Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con Emanuele Papi, direttore della Scuola archeologica italiana di Atena, su “Le copie dei monumenti antichi”


La locandina dell’incontro del prof. Papi su “Le copie dei monumenti antichi” per i “Mercoledì al MArTA”
La copia della testa di Eracle che nel nuovo allestimento del museo Archeologico nazionale di Taranto accoglie i visitatori nel foyer del MArTA, ma ancor più la copia fedele della Dea in trono conservata in originale all’Altes Museum di Berlino, sono la versione “moderna” di un bisogno documentato dalla storia e che svolge una sua funzione. È il riconoscimento del bello ma anche di una identità culturale che da sempre è in grado di condizionare con la sua influenza anche il presente. A crederci fermamente è uno dei più grandi studiosi di archeologia del mondo, il prof. Emanuele Papi, ordinario di Archeologia classica all’università di Siena e direttore della Scuola archeologica italiana di Atene (Saia), una scuola con oltre 111 anni di storia. Sarà lui infatti il protagonista dell’appuntamento di mercoledì 17 febbraio 2021 nell’ambito dei “Mercoledì del MArTA”: il prof Emanuele Papi, introdotto dalla direttrice Eva Degl’Innocenti, ci parlerà de ‘’Le copie dei monumenti antichi’’. Appuntamento alle 18 live sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del MArTA.

“Parlerò di copie dei monumenti antichi, partendo da quelle a noi contemporanee, come il Partenone di Nashville negli Stati Uniti (replica delle stesse dimensioni del Partenone di Atene in Grecia, costruito nel 1897 per l’Esposizione del Tennessee) e risalendo nel tempo per scoprire quando, e per quali ragioni, è iniziata la prassi di copiare sistematicamente i monumenti antichi, soprattutto greci”, spiega il prof. Papi. “Questo è avvenuto tra fine XVIII-inizi XIX sec., a partire dal 1762, quando James Stuart e Nicholas Revett pubblicano a Londra The Antiquities of Athens (Le antichità di Atene). L’opera rese replicabili i monumenti che vi erano perfettamente misurati e disegnati. In precedenza, già a partire dal Quattro-Cinquecento, l’osservazione e l’ammirazione dell’antichità non avevano prodotto delle vere e proprie copie dei monumenti, ma solo citazioni”. E la direttrice del MArTA, Eva Degl’Innocenti: “L’ammirazione per la cultura greca è da sempre una caratteristica che contraddistingue i viaggiatori moderni, quelli del passato con i “grand tour”, o andando indietro nel tempo le famiglie aristocratiche di epoca romana. Questa ammirazione spingeva molti anche verso le più famose città della Grecia o l’ex colonie greche dell’Italia meridionale, come Taranto. Un modo di replicare quegli stilemi che oggi ad esempio abbiamo attualizzato creando il primo FabLab museale che consente di replicare i reperti, ma anche attualizzarne messaggio e stile”.

Emanuele Papi, direttore della Scuola archeologica italiana di Atene
Emanuele Papi (Siena 1959) è direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, professore ordinario di Archeologia classica all’università di Siena e di Archeologia romana alla Scuola Archeologica Italiana di Atene. Ha diretto il Dottorato di Ricerca internazionale Preistoria e protostoria, storia e archeologia del mondo antico e coordina il Centro interuniversitario di studi sulle antiche società del Nord Africa, del Sahara e dell’Oriente mediterraneo insieme a B. Barich e M. de Vos Raaijmakers. Ha svolto ricerche archeologiche a Roma con A. Carandini (pendici settentrionali del Palatino), Siena (Spedale di S. Maria della Scala) e Bomarzo con J. Th. Peña e in collaborazione con l’American Academy in Rome. Ha fatto parte del comitato scientifico del Lexicon Topographicum Urbis Romae curato da E. M. Steinby ed è membro del comitato editoriale delle riviste Workshop di Archeologia Classica, Facta, Annali della Facoltà di Lettere dell’università di Siena. Svolge attualmente missioni archeologiche in Grecia, Marocco ed Egitto.
Bologna. Uno dei protagonisti del grande restauro della Basilica della Natività di Betlemme, l’archeologo Alessandro Fichera, ospite del Gruppo Archeologico Bolognese: focus sui lavori, dal tetto ai preziosi mosaici del sacro edificio voluto dall’imperatore Costantino e dalla madre Elena
Occhi puntati sul grande restauro della chiesa della Natività di Betlemme, in Palestina. L’occasione per fare il punto sull’ambizioso progetto, tutto italiano, la offre il Gruppo Archeologico Bolognese che, in collaborazione con la Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro – Raccolta Lercaro, giovedì 4 maggio 2017, nella sede della “Raccolta Lercaro” (via Riva di Reno 57, Bologna) promuove l’incontro con l’archeologo Alessandro Fichera, che del sacro edificio ha curato l’analisi archeologico-architettonica. La Natività di Betlemme è una delle chiese cristiane più antiche, edificata intorno al 330 su iniziativa dell’imperatore Costantino I e della madre Elena sui resti di un tempio pagano edificato nel periodo di Adriano sui luoghi dove i primi cristiani celebravano la nascita di Gesù, e ampliato e restaurato nel VI secolo nel periodo dell’imperatore Giustiniano I. Il complesso ha subito numerosi ampliamenti e modifiche sia in epoca crociata che nei secoli successivi, presentandosi oggi come un articolato sistema di volumi e strutture che dividono il convento francescano, il monastero ortodosso e il monastero armeno, i tre complessi situati attorno alle mura della basilica.
Da tempo, però, l’edificio richiedeva lavori di ristrutturazione, in particolare di alcune strutture (le coperture, il tetto a capriate, le superfici murarie, i mosaici, e l’ingresso con la porta in legno del XIII secolo). Nel 2008 è stata trovata un’intesa tra le tre Chiese (Cattolica, Greco-Ortodossa e Armena) che lo gestiscono. E nel 2010, dopo un bando internazionale, è stato affidato lo studio preliminare del complesso a un gruppo multidisciplinare coordinato dal Consorzio Ferrara Ricerche (Università di Ferrara) e al quale hanno preso parte anche archeologi dell’Università di Siena, con l’obiettivo di redigere un progetto di restauro. Nel 2013 l’esecuzione dei lavori è stata affidata a un team italiano, sotto la supervisione universitaria. In particolare il gruppo dell’Università di Siena, cui fa capo Alessandro Fichera, si è occupato – come si diceva – dell’analisi archeologico-architettonica della basilica della Natività.
Tutta la parte operativa del restauro è stata realizzata dalla ditta Piacenti Spa di Prato che svolge attività di progettazione ed esecuzione nel campo del restauro e della conservazione di edifici tutelati, complessi monumentali e beni di interesse storico-artistico. I numeri sono impressionanti: 170 tra partner, collaboratori, subcontractor e consulenti. 27 spedizioni di materiali, 2800 mq di ponteggi, 20 tonnellate di legno antico, 200 kg di resina per legno, 55mila viti solo per il tetto; 2mila mq di multistrato fenolico, 2800 mq di lastre di piombo, 2 tonnellate di Lana di Prato. 3 anni di lavoro. Tonnellate infinite di passione e coraggio; 130 mq di mosaico restaurato. 59 autorità dal mondo in visita ufficiale.
Preistoria. Alle origini dell’alimentazione: in mostra a Firenze la prima farina dell’uomo del Paleolitico. 30mila anni fa l’Homo Sapiens cacciatore-raccoglitore seguiva una dieta mediterranea, cioè 20mila anni prima della nascita dell’agricoltura nel Vicino Oriente
Una macina e un macinello in pietra stanno rivoluzionando le conoscenze sull’alimentazione dei primi Homo sapiens. Vi ricordate? Ne avevamo già parlato in occasione delle giornate preparatorie a Expo 2015 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=glutine). In quell’occasione, a Firenze, si era annunciata la scoperta in Toscana da parte di un gruppo di ricerca archeologica guidato da Biancamaria Aranguren della soprintendenza Archeologia della Toscana, in collaborazione con Anna Revedin, dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, della farina più antica del mondo, un fatto che potrebbe rivoluzionare le attuali conoscenze sull’alimentazione e la conoscenza agricolo/tecnologica degli uomini del Paleolitico. Ciò rivelerebbe infatti che l’uomo preistorico era più vegetariano di quanto fino ad ora fosse noto e che già 30.000 anni fa si nutriva di farine ricavate macinando varie piante selvatiche; potremmo dire che già “seguiva” una dieta (quasi) mediterranea! E ora quelle scoperte e quelle conclusioni sono documentate nella mostra “30.000 anni fa la prima farina. Alle origini dell’alimentazione” allestita fino al 3 gennaio allo Spazio Mostre dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze (via Bufalini 6) a cura di Anna Revedin dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, Biancamaria Aranguren della soprintendenza Archeologia della Toscana e di Fabio Santaniello dell’Università di Trento. Si tratta della rappresentazione, con un forte taglio divulgativo e anche scenografico, dei primi risultati del progetto di ricerca dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria “Le risorse vegetali nel Paleolitico” condotto da Revedin in collaborazione con la soprintendenza Archeologia della Toscana e con il Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze e reso possibile dal contributo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
Tutto è nato dalla scoperta di una macina, usata per produrre la più antica farina della storia, e di un macinello-pestello avvenuta nel 1992, tra le migliaia di manufatti rinvenuti in uno scavo in località Bilancino, nel Mugello, oggi sommerso da un invaso artificiale che fornisce l’acqua a Firenze. Il colpo di genio è stato quello di non lavare questi antichissimi strumenti e di analizzare le pietre e i resti del focolare preistorico al microscopio elettronico e al carbonio 14, è così che è venuto fuori che sulle pietre c’erano tracce di amido risalenti a 30mila anni fa. Le analisi condotte su questi oggetti, e sui sedimenti che ancora erano presenti, hanno infatti rivelato che i nostri progenitori del Paleolitico superiore erano già in grado di trasformare, elaborare e consumare prodotti derivati dalla raccolta dei vegetali selvatici, creando in qualche modo le premesse tecniche per un processo che diventerà parte integrante della “invenzione” dell’agricoltura, circa 10mila anni fa. “Grazie alle analisi condotte fra il 2005 e il 2007 dal Dipartimento di biologia vegetale dell’università di Firenze”, ricordano le ricercatrici, “si è scoperto che gli amidi sugli utensili appartengono a varie piante ma soprattutto alla Typha (Tifa), detta anche stiancia o mazza sorda, pianta palustre molto comune da cui si ricavavano gallette o farinate ad alto valore nutritive. Fino a pochi anni fa dalle foglie della Tifa si ricavavano fibre per l’intreccio di corde, stuoie e “sporte”, mentre i rizomi erano utilizzati a scopo alimentare in molti paesi extra-europei”. Il gruppo archeologico ha anche raccolto i rizomi di tifa, li ha seccati, macinati e, su di un focolare ricostruito come quello scoperto negli scavi di Bilancino, con questa farina, ha cucinato della “gallette” che sono risultate di gusto gradevole. “Le implicazioni di questa scoperta sono sotto molti aspetti rivoluzionarie”, sottolineano Aranguren e Revedin. “Per la prima volta l’uomo aveva a disposizione un prodotto elaborato facilmente conservabile e trasportabile, ad alto contenuto energetico perché ricco di carboidrati complessi, che permetteva maggiore autonomia soprattutto in momenti critici dal punto di vista climatico e ambientale. La scoperta dimostra inoltre che l’abilità tecnica necessaria per la produzione di farina e quindi per preparare un cibo, gallette o una farinata, era già acquisita in Toscana molto prima della nascita dell’agricoltura nel Neolitico, legata ai cereali, che si sviluppò in Medioriente”.
Un’altra importante scoperta, presentata nella mostra fiorentina, e appena pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica “Proceedings of the National Academy of Sciences” (Usa) e legata a questo progetto, aggiunge importanti elementi sulla dieta dei nostri antenati. A Grotta Paglicci, in Puglia, dove Annamaria Ronchitelli dell’Università di Siena conduce le ricerche, su un pestello di 33mila anni fa (quindi più antico della macina del Bilancino) sono state trovate tracce di amidi di varie piante selvatiche. Per la prima volta è testimoniato l’utilizzo di un cereale – l’avena – che sarà coltivato solo migliaia di anni dopo e ancora molto utilizzato in Nord Europa, ad esempio il porridge, e che sta suscitando grande interesse da parte dei nutrizionisti per le sue molteplici proprietà alimentari, compresa l’assenza di glutine e il basso indice glicemico. “La maggior parte dei granuli di amido è stata attribuita a poaceae, cioè graminacee, e molti di essi ad avena, molto probabilmente avena barbata, una pianta che cresce spontanea in Italia”, spiega Annamaria Ronchitelli, direttrice degli scavi a Grotta Paglicci. “Si tratta al momento della prima testimonianza dell’uso di questo cereale. Sono stati rinvenuti anche pochi amidi riconducibili a farina di ghiande di quercia. Dagli studi è stato possibile comprendere che gli antichi cacciatori-raccoglitori di Grotta Paglicci, che sono vissuti in un periodo climatico più freddo dell’attuale, avevano sviluppato tecnologie complesse di lavorazione della pianta prima della macinazione. Per la prima volta, infatti, è stata trovata prova di un pretrattamento termico delle cariossidi – come ancora oggi viene fatto, per migliorarne le proprietà alimentari e organolettiche -, non si sa se attraverso bollitura, tostatura o arrostimento, al fine di rendere più agevole la macinazione, facilitando l’allontanamento del rivestimento esterno dei grani e garantendo una maggiore conservabilità della farina e, nel caso dell’avena, sviluppando il particolare aroma che non è presente nel prodotto fresco”.
Cambia così lo scenario delle conoscenze sull’economia e la vita di 30mila anni fa e molte sono le implicazioni di questa scoperta. Dalla possibilità di conservare e trasportare un alimento altamente energetico, alla elaborazione di «ricette», necessarie per rendere digeribili i carboidrati attraverso vari tipi di cottura, fino a ricostruire una complessa gestione delle risorse del territorio. Queste scoperte mettono anche in evidenza l’importanza della raccolta, attività tradizionalmente svolta dalle donne, e quindi degli alimenti vegetali nella dieta umana fin dal Paleolitico. Si ridimensiona così il ruolo finora attribuito alla caccia dovuto al fatto che gli animali costituivano il soggetto principale dell’arte rupestre paleolitica e che le loro ossa si conservano molto meglio dei resti vegetali. “Questo studio, nell’anno dell’EXPO – conclude la professoressa Ronchitelli – espande le nostre informazioni sulle piante alimentari utilizzate per la produzione di farina in Europa durante il Paleolitico e sulle origini di una tradizione alimentare, cioè l’utilizzo dell’Avena e delle ghiande, che persiste fino ad oggi nel bacino del Mediterraneo”.





















Commenti recenti