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Donna o dea? Cosa rappresentavano le figure femminili preistoriche? La risposta nella mostra al museo Archeologico nazionale di Cagliari “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda”: 2^ parte, dal Neolitico al Ferro

Le vetrine con testimonianze del Neolitico nella mostra “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda” (foto Graziano Tavan)

Locandina della mostra “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda”

Dalla fine del Paleolitico in poi le raffigurazioni femminili iniziano a essere presenti su larga scala. Continua così il nostro viaggio alla scoperta del ruolo della donna seguendo la seconda parte della mostra “Donna o dea. Le figure femminili nella preistoria e protostoria sarda”, con la validazione scientifica di Carlo Lugliè, aperta al museo Archeologico nazionale di Cagliari fino al 12 maggio 2019. Attraverso i millenni si può leggere una loro continuità icnografica, pur declinata in lente evoluzioni stilistiche. Il passaggio da un’economia di pura sussistenza, come quella paleolitica, a un’economia più strutturata e tecnologicamente progredita, contrassegna la più straordinaria avventura dell’uomo moderno: la grande rivoluzione neolitica. Avvenuta tra i 12mila e i 10mila anni fa, vede articolarsi la società secondo schemi e ruoli del tutto nuovi.

Il betilo proveniente da Sa Mandara Samassi nel Medio Campitano (foto Graziano Tavan)

I betili. “Durante il VI millennio a.C.”, scrive Carlo Lugliè dell’università di Cagliari, “la Sardegna è interessata da un fenomeno di grande portata storica. L’isola entra infatti nel processo migratorio verso l’Occidente di gruppi di coloni neolitici, comunità portatrici della tecnologia di domesticazione di vegetali e animali utili per la sussistenza. In questa fase l’isola viene esplorata interamente e, in rapido progresso di tempo, occupata in ogni distretto geografico, come rivelato dalla densità del tessuto residenziale. L’introduzione delle specie domesticate prima ignote nell’isola (es., cereali quali il frumento, l’orzo; animali come la pecora, il maiale e il bue) è solo uno degli aspetti tra i più macroscopici di una profonda variazione degli assetti insediativi-organizzativi ma anche ideologici della società, che si riflette in produzioni materiali innovative quali quella dei contenitori vascolari in ceramica”. In tutto il bacino del Mediterraneo il Neolitico medio (VI millennio a.C.) è caratterizzato da statue di piccole e piccolissime dimensioni. Raramente ci vengono restituite sculture di dimensioni maggiori: una delle più importanti è un betilo rinvenuto in Sardegna, figura antropomorfa in granito databile al Neolitico medio (II metà del V millennio a.C.) proveniente da Sa Mandara Samassi (Medio Campitano). Interessante, sopra la linea di cintura, la particolare lavorazione a “Z”, che denota la presenza di una veste ornata.

La statuetta femminile del Neolitico medio proveniente dalla necropoli di Cuccuru is Arrius a Cabras (Or) (foto Graziano Tavan)

Le statuette femminili del Neolitico medio sono emerse da diversi contesti abitativi, funerari, cultuali. Numerose le “statuette steatopigiche”, ovvero caratterizzate dai glutei abbondanti. Alcune appaiono particolarmente raffinate, tutte sono caratterizzate da una significativa attenzione alla postura: in piedi, sedute, con le braccia lungo i fianchi o piegate sul grembo o flesse, con le mani che sorreggono i seni. Sono segni evocativi di fertilità e regalità. Come la figura antropomorfa con mani sul petto in calcare proveniente dalla necropoli di Cuccuru is Arrius (Cabras, Or). Il corpo è sagomato in due blocchi sferoidi sovrapposti e una linea sottile, visibile nel dorso, ne accentua la divisione. Il petto è staccato dal triangolo pubico dal quale si dipartono gli arti inferiori voluminosi. L’elevato livello di finitura delle superfici, incise e ben lisciate, si caratterizza nella resa naturalistica delle mani frangiate e portate al petto.

Bronzetti nuragici al museo Archeologico nazionale di Cagliari (foto Graziano Tavan)

La donna nuragica. “Per quanto riguarda l’età del Bronzo e la prima età del Ferro, che coincidono con la gran parte della civiltà nuragica (XVII-VII sec. a.C.)”, scrive Anna Depalmas dell’università di Sassari, “la documentazione archeologica della componente femminile della società è esigua. L’assenza di rappresentazioni figurative umane caratterizza le espressioni artistiche delle comunità insediate nei nuraghi e nei piccoli gruppi di case circostanti durante il Bronzo medio e recente. Il profondo mutamento che investe la società nuragica dell’età del Bronzo finale si dovette riflettere anche nelle forme espressive con l’avvio di un processo che rivolse una crescente attenzione alla figura umana, che giunse a compimento nella fase successiva. Benché non siano note le tappe intermedie di questo percorso, sappiamo che all’inizio del IX sec. a.C. sono già diffuse le statuine di bronzo che rappresentano il più importante documento per la ricostruzione della società sarda della prima età del Ferro. Tra i soggetti rappresentati la figura femminile riappare, dopo più di un millennio di assenza, mostrandoci un’identità complessa costruitasi nel lungo processo che, lungi dall’estrema idealizzazione delle dee madri eneolitiche, ha portato alla raffigurazioni le donne reali, compiutamente inserite nelle società sarda della prima età del Ferro”.

La cosiddetta Madre con Infante dal complesso nuragico di Santa Vittoria di Serri (Ca) (foto Graziano Tavan)

La cosiddetta Madre dell’Ucciso dalla grotta di Sa Domu e S’Orku a Urzulei (Nu) (foto Graziano Tavan)

Con le età del Bronzo e del Ferro, la bronzistica nuragica si esprime anche in repertori di donne calate in ruoli terreni, verosimilmente complementari a una figura maschile egemone e divinizzata. I soggetti sono spesso domestici: mogli, sorelle, madri, talvolta sorprese nel dolore del lutto. Fortemente evocativa la Madre dell’ucciso, statuetta bronzea dalla grotta di Sa Domu e S’Orku (Urzulei, Nu) che rappresenta l’incontro con il dolore di una Donna e Madre dell’età nuragica. O la Donna con infante dal complesso nuragico di Santa Vittoria (Serri, Ca). “La rappresentazione di queste madri sedute su uno sgabello circolare a cinque piedi costituisce un’iconografia di particolare rilievo”, continua Depalmas, “che potrebbe rimandare alla commemorazione di un mito o di un racconto celebrativo nell’ambito del patrimonio narrativo delle comunità nuragiche. E proprio la ricorrente associazione della figura femminile con lo sgabello, evocato nelle riproduzioni in pietra delle capanne delle riunioni, rafforza l’ipotesi che le donne sarde della prima età del Ferro potessero rivestire ruoli sociali di rilievo”.

La riproposizione di un corredo tombale dalla necropoli di Cuccuru is Arrius (foto Graziano Tavan)

Sono le sepolture a restituire il maggior numero possibile di rappresentazioni femminili. I defunti accompagnati da queste statuine dei quali è stato possibile stabilire il genere erano tutti individui maschi. La presenza di queste sculture sembra affermare il loro status e, potenzialmente, la loro condizione di appartenenza a una specifica ascendenza ancestrale, forse mitizzata. Alla fine del Neolitico in Sardegna si affermano e tombe collettive, luoghi dove vengono progressivamente disposti i diversi membri delle comunità di appartenenza. Nelle fasi preistoriche e protostoriche sembra non ci fossero differenze di genere nei rituali di inumazione. Nell’età del Ferro riappaiono le sepolture individuali, come le tombe a pozzetto della necropoli di Monte e’Prama (Cabras, Or). Qui, fra gli individui finora ritrovati, è presente una sola femmina. Tutti gli altri sono maschi giovani e robusti, a indicare che la necropoli era riservata a una categoria specifica. Vecchi, bambini e donne venivano sepolti altrove, in tombe non ancora individuate.

Il caratteristico vaso a cestello del IV millennio a.C. dal villaggio di Puisteris di Mogoro (Or) (foto Graziano Tavan)

Nel Neolitico anche le attività di competenza femminile si articolano in diverse specializzazioni. Per esempio, alla cura della prole si affianca la produzione di contenitori ceramici, funzionali alla preparazione e alla conservazione dei cibi. L’attributo di madre e nutrice si estende così, dopo il tempo della gestazione e dell’allattamento, oltre il proprio corpo. E con nuova efficacia: la disponibilità di cibi bolliti, più facili da digerire, contribuirà notevolmente a incrementare le prospettive si sopravvivenza del bambino e la loro salute. La diffusione della cerealicoltura, introdotta anche in Sardegna a partire dal VI millennio a.C., è documentata dalle sottili analisi palinologiche e paleobotaniche su resti di semi e piante rinvenuti presso i diversi contesti abitativi. Ma sono testimoniate soprattutto dalle numerose macine e macinelli in pietra, utilizzati per la trasformazione del cereale in farina. Dal Neolitico in poi costituiranno una presenza costante nel focolare domestico. Alcune figure femminili in ginocchio sembrano compiere proprio il gesto del macinare. Ai ritratti familiari e alle donne con la cesta sul capo, intente al lavoro, si affiancano rappresentazioni di donne offerenti. Ampi mantelli, importanti copricapo, vesti accurate che talvolta sembrano paramenti. Posture fissate in un gesto ieratico, come di chi officiasse qualche rito.

La bellissima collana con vaghi di conchiglia del V millennio a.C. dalla necropoli di Cuccuru is Arrius (foto Graziano Tavan)

L’uso dei monili non è da intendersi qui in una dimensione puramente estetica, di semplice abbellimento. Rappresenta innanzitutto un contrassegno sociale: un codice che rende immediatamente riconoscibili i ruoli e le gerarchie vigenti in quelle comunità. “I monili preistorici, a differenza di quello che potremmo essere indotti a pensare dal confronto con i corrispettivi moderni”, interviene l’archeologa Valentina Puddu, “non avevano una connotazione di genere. Essi devono piuttosto essere intesi come prodotti culturali distintivi, tratti da un contesto di tradizione, di costumi e di valori che un individuo, sia esso uomo, donna o bambino, adottava sia in termini di unione che di divisione: l’ornamentazione personale dava una identità alla persona, definendola all’interno di un gruppo e contemporaneamente escludendola da altri”.

“La Terra del 1968”, il telaio realizzato da Maria Lai (foto Graziano Tavan)

Una trasversalità tematica fa da cornice alla mostra: nel corso dell’apertura dell’esposizione sono stati previsti numerosi appuntamenti con contenuti dal taglio non soltanto archeologico e antropologico-etnografico, ma anche sociologici, con richiami all’attualità. Un mondo al femminile che nei millenni, attraversando le sfere del mito, del sacro, del religioso e del quotidiano, giunge fino a noi. Il trait d’union tra le prime comunità antropiche e i giorni nostri è il telaio di Maria Lai che, con la sua opera La Terra del 1968, rappresenta il simbolo narrativo della mostra. Le trame e l’ordito simbolicamente evidenziati dall’artista, narrano la storia di donne.

Ginnasio ellenistico (Al Fayoum, Egitto), piccola Pompei (Vienne, Francia), il più antico porto di una città sumerica (Abu Tbeirah, Iraq), Domus del Centurione (Roma, Italia), città romana sommersa (Hammamet, Tunisia): sono le cinque scoperte archeologiche candidate alla vittoria della 4ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. Aperto il voto popolare. La premiazione alla XXI Bmta

Alla Bmta di Paestum l’international archaeological discovery Award intitolato a Khaled al-Asaad

Il ginnasio ellenistico rinvenuto ad Al Fayoum (Egitto), la piccola Pompei di Vienne (Francia), il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah (Iraq), la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma (Italia), e la città romana sommersa nel golfo di Hammamet (Tunisia), sono le cinque scoperte archeologiche candidate alla vittoria della 4ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo, che sarà consegnato a Paestum il 16 novembre in occasione della XXI BMTA, dal 15 al 18 novembre 2018, alla presenza di Fayrouz, figlia di Khaled al-Asaad. Lo hanno annunciato i promotori, Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo, che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia). L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla quarta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale. Il Premio sarà assegnato alla prima scoperta archeologica classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata, che indicherà cinque scoperte in ordine di preferenza, tutte avvenute nell’anno precedente. La somma delle indicazioni di ogni testata determinerà l’assegnazione del riconoscimento. Sarà attribuito, inoltre, uno “Special Award” alla scoperta archeologica che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico) nel periodo 18 luglio – 18 ottobre. E allora cerchiamo di conoscere meglio queste scoperte archeologiche.

Il ginnasio ellenistico scoperto nei pressi dell’oasi di al-Fayyum in Egitto

Egitto: il ginnasio ellenistico rinvenuto ad Al Fayoum. Presso Al Fayoum, l’oasi più grande dell’Egitto, nota come “il giardino dell’Egitto”, a 130 km a sud-ovest del Cairo, nell’antico villaggio di Philoteris, l’odierna oasi di Madinat Watfa vicino al Qarun Lake, archeologi tedesco-egiziani del Fayum Survey Project hanno rinvenuto il primo ginnasio ellenistico conosciuto in Egitto. La presenza di gymnasia in Egitto era già attestata da fonti scritte, soprattutto nei papiri tolemaici, ma non se n’era mai trovata traccia. Gli scavi hanno portato in luce elementi architettonici riconducibili a una pista da corsa, una palestra, ma anche giardini e altri luoghi di ritrovo. “Il ginnasio”, spiega Aymen Ashmawi, capo del dipartimento delle Antichità dell’Antico Egitto al ministero delle Antichità, “comprendeva una grande sala riunioni, allora con tante statue, una sala da pranzo e un cortile. La pista da corsa era quasi di 200 mt, per le tipiche gare di 180 metri negli stadi. Intorno all’edificio sontuosi giardini”. E Cornelia Römer, responsabile degli scavi per conto dell’Istituto Archeologico Germanico (DAI) aggiunge: “Questi ginnasi erano finanziati privatamente da persone ricche, desiderosi che i loro villaggi diventassero ancora più greci. In questi luoghi i giovani greci dell’alta società si allenavano negli sport, imparavano a leggere e scrivere, e godevano di discussioni filosofiche”. Questa sensazionale scoperta, prima nel suo genere, mostra chiaramente l’impatto che la vita greca ebbe in Egitto; Alessandro Magno fu il primo a introdurla in Egitto e in seguito migliaia di coloni greci vi giunsero attratti dal nuovo regno tolemaico, che prometteva pace e prosperità.

A Vienne, in Francia, è stata scoperta una città romana del I sec. d.C. distrutta da incendi come Pompei

Francia: una piccola Pompei a Vienne. Il ritrovamento di una città romana, di circa 7mila mq abitata dal I sec. d.C., con ville di lusso arredate con mosaici e statue monumentali e uffici pubblici, frequentata per tre secoli e distrutta da una serie di incendi improvvisi, è avvenuto nelle vicinanze di Vienne, sulle sponde del Rodano, a circa 30 km a sud di Lione, capitale dei Galli. Per Benjamin Clement, l’archeologo ricercatore associato al Laboratorio ArAr, Archéologie et Archéométrie, che guida i lavori, “è senza dubbio lo scavo di un sito romano più importante degli ultimi 40 o 50 anni”. La città di Vienne, già famosa per il suo teatro romano e per un tempio, fu un importante nodo nella strada che collegava la Gallia settentrionale con la provincia della Gallia Narbonensis, la Francia meridionale di oggi. Il sito è stato scoperto nell’aprile 2017, in seguito all’inizio di lavori di costruzione per un complesso abitativo. Molti degli oggetti si sono presentati, non solo in ottimo stato di conservazione, ma in quello stato di razionalità nel disordine, di ambiente pietrificato da un istante all’altro, proprio di un sito abbandonato all’improvviso per un’emergenza. Ecco perché, insieme alla tipologia degli ambienti ritrovati, è stata fatta la similitudine con la città devastata dall’eruzione vesuviana. Tra i ritrovamenti un’imponente casa dei Baccanali, all’interno della quale c’è una pavimentazione a mosaico che mostra una processione di menadi e satiri; e in un’altra area un bellissimo mosaico dipinge Talia, musa protettrice della commedia, rapita dal dio-satiro Pan; c’è poi un grande edificio pubblico con una fontana monumentale, una struttura atipica per i tempi, molto probabilmente la Schola di retorica e/o di filosofia, che gli studiosi sanno venisse ospitata a Vienne.

Nel tell di Abu Tbeirah in Iraq è stato scoperto il più antico porto di una città sumerica

Iraq: il più antico porto di una città sumerica ad Abu Tbeirah. La scoperta di un porto risalente al III millennio a.C. nella parte Nord-Ovest del tell di Abu Tbeirah (di 130×40 mt circa, vicino all’antica linea di costa del golfo arabico, una posizione importante all’interno di un ambiente paludoso e a ridosso del mare) da parte della missione archeologica italo-irachena, diretta da Franco D’Agostino e Licia Romano dell’università La Sapienza di Roma, scrive un nuovo capitolo della storia della Mesopotamia, superando l’immaginario comune che identifica le antiche città attorniate da distese di campi di cereali, irrigati da canali artificiali. Le città sumeriche erano tutte organizzate attorno al polo templare/palatino e collegate tra di loro tramite canali, dotate per questo di un porto che consentisse la gestione dei contatti e dei commerci. Il porto è un bacino artificiale, una zona più depressa, circondata da un massiccio terrapieno con un nucleo di mattoni d’argilla, con due accessi che lo mettevano in comunicazione con la città e che sono chiaramente visibili anche dalle immagini satellitari di Google. Si tratta del porto più antico sinora scavato in Iraq, visto che le uniche testimonianze di strutture portuali provengono da Ur, di duemila anni più tarde. La connessione del sito con le paludi sumeriche non esclude che il porto non fosse deputato esclusivamente alla funzione di ormeggio delle barche e di gestione dei commerci con le altre città, ma anche riserva d’acqua e immensa vasca di compensazione delle piene del fiume, nonché fulcro di varie attività dell’insediamento connesse all’utilizzo della risorsa idrica. La scoperta apre nuovi scenari di ricerca sulla vita delle città del sud della Mesopotamia, ma anche sulle ragioni del loro abbandono. La forte connessione con le paludi del delta, quindi con un ambiente estremamente sensibile ai cambiamenti climatici e al regime delle precipitazioni, potrebbe chiarire i motivi della riduzione e poi scomparsa dell’insediamento di Abu Tbeirah alla fine del III millennio a.C., un momento in cui in diverse parti del mondo si registra un cambiamento climatico importante, il cosiddetto 4.2 ka BP event, cioè un evento di 4200 anni fa.

I lavori per la Metro C a Roma hanno portato alla luce la Domus del Centurione

Italia: la Domus del Centurione dagli scavi della metro C a Roma. Mosaici in bianco e nero suggestivi, pavimenti di ardesia e marmo bianco, pitture sulle pareti, i resti di una fontana. Tutto questo è stato rinvenuto a dodici metri di profondità, nel corso degli scavi del cantiere della Metro C. Si tratta di una scoperta straordinaria in un’area, nei pressi della stazione della metropolitana di Amba Aradam, che dalla primavera del 2016 restituisce strutture legate al mondo militare. Il rinvenimento più recente, è stato definito la Casa del Comandante. Dagli scavi sono riemersi mosaici bianchi e a figure nere, geometrie, alberi, un satiro e un amorino, che lottano o danzano sotto un tralcio d’uva, un uccello su un ramo e perfino un’antica fontana, e due edifici della caserma con i dormitori dei soldati imperiali. La struttura potrebbe aver ospitato le milizie speciali, ovvero, i servizi segreti dell’imperatore. Per gli archeologi, Simona Morretta e Rossella Rea, della soprintendenza speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, guidata da Francesco Prosperetti, il rinvenimento sarebbe parte integrante del complesso militare, risalente agli inizi del II secolo d.C., nel pieno dell’età adrianea. Protagonista della scoperta è la Domus del Comandante della caserma, un edificio rettangolare di circa 300 mq, in cui sono riconoscibili i gradini di accesso al corridoio, il pavimento di opus spicatum (i mattoncini a spina di pesce tipici dell’epoca), le 14 stanze intorno a una sorta di cortile centrale, i resti di una fontana con vasche, arricchita, probabilmente, da sculture decorative. Incredibili i pavimenti a quadrati di marmo bianco e ardesia, in opus sectile, e intorno le pareti decorate con intonaci colorati o bianchi. Una delle stanze doveva essere riscaldata alla luce del rinvenimento delle suspensurae, pile di mattoni che formavano un’intercapedine per il passaggio dell’aria calda. Lo scavo ha riportato alla luce anche i resti di una scala realizzata successivamente per salire al piano superiore che ospitava, probabilmente, uffici o altri dormitori di soldati. Inoltre, è stata individuata un’area di servizio con pavimenti in mattoncini, vasche, canalizzazioni dell’acqua e una soglia in travertino, destinata ad accogliere le merci da conservare, e ancora, oggetti di uso comune come anelli d’oro, un manico d’avorio intarsiato di un pugnale, amuleti e i bolli laterizi che hanno consentito di datare i resti. I due nuovi edifici, come il dormitorio dei soldati, furono abbandonati e poi rasati a un metro e mezzo di altezza dopo la metà del III secolo, quando nel 271 si cominciarono a costruire le fortificazioni delle Mura Aureliane. L’importanza della scoperta si deve alla complessità e allo stato di conservazione dei CASTRA, nonché alla loro posizione, che integra tutta la cintura di edifici militari rinvenuta tra il Laterano e il Celio, un vero e proprio quartiere militare. I resti sono stati smontati e saranno rimontati all’interno della stazione museo, definita “la stazione archeologica della metropolitana più bella del mondo”.

Nel golfo di Hammamet in Tunisia sotto il mare è stata scoperta una città romana

Tunisia: una città romana sommersa nel golfo di Hammamet. Una città romana sommersa, Neapolis, con il suo reticolo di cardi e decumani che si estende per circa 20 ettari sotto il mare del Golfo di Hammamet in Tunisia è stata scoperta da archeologi sardi, tunisini e algerini, nell’ambito della nona di una serie di missioni archeologiche iniziate nel 2010 da parte del Consorzio Uno per gli studi universitari di Oristano, gli archeologi Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu del dipartimento di Storia, Scienze dell’uomo e della Formazione dell’università di Sassari e il professor Mounir Fantar dell’INP Institut National du Patrimoine di Tunisi. L’area è una sorta di zona industriale della già ben nota Colonia Iulia Neapolis ed è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di vasche, dove si procedeva alla salagione di grandi quantità di pesce (in particolare sardine ma anche piccoli tonni), che venivano sistemate all’interno di anfore di terracotta, caricate sulle navi per vari paesi del Mediterraneo. L’avventura era cominciata nel 2009 sulla base di una proposta del professor Zucca, che dopo aver studiato la Neapolis sarda, di fronte al Golfo di Oristano, mirava a studiare anche la gemella e omonima città africana. I rilievi anche subacquei e aerei eseguiti nel corso della missione appena conclusa hanno permesso di completare la planimetria della città sommersa, che rappresenta circa un terzo dell’intera Colonia Iulia Neapolis. Grazie alla scoperta di un grosso frammento di lastra calcarea utilizzata per una iscrizione plateale, la missione ha anche permesso di individuare, tra le rovine della città di terraferma, quella che potrebbe essere la 27a piazza forense romana (la 4a in territorio africano) con il suo tempio dedicato a Giove Capitolino, la sua Curia e la sua Basilica giudiziaria. Un rovinoso terremoto avvenuto più o meno a metà del IV secolo d.C. avrebbe sommerso proprio quella parte della città, aspetti attualmente da svelare anche con la partecipazione di archeosismologi e geomorfologi subacquei.

Gli archeologi e gli studenti della scuola di specializzazione di Oristano hanno scoperto nel golfo di Hammamet, in Tunisia, le tracce della Colonia Iulia Neapolis, una delle più importanti città romane d’Africa, sprofondata nel mare nel IV sec. d.C. per un terremoto

Visione area del sito archeologico di Colonia Iulia Neapolis, nel golfo di Hammamet in Tunisia, con una parte sulla costa e una parte sprofondata nel mare

Le terme romane della Neapolis sulla costa occidentale della Sardegna

Da Oristano in Sardegna ad Hammamet in Tunisia. Da Santa Maria di Nabui, nel golfo di Oristano, a Nabeul di Cap Bon, vicino a Tunisi. Per un unico comun denominatore: Nesiotikà, la Scuola di specializzazione in Beni archeologici di Oristano, e una Neapolis. Quella sulla costa occidentale sarda, città prima sotto controllo fenicio-punico e poi romano, descritta da Plinio come una delle più importanti città della Sardegna, era stata studiata dalla seconda metà del Novecento, quella nord-africana – nota come Colonia Iulia Neapolis – è stata scoperta (ma sarebbe più corretto dire che ne è stata certificata la sua struttura urbanistica) nella IX missione archeologica sardo-magrebina, conclusasi nei giorni scorsi, coordinata dai professori Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu e dal prof. Mounir Fantar, responsabile archeologo dell’area della Tunisia del Nord Est, e riservata agli studenti di Nesiotikà. E verso la seconda metà di agosto è programmata una decima missione volta ad approfondire alcune aspetti della scoperta, ma soprattutto le ragioni per cui questo pezzo della città di Neapolis sarebbe rimasto sommerso dall’acqua. Parteciperanno dunque anche archeosismologi e geomorfologi subacquei. La IX campagna si è svolta nell’ambito dell’accordo quadro siglato nel 2009 tra l’Institut National du Patrimoine di Tunisi e l’università di Sassari e ha coinvolto quattro specializzandi della sede di Oristano oltre ad alcuni studenti tunisini. I settori di intervento hanno riguardato un’area terrestre, con la conclusione dei saggi di scavo iniziati nel 2016 e la realizzazione di piccoli saggi di verifica della cronologia degli atria con fontane della Nympharum Domus e del cardo orientale della domus e un’area marina con l’indagine delle strutture sommerse attraverso sonar a scansione laterale (side scan sonar) e immagini fotografiche e video tramite GoPro. E, ancora, la verifica dell’esistenza di strutture portuali sommerse nell’area di Beni Khiar-Mammoura, eventualmente riferibili alla fase successiva alla sommersione nel IV secolo d.C. delle Usines de Salaisons e del porto neapolitano.

Ricostruzione dell stabilimento per la produzione di garum a Colonia Iulia Neapolis

Archeologi subacquei al lavoro nella parte sommersa di Neapolis

Neapolis sarebbe stata fondata nel V secolo a.C.: di qui sono passati i fenici, i cartaginesi e anche i romani., quando raggiunse l’estensione di 60 ettari. Quella che oggi è stata scoperta copre un’area di 20 ettari: lunga un chilometro e larga 200 metri. Antiche strade e vecchi edifici si trovano a 5 metri di profondità e sono suddivisi in isolati, realizzati quasi geometricamente, di 71 metri per 35,5. Sprofondata per effetto di un terremoto nel IV sec. d.C., Neapolis si presenta integra, quasi identica alla città descritta nel IV secolo dopo Cristo. Nell’800 si conosceva la localizzazione di Neapolis, ma gli scavi veri e propri sono iniziati nel 1965, in occasione della costruzione di un hotel. I primi ritrovamenti riguardano un’antica domus con mosaici e un vecchio stabilimento per la produzione del garum, la salsa di pesce. La missione sarda inizia nel 2009 quando, dopo aver studiato la Neapolis sarda di fronte al golfo di Oristano, il professor Zucca proponeva di studiare anche la gemella e omonima città africana. I rilievi anche subacquei e aerei eseguiti nel corso della missione appena conclusa hanno permesso di completare la planimetria della città sommersa che rappresenta circa un terzo dell’intera Colonia Iulia Neapolis.

Archeologi puliscono i mosaici nella parte terrestre della Colonia Iulia Neapolis

“La porzione di Neapolis individuata nelle precedenti missioni e ben documentata”, spiegano gli archeologi Raimondo Zucca e Pier Giorgio Spanu del Dipartimento di Storia, Scienze dell’uomo e della Formazione dell’università di Sassari e il professor Mounir Fantar, dell’Institut national du patrimoine (Inp) di Tunisi, “potrebbe essere definita la zona industriale della già ben nota Colonia Iulia Neapolis, ed è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di vasche dove si procedeva alla salagione di grandi quantità di pesce (in particolare sardine ma anche piccoli tonni) che poi venivano sistemate all’interno di anfore di terracotta, caricate sulle navi e esportate in vari paesi del Mediterraneo”. Ma non è tutto. Nel corso della IX missione è stato scoperto tra le rovine della città di terraferma un interessante frammento di una lastra calcarea utilizzata per una iscrizione plateale, che ha permesso di individuare quello che potrebbe essere il 27.mo foro romano (il quarto in Africa) con il suo tempio dedicato a Giove Capitolino, la sua Curia e la sua Basilica giudiziaria.

Riforma Franceschini: nominati i dieci nuovi direttori di musei e parchi archeologici. Sono italiani, archeologi e storici dell’arte, con esperienza internazionale

Dario Franceschini, ministro per i Beni culturali, plaude alle scelte della commissione

Dario Franceschini, ministro per i Beni culturali, plaude alle scelte della commissione

Archeologi e storici dell’arte chiamati per la Riforma Franceschini dalla commissione presieduta da Paolo Baratta, con Lorenzo Casini (ordinario di diritto amministrativo della Scuola IMT Alti studi di Lucca), Keith Christiansen (storico dell’arte e curatore capo del Department of Eurepean Paintings del Metropolitan Museum of Art di New York), Claudia Ferrazzi (consigliere di Amministrazione del Louvre-Lens) e Michel Gras (archeologo e direttore di ricerca del Centre national de la recherche scientifique di Parigi): con la selezione internazionale per i direttori dei 10 grandi musei e parchi archeologici italiani si è infatti conclusa la seconda fase della riforma, che ha interessato il museo Nazionale romano, il complesso monumentale della Pilotta a Parma, il museo della Civiltà di Roma, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il museo storico e il parco del Castello di Miramare a Trieste, il parco archeologico dei Campi Flegrei a Napoli, il parco archeologico dell’Appia antica a Roma, il parco archeologico di Ercolano a Napoli, il parco archeologico di Ostia antica a Roma, Villa Adriana e Villa d’Este a Tivoli. Due dei 10 nuovi direttori rientrano in Italia dopo un’esperienza professionale all’estero: si tratta di Andreina Contessa, scelta per il Castello di Miramare di Trieste, che arriva dal Nahon Museum of Italian Jewish Art di Gerusalemme, e Simone Verde scelto per dirigere la Pilotta a Parma, che viene dal Louvre di Abu Dhabi. Sei dei nuovi direttori sono archeologi e quattro storici dell’arte, mentre sei, tre funzionari e tre dirigenti, provengono dal Mibact. “Con queste 10 nomine di grande levatura scientifica”, interviene il ministro Franceschini, “sono state riconosciute le eccellenze italiane, con particolare riferimento all’archeologia e alla storia dell’arte. La commissione ha fatto un grande lavoro e ha offerto al direttore generale dei Musei del Mibact, Ugo Soragni, e a me la possibilità di scegliere in terne di assoluto valore. I nuovi direttori sono italiani con elevata professionalità nella direzione del patrimonio culturale, con alcuni che tornano nel nostro Paese dopo importanti esperienze all’estero”. Il ministro ha scelto il direttore del museo nazionale Romano, mentre il dg Soragni ha scelto i direttori degli altri 9 musei e parchi archeologici. Vediamo le dieci schede.

Daniela Porro, neo direttore del museo nazionale Romano

Daniela Porro, neo direttore del museo nazionale Romano

MUSEO NAZIONALE ROMANO (ROMA): Daniela Porro, storica dell’arte. Entrata nel 1985 al Mibact dove dal 2009 è dirigente storico dell’arte. Dal 2012 al 2015 ha diretto la soprintendenza speciale per il Patrimonio storico-artistico ed etnoantropologico e per il polo museale della città di Roma. Dal 2015 è segretario regionale del Lazio. È considerata tra i dirigenti più esperti nel settore museale.

Simone Verde, neo direttore del Complesso della Pilotta

Simone Verde, neo direttore del Complesso della Pilotta

COMPLESSO MONUMENTALE DELLA PILOTTA (PARMA): Simone Verde, storico dell’arte. Dal 2014 è responsabile della ricerca scientifica e della produzione editoriale del Louvre-Abu Dhabi negli Emirati Arabi, dove ha anche coordinato l’equipe scientifica dell’Agence France-Muséums. Curatore di mostre e docente, è autore di noti saggi nel settore del patrimonio culturale.

Filippo Maria Gambari, neo direttore del museo delle Civiltà

Filippo Maria Gambari, neo direttore del museo delle Civiltà

MUSEO DELLE CIVILTÀ (ROMA): Filippo Maria Gambari, archeologo. Dirigente dal 2009 del Mibact dove è entrato nel 1979. Soprintendente per i beni archeologici dell’Emilia Romagna dal 2010 al 2014, della Lombardia dal 2014 al 2016, e poi della Sardegna. Archeologo con una vasta esperienza sul campo e dall’alto profilo scientifico.

Valentino Nizzo, neo direttore del museo etrusco di Villa Giulia

Valentino Nizzo, neo direttore del museo etrusco di Villa Giulia

MUSEO NAZIONALE ETRUSCO DI VILLA GIULIA (ROMA): Valentino Nizzo, archeologo. Dottore di ricerca in Archeologia, dal 2010 funzionario archeologo della soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna. Ha all’attivo numerose attività di scavo e ricognizione archeologica antecedenti all’ingresso nel Mibact. Autore di diverse pubblicazioni.

Andreina Contessa, neo direttore del Castello di Miramare

Andreina Contessa, neo direttore del Castello di Miramare

MUSEO STORICO E PARCO DEL CASTELLO DI MIRAMARE (TRIESTE): Andreina Contessa, storica dell’arte e curatrice museale. Dal 2009 è direttore del Nahon Museum of Italian Jewish Art a Gerusalemme. Dal 1994 ha insegnato storia dell’arte in Europa e negli Stati Uniti. Autrice di numerose pubblicazioni, ha curato diverse mostre, realizzando direttamente anche documentari e altri prodotti multimediali.

Adele Campanelli, il neo direttore del parco dei Campi Flegrei

Adele Campanelli, il neo direttore del parco dei Campi Flegrei

PARCO ARCHEOLOGICO DEI CAMPI FLEGREI: Adele Campanelli, archeologo. Dirigente archeologo Mibact dove è entrata nel 1980. Soprintendente per i Beni archeologici delle Province di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta dal 2010 al 2014. Dal 2015 al 2016 è stata soprintendente Archeologia della Campania e, poi, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio dal 2016. Vanta una lunga esperienza sia nella tutela del territorio, sia nella gestione e nella direzione di istituti e luoghi della cultura.

Rita Paris, neo direttore del parco dell'Appia antica

Rita Paris, neo direttore del parco dell’Appia antica

PARCO ARCHEOLOGICO DELL’APPIA ANTICA: Rita Paris, archeologo. Funzionaria del Mibact dal 1983. Responsabile dei monumenti e delle aree archeologiche dell’Appia antica dal 1996, cura, dal 2006, anche l’Archivio Cederna. È studiosa molto apprezzata in Italia e all’estero.

Francesco Sirano, neo direttore del parco di Ercolano

Francesco Sirano, neo direttore del parco di Ercolano

PARCO ARCHEOLOGICO DI ERCOLANO: Francesco Sirano, archeologo. Funzionario Mibact dal 1999, ha maturato importanti esperienze nella gestione e nella tutela delle aree archeologiche della Campania. Autore di numerose pubblicazioni, è abilitato all’insegnamento come professore universitario in Italia e in Francia.

Fabrizio Delussu, neo direttore del parco di Ostia antico

Fabrizio Delussu, neo direttore del parco di Ostia antico

PARCO ARCHEOLOGICO DI OSTIA ANTICA: Fabrizio Delussu, archeologo. Direttore e curatore del museo Archeologico di Dorgali, in Sardegna, dal 2012 al 2016. Docente e ricercatore all’università di Sassari dal 1998, vanta una decennale esperienza nei rapporti con le pubbliche amministrazioni, con specifico riguardo alla archeologia.

Andrea Bruciati, neo direttore di Villa Adriana

Andrea Bruciati, neo direttore di Villa Adriana

VILLA ADRIANA E VILLA D’ESTE (TIVOLI): Andrea Bruciati, curatore e storico dell’arte. È stato direttore artistico di ArtVerona e di BJCEM 2015, la biennale di giovani creativi dell’Europa (Milano 2015). Ha all’attivo numerosi progetti curatoriali e numerose pubblicazioni su riviste di settore.

Archeologia medievale in Sardegna. Nel parco archeologico di Mesumundu la Scuola estiva dell’università di Sassari scava in un villaggio “testimone” del passaggio dall’epoca romana a quella bizantina

L'ingresso della chiesa bizantina di Mesumundu, in Comune di Siligo, provincia di Sassari

L’ingresso della chiesa bizantina di Mesumundu, in Comune di Siligo, provincia di Sassari

Il territorio di Meilogu, nella Sardegna settentrionale

Il territorio di Meilogu, nella Sardegna settentrionale

Siamo nel “mondo di mezzo” della Sardegna settentrionale. Non solo geograficamente, ma – grazie alle ricerche archeologiche – temporalmente: un ponte tra Roma e il Medioevo. L’etimologia dei toponimi non sembra lasciare molti margini al dubbio, sia per quanto riguarda il territorio, il Meilogu (letteralmente: il “luogo mediano”, dal latino medius locus, della regione del Logudoro, in provincia di Sassari), sia per quanto attiene il sito archeologico oggetto del nostro approfondimento, Mesumundu (letteralmente: “mezzo mondo”, quindi ancora una volta un “luogo mediano”, visto che si trova al centro del Giudicato di Logudoro; ma, per gli studiosi, il nome potrebbe anche riferirsi alla cupola dell’edificio, vista come un emisfero, cioè come un “mezzo mondo”, di fattura tardo-romana, in origine un edificio termale, poi adibito a chiesa cristiana dedicata a Nostra Segnora de Mesumundu, altrimenti detta Santa Maria in Bubalis). Mesumundu, nel comune di Siligo, provincia di Sassari, è oggi un parco archeologico esteso per oltre un ettaro in una valle alluvionale vicino a un antico percorso già esistente in età protostorica e ripreso in età romana. Numerose le tracce dell’uomo presenti dall’epoca prenuragica a quella medievale: in particolare c’è un’ampia zona ricca di reperti ceramici, prevalentemente di epoca romana. Tra gli edifici di epoca romana, tra cui le terme, oggi sono in prevalenza rovine di murature e materiali di crollo. Si nota ancora un frammento dell’acquedotto, che convogliava le acque termali dalla sorgente di S’Abba Uddi, e i resti di una fornace per la produzione di laterizi. Inoltre nel parco archeologico, adiacente alla chiesa di Nostra Signora di Musumundu, vi è una necropoli con sepolture risalenti al VI-VII secolo d.C.

Il cantiere di scavo archeologico curato dalla Seam nel sito di Mesumundu

Il cantiere di scavo archeologico curato dalla Seam nel sito di Mesumundu

La Scuola estiva di Archeologia medievale (Seam) dell'università di Sassari

La Scuola estiva di Archeologia medievale (Seam) dell’università di Sassari

A Mesumundu si è da poco conclusa la sesta campagna di scavo della Scuola estiva di archeologia medievale (Seam) del dipartimento di Storia, Scienze dell’Uomo e della Formazione dell’università di Sassari, diretto dal prof. Marco Milanese, ordinario di Archeologia medievale, cui hanno partecipato 30 fra studenti, laureati, dottorandi e dottori di ricerca in archeologia di sette università, italiane e straniere, da Sassari a Parigi, da Lione a Barcellona, da Murcia a Napoli, a Cagliari. Mesumundu è oggetto di scavi archeologici dall’Ottocento. Si conoscono almeno sei interventi ufficiali e un numero imprecisato di scavi clandestini o non autorizzati. “Pur essendo poco conosciuto”, fa notare il prof. Milanese, “è un sito strategico, un central place per la storia del Meilogu, regione storico-geografica della Sardegna che può essere considerata una sub-regione del Logoduro, famoso per la cosiddetta valle dei Nuraghi, un luogo in cui leggere modi e tempi del passaggio dal mondo romano a quello medievale e costruire un caso di studio che possa essere utilizzato per capire questa transizione in Sardegna e nel bacino del Mediterraneo”. E continua: “In quest’area vulcanica le acque termali vennero sfruttate dall’impianto di un complesso termale in epoca imperiale romana (II secolo d.C). Le vicinissime sorgenti di S’Abba Uddi furono captate con un piccolo acquedotto e sfruttate per le terme; ad esse doveva essere associato un tempio delle sorgenti termali, la cui ubicazione è ancora da identificare. Lo stabilimento termale fu restaurato probabilmente dopo 150 anni circa dalla sua realizzazione (fine III – inizio IV secolo d.C.), fino al suo abbandono che sembrerebbe essere sopraggiunto nel V secolo d.C. In età bizantina, alla fine del VI secolo, le terme furono rase al suolo e i materiali da costruzione vennero riutilizzati per la costruzione della chiesa, voluta da un gruppo aristocratico bizantino insediato in questo territorio. Uno dei temi di fondo della campagna di scavo a Mesumundu è anche quello di far luce sull’insediamento monastico cassinese che nel 1065 – a seguito di una donazione giudicale al monastero di monte Cassino – avrebbe interessato l’area in questione (Santa Maria di Bubalis) e il vicino Monte Santo”.

Studenti, laureati, dottorandi e dottori di ricerca in archeologia impegnati nello scavo del villaggio medievale di Mesumundu

Studenti, laureati, dottorandi e dottori di ricerca in archeologia impegnati nello scavo del villaggio medievale di Mesumundu

La sesta campagna di scavo è stata un successo, come riferisce ancora il direttore della missione:Mesumundu è stato un villaggio rurale tra il V e il VII sec. d.C.: i ritrovamenti effettuati in un mese di ricerche ci permettono di fare scoperte interessanti a livello regionale e nazionale sul passaggio dall’epoca romana a quella bizantina. La campagna di scavi è stata davvero più proficua delle attese. Rispetto alle conoscenze già disponibili sono emersi rilevamenti molto importanti, sono venute alla luce strutture completamente sconosciute e inattese, una consistente popolazione rurale si è insediata nell’area delle terme dismesse e ha costruito lì le proprie abitazioni”.