecontori focei sono tra i più potenti. Erodoto descrive la partenza dei Focei dalla loro metropoli sotto la minaccia dei Persiani, nel contesto delle Guerre Persiane: nel 545 a.C. uomini della città, donne, bambini, con le loro statue, offerte e “tutto ciò che gli apparteneva” si imbarcano in direzione di Alalìa. La trireme corrisponde a un’altra evoluzione della navigazione alla fine del VII sec. a.C. È azionata da 170 vogatori che, probabilmente, erano ripartiti su tre livelli. Lunga 35 metri e larga 5,50 metri, era molto maneggevole grazie al suo basso pescaggio. La trireme diventa quindi la grande forza delle flotte elleniche.

Una delle tre pentecontere dipinte sul dinos di Exekìas conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma

La mappa della battaglia di Alalia, oggetto della mostra di Vetulonia

La battaglia di Alalìa. Molto attivi all’inizio del VI sec. a.C., i Focei fondano diversi emporia: prima Massalia (Marsiglia) nel 600 a.C. , poi dal 565 a.C. si stabiliscono ad Alalìa, un oppidum preesistente. Per approvvigionare i Focei, si stima fossero 15mila, servivano 10mila ettari di terreno a coltura. Con la presa della metropoli focea nel 545 a.C. da parte delle truppe persiane di Ciro, altri 500-1500 focei furono costretti all’esilio. Un piccolo numero, è vero, ma che mandò in crisi l’equilibrio raggiunto nello spazio tirrenico. Secondo Erodoto gli ultimi arrivati si alla pirateria e a incursioni “presso tutti i popoli vicini”. Di conseguenza le città marittime etrusche, preoccupate per la difesa delle loro aree di influenza diretta, organizzano con i loro alleati punici, saldamente stabiliti in Sardegna, una risposta militare che coinvolge rispettivamente 60 navi, i Focei ne oppongono altrettante 60. Così, nel 540 a.C. si svolge in mare, tra le Bocche di Bonifacio, Alalìa e Pyrgi, una delle più grandi battaglie del Mediterraneo nell’Antichità, che coinvolgerà 180 galere e oltre 14mila uomini, tutto ciò per il controllo di Alalìa.

Il sacrificio di prigionieri (in questo caso troiani) dipinto all’interno della tomba François a Vulci (foto museo della Badia Vulci)

Le conseguenze della battaglia di Alalìa. Le conseguenze immediate della battaglia di Alalìa sono catastrofiche per i Focei stabiliti in Corsica. Le tecniche di combattimento navale per immobilizzare le navi nemiche con potenti speroni spiegano il gran numero di prigionieri e i naufraghi recuperati dalle imbarcazioni ancora in grado di navigare. La maggior parte dei prigionieri focei appartiene ai capi di Agyla (nome greco di Caere-Cerveteri), che dimostra chiaramente il ruolo dominante di questa città nella coalizione etrusca. Sarebbero stati lapidati nel santuario di Monte Tosto, vicino alla città dove, da quel momento in poi, fenomeni nefasti avrebbero colpito i passanti. Gli abitanti di Agyla consultano allora la pizia di Delfi che ordina loro ricchi sacrifici e l’organizzazione di giochi rituali. I Focei sopravvissuti alla battaglia ritornano ad Alalìa e abbandonano rapidamente la Corsica. Imbarcano i loro figli, le loro mogli e tutto ciò che possono trasportare di quello che resta dei loro beni, a bordo delle venti navi sopravvissute alla battaglia, per prendere la direzione di Reghion e Hyele (Velia). Si stima che lasciano la Corsica 5mila Focei, cioè 1600 famiglie. Altra conseguenza, a più a lungo termine, è l’egemonia etrusca che si estende nello spazio tirrenico per sessant’anni. Con la battaglia di Imera (480 a.C.) in cui i Corsi partecipano a fianco di Cartaginesi, Iberi, Liguri, Elisichi e Sardi, emerge una nuova potenza, i Greci di Siracusa, introduce un nuovo equilibrio geopolitico. Dopo la vittoria navale di Cuma nel 474 a.C. contro gli Etruschi, i Siracusani si impongono come padroni assoluti del mar Tirreno.

La prima sala della mostra di Vetulonia “Alalia, la battaglia che ha cambiato la storia” con, al centro, il dinos di Exekias (foto Graziano Tavan)

Exekias me poiese (Exekias mi ha fatto). è la firma, rarissima, del grande vasaio e ceramografo sul dinos attico (foto Graziano Tavan)

“A rendere particolarmente preziosa questa prima stanza della mostra è la vetrina centrale in cui campeggia il celeberrimo dinos attico frammentato”, spiega l’architetto Luigi Rafanelli che ha curato l’allestimento, “che presenta sull’orlo interno del collo la raffigurazione di due pentecontere, il tipo di nave protagonista della battaglia di Alalìa, e, all’esterno del collo, la firma rarissima (se ne contano solo 14 in tutta la sua vasta produzione) di Exekias, il grande vasaio e ceramografo ateniese vissuto alla metà del VI sec. a.C., conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma e di ritorno dalla grande mostra in suo onore a Zurigo. Per la straordinaria qualità artistica delle sue opere, per la coincidenza temporale della sua realizzazione con la data della battaglia intorno al 540 a.C. e per l’eccezionale riproduzione delle navi da guerra, il vaso è stato assunto come logo della mostra”.

(2 – continua; il primo post è uscito il 17 ottobre 2019)

“Gli Ori di Vulci, dal sequestro al restauro”: in mostra a Roma l’eccezionale corredo funerario di una dama etrusca di 2700 anni fa, sequestrato ai tombaroli più di mezzo secolo fa e “riscoperto” nei depositi solo nel 2010

Il manifesto della mostra “Tesori per l'Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

Il manifesto della mostra “Tesori per l’Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

Trafugati, recuperati, dimenticati, ritrovati: sono ori lucenti, pendenti raffinati e preziosissimi scarabei ora al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma nella mostra “Tesori per l’Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro” risultato di una grande scoperta giunta però non da uno scavo sul terreno, ma dal museo. Successe sei anni fa. Era il 2010 quando gli archeologi aprirono delle casse “riemerse” nei depositi durante i lavori di riallestimento del museo Archeologico nazionale di Vulci al castello della Badia. E alla vista del contenuto strabuzzarono gli occhi: lì dentro c’era un vero e proprio tesoro, un corredo ricchissimo che doveva accompagnare nell’aldilà una qualche nobile etrusca di 2700 anni fa. Ma da dove proveniva quel tesoro eccezionale? “Tra la meraviglia degli archeologi”, ricorda Alfonsina Russo, soprintendente Archeologia per l’Etruria meridionale, “partirono le indagini, a suon di materiali d’archivio e testimonianze. Fino a risalire a un sequestro effettuato dai carabinieri a Ischia di Castro, nel Viterbese, nel giugno del 1962, quando monili e gioielli furono miracolosamente sottratti ai tombaroli”. Quel meraviglioso corredo doveva essere appartenuto alla cosiddetta Tomba degli Ori – denominazione non casuale -, una tomba trafugata dalla necropoli della Polledrara, proprio a Vulci, che nel VII sec. a.C. era una megalopoli straordinaria, estesa su oltre 100 ettari, dall’entroterra al mare, abitata da molte migliaia di persone (e per questo negli anni ’60 meta prediletta degli scavi clandestini). La necropoli della Polledrara comunque continua anche oggi a regalare scoperte straordinarie e, purtroppo, ad attirare tombaroli senza scrupoli. Proprio quest’inverno la necropoli vulcente ha restituito un altro preziosissimo tesoro appartenuto a una “principessa bambina” e ora al centro di una vasta campagna di scavi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/10/parco-archeologico-di-vulci-scoperta-nella-tomba-dello-scarabeo-doro-fine-viii-sec-a-c-inviolata-il-tesoro-di-una-principessa-etrusca-bambina-salvato-al-saccheggio-de/).

Dettaglio di una lamina in oro dal corredo della Tomba degli Ori di Vulci

Dettaglio di una lamina in oro dal corredo della Tomba degli Ori di Vulci

Un gioiello d'oro dal corredo sequestrato nel 1962 a Ischia di Castro

Un gioiello d’oro dal corredo sequestrato nel 1962 a Ischia di Castro

Se ora i gioielli della Tomba degli Ori – a più di mezzo secolo dal sequestro – risplendono nelle teche di Villa Giulia, è grazie al lavoro di restauro dell’ISCR e al contributo filantropico della Fondazione Paola Droghetti onlus, che dal 1998, attraverso il finanziamento di borse di studio a ex allievi o laureandi della Scuola di Alta Formazione dell’istituto, contribuisce al recupero e alla valorizzazione del patrimonio artistico e archeologico italiano. Per la progettazione dei supporti sono state impiegate le tecnologie 3D, mentre le analisi radiografiche e di fluorescenza dei raggi X hanno permesso all’Istituto superiore per la conservazione ed il restauro l’identificazione delle leghe di metalli, per lo più rivestite in oro. “I diversi materiali che compongono questo corredo funerario, metalli come l’oro, l’argento e il bronzo, ma anche ambra, pasta vitrea e faïence”, raccontano le restauratrici Irene Cristofari e Flavia Puoti, “hanno richiesto un approccio multidisciplinare e interventi conservativi differenziati”.

Uno degli scarabei in oro trovati nella Tomba degli Ori di Vulci

Uno degli scarabei in oro trovati nella Tomba degli Ori di Vulci

Appuntamento dunque al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma dove, nella sala 21, fino al 31 dicembre è aperta la mostra “Tesori per l’Aldilà. La Tomba degli Ori di Vulci. Dal sequestro al restauro”, realizzata in collaborazione con la soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria meridionale, l’Istituto superiore per la Conservazione e il restauro e la fondazione Paola Droghetti. Tra i pezzi più belli esposti, una sontuosa fibula da parata in lega d’oro, tre rari pendenti a disco in argento dorato con simboli astrali. E poi tre scarabei portafortuna incastonati in pendenti-sigillo di tipo siro-fenicio e un raffinato bracciale tubolare in argento decorato in filigrana d’argento dorata insieme a lamine finemente intarsiate e grandi vasi in bronzo realizzati da artigiani provenienti dal Mediterraneo orientale. Tutto a testimoniare l’alto rango della dama vulcente che ne era proprietaria e un significativo spaccato della composita temperie culturale che connotò Vulci nella prima Età Orientalizzante. Ecco quindi che la Tomba degli Ori, conclude Barbara Davidde Petriaggi, la coordinatrice del progetto, “nel restituirci un tesoro ci svela pure gli intensi scambi marittimi che gli Etruschi avevano con i Greci e i Fenici, spinti sulle coste del Lazio settentrionale dall’esigenza di attingere alle fonti di approvvigionamento di materie prime necessarie al progresso industriale e tecnologico”.

Parco archeologico di Vulci. Scoperto nella “tomba dello Scarabeo d’oro” (fine VIII sec. a.C.), inviolata, il tesoro di una principessa etrusca bambina salvato al saccheggio dei tombaroli. Ad aprile scavi sistematici nell’area vulcente con archeologi internazionali

Lo scavo d'emergenza della Tomba dello Scarabeo d'oro nella necropoli etrusca Mengarelli di Vulci

Lo scavo d’emergenza della Tomba dello Scarabeo d’oro nella necropoli etrusca Mengarelli di Vulci

La chiamano “archeologia d’emergenza”. E stavolta non solo è stata tempestiva, ma anche coronata di successo. Succede a Vulci lo scorso febbraio. Una tomba nel parco archeologico di Vulci è a rischio saccheggio da parte dei tombaroli. Il pronto intervento della soprintendenza insieme all’ente Parco di Vulci permette di salvare una tomba dagli scavatori clandestini, riportando alla luce un piccolo tesoro appartenente a una principessa bambina: il corredo di una inumazione intatta, datata all’Orientalizzante Antico, cioè tra la fine dell’VIII e l’inizio del VII secolo a.C., il periodo più antico dell’Etruria. Una scoperta importante che ha convinto un gruppo internazionale di archeologi ad avviare a Vulci una nuova campagna di scavo sistematica dal prossimo 4 aprile.

Il tesoro della principessa bambina: corredo funebre intatto della Tomba dello scarabeo d'oro nei laboratori della Fondazione Vulci

Il tesoro della principessa bambina: corredo funebre intatto della Tomba dello scarabeo d’oro nei laboratori della Fondazione Vulci

Lo scarabeo, di produzione egizia, incastonato in argento con foglia d’oro, che ha dato il nome alla tomba etrusca della fine VIII sec. a.C.

Lo scarabeo, di produzione egizia, incastonato in argento con foglia d’oro, che ha dato il nome alla tomba etrusca della fine VIII sec. a.C.

Gli oggetti rinvenuti a febbraio sono stati portati nel Laboratorio di Analisi e Diagnostica di Montalto di Castro e prontamente sottoposti a un accurato intervento di conservazione da parte dei restauratori della Fondazione Vulci che ora hanno ricomposto il risultato del microscavo di emergenza nella cosiddetta Tomba dello Scarabeo d’oro (dall’oggetto più importante rinvenuto) nella necropoli di Poggio Mengarelli all’interno del Parco Archeologico Naturalistico di Vulci: tomba a fossa con cassa (anche detta “sepoltura a cassetta”) in materiale tufaceo inviolata, con all’interno un sarcofago di una fanciulla, presumibilmente deceduta intorno ai 13-14 anni di vita, seppellita insieme al suo preziosissimo corredo funebre: una rara “torque” fenicia (sorta di girocollo in ambra), due scarabei egizi (uno dei quali splendido incastonato in argento con foglia d’oro), fibule e vasellame di rara fattura. Si tratta verosimilmente di gioielli che le sono stati regalati alla nascita e servivano a testimoniare il suo alto lignaggio nell’aldilà. Della principessa restano solo alcune ossa, avvolte in un prezioso telo. Gli approfondimenti antropologici del sarcofago hanno portato anche a formulare l’ipotesi che la defunta fosse una principessa etrusca, una dignitaria da collocare nella nascente aristocrazia etrusca.

Lo scavo di emergenza della Tomba dello Scarabeo d'oro a Vulci di Montalto di Castro (Viterbo)

Lo scavo di emergenza della Tomba dello Scarabeo d’oro a Vulci di Montalto di Castro (Viterbo)

“Con la Grande campagna di scavi vulcenti che partirà in aprile, a Vulci, si aprirà una nuova pagina dell’archeologia etrusca, considerando che i ritrovamenti vulcenti sono tra i più ricchi del patrimonio di quella civiltà”, sottolinea Alfonsina Russo, soprintendente per l’Etruria meridionale del Lazio, alla conclusione del microscavo col ritrovamento del “tesoro della principessa”. E l’archeologo Carlo Casi, direttore scientifico del Parco archeologico di Vulci: “All’epoca della tomba dello Scarabeo d’oro, cioè alla fine dell’VIII sec. a.C., Vulci era una megalopoli straordinaria, estesa su oltre 100 ettari, dall’entroterra al mare, abitata da molte migliaia di persone. La sua eccezionalità è che nulla è stato più edificato sopra quelle aree. Una vasta campagna di scavi non può quindi che portare a risultati di grande importanza internazionale”.

Etruria meridionale. Apre il santuario del Portonaccio di Veio (VII-V sec. a.C.), tra i più antichi e venerati d’Italia: pronto a ospitare anche i pellegrini della via Francigena diretto al Giubileo della Misericordia a Roma

L'area archeologica di Veio con il santuario del Portonaccio in una veduta dall'alto

L’area archeologica di Veio con il santuario del Portonaccio in una veduta dall’alto

Modellino del santuario del Portonaccio a Veio

Modellino del santuario del Portonaccio a Veio

Era tra i santuari più antichi e venerati d’Italia. L’area sacra dedicata a Menerva/Minerva, oggi nota come santuario del Portonaccio, sorgeva immediatamente fuori la città di Veio, in Etruria meridionale, su un ripiano tufaceo non vasto, a picco sul fosso della Mola. Era attraversato in tutta la sua lunghezza dalla via che conduceva dalla città di Veio al litorale tirrenico e alle famose saline veienti, il cui tracciato fu ricalcato in epoca romana dalla strada basolata ancora in parte conservata. E nel Medioevo il sito, dove nel frattempo era sorto il borgo di Isola Farnese, fu interessato dal passaggio della via Francigena, percorsa dai pellegrini che da Canterbury, in Inghilterra, attraverso la Francia e le Alpi raggiungevano la città eterna, Roma. E proprio per consentire una visita del santuario del Portonaccio ai numerosi pellegrini dei nostri giorni – che lungo la via Francigena raggiungeranno Roma per il Giubileo straordinario della Misericordia -, riapre l’area archeologica di Veio secondo i nuovi orari: martedì, mercoledì, venerdì, domenica e festivi dalle 8 alle 14; giovedì e sabato dalle 8 alle 16. Il biglietto intero avrà il costo di 2 euro, quello ridotto di 1 euro.

Particolare dell'Apollo di Veio proveniente dal santuario del Portonaccio

Particolare dell’Apollo di Veio proveniente dal santuario del Portonaccio

Pianta dell'area archeologica di Veio in Etruria Meridionale

Pianta dell’area archeologica di Veio in Etruria Meridionale

Il santuario è il risultato di una complessa vicenda, sia edilizia che cultuale, risalente ai primi decenni del VII secolo a.C., che raggiunge l’assetto finale intorno alla metà del V secolo a.C. La costruzione del tempio, voluta certamente dal re tiranno della città, sostituì precedenti strutture risalenti alla seconda metà del VII secolo a.C.: una sorta di casa-torre con vano di base seminterrato, adibita ad abitazione degli addetti al santuario, e successivamente (verso il 530 a.C.) una residenza riccamente ornata da fregi fittili raffiguranti, tra l’altro, l’apoteosi di Ercole. Il nucleo più antico, situato all’estremità orientale del ripiano, era legato al culto della dea Menerva, la latina Minerva, venerata sia nel suo aspetto oracolare che in quello di protettrice dei giovani e del loro ingresso nella comunità. In onore della dea, ricordata da iscrizioni votive accanto ad altre divinità (Rath=Apollo; Aritimi=Diana; Turan=Venere). Verso il 540-530 a.C., al posto di più antiche strutture murarie, furono eretti un tempietto a semplice cella con relativo grande muro di sostruzione del ripiano tufaceo costruito per regolarizzare la sommità del dirupo, un altare quadrato con bothros (fossa dei sacrifici), un portico e una gradinata di accesso dalla strada. Numerosi e pregiati gli ex voto in avorio, in bronzo, oltre a particolari ceramiche in bucchero, tra i quali spiccano quelli con dediche di personaggi importanti come Tolumnius, Vibenna, venuti da città lontane (Vulci, Castro, Orvieto) attirati dalla fama dell’oracolo di Menerva. Eccezionale lo splendido donario in terracotta policroma raffigurante l’apoteosi di Ercole, introdotto tra gli dei dell’Olimpo dalla sua protettrice Minerva, eseguito verso il 500 a.C. Nella parte occidentale del santuario fu eretto verso il 510 a.C. il tempio a tre celle di tipo tuscanico ornato dall’eccezionale apparato decorativo in terracotta policroma di cui facevano parte nel gruppo delle statue acroteriali, quelle di Apollo ed Ercole. Il tempio fu affiancato da una grande piscina, alimentata da un apposito cunicolo e da un vasto recinto retrostante che racchiudeva un bosco sacro. Il culto era quello di Apollo/Rath nel suo aspetto oracolare profetico ispirato al modello delfico, al quale si collegavano i riti di purificazione. Associato ad Apollo era Ercole, l’eroe divinizzato caro ai tiranni, e forse Giove/Tina, la cui immagine dovremmo supporre sul fastigio dell’edificio templare.

Il santuario di Minerva con il restauro che ne restituisce i volumi

Il santuario di Minerva con il restauro che ne restituisce i volumi

Apollo ed Eracle: statue in terracotta policroma

Apollo ed Eracle: statue in terracotta policroma

Oggi il tempio è visibile nella sua ricostruzione dalla sagoma dell’edificio sino al tetto, compresi altri particolari tra cui le decorazioni architettoniche e una statua di Apollo di 12 metri di altezza. Dall’ingresso degli scavi si giunge al santuario percorrendo un breve ma suggestivo tratto di basolato romano immerso nel verde. “Dalle iscrizioni”, spiegano gli archeologi, “sappiamo che il complesso templare era dedicato alla dea Minerva, ma è generalmente noto come santuario “di Apollo” per la bellissima statua fittile acroteriale (destinata a decorare il vertice del frontone del tempio) rappresentante il dio, attualmente conservata al museo nazionale di Villa Giulia”. Il santuario si componeva del tempio vero e proprio, di una piscina annessa, servita da una serie di cunicoli sotterranei, alcuni dei quali ancora ben visibili, e di una piazza, che a Est terminava in una larga piattaforma quadrangolare. In età post-classica nella collina furono aperte cave per ottenere materiale da costruzione le quali hanno provocato il collasso dell’area centrale del complesso; le strutture sono state quindi raccolte blocco per blocco dal fondo della cava e restaurate nella forma attuale.

Nuovi orari di apertura per l'area archeologica del santuario del Portonaccio a Veio

Nuovi orari di apertura per l’area archeologica del santuario del Portonaccio a Veio

“Il restauro del tempio”, continuano gli archeologi, “ha ricreato con una struttura leggerissima e affatto invasiva quelle che dovevano essere le dimensioni del tempio, consentendo una chiara comprensione della struttura ed anche della localizzazione delle decorazioni. Il ricchissimo corredo fittile, datato alle fine del VI sec. a.C. era composto di lastre di rivestimento, di affreschi su terracotta per le pareti della cella, di antefisse (ornamento in terracotta dei tetti degli edifici antichi, posto alle estremità delle tegole convesse) a testa gorgonica e a testa di menade, e soprattutto di bellissimi gruppi acroteriali, tra i quali il più famoso è sicuramente l’Apollo. Gli acroteri che decoravano il columen (trave centrale) del tetto a doppio spiovente del tempio, come anche le antefisse, sono tutte opere attribuibili ad un’unica bottega, probabilmente quella del famoso artista Vulca, noto dalle fonti latine come artista attivo a Roma nella decorazione del grande tempio di Giove Capitolino, voluto dal re etrusco Tarquinio il Superbo ed inaugurato nel 509 a.C.”. Soddisfatto Daniele Torquati, presidente del XV Municipio di Roma: “Ringrazio a nome dei cittadini del Municipio tutti gli attori che hanno voluto, portato avanti e ottenuto la valorizzazione dell’area archeologica di Veio, traguardo importante per residenti, visitatori e pellegrini in vista del Giubileo della Misericordia”.

Eccezionale scoperta a Vulci: nella necropoli etrusca dell’Osteria trovata la tomba intatta del “piccolo principe”, un bambino di 2500 anni fa con ricco corredo

La famosa tomba etrusca "della sfinge" alla necropoli dell'Osteria di Vulci

La famosa tomba etrusca “della sfinge” alla necropoli dell’Osteria di Vulci

La valorizzazione del parco archeologico e naturalistico di Vulci sembra essere nata sotto una buon stella. A Vulci, nella necropoli etrusca dell’Osteria, scoperta la tomba intatta di un bambino di 2500 anni fa già ribattezzata “del piccolo principe” per le probabili connessioni familiari con la vicina e molto famosa tomba principesca “della sfinge”. Grazie ai lavori del Por (Progetto operativo regionale) Comune, Regione Lazio e Soprintendenza per i beni archeologici dell’Etruria Meridionale stanno infatti portando avanti lo studio e la valorizzazione della necropoli dell’Osteria con l’obiettivo preciso di rilanciare il parco archeologico e naturalistico di Vulci. Così se un anno fa gli archeologi esultarono per l’eccezionale scoperta della “tomba delle mani d’argento” (ricordate? Ne abbiamo parlato nel post di archeologiavocidalpassato del 14 maggio 2014. Per intenderci è quella in mostra in questi giorni al museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma, e da luglio “tornerà a casa” impreziosendo le sale espositive del museo al Castello della Badia di Vulci), ora si applaude per un’altra tomba etrusca scoperta nella necropoli dell’Osteria, quella di un bambino, che fin da subito ha dato l’idea dell’eccezionalità.

Gli archeologi esaminano la toma del bambino alla necropoli dell'Osteria a Vulci

Gli archeologi esaminano la toma del bambino alla necropoli dell’Osteria a Vulci

Quindi ancora una volta a Vulci torna protagonista la necropoli etrusca dell’Osteria, a un tiro di schioppo dal Castello della Badia di Vulci dove sono raccolte importanti testimonianze della città etrusca di Vulci: dal IX secolo a.C. all’età romana la necropoli è stata utilizzata per sepolture di famiglie aristocratiche, e dal ‘700 è stata oggetto di interventi di scavo non sempre condotti con quelli che oggi sono considerati criteri scientifici irrinunciabili, ma la stessa necropoli – proprio per la sua ricchezza – ha subito nei secoli anche violazioni e saccheggi. Qui, nella primavera del 2013, è stata scoperta la “tomba delle mani d’argento” che fa parte di un gruppo di sepolture aristocratiche come la “tomba della sfinge”, nota per aver restituito esempi di scultura funeraria e la “tomba dei soffitti intagliati”.

Lo scavo della tomba etrusca di un bambino detta "del piccolo principe" a Vulci

Lo scavo della tomba etrusca di un bambino detta “del piccolo principe” a Vulci

Gli archeologi stavano proprio intervenendo a salvaguardia della famosa tomba principesca “della sfinge”, con la sistemazione di una tettoia di copertura, quando una nuova scoperta li ha colti di sorpresa: una sepoltura a camera, trovata così come è stata sigillata dagli antichi etruschi, e contenente un ricco corredo in buono stato di conservazione datato al 520 a.C., che comprende anche un servizio da mensa e da vino, riferibile al rito del banchetto funerario. Adiacente alla tomba “della sfinge” è stato trovato un piccolo dromos con un vestibolo, su cui si prospettano due camere, una delle quali contenente oggetti che fanno parte di un corredo appartenente a un giovane morto probabilmente all’età di 10 anni. All’interno della camera gli studiosi hanno rinvenuto il corredo del defunto: oggetti di bucchero e di impasto, una piccola ascia, una lancia e un coltello in ferro, più una serie di oggetti in bronzo tra cui due coppe in ceramica di pregiata fattura con decorazioni dipinte. Tra le immagini raffigurate, con molta probabilità, anche una piccola sfinge. Gli studiosi ritengono che quest’ultimo ritrovamento abbia vincoli di parentela con la tomba principesca vista la stretta vicinanza al singolare dromos lungo 27 metri.

Nella tomba "del piccolo principe" a Vulci trovato anche un ricco corredo

Nella tomba “del piccolo principe” a Vulci trovato anche un ricco corredo

A far pensare che si tratti della sepoltura di un bambino è stato il rinvenimento di ossa di piccole dimensioni. “Potrebbe trattarsi di una persona di dieci anni”, dice la soprintendenteAlfonsina Russo Tagliente, “ma aspettiamo l’esito delle analisi antropologiche per confermare il sesso e l’età”. “Poi, sul pavimento, abbiamo rinvenuto dei fori che seguono una forma rettangolare al centro della cella”, continua la soprintendente. “È suggestivo pensare che lì fosse collocato un letto funebre, ma mancano gli altri resti organici”. In ogni caso, per adesso la sepoltura è stata soprannominata “del piccolo principe”, anche perché, data la vicinanza con la tomba della Sfinge, si ipotizza che possa appartenere a un membro della famiglia principesca. Inoltre “sul vestibolo rettangolare nella cui parete di fondo si aprono due celle”, continua Russo Tagliente, “dove erano posti numerosi oggetti tra cui un’ascia, una lancia, un coltello, alcuni oggetti in bronzo e in ceramica, e anche una piccola sfinge”.

Lo scavo della tomba "del piccolo principe" rientra nel progetto del parco archeologico di Vulci

Lo scavo della tomba “del piccolo principe” rientra nel progetto del parco archeologico di Vulci

“L’antica necropoli dell’Osteria”, insiste Sergio Caci, sindaco di Montalto di Castro, “è un luogo straordinario ed è sicuramente un grande attrattore culturale turistico che insieme al resto del parco di Vulci rende il nostro territorio ancor più prestigioso. Grazie ai lavori finanziati dalla Regione Lazio, con la collaborazione del ministero dei Beni culturali, e grazie alla stretta partecipazione della soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale – conclude-, stiamo completando l’area della necropoli realizzando un percorso turistico accessibile, anche ai disabili”.

 

Le mani d’argento del principe etrusco scoperte nella tomba di Vulci sono tornate a brillare nella mostra a Villa Giulia di Roma

La mostra “Principi immortali. Fasti dell'aristocrazia etrusca a Vulci” al museo Etrusco di Villa Giulia a Roma

La mostra “Principi immortali. Fasti dell’aristocrazia etrusca a Vulci” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

È passato solo un anno dalla scoperta della monumentale tomba etrusca “delle mani d’argento” alla necropoli dell’Osteria di Vulci, alle porte di Montalto di Castro, e il suo prezioso corredo, databile intorno al 640-620 a.C., è già fruibile al grande pubblico nella mostra “Principi immortali. Fasti dell’aristocrazia etrusca a Vulci”, aperta fino al 29 giugno al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. La mostra, curata da Simona Carosi e Patrizia Petitti, presenta per la prima volta l’eccezionale ritrovamento venuto alla luce in occasione di uno scavo condotto nell’ambito di un intervento di valorizzazione avviato grazie a un finanziamento europeo concesso dalla Regione Lazio, nella necropoli dell’Osteria a Vulci.

La necropoli etrusca dell'Osteria a Vulci, utilizzata dal IX sec. a.C. all'epoca romana

La necropoli etrusca dell’Osteria a Vulci, utilizzata dal IX sec. a.C. all’epoca romana

La necropoli etrusca dell’Osteria è a un tiro di schioppo dal Castello della Badia di Vulci dove sono raccolte importanti testimonianze della città etrusca di Vulci: dal IX secolo a.C. all’età romana la necropoli è stata utilizzata per sepolture di famiglie aristocratiche, e dal ‘700 è stata oggetto di interventi di scavo non sempre condotti con quelli che oggi sono considerati criteri scientifici irrinunciabili, ma la stessa necropoli – proprio per la sua ricchezza – ha subito nei secoli anche violazioni e saccheggi. Qui, nella primavera del 2013, è stata scoperta la “tomba delle mani d’argento” che fa parte di un gruppo di sepolture aristocratiche come la “tomba della sfinge”, nota per aver restituito esempi di scultura funeraria e la “tomba dei soffitti intagliati”.

Le mani in lamina d'argento con foglia d'ora sulle unghie di tre dita: appartenevano a uno sphyrelaton

Le mani in lamina d’argento con foglia d’ora sulle unghie di tre dita: appartenevano a uno sphyrelaton

Un morso di cavallo trovato nella tomba "delle mani d'argento" a Vulci

Un morso di cavallo trovato nella tomba “delle mani d’argento” a Vulci

Una preziosa fibula scoperta nella tomba "delle mani d'argento" a Vulci

Una preziosa fibula scoperta nella tomba “delle mani d’argento” a Vulci

Anche la “tomba delle mani d’argento” non è sfuggita in antico alle avide mani dei tombaroli. Ma la sua eccezionalità rimane. È una tomba monumentale, appartenuta a personaggi di rango principesco, articolata in un lungo corridoio di accesso (il cosiddetto “dromos”) che immetteva in un atrio a cielo aperto sul quale si aprivano tre camere funerarie che contenevano i resti di almeno tre individui. Lo scavo ha restituito ceramiche locali e d’importazione, buccheri e set da vino, frammenti di lamine di bronzo, elementi in ferro appartenuti a un piccolo carro, un paio di morsi di cavallo in bronzo decorati a giorno con teorie di cavalli e uccelli, e le rare e fragilissime “mani d’argento”, che hanno dato il nome alla tomba, realizzate con una lamina in una lega di argento e rame lavorata a sbalzo, con una leggera foglia d’oro applicata sulle unghie di tre dita.  Le due mani dovevano appartenere a una statua (uno sphyrelaton, statua funeraria in più materiali) di due metri, un simulacro quindi del defunto, fatto di legno, stoffa, mani d’argento, collo in osso, ricoperto da una veste decorata con placchette in oro e da un mantello di lana finissima illuminato da minuscoli bottoncini dorati. Un’immagine di forte valore simbolico, una specie di rappresentazione del defunto tesa a “sostituire la fisicità dissolta e a mimare la vita passata reale e quella futura nell’Aldilà”, precisa la soprintendente dell’Etruria meridionale Alfonsina Russo Tagliente. Queste statue infatti accompagnavano nel rituale funerario gli esponenti di alto rango della società vulcente con l’intento di compensarne simbolicamente la perdita della corporeità e farli assurgere, sublimandone la morte, ad una dimensione ormai eroica ed immortale. Vulci e il suo territorio hanno restituito nel tempo altri esempi di statue: quelli di Marsiliana d’Albegna, assieme a quelli della “tomba del carro di bronzo”di Vulci in esposizione permanente al museo Etrusco di Villa Giulia, provengono da contesti ricostruibili e si datano tra gli inizi ed il secondo quarto del VII secolo a.C.

Lo scarabeo-sigillo con il cartiglio in faience con il cartiglio del faraone Bocchoris (XXIV dinastia)

Lo scarabeo-sigillo con il cartiglio in faience con il cartiglio del faraone Bocchoris (XXIV dinastia)

Nell’esposizione sono presenti altri elementi legati alla statua, in particolare numerosi oggetti di ornamento posti a decorare  le vesti funebri cerimoniali. Indicano l’altissimo rango dei defunti anche alcuni finimenti di cavallo e resti di un carro. Le scoperte più importanti sono avvenute nell’ambiente principale della “tomba delle mani d’argento”. Qui sono stati trovati oggetti preziosi, ornamenti in oro e argento, fibule, anelli, ganci, collane in oro, pasta vitrea, faïence. E quasi duemila bottoncini in bronzo rivestiti in oro che dovevano ornare il mantello della defunta. Su una fibula è stato rinvenuto il frammento di un tessuto di lana, una vera novità. La presenza di ambra del Baltico fa pensare a rapporti con il lontano Nord, mentre dall’Egitto viene sicuramente il piccolo scarabeo-sigillo egizio, simbolo della rinascita del dio Sole,  in faïence, rinvenuto in una zona vicina riservata al rituale funerario, che riporta il cartiglio regale col prenome del faraone Bocchoris, sovrano della XXIV dinastia, che regnò per soli sei anni alla fine dell’VIII sec. a.C.

Le due mani d'argento trovate nella tomba di Vulci in mostra a Villa Giulia a Roma

Le due mani d’argento trovate nella tomba di Vulci in mostra a Villa Giulia a Roma

Sergio Caci, sindaco di Montalto di Castro; Francesco Barracciu, sottosegretario; Alfonsina Russo Tagliente, soprintendente

Sergio Caci, sindaco di Montalto di Castro; Francesca Barracciu, sottosegretario; Alfonsina Russo Tagliente, soprintendente dell’Etruria Meridionale

La mostra, allestita al piano nobile di Villa Giulia, nelle sale dei Sette Colli e delle Quattro Stagioni, raccoglie 80 reperti, tutti analizzati e restaurati, e ricostruisce la struttura originaria della tomba, con il corridoio di accesso (dromos) e le tre camere funerarie piene di monili, ceramiche e resti di un carro. “Sono state ricostruite le camere sepolcrali con gli oggetti rinvenuti nel terreno così come si trovavano”, spiegano le curatrici. Gli oggetti preziosi sono esposti nelle bacheche. Accanto pannelli bilingue raccontano la storia del sito e del ritrovamento. Una grande mappa illustra le vie dei commerci nel Mediterraneo. In una sala didattica è possibile sperimentare anche la tessitura a telaio. “A questa mostra”, commenta il sottosegretario del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, Francesca Barracciu, “va un doppio plauso, perché presenta una scoperta a tempo di record in un paese in cui spesso i depositi dei musei sono stracolmi di materiali che attendono solo di essere mostrati, e per la felice collaborazione tra ministero, enti locali e soprintendenze. È poi ora di smetterla – aggiunge – con queste ‘guerre di religione’ contro i privati e, anzi, si deve promuovere il mecenatismo in percorsi virtuosi che nulla hanno a che fare con la mercificazione della cultura. Su questo asset dobbiamo puntare per scalare nuovamente la classifica dei paesi più visitati al mondo”. Intanto gli studi attorno alla “tomba delle mani d’argento” continuano per stabilire un inquadramento scientifico completo. Gli archeobotanici – ad esempio – hanno scoperto quali erano nel rituale funebre i tipi di legno e le offerte utilizzati per la cremazione (che convive nella tomba anche col rito dell’inumazione). Cipresso, quercia, leccio e poi uva, fave, orzo, frumento, canapa, ma anche fiori appariscenti come narcisi, astri, margherite, papaveri.

Il Castello della Badia di Vulci a Montalto di Castro, che ospita il museo etrusco

Il Castello della Badia di Vulci a Montalto di Castro, che ospita il museo etrusco

La mostra consente al pubblico di compiere un viaggio nel tempo tra i misteri dei principi etruschi; un viaggio affascinante che potrà proseguire visitando il parco archeologico-naturalistico di Vulci e i luoghi incontaminati dell’antica città etrusca, dove il connubio tra natura e cultura è ancora in grado di comunicare emozioni indimenticabili. La mostra è proprio un invito a visitare il parco archeologico naturalistico di Vulci e il museo della Badia dove la mostra sarà esposta in autunno. In occasione del semestre di presidenza italiano, per promuovere l’affascinante civiltà etrusca è prevista poi una trasferta a Bruxelles, importante palcoscenico internazionale.

 

 

“Seduzione etrusca”: a Cortona i tesori del British Museum. In mostra 40 capolavori in prestito da Londra per la prima volta

A Palazzo Casali di Cortona è aperta la mostra "Seduzione etrusca" fino al 31 luglio

A Palazzo Casali di Cortona è aperta la mostra “Seduzione etrusca” fino al 31 luglio

La passione per l’antico e per gli Etruschi nel mondo anglosassone e la moda del Grand Tour; un giovane rampollo dell’aristocrazia inglese Lord Thomas Coke, appassionato di Tito Livio, costruttore di Holkham Hall e dal 1744 primo conte di Leicester; il manoscritto Dempster scritto in latino quasi un secolo prima e rinvenuto fortuitamente presso un antiquario fiorentino nel 1719; la corte dei Medici impegnata a rinnovare il mito delle sue origini; le prime campagne di scavo e l’eco delle grandi scoperte etrusche; un’impresa editoriale durata sette anni e la figura di Filippo Buonarroti, erudito, archeologo dilettante, collezionista e ministro ducale: nasce in questo clima effervescente l’etruscologia, lo studio e la moda per gli Etruschi che infiamma l’Europa a partire dal XVIII secolo; con i loro misteri, la loro arte, i tesori ancora nascosti nelle viscere della terra, nel cuore dell’Italia. A Cortona, fino al 31 luglio, a Palazzo Casali, sede del Maec, la mostra-evento “Seduzione etrusca. Dai segreti di Holkham Hall alle meraviglie del British Museum” ricostruisce proprio la nascita dell’etruscologia moderna nel XVIII secolo e la passione degli anglosassoni e dell’Europa per gli Etruschi attraverso dipinti, disegni, reperti archeologici, documenti e oggetti: prestiti eccezionali per la prima volta in Italia dal British Museum e dalla residenza di Holkham Hall e i più noti capolavori etruschi accostati ai disegni originali del “De Etruria Regali”.

Uno dei disegni originali del "De Etruria Regali" ritrovato in un corridoio d'attico di Holkham Hall

Uno dei disegni originali del “De Etruria Regali” ritrovato in un corridoio d’attico di Holkham Hall

La miccia che farà esplodere la “passione per gli Etruschi” – come racconta la mostra cortonese nel suo percorso espositivo – è la pubblicazione a Firenze, finanziata proprio da Lord Coke, del “De Etruria Regali libri VII” di Thomas Dempster. Siamo nel 1726 e sarà il primo libro a stampa completato da un corredo iconografico delle principali opere etrusche in Italia. A Cortona, l’anno successivo la pubblicazione del “De Etruria Regali” nasce, sull’onda dell’interesse esploso, la prima Accademia di studi etruschi in Europa – l’Accademia Etrusca di Cortona – alla quale si iscriveranno i maggiori intellettuali del tempo, da Montesquieu a Voltaire, e moltissimi inglesi. Quasi 300 anni più tardi, il ritrovamento dei disegni originali e delle lastre di rame incise per il volume – in un corridoio d’attico di Holkham Hall, straordinaria residenza fatta erigere in Norfolk dal conte di Leicester – e la recentissima scoperta di nuovi documenti sulla pubblicazione del “De Etruria”, hanno fornito l’occasione di questa mostra storica e forse irripetibile. Un’esposizione che a Cortona – e la scelta, si capisce, non è stata casuale – rievoca quel clima, ripercorre e svela l’avventura di un uomo e la sua passione, descrive i legami tra il mondo anglosassone e l’Italia tra Sette e Ottocento, indaga la seduzione degli Etruschi in Gran Bretagna e il gusto all’etrusca, mostra per la prima volta al pubblico alcuni “capolavori simbolo” di quell’antico popolo. E a Cortona, una politica attenta di scavi, ricerche, restauri e musealizzazione, perseguita con tenacia negli ultimi vent’anni, ha portato oggi ad avere un sistema archeologico a ciclo completo – Parco, gabinetto di restauro, Museo – assolutamente all’avanguardia.

Il suggestivo allestimento della mostra "Seduzione etrusca" a Cortona

Il suggestivo allestimento della mostra “Seduzione etrusca” a Cortona

E veniamo alla mostra. “Seduzione etrusca”, curata da Paolo Bruschetti, Bruno Gialluca, Paolo Giulierini, Suzanne Reynolds e Judith Swaddling, è promossa dal museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona (Maec), dal British Museum e da Holkham Hall, con il sostegno della Regione Toscana e la collaborazione di tanti musei italiani che hanno prestato opere uniche e, in particolare, della soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. La mostra è accompagnata da un catalogo di grande respiro (edito da Skira), che costituirà una pietra miliare negli studi in questo campo per i tanti documenti inediti proposti. A Palazzo Casali di Cortona sono esposte 150 opere che rievocano la passione per gli Etruschi, descrivono i legami tra il mondo anglosassone e l’Italia tra Sette e Ottocento, indagano la seduzione degli Etruschi in Gran Bretagna e il gusto all’etrusca, presentando per la prima volta al pubblico alcuni capolavori simbolo di quell’antico popolo: come l’Arringatore e il Putto Graziani e le meraviglie etrusche confluite nelle raccolte del British Museum di Londra in tre secoli di collezionismo, contese e acquisizioni. È un nucleo di oltre 40 opere prestate dal grande museo londinese per la prima volta al mondo, in questa eccezionale occasione.

Gorgone da Chiusi (VI secolo a.C.) oggi al British Museum: in prestito a Cortona

Gorgone da Chiusi (VI secolo a.C.) oggi al British Museum: in prestito a Cortona

“La mostra Seduzioni etrusche. Dai segreti di Holkham Hall alle meraviglie del British Museum”, spiegano Paolo Bruschetti, Paolo Giulierini, Andrea Mandara e Francesca Pavese, che hanno curato l’allestimento, “lega in modo ancora più stretto rispetto alle grandi esposizioni degli anni passati la manifestazione espositiva al MAEC-Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona. Infatti, per una precisa scelta culturale degli organizzatori, si è voluto allestire la mostra non solo nelle sale normalmente destinate ad accogliere mostre temporanee, ma nelle stesse sale del Museo, in molti casi proprio nelle vetrine che normalmente ospitano la raccolta permanente. Tale scelta è stata dettata in particolare dalla natura stessa dell’esposizione: un viaggio nel tempo alla scoperta di influenze italiche sulla cultura britannica percorrendo le strade del collezionismo settecentesco”. E così nella prima sezione della mostra sono presentati gli esiti del grand tour condotto da Thomas Coke, giovane rappresentante dell’aristocrazia britannica verso la terra d’Italia, come era d’uso nel Settecento per completare l’educazione umanistica giovanile. “Fu lui poi a dare inizio alla costruzione della propria residenza inglese Holkham Hall e a porre le basi delle ricche collezioni d’arte ancora oggi in quelle sale conservate e alcune delle quali in quest’occasione concesse in mostra a Cortona. Durante quel soggiorno il giovane Coke acquistò a Firenze il manoscritto del De Etruria Regali, che dopo alterne vicende fu dato alle stampe grazie alla collaborazione con Filippo Buonarroti. Costui, grande collezionista e impegnato uomo politico, fu Lucumone perpetuo dell’Accademia Etrusca appena formata. L’edizione del volume fu quindi la premessa per una stagione di grandi studi e ricerche che portarono alla nascita della moderna disciplina etruscologica, in una fase di assoluto predominio della visione classica dell’archeologia”.

Askos a forma di Anatra da Vulci (350-325 a.C.) prestato dal British Museum a Cortona

Askos a forma di Anatra da Vulci (350-325 a.C.) prestato dal British Museum a Cortona

Nella seconda sezione della mostra sono esposti materiali di assoluto prestigio, concessi in prestito dal British Museum. A partire dall’uscita del primo libro sugli Etruschi esplode la seduzione di questo popolo antico per il mondo anglosassone, in molti campi dell’arte, dell’arredo, del collezionismo, fino alla formazione di un formidabile nucleo di materiali etruschi nel British Museum. Testimoniano tale periodo oltre 50 spettacolari reperti provenienti dal grande museo di Londra, ordinati secondo la provenienza: Prato, il lago degli idoli del Falterona, Arezzo, Lucignano, Cortona, Sarteano, Chiusi, Perugia, Orvieto, Bolsena e Vulci. Si tratta di una completa campionatura dell’arte etrusca nel campo della ceramica, oreficeria, scultura a tutto tondo, bassorilievo, bronzistica, accompagnata anche da una serie di disegni ottocenteschi relativi agli stessi materiali. “Parte della collezione etrusca del British Museum – continuano – dialoga in mostra con le collezioni etrusche raccolte a Cortona, non a caso nelle stesse sale del Museo dell’Accademia Etrusca, anche questa, istituzione culturale, che fino dall’inizio della sua attività raccolse una serie assolutamente eterogenea di oggetti, rappresentativi della cultura artistica di ogni epoca storica, bloccando così la dispersione verso musei e collezioni straniere di tutto ciò che esisteva o veniva scoperto nel territorio cortonese. Forse proprio per questo motivo sia oggi, che nelle mostre precedentemente organizzate con i maggiori musei europei al MAEC, sono pochi i materiali provenienti da Cortona, ciò non è quindi motivo di rammarico ma di orgoglio per la funzione di tutela e di arricchimento del patrimonio locale svolte nel tempo dall’Accademia Etrusca di Cortona”.

La copia della Chimera dal museo archeologico di Firenze troneggia in mostra

La copia della Chimera dal museo archeologico di Firenze troneggia in mostra

Uscendo nel cortile interno, si sale il monumentale scalone che reca al piano nobile del Palazzo e si giunge alla sala dei Mappamondi. “La mostra si articola a partire dalla sala Medicea del MAEC, nella galleria dei mappamondi, nelle sale Tommasi fino a trovare il suo culmine nella sala del Biscione, dominata dalla presenza della statua dell’Arringatore, dalla copia della Chimera e da una grande statua chiusina in pietra fetida. I materiali del museo, per accogliere quelli temporaneamente in mostra, sono solo in parte spostati, ma nella maggior parte dei casi restano al loro posto, ad indicare la vicinanza e il dialogo concettuale fra esposizione temporanea e collezione permanente”. Concludono la rassegna due vasi a testa umana di ceramica Wedgwood, fabbrica inglese che dalla metà dell’Ottocento imita quella etrusca, e una selezione di materiali dell’Accademia Etrusca, nata nel 1727, un anno dopo l’uscita del De Etruria Regali, che hanno rapporti culturali e antiquari con il mondo britannico e, in particolare, con la Società degli Antiquari di Londra: medaglie e quadri d’epoca che raffigurano accademici o lucumoni inglesi, doni librari di personaggi inglesi all’Accademia.