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Per i “Martedì di Carthago” nella Curia Julia a Roma giornata di studio “Fenici e Cartaginesi: Patrimonio e ricerca archeologica in Sicilia” e presentazione del libro postumo di Sebastiano Tusa sul sito della Battaglia delle Egadi

La locandina della Giornata di studio “Fenici e Cartaginesi: Patrimonio e ricerca archeologica in Sicilia” nell’ambito de “I Martedì di Carthago” a Roma

“Fenici e Cartaginesi: Patrimonio e ricerca archeologica in Sicilia” è il titolo della Giornata di Studio, organizzata nell’ambito della mostra “CARTHAGO. Il mito immortale”, al Parco archeologico del Colosseo fino al 29 marzo 2020, che rappresenta un’occasione di aggiornamento sui nuovi studi e sulle attività in corso sul mondo fenicio-punico in Sicilia, con l’obiettivo di stimolare e aprire un dibattito per il futuro, coinvolgendo le diverse Istituzioni attive sul territorio e nell’ambito della ricerca. La giornata di studio è a cura di Martina Almonte e Federica Rinaldi (parco archeologico del Colosseo), Francesca Guarneri (soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale), Paolo Xella (università di Tübingen) e José Ángel Zamora López (Escuela Española de Historia y Arqueología-CSIC). Appuntamento martedì 10 dicembre 2019 alla Curia Iulia nel Foro Romano a partire dalle 9, con i saluti del direttore del parco archeologico del Colosseo Alfonsina Russo e di Francesca Guarneri. La Giornata, articolata in una sessione mattutina e in una sessione pomeridiana, presenterà i nuovi dati sulla Sicilia fenicia e punica, attraverso approfondimenti mirati sui siti, sui parchi archeologici e sui materiali rinvenuti negli scavi. Le conclusioni dei lavori saranno lasciate a Mario Torelli. È gradita la prenotazione a: pa-colosseo.convegni@beniculturali.it

La copertina del libro postumo di Sebastiano Tusa “The Site of the Battle of the Aegates Islands at the end of the First Punic War. Fieldwork, analyses and perspectives, 2005-2015”

Dopo il dibattito e prima delle conclusioni, alle 16.40, sarà presentato da Alfonsina Russo il volume postumo a cura di Jeffrey G. Royal e Sebastiano Tusa sul sito della Battaglia delle Egadi: “The Site of the Battle of the Aegates Islands at the end of the First Punic War. Fieldwork, analyses and perspectives, 2005-2015” (L’Erma di Bretschneider, 2019), con contributi di Giovanni Garbini, Sebastiano Tusa, Tommaso Gnoli, W.M. Murray, J.R.W. Prag, Jeffre G. Royal, Aja Rose, Gemma Alia, Meritxell Aulinas, Robert A. Blanchette, Roberto Cabella, Claudio Capelli, Edward Faber, Benjamin W. Held, Jon C. Henderson, Michele Piazza, Lloyd Weeks, Cecilia Albana Buccellato, Francesca Oliveri, A.L. Goldman. La battaglia finale della prima guerra punica tra romani e cartaginesi, la battaglia delle isole Egadi, ebbe luogo nel 241 a.C. Nell’ambito del progetto di indagine sulle Isole Egadi condotto dalla Soprintendenza del Mare, in Sicilia, un’indagine intensiva ha portato a scoperte uniche da un antico campo di battaglia. Questa pubblicazione include le stagioni sul campo dal 2010-‘15. Reperti di arieti da guerra in bronzo, armature, anfore, iscrizioni e prove di siti di relitti confermano la scoperta di questo antico paesaggio di battaglia navale. Inoltre, questi manufatti forniscono nuove linee di indagine sull’epigrafia latina e sul ruolo dei funzionari, la formazione di paesaggi di battaglia, le dimensioni delle navi da guerra e i loro arieti, i tipi di armature personali, i cambiamenti culturali durante il III sec. a.C. e l’economia della flotta costruzione durante la prima guerra punica.

Roma. Per i “Martedì di Carthago” alla Curia Julia giornata di studi “Fenici e Cartaginesi: patrimonio e ricerca archeologica in Sardegna”: nuove acquisizioni, progetti in corso e azioni di tutela del patrimonio fenicio e punico in Sardegna

L’invito alla Giornata di Studi “Fenici e Cartaginesi: patrimonio e ricerca archeologica in Sardegna” nell’ambito dei “Martedì di Carthago”

“Fenici e Cartaginesi: patrimonio e ricerca archeologica in Sardegna” è il tema della giornata di studi promossa dal parco archeologico del Colosseo, diretto da Alfonsina Russo, nell’ambito del ciclo “I martedì di Carthago” a corollario della mostra “CARTHAGO. Il mito immortale”, al Parco archeologico del Colosseo fino al 29 marzo 2020. Appuntamento martedì 26 novembre 2019 alla Curia Iulia nel Foro Romano a partire dalle 9, occasione di aggiornamento sui nuovi studi e sulle attività in corso sul mondo fenicio-punico in Sardegna, con l’obiettivo di stimolare e aprire un dibattito per il futuro, coinvolgendo le diverse Istituzioni attive sul territorio e nell’ambito della ricerca. Aprono la Giornata di studi i saluti dei curatori dell’evento, Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo, e Paolo Xella dell’università di Tübingen, col contributo al coordinamento di Martina Almonte e Federica Rinaldi (parco archeologico del Colosseo), Francesca Guarneri (soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale), e José Ángel Zamora López (Escuela Española de Historia y Arqueología-CSIC). La Giornata presenterà le nuove acquisizioni, i progetti in corso e le azioni di tutela del patrimonio fenicio e punico in Sardegna, coinvolgendo le diverse Istituzioni attive sul territorio e nell’ambito della ricerca. Nella prima sessione verranno presentate da parte della soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, della soprintendenza per le province di Sassari e Nuoro e del Polo Museale della Sardegna i risultati delle attività di ricerca e di valorizzazione. Nel pomeriggio proseguono gli interventi, tra le attività del Polo Museale fino all’inserimento della Sardegna Fenicia e Punica nel contesto Mediterraneo, coinvolgendo l’università della Tuscia. La Giornata di Studio mira quindi a costituire un’occasione di aggiornamento sui nuovi studi e sulle attività in corso sul mondo fenicio-punico in Sardegna, con l’obiettivo di stimolare e aprire un dibattito per il futuro.

Antico Egitto. Eccezionale scoperta a sud della piramide di Unas a Saqqara: in fondo a un pozzo profondo 30 metri trovato un antico laboratorio di mummificazione, ancora con i contenitori e i prodotti usati per l’imbalsamazione. E poi 35 mummie, cinque sarcofagi e una maschera funeraria in argento dorato. Il ministro: “È solo l’inizio. Sveleremo i segreti delle mummie”

La maschera funeraria in argento dorato in una teca alla presentazione delle scoperte della missione egiziano-tedesca a Saqqara

Il sito archeologico di Saqqara con la posizione delle principali piramidi

L’emozione del ministro egiziano delle Antichità, Khaled al Anani, è palpabile quando si presenta al mondo per annunciare la nuova grande scoperta portata alla luce dalla missione archeologica egiziano-tedesca dello Sca (Supremo Consiglio delle Antichità) e dell’università di Tübingen nella necropoli di Saqqara (a circa 30 chilometri a sud del Cairo): rinvenuto a 30 metri di profondità un antico laboratorio di mummificazione che risale alla XXVI e XXVII dinastia (tra il VI e il V secolo a.C.), dove sono stati trovati cinque sarcofagi, 35 mummie, una bara di legno e diversi vasi per gli oli usati nella mummificazione. La missione è iniziata nel marzo 2016, e solo a metà maggio 2018 è riuscita a rilevare i pozzi: ma il lavoro di scavo della missione continua. “È solo l’inizio”, conferma Khaled al-Anani, durante l’annuncio della scoperta: “questa scoperta porterà nuovi importati risultati, ma bisognerà lavorare ancora a lungo nel sito: bisognerà dissotterrare almeno 55 mummie e alcuni scavi devono ancora essere svolti”. La scoperta è stata fatta a sud della piramide Unas a Saqqara, dove è stata trovata una mummia ornata di una maschera sepolcrale d’oro e pietre dure, oltre a 3 mummie e un certo numero di vasi canopi costruiti con calcite e altri reperti. La piramide di Unas è l’ultima delle piramidi edificate nella V dinastia. Nonostante le sue piccole dimensioni, è considerata una delle più importanti piramidi egizie in quanto è la prima struttura in cui sono stati iscritti i Testi delle Piramidi, formule di carattere funerario e religioso che avrebbero permesso la resurrezione del defunto tra le stelle imperiture.

Le decine di statuette di ushabti in faience trovati dalla spedizione egiziano-tedesca a Saqqara

“Questa scoperta è importante perché fornirà nuove informazioni sui segreti dell’imbalsamazione degli antichi egizi”, spiega il ministro. “Qui siamo di fronte a un laboratorio integrato per l’imbalsamazione, dove sono stati trovati alcuni vasi di ceramica che contengono ancora i resti di oli e prodotti usati nel processo di imbalsamazione con i nomi di questi prodotti scritti sopra i contenitori: un fatto eccezionale. E poi non dimentichiamo che, insieme a un notevole numero di statuette di ushabti e a cinque sarcofagi, è stata rinvenuta una maschera funeraria in argento dorato, un pezzo unico”. È dal 1900 che a sud della piramide di Unas non si effettuavano scavi, ricorda Mustafa Waziri, segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità: “Il primo pozzo scoperto era profondo 30 metri e in uno dei cinque sarcofagi scoperti è stata trovata una mummia decorata con perline”.

Come si vede nel video qui sopra, la missione ha iniziato la registrazione e la documentazione archeologica e fotografica, nonché la registrazione tridimensionale del laser delle iscrizioni delle camere funerarie nella regione. “C’è un gruppo di chimici e archeologi della missione egiziano-tedesca”, interviene il capo della missione, Ramadan Badri, “al lavoro sui resti di sostanze chimiche e oli che sono stati scoperti: una grande opportunità per sapere i segreti della mummificazione”.

La preziosa maschera funeraria in argento dorato trovata a Saqqara dalla missione egiziano-tedesca

Alcuni vasi canopi in “alabastro egiziano” esposti alla presentazione della scoperta a Saqqara

Maschere funerarie. Le camere funerarie, scavate nella roccia, sono state trovate in fondo a un pozzo profondo 30 metri. Lì si sono presentati agli occhi degli egittologi mummie, bare di legno e sarcofagi. In una di queste bare, con incredibile sorpresa dei ricercatori della missione, è spuntata una maschera d’argento che copre il viso, molto probabilmente, di un uomo appartenente alla casta sacerdotale della XXVI dinastia. “Pochissime maschere di metalli preziosi sono state conservate fino ai giorni nostri, perché le tombe della maggior parte degli antichi dignitari egiziani sono state saccheggiate nel passato”, afferma il ministro. E il capo della missione Ramadan Badri: “Questa maschera, di un sacerdote dell’epoca Sawi, ha un’importanza rara perché è di argento dorato, e si sa che l’argento nell’Antico Egitto era uno dei metalli rari, importato da Paesi come la Grecia, e perciò più prezioso dell’oro è stato importato da alcuni paesi come la Grecia”. La missione ha anche trovato una maschera di una mummia coperta con pietre semi-preziose, e una serie di vasi canopi in calcite “alabastro egiziano” e una serie di statuette in faience e oli per l’imbalsamazione con scritte in lingua egizia antica.

Le mummie trovate in fondo al pozzo di 30 metri a sud della piramide di Unas a Saqqara

Laboratorio di mummificazione. Sempre dentro il sito archeologico è stato rinvenuto un vero e proprio laboratorio per la mummificazione contenente tutto il necessario per l’imbalsamazione. Gli antichi abitanti delle rive del Nilo ritenevano che la preservazione della salma consentisse allo spirito del defunto di riappropriarsene in tempi successivi. Reperti come vasi di ceramica contenenti viscere, misurini e oli usati per la preparazione dei corpi sono ora sotto il vaglio degli scienziati. “Siamo di fronte a una miniera d’oro di informazioni sulla composizione chimica di questi oli”, conclude il capo della missione tedesco-egiziana.

Scoperta archeologica dell’anno: l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2017 sarà assegnato a Paestum dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo a Peter Pfälzner per aver scoperto in Iraq la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki. Presenti i tre figli archeologi di Khaled Asaad

i resti di una grande città del Bronzo scoperta in Iraq, vicino al villaggio curdo di Bassetki dalla missione dell’università di Tubinga

Cinque le nomination all’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, per la scoperta archeologica dell’anno, e tutte particolarmente importanti e significative: la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki, Iraq; l’edificio della barca di Sesostri III e i graffiti di 120 navi ad Abido, Egitto; la prima opera architettonica dei Neanderthal in una caverna di Bruniquel, Francia; la città indo-greca di Bazira, Pakistan; le 400 tavolette di epoca romana ritrovate nella City di Londra, Regno Unito (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/21/annunciate-le-cinque-grandi-scoperte-archeologiche-del-2016-in-lizza-per-il-terzo-international-archaeological-discovery-award-khaled-al-asaad-promosso-da-borsa-mediterranea-del-turi/). Venerdì 27 ottobre 2017, alle 20.30, alla Borsa mediterranea del turismo archeologico, nell’area archeologica di Paestum, l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” verrà assegnato alla scoperta della città dell’Età del Bronzo nel Kurdistan iracheno da parte di Peter Pfälzner. A pochi giorni dall’inizio della Bmta (26-29 ottobre 2017), prime anticipazioni sull’attesa kermesse che quest’anno festeggia il ventennale con un programma particolarmente ricco di eventi. E tra questi sicuramente da non perdere è l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” che insieme ad altri due momenti (l’incontro “#pernondimenticare il Museo del Bardo, 18 marzo 2015” con la partecipazione del direttore Moncef Ben Moussa; “#unite4heritage for Palmyra”, la serie di incontri sulla distruzione del patrimonio culturale e sulla disintegrazione delle identità) dà un senso al fatto che la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico sin dall’inizio sia riconosciuta da Unesco e Unwto quale best practice di dialogo interculturale.

Il manifesto dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo, la prima testata archeologica italiana – lo ricordiamo -, hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale, giunto alla terza edizione, assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Current Archaeology (Regno Unito), Antike Welt (Germania), Dossiers d’Archéologie (Francia), Archäologie der Schweiz (Svizzera). Il premio, International Archaeological Discovery Award, è stato intitolato a Khaled al-Asaad, direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira dal 1963 al 2003, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, e oggi è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Nella 1ª edizione (2015) il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri per la Tomba di Amphipolis (Grecia); la 2ª edizione (2016) all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau.

Il momento della consegna dell’International archaeological discovery Award 2016 a Paestum

Quest’anno ad assegnare l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” a Peter Pfälzner, coordinatore della missione archeologica e direttore del dipartimento di Archeologia del Vicino Oriente dell’IANES (Institute Ancient Near Eastern Studies) dell’Università di Tubinga in Germania, per la scoperta della grande città dell’Età del Bronzo nel nord dell’Iraq situata presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki nella regione autonoma del Kurdistan, fondata intorno al 3000 a.C. e la cui storia si è protratta per 1200 anni, interverranno tre ospiti speciali: Waleed, Fayrouz e Omar, cioè i tre figli di Khaled al-Asaad, tutti e tre archeologi. Waleed, ultimo direttore dell’area archeologica e del museo di Palmira, era stato catturato insieme al padre e poi rilasciato dall’Isis nel 2015. Una prigionia di sei lunghi mesi fatta di violenze psicologiche e anche fisiche. Fayrouz, archeologa, vive a Berlino dove sta completando un master all’università in attesa di tornare in patria. Con il padre e con il fratello maggiore Waleed, che ne aveva ereditato il ruolo di direttore del sito, Fayrouz lavorava quotidianamente. Omar, archeologo, era presente con la madre al momento del rapimento del padre.

Annunciate le cinque grandi scoperte archeologiche del 2016 in lizza per il terzo International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” promosso da Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo: in Egitto i graffiti di 120 navi; in Francia opere architettoniche di Neanderthal; in Iraq città dell’età del Bronzo; in Pakistan città indo-greca; in Inghilterra tavolette lignee romane

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015: a lui è dedicato l’International Archaeological Discovery Award

Ugo Picarelli, direttore della Bmta

In Egitto, l’edificio della barca di Sesostri III e i graffiti di 120 navi ad Abido; in Francia, la prima opera architettonica dei Neanderthal in una caverna di Bruniquel; in Iraq, la grande città dell’Età del Bronzo presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki; in Pakistan, la città indo-greca di Bazira; nel Regno Unito, le 400 tavolette di epoca romana ritrovate nella City di Londra. Di cosa stiamo parlando? Si tratta delle prime cinque scoperte archeologiche del 2016, candidate alla vittoria della terza edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Ad annunciarlo Ugo Picarelli, direttore della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, e  Andreas Steiner, direttore della rivista Archeo, che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa:Current Archaeology (Regno Unito), Antike Welt (Germania), Dossiers d’Archéologie (Francia),  Archäologie der Schweiz (Svizzera). Il Premio sarà assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le prime cinque classificate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico) nel periodo 5 luglio – 29 settembre. I premi saranno consegnati venerdì 27 ottobre – in occasione della XX BMTA, nell’area archeologica della città antica di Paestum dal 26 al 29 ottobre – alla presenza dei direttori delle testate che intervisteranno i protagonisti. Nella 1ª edizione (2015) il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi della Tomba di Amphipolis (Grecia); la 2ª edizione (2016) ha premiato l’Inrap (Institut National de Recherches Archéologiques Préventives, Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau, alla presenza di Fayrouz Asaad archeologa e figlia di Khaled al-Asaad e Mohamad Saleh ultimo direttore per il Turismo di Palmira. I direttori Picarelli e Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale e cooperazione tra i popoli. Vediamo meglio le prime cinque scoperte archeologiche in nomination per il terzo International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

i resti di una grande città del Bronzo scoperta in Iraq, vicino al villaggio curdo di Bassetki dalla missione dell’università di Tubinga

GRANDE CITTÀ DELL’ETÀ DEL BRONZO NEL NORD DELL’IRAQ  Gli archeologi dell’Istituto di Studi del Vicino Oriente Antico dell’Università di Tubinga (IANES) hanno scoperto una grande città dell’Età del Bronzo nel nord dell’Iraq, presso il piccolo villaggio curdo di Bassetki non lontano dalla città di Dohuk, nella regione autonoma del Kurdistan, fondata intorno al 3000 a.C. e la cui storia si protrasse per 1200 anni. Gli archeologi hanno anche scoperto strati di insediamento risalenti all’impero accadico (2340-2200 a.C.), che è considerato il primo impero del mondo nella storia umana. I ricercatori sono coordinati dal prof. Peter Pfalzner dell’Università di Tubinga e dal dott. Hasan Qasim della Direzione delle Antichità di Dohuk. La città possedeva un muro difensivo, che correva intorno alla parte superiore della città già nel 2700 a.C. e che doveva proteggere i suoi abitanti dai nemici. Sono stati rinvenuti, anche, frammenti di tavolette cuneiformi assire risalenti al 1300 a.C. circa, che ha suggerito l’esistenza di un tempio dedicato al dio mesopotamico della tempesta Adad. Con la misurazione geomagnetica gli archeologi hanno individuato una vasta rete stradale, vari quartieri residenziali, grandi case e un edificio sontuoso dell’Età del Bronzo. Gli abitanti della città sconosciuta seppellivano i loro morti fuori dal perimetro cittadino. La città era collegata ai vicini insediamenti mesopotamici ed anatolici tramite un percorso viario risalente al 1800 a.C. circa.

La città indo-greca di Bazira, l’attuale Barikot, scoperta dalla missione dell’Ismeo nella valle dello Swat in Pakistan

CITTÀ INDO-GRECA DI BAZIRA IN PAKISTAN La scoperta della città di Bazira, l’attuale Barikot, nella valle pakistana dello Swat, grazie al lavoro di Francesco Palmieri dell’ISMEO, è stata asseverata dagli esami sui materiali rinvenuti che si sono appena conclusi. La valle, nota alle cronache per il suo emirato talebano e l’attentato a Malala Yusufzai e alle sue compagne di scuola, sembra rientrata nella normalità, è meta del turismo archeologico con nuovi siti scavati e il Museo inaugurato nel 2013. Lo scavo di Barikot, l’antica Bazira (12 ettari inclusa l’acropoli) riguarda circa un ettaro dei quartieri sud-occidentali dell’antica città. Lo scavo condotto dalla Missione e dal Directorate of Archaeology and Museums della Provincia del Khyber-Pakhtunkhwa è finanziato dal progetto ACT nell’ambito dell’accordo italo-pakistano di riconversione del debito. Bazira fu assediata e conquistata dai macedoni di Alessandro Magno verso la fine del quarto secolo a.C. L’archeologia aveva datato la città al periodo indogreco, quasi due secoli dopo Alessandro, al tempo del re Menandro, il re greco di fede Buddhista, le cui monete sono state ritrovate nello scavo. La città si sviluppò e fu poi abbandonata alla fine dell’Impero Kushana nella seconda metà del terzo secolo d.C. anche in concomitanza con un devastante terremoto. Lo scavo presenta livelli cospicui della città indogreca, che finora era nota grazie al monumentale muro di cinta (metà del secondo secolo a.C.) esposto per molti tratti, con i suoi bastioni e terrapieni. Per la costruzione del muro di cinta indogreco fu tagliata artificialmente una stratigrafia molto antica lungo il perimetro delle mura, esponendo i resti di un villaggio preistorico. Lo studio dei materiali ha rivelato che i livelli urbani pre-indogreci trovati dentro la città, sono databili con assoluta certezza alla metà del terzo secolo a.C., addirittura un secolo più antichi delle mura cittadine, quindi in piena fase Maurya. Non solo, ma anche che effettivamente il villaggio protostorico rivelato dalla trincea di fondazione all’esterno del muro di cinta, risale al 1.100-1.000 a.C.

L’edificio della barca funeraria di Sesostri III e i graffiti di 120 navi scoperti ad Abido, in Egitto, scoperta dalla missione dell’università della Pennsylvania

L’EDIFICIO DELLA BARCA DI SESOSTRI III E I GRAFFITI DI 120 NAVI AD ABIDO IN EGITTO La spettacolare scoperta è stata effettuata ad Abido Sud (città dell’antico Egitto, rinvenuta intorno l’odierna el-‛Arābah el-Madfūnah sul deserto occidentale presso el-Bályanā, a circa 530 chilometri a sud del Cairo), dalla Missione del Penn Museum (University of Pennsylvania) diretta da Josef Wegner. Nei pressi del complesso funerario di Sesostri III (1878-1841), infatti, tra il 2014 e il 2016, è stata liberata dalla sabbia una struttura sotterranea già nota dal 1904 (Arthur Weigall, Egypt Exploration Fund), ma mai scavata. Si tratta di una camera rettangolare (21 x 4 m) in mattoni crudi con copertura a volta a botte, sulle cui pareti stuccate di bianco è stato individuato un gran numero, 120, di graffiti che rappresentano imbarcazioni di diverso tipo e grandezza (da 10 cm al 1,5 m), più alcune immagini di gazzelle, bovini e fiori. La resa dei particolari è molto precisa grazie alla presenza di alberi, vele, cabine, timoni, remi e vogatori. Anche se l’utilizzo della struttura non è ancora del tutto chiaro, è probabile che il cosiddetto “Boat building” ospitasse la barca funeraria del faraone di XII dinastia, di cui si sono conservate alcune tavole deposte in una cavità al centro della stanza. Molto interessante è anche il ritrovamento di oltre 145 “giare da birra”, sepolte lungo il viale d’accesso alla camera, molte delle quali con il collo rivolto proprio verso l’ingresso. La presenza di queste ceramiche è stata spiegata come sepoltura simbolica di contenitori di acqua, su cui far galleggiare la barca reale nel viaggio nell’aldilà o come deposito dei vasi effettivamente usati per la lubrificazione del terreno durante il traino del natante nella struttura.

Le stalagmiti della caverna di Bruniquel, in Francia, prima opera architettonica dell’uomo di Neanderthal scoperta dall’università di Bordeaux

LA PRIMA OPERA ARCHITETTONICA DEI NEANDERTHAL IN UNA CAVERNA DI BRUNIQUEL NEL SUD DELLA FRANCIA Quattrocento pezzi di stalagmiti, assemblati in modo da formare due anelli imponenti, al centro dei quali venivano forse accesi dei fuochi, costruiti molto probabilmente dagli uomini di Neanderthal, che erano capaci di realizzare progetti complessi di architettura. Lo studio è stato coordinato da Jacques Jaubert dell’Università di Bordeaux. Scoperti nelle profondità della caverna di Bruniquel, nel sud della Francia nel 1992, questi anelli sono stati studiati solo ora. Gli uomini di Neanderthal vissero in Europa tra i 400mila e i 40mila anni fa. Fino all’arrivo dall’Africa degli Homo Sapiens, nostri progenitori diretti, furono gli unici esseri umani a popolare il continente. Della loro esistenza e del loro aspetto sappiamo soprattutto grazie ai frammenti di scheletri rinvenuti dai paleontologi. In Italia uno degli esemplari meglio studiati è l’Uomo di Altamura, un Neanderthal caduto nella grotta di Lamalunga (Bari) e lì rimasto intrappolato fino al suo ritrovamento. Gli anelli sono composti da circa 400 pezzi di stalagmiti, con dimensioni che vanno dai 2 ai quasi 7 metri, e risalgono a 176.000 anni fa. Il che fa di questa costruzione la più antica finora conosciuta realizzata dall’uomo. La loro società aveva già degli elementi di modernità, come l’organizzazione dello spazio, l’uso del fuoco e l’occupazione delle caverne. La loro presenza, a 366 metri dall’entrata della grotta, dimostra che questi antenati dell’uomo avevano già dominato l’ambiente sotterraneo. Che gli anelli siano stati costruiti con pezzi di dimensioni simili indica che la loro costruzione è stata progettata attentamente, anche se la funzione non è del tutto chiara. Le ipotesi formulate vanno dal rifugio al significato simbolico. Si sapeva dal 1992 delle strutture fatte con stalagmiti, ma non si conosceva la data di realizzazione. L’equipe di Jaubert è riuscita a datare la polvere che ha ‘saldato’ tra loro le stalagmiti dopo che erano state deposte. E questo ci permette di attribuire la costruzione a Neanderthal.

Una delle 400 tavolette lignee di età romana scoperte nella City di Londra durante lo scavo per la realizzazione di un edificio

NELLA CITY DI LONDRA 400 TAVOLETTE DI EPOCA ROMANA  Nella City di Londra, durante i lavori per la costruzione di un edificio per la multinazionale della comunicazione Bloomberg, sono state rinvenute 405 tavolette di epoca romana. L’area del ritrovamento è quello dove una volta sorgeva il tempio di Mitra. Delle tavolette scoperte ne sono state decifrate 87 e risultano di estrema importanza in quanto forniscono una serie di interessanti informazioni relative agli abitanti della città. In particolare prima e dopo la rivolta di Boudicca, la regina della tribù degli Iceni, che nel 61 d.C. condusse la più importante rivolta antiromana, per cui la città di Londinium fu letteralmente rasa al suolo. Alcune delle tavolette documentano la rapida ripresa della città dopo la distruzione. Ad esempio in una di esse è riportato un contratto datato 21 ottobre 62 d.C. e fa riferimento ad un carico di provvigioni da consegnare. In una tavoletta in particolare, datata 65 d.C. appare il nome Londinium, e rappresenta il riferimento scritto più antico della capitale. È grazie al fango del torrente Walbrook (ora interrato) che le tavolette si sono conservate. La mancanza di ossigeno ha impedito il deterioramento del legno. Ovviamente sono rimaste solo le incisioni sul legno mentre lo strato di cera è scomparso. Le tavolette hanno una estrema importanza dal punto di vista archeologico e storico, in quanto documentano la Londra del I secolo d.C. e quindi anche della prima generazione di londinesi. Con le tecnologie più avanzate utilizzate dal Dipartimento Archeologico del Museum of London, sono infatti emersi nomi, professioni, date relative agli abitanti dell’antica Londra, che danno testimonianza di una città in espansione e in pieno fermento.