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Il nuovo museo Archeologico di Altino (Venezia) prende forma: venerdì 12 si inaugura il nuovo edificio, e per un giorno si visitano gli spazi che apriranno nel giugno 2015

Il grande edificio che viene inaugurato e che ospiterà il nuovo museo Archeologico nazionale di Altino (Venezia)

Il grande edificio che viene inaugurato e che ospiterà il nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

Il grande progetto “Da Altino a Torcello. Archeologia, ambiente e storia della Laguna Nord di Venezia” prende forma venerdì 12 dicembre: la pre-apertura del nuovo museo nazionale Archeologico di Altino durerà solo un giorno per chiudere subito dopo e riaprire a giugno, una volta completato l’allestimento del primo lotto espositivo. Ma la cerimonia se pur breve di venerdì, con l’inaugurazione del nuovo edificio museale di Altino e la presentazione del progetto di restauro e del progetto del nuovo allestimento, darà il via ufficialmente a quel percorso virtuoso – condiviso con il pubblico – che porterà appunto nel prossimo giugno 2015 all’apertura del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino, destinato a diventare “non solo contenitore/comunicatore degli oggetti simbolo di Altino e della Laguna Nord, ma anche grande polo culturale, attrattore e catalizzatore di tutte le istanze collegate alla conoscenza, alla tutela e alla valorizzazione dell’intero comparto territoriale”, parola di Ugo Soragni, direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Veneto, e di Vincenzo Tiné, soprintendente per i Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tiné. Dopo vent’anni (dieci dei quali impiegati nello scavo del santuario protostorico – il più antico nucleo della futura città – scoperto proprio nello spazio destinato al nuovo museo) si sono infatti conclusi i complessi e articolati lavori di ristrutturazione e adeguamento funzionale del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino (la Venezia prima di Venezia). “Finalmente questo straordinario sito, uno dei più importanti della romanità cisalpina e un caso storico-archeologico di rilevanza internazionale, dispone di una sede idonea ad ospitare gli ingenti lotti di materiali provenienti da secoli di collezionismo e ricerca scientifica”.

Il progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino annesso al sito archeologico

Il progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino annesso al sito archeologico

L'ingresso di quello che ora è il vecchio museo Archeologico di Altino

L’ingresso di quello che ora è il vecchio museo di Altino

L’idea del nuovo museo. L’attuale sede del museo Archeologico nazionale di Altino era da tempo considerata inadeguata a conservare, fare conoscere e divulgare la storia archeologica del territorio altinate. Per questo è stata pensata una nuova struttura “idonea a soddisfare le crescenti esigenze espositive e gestionali del patrimonio culturale, la cui costruzione si accompagna a un riallestimento della parte esistente”. Il nuovo complesso architettonico, realizzato su un’area demaniale in località “La Fornace” nel comune di Quarto d’Altino (Venezia), consisterà in due edifici rurali restaurati e in tre nuovi corpi di fabbrica, diventando, per estensione, numero e qualità dei servizi offerti, il primo museo archeologico del Veneto. Il progetto, elaborato dalla direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Veneto, è stato concepito in modo da assicurare la continuità alla narrazione espositiva, la differenziazione dei percorsi (pubblico, dipendenti del museo, gestori dei servizi aggiuntivi), la visibilità delle persistenze archeologiche, lo svolgimento di attività collaterali (mostre, spettacoli teatrali, concerti, installazioni). “I visitatori – spiegano in soprintendenza – saranno in grado di percepire il percorso che dal loro rinvenimento conduce all’esposizione delle testimonianze archeologiche del passato, familiarizzandosi con quei passaggi, tecnici e amministrativi, che consentono al reperto di divenire bene culturale oggetto di godimento pubblico e parte integrante di un processo scientifico-informativo di grande rilevanza”.

Altino romana era in una posizione strategica all'incrocio della via Annia e della via Claudia Augusta

Altino romana era in una posizione strategica all’incrocio della via Annia e della via Claudia Augusta

Monumento funerario romano conservato ad Altino

Monumento funerario romano conservato ad Altino

Altino e l’Altinate. Le prime tracce di frequentazione umana sembrano risalire al VII millennio a.C., ma è con l’età del Ferro (I millennio a.C.) che si forma un primo insediamento stabile. Occorre, però, giungere al V secolo a.C. per trovare uno stanziamento sul territorio di una certa consistenza posto tra il fiume Zero e il canale Siloncello, in prossimità di quella che sarà l’arteria romana principale, la via Annia, realizzata nel 131 a.C. Lo sviluppo e la fortuna della città sono dovuti anche alla posizione geografica limitrofa alla laguna e, quindi, al mare, nonché ai numerosi corsi d’acqua che costituirono una vera e propria rete di trasporto e di scambio commerciale. Il porto, probabilmente situato in località Montiron, conferma la funzione di interscambio tra il traffico terrestre e quello acqueo-marittimo-lagunare. Le notevoli capacità tecnico-costruttive acquisite nell’organizzazione dei territori conquistati suggerirono ai Romani di costruire la via Annia e parte della Claudia Augusta rialzate su un terrapieno, in considerazione delle escursioni di marea e del regime variabile dei corsi d’acqua. Il tessuto abitativo e l’impianto viario, delineati già alla metà del I secolo a.C., trovano naturale completamento nella centuriazione che si va estendendo a Nord della città, fra il Muson e il Sile, al confine con quelle di Padova, Asolo e Treviso: a partire dall’anno 89 a.C. e per circa un cinquantennio si realizza la trasformazione da abitato paleoveneto a città romana. Pochi anni dopo Altino diviene municipio e viene iscritta alla tribù “Scaptia”. La maggiore espansione di Altino è da collocare agli inizi del I secolo d.C.: le numerose campagne di scavo promosse e fatte eseguire dalla soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto hanno portato alla luce numerose strutture edilizie della città e della necropoli, oltre a innumerevoli reperti. È in questo periodo che Altino assume il ruolo di importante scalo fluviale e marittimo dell’Adriatico, assolvendo soprattutto alla funzione di smistamento del traffico commerciale tra il Nord e il Mediterraneo. Con il II secolo d.C. si assiste ad una lenta, ma inarrestabile, decadenza economica e culturale di Altino. A partire, poi, dal IV secolo d.C. diviene sede vescovile con la costruzione di chiese e sacelli. E durerà fino al VII secolo d.C. quando, con la caduta della città per mano longobarda, e la maggior parte della popolazione che si spostava sulle isole dell’estuario, territorio ritenuto più sicuro, l’episcopio venne trasferito a Torcello.

Veduta assonometrica del progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

Veduta assonometrica del progetto del nuovo museo Archeologico nazionale di Altino

Un museo strategico. La posizione geografica dell’area demaniale destinata ad accogliere il nuovo museo archeologico, il cui valore strategico era stato compreso e abilmente sfruttato in epoca romana, consente collegamenti reali e possibili per terra, per acqua e per aria. L’area museale, posta in prossimità dell’asse viario Padova-Venezia-Treviso, è collegata alla rete viaria, stradale e autostradale, che conduce a Udine, a Trieste e al confine da un lato, e all’entroterra veneto dall’altro. Il sistema fluviale, attualmente sottoutilizzato (vi è un solo collegamento da Portegrandi a Treviso sul Sile), deve essere potenziato: la linea pubblica di navigazione da Venezia per Torcello può giungere a ridosso dell’area demaniale risalendo parte del fiume Dese e quindi imboccando il canale Santa Maria. L’attuazione di tale collegamento farebbe entrare di fatto Altino nel circuito dei musei veneziani. La vicinanza con l’aeroporto di Venezia, il Marco Polo di Tessera, fa, poi, assumere interesse internazionale al nuovo museo, potendo disporre di una rete aerea in continuo e progressivo potenziamento: durante la sosta per l’interscambio dei voli intercontinentali può essere organizzato un trasporto per effettuare una visita veloce al museo.

Nel "vecchio" museo di Altino trovano posto i reperti provenienti dalla necropoli romana

Nel “vecchio” museo di Altino trovano posto i reperti provenienti dalla necropoli romana

Una sala espositiva del museo Archeologico nazionale di Altino

Una sala espositiva del museo Archeologico nazionale di Altino

Venerdì 12 dicembre, il grande giorno. Vent’anni di lavori, si diceva, ostacolati da notevoli difficoltà burocratiche e finanziarie e dal rinvenimento dello straordinario santuario protostorico. Ma il primo traguardo è stato raggiunto grazie alla sinergia tra il ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo (direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici e soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto), la Regione del Veneto e la società Arcus SpA. La conquista della prima tappa di questo percorso, che farà di Altino e della Laguna Nord di Venezia uno dei principali attrattori turistici del Veneto, sarà dunque celebrata venerdì 12 dicembre, alle 15.30: al taglio del nastro con Soragni e Tiné ci sarà il governatore del Veneto, Luca Zaia. Seguirà l’inaugurazione del nuovo allestimento del “vecchio” museo di Altino, riqualificato come ulteriore spazio espositivo presso le aree archeologiche, e un brindisi offerto da Bisol. Da fine luglio 2014 infatti il “vecchio” museo Archeologico è stato riallestito per illustrare esclusivamente la necropoli romana, con un nuovo apparato didascalico, con reperti archeologici provenienti dall’antica città di Altinum e dalla sua necropoli. L’evento di venerdì è aperto al pubblico e rappresenta la prima data di un calendario di eventi pubblici e partecipati che accompagneranno tutti gli interessati alla conoscenza delle ulteriori tappe di realizzazione del progetto di allestimento e in generale degli sviluppi del grande progetto “Da Altino a Torcello. Archeologia, ambiente e storia della Laguna Nord di Venezia”. “Considerata la lunga attesa e la forte aspettativa da parte della comunità locale e degli addetti ai lavori”, sottolineano Soragni e Tiné, “e la grande soddisfazione di aver finalmente completato un percorso estremamente laborioso ma con risultati eccezionali, che fanno di Altino l’unica struttura museale archeologica propriamente moderna e in linea con gli standard internazionali del Veneto, è parso giusto condividere con il pubblico un primo momento inaugurale del complesso”. E aggiungono: “In un’ottica di partecipazione delle tappe del programma di allestimento è stata predisposta una sezione di spiegazione del percorso espositivo dell’intero compendio e sono state preallestite alcune vetrine che fungono da esempio di quello che sarà l’assetto definitivo. Solo sabato sarà possibile visitare tutti gli spazi del museo, già perfettamente restaurati e adeguati alle nuove funzioni, comprese quelle essenziali degli uffici, dei laboratori, della biblioteca, della sala conferenze, dello spazio per esposizioni temporanee e dei servizi aggiuntivi al pubblico (bar-ristorante, book-shop, punto informativo, aula didattica)”.

Un interno del grande edificio che ospiterà il nuovo museo Archeologico di Altino

Un interno del grande edificio che ospiterà il nuovo museo Archeologico di Altino

Museo e cantiere aperto. Una sorta di “cantiere aperto” condiviso in itinere, quindi, più che la definitiva inaugurazione dell’intero museo, che comporterà ancora anni per il restauro e il trasferimento delle ingenti collezioni altinati e la disponibilità di ulteriori, importanti, risorse finanziarie per la realizzazione dei relativi allestimenti museografici. L’allestimento degli spazi museali è già iniziato: il primo lotto espositivo, che prevede, nella storica “Risiera”, le sezioni dedicate alla preistoria e alla protostoria al piano terra e quelle dedicate alla romanizzazione e alla città romana al primo, sarà completato entro giugno 2015. I costi complessivi dell’attuale intervento sono stati di 500mila euro per il primo lotto di lavori di allestimento e di adeguamento funzionale del museo Archeologico nazionale di Altino interamente finanziato da Arcus Spa; 6 milioni per il completamento dell’intervento (di cui 1,2 milioni da Arcus attraverso la direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Veneto e la Regione del Veneto, e 4,88 milioni da risorse POR-parte FESR (2007-2013).

Il nuovo allestimento, che si potrà già intuire se non proprio apprezzare nell’apertura straordinaria di venerdì 12, punta a minimizzare la presenza delle strutture espositive per valorizzare i reperti ed attirare l’attenzione sul contenuto piuttosto che sul contenitore. “Il filo conduttore della progettazione museografica – ricordano in soprintendenza – è stato quello di creare strutture che non denunciano se stesse, ma solo la funzione del loro essere, privilegiando la linearità e l’essenzialità delle forme alla spettacolarità”. Per far ciò si sono ridotti al minimo possibile gli spessori e gli ingombri delle strutture portanti gli oggetti; l’illuminazione stata direzionata e concentrata sugli oggetti per esaltarne le caratteristiche e far “scomparire” gli espositori e i supporti; l’apparato didascalico è stato reso chiaramente leggibile e sintetico; infine è stato previsto un percorso di visita definito ed univoco, pur se articolato per sezioni e percorsi alternativi.

Ligabue e Ca’ Foscari sulle tracce degli “uomini d’oro” nelle steppe centro-asiatiche degli Sciti-Saka. In Kazakhstan la terza missione archeologica congiunta

Nelle steppe del Kazakhstan gli archeologi del Centro studi e ricerche Ligabue e dell'università Ca' Foscari sulle tracce degli "uomini d'oro"

Nelle steppe del Kazakhstan gli archeologi del Centro studi e ricerche Ligabue e dell’università Ca’ Foscari sulle tracce degli “uomini d’oro”

 

Ligabue e Ca’ Foscari in Kazakhstan sulle tracce degli “uomini d’oro”. È partita in questi giorni la terza campagna archeologica del Centro studi ricerche Ligabue e dell’università Ca’ Foscari di Venezia lungo la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan, condotta appunto dal Centro Studi e Ricerche Ligabue e dall’università Ca’ Foscari di Venezia con la collaborazione del Centro Studi e Ricerche della storia e archeologia Begazy-Tasmola di Almaty. Prendono parte alla spedizione, per il Centro Studi Ligabue, l’archeologa Elena Barinova, che guida la missione assieme al professore kazako Armand Beisenov; e, per l’università di Ca’ Foscari, Lorenzo Crescioli (con borsa di studio cofinanziata) e il laureando in archeologia Nicola Fior.

La missione congiunta Ligabue-ca' Fiscari interessa la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan

La missione Ligabue-Ca’ Foscari interessa la Valle dei Sette Fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan

La Valle dei Sette Fiumi fu abitata nell’età del Ferro da popolazioni di origine indoeuropea chiamate Sciti (dallo storico greco Erodoto del V sec. a.C.) o Saka: queste popolazioni nomadi – da molti definite degli “uomini d’oro” o dei “cavalieri del silenzio” –  non hanno lasciato tracce delle loro abitazioni, ma sono diventate famose per i loro tumuli reali (“kurgan”) che dominano le valli tra le catene di alta montagna.

 

Il mausoleo ghiacciato del principe Saka scoperto in Kazakhstan (Ligabue Magazine)

Il mausoleo ghiacciato del principe Saka scoperto in Kazakhstan (Ligabue Magazine)

Il Centro Studi e Ricerche Ligabue ha avviato ricerche archeologiche in Kazakhstan fin dal 1997 in collaborazione con l’istituto “Margulan” di Archeologia dell’Accademia di Scienze del Kazakhstan. I primi anni di attività hanno prodotto alcune scoperte straordinarie come quella della sepoltura del principe dei Saka (cultura centroasiatica del IV-III sec. a.C). Nel 2000, infatti, nella regione dell’Altai (estremo oriente del Paese), il Csrl ha partecipato a un’importante scoperta: una tomba ghiacciata risalente a 25 secoli fa dove sono stati rinvenuti, perfettamente conservati, 12 cavalli, selle ricamate, stoffe preziose ed il legno finemente inciso che facevano parte del corredo funebre con oggetti d’oro e di ferro. Il ritrovamento è stato importante per l’eccezionale stato di conservazione dei corredi dovuto al terreno ghiacciato, il cosiddetto “permafrost”, che ha mantenuto intatti i resti organici del corredo funebre, normalmente decomposti nelle condizioni ordinarie. Questo ha permesso di rinvenire nello scavo della tomba, per esempio, la sella rigida, più antica al mondo. Oggi gran parte di questi ritrovamenti sono esposti nei musei di Almaty ed Astana.

Nel 2012 prime prospezioni nella Valle dei Sette fiumi alla ricerca di tombe inviolate

Nel 2012 prime prospezioni nella Valle dei Sette fiumi alla ricerca di tombe inviolate

Nel 2012 l’indagine archeologica si è spostata nella Valle dei Sette Fiumi (area sud orientale del paese) con una prima prospezione geofisica – in collaborazione con l’Istituto di Geofisica dell’Università di Trieste.  Sulla base del protocollo d’intesa tra il CSRL, l’università di Ca’ Foscari e quella di Almaty nell’agosto del 2012 è stato realizzato una survey con prospezione di alcuni kurgan (tumuli sepolcrali). Il gruppo di geofisici dell’Università di Trieste ha inviato due esperti che – utilizzando tre differenti strumentazioni di avanzata concezione tecnologica – hanno effettuato importanti rilevamenti su alcuni tumuli della cultura Saka: l’obiettivo era di individuare segnali che avrebbero permesso, nelle auspicabili successive missioni di scavo, di scoprire tombe laterali, di dignitari, non saccheggiate. L’esplorazione in Kazakhstan – nonostante problemi organizzativi dovuti a burocrazia doganale e lunghe distanze – ha permesso di rilevare quattro importanti siti.

Il tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka) scoperto nella missione congiunta 2013

Il tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka) scoperto nella missione congiunta 2013

Finalmente, l’anno scorso, 2013, a 16 anni dalle prime missioni di scavo, c’è stato il ritorno in Kazakhstan degli archeologi del Centro Studi e Ricerche Ligabue con l’Università Ca’ Foscari per la seconda spedizione sulle tracce degli “uomini d’oro”, lungo la Valle dei 7 fiumi nella parte meridionale del Kazakhstan. Gli scavi condotti nell’estate del 2013 dal Centro Studi e Ricerche Ligabue con l’ateneo veneziano hanno portato alla luce una tipologia sconosciuta di sepolcro. Il ritrovamento, databile fra il II e il V secolo a.C., restituisce nuove informazioni sulla storia delle civiltà nomadi sciite del Kazakhstan. In questo scavo si è riusciti per la prima volta a documentare un tumulo a forma di yurta (la casa mobile degli Sciti-Saka), una forma funebre mai conosciuta prima con questo aspetto. Sono state scoperte anche tracce di palificazioni lignee a costruire una sorta di mausoleo fatto di pali disposti in maniera concentrica e ripetute colate di argilla. La scoperta ha così permesso di individuare una variante della cultura saka. Contemporaneamente, in siti limitrofi, sono stati rinvenuti altri oggetti in oro e bronzo provenienti da corredi funebri di particolare valore. La storia dei nomadi sciti, dunque, continua.

Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica

Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica

E ora siamo alla terza campagna di scavo del Csrl con l’università di Venezia. Proprio Ca’ Foscari – che a supporto dell’archeologia ha creato uno specifico fondo di finanziamento (100mila euro per il 2014) – ha avviato numerose spedizioni in siti che vanno dalla Siria alla Georgia al Montenegro fino alla Grecia e all’Egitto. Rilevanti anche le scoperte effettuate nelle campagne di archeologia subacquea. Il Kazakhstan è considerato una delle più interessanti aree archeologiche centro asiatiche; un territorio che – dal Paleolitico al Neolitico fino al Medioevo – è stato disseminato di sepolture e tombe, le più famose delle quali stanno svelando pagini importanti dei nomadi Sciti-Saka, cultura seminomade che ha avuto il suo apice attorno alla metà del I secolo a.C. Sciti è nome che evoca immagini di cavalieri, di raffinati oggetti d’oro sbalzato, di decorazioni della cosiddetta cultura animalistica; alcune delle quali si ri-trovano anche nei muri di Venezia.

 

Archeologia, territorio, cultura: verso il Parco archeologico dell’Alto Adriatico. Convegno a Venezia

A Venezia convegno per spiegare le potenzialità del Parco archeologico dell'Alto Adriatico

A Venezia convegno per spiegare le potenzialità del Parco archeologico dell’Alto Adriatico

Come valorizzare il patrimonio culturale del territorio e come aumentare la fruizione dei siti archeologici già noti o dei potenziali siti archeologici ancora da studiare presenti nelle nostre comunità? Può il patrimonio archeologico aumentare la competitività territoriale anche in termini di sviluppo economico? A queste domande cercherà di rispondere il convegno “Archeologia, territorio, cultura: verso il Parco archeologico dell’Alto Adriatico” che si terrà nella giornata di mercoledì 19 marzo a Venezia, al Palazzo della Regione (ex Grandi Stazioni). Nel corso del convegno saranno presentati i risultati della ricerca “Metaprogetto” sviluppata dalle università di Padova, di Ca’ Foscari e Iuav nell’ambito del progetto europeo PArSJAd-Parco archeologico dell’Alto Adriatico, di cui la Regione del Veneto è capofila. Rivolto in particolare ad amministratori e ad operatori degli enti locali e del settore culturale, il convegno intende fornire strumenti di pianificazione territoriale e di gestione dei beni storico-culturali e paesaggistici, attraverso una fruizione più incisiva e mirata dei beni archeologici.

Un laboratorio archeologico con i bambini nell'ambito del progetto PArSJAd

Un laboratorio archeologico con i bambini nell’ambito del progetto PArSJAd

Il progetto Parco Archeologico dell’Alto Adriatico – PArSJAd, finanziato dal Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, si pone l’obiettivo generale di valorizzare il patrimonio archeologico dell’area costiera dell’Alto Adriatico, dal litorale emiliano a quello sloveno, in un’ottica unitaria e transfrontaliera, assumendo la pianificazione culturale quale strumento di governo dell’intervento pubblico a favore dell’attrattività e della competitività del territorio coinvolto. Capofila del progetto è la Regione del Veneto, mentre il partenariato coinvolge 8 partner: l’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia Romagna, il Comune di Bagnara di Romagna (RA), il Comune di Russi (RA), il Comune di Voghiera (FE), il Centro Regionale di Catalogazione e Restauro dei Beni Culturali – Regione Friuli Venezia Giulia, il Narodni Muzej Slovenije (Museo Nazionale di Slovenia), l’Università del Litorale, Centro di Ricerche Scientifiche / Univerza na Primorskem, Znanstveno-raziskovalno središče e lo Zavod za varstvo kulturne dediščine Slovenije / Istituto per la tutela dei beni culturali della Slovenia.

Laboratorio di archeologia del paesaggio tenuto ad Altino (Ve)

Laboratorio di archeologia del paesaggio tenuto ad Altino (Ve)

Partendo dall’esperienza maturata con PArSJAd nel laboratorio partecipato di archeologia nella pianificazione ad Altino, nel Veneziano, la ricerca mette a fuoco modalità di riconoscimento delle potenzialità culturali, turistiche ed economiche dei territori offrendo spunti pratici per sperimentazioni locali. Uno specifico modulo sarà dedicato al management del patrimonio archeologico nella prospettiva della competitività territoriale. Nel pomeriggio la tavola rotonda moderata da Vincenzo Tiné, Soprintendente per i beni archeologici del Veneto, vedrà la presenza, tra gli altri, di Italo Candoni di Confindustria Veneto, di Marco Tamaro della Fondazione Benetton Studi Ricerche, di Irena Lazar dell’Università di Capodistria e dei sindaci del Comune di Ariano nel Polesine, di Concordia Sagittaria e di Quarto d’Altino. Al termine della giornata sarà consegnato in anteprima ai partecipanti il volume Archeologia e paesaggio nell’area costiera veneta: conoscenza, partecipazione e valorizzazione, che condensa in 140 pagine ricche di esempi pratici i risultati della ricerca.

Vincenzo Tinè, soprintendente ai Beni archeologici del Veneto

Vincenzo Tinè, soprintendente ai Beni archeologici del Veneto

Il progetto PArSJAd, finanziato dal Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, si pone l’obiettivo generale di valorizzare il patrimonio archeologico dell’area costiera dell’Alto Adriatico, dal litorale emiliano a quello sloveno, in un’ottica unitaria e transfrontaliera, assumendo la pianificazione culturale quale strumento di governo dell’intervento pubblico a favore dell’attrattività e della competitività del territorio coinvolto.

A Concordia Sagittaria (Ve) passeggiate al monumento funerario romano di via San Pietro

Visite guidate al cantiere di restauro del monumento funerario romano di via San Pietro di Concordia

Visite guidate al cantiere di restauro del monumento funerario romano di via San Pietro di Concordia Sagittaria nel Veneziano

Il  cantiere di restauro del monumento funerario di via San Pietro a Concordia Sagittaria nel Portogruarese (Venezia) diventa per un week end un parco archeologico aperto al pubblico. Venerdì 21, sabato 22 e domenica 23 febbraio, sarà infatti possibile, in via del tutto eccezionale, visitare il cantiere di restauro del monumento funerario di epoca romana ubicato in via Mazzini 14 a Gruaro con l’accompagnamento di archeologi e restauratori, prenotando fino al giorno 21 febbraio alle 13 all’indirizzo www.regione.veneto.it/frmprogcom.

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La cattedrale di Santo Stefano protomartire a Concordia Sagittaria

Per singolare destino, la colonia romana lungo la via Annia è nota per la scoperta di due grandi e importanti necropoli tardoantiche, quella del cosiddetto Sepolcreto dei militi nel 1873 e quella presso la Basilica Apostolorum sotto la moderna Cattedrale, rinvenuta nella metà degli anni Cinquanta del secolo scorso; mentre del periodo romano fino a pochi anni fa c’erano informazioni da scavi limitati o in seguito al rinvenimento di singoli reperti quasi sempre decontestualizzati riconducibili all’ambito funerario. Per questo motivo, particolarmente importanti sono state le due campagne di scavo condotte nel 2008 e nel 2009, rispettivamente a est e a ovest del centro urbano, che hanno riportato alla luce i resti di notevoli monumenti funerari posti lungo la via Annia. Fin da subito è apparso eccezionalmente ben conservato quello scoperto a ovest della linea delle mura urbiche, a meno di un centinaio di metri dai resti del noto ponte romano oggi visibile entrando nella moderna cittadina da via San Pietro. Intorno al II secolo d.C. l’area fu sistemata per consentire la costruzione di una imponente struttura in blocchi lapidei squadrati, di diverse dimensioni,opportunamente assemblati, disposti su tre livelli. Sparsi sopra ai blocchi e nell’area immediatamente circostante sono state rinvenute parti di diversi sarcofagi in pietra.

Una ricostruzione assonometrica e in 3D del monumento funerario di via San Pietro

Una ricostruzione assonometrica e in 3D del monumento funerario di via San Pietro

“Il manufatto di via San Pietro”, spiegano in soprintendenza, “doveva dunque costituire un grande monumento funerario con asse maggiore orientato in senso est-ovest, affacciato sul lato meridionale della strada da cui distava circa 14 metri: verso questo lato si poneva la fronte del podio delimitata dalla cornice modanata e, con ogni probabilità, la fronte dei sarcofagi. Quindi il monumento era organizzato per sepolture a inumazione, modalità che cominciò a diffondersi nelle necropoli della Cisalpina intorno alla fine del II secolo d.C. in graduale sostituzione dell’incinerazione. Ed è proprio a questa epoca che risale l’uso del sarcofago in pietra decorato, prima come manufatto di importazione orientale, successivamente anche come prodotto locale”. Il sarcofago, chiuso da un pesante coperchio, si accompagna quasi sempre nelle necropoli all’aperto ad un basamento con la funzione di stabilizzarne la massa su un terreno potenzialmente cedevole. Nella stessa Concordia sono numerosi i casi della presenza di queste basi. “Ben diverso è il caso in cui la base supera questa pratica funzione per trasformarsi in un vero e proprio podio che, attraverso l’elevazione del sarcofago, enfatizza la sepoltura rispetto all’area circostante. La diffusione di questa tipologia monumentale, che trova origine nella tradizione d’uso fra i ceti più abbienti in territorio microasiatico, si diffonde dal III secolo anche in Italia. Alcune altre importanti testimonianze della presenza di monumenti di questo tipo possono però essere rintracciate nella stessa Concordia”.

L'area sepolcrale di San Pietro a Concordia

L’area sepolcrale di San Pietro a Concordia Sagittaria

Ecco il calendario di visita: venerdì 21 e sabato 22 febbraio (riservato alle scuole), ore 9.30, 10.30 e 11.30; sabato 22 febbraio, ore 14.30, 15.30 e 16.30; domenica 23 febbraio, ore 14.30, 15.30 e 16.30. L’iniziativa, della Regione Veneto in collaborazione con la soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto e il Comune di Concordia Sagittaria, è inserita nel Progetto strategico per la conoscenza e la fruibilità del patrimonio culturale condiviso – SHARED CULTURE, finanziato nell’ambito del Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dai fondi nazionali.

Le origini di Jesolo, l’Equilo altomedievale, riemergono dagli scavi dell’università di Venezia in località Le Mure

Il litorale di Jesolo ai limiti della laguna nord di Venezia

Il litorale di Jesolo ai limiti della laguna di Venezia: il territorio era abitato già in antico

Il territorio di Jesolo, sulla costa veneziana, sta svelando le sue origini antiche, quando il nucleo abitato faceva riferimento a Equilo, diocesi lagunare altomedievale: un insediamento del V secolo d.C. e tredici sepolture di epoca tardo-medievale sono il risultato della prima campagna di scavi condotta nell’area archeologica “Le Mure” del comune di Jesolo dallo staff di Archeologia Medievale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, sotto la direzione scientifica del prof. Sauro Gelichi.

L'area archeologica Le Mure o Antiche Mura a Jesolo Paese

L’area archeologica Le Mure o Antiche Mura (V-XII sec.)  a Jesolo Paese

A restituire nuove informazioni sulla storia di Jesolo nella seconda metà del I millennio d.C. è quindi ancora una volta la località Le Mure o Antiche Mura, ai limiti dell’abitato di Jesolo Paese, ad alcuni chilometri dal mare, alla fine della via che non a caso è chiamata “delle Antiche Mura”: il toponimo deriva dalla presenza dei resti tuttora visibili della cattedrale, ridotti ormai ad un breve tratto in elevato dell’abside sud orientale e di alcune murature, alle fondazioni delle navate, del muro di facciata e del campanile antistante. Qui in più riprese la soprintendenza ai Beni archeologici del Veneto, con brevi saggi di scavo, ha rivelato le origini della tradizione religiosa della comunità di Equilo, salvando il salvabile: la cattedrale, già in rovina nel 1800, aveva subito la distruzione definitiva durante la Prima Guerra Mondiale. E nel 1944, nel timore di uno sbarco alleato in Adriatico, era stato edificato dall’esercito tedesco un sistema di bunker in cemento armato, tuttora esistente, che danneggiò l’area archeologica distruggendo parte del presbiterio e della sottostante cripta. Ma se la cattedrale di Santa Maria Assunta (XI sec.) era già nota, con la sua pianta a croce libera (schema caratteristico dell’edilizia sacra medievale del nord Adriatico) che rinvia alla terza basilica di San Marco –quella del doge Contarini- e in ambito orientale al S. Giovanni di Efeso e ai SS. Apostoli di Costantinopoli, solo con i saggi di scavo del 1960-‘63 sono state trovate – sotto la cattedrale – le fondazioni di una chiesa altomedievale precedente, a pianta rettangolare (m 25 x 14) con absidi semicircolari iscritte, preceduta da un nartece sul quale si aprivano tre accessi alla chiesa: risalente alla metà del VI-VII secolo d.C., era pavimentata con un bellissimo tappeto musivo policromo. E negli anni 1985 e 1987, le nuove indagini stratigrafiche, condotte da Michele Tombolani, portarono all’individuazione di una chiesa paleocristiana sottostante quella dei mosaici, con aula rettangolare (m 12 x 8) e abside esterna, databile al V secolo d.C. Tra i numerosi reperti all’epoca rinvenuti, molte anfore e ceramica fine da mensa d’importazione nord-africana, vetri e lucerne.

Il prof. Sauro Gelichi dell'università Ca' Foscari di Venezia

Il prof. Sauro Gelichi dell’università Ca’ Foscari di Venezia

Dall’inizio degli anni Duemila l’Insegnamento di Archeologia Medievale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia è impegnato in progetti di ricerca legati agli ambienti lagunari e peri-lagunari. Finora le ricerche si sono concentrate all’interno della laguna di Venezia (con gli scavi nelle isole di San Giacomo in Paludo e San Lorenzo di Ammiana): “Gli scavi”, spiega il prof. Gelichi, “hanno avuto come principale obiettivo la ricostruzione dei processi insediativi che tra la Tarda Antichità e l’Alto Medioevo hanno ridisegnato la fisionomia di questi spazi. In questa ottica, è emerso con sempre maggiore chiarezza il ruolo svolto, proprio in tali periodi, da uno di questi centri, cioè Jesolo, oggi in un’area peri-lagunare”.

I ruderi del campanile di S, Maria Assunta di Equilo

I ruderi del campanile di S, Maria Assunta

Così nel 2011 fu stipulata la prima convenzione di collaborazione tra il Dipartimento di Studi Umanistici e il Comune di Jesolo che ha portato, in collaborazione con la soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto, alla prima campagna di survey. “Ciò ci ha permesso di valutare la consistenza dei depositi alluvionali e delle bonifiche in alcuni punti cruciali del territorio jesolano e, in particolare, nella zona corrispondente all’isola su cui sorgeva l’abitato medievale di Equilo, a nord e a sud della cattedrale medievale: la mappatura e lo studio dei materiali rinvenuti, hanno fornito nuovi dati sugli aspetti economici, sociali e commerciali che hanno caratterizzato l’insediamento di Equilo nel periodo compreso tra il IV secolo e il XIII secolo e hanno dimostrato come il sito di Jesolo sia un caso particolarmente promettente nello studio del popolamento dell’arco dell’alto Adriatico”. Da qui la nuova convenzione stipulata tra l’Università e il Comune di Jesolo e la concessione di scavo assegnata dal ministero per i Beni e le Attività culturali, in accordo con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, per la prima campagna di scavo del settembre 2013 con l’obiettivo di analizzare e valutare il deposito conservato all’interno dei terreni a nord dell’area archeologica “Le Mure – S. Maria Assunta”.

Gli scavi archeologici dell'università Ca' Foscari a Le Mure di Jesolo

Gli scavi archeologici dell’università Ca’ Foscari a Le Mure di Jesolo

“Due le zone di scavo aperte nell’area per una superficie totale di circa 230 mq”, spiegano Silvia Cadamuro, Alessandra Cianciosi e Claudio Negrelli, che hanno coordinato le attività sul campo, sotto la direzione del prof. Gelichi. “Una frazione di area cimiteriale verosimilmente altomedievale, in cui sono state scavate e documentate 13 sepolture singole, e parte di un insediamento di V secolo con strutture in tecnica mista, riconducibili a tipologie già note, anche in laguna, per il periodo post-antico. I dati acquisiti nel corso dell’indagine, una volta rielaborati e messi a confronto con quanto già si sapeva, permetteranno di ampliare le nostre conoscenze sulla storia economica e sociale di questo territorio e dei suoi abitanti e delineeranno in maniera più chiara il ruolo svolto da Equilo e dalla sua comunità tra antichità e medioevo”.

Scoperta da Ca’ Foscari a Torcello la “dieta veneziana” di mille anni fa: un mix di carne, pesce, frutta e verdura

L'isola di Torcello nella laguna di Venezia con la Basilica di Santa Maria Assunta

L’isola di Torcello nella laguna di Venezia con la Basilica di Santa Maria Assunta

Scoperta a Torcello la “dieta veneziana” di mille anni fa. Agli albori della Serenissima, i suoi abitanti potevano vantare uno specifico regime alimentare: carne e pesce ma anche frutta e verdura, dai cetrioli alle pesche e l’uva. È il risultato delle prime analisi condotte nei laboratori dell’università Ca’ Foscari di Venezia sui reperti trovati tra novembre 2012 e marzo 2013  in un’area dell’isola di Torcello non ancora nota da un punto di vista archeologico a fianco della basilica di Santa Maria Assunta: un abitato del X secolo che ha rilevato una intensa produzione agricola e artigianale. “La dieta dei primi abitanti dell’isola veneziana di Torcello, tra il X e l’XI secolo”, spiegano a Ca’ Foscari, “era di grande qualità con un’ottima integrazione tra il pesce (molluschi, pesci di mare aperto) e la carne. Si nutrivano di proteine attraverso il consumo delle carni di capro-ovini. Capre e pecore erano tenute in vita a lungo, per poterne sfruttare il latte e il vello di lana per la tessitura. Nonostante le dimensioni ridotte dell’isola vi era anche un certo numero di bovini. Invece una anforetta in ceramica depurata, ritrovata eccezionalmente integra nello scavo, ha restituito abbondanti resti organici, che sembrerebbero una sorta di composta di pesche”. Ora sono in fase di pubblicazione in Italiano, inglese e sloveno i volumi sui risultati scientifici completi della ricerca curata dall’ateneo veneziano insieme alla Regione Veneto, all’Interno del progetto “Sahred Culture” finanziato nell’ambito del Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013, dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dai fondi nazionali.

Lo scavo del "villaggio di legno" , sito altomedievale, sull'isola di Torcello

Lo scavo del “villaggio di legno” , sito altomedievale, sull’isola di Torcello

Lo scavo ha portato alla luce un piccolo “villaggio in legno” (X-XI sec.). Le case erano probabilmente a due piani: a piano terra si sviluppavano le attività artigianali e commerciali e lo stoccaggio di merci e al primo piano si svolgeva la vita della famiglia. “Si trattava di case in legno, affacciate su canali, ma non di case povere, costruite con alla base una grande piattaforma di argilla che serviva a rialzare e isolare termicamente la casa dall’umidità e possiamo immaginare che vi ardesse un fuoco sempre acceso per mitigare l’umidità. Tra un edificio e l’altro vi erano cortili, dei campielli, con un “pozzo alla veneziana”, costruito con materiali di recupero di età romana, per la raccolta dell’acqua piovana”.

Reperti da Torcello portati ad analizzare a Ca' Foscari

Reperti da Torcello portati ad analizzare a Ca’ Foscari

“L’area si conferma essere di altissimo interesse archeologico e storico”, spiega Diego Calaon, responsabile scientifico dello scavo, “con una stratigrafia che copre tutto l’arco cronologico della storia dell’isola di Torcello, dall’alto Medioevo fino alla contemporaneità. Siamo convinti che gli importanti ritrovamenti di questa campagna di scavo e i risultati delle analisi di laboratorio ci aiuteranno ad aggiungere un nuovo tassello alla storia delle origini di Venezia”. Lo scavo interdisciplinare ha visto archeologi, archeometri e restauratori lavorare fianco a fianco con l’obiettivo di una ricostruzione puntuale della storia archeologica dell’isola, e dell’attuazione di un cantiere di alta formazione scientifica per giovani operatori dei beni culturali. I materiali raccolti (ceramiche, metalli, vetro, ossa lavorate, elementi edilizi) sono stati portati ai laboratori di Ca’ Foscari per le fasi di analisi chimico-fisiche. “Le analisi archeobotaniche in corso, sui semi e sui resti vegetali antichi, tra le altre piante presenti ci hanno confermato come l’isola fino dal IV-V secolo d.C. fosse coltivata con specie orticole (tra cui i cetrioli), ma soprattutto con viti e alberi da frutto. Tra questi ci dovevano essere molte pesche. Numerosi infatti sono i semi d’uva e i noccioli di pesca. Un ulteriore dato del tutto nuovo è emerso dalla constatazione che nell’isola si lavoravano le ossa e soprattutto le corna delle capre. Artigiani le tagliavano e le sagomavano per ottenerne oggetti di uso personale e artigianale (pettini, borchie, bottoni, aghi, elementi da telaio)”.

A Torcello trovate fornaci per la produzione di vetro

A Torcello trovate fornaci per la produzione di vetro

Gli scavi hanno confermato inoltre la produzione del vetro su scala quasi industriale su gran parte dell’isola, con la presenza di più fornaci. Sono stati ritrovati calici in vetro, oggetti di grande qualità destinati alle tavole e alle mense delle aristocrazie e delle famiglie reali altomedievali. I resti organici all’interno di anfore sia tardo antiche che altomedievali attestano che l’isola ha avuto un ruolo di scalo portuale dalla tarda antichità e per tutto l’Alto Medioevo: numerose le anfore da olio e vino provenienti dal Mediterraneo Orientale all’Italia Meridionale che arrivavano in laguna per essere distribuite in pianura padana. Torcello quindi aveva già un ruolo di emporio per gli scambi commerciali di Torcello. Ruolo che sarà la fortuna della nascente Venezia.

Lo scavo ha restituito ossa di maiali, capre, ovini e bovini

Lo scavo ha restituito ossa di maiali, capre, ovini e bovini

Le analisi arche-zoologiche effettuate sui resti degli animali hanno permesso di stabilire che nell’isola erano allevati maiali, capre, pecore e bovini. Se nel tardo antico (tra V e VI secolo d.C.) si consumava più carne di maiale, nelle età successive con l’ingrandirsi del sito, i torcellani si nutrivano di proteine attraverso il consumo delle carni di capro-ovini. Capre e pecore erano tenute in vita a lungo, sicuramente per poterne sfruttare il latte e il vello di lana per la tessitura. Nonostante le dimensioni ridotte dell’isola vi era anche un certo numero di bovini. Lo scavo ha dimostrato che il numero dei buoi aumenta considerevolmente nell’età moderna (XV-XVI secolo) quando gli abitanti tendono a trasferirsi in altre isole o a Venezia stessa. Le case così lasciano il posto a campi da coltivare: i buoi sono utilizzati per l’aratura e per il trasporto, come è testimoniato dalle ossa animali macellate provenienti da animali tenuti in vita fino a tarda età proprio per utilizzarli come forza lavoro.

Torcello fin dall'antichità ebbe un ruolo di porto-emporio commerciale

Torcello fin dall’antichità ebbe un ruolo di porto-emporio commerciale

Poco distante dallo scavo principale, sono stati rinvenuti resti di un’altro edificio porticato del VII secolo, un antichissimo “fontego” legato a strutture portuali preesistenti alla chiesa e con un orientamento diverso, dove sono stati ritrovate anfore africane e mediterranee, che fa pensare all’esistenza di un molo dove poter attraccare e scaricare merci fatto che confermerebbe la vocazione portuale di quest’area. “Tutto questo – concludono a Ca’ Foscari – porta a delle riflessioni sulla storia di Venezia e sul ruolo di Torcello”. La nascita di Venezia sarebbe più complessa della leggenda che vuole Torcello fondata dagli abitanti di Altino in fuga dai barbari. “Probabilmente il fiorire di Torcello non è semplicemente legato a un evento bellico, ma è una realtà più articolata, uno spostamento più lungo e dilazionato nel tempo, fatto anche e forse in prevalenza per motivi commerciali”.

I Veneti snobbarono la ceramica con rappresentati i miti dei Greci, estranei ai propri valori e cultura

Frammento di ceramica greca al museo di Adria

Frammento di ceramica greca al museo di Adria

I Veneti antichi sapevano bene chi erano i Greci dei quali ebbero modo di apprezzare la produzione artistica. Ma dei Greci snobbarono, se non addirittura rifiutarono,  la mitologia, lontana ed estranea alle culture dei popoli delle terre che si affacciavano sull’Alto Adriatico. A queste conclusioni giungono Lorenzo Braccesi, professore emerito già ordinario di Storia antica all’Università di Padova, e Francesca Veronesi , una dei curatori della mostra “Venetkens” (chiude domenica 17 novembre con un successo di pubblico inaspettati: quasi 90mila spettatori), in un saggio scritto proprio per il catalogo dell’esposizione patavina.

braccesi

Il prof. Lorenzo Braccesi

Che i Greci conoscessero  e fossero in contatto con le terre bagnate dall’Alto Adriatico lo aveva già scritto nel V sec. a.C. il greco Erodoto nelle sue “Storie”, sostenendo che erano stati i Focei a indicare agli altri Greci le particolarità dell’Adriatico, descritto con il termine Adrias, cioè proprio la parte alta dell’Adriatico. Ma quell’attestazione da sempre aveva fatto discutere e dubitare gli studiosi. Infatti, diversamente delle coste meridionali della penisola, lungo le coste delle terre dei Veneti antichi non c’è traccia di colonie greche, quasi che tra Micenei ed età classica, vale a dire tra il X e il VI sec. a.C., ci sia stata una cesura tra due periodi di frequentazioni ampiamente attestate. Invece i rinvenimenti archeologici più recenti sembrano dissipare ogni dubbio: l’Adriatico sarebbe stato abitualmente solcato da traffici commerciali ad ampio raggio senza soluzione di continuità. E i Veneti antichi ebbero modo di conoscere e apprezzare  le merci greco-asiatiche . La ceramica greca la troviamo praticamente ovunque: nei centri abitati, nelle necropoli, nei santuari. Ma i Veneti antichi mostrano anche di valutare – prima di scegliere – nella ricca produzione non solo la tipologia, in base all’utilizzo cui quegli oggetti erano destinati, ma anche i soggetti decorativi. Alle rappresentazioni del mito greco si preferiscono le scene di guerra e le decorazioni a motivi vegetali e floreali. “Si può ipotizzare un preciso rifiuto da parte dei Veneti antichi nei confronti del patrimonio mitologico greco”, afferma Francesca Veronese, “forse sentito come troppo interferente  con i propri valori. Ciò comunque non porta al rifiuto di altri aspetti culturali: ne è un esempio la pratica del simposio, che viene accettato e assimilato dai Veneti nella sue duplice valenza quotidiana e funeraria. Non a caso le forme di ceramica attica attestate in Veneto sono principalmente kylikes, skyphoi, kantharoi e crateri” .

Canali e barene nella laguna di Venezia

Canali e barene nella laguna di Venezia

Ma come e dove i Veneti antichi venivano in contatto con le merci greche ed egeo-orientali? A meridione delle lagune venete sorgevano gli empori di Adria, città etrusco-venetica a nord del delta del Po, meta di traffici greci già in epoca arcaica, e di Spina, città etrusca a sud del delta del Po, terminal di traffici attici per tutta l’età classica. Al centro delle lagune c’era l’emporio di Altino preromana. “A settentrione – precisa Braccesi – non conosciamo per ora l’esistenza di empori, ma è presumibile ce ne fosse uno al Caput Adriae, vicino alle risorgive del Timavo”. Questi empori erano raggiungibili attraverso una navigazione interna protetta o endolagunare: una via scavata dall’uomo in età preromana che consentiva, con tagli e canali trasversali (fossae), il collegamento del delta con le lagune venete. “I Romani – ricorda Braccesi – non fecero per buona parte che consolidare e ampliare una rete di tagli artificiali preesistenti”. Così seguendo le descrizioni fatte dagli storici romani, da Plinio a Livio, abbiamo un’idea di cosa fosse stato realizzato prima di loro. “In età augustea scavano la fossa Augusta, per collegare Ravenna a Spina,  ma in realtà riattano la fossa Messanica. Nella prima età imperiale, la fossa Flavia per unire il Po di Spina ad Adria, lavorando su un canale etrusco. E poi la fossa Clodia, per immettere il Po di Adria nell’Adige e da Chioggia in laguna, canale che semplicemente amplia la fossa Philistina”. Quindi, sono gli idronimi a confermarlo,  non furono solo gli Etruschi  a realizzare le canalizzazioni preromane, ma anche i Siracusani, che ricolonizzarono Adria con il tiranno Dionigi: fossa Philistina omaggia il politico e storico siracusano Filisto, la Messanica la sicelota città di Messina.

Secondo Plinio il “sistema delle fossae conferisce nella laguna veneta dove defluisce in mare il Medoaco (Meduacus Maior, il fiume di Padova) , formando con la sua foce la bocca di porto di Malamocco: qui infatti esisteva un “grande porto” che traeva nome dal fiume e che era invisibile dal mare perché a fronte della laguna, come assicura lo storico greco Strabone.  “Dal grande porto – continua Braccesi – le navi antiche potevano raggiungere per via interna gli empori a nord e a sud, costituendo quindi uno svincolo decisivo per le rotte endolagunari che in età preromana attraversavano la laguna di Venezia”.

Frammento di ceramica greca al museo di Adria

Frammento di ceramica greca al museo di Adria

Non è un caso che proprio da qui parta in epoca storica il generale spartano Cleonimo alla volta di Padova. Percorso seguito anche nella leggenda dell’eroe troiano Antenore che risalendo il fiume andò a fondare Padova. Entrambi vengono dal mare, ricorda Braccesi, entrambi risalgono la via del Medoaco, entrambi sono personaggi immortalati dal medesimo autore antico, quel Tito Livio che ben conosceva la natura dei luoghi per essere nativo di Padova. Ma nell’immaginario locale, si chiede lo studioso, dove approda l’eroe della leggenda, dove sbarca Antenore?   “Probabilmente nello stesso luogo dove Livio fa sbarcare Cleonimo. Cioè, spalle al mare, sul fronte simmetricamente opposto al litorale, dove sorgeva il grande porto del Medoaco. E quel luogo a un certo punto è stato chiamato Troia!”. Al sito lagunare dove era sbarcato Antenore probabilmente quel toponimo fu dato in epoca storica sull’onda della veicolazione attica (Sofocle, Strabone) della saga troiana. La leggenda antenorea, col tempo, diviene patrimonio delle stesso mondo veneto. Ma perché allora è assente nel repertorio figurativo della ceramica attica qui destinata all’esportazione? “Perché – conclude Braccesi – le immagini del mito, così diffuso nella ceramica attica, tra i Veneti antichi non paiono proprio trovare udienza”.

Ernesto Canal e mezzo secolo di archeologia nella laguna di Venezia

Cartografia della laguna di Venezia

Cartografia della laguna di Venezia

Nel cuore della laguna di Venezia per scoprire i tesori più antichi della laguna. Domenica 10 novembre alle 17 alla tenuta Venissa, sull’isola lagunare di Mazzorbo, nel cuore di Venezia Nativa, l’attesa anticipazione del volume “Archeologia della laguna di Venezia 1960-2010” di Ernesto Canal: cinquant’anni di ricerche tra isole e barene. Ernesto “Tito” Canal è  uno dei pionieri dell’archeologia lagunare, un autentico coraggioso appassionato di cultura, con una lunga esperienza maturata tra velme e barene, alla ricerca di tracce ancora presenti del passato lagunare. La sua ricerca ha individuato 175 siti archeologici e ha consegnato alla soprintendenza oltre 90mila reperti, fatiche che gli hanno meritato a buon diritto il titolo “Ispettore onorario” prima della soprintendenza ai Beni archeologico del Veneto nel 1971 e poi della soprintendenza ai Beni Storico-Artistici di Venezia nel 1980. Questo volume presenta i risultati di cinquant’anni di ricerche ininterrotte condotte da Canal sul campo, con l’ausilio di esperti e di semplici appassionati, lavoro
fatto sempre con perizia, passione e competenza; esso si pone fin da subito quale strumento indispensabile e come tavolo di confronto aperto per quanti vogliono accostarsi allo studio della laguna di Venezia, laguna che ha ancora tanto da svelare. Alla presentazione intervengono Marco Molin , docente e responsabile del Centro Studi Torcellani; Franco Tonello, archeologo subacqueo e moderatore dell’evento; Giovanni Caniato, esperto di cartografia storica lagunare; e Marco Bortoletto, responsabile dello Studio Archeologico Archeoveneta, che illustrerà  il contenuto del libro.

Archeologia della laguna di Venezia

Cartografia della laguna di Venezia

Cartografia della laguna di Venezia

Si presenta il libro di Ernesto Canal

Doppio appuntamento per conoscere “Archeologia della laguna di Venezia: 1960-2010”, il libro “di una vita” di Ernesto Canal, che da più di mezzo secolo naviga ininterrottamente tra le “velme”, le “barene”, i “ghebi”, i “fondoni”, i canali della laguna veneziana; da quando, adolescente, apprese sui libri di scuola le
origini leggendarie di Venezia. Fu allora che iniziò ad appassionarsi alla storia e all’orografia incerta e mutevole dello specchio d’acqua salsa e salmastra chiuso tra la terraferma a occidente e i sabbiosi cordoni litoranei adriatici di levante. E dal 1980 è ispettore onorario della soprintendenza.

L’anteprima del libro a cura di Marco Polo System e Circolo Velico Casanova è giovedì 17 ottobre alle 17.30 all’ex chiesetta di Forte Marghera: intervengono Andrea Bonifacio, Giovanni Caniato e Vittorio Resto. A Venezia centro storico la presentazione è prevista venerdì 18 ottobre, alle 19.45, all’associazione Settemari, rio terà Barba Frutariol -Cannaregio 4701.

La pubblicazione intende fare il punto su quanto la laguna, per mano di Canal, ha restituito ad oggi alla nostra conoscenza sui millenni di storia sepolti sotto il limo o occultati da pochi decimetri d’acqua, e mai prima indagati: reperti erratici, sottostrutture e strutture di fondazione e superfici pavimentali di fabbriche residenziali o per il culto, e di magazzini e opifici, percorsi e strade endolitoranee, attrezzature portuali, opere di avvistamento e difesa, parlano di protourbanizzazione di una società già organizzata e verisimile precorritrice della futura Serenissima.

Ad una prima parte introduttiva e descrittiva dei metodi d’indagine, della strumentazione d’uso, delle rilevazioni accertate, dei risultati conseguiti, segue un consistente atlante cartografico, suddiviso tra laguna nord e sud, dei siti esplorati, ciascuno accompagnato da una rigorosa schedatura specifica, e corredato di iconografie dettagliate e quotate del reperto, o di eventuali restituzioni ipotizzate.

Nelle centinaia di grafici riprodotti, scaturiti dalle 175 stazioni archeologiche individuate e dagli oltre 90mila reperti scavati e tutti nelle mani della Soprintendenza, è dato leggere e inseguire la storia della laguna dalle tracce preistoriche all’occupazione romana, alla portualità altomedioevale (VII secolo), agli insediamenti sui litorali di Malamocco e Pellestrina e nella laguna occidentale a Portosecco, e poi le saline, le peschiere, fino alla occupazione, contemporanea con le prime installazioni realtine, delle emergenze sullo specchio acqueo da parte delle istituzioni monastiche, a partire dal X secolo, con chiese e conventi insulari.