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“Veio: Lost City”, è il progetto di ricerca, tutela e valorizzazione condiviso dal ministero della Cultura con la Sapienza Università di Roma e l’Ente Regionale Parco di Veio. Nuova edizione della “Guida Archeologica del Parco di Veio”

L’Apollo di Veio (510-500 a.C.): statua acroteriale, terracotta policroma plasmata a mano, dal santuario del Portonaccio, conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Si chiama “Veio: Lost City”, titolo che richiama l’aura leggendaria di una città scomparsa, da riscoprire e valorizzare e non da esplorare e saccheggiare alla maniera dei ‘cercatori di tesori’, è il progetto di ricerca, tutela e valorizzazione condiviso dal ministero della Cultura con la Sapienza Università di Roma e l’Ente Regionale Parco di Veio, che da molti anni spende impegno ed energie per la promozione del territorio (www.parcodiveio.it). Le problematiche relative al sito archeologico di Veio sono tornate di attualità all’indomani del servizio di Striscia la notizia che ha denunciato l’intrusione di estranei nell’area archeologica dell’antica Veio, nonostante che penetrare nelle aree archeologiche chiuse e recintate senza autorizzazione della Soprintendenza e manomettere i beni archeologici (sia pure con buone intenzioni) sia un reato e metta a rischio proprio quelle testimonianze di arte e di cultura che si intendono apprezzare e proteggere. Il pianoro urbano della città di Veio è un sito archeologico e naturalistico di grande estensione, compreso nel Parco di Veio e incuneato nel XV Municipio di Roma Capitale, che spesso viene trascurato e dimenticato dai normali percorsi turistici. Ma il territorio riserva ancora scorci meravigliosi e paesaggi sorprendenti per i visitatori che vi si avventurano, magari come pellegrini lungo la Via Francigena.

La copertina della “Guida archeologica del Parco di Veio”

Progetto “Veio: Lost City”. La collaborazione dei dipartimenti della Sapienza di Architettura e Progetto e di Scienze dell’Antichità fornisce le competenze necessarie a programmare un piano strategico di riqualificazione dell’area archeologica e naturale, alla quale prendono parte attiva la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, competente per territorio; la direzione dei Musei statali della Città di Roma, titolare del santuario di Portonaccio; e il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, dove le maggiori testimonianze archeologiche di Veio sono esposte. i interventi di progetto coniugano gli obiettivi di riqualificazione e valorizzazione con le esigenze di messa in sicurezza e accessibilità delle aree archeologiche attualmente chiuse al pubblico. A tempo debito saranno coinvolti nella progettazione, anche gli enti locali interessati al territorio di Veio, che si estende su diversi comuni e arrivava nell’antichità fino alla riva destra del Tevere. Un primo risultato è stato già ottenuto dal Parco di Veio, che in accordo con la Soprintendenza ha portato a termine la nuova edizione della “Guida Archeologica del Parco di Veio”, che a breve verrà presentata nel museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, inaugurando così la nuova stagione di valorizzazione della “città scomparsa” etrusca e romana.​

Gea 2021-Ica: “Archeologia e inclusione”. Contributo 5: “Betlemme (Palestina) – Le indagini archeologiche della Sapienza Università di Roma”

istituto-centrale-per-l-archeologia_logoPer l’edizione 2021 delle Giornate Europee per l’Archeologia, l’ICA – Istituto centrale per l’Archeologia propone il tema guida dal titolo “Archeologia e inclusione. Missioni archeologiche italiane all’estero e comunità locali dei paesi ospitanti: interazioni, coinvolgimento, formazione”. Quinto contributo: “Betlemme (Palestina) – Le indagini archeologiche della Sapienza Università di Roma”.

La missione congiunta italo-palestinese, tra Sapienza Università di Roma e il locale dipartimento delle antichità, missione archeologica italiana all’estero finanziata dal MAECI, è attiva dal 2015 e opera nello scavo, scavo d’emergenza, salvataggio e monitoraggio dell’area urbana di Betlemme e della vasta area cimiteriale che si estende a Sud della città a breve distanza dalla Chiesa della Natività. Le necropoli salvaguardate e monitorate sono quelle di Khalet al-Jam’a (Bronzo Antico IV e Bronzo Medio e Età del Ferro), la necropoli di Jebel Dhaher (Bronzo Antico IV e Bronzo Medio), e la necropoli di Bardhaa (Bronzo Antico IV e Bronzo Medio).

(5 – continua)

Gea 2021-Ica: “Archeologia e inclusione”. Contributo 4: “A guardia del Mediterraneo. Missione archeologica a Gozo-Ras al-Wardija (Malta)”

istituto-centrale-per-l-archeologia_logoPer l’edizione 2021 delle Giornate Europee per l’Archeologia, l’ICA – Istituto centrale per l’Archeologia propone il tema guida dal titolo “Archeologia e inclusione. Missioni archeologiche italiane all’estero e comunità locali dei paesi ospitanti: interazioni, coinvolgimento, formazione”. Quarto contributo: “A guardia del Mediterraneo. Missione archeologica a Gozo-Ras al-Wardija (Malta)”.

In occasione dell’edizione 2021 delle Giornate Europee dell’Archeologia l’ICA condivide volentieri il video della missione archeologica a Gozo-ras al-Wardija (Malta), trasmesso da Federica Spagnoli – Sapienza Università di Roma, Dipartimento Istituto Italiano di Studi Orientali – ISO, Facoltà di Lettere e Filosofia.

(4 – continua)

Gea 2021-Ica: “Archeologia e inclusione”. Contributo 3: “Gerico (Palestina) – Le indagini archeologiche della Sapienza Università di Roma”

istituto-centrale-per-l-archeologia_logoPer l’edizione 2021 delle Giornate Europee per l’Archeologia, l’ICA – Istituto centrale per l’Archeologia propone il tema guida dal titolo “Archeologia e inclusione. Missioni archeologiche italiane all’estero e comunità locali dei paesi ospitanti: interazioni, coinvolgimento, formazione”. Terzo contributo: “Gerico (Palestina) – Le indagini archeologiche della Sapienza Università di Roma”.

Tell es-Sultan/l’antica Gerico, grande scavo della Sapienza e missione archeologica italiana all’estero finanziata dal MAECI, è uno dei principali siti archeologici del Vicino Oriente, occupato per più di quattordici millenni e dopo cento anni di ricerche archeologiche è ancora ricco di monumenti e informazioni. Tell es-Sultan ebbe un ruolo preminente nelle rotte del commercio interregionale dall’Anatolia all’Egitto, dal Mediterraneo al Mar Rosso e al Golfo Arabo-Persico. Dal 1997 la Missione della Sapienza e del Dipartimento palestinese opera sul sito per una rinnovata conoscenza delle culture preclassiche del Vicino Oriente.

Roma. In Curia Iulia giornata internazionale di studio “Aedes Vestae. Archeologia, Architettura e Restauro” a cura di Federica Rinaldi e Giulia Giovanetti. Alla fine dei restauri, momento di dibattito e confronto sul monumento dal punto di vista archeologico, architettonico e della storia della sua ricostruzione

Locandina della giornata internazionale di studio “Aedes Vestae. Archeologia, Architettura e Restauro” in Curia Iulia

Federica Rinaldi e gli altri archeologi e restauratori del parco archeologico del Colosseo lo avevano annunciato in occasione della conclusione dei restauri del tempio di Vesta nel Foro romano: “Stiamo organizzando una giornata internazionale di studio dedicata proprio all’Aedes Vestae che, con i buoni auspici della Dea (leggi Covid permettendo), sì terra il 1º marzo 2021” (vedi: Roma. Archeologi e restauratori del parco archeologico del Colosseo raccontano il cantiere di restauro del Tempio di Vesta nel Foro romano. E a primavera giornata di studi internazionali sull’Aedes Vestae | archeologiavocidalpassato). La prudenza era d’obbligo. Ora i vincoli per le iniziative con la pandemia si sono un po’ allentati, grazie soprattutto alla campagna massiccia di vaccinazioni, e così il parco archeologico del Colosseo ha potuto finalmente fissare la data per la giornata di studio “Aedes Vestae. Archeologia Architettura e Restauro” che si propone, a conclusione delle attività di manutenzione straordinaria del monumento, come momento di dibattito e confronto sul monumento dal punto di vista archeologico, architettonico e della storia della sua ricostruzione. Ideata e curata da Federica Rinaldi e Giulia Giovanetti, la Giornata di Studio ha il patrocinio della Scuola di Specializzazione in Beni architettonici e del Paesaggio di Sapienza università di Roma e del Master Biennale Internazionale Culture del Patrimonio dell’università Roma Tre.​ Appuntamento mercoledì 9 giugno 2021, dalle 10 alle 17, in Curia Iulia. La Giornata di Studi sarà trasmessa integralmente a partire dalle 10 in diretta dalla Curia Iulia sulla pagina Facebook del PArCo. Per seguire i lavori collegarsi a www.facebook.com/ParcoColosseo.

Il tempio di Vesta nel Foro Romano a Roma (foto PArCo)

Il fulcro del complesso monumentale legato al culto di Vesta è il tempio dedicato alla dea, culto antichissimo e risalente già al secondo re di Roma Numa Pompilio, più volte ricostruito a causa dei numerosi incendi e infine restaurato, nelle forme visibili ancora oggi, dall’imperatrice Giulia Domna verso la fine del II secolo d.C. Dal podio circolare in opera cementizia rivestito in marmo, si innalzavano colonne con capitelli corinzi. L’interno accoglieva il braciere con il fuoco sacro, che non doveva mai spegnersi, simbolo dell’eternità di Roma e del suo destino di impero universale. La forma circolare era forse ispirata a quella delle capanne di epoca arcaica, con un foro al centro del tetto conico per far uscire il fumo. All’interno del tempio era anche conservato il Palladio, piccolo simulacro di Atena-Minerva, portato a Roma, secondo la leggenda, da Enea e simbolo della nobiltà della stirpe romana. Accanto al tempio è la casa delle Vestali, sacerdotesse dedicate al culto di Vesta e alla sorveglianza del fuoco sacro, l’unico sacerdozio femminile di Roma. In numero di sei e provenienti da famiglie patrizie, dovevano osservare il loro servizio per 30 anni, conservando la verginità, pena la morte. In cambio godevano di molti privilegi (si spostavano in carro in città e disponevano di posti riservati negli spettacoli).

Smontaggio dei ponteggi del cantiere di restauro del Tempio di Vesta (foto PArCo)

L’intervento conservativo 2020 dell’Aedes Vestae al parco archeologico del Colosseo ha rappresentato un’occasione di tutela e conoscenza del monumento in un’ottica multidisciplinare. Il coinvolgimento di differenti specialisti – archeologi, architetti, restauratori, rilevatori, archivisti, ingegneri – ha avuto come esito l’acquisizione di dati finalizzati alla progettazione e all’esecuzione dell’intervento, rivelandosi allo stesso tempo proficuo per il riesame del bene storico-archeologico, permettendo di approfondire la conoscenza del monumento che, frutto di un’anastilosi degli anni Trenta del secolo scorso, andava indagato anche nei suoi aspetti strutturali e statici. La giornata di studio sull’Aedes Vestae che il PArCo propone a conclusione delle attività di cantiere si configura come momento di confronto e dibattito con gli studiosi del monumento dal punto di vista archeologico, architettonico e della storia della sua ricostruzione, alla luce dei più recenti apporti frutto dell’intervento e di nuove ricerche anche in ambito internazionale.

Immagini d’archivio dei restauri e ricostruzione per anastilosi del Tempio di Vesta negli anni 1929-30 (foto PArCo)

Una giornata di studio. Nella prima sessione, presieduta dal professore Alessandro Viscogliosi, direttore della scuola di specializzazione in Beni architettonici e del Paesaggio di Sapienza università di Roma, un approccio archeologico al monumento, che non può prescindere dal punto di vista dell’archeologia dell’architettura, affronta, a partire dall’inquadramento del tema degli edifici circolari a pianta centrale, la questione della ‘forma’ dell’Aedes Vestae, attraverso l’esame degli elementi architettonici decorativi, dei resti archeologici e dell’ulteriore documentazione che il mondo antico ci ha trasmesso. La seconda sessione, presieduta dalla professoressa Elisabetta Pallottino, direttore del master biennale internazionale Culture del Patrimonio dell’università Roma Tre, è dedicata all’anastilosi degli anni Trenta del XX secolo. Il tema della ricostruzione viene affrontato attraverso il riesame della documentazione degli archivi, contestualizzando l’intervento nella stagione dei grandi scavi del XIX secolo arrivando fino alla ricostruzione ed entrando nel dettaglio delle scelte tecniche operate nell’anastilosi. Emergeranno anche gli esiti dello studio strutturale della porzione ricostruita e verrà proposto un approfondimento inedito sulla forma “geometrica” dell’Aedes. L’ultima sessione, presieduta dal direttore del parco archeologico del Colosseo Alfonsina Russo, è dedicata alla metodologia dell’intervento conservativo 2020, progettato integrando e verificando anche in corso d’opera i dati acquisiti nelle ricerche preliminari, con il confronto costante tra i diversi specialisti. Con l’intervento conservativo degli elementi architettonici dell’elevato ricostruito dell’Aedes, il PArCo si impegna per il futuro alla prosecuzione del restauro dell’area del podio in situ e alla valorizzazione dei reperti mobili facenti parte del monumento originario, per completare la restituzione di valore ai resti materiali di un monumento che ha rivestito un ruolo simbolico per la città di Roma dalle sue origini e ancora, in chiave propagandistica, nell’età contemporanea. Infine, in un’ottica nuova il cantiere ha inaugurato una prassi di coinvolgimento del pubblico nel racconto delle attività in corso, oggi acquisita dagli altri cantieri del PArCo, con pannelli didattici di recinzione e la comunicazione online degli interventi.

Preistoria. Eccezionale scoperta nella Grotta Guattari al Circeo (Lt) a 80 anni dai primi ritrovamenti neanderthaliani: trovati da Sabap e università Roma Tor Vergata i reperti fossili di altri nove uomini di Neanderthal, e i resti di iene, elefante, rinoceronte, orso delle caverne e dell’uro, il grande bovino estinto. Il Circeo si conferma fondamentale per la conoscenza dell’uomo di Neanderthal a livello europeo e mondiale

Alcune delle ossa attribuibili a nove individui di Homo di Neanderthal scoperte della Grotta Guattari a San Felice del Circeo (foto Mic)

I reperti fossili di altri nove uomini di Neanderthal, oltre alle iene anche i resti di elefante, rinoceronte, orso delle caverne e dell’uro, il grande bovino estinto. A oltre ottant’anni dalla scoperta della Grotta Guattari a San Felice Circeo (Lt), nuovi rinvenimenti fondamentali per lo studio dell’uomo di Neanderthal e del suo comportamento. Nel corso di ricerche sistematiche della soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Frosinone e Latina in collaborazione con l’università di Roma Tor Vergata, iniziate nell’ottobre del 2019, sono emersi significativi reperti fossili attribuibili a 9 individui di uomo di Neanderthal: 8 databili tra i 50mila e i 68mila anni fa e uno, il più antico, databile tra i 100mila e i 90mila anni fa. Questi, insieme agli altri due trovati in passato nel sito, portano a 11 il numero complessivo di individui presenti nella Grotta Guattari che si conferma così uno dei luoghi più significativi al Mondo per la storia dell’uomo di Neanderthal. “Una scoperta straordinaria di cui parlerà tutto il mondo”, ha dichiarato il ministro della Cultura, Dario Franceschini, “perché arricchisce le ricerche sull’uomo di Neanderthal. È il frutto del lavoro della nostra Soprintendenza insieme alle Università e agli enti di ricerca, davvero una cosa eccezionale”.

L’interno della Grotta Guattari a San Felice del Circeo (Lt) dove sono stati scoperti resti di neanderthaliani (foto Mic)
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Frammento osseo di iena scoperto nella Grotta Guattari (Lt) insieme a ossa di neanderthaliani (foto Mic)

La caratteristica di questo luogo è quella di permettere un vero e proprio viaggio nel tempo: le condizioni di oggi sono sostanzialmente le stesse di 50 mila anni fa e la presenza di fossili rende la grotta un’eccezionale banca dati. I recenti scavi hanno restituito migliaia di reperti ossei animali che arricchiscono la ricostruzione del quadro faunistico, ambientale e climatico. Sono stati determinati oltre ad abbondanti resti di iena, diversi gruppi di mammiferi di grande taglia tra cui: l’uro, il grande bovino estinto, che risulta una delle specie prevalenti insieme al cervo nobile; ma anche i resti di rinoceronte, di elefante, del cervo gigante (Megaloceros), dell’orso delle caverne, e di cavalli selvatici. La presenza di queste specie si accorda bene con l’età di circa 50 mila anni fa, quando la iena trascinava le prede nella tana usando la grotta come riparo e deposito di cibo. Molte delle ossa rinvenute mostrano infatti chiari segni di rosicchiamento.

Le indagini sono ancora in corso e vedono coinvolti numerosi studiosi di diversi e importanti enti di ricerca nazionali: INGV, CNR/IGAG, università di Pisa, università di Roma La Sapienza. Si lavora per ricostruire il quadro paleoecologico della pianura Pontina tra i 125.000 e i circa 50.000 anni fa, quando i nostri “cugini” estinti frequentavano il territorio laziale. Le ricerche, per la prima volta, hanno inoltre riguardato parti della Grotta mai studiate, tra cui anche quella che l’antropologo Alberto Carlo Blanc ha chiamato “Laghetto” per la presenza di acqua nei mesi invernali. Proprio in quell’area sono stati rinvenuti diversi resti umani, tra cui una calotta cranica, un frammento di occipitale, frammenti di cranio (tra i quali si segnalano due emifrontali), frammenti di mandibola, due denti, tre femori parziali e altri frammenti in corso di identificazione. Analisi biologiche e ricerche genetiche permetteranno di ricostruire la vegetazione, il clima e l’ambiente in cui vivevano i nostri antenati. Analisi isotopiche permetteranno di ricostruire la dieta delle specie animali esaminate e l’alimentazione antica dell’uomo di Neanderthal.

Paleosuolo della Grotta Guattari a San Felice del Circeo (Lt) dove fanno ricerche gli archeologi della soprintendenza e dell’università di Roma Tor Vergata (foto Mic)

Gli scavi e le indagini sono stati estesi anche all’esterno della grotta dove sono state individuate stratigrafie e paleosuperfici di frequentazione databili tra i 60mila e i 125mila anni fa che testimoniano i momenti di vita dell’uomo di Neanderthal, i luoghi dove stazionavano e dove, accendendo il fuoco e si cibavano delle proprie prede. Il ritrovamento di carbone e ossa animali combuste autorizza infatti a ipotizzare la presenza di un focolare strutturato. Le ricerche che il ministero della Cultura sta tuttora conducendo nell’area affrontano in modo sistemico tutti gli aspetti della vita dei neanderthaliani e del territorio laziale e confermano, ancora una volta, l’importanza del Circeo per la conoscenza dell’uomo di Neanderthal al livello europeo e mondiale.

“Con questa campagna di scavo”, ha detto Mauro Rubini, direttore del servizio di antropologia della Sabap per le province di Frosinone e Latina, “abbiamo trovato numerosi individui, una scoperta che permetterà di gettare una luce importante sulla storia del popolamento dell’Italia. L’uomo di Neanderthal è una tappa fondamentale dell’evoluzione umana, rappresenta il vertice di una specie ed è la prima società umana di cui possiamo parlare”.

“Sono tutti individui adulti”, ha rilevato Francesco Di Mario, funzionario archeologo della Sabap per le province di Frosinone e Latina e direttore dei lavori di scavo e fruizione della grotta Guattari, “tranne uno forse in età giovanile. È una rappresentazione soddisfacente di una popolazione che doveva essere abbastanza numerosa in zona. Stiamo portando avanti gli studi e le analisi, non solo genetiche, con tecniche molto più avanzate rispetto ai tempi di Blanc, capaci di rivelare molte informazioni”.

“Lo studio geologico e sedimentologico di questo deposito”, ha evidenziato Mario Rolfo, docente di archeologia preistorica dell’università di Roma Tor Vergata, “ci farà capire i cambiamenti climatici intervenuti tra 120mila e 60mila anni fa, attraverso lo studio delle specie animali e dei pollini, permettendoci di ricostruire la storia del Circeo e della pianura pontina”.

Paestum. On line il monitoraggio sismico del tempio di Nettuno, il tempio meglio conservato della Magna Grecia: progetto del parco archeologico e dell’università di Salerno, finanziato dall’Art Bonus. E intanto dagli scavi sul tempio emerge la storia della sua costruzione

È on line il monitoraggio sismico del tempio di Nettuno a Paestum. Il tempio meglio conservato della Magna Grecia da marzo 2021 è soggetto a un monitoraggio sismico continuo grazie a una collaborazione tra il Parco Archeologico di Paestum e Velia (l’arch. Antonella Manzo, già responsabile dell’ufficio Unesco del parco archeologico, che ha curato il progetto) e il dipartimento di Ingegneria civile dell’università di Salerno (prof. Luigi Petti). I lavori sono stati diretti dall’arch. Luigi Di Muccio della Soprintendenza ABAP di Caserta e Benevento. Il progetto innovativo era stato presentato l’autunno scorso in occasione del bilancio della campagna di raccolta fondi sul portale “ArtBonus” (vedi Paestum. Tempio di Nettuno: con l’ArtBonus finanziato un progetto di monitoraggio dei micro-movimenti con sensori di tecnologia avanzata. E un nuovo scavo svela la storia del lungo cantiere, tra il VI e V sec. a.C., tra progettazione e ripensamenti | archeologiavocidalpassato). L’intervento è stato infatti finanziato con l’aiuto di sostenitori privati attraverso la piattaforma ArtBonus del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo.

Sistema di monitoraggio del tempio di Nettuno a Paestum (foto pa-paeve)

Quattordici punti di misura, realizzati con sensori di ultima tecnologia, sviluppati nell’ambito della ricerca sulle onde gravitazionali, sono stati posizionati sulle parti alte dell’edifico di V sec. a.C. e nel sottosuolo, per misurare in tempo reale ogni minimo movimento della struttura millenaria. La precisione degli accelerometri è tale da poter registrare non solo attività sismiche, ma anche l’impatto del traffico e persino del vento sul tempio. Tali dati, dal momento che vengono raccolti in maniera sistematica, aiuteranno a elaborare un modello del comportamento dinamico dell’edifico e saranno fondamentali per rintracciare cambiamenti strutturali, non visibili a occhio nudo, che potrebbero rappresentare un rischio. “Si tratta di un’integrazione virtuosa tra ricerca applicata e tutela”, commenta l’ing. Luigi Petti dell’ateneo salernitano, “che impiega tecnologie e sensori altamente innovativi, sviluppati dal professore Fabrizio Barone per applicazioni nei settori della sismologia e della geofisica, integrando le conoscenze di molti settori scientifici, tra cui l’archeologia, l’architettura, la geologia e l’ingegneria strutturale. Tali attività rientrano in un progetto di ricerca più ampio, a cui partecipano, tra l’altro, le università di Roma La Sapienza e di Kassel in Germania. È, inoltre, iniziata una collaborazione con l’ISPRA per attività di monitoraggio sui beni culturali”.

Rilievo elaborato nell’ambito delle attività congiunte di ricerca PAEV-DICIV (Unisa) con il supporto dei professori Luigi Petti e Salvatore Barba, dell’arch. Alfredo Balasco e del dott. Salvatore Ciro Nappo (foto pa-paeve)

I dati messi in rete sul sito del Parco. Il datacenter dell’università di Salerno, d’intesa con il parco archeologico, consentirà l’accesso ai dati a enti di ricerca da tutto il mondo, previa stipula di una convenzione non onerosa. Intanto, una parte dei dati è accessibile liberamente in tempo reale sulla pagina del sito istituzionale del Parco Archeologico di Paestum e Velia: https://www.museopaestum.beniculturali.it/monitoraggio-sismico-del-tempio-di-nettuno/. “In questa maniera”, commenta Maria Boffa, funzionaria per la comunicazione del Parco, “ci si può connettere da tutto il mondo per seguire il comportamento dinamico del tempio di Nettuno in tempo reale. Ovviamente i dati messi on line sono in uno stato crudo e parziale e per accedere ai dataset completi bisogna effettuare un’apposita richiesta. Per avere un’idea di cosa esattamente stiamo parlando, si può fare una prova e osservare in video una oscillazione del monumento in diretta proprio nell’orario di transito del Frecciarossa, oppure quando la situazione meteorologica a Paestum non è delle migliori. In tal modo, speriamo di sensibilizzare il pubblico verso un campo di ricerca che a lungo è stato riservato agli addetti ai lavori e far capire come la tecnologia può aiutare nella tutela del patrimonio”.

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Scavi archeologici al tempio di Nettuno di Paestum (foto pa-paeve)

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Dallo scavo al tempio di Nettuno riemerge la storia della sua costruzione (foto pa-paeve)

Novità dagli scavi lungo le fondazioni. Per il posizionamento dei sensori nel sottosuolo sono stati effettuati nuovi scavi lungo le fondazioni del monumento. Le indagini, coordinate dai funzionari archeologi Daniele Rossetti e Francesco Scelza, hanno riservato più di una sorpresa agli studiosi. “Può sembrare strano”, sottolinea il direttore del Parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel, “ma sono i primi scavi stratigrafici controllati e documentati in maniera corretta sul tempio di Nettuno, uno dei monumenti dorici più famosi del mondo antico. E a volte sono proprio i monumenti più celebri – che sembrano stranoti anche se in realtà non lo sono – che nascondono ancora delle sorprese. Nel nostro caso, è soprattutto la cronologia che abbiamo potuto chiarire grazie alla fortuna di trovare una stratigrafia intatta che ancora contiene la storia del cantiere del tempio. In passato, Dieter Mertens ipotizzò sulla base di alcuni dettagli del podio che il tempio originariamente fosse stato progettato come un periptero di 8 x 19 colonne, per poi essere riprogettato in una forma più ‘moderna’ con 6 x 14 colonne. I nostri scavi hanno dimostrato che tutta la parte delle fondazioni effettivamente risale al periodo tardo-arcaico, circa mezzo secolo prima della terminazione del progetto intorno al 460 a.C. Come nelle grandi cattedrali del medioevo, anche qui dobbiamo immaginare un cantiere che si protraeva per più generazioni, con ripensamenti, aggiustamenti e cambiamenti in corso d’opera. Inoltre, lo scavo ci ha messo nella condizione di ricostruire come la costruzione del tempio abbia comportato una rimodulazione del paesaggio circostante. Prima di iniziare la costruzione, l’area dove sarebbe sorto il tempio era stata livellata, però senza abbassare il livello molto al di sotto del piano di campagna. Su un sottile strato di sabbia di mare, riscontrato in tutti e quattro i saggi lungo le fondazioni, furono poi messe le fondamenta che erano dunque quasi completamente al di sopra del piano di campagna. Solo successivamente furono coperti di terreno, creando così una specie di collinetta artificiale intorno al podio del tempio che si può apprezzare ancora oggi. Tutto ciò ha arricchito in maniera straordinaria la nostra conoscenza del tempio dorico meglio conservato della Magna Grecia; è un episodio che ancora una volta fa capire come tutela e ricerca siano due facce della stessa medaglia”.

Il tempio di Nettuno a Paestum, il tempio meglio conservato della Magna Grecia (foto pa-paeve)
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Il progetto ArtBonus “Il tempio di Nettuno si muove – partecipa ad un viaggio unico al mondo!” premiato alla XVI edizione di LuBeC – Lucca Beni Culturali 2020 perché nella top ten dei progetti ArtBonus più votati (foto pa-paeve)

Il progetto finanziato con Artbonus. I lavori per la messa in opera del sistema di monitoraggio sono stati finanziati con donazioni arrivate attraverso il portale Artbonus del ministero della Cultura che prevede sgravi fiscali a chi sostiene la tutela e la valorizzazione di beni culturali. Tra i maggiori contribuenti la famiglia di Sabato D’Amico, titolare dell’omonima azienda di Pontecagnano, e Roberto Savarese di Sorrento Sapori e Tradizioni Srl. “Donare per la realizzazione del progetto di monitoraggio ci ha fatto sentire custodi della storia”, dichiara Sabato D’Amico. “Con la nostra azienda cerchiamo di affermare il made in Italy in tutto il mondo e a contribuire allo sviluppo di questo territorio della Piana del Sele, così ricco di risorse naturali e di cultura. Essere un mecenate significa creare un rapporto saldo con importanti realtà come il Parco Archeologico di Paestum e Velia che quotidianamente tutelano e valorizzano i nostri beni culturali per scrivere un progetto di crescita di più ampio respiro che guarda al futuro”. Come evidenzia il direttore, il progetto, in virtù della sua polivalenza “è un esempio concreto di quanto si riesce a fare in un’ottica di integrazione virtuosa tra tutela, ricerca e coinvolgimento del territorio grazie alle possibilità che si sono aperte con la riforma dei beni culturali e con la legge Artbonus”.

Archeologia in lutto. All’età di 86 è morto a Roma Paolo Moreno, uno dei massimi studiosi dell’arte greca. A lui si deve il primo studio scientifico sui Bronzi di Riace. Malacrino (MArRC): “Il suo contributo resta fondamentale”. Grande divulgatore, a lui si devono identificazioni e attribuzioni da Fidia a Prassitele il Vecchio

I Bronzi di Riace esposti in una speciale sala del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria (foto MArRC)
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Paolo Moreno, uno dei massimi studiosi dell’arte greca

L’Archeologia e la Storia dell’Arte antica sono in lutto. È scomparso a Roma, il 5 marzo 2021, Paolo Moreno, uno dei massimi studiosi dell’arte greca, protagonista di importanti identificazioni e attribuzioni da Fidia a Prassitele il Vecchio (quali autori, del gruppo colossale in bronzo di cui sono copia i Dioscuri del Quirinale) e dei Bronzi di Riace. I funerali si svolgeranno in forma privata. “La scomparsa, questa mattina a Roma, di Paolo Moreno lascia sgomenti. Sia per l’uomo, dalle nobili qualità umane, sia per lo studioso e l’archeologo, il cui contributo sui Bronzi di Riace resterà di fondamentale importanza per la ricerca scientifica”, è il primo commento rilasciato da Carmelo Malacrino, direttore del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, alla notizia della morte dell’archeologo e storico dell’arte di origini friulane, la cui ricerca scientifica è indissolubilmente legata alle due preziose statue conservate al MArRC. “Paolo”, continua Malacrino, “ci lascia a un anno dal cinquantesimo anniversario del ritrovamento dei Bronzi, in un momento in cui le fasi per la celebrazione dell’evento stanno per determinarsi. La sua assenza si farà sentire. È a Paolo Moreno, infatti, che si deve il primo studio scientifico sui Bronzi di Riace, oggetto di curiosità e interesse da parte dei più grandi studiosi. Moreno è stato il primo a intuire l’importanza delle nuove frontiere aperte dal mondo delle scienze applicate, in primis le analisi delle terre di fusione che hanno indicato la città di Argo, nel Peloponneso, come probabile area di produzione delle due sculture. Il suo nome, ne sono certo – conclude- non sarà dimenticato dal museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria e da tutto il mondo della cultura”.

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Paolo Moreno, allievo di Doro Levi, Giovanni Becatti e Ranuccio Bianchi Bandinelli

Nato a Udine il 30 ottobre 1934, Paolo Moreno ha intrapreso gli studi classici al liceo ginnasio “Jacopo Stellini” della sua città natale, continuandoli all’università di Bari dove ha conseguito la laurea in Lettere e Filosofia nel 1958. Il successivo percorso formativo lo ha visto nel 1961 ad Atene, allievo di Doro Levi alla Scuola archeologica italiana di Atene, e a Roma alla Scuola Nazionale di Archeologia, dove ha ottenuto il diploma di perfezionamento nel 1964, allievo di Giovanni Becatti e Ranuccio Bianchi Bandinelli. Ha insegnato all’università di Bari, dove è stato direttore dell’Istituto di Archeologia, e a La Sapienza di Roma. Dal 1992 è stato titolare della cattedra di Archeologia e storia dell’arte greca e romana alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’università Roma Tre. Era in pensione dal 2008. È stato redattore dell’Enciclopedia dell’arte antica classica e orientale, e ha partecipato ad analoghe iniziative internazionali. Ha diffuso le sue scoperte su celebri monumenti di arte antica attraverso articoli in riviste specializzate, relazioni a congressi, conferenze pubbliche, incontri nelle scuole, interviste per i media e scritti su periodici divulgativi. Frequenti sono stati i suoi contatti culturali con la Grecia: ha presentato a Rodi la nuova ricostruzione del Colosso di Rodi, ha tenuto conferenze a Salonicco e ad Atene, ha promosso la collocazione sull’acropoli Cadmea delle copie moderne dei Bronzi di Riace da lui ravvisati come due dei Sette eroi della spedizione contro Tebe; ha ricevuto da Sicione riconoscimenti per gli studi su Lisippo nativo della città.

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Il libro di Paolo Moreno “I Bronzi di Riace. Il Maestro di Olimpia e i Sette a Tebe” (Electa)

Per Paolo Moreno quei due straordinari capolavori, originali del V secolo a.C. dalla bellezza mai vista prima, sono espressione di “un’arte che il rinascimento non ha mai neanche sfiorato”. Così lui stesso definiva i Bronzi di Riace nel documentario di Sky Arte andato in onda nel 2016, all’indomani della riapertura al pubblico del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. Al 2002 risale, infatti, il suo celebre volume “I Bronzi di Riace. Il Maestro di Olimpia e i Sette a Tebe”, edito per Electa, in cui una serrata analisi storico-artistica e letteraria ha portato l’archeologo friulano ad identificare i due Eroi di Riace con due delle numerose statue che costituivano il monumento eroico (heroon) dei Sette a Tebe e dei loro epigoni, posto sull’agorà di Argo ed eretto dagli Argivi all’indomani della vittoria di Oinòe contro gli Spartani (456 a.C.). Secondo Moreno, il Bronzo A rappresenterebbe l’eroe Tideo, opera di Ageladas il Vecchio, mentre il Bronzo B, l’indovino Anfiarao, opera di Alkamenes di Lemno, gli stessi maestri a cui sarebbe da attribuire la decorazione scultorea del tempio di Zeus a Olimpia. “Molte delle ipotesi di Moreno sulle due statue di Riace”, ricorda Malacrino, “sono state oggi integrate o superate da nuove acquisizioni scientifiche, ma rimane attuale la sua lezione di metodo, sull’importanza di interpretare insieme, in maniera sinottica, i dati storico-artistici, quelli letterari e quelli archeometrici. Moreno è stato allievo di grandi maestri dell’archeologia italiano del calibro di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Doro Levi e Giovanni Becatti. Ha diretto l’Istituto di Archeologia dell’Università di Bari e dal 1992 è stato ordinario di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’Università di Roma Tre. Paolo Moreno è stato soprattutto un instancabile divulgatore della conoscenza del mondo antico, dai grandi maestri della classicità (Fidia e Prassitele soprattutto) alle grandi trasformazioni artistiche del mondo ellenistico e romano. Alla famiglia e agli affetti del prof. Moreno le più sentite condoglianze da parte di tutto il personale del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria”.

Il Covid non ferma il “Georgian-Italian Lagodekhi Archaeological Project” (GILAP), la missione archeologica di Ca’ Foscari in Georgia co-diretto dalla prof.ssa Elena Rova con siti dal V al III millennio a.C. Potenziate le attività post-scavo. I risultati ad aprile a Bologna

Il Georgian-Italian Lagodekhi Archaeological Project: la missione di Ca’ Foscari in Georgia
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La prof.ssa Elena Rova di Ca’ Foscari

Il Covid non ferma la missione archeologica di Ca’ Foscari in Georgia. Nonostante le difficoltà e incertezze dovute alla pandemia globale, un gruppo ristretto di archeologi di Ca’ Foscari è riuscito a portare a termine in sicurezza una breve missione di studio e ricerca in Georgia. La missione era stata originariamente programmata per settembre 2020, per completare la documentazione in sospeso e raccogliere campioni e calchi da studiare in Italia in attesa di tornare sul campo, ed è stata rimandata più volte prima di riuscire a partire. Il 17 gennaio 2021, però, la prof.ssa Elena Rova, responsabile della missione, Flavia Amato, assegnista del dipartimento di Studi Umanistici, e Vanessa Perissinotto, studentessa magistrale in Scienze dell’Antichità, sono atterrate sul territorio georgiano in pieno lockdown per recarsi a Lagodekhi, al confine orientale del Paese. La missione si è conclusa il 1° febbraio 2021 e ha appena ultimato con successo il necessario periodo di quarantena al rientro. “È molto importante”, sostiene la prof.ssa Rova, “che in questo periodo di difficoltà la missione dia ai partners locali, anche loro pesantemente colpiti dalle conseguenze economiche della pandemia, un segnale di continuità di presenza sul territorio, in modo che non vadano perduti i rapporti costruiti nel corso di più di 10 anni di lavoro, ferma restando la necessità di garantire che le attività si svolgano rispettando i protocolli di sicurezza e senza mettere a rischio la salute dei partecipanti”.

Lagodekhi (Georgia): veduta da drone dello scavo alla fine della campagna 2019 (foto unive)

georgian-italian-lagodekhi-archaeological-project_chiesa-medievale_foto-univeIl “Georgian-Italian Lagodekhi Archaeological Project” (GILAP) è un progetto intrapreso nel 2018 dall’università Ca’ Foscari di Venezia in collaborazione con la Municipalità e il Museo di Lagodekhi, coordinato da Elena Rova per la parte italiana e da Davit Kvavadze per la parte georgiana. Il territorio della Municipalità di Lagodekhi è di particolare importanza non soltanto per la sua estensione (900 km2), per la sua ricchezza storica e culturale o per la presenza di importanti siti medievali, ma soprattutto per la presenza di tumuli funerari monumentali (kurgan) risalenti alla seconda metà del III millennio a.C. e di numerosi siti del periodo calcolitico (V-IV millennio a.C.), piuttosto rari nel resto della regione. Il progetto ha una prospettiva regionale: affianca infatti allo scavo del sito calcolitico di Tsiteli Gorebi 5 (inizi del V millennio a.C.) ricognizioni di superficie estensive che mirano a mappare, anche attraverso l’analisi delle foto aeree e satellitari, i siti archeologici del territorio della Municipalità, in modo da fornire alle autorità locali uno strumento per poterli gestire e proteggere. 

Una fase delle ricognizioni nel 2019 a Tsiteli Gorebi 5 (foto unive)

La missione di ricerca ha permesso di completare la catalogazione e il disegno dei reperti rinvenuti durante le campagne di scavo e ricognizione 2019 del team GILAP e  di definire, con una visita al sito, le aree che saranno oggetto della prossima campagna di scavo, per ora prevista per la metà di giugno. Sono stati poi realizzati, utilizzando una pasta per impronte a bassa viscosità (la stessa usata dai dentisti), che penetra nei solchi e si adatta perfettamente alla morfologia del reperto, i calchi di tutti i manufatti in ossidiana e selce rinvenuti sul sito di Tsiteli Gorebi 5 che mostrassero tracce di utilizzo. Studiando al microscopio queste tracce in collaborazione con Davide D’Errico (dottorando dell’università di Leiden) e il Laboratorio di Analisi tecnologica e funzionale dei manufatti preistorici (Ltfapa) dell’università “Sapienza” di Roma si potrà determinare quali erano le funzioni assolte da questi strumenti (se servivano ad esempio per mietere il grano o piuttosto per la concia delle pelli o per tagliare i giunchi per confezionare ceste, stuoie ecc.). Questo è solo un esempio del vasto programma di analisi interdisciplinari e paleoambientali che la missione ha sviluppato nel corso del 2020, sfruttando i fondi e il tempo resisi disponibili per la forzata sospensione delle campagne di scavo.

Il recupero di reperti ossei nell’ambito della missione di Ca’ Foscari in Georgia (foto unive)

Sono stati completati lo studio delle ossa umane dalla necropoli di Doghlauri, l’analisi delle tracce sui manufatti in osso, lo studio sulla provenienza dell’ossidiana e un nuovo lotto di datazioni al 14C, e sono state avviate le analisi degli isotopi stabili sulle ossa umane e animali (in collaborazione con la prof.ssa Paola Iacumin dell’università di Parma) che permetteranno di conoscere le abitudini alimentari delle antiche popolazioni e i movimenti legati al pastoralismo transumante. Le analisi del DNA sulle ossa animali ritrovate a Tsiteli Gorebi 5 – in collaborazione con Ino Curik dell’università di Zagabria e Eva-Maria Geigl dell’institut Jacques Monod di Parigi – contribuiranno a ricostruire il quadro della diffusione delle razze di animali domestici. 

Vanessa Perissinotto impegnata nel disegno dei manufatti ceramici recuperati nella missione di Ca’ Foscari in Georgia (foto unive)

Alla fine della missione di studio, Vanessa Perissinotto si è trattenuta in Georgia, dove rimarrà fino alla fine di luglio 2021 nell’ambito di uno scambio Overseas tra Ca’ Foscari e l’università statale Ivane Javakhishvili di Tbilisi per seguire dei corsi e svolgere ricerche per la propria tesi sulle culture locali del V e IV millennio a.C. “Poter studiare a Tbilisi è una meravigliosa opportunità”, dice Vanessa, “aver accesso a bibliografia, materiali e siti sul posto, potendoli vedere, verificare e studiare dal vivo è davvero importante per il mio sviluppo in quanto archeologa. E il fatto di poter vivere questa esperienza in un contesto internazionale, nonostante le limitazioni imposte dalla pandemia in corso, mi fa sentire ancora più grata”.

Flavia Amato impegnata nel campionamento finalizzato allo studio delle tracce d’uso su manufatti litici (foto unive)

La prof.ssa Rova sottolinea quanto sia importante, in questo momento, “reindirizzare l’attività di ricerca utilizzando la pausa di riflessione offerta dall’emergenza COVID per sviluppare tutte quelle attività di post-scavo (studio, analisi e pubblicazione dei dati raccolti) che spesso vengono sacrificate in favore dell’attività sul campo e, soprattutto, per programmare e avviare filoni di ricerca innovativi”. Per esempio, l’interruzione degli scavi ha permesso al gruppo di ricerca della professoressa di completare numerose pubblicazioni che erano rimaste in sospeso e di far svolgere analisi di laboratorio che aspettavano da tempo perché i fondi disponibili erano di solito utilizzati per gli scavi. Allo stesso tempo, la missione ha potuto avviare linee di ricerca innovative – come quella dell’analisi del DNA – per cui è necessaria la collaborazione di esperti esterni e sviluppare la propria attività di networking, curando i rapporti con i Georgiani e altre missioni straniere, anche attraverso eventi on line. Queste sono attività delle missioni archeologiche che di solito non attirano l’attenzione, ma che sono invece le più importanti ai fini dei risultati scientifici. Parte dei risultati di questi studi verrà presentata al congresso ICAANE (12th International Congress on the Archaeology of the Ancient Near East), che si terrà dal 6 al 10 aprile 2021 a Bologna.

“Storie dal Colosseo. Lezioni di Epigrafia”. Quarto e ultimo appuntamento con l’epigrafista Silvia Orlandi: siamo alle soglie della fine dei giochi e della dismissione definitiva del Colosseo come arena per spettacoli. Alcune iscrizioni ci raccontano di restauri dell’anfiteatro per crolli provocati da terremoti tra V e VI secolo

Federica Rinaldi, responsabile del Colosseo, e Silvia Orlandi, epigrafista dell’università la Sapienza di Roma (foto PArCo)

Per la quarta e ultima lezione di epigrafia con la professoressa Silvia Orlandi, docente di Epigrafia latina alla Sapienza Università di Roma, accompagnata da Federica Rinaldi, responsabile del monumento, in qualche modo si chiude il cerchio del racconto iniziato con l’iscrizione di Lampadio, portandoci fino alle soglie della fine dei giochi e della dismissione definitiva del Colosseo come arena per spettacoli. Come già in epoca precedente, ancora nel corso del V secolo d.C. e probabilmente anche nel VI secolo d.C. Roma è squassata da violenti terremoti che non risparmiano neanche il Colosseo. Le gradinate, il piano dell’arena, le gallerie di servizio e persino il podio sono interessati da forti danneggiamenti che richiedono ingenti somme di denaro per il loro ripristino. Lo sappiamo ancora una volta dagli stessi fautori di queste ricostruzioni, ovvero i prefetti urbani, alti magistrati preposti proprio alla tutela della città. Del più noto, Rufius Caecina Felix Lampadius, abbiamo già sentito parlare nel corso della prima lezione, perché dopo il 443 d.C. fu lui a promuovere i restauri, durante il regno di Teodosio II e Valentiniano III, celebrandone gli interventi addirittura riutilizzando l’epigrafe inaugurale dei giochi di Tito dell’80 d.C. Altrettanto importante fu il praefectus urbi Decius Marius Venantius Basilius che scolpì tre volte sulla pietra i nuovi restauri all’arena e al podio, resisi necessari a seguito di un ennesimo terremoto (nel 484 d.C. o nel 508 d.C.) definito addirittura abominandus! Le basi si conservano all’interno del fornice Ovest, la cosiddetta Porta Triumphalis.

La quarta lezione si tiene all’interno della Porta Triumphalis, il luogo in cui durante i giorni in cui si svolgevano gli spettacoli, i principali protagonisti delle attività sull’arena entravano trionfanti. “Nel V secolo”, ricorda Rinaldi, “Roma viene squassata da una serie di terremoti che compromettono ovviamente anche la stabilità dell’anfiteatro. Sono due i prefetti urbani che interverranno lasciando un segno di questo loro intervento per ricostruire quelle porzioni crollate dell’anfiteatro che erano indispensabili per continuare a svolgere alcuni spettacoli. Uno è il praefectus urbi Cecina Felix Lampadius, l’altro è Basilius.  Di loro ci parla la professoressa Orlandi”. “Abbiamo parlato di Rufus Cecina Felix Lampadius nel corso della prima lezione”, ricorda Orlandi, “perché è lui che abbiamo menzionato nel testo inciso sui blocchi che originariamente ospitavano l’iscrizione di Tito, quella relativa appunto all’inaugurazione dell’anfiteatro. E che nel V secolo fu riutilizzata per commemorare un restauro dell’edificio verosimilmente dopo il terremoto del 442-443”.

Base di statua con l’iscrizione di Decius Marius Venantius Basilius che ricorda i restauri del Colosseo da lui pagati dopo un terribile terremoto (foto PArCo)

“Qualche anno più tardi verso la fine del V secolo o all’inizio del VI secolo”, continua Orlandi, “si data invece un’altra iscrizione rinvenuta, anzi alcune altre iscrizioni tutte con lo stesso testo. Due sono altrettante basi di statue basi rinvenute nell’Ottocento e un’altra è nota solo da tradizione manoscritta da un codice del XVI secolo che riporta lo stesso testo. Ricorda come Decius Marius Venantius Basilius, che era praefectus urbi come Lampadius e anche console ordinario, ha restaurato l’arena e il podio del Colosseo che erano in rovina, crollati in seguito a un terribile terremoto (ABOMINANDI TERRAE MOTUS RUINA), il tutto SUM(P)TU PROPRIO, cioè a sue spese. Quindi siamo di fronte a un senatore potentissimo e ricchissimo che a proprie spese restaura le parti fondamentali dell’anfiteatro e per questo viene onorato con una serie di statue che dovete immaginare sorrette dalle basi che sono tutto ciò che oggi ci rimane”. La datazione dell’iscrizione di Decius Marius Venantius Basilius, come ricorda Rinaldi, ci viene dalle indicazioni del suo consolato, della sua titolatura che vengono quindi a supportare il contesto cronologico di riferimento, il tardo impero. Ma c’è anche un’indicazione indiretta che ci permette di dare una datazione precisa: è il segno grafico dell’iscrizione, quello che gli specialisti della materia chiamano ductus epigrafico. “È vero”, conferma Orlandi. “L’iscrizione che onora Decius Marius Venantius Basilius presenta una grafia molto irregolare. L’allineamento delle lettere non è quasi mai rispettato, l’impaginazione è piuttosto approssimativa, ed è piena anche di errori e correzioni che si vedono molto bene. È un tipico prodotto dell’epigrafia tardo-imperiale che testimonia come l’evoluzione del gusto, a cui assistiamo in questo periodo, rendeva accettabile anche per un pubblico altolocato come poteva essere appunto Decius Marius Venantius Basilius un prodotto di officina che in altre epoche avremmo definito scadente”.

L’iscrizione di Basilius riutilizzando una base con iscrizione dell’imperatore Carinus di due secoli prima (foto PArCo)

“Nell’altra base che riporta la stessa iscrizione”, fa presente Orlandi, “non vediamo errori e correzioni come nella precedente, ma assistiamo a un chiaro fenomeno di reimpiego perché l’iscrizione di Decius Marius Venantius Basilius è incisa riutilizzando un’iscrizione che si trova sul retro dedicata a Carinus e oggi vediamo capovolta. Quindi il visitatore curioso non mancherà di girare intorno alla base di Decius Marius Venantius Basilius per leggere quel che resta della dedica a Carinus imperatore della fine del III sec. d.C. che, benché capovolta, è tuttora leggibile sul retro della base di Basilius”. “Siamo giunti così quasi a quella che è la storia finale del Colosseo”, chiude Rinaldi. “Del resto queste sono le ultime informazioni o quasi che abbiamo. Sappiamo che nel 523 d.C. cade l’oblio sul Colosseo. Ma da qui partirà un’altra storia”.