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“Archeologia ferita”: al museo Archeologico nazionale di Napoli gli “stati generali” sulla lotta al traffico illecito e alla distruzione dei beni culturali. Due giorni di confronto tra magistrati, forze dell’ordine, giuristi, esperti e grandi musei internazionali. All’archeologo veneto Giancarlo Garna il premio “Person of the year 2017”

La statuetta in marmo di “Zeus in trono” restituita all’Italia dal Paul Getty Museum e ora al museo Archeologico nazionale di Napoli

Al museo Archeologico nazionale di Napoli il seminario “Archeologia ferita”

Due giorni a Napoli per parlare di “Archeologia ferita”: sono gli “Stati generali” sulla lotta al traffico illecito e alla distruzione dei beni culturali convocati dalla direzione del museo Archeologico nazionale di Napoli, uno dei maggiori musei archeologici al mondo, contenitore di molti reperti di Pompei, Paestum, Ercolano, che lanciando questa iniziativa, che non ha eguali in Italia, vuole sottolineare anche il suo  ruolo di  “capofila” in questo delicato settore della salvaguardia dei beni culturali, come testimonia la “restituzione” avvenuta a luglio dello Zeus, proveniente probabilmente dal parco archeologico sommerso di Baia, da parte del Getty Museum (Usa) (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/08/01/zeus-in-trono-torna-a-casa-al-mann-di-napoli-la-statuetta-in-marmo-era-stata-trafugata-negli-anni-ottanta-e-comprata-dal-paul-getty-museum-nel-1992-che-ora-lha-restituita/). Dal furto di opere al saccheggio dei siti e degli scavi archeologici, dal traffico di reperti durante i conflitti armati al terrorismo e alla contraffazione, fino all’uso di documenti falsi che accompagnano i beni. Tutto questo si riassume in un fenomeno ben preciso: traffico illecito nel mondo dell’arte, un “mercato” che vale 8 miliardi di dollari l’anno. Contrastare questo “mercato” significa quindi salvaguardare l’identità culturale dei popoli e di preservare il patrimonio dell’umanità. L’appuntamento nella Sala della Meridiana del Mann martedì 14 e mercoledì 15 novembre 2017 per un confronto di enorme interesse per la salvaguardia del patrimonio tra magistrati, forze dell’ordine, giuristi, esperti e grandi musei internazionali (dagli Stati Uniti alla Giordania, presenti anche l’Ermitage di San Pietroburgo, il Getty Museum di Los Angeles e il museo del Bardo di Tunisi), con il coinvolgimento  dell’università di Napoli Federico II,  attraverso la collaborazione con la prof. Daniela Savy, docente di Diritto europeo dei Beni culturali. “L’Università Federico II è stata  doppiamente coinvolta in questo seminario”, spiega Daniela Savy, membro del Comitato scientifico dell’Osservatorio giuridico sulla tutela del patrimonio culturale dell’Università degli Studi Roma Tre, “con il dipartimento di Giurisprudenza, diretto dal professore Lucio De Giovanni, per l’approfondimento della normativa, nazionale ed internazionale, posta a tutela del patrimonio culturale e per lo studio della normativa de iure condendo sui nuovi reati in materia. Ed anche con il dipartimento di Studi Umanistici, diretto dal professor Edoardo Massimilla, per l’apporto fondamentale degli storici dell’arte e degli archeologi esperti nelle dinamiche connesse alla materia”.

I carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale operativi in Iraq

Come è noto la domanda di arte e antichità proviene da Paesi ricchi e sviluppati. In questi Stati è evidente un sistema forse non adeguato ad assicurare un’azione di monitoraggio delle reti o dei luoghi dove gli scambi illegali maggiormente si realizzano. L’offerta deriva per lo più dai paesi in via di sviluppo e dai paesi sotto assedio, ma non solo. Spesso l’offerta clandestina nasce da Paesi come l’Italia estremamente ricchi di patrimonio archeologico.  “Nel quadro del perfezionamento della riforma dei musei autonomi condotta dalla ministero e dalla DG Musei”, spiega Paolo Giulierini, direttore dell’Archeologico di Napoli, “il Mann ribadisce il suo ruolo di Istituto pubblico di caratura internazionale pronto al confronto con i principali attori del dibattito archeologico mondiale sui temi scottanti legati al patrimonio culturale e si rende protagonista della ricerca nazionale contribuendo per quanto di sua competenza alla realizzazione di un sistema di salvaguardia del cultural heritage mondiale. Il Mann è lieto di ospitare grandi musei con i quali ha impostato protocolli di collaborazione come il Getty e l’Ermitage, e di musei che si affacciano sul Mediterraneo, condividendo di questi ultimi i problemi e le esperienze”. Al seminario si confronteranno i rappresentati del MiBACT e di prestigiosi musei internazionali, il nucleo antitraffico illecito di Roma, la Procura della Repubblica di Napoli, funzionari del Mann, archeologi e giornalisti esperti in materia con lo scopo di raccogliere le esperienze, e fare il punto sullo stato dell’arte a livello di istituzioni nazionali e organizzazioni internazionali quali Onu, Unione europea, Consiglio d’Europa, Icom, Unidroit. Obiettivo dei due giorni di studio è quello di formulare proposte per contribuire ad un miglioramento del sistema di lotta al traffico illecito.

Il Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri di Cosenza nel 2016 ha sequestrato più di 3mila reperti: tra essi in aumento il fenomeno dei falsi

Il programma di martedì 14 novembre 2017. Alle 9.30, saluti di Paolo Giulierini, direttore del Mann; Luigi De Magistris, sindaco di Napoli; Armando Rossi, presidente del consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli; Gaetano Manfredi, rettore dell’università di Napoli Federico II; Edoardo Massimilla, direttore del dipartimento di Studi umanistici, università di Napoli Federico II; Lucio De Giovanni, direttore del dipartimento di Giurisprudenza, università di Napoli Federico II; Guglielmo Trupiano, direttore del centro Europe Direct della Commissione europea presso il Centro Interdipartimentale Lupt dell’università di Napoli Federico II; Mariella Utili, segretario regionale del MiBACT per la Campania. Alle 10.30, introduzione “Una premessa storica. Scavi e mercato artistico a Napoli tra Sette e Ottocento: legislazione e prassi, dispersione e circolazione” con Andrea Milanese, responsabile dell’Archivio storico del Mann e Paola D’Alconzo, università di Napoli Federico II. A seguire la prima sessione di lavori “Normativa e tutela”, presiede Giovanni Melillo, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli. Relatori: Tiziana Coccoluto, vice capo di Gabinetto vicario del MiBACT sul tema “Nuovi delitti, nuove indagini” e Carlo Longobardo, università di Napoli Federico II che parlerà de “La tutela penale dei beni culturali tra tecniche di tutela ed esigenze di riforma”.  Alle 12, Luca Lupària, università Roma Tre e condirettore dell’Osservatorio giuridico sulla tutela del patrimonio culturale, su “Accertamento dei reati e problemi processuali inerenti il traffico illecito”; Daniele Amoroso, università di Cagliari parlerà de “La Convenzione Unidroit del 1995 sui beni culturali rubati o illecitamente esportati”; Daniela Savy, università di Napoli Federico II e membro del Comitato scientifico dell’Osservatorio giuridico sulla tutela del patrimonio culturale, “La disciplina dell’Unione Europea in tema di traffici illeciti”. Alle 15, la seconda sessione di lavori sarà su “La prassi in tema di lotta al traffico illecito e distruzione dei beni culturali”. Presiede Maria Vittoria Marini Clarelli, direttore del Servizio circolazione della direzione generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio. Relatori: Carmela Capaldi, università di Napoli Federico II “Scavi clandestini e traffici illeciti nel Regno delle due Sicilie”; Vincenzo Piscitelli, procuratore aggiunto a Napoli “Prassi in tema di tutela penale” e il colonnello Alberto Deregibus, vice comandante del nucleo Carabinieri Tutela del Patrimonio culturale di Roma. Alle 16, tavola rotonda con Giuliano Volpe, università di Foggia e presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali e paesaggistici del MiBACT che incontrerà Valeria Sampaolo, conservatore capo del Mann; Luigia Melillo, responsabile dell’ufficio Relazioni internazionali e dell’ufficio Restauro del Mann; Marco Pacciarelli, università di Napoli Federico II; e Sandro Garrubbo, comunicazione e marketing del museo Salinas di Palermo.

All’archeologo veneto Giancarlo Garna il premio “Person of the Year 2017”

A Viterbo il master in Archeologia giudiziaria

Il programma di mercoledì 15 novembre 2017. Alle 10, la terza sessione del convegno si aprirà con una tavola rotonda sul tema “Il ruolo dei musei nella lotta al traffico illecito e alla distruzione dei beni culturali”. Apertura dei lavori di Alessandro Benzia, direttore degli uffici di Diretta collaborazione del ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. A seguire Fabio Isman, giornalista e scrittore (critico de Il Messaggero) incontrerà Andrej Nikolaevic’ Nikolaev, deputy head of the Department of the East, Museo dell’Ermitage (Russia); Claire Lyons, curator of Antiquities, J.P. Getty Museum (USA); Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei e docente università Federico II di Napoli; Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco del archeologico di Paestum; Francesca Spatafora, direttore del museo Salinas e del Polo regionale di Palermo per i parchi e musei Archeologici. Alle 12, tavola rotonda con Paolo Giulierini che incontra Moncef Ben Moussa, conservateur en chef du musée national du Bardo (Tunisia), e Khalil Mahmoud Khalil, direttore del museo Archeologico di Amman (Giordania). Il convegno si concluderà con il premio “Person of the year 2017” dell’osservatorio internazionale archeomafie all’archeologo Giancarlo Garna, che, dal 2012, partecipa alla missione archeologica italiana nel Kurdistan irakeno, con il progetto archeologico regionale Terra di Ninive dell’università di Udine, diretto da Daniele Morandi Bonacossi. L’archeologo, bellunese di nascita ma padovano d’adozione da trent’anni, è stato premiato “per il suo impegno nella tutela del patrimonio culturale nelle aree di crisi e di guerra e la costante opera di sensibilizzazione della categoria e dell’opinione pubblica”.  Infatti è noto il suo impegno per portare all’attenzione dell’opinione pubblica cosa sta avvenendo al patrimonio archeologico in Paesi disastrati dalla guerra come la Siria e l’Iraq. Attualmente lavora per l’università di Udine con cui ha partecipato in passato alle missioni archeologiche a Mishrifeh (Siria) nel 1999 e a Palmira dal 2009 al 2010. Consegnerà il premio Tsao Cevoli, direttore del master in Archeologia giudiziaria e crimini contro il patrimonio culturale del Centro Studi Criminologici di Viterbo.

Museo Archeologico nazionale di Napoli, dopo sei anni, riaperta con nuovo allestimento la sezione Epigrafica, una delle più prestigiose collezioni al mondo: 300 iscrizioni (greche, latine, italiche) tra cui – vera novità – le scritte dipinte o graffite sui muri di Pompei

Edicola funeraria con iscrizione latina esposta nella rinnovata sezione epigrafica del Mann

La guida Electa della sezione Epigrafica del Mann

Si potranno finalmente ammirare le cosiddette Tavole di Eraclea, le Laminette orfiche di Thurii e la Meridiana delle Terme Stabiane di Pompei in lingua osca: vere icone mondiali nell’ambito dell’epigrafia. E poi le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei: manifesti elettorali, annunci di giochi, declamazioni poetiche, sconci disegni, tra le novità del percorso della sezione Epigrafica riaperta il 30 maggio 2017, dopo sei anni, al museo Archeologico nazionale di Napoli: esposte oltre 300 opere di una delle più prestigiose collezioni al mondo d’iscrizioni greche, latine e italiche, documenti eccezionali per la storia della scrittura e della storia del passato, con particolare riferimento alla Campania all’Italia centro-meridionale, con un allestimento completamente rivisto, corredato da nuovi apparati didattici cartacei e multimediali, e accompagnato da una specifica guida edita da Electa. Il lavoro è stato condotto con la curatela scientifica di Carmela Capaldi, dell’università Federico II di Napoli, e di Fausto Zevi, emerito dell’università La Sapienza di Roma e accademico dei Lincei, e il coordinamento di Valeria Sampaolo, capo conservatore delle collezioni del Mann. Dopo la sezione Egiziana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/10/02/i-faraoni-tornano-a-napoli-dopo-sei-anni-di-chiusura-riapre-la-sezione-egiziana-del-museo-archeologico-di-napoli-1200-reperti-la-piu-antica-collezione-egizia-deuropa-nata-nel-1821-come-rea/) e in attesa di poter ammirare nel 2018 i capolavori della Magna Grecia, ecco, dunque, un ulteriore importante momento di crescita del Museo napoletano sotto la guida di Paolo Giulierini già direttore del Mann dalla fine del 2015 .

Un’iscrizione dipinta proveniente da Pompei ed esposta al museo Archeologico nazionale di Napoli

Le iscrizioni, spiegano gli archeologi, sono alla base della ricostruzione delle vicende storiche: “spaccati luminosi di vita quotidiana, di pratiche religiose, cardini della giurisprudenza antica alla base del nostro sistema legislativo”. La riaperta sezione, come si diceva, ospita oltre trecento epigrafi, alcune particolarmente rare, altre quasi dimenticate se non addirittura date per scomparse, che spaziano dal VI sec. a.C. al IV sec. d.C. nelle diverse lingue, greco, latino, osco, umbro, nord-sabellico, che riguardano un ampio contesto meridionale, visto il ruolo centrale del Real Museo Borbonico. Testimonianze scritte su materiali lapidei o su metalli, alle quali si aggiungono – novità assoluta di questo allestimento – le iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei, testimonianza particolarmente toccante della vita pubblica e privata dei romani, di norma difficilmente documentabili in centri diversi da quelli vesuviani: i manifesti elettorali, gli annunci di giochi di gladiatori,  declamazioni poetiche cui spesso si sovrappongono disegni rozzi o sconci.
Testimonianze in varie lingue antiche. Dalla documentazione in lingua greca con testi provenienti dalle colonie dell’Italia meridionale (le prime attestazioni di scrittura  greca in Occidente, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., sono state scoperte a Pithecusa (Ischia) si passa alle iscrizioni provenienti proprio da Neapolis, dove il greco rimane lingua ufficiale fino alla caduta dell’Impero romano.  Eccezionale è poi la raccolta di iscrizioni in lingue pre-romane dell’Italia centro-meridionale (in osco, vestino, volsco, sabellico) come l’iscrizione in lingua volsca da Velletri del IV secolo a.C, documento tra i più antichi della lingua umbra, o quella nord-sabellica da Bellante della metà del VI secolo a.C. Mentre della lingua osca, formatasi probabilmente in Campania tra il V e il IV secolo a. C. per abbracciare i popoli di  ceppo sannitico (base etrusca e numerose influenze dal greco e dal latino) il Mann conserva i testi più lunghi e complessi tra quelli finora rinvenuti, come la Tabula Osca Bantina e il Cippo Abellano.

Una delle Tavole di Eraclea, lastra in bronzo del I sec. a.C.

E veniamo alle top star. Le Tavole di Eraclea (I sec. a.C.), qui esposto un calco moderno della parte latina nella sala dedicata alla romanizzazione (gli originali saranno nella sezione della Magna Grecia), sono lastre bronzee incise su entrambe le facce, con testi in greco e latino di età differenti, che furono rinvenute nel 1732 in Basilicata, nel luogo di probabile riunione dell’assemblea federale della Lega italiota. “Il loro ritrovamento”, ricordano i curatori, “fu un vero evento e il fatto che i reali Borbonici, in fuga a Palermo nel 1798,  abbiano voluto nel 1806 portare in Sicilia, insieme a sculture, dipinti e gioielli, anche queste pesanti lastre dimostra quanta importanza “politica” fosse loro attribuita, quali strumenti di legittimazione della nuova casa regnante (i Borbone erano saliti al trono del regno autonomo delle Due Sicilie nel 1734), degna erede dei territori che avevano costituito la Magna Grecia – il cui appellativo di origine  pitagorica andava inteso come “doctrinarum magnitudine” – grande per qualità intellettuali e non per estensione geografica”.

Una delle laminette orfiche n oro ritrovate a Thurii e conservate al Mann

Le laminette di Thurii, in lingua greca, sono invece sottili sfoglie d’oro provenienti da due sepolture del IV secolo a. C. appartenenti a una setta misterica di carattere popolare, non ignara dell’ortodossia orfico-pitagorica. Ma vanno anche ricordati i frammenti (8 dei 12 rinvenuti sono infatti conservati al Mann) della cosiddetta Tavola Bembina – scoperta tra Quattro e Cinquecento e appartenuta prima ai duchi d’Urbino, poi all’umanista Pietro Bembo e quindi ai Farnese – con i testi della lex de repetundis e di una lex agraria relativa ad aree demaniali; oppure il Menologium rusticum Colotianum (I sec d. C.) uno dei due soli esempi di calendari agricoli romani che ci sono pervenuti, documento eccezionale per la rarità e lo stato di conservazione che ci fornisce preziose indicazioni sulla scansione delle attività stagionali e dei riti connessi. Riti, costumi, trasformazioni urbane, leggi e commerci,  divinità e uomini, siano essi personaggi pubblici, commercianti, notabili o atleti, mogli, sacerdotesse o prostitute: le testimonianze epigrafiche ci narrano e ci fanno scoprire i molteplici aspetti e protagonisti del mondo antico, basti pensare agli archivi di tavolette cerate rinvenute a Pompei nel 1875 e a Ercolano negli anni trenta del Novecento e a come essi restituiscono uno spaccato unico della vita sociale ed economica della prima età imperiale (tra il 40 e il 79 d.C.) ma anche anticipino abitudini molto attuali.

 

I faraoni tornano a Napoli. Dopo sei anni di chiusura riapre la sezione Egiziana del museo Archeologico di Napoli, 1200 reperti, la più antica collezione egizia d’Europa nata nel 1821 come Real Museo Borbonico

Il cosiddetto "Neoforo farnese", forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli, primo in Europa ad avere una collezione egiziana

Il cosiddetto “Neoforo farnese”, forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli, primo in Europa ad avere una collezione egiziana

I faraoni tornano a Napoli. Dopo sei anni di assenza. E tornano non in un luogo qualsiasi ma nella prima città europea in cui avevano trovato “casa”. Riapre infatti l’8 ottobre 2016 la sezione egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann), oltre 1200 reperti e un nuovo allestimento progettato dal Mann e dall’università l’Orientale di Napoli, completamente ripensato per la più antica collezione d’Europa rispetto al precedente, datato alla fine degli anni Ottanta. È questa la terza tappa del grande progetto “Egitto Pompei” presentato a febbraio (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/01/egitto-passione-antica-da-torino-a-pompei-a-napoli-tre-sedi-per-un-grande-progetto-espositivo-egitto-pompei-grazie-alla-collaborazione-inedita-tra-enti-diversi-legizio/), iniziato al museo Egizio di Torino con la mostra “Il Nilo a Pompei” (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/09/egitto-pompei-al-museo-egizio-di-torino-la-prima-tappa-del-progetto-con-la-mostra-il-nilo-a-pompei-nella-nuova-sala-asaad-khaled-per-la-prima-volta-gli-affreschi-del-tempio-di-isid/), e continuata a Pompei con l’allestimento nella Palestra Grande (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/18/egitto-pompei-seconda-tappa-del-progetto-alla-palestra-grande-di-pompei-si-materializza-la-dea-sekhmet-itinenario-egizio-negli-scavi-dal-tempio-di-iside-alle-domus-con-affreschi-egittizzanti/). E ora Napoli dove l’Egitto, come si diceva, non è una novità. Fu infatti il “Real Museo Borbonico di Napoli” il primo tra i grandi musei europei a istituire una sezione dedicata alle antichità egizie. Era il 1821 e l’allora direttore, Michele Arditi, inaugurò “Il Portico dei Monumenti Egizi”, facendovi confluire l’interessante collezione Borgia, il Naoforo Farnese (forse il primo oggetto egiziano acquisito dal Museo di Napoli) e svariati reperti rinvenuti in Campania in contesti archeologici di epoca romana, descritti l’anno successivo da Giovanbattista Finati in una Guida per la visita delle collezioni.  “Naoforo”  (“portatore di tempio”) è un termine utilizzato dagli egittologi per indicare un tipo di scultura, tipica proprio dell’arte egiziana, che rappresenta un personaggio che tiene davanti a sé un tabernacolo contenente una figura o degli emblemi divini. A Napoli sarebbero seguiti a ruota nel 1823 Berlino, nel 1824 Torino e Firenze, nel ‘26 il Museo del Louvre a Parigi e nel 1830 i Musei Vaticani. Il primo nucleo delle collezioni del Cairo è del 1858, e l’attuale museo cairota è “solo” del 1902.

A sei anni dalla chiusura, riapre la Collezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli

A sei anni dalla chiusura, riapre la Collezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli

Paolo Giulierini, direttore del Mann

Paolo Giulierini, direttore del Mann

Dunque, la più antica collezione egizia d’Europa, divenuta con gli acquisti successivi anche la più importante e ricca d’Italia dopo Torino, torna finalmente a essere esposta al pubblico dall’8 ottobre 2016 – a sei anni dalla chiusura delle sale – nella sezione Egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli. Una conferma del processo di profondo rinnovamento avviato al Mann dal nuovo direttore Paolo Giulierini, che, pochi mesi fa, ha pure inaugurato la splendida sala dedicata ai “Culti Orientali”: entrambi eventi  conclusivi dell’importante progetto “Egitto Pompei”, condotto in collaborazione  tra il museo Egizio di Torino, la soprintendenza di Pompei e appunto il museo napoletano. La collezione napoletana, oltre 1200 oggetti di una raccolta davvero unica, formatasi in gran parte prima della spedizione napoleonica, conta importanti parti di mummie e sarcofagi, vasi canopi, numerosi e preziosi ushabty, sculture affascinanti come il monumento in granito di Imen-em–inet o la cosiddetta “Dama di Napoli”, statue cubo e statue realistiche, stele e lastre funerarie di notevole fattura, cippi di Horus e papiri.

La Collezione Egiziana si sviluppa nelle sale del seminterrato del museo Archeologico di Napoli

La Collezione Egiziana si sviluppa nelle sale del seminterrato del museo Archeologico di Napoli

Con gli egittologi del Mann cerchiamo di conoscere meglio la collezione Egiziana. Il percorso si snoda nelle sale del seminterrato del museo napoletano, oggetto di specifici interventi per il controllo microclimatico e illuminotecnico. Ora l’allestimento è tematico e rilegge i materiali del museo svelando il fascino della grande civiltà egizia: “il faraone e gli uomini”, “la tomba  e il suo corredo”, “la mummificazione”, “la religione e la magia”, “la scrittura e i mestieri”, “l’Egitto e il Mediterraneo antico”. Un’ampia sezione introduttiva presenta – anche attraverso l’esposizione di falsi settecenteschi, di calchi ottocenteschi e di esempi dell’arredo antico – le vicende della sezione e delle sue raccolte, preziose testimonianze di storia del collezionismo egittologico. È qui infatti che il visitatore si imbatte nella figura del cardinale Stefano Borgia che animato da interesse storico e antiquario e agevolato dal suo ruolo di Segretario di Propaganda Fide, tra il 1770 e il 1789, implementò la collezione di famiglia di numerose antichità orientali dando vita a una vera e propria raccolta di “tesori dalle quattro parti del mondo”. Ereditata in parte dal nipote Camillo (che non fu certo in buoni rapporti con il governo pontificio, accusato tra l’altro d’essere tra i responsabili dell’invasione francese del Lazio), la raccolta fu acquistata nel 1815 da Ferdinando IV di Borbone. Quindi si incontra il veneziano Giuseppe Picchianti e la moglie, contessa Angelica Drosso, che all’indomani delle campagne napoleoniche in Egitto e delle sensazionali scoperte nella valle del Nilo, in pieno XIX secolo, furono tra quegli avventurieri e collezionisti pronti a recarsi nelle terre dei faraoni a caccia di reperti preziosi, animati dalla speranza di facili profitti. In  un viaggio durato sei anni, misero insieme una raccolta notevolissima che tentarono di vendere prima al re di Sassonia e poi al Museo di Napoli, che tuttavia ne acquistò solo una parte nel 1828. Insoddisfatto dal ricavato, un mese dopo, Picchianti donò la restante collezione allo stesso museo, a patto d’essere assunto come custode e restauratore delle antichità egizie (fece anche alcuni interventi sulle mummie), non mancando di approfittare del suo ruolo per sottrarre alcuni oggetti rivenduti poi al British Museum.

Una tavola del fumetto “Nico e l’indissolubile problema… egizio” del grande disegnatore disneyano Blasco Pisapia

Una tavola del fumetto “Nico e l’indissolubile problema… egizio” del grande disegnatore disneyano Blasco Pisapia

Nuova guida e album a fumetti. Particolarmente attenta nei contenuti e nella grafica, arricchita da contributi multimediali è la didattica con l’aggiunta di una guida dedicata, in un nuovo formato editoriale, a cura di Electa. È infine una vera sorpresa l’albo a fumetti, dedicato alla sezione Egiziana del Mann (Electa) appositamente creato dal grande Blasco Pisapia per invitare i piccoli visitatori a scoprire le meraviglie racchiuse nel museo. All’architetto e fumettista napoletano – che ha collaborato con le principali case editrici italiane di libri per ragazzi e che da vent’anni è autore completo Disney Italia/Panini – si devono dunque i testi e i disegni di “Nico e l’indissolubile problema… egizio”. Il fumetto rientra nel progetto Obvia ideato da Daniela Savy (università Federico II di Napoli) e da Carla Langella (Seconda università di Napoli) con il quale il museo Archeologico nazionale di Napoli vuole proporre nuove modalità di fruizione e valorizzazione delle opere d’arte al di fuori dei consueti confini dei musei e dei siti culturali.

Egitto. Sulle orme dei legionari negli insediamenti romani del tardo Impero a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale tra controlli di frontiera e attività agricole. Al progetto Life dell’archeologa Corinna Rossi assegnato l’Erc Consolidator Grant: è la prima volta che viene premiata la ricerca archeologica italiana dall’European Research Council

Il forte romano domina il paesaggio a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale dell'Egitto (foto Maurizio Zulian)

Il forte romano domina il paesaggio a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale dell’Egitto (foto Maurizio Zulian)

Il logo dell'Erc Consolidator Grant al progetto Life di Corinna Rossi

Il logo dell’Erc Consolidator Grant al progetto Life di Corinna Rossi

Umm al-Dabadib nell’oasi di Kharga è un puntino nel deserto occidentale egiziano. Ma non di poco conto. Di qui passava il limes (confine) meridionale dell’impero romano. Ma Roma era distante quasi 2000 miglia. Collegamenti e rifornimenti richiedevano tempi lunghi e innegabili difficoltà logistiche. Così i legionari romani e le loro famiglie organizzarono gli insediamenti per garantirsi una certa autonomia logistica. Ed è proprio per capire meglio l’organizzazione di questi insediamenti che Corinna Rossi, laureata in Architettura a Napoli e specializzata in Egittologia a Cambridge, ha ideato il progetto Living In a Fringe Environment (L.I.F.E.). L’eccellenza scientifica della ricercatrice e del suo progetto ha convinto il Consiglio europeo della Ricerca (Erc) ad assegnare proprio a Rossi e al suo Life un Erc Consolidator Grant di 2 milioni di euro per la durata di cinque anni. È la prima volta che la ricerca italiana si aggiudica il Grant Erc europeo in archeologia. Per lo sviluppo del suo progetto Life, Corinna Rossi ha scelto il Politecnico di Milano mentre Partner Institution sarà l’università di Napoli Federico II.

Corinna Rossi con Maurizio Zulian e autorità egiziane sul sito di Umm al-Dabadib

Corinna Rossi con Maurizio Zulian e autorità egiziane sul sito di Umm al-Dabadib

Logo della missione italo-egiziana 2016 a Umm al-Dabadib del progetto Life

Logo della missione italo-egiziana 2016 a Umm al-Dabadib per il progetto Life

Il progetto si propone dunque di studiare gli insediamenti archeologici Tardo Romani ai confini delle zone desertiche per ricostruire la strategia utilizzata dall’Impero Romano nello sfruttamento e nella gestione delle sue frontiere. La ricerca inizierà ufficialmente il 1° luglio 2016 e i primi passi saranno l’organizzazione del complesso scavo archeologico che aprirà nel 2017 e la creazione di un database che dovrà contenere tutte le informazioni rilevate. Come “caso studio” è stato scelto Umm al-Dabadib, il sito meglio preservato tra quelli situati all’interno dell’Oasi di Kharga, in pieno deserto, a 700 chilometri a sud del Cairo, 250 chilometri ad ovest di Luxor e a 50 chilometri dal primo centro abitato, in ambiente remoto e duro.

Una veduta dell'oasi di Kharga, 700 chilometri a sud del Cairo (foto Maurizio Zulian)

Una veduta dell’oasi di Kharga, 700 chilometri a sud del Cairo (foto Maurizio Zulian)

L'archeologa Corinna Rossi ideatrice del progetto "Living in a Fringe Environment" (Life)

L’archeologa Corinna Rossi ideatrice del progetto “Living in a Fringe Environment” (Life)

Per la ricercatrice, alternative all’Italia non sono state nemmeno considerate. «Il Politecnico di Milano e l’Università Federico II di Napoli”, sottolinea Rossi, “sono le uniche due istituzioni che contengono la combinazione giusta di expertise che servono per portare avanti il mio progetto. Anzi, si potrebbe anche dire il contrario: il progetto stesso è stato ideato sulla base di ciò che è possibile fare grazie a quello che le due istituzioni offrono in termini di competenze”. Tutti i siti Tardo Romani dell’Oasi di Kharga, spiegano al Politecnico, “condividono le stesse caratteristiche architettoniche e sono dotati di simili stanziamenti agricoli”. Kharga è una delle più grandi oasi del deserto occidentale egiziano. Occupa una grande depressione completamente disabitata posta a 700 km a sud del Cairo e a 250 km a ovest di Luxor. L’oasi di Kharga (dall’arabo “kharug”, cioè “uscita”) rappresentava un’importante punto di riferimento lungo le via carovaniere che, nell’antichità, attraversavano il deserto e che permettevano appunto di “uscire” ed entrare nel grande bacino dalla Valle del Nilo. La sua antica importanza strategica fu sfruttata in particolare dai romani, che installarono lungo la via del deserto un forte militare e vari insediamenti in ogni grande oasi. Umm al-Dabadib è una di queste, ed è stata scelta come caso di studio del progetto tutto italiano Life.

Traccia delle canalizzazioni realizzate nel Tardo impero romano per irrigare quest'area di deserto

Traccia delle canalizzazioni realizzate nel Tardo impero romano per irrigare quest’area di deserto a Umm al-Dabadib nell’oasi di Kharga

L'impressionante forte romano di Umm al-Dabadib che si staglia nel cielo per ben 12 metri (foto Maurizio Zulian)

L’impressionante forte romano di Umm al-Dabadib che si staglia nel cielo per ben 12 metri (foto Maurizio Zulian)

Lo studio di Umm al-Dabadib permetterà quindi la ricostruzione della strategia romana per il controllo delle vie del deserto che si incontravano in questa Oasi, e offrirà un importante contributo al dibattito sulla difesa dei confini dell’Impero nel periodo storico compreso tra Diocleziano e Costantino e oltre, fino al V secolo d.C. Umm al-Dabadib offre infatti la possibilità unica di studiare un sito Tardo Romano in ottime condizioni, lì sopravvivono in eccellente stato di conservazione sia l’insediamento fondato nel IV secolo d.C., sia l’intero sistema agricolo che rendeva possibile la vita di una grande comunità ai confini del mondo abitabile. “L’insediamento consiste di un forte centrale alto 12 metri, circondato da una massa solida di abitazioni su più livelli, servite da corridoi coperti e non da strade a cielo aperto; questo sistema permetteva agli abitanti di proteggersi efficacemente dal sole e dalla sabbia”, spiega l’egittologa Rossi. Il sistema agricolo consiste di 5 acquedotti sotterranei, lunghi ognuno tra i 2 e i 3 km, e di due più brevi, che portavano acqua a due grandi coltivazioni; il tracciato della centuriazione romana e i resti dei campi sono ancora visibili sulla superficie del deserto.

Il rilievo 3D del forte romano di Umm al-Dabadib realizzato dal 3D Survey Group del Politecnico di Milano

Il rilievo 3D del forte romano di Umm al-Dabadib realizzato dal 3D Survey Group del Politecnico di Milano

Il 3D Survey Group del Politecnico di Milano si occuperà del rilievo 3D delle rovine architettoniche dell’intero insediamento fortificato, svilupperà e sperimenterà nuove tecniche di rilievo da applicare in ambienti logisticamente complessi come il Deserto Occidentale Egiziano, e coordinerà lo scavo archeologico e l’elaborazione di tutti i dati raccolti. Il Centro Musa-Musei delle Scienze Agrarie della Federico II studierà invece l’imponente sistema agricolo che serviva il sito con analisi archeobotaniche, studio delle ceramiche, analisi delle immagini satellitari. Costruirà un modello dinamico dell’antico sistema agricolo, sulla base del quale verrà creata un’installazione multimediale permanente ai musei delle Scienze Agrarie, situati nella Reggia di Portici. Life proseguirà “con l’apertura di vari fronti di ricerca che coinvolgeranno un team italo-egiziano di specialisti in una decina di campi disciplinari diversi” informa ancora il Politecnico di Milano. Il progetto continuerà la collaborazione già iniziata con le istituzioni egiziane, che punta alla creazione di un Parco Naturale intorno al sito di Umm al-Dabadib e a supportare la richiesta egiziana di riconoscere l’Oasi di Kharga come Area Protetta Unesco.

L'archeologa Corinna Rossi discute con Maurizio Zulian, conservatore onorario del museo Civico di Rovereto

L’archeologa Corinna Rossi discute con Maurizio Zulian, conservatore onorario del museo Civico di Rovereto

E proprio a Umm al-Dabadib potrebbero incrociarsi gli interessi anche del museo civico di Rovereto che vanta un archivio fotografico unico e inestimabile dei siti del medio Egitto e l’unico protocollo d’intesa del Consiglio supremo delle Antichità dell’Egitto con un ente straniero attivo già dal 2004 con Zahi Hawass (aggiornato e ampliato nel 2015 dall’attuale segretario del Csa, Moustafa Ali Moustafa). Proprio il curatore del database e conservatore onorario per l’Egittologia del museo civico di Rovereto, Maurizio Zulian, in una recente missione all’oasi di Kharga con il responsabile della New Valley, Ahmed Ibrahim Baghat, ha preso contatto con Corinna Rossi per una più stretta futura collaborazione con il museo roveretano per eventuali produzioni di informazione scientifica.

Bellezza e ornamento, cosmesi e alimentazione: la rosa, il fiore più celebrato al mondo, protagonista del libro “La rosa antica di Pompei” con lo studio degli affreschi delle domus e dei risultati degli scavi archeologici. Forse originaria dell’Antica Persia. Il libro viene presentato a villa Silvana di Boscoreale

Le rose di Pompei in un affresco dalla domus del Bracciale d'Oro a Pompei

Le rose di Pompei in un affresco dalla domus del Bracciale d’Oro a Pompei

Simbolo di bellezza e di seduzione, pianta ornamentale, preziosa per i profumi e per l’alimentazione: la rosa, il fiore più celebrato al mondo, era protagonista nelle decorazioni delle domus dell’antica Pompei, nelle coltivazioni e nella cosmesi dei suoi abitanti. Questo straordinario connubio tra un fiore unico e un luogo unico e senza tempo come gli scavi di Pompei ha condotto a uno studio di ricerca scientifico sulla presenza e sull’utilizzo di questo pregiato fiore nell’antica città di Pompei e nell’area vesuviana a cura del Laboratorio di Ricerche Applicate della soprintendenza di Pompei con la collaborazione del dipartimento di Agraria dell’università Federico II. Il risultato di questo approfondimento ha dato vita alla pubblicazione del volume “La Rosa Antica di Pompei” edito da L’Erma di Bretschneider, che sarà presentato domenica 15 maggio 2016 alle 10,30 nell’incantevole scenario del giardino a roseto di Villa Silvana, seicentesca dimora nobiliare a Boscoreale (solo su invito). Per l’occasione si esibirà in un suggestivo intermezzo, il maestro Peppe Barra, che ha dedicato al tema della rosa pompeiana un momento unico di canto, musica e poesia, Recitar Cantando: “Sognando La Rosa”. Alla presentazione interverranno Massimo Osanna, soprintendente di Pompei, Matteo Lorito direttore del dipartimento di Agraria dell’università Federico II e gli autori del libro, Ernesto De Carolis, direttore del laboratorio di Ricerche applicate della soprintendenza di Pompei, Gaetano Di Pasquale, ricercatore di Botanica archeologica del dipartimento di Agraria dell’università Federico II e Alessia D’Auria, Adele Lagi, responsabile Unesco della soprintendenza Pompei e Carlo Avvisati, giornalista e cultore di storia e costume dei territori vesuviani. Ospite della giornata il professore Mario Torelli. Nel pomeriggio, alle 17, la Villa sarà aperta al pubblico e i maggiori vivaisti nazionali esporranno le loro rose più belle negli stand che saranno allestiti nei giardini della villa nobiliare.

La copertina del libro "La rosa antica di Pompei" edita da L'Erma di Bretschneider

La copertina del libro “La rosa antica di Pompei” edita da L’Erma di Bretschneider

Il volume “La Rosa Antica di Pompei” (L’Erma di Bretschneider) è un piacevole excursus della storia della rosa, della sua origine e presenza a Pompei nelle sue più svariate forme: forse potrebbe essere arrivata dall’antica Persia. Dalle raffigurazioni nella pittura pompeiana, laddove le pareti dipinte con piante e fiori arricchivano e abbellivano ancor più gli ambienti e ne dilatavano illusionisticamente gli spazi, ai suoi aspetti mitici; come simbolo di seduzione e di grazia, per la sua bellezza e il suo aroma, la rosa era in particolare associata alla dea Afrodite. Il suo uso come pianta ornamentale o nell’alimentazione, per la salute e il benessere, o ancora in cosmesi, come testimonia il ritrovamento di numerose ampolline contenenti profumi (Lekythoi) e le svariate botteghe e laboratori di produzione di profumi di Pompei. Ma anche un racconto sulla storia, la coltivazione e le specie diffuse in tutto il Mediterraneo, fino alle ipotesi sull’identità della rosa Pompeiana; per concludere con le tradizioni, i segreti e le magie sotto il Vesuvio, i versi e le canzoni dedicate al bel fiore.

La rosa Gallica Versicolor era già presente nella Pompei di duemila anni fa

La rosa Gallica Versicolor era già presente nella Pompei di duemila anni fa

Annamaria Ciarallo, appassionata biologa di Pompei, da anni si interessa delle essenze presenti nella città romana duemila anni fa. Proprio studiando pollini e legni, e le tracce lasciate dalle radici nel suolo, attraverso le rappresentazioni dei motivi vegetali negli affreschi della Casa del Bracciale d’Oro, scoperta a metà degli anni ’70 del secolo scorso, la biologa ha scoperto che a Pompei era già rappresentata e quindi esistente, sia la Rosa Gallica che la Rosa Gallica Versicolor. Le indagini palinologiche rivelarono che nella cosiddetta Casa del Profumiere, meglio nota come Giardini d’Ercole, erano coltivate rose. Queste insieme a gigli e viole, costituivano le essenze per la preparazione dei profumi, la cui base oleosa era fornita dagli ulivi coltivati nello stesso giardino. Un olio profumato, l’oleum rosarum, veniva tratto da rose macerate prima in olio, poi in vino e successivamente spremute.

“Il Nilo a Pompei”: affresco dalla Casa del Bracciale d'’Oro, esposto nella mostra al museo Egizio di Torino

“Affresco dalla Casa del Bracciale d’’Oro

La Rosa rossa a fiore doppio, secondo gli autori del libro “La rosa antica di Pompei”, è certamente quella più presente nell’antica Pompei, sia nelle rappresentazioni che nei richiami degli autori classici; essa è stata variamente identificata, in passato, come una pianta imparentata con la Rosa gallica. E avanzano un’ipotesi suggestiva: possibile escludere che in una Rosa rossa, rifiorente e profumata vi sia un contributo di qualche rosa orientale? “In epoca romana”, spiegano, “in Italia si coltivava diffusamente il pesco (Prunus persica), una specie di origine cinese che i romani conobbero quando arrivarono in Persia dove era stato da tempo introdotto; la Rosa Antica di Pompei non potrebbe aver percorso la stessa strada?”. Al momento si tratta di ipotesi che necessitano di studi più approfonditi, ma la risoluzione del mistero è certamente possibile.

Al museo Archeologico di Napoli la mostra “Augusto e la Campania” chiude il bimillenario augusteo: in Campania nasce e si definisce il potere del princeps, a Nola il divo muore

Al museo archeologico nazionale di Napoli la mostra "Augusto e la Campania" chiude il bimillenario

Al museo archeologico nazionale di Napoli la mostra “Augusto e la Campania” chiude il bimillenario

Il manifesto della mostra aperta al museo archeologico di Napoli fino al 4 maggio 2015

Il manifesto della mostra aperta al museo archeologico di Napoli fino al 4 maggio 2015

Le celebrazioni del bimillenario della morte di Augusto (14 d.C.  – 2014) non potevano avere una chiusura più appropriata: l’ultima mostra è a Napoli, cioè in quella terra di Campania dove, nella villa di Nola, il primo imperatore di Roma si spense. Con Augusto cambia il destino della Campania, dell’Italia e del Mediterraneo. Di qui l’idea della soprintendenza per i Beni archeologici di Napoli di raccontare nella mostra “Augusto e la Campania. Da Ottaviano a Divo Augusto. 14-2014 d.C.”, aperta fino al 4 maggio 2015 al museo Archeologico di Napoli, i luoghi della regione che lo videro protagonista nell’ascesa al potere. “Punto di riferimento costante nella cultura occidentale”, spiegano in soprintendenza, “la figura di Augusto offre inesauribili spunti di riflessione sulle dinamiche attraverso le quali il potere si afferma, si definisce e si trasforma. Proprio il particolare legame che unì Ottaviano/Augusto alla Campania, nella fase della conquista del potere e una volta al comando dell’impero, è il tema della mostra a lui dedicata, che chiude le celebrazioni del bimillenario della sua morte”. Centocinque reperti in undici sale, alcuni mai esposti al pubblico: la mostra, finanziata dalla Regione Campania attraverso fondi Por-Fesr 2007/13, e realizzata con la soprintendenza speciale di Pompei Ercolano e Stabia, è curata da Carmela Capaldi docente di Archeologia greca e romana all’ateneo “Federico II” di Napoli e Carlo Gasparri. I pezzi provengono dell’Archeologico di Napoli, da Pozzuoli, Capri, e della Curia partenopea.

Il "divo" Augusto accoglie i visitatori della mostra "Augusto e la Campania" all'Archeologico di Napoli

Il “divo” Augusto accoglie i visitatori della mostra “Augusto e la Campania” all’Archeologico di Napoli

Il contatto del visitatore con il “Divo Augusto” è immediato. All’ingresso della mostra di Napoli la statua di Augusto “accoglie” il pubblico al varco multimediale, dove – su un grande schermo – viene proiettata la storia dell’imperatore in Campania. Una serie di sale poi accompagnano i visitatori alla scoperta del forte legame che unì Ottaviano alle terre dei Campi Flregrei, di Napoli e di tutti i centri che raggiunse prima di esalare l’ultimo respiro vicino Nola (apud Nolam). Dalla celebrazione della coppia imperiale (Augusto e Livia), alla descrizione della dinastia Giulio-Claudia e sino ai grandi cambiamenti politici e sociali successivi alla pax augustea, i visitatori hanno modo di vedere da vicino tutte le testimonianze materiali dell’epoca di maggiore splendore di Roma: statue, lastre in marmo, intonaci pompeiani, vasi ed altri oggetti della vita quotidiana, arricchiscono la mostra che ripercorre la vita di Augusto che – in oltre quarant’anni – cambiò per sempre la storia dell’impero.

Una moneta con l'effige di Ottaviano Augusto morto nel 14 d.C. a Nola in Campania

Una moneta con l’effige di Ottaviano Augusto morto nel 14 d.C. a Nola in Campania

La lastra marmorea con l’iscrizione dei Giochi Isolimpici recuperata l'anno scorso nel cantiere del metrò di piazza Nicola Amore, che ha incisi in greco i vincitori di giochi celebrati a Napoli in onore di Augusto

La lastra marmorea con l’iscrizione dei Giochi Isolimpici recuperata l’anno scorso nel cantiere del metrò di piazza Nicola Amore, che ha incisi in greco i vincitori di giochi celebrati a Napoli in onore di Augusto

Il percorso della mostra ricostruisce quasi cinematograficamente la parabola di Augusto, la storia dell’uomo, dell’uomo di potere e del dio. Seguiamo lo sviluppo delle 11 sale in cui si articola la mostra, frutto di una positiva sinergia tra soprintendenza e università Federico II di Napoli. L’imponente statua in marmo che – come detto – apre il percorso lo raffigura come Divus, uomo tra gli dei, dopo la consacrazione sancita dal Senato (sala I). Il tema degli onori divini resi alla coppia imperiale, Augusto e Livia (II), precede la presentazione della famiglia giulio-claudia (III) e la sezione dedicata al pantheon augusteo (IV). Il racconto delle fonti storiche sul viaggio compiuto dal princeps in Campania poco prima della morte è il tema delle sale successive, nelle quali sono esposte opere provenienti da Pozzuoli (VI), Capri (VI), Napoli (VII), i centri che egli toccò prima di dirigersi a Nola, dove morì nella villa paterna nell’agosto del 14 d.C. Da qui partì il corteo funebre, sostando di giorno nelle città disposte lungo la via Appia (VIII), per giungere a Roma, dove furono celebrati i funerali di stato. Augusto lasciava così per sempre la Campania nella quale, giovane erede designato da Cesare, aveva cercato consensi e aveva posto nei Campi Flegrei la base delle operazioni militari contro Sesto Pompeo (IX). Grandi trasformazioni investirono la regione negli ultimi anni delle repubblica e nella prima età imperiale, quando la pax augustea, enfatizzata dalla chiusura a Roma del Tempio di Giano (3 a.C.), accrebbe le manifestazioni del consenso alla politica del principe da parte dei ceti dirigenti locali, influenzandone la vita pubblica (X) e quella privata (XI). Per l’occasione sono state esposte opere importanti ma sconosciute come il cratere di Gaeta, e sono stati restaurati pezzi di recente acquisizione, come la statua di Marte, esposta la prima volta, affiorata nel 2006 durante gli scavi nel Foro di Cuma, o la lastra marmorea con l’iscrizione dei Giochi Isolimpici recuperata l’anno scorso nel cantiere del metrò di piazza Nicola Amore, che ha incisi in greco i vincitori di giochi celebrati a Napoli in onore di Augusto. La mostra non si esaurirà alla data di chiusura, nel maggio dell’anno prossimo: molte delle opere resteranno nell’esposizione permanente del museo Archeologico a completamento del grande sistema del museo di Napoli. La mostra può essere seguita anche con un’app.

Una delle cosiddette "Coppe di Augusto" in argento dal tesoro di Boscoreale

Una delle cosiddette “Coppe di Augusto” in argento dal tesoro di Boscoreale

Gli itinerari campani. “Abbiamo scelto di finanziare questa grande iniziativa che consideriamo un elemento di promozione e valorizzazione del territorio che deve obbligatoriamente andare al di là dei confini campani e rilanciare il museo archeologico su scala internazionale”, spiega l’assessore al Turismo e beni Culturali della regione Campania, Pasquale Sommese, che ha presentato la mostra insieme alla soprintendente Maria Elena Cinquantaquattro e alla direttrice del museo Valeria Sanpaolo. “I legami tra Augusto e la Campania sono testimoniati in modo oggettivo e da qui bisogna partire per rivendicare l’orgoglio delle nostre radici ed esaltare la storia e la bellezza dei nostri luoghi. I dati parlano di un aumento del 58% dei visitatori in Campania e quindi il turismo diventa ancora di più l’unica risorsa che abbiamo per il rilancio”. Non è un caso che legati e a completamento della mostra siano previsti degli itinerari campani augustei a Baia, Boscoreale, Cuma, Ercolano, Napoli, Nola, Pausilypon, Pompei, Pozzuoli. “Al termine delle guerre civili (battaglia di Azio 31 a.C.)”, ricordano i curatori, “la Campania partecipa ad un vasto programma di colonizzazione e distribuzione agraria ai veterani. La concentrazione di colonie campane è di per sé una spia dell’interesse di Augusto per la regione e indizio della creazione di una base di consenso. È in Campania che si circostanzia quel motivo della pietas, che costituisce l’idea-guida dello stato augusteo. Il motivo delle origini troiane della gens Iulia, costituisce un formidabile strumento di legittimazione dinastica che trova nei Campi Flegrei, l’opportuna ambientazione per la storicizzazione del mito. Parallelamente alla definizione del nuovo sistema politico prende forma anche in Campania un nuovo linguaggio figurativo che di quel sistema si fa portavoce. La ricorrenza del bimillenario della morte di Augusto fornisce, così, l’occasione per una indagine a tutto campo sulle dinamiche di quel processo che vide la Repubblica romana scomparire e fare spazio al nuovo sistema politico che Augusto qualificava in un editto come optimus status”.

Gender archeology: al Pigorini di Roma si presenta il primo manuale in italiano su “Archeologia delle identità e delle differenze”

"Archeologia delle identità e delle differenze" di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi

“Archeologia delle identità e delle differenze” di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi

Cosa si intende quando si parla di identità e differenze nell’indagine archeologica sulle genti del passato? A questa domanda cerca di dare una risposta il libro “Archeologia delle identità e delle differenze” di Mariassunta Cuozzo e Alessandro Guidi, che sarà presentato sabato 12 aprile, alle 16, al museo preistorico-etnografico “Luigi Pigorini” di Roma. Ai saluti del soprintendente del Pigorini, Francesco di Gennaro, seguiranno la presentazione curata da Annamaria Bietti Sestieri (Accademia Nazionale dei Lincei), Laura Guidi (Università Federico II, Napoli), Daniele Manacorda (Università Roma Tre). All’incontro saranno presenti gli autori. Mariassunta Cuozzo, professore associato di Etruscologia e Archeologia italica all’Università del Molise e all’Università di Napoli “Orientale” e direttore di scavo nel sito etrusco-campano di Pontecagnano, si interessa principalmente della presenza degli Etruschi in Campania, dell’incontro tra genti italiche e popoli del Mediterraneo, dell’archeologia teorica e di genere. Tra i suoi lavori: “Reinventando la tradizione. Immaginario sociale, ideologie e rappresentazione nelle necropoli orientalizzanti di Pontecagnano” (Paestum 2003); “Gli Etruschi in Campania” in Introduzione all’Etruscologia (Milano 2012). Alessandro Guidi, professore ordinario di Paletnologia all’Università di Roma Tre, tra le sue attività scavi e ricognizioni di superficie in vari siti protostorici dell’Italia centromeridionale. I suoi temi di ricerca preferiti sono la nascita della città e dello stato in Italia, la storia dell’archeologia e l’archeologia teorica. Tra i suoi lavori Storia della Paletnologia (Roma-Bari 1988), I metodi della ricerca archeologica (Roma-Bari 1994, 20052),Preistoria della complessità sociale (Roma-Bari 2000).

Il testo di Cuozzo e Guidi descrive il contributo dell’Archeologia a tematiche di scottante attualità connesse alla definizione delle identità di genere, di età, alle differenze culturali ed etniche raccontando la storia della “gender archaeology”, una corrente di pensiero scaturita nei paesi anglofoni dall’incontro tra l’archeologia teorica, movimenti femministi e alcune agguerrite minoranze etniche. Si tratta di un modo nuovo di studiare i dati del passato partendo dall’analisi di quelle differenze che costituiscono il nucleo stesso dell’identità di ogni comunità umana, del passato e del presente. Un manuale che finora mancava nella nostra lingua e, allo stesso tempo, una guida per orientarsi in una letteratura sempre più vasta e complessa.