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“…comunicare l’archeologia…”: il Gruppo archeologico bolognese apre il ciclo di incontri del 2015 con un omaggio a Elena Rossi

Elena Rossi (a destra), presidente del Gruppo Archeologico Bolognese, nel 2006 nello scavo archeologico di Pantelleria con il Gabo

Elena Rossi (a destra), presidente del Gruppo Archeologico Bolognese, nel 2006 durante uno scavo archeologico sull’isola di Pantelleria con il Gabo

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d'Italia

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Il nuovo anno sociale del Gruppo archeologico bolognese, che aderisce ai Gruppi Archeologici d’Italia, inizia nel ricordo e nell’omaggio di Elena Rossi e con qualche novità. Diversamente dagli anni precedenti, il ciclo di conferenze che apre l’attività dell’anno, “…comunicare l’archeologia…”, fiore all’occhiello del Gabo, non avrà più un unico programma semestrale, ma si articolerà in due trimestri. Il primo ciclo, che inizia giovedì 29 gennaio, vedrà la partecipazione di relatori di primo piano: Giorgia Baldacci, dottore di ricerca in Archeologia dell’università di Venezia; Francesca D’Annunzio, archeologa; Barbara Faenza, egittologa; Emanuele Greco, direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene; Maria Teresa Guaitoli, docente di Archeologia classica all’università di Bologna; cap. Ciro Imperato, comandante del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale dell’Emilia-Romagna; Marco Mengoli, archeologo; Silvia Romagnoli, etruscologa; Valeria Tosti, dottore di ricerca in Archeologia all’università di Perugia. Come si diceva, il ciclo è un omaggio a Elena Rossi, presidentessa del Gruppo Archeologico Bolognese, prematuramente scomparsa nel gennaio 2010. “Sono passati cinque anni da quando Elena ci ha lasciato”, ricordano commossi gli amici del Gruppo archeologico bolognese. “In questi anni i più volonterosi di noi hanno cercato di proseguire sulla strada che, con la sua energia e voglia di fare, lei ci aveva indicato. Malgrado i tanti problemi che una associazione come la nostra deve affrontare, primi fra tutti quelli economici e logistici, il GABo procede nella sua attività di “…comunicare l’archeologia…”. Elena – continua il ricordo del Gabo -, per la sua grande passione per l’archeologia e per l’amore per la cultura classica greca, aveva previsto nel testamento un lascito per borse di studio a favore di studenti della Scuola Archeologica Italiana di Atene. Nel corso del 2014 due studenti hanno usufruito di queste borse di studio. Anche quest’anno questi studenti vengono a Bologna a presentare il loro lavoro di ricerca a quanti hanno stimato Elena e hanno condiviso per tanti anni la sua passione per l’archeologia”.

Elena Rossi ha messo a disposizione un lascito per giovani borsisti alla Scuola Archeologica Italiana ad Atene

Elena Rossi, indimenticata presidente del Gabo, per testamento ha messo a disposizione un lascito per giovani borsisti alla Scuola Archeologica Italiana di Atene

Emanuele Greco direttore Scuola Archeologica Italiana di Atene

Emanuele Greco direttore Scuola Archeologica Italiana di Atene

Proprio il primo incontro di “…comunicare l’archeologia…” è nel ricordo di Elena Rossi, nel quinto anniversario della sua scomparsa. Eccezionale l’incontro e quindi anche a sede e l’orario, diversi da tutti gli altri del ciclo. L’appuntamento è Giovedì 29 gennaio 2015, alle 16 nell’aula Prodi del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, in piazza S. Giovanni in Monte 2, a Bologna. Incontro con la Scuola Archeologica Italiana ad Atene e presentazione dei lavori dei due borsisti del lascito di Elena Rossi. Giorgia Baldacci, vincitrice borsa di studio “Elena Rossi” parla di “Oltre il Palazzo. Indagini nell’abitato minoico di Festòs (Creta)” e Valeria Tosti, vincitrice della borsa di studio “Elena Rossi e Guido Cordara” in “Topografia di Sparta, una città diversa dalle altre”. Interviene il prof. Emanuele Greco, direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene.

Il cap. Ciro Imperato, comandante del nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri dell'Emilia Romagna

Il cap. Ciro Imperato, comandante del nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri dell’Emilia Romagna

Da martedì 17 febbraio, tutti gli incontri si tengono alle 21 al centro sociale G. Costa in via Azzo Gardino 48. Mario Mengoli introduce “La seconda guerra persiana”. Il martedì successivo, 24, Silvia Romagnoli presenta “Suggestioni di viaggio. Il regno Khmer”. Mentre Barbara Faenza martedì 3 marzo si sofferma su “Storie di mummie e di ladri di tombe”. Martedì 10 marzo importante incontro con il cap. Ciro Imperato, su “L’Arma per l’Arte: la tutela dei Beni Culturali. Il problema degli scavi clandestini e del traffico dei reperti archeologici in Italia”. Dai tombaroli alle ricerche serie: martedì 17 marzo Francesca D’Annunzio illustra “Lo scavo archeologico di Santa Maria Maggiore a Trento. La fase rinascimentale” in un incontro introdotto da Maria Teresa Guaitoli. Siamo così giunti agli ultimi appuntamenti del trimestre. Martedì 24 marzo è prevista la proiezione del documentario “Vulci. Voci dal Pianoro” con la presentazione di Silvia Romagnoli. Infine martedì 31 marzo per il ciclo “Incontri con i personaggi della storia”, le “Interviste impossibili” affrontano “Socrate” di Edoardo Sanguineti con Marco Mengoli nella parte di Socrate e Roberto Gaiba nella parte dell’intervistatore. La serata sarà introdotta dallo stesso Marco Mengoli.

A Tol-e Ajori, vicino a Persepoli (Iran), trovata una porta monumentale copia della Porta di Ishtar a Babilonia: la presenza del drago-serpente ne fa il più antico esempio di architettura achemenide

Lo scavo di Tol-e Ajori, in Iran, vicino a Persepoli, ha portato alla scoperta di mattoni invetriati dipinti e a rilievo

Lo scavo di Tol-e Ajori, in Iran, vicino a Persepoli, ha portato alla scoperta di mattoni invetriati dipinti e a rilievo con motivi mesopotamici

Una porta monumentale del primo periodo achemenide: ora non ci sono più dubbi. È il risultato più significativo (vedi post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/19/svelato-il-giallo-delledificio-di-tol-e-ajori-vicino-persepoli-iran-callieri-cosi-abbiamo-capito-che-era-una-porta-monumentale/)  della quarta campagna di scavo, conclusasi il 5 novembre 2014, della missione congiunta irano-italiana nella piana di Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MIUR e del MAE. Ma come doveva presentarsi questo singolare edificio scoperto a Tol-e Ajori? A venirci in aiuto sono sempre i due responsabili dello scavo, Alireza Askari Chaverdi e Pierfrancesco Callieri.

I segni-codici trovati sui mattoni invetriati di Tol-e Ajori per consentire un loro corretto e rapido assemblaggio

I segni-codici trovati sui mattoni invetriati di Tol-e Ajori per un loro corretto e rapido assemblaggio

I mattoni invetriati e dipinti sul tavolo della missione irano-italiana di Tol-e Ajori (Iran)

I mattoni invetriati e dipinti sul tavolo della missione irano-italiana di Tol-e Ajori (Iran)

“Nel corso dello scavo”, ricordano i due archeologi responsabili, “sono stati trovati molti frammenti di mattoni invetriati che presentano rilievi di grande interesse artistico”. Già nelle campagne di scavo precedenti erano stati trovati i mattoni con i segni-codici per il loro assemblaggio. Infatti, proprio per il fatto che i singoli mattoni dovevano andare a realizzare un soggetto ben preciso (il leone, il toro, il drago-serpente), ognuno di essi era quindi diverso dall’altro e, soprattutto, doveva occupare una posizione ben precisa. Di qui la necessità di indicare, su un lato non visibile del mattone, con segni convenzionali di facile interpretazione la posizione esatta del mattone invetriato e a rilievo. Nel 2013 era stato trovato anche il frammento di una iscrizione babilonese coperta con l’invetriatura, quindi originale e coeva al monumento. “Un segno suggerirebbe la parola [RE]”, spiega Callieri, “ma al momento, purtroppo, non abbiamo trovato traccia del nome del sovrano che per noi sarebbe un elemento di datazione certo importantissimo”. È questo, infatti, uno dei problemi rimasti insoluti (come spiegheremo in un prossimo post) e che sarà oggetto di ricerca nelle prossime campagne di scavo. “La scoperta più importante”, sottolinea Askari Chaverdi, “sono i disegni sui mattoni a rilievo che rappresentano animali mitologici: una trentina di pezzi con tracce di animali con le ali che sono un misto tra gli animali mitologici del periodo elamita-achemenide con quelli di riscontrati a Susa e in Mesopotamia”. C’è infatti una certa somiglianza tra i mattoni invetriati e con rilievi di Tol-e Ajori e i mattoni usati a Susa, la città-capitale sorta nell’antica provincia dell’Elam, non sull’altopiano iranico dunque come Pasargade e Persepoli, ma nella piana mesopotamica. Però questi mattoni sono diversi per la tecnica di lavorazione adottata: a Susa i mattoni sono a base di silicio, a Tol-e Ajori di argilla; elementi che potrebbero suggerire una diversa datazione per la loro realizzazione.

La fascia di mattoni invetriati ancora in situ a Tol-e Ajori con le rosette dipinte

La fascia di mattoni invetriati ancora in situ a Tol-e Ajori con le rosette dipinte

Il "mushkhusshu", il drago-serpente raffigurato sulla porta di Ishtar a Babilonia

Il “mushkhusshu”, il drago-serpente raffigurato sulla porta di Ishtar a Babilonia

“In questa campagna si è continuato lo studio dei frammenti di mattoni invetriati dipinti con motivi a rosette, e a rilievo con la rappresentazione del toro, del drago-serpente (mushkhusshu) e del leone. E abbiamo potuto stabilire che a una prima fascia di mattoni invetriati monocromatici seguiva fascia di rosette dipinte che costituiva una specie di marcapiano. Sopra, probabilmente, si articolavano i pannelli a rilievo con il toro e il drago-serpente (mushkhusshu). Particolarmente interessante è il frammento di mascella di leone, la cui tipologia di realizzazione è ricorda la strada processionale della porta di Ishtar a Babilonia”. A livello di iconografia la campagna 2014 ha quindi confermato quello che già si era capito nel 2013: sono stati riscontrati gli stessi soggetti che si ritrovano sulla porta di Ishtar a Babilonia. Perciò ha preso sempre più forma e consistenza la cosiddetta “ipotesi babilonese”. E la missione ha cercato di dimostrarlo.

Il rilievo del drago-serpente (mushkhusshu) sulla porta di Ishtar a Babilonia con sovrapposti i frammenti dello stesso soggetto trovati a Tol-e Ajori (Iran)

Il rilievo del drago-serpente (mushkhusshu) sulla porta di Ishtar a Babilonia con sovrapposti i frammenti dello stesso soggetto trovati a Tol-e Ajori (Iran)

Alireza Askari Chaverdi mostra un frammento di mattone invetriato con figure trovato a Tol-e Ajori (Iran)

Alireza Askari Chaverdi mostra un frammento di mattone invetriato con figure trovato a Tol-e Ajori (Iran)

Ipotesi babilonese. La prova? “Abbiamo fatto un rilievo grafico dei pannelli figurati della porta di Ishtar a Babilonia e su questo abbiamo cercato riscontri con i rilievi ipotizzati a Tol-e Ajori posizionandovi sopra i frammenti da noi recuperati. Ebbene, la risposta è stata sorprendentemente eccezionale: i frammenti di Tol-e Ajori si posizionano e si sovrappongono perfettamente su quelli della porta di Ishtar. C’è una precisa corrispondenza non solo del motivo iconografico ma anche del modo della articolazione della composizione”. È in questi pannelli babilonesi che troviamo non solo il leone e il toro (animali che vengono ripresi e inseriti anche nella iconografia ufficiale achemenide) ma anche il drago-serpente (mushkhusshu), simbolo del dio Marduk, che a Babilonia aveva un ruolo protettivo positivo. Ebbene, il drago-serpente (mushkhusshu) è presente solo a Tol-e Ajori, e non negli altri monumenti achemenidi del re Dario e dei suoi successori. “Su questo dettaglio”, precisa Callieri, “possiamo anche dare una spiegazione che ha motivazioni storiche: la cultura zoroastriana, che permea la visione della vita nel mondo achemenide, non poteva accogliere il drago-serpente (mushkhusshu) che è ritenuto un simbolo del Male. Quindi a Tol-e Ajori la decorazione ripete quella della porta di Ishtar: quindi non ci troviamo di fronte a un edificio che imita i motivi del più noto edificio babilonese, ma si tratta proprio di una copia della Porta di Ishtar realizzata utilizzando le stesse matrici o matrici prodotte sullo stesso monumento. Quella di Tol-e Ajori – conclude Callieri – è  il primo esempio nel periodo achemenide di una architettura con manufatti provenienti dalla Mesopotamia”.

(3 – continua nei prossimi giorni. Precedenti post il 14 e 19 gennaio)

Svelato il giallo dell’edificio di Tol-e Ajori, vicino Persepoli (Iran). Callieri: “Così abbiamo capito che era una porta monumentale”

Alireza Askari Chaverdi mostra la pianta dell'edificio di Tol-e Ajori: il giallo è svelato, si tratta di una porta monumentale

Alireza Askari Chaverdi mostra la pianta dell’edificio di Tol-e Ajori: il giallo è svelato, si tratta di una porta monumentale nella piana di Persepoli

L’edificio di Tol-e Ajori non è più un mistero. Abbiamo visto (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/14/svelato-il-giallo-delledificio-di-ciro-vicino-a-persepoli-nel-fars-iran-non-e-unapadana-ne-una-torre-ne-un-tempio-ne-un-centro-cerimoniale-ma-e-int/) che la quarta campagna di scavo, conclusasi il 5 novembre 2014, della missione congiunta irano-italiana nella piana di Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MIUR e del MAE, ha stabilito che l’edificio di Tol-e Ajori è una porta monumentale. Ma come si è giunti a queste conclusioni? Seguiamo passo passo lo sviluppo della campagna 2014 attraverso le testimonianze dei suoi protagonisti: Askari Chaverdi e Callieri.

Il complesso scavo di Tol-e Ajori della missione irano-italiana nella piana di Persepoli (Iran)

Il complesso scavo di Tol-e Ajori della missione irano-italiana nella piana di Persepoli (Iran)

Tre trincee “strategiche” in altrettante situazioni da verificare. “Con la prima trincea”, spiega il prof. Callieri, “è stato finalmente individuato e portato alla luce quell’angolo NW del monumento che nel 2013 ci era sfuggito”. Questa prima scoperta ha confermato l’allineamento con il muro SW. “Purtroppo il monumento è risultato molto saccheggiato: sono stati trovati in situ solo 6-7 corsi di mattoni di fondazione che, rispetto al muro esterno “sopra terra” non hanno il paramento esterno invetriato”. Ma la vera novità data dallo scavo di questa trincea è stata la scoperta di un contrafforte, realizzato in mattoni crudi misti a qualche mattone cotto attorno all’angolo. Il contrafforte, proprio per la sua natura (ricordiamo che è realizzato in mattoni crudi: ed è finora l’unico caso, a Tol-e Ajori, dell’uso di mattoni crudi all’esterno del muro) è apparso molto degradato: la sommità del contrafforte è stata chiusa o, meglio, sigillata da mattoni cotti. “Questo contrafforte è sicuramente un elemento aggiunto per rinforzare l’angolo, a meno che non sia un resto di un muro di recinzione che chiudeva l’area interna, ma non siamo in grado di dire quando: se cioè è coevo o successivo al muro d’angolo. Comunque la sua funzione è sicuramente quella di sostenere e rafforzare l’angolo”. Per ora la trincea è ancora troppo piccola per permettere di individuare i limiti esterni del contrafforte, ma ha già dato un contributo importante per sciogliere il giallo “dell’edificio di Tol-e Ajori”: l’individuazione dell’angolo NW del monumento permette infatti di definire le misure del monumento nella sua interezza: ora sappiamo che è largo 30 metri e lungo 40. “La campagna 2014 era partita bene. Il monumento cominciava a rivelarsi. Presto – lo sentivamo – ci avrebbe fatto capire cos’era veramente”.

L'angolo del secondo corridoio interno: questa scoperta ha rivelato la natura del monumento di Tol-e Ajori: è una porta monumentale

L’angolo del secondo corridoio interno: questa scoperta ha rivelato la natura del monumento di Tol-e Ajori: è una porta monumentale

“Così abbiamo aperto la seconda trincea – continuano gli archeologi della missione irano-italiana – e ci siamo concentrati all’interno del monumento per verificare se il vano interno era chiuso o se ci fosse un altro passaggio/corridoio e, quindi, un secondo ingresso. Siamo stati fortunati: abbiamo intercettato i due lati di un secondo corridoio di accesso, e su uno dei due lati anche l’angolo con il vano interno”. Non poteva andare meglio. È stata questa una scoperta molto importante perché ha chiarito senza alcun dubbio la natura dell’edificio di Tol-e Ajori: “A quel punto mi era tutto chiaro”, confessa Callieri. “Quel monumento non era un edificio con uno spazio chiuso interno, ma un edificio con uno spazio interno di passaggio. Quindi non poteva essere un centro cerimoniale, quell’edificio era una porta monumentale”. A questo punto questa scoperta, oltre a farci capire di che monumento si tratta, ci qualifica anche il monumento che proprio in quanto porta ci fa capire che deve dipendere da un centro di interesse che ovviamente non può essere la porta, ma un qualcosa cui la porta conduce. “Quindi l’edificio di Tol-e Ajori”, sottolinea Callieri, “non è più da considerarsi il centro di interesse, ma un luogo di accesso al centro di interesse”. I due lati del corridoio NW sono conservati in modo diverso: il lato N risulta molto saccheggiato quasi fino al terreno di base. Ci sono solo alcuni corsi inferiori di mattoni cotti e parte del nucleo interno di mattoni crudi. Il lato S, invece, è stato in parte risparmiato dai saccheggiatori. Ma all’angolo con il muro interno si possono ancora vedere i mattoni di fondazione con sopra l’alzato di 11 filari di mattoni invetriati in situ che finiscono in alto con una fascia di rosette aperte (Chaverdi le chiama “fior di loto”). Ciò permette agli archeologi di collocare correttamente i frammenti di rosette recuperati nel corso dello scavo perché ora si conosce a quale reale altezza correvano lungo le pareti del monumento. Le rosette sono aperte.

Il prof. Pierfrancesco Callieri a Tol-e Ajori nella piana di Persepoli (Fars, Iran)

Il prof. Pierfrancesco Callieri a Tol-e Ajori nella piana di Persepoli (Fars, Iran)

Tutto ok? Non proprio. Il monumento presentava ancora molti lati oscuri, e la terza trincea – nelle intenzioni degli archeologi – avrebbe dovuto dare risposte importanti. “Anche qui”, riprende Callieri, “sul livello del pavimento è venuta fuori la fossa di fondazione, che era uno degli obiettivi che ci ripromettevamo di raggiungere proprio con questa trincea. Quindi la porta ha le fondazioni costruite con un cavo di fondazione. Cioè la parte inferiore della struttura era interrata. E il pavimento era in terra battuta. Così abbiamo potuto studiare la stratigrafia al di sopra del pavimento e fare un’indagine nella fossa di fondazione. Quindi – conclude – possiamo dire che dal punto di vista architettonico abbiamo ottenuto risultati soddisfacenti”.

(2 – continua nei prossimi giorni. Precedente post: 14 gennaio)

Svelato il giallo dell’edificio “di Ciro” vicino a Persepoli, nel Fars (Iran): non è un’apadana, né una torre, né un tempio, né un centro cerimoniale, ma è… Intervista a Callieri e Askari Chaverdi

I direttori di scavo Chaverdi e Callieri mostrano i risultati della missione a Tol-e Ajori vicino a Persepoli

I direttori di scavo Askari Chaverdi e Callieri mostrano i risultati della missione a Tol-e Ajori vicino a Persepoli (Fars, Iran meridionale)

Non è un’apadana, né una torre, né un tempio, né un centro cerimoniale. Ora è tutto più chiaro. Il giallo dell’edificio cosiddetto “di Ciro” trovato vicino a Persepoli, nel Fars, Iran meridionale, è finalmente a una svolta, anche se restano ancora dei misteri da risolvere: gli archelogi della missione congiunta irano-italiana nella piana di Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MIUR e del MAE, ora sanno che cos’è esattamente il monumento di Tol-e Ajori: una porta monumentale.

Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz, co-direttore della missione irano-italiana, mostra i rilievi del monumento di Tol-e Ajori

Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz, co-direttore della missione irano-italiana, mostra i rilievi del monumento di Tol-e Ajori nel Fars (Iran meridionale)

Proprio il prof. Callieri da Tehran, nell’ottobre 2014, in occasione del rinnovo all’università di Bologna della concessione di scavo nella piana di Persepoli (vedi il post su archeologiavocidalpassato: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/11/02/tempio-di-ciro-vicino-a-persepoli-il-giallo-archeologico-potrebbe-essere-a-una-svolta-con-la-quarta-campagna-di-scavo-a-tol-e-ajori-rinnovata-per-altri-cinque-anni-alluniversita-di-bologna/) e mentre era ancora in corso la quarta campagna di scavo, aveva fatto capire che i dati acquisiti con la nuova missione erano molto, molto interessanti. Per questo archeologiavocidalpassato si era impegnato a informare quanto prima sui risultati raggiunti. Ciò è stato possibile con un’intervista diretta al prof. Callieri in occasione dell’incontro culturale promosso in dicembre a Bologna dal Gruppo archeologico bolognese, e a una video-intervista rilasciata dal prof. Askari Chaverdi al canale culturale iraniano CHN, intervista che ci ha gentilmente fatto avere (la pubblicheremo in uno dei prossimi post) e che una collega iraniana ha tradotto dal Farsi. “Già nel 2013 si era capito che c’erano corrispondenze tra Tol-e ajori e Babilonia”, conferma Askari Chaverdi. “Ma ora siamo sicuri che questo di Tol-e Ajori è il primo esempio di architettura usata nei palazzi achemenidi prima di Persepoli”.

Il prof. Pierfrancesco Callieri, alla fine della campagna 2013, aveva ipotizzato che il monumento di Tol-e Ajori fosse un centro cerimoniale prima di Persepoli

Il prof. Pierfrancesco Callieri, alla fine della campagna 2013, aveva ipotizzato che il monumento di Tol-e Ajori fosse un centro cerimoniale prima di Persepoli

Ma come si era arrivati alla quarta campagna di scavo, quella del 2014, che si è conclusa il 5 novembre? “Nel 2013, alla fine della campagna”, ricorda Callieri, “ci mancavano alcuni dati per avere certezze sul monumento che stavamo riportando alla luce: non avevamo infatti raggiunto uno degli obiettivi importanti, cioè l’individuazione dell’angolo settentrionale per stabilire la lunghezza del monumento. Secondo i dati forniti dalle prospezioni l’angolo N doveva trovarsi dove avevamo scavato, e invece non c’era. Avevamo capito che il muro proseguiva verso NW, ma avevamo ancora una misura incompleta: 35.60 metri di lunghezza. E soprattutto non sapevamo come finiva, se il muro era continuo o se c’era un secondo ingresso speculare al primo”. Migliori informazioni erano venute dal lato SE del monumento, dove è stato individuato l’ingresso che ha fatto superare l’ipotesi della torre maturata nel 2012 per far passare l’idea che quello di Tol-e Ajori fosse un edificio per cerimonie.

I risultati della campagna di scavo 2014 a Tol-e Ajiori sono stati determinanti per definire la natura del monumento portato alla luce: una porta monumentale

I risultati della campagna di scavo 2014 a Tol-e Ajiori sono stati determinanti per definire la natura del monumento portato alla luce: una porta monumentale

E dall’ipotesi “centro cerimoniale” è partita la campagna 2014 che è stata preparata accuratamente. “I tempi disponibili per la missione sono troppo ristretti per procedere senza un piano preciso”, ricorda il professore dell’ateneo bolognese. “Così, prima di iniziare la campagna 2014, abbiamo valutato di procedere con alcuni sondaggi aprendo tre trincee in altrettanti punti che ritenevamo strategici in base alle informazioni in nostro possesso”. La prima trincea doveva individuare l’angolo che mancava per completare le informazioni sulle dimensioni reali del monumento. “Ma stavolta abbiamo puntato l’attenzione a W, scavando lungo i limiti conservati della collinetta artificiale, risparmiati dagli sventramenti per realizzare la canalizzazione in tempi moderni”. La seconda trincea, una volta individuato il perimetro del monumento con la prima trincea, doveva verificare se il monumento presentava un secondo corridoio. La terza trincea, invece, è stata pensata per acquisire maggiori informazioni sull’ambiente interno (gli archeologi lo chiamano “vano interno”), di cui era stato portato alla luce solo una piccola parte: “Qui purtroppo il pavimento era danneggiato da tane di animali che avevano reso difficile capire non solo la stratigrafia e la tecnica di costruzione, ma anche le caratteristiche del pavimento”. E conclude: “Alla fine della campagna 2014 possiamo dire che tutte e tre le trincee sono state utili perché hanno dato risposte importanti “ai fini della corretta analisi e interpretazione del monumento che, ne sono sempre più convinto anche se mi mancano ancora le prove, è anteriore alla costruzione della Terrazza di Persepoli”. È stato infatti individuato l’angolo N del monumento, risultato che permette di definire le misure del monumento nella sua interezza: ora sappiamo che è largo 30 metri e lungo 40. Inoltre è stato trovato all’angolo del muro perimetrale un contrafforte di mattoni crudi e cotti che è successivo alla fase di costruzione. In questa parte il muro si è conservato a livello di zoccolo di fondazione pari a 6-7 corsi di mattoni cotti non invetriati: il contrafforte è molto saccheggiato e pone problemi interpretativi. A questi problemi interpretativi e a come si è giunti alle conclusioni – sintetizzate da Askari Chaverdi e Callieri – con le ricerche sul campo che hanno permesso di dipanare poco alla volta il giallo dell’edificio di Tol-e Ajori, saranno dedicati i prossimi post.

(1 – continua nei prossimi giorni)

Tra mammuth e tigri dai denti a sciabola: riapre il museo Paleontologico di Montevarchi, uno dei più antichi d’Europa: allestimento innovativo multimediale per conoscere il Valdarno tre milioni di anni fa

L'impressionante fossile di Mammuthus meridionalis "simbolo" del museo Paleontologico di Montevarchi in Valdarno

L’impressionante fossile di Mammuthus meridionalis “simbolo” del museo Paleontologico di Montevarchi in Valdarno

Il manifesto dell'inaugurazione del rinnovato museo di Montevarchi

Il manifesto dell’inaugurazione del rinnovato museo di Montevarchi

Il Valdarno si distende tra il massiccio di Pratomagno e le dolci colline ridisegnate ad arte dai vigneti del Chianti, con l’orizzonte mosso da filari di cipressi che impettiti resistono al vento, e la base dei poggi ricca di opifici tra le moderne vie di comunicazione: un paesaggio accogliente valorizzato dai molti agriturismi, oasi di relax e di tentazioni per il palato. Ma ora chiudiamo gli occhi e prepariamoci a un viaggio indietro nel tempo di alcuni milioni di anni. Quando li riapriremo, davanti ai nostri occhi apparirà un mondo fantastico: una giungla equatoriale che lascia via via il posto a una tundra popolata di animali terrificanti, come l’immenso mammuth o la temibile tigre dai denti a sciabola. Non siamo su set di un sequel di Jurassik Park, ma all’ingresso del rinnovato museo Paleontologico di Montevarchi in Valdarno, uno dei più antichi d’Europa con quasi due secoli di vita, museo che sabato 6 dicembre riapre al pubblico dopo oltre sei anni di chiusura impiegati per dotare la celebre istituzione di un allestimento al passo con i tempi. Il restauro si deve a un forte impegno economico della Regione Toscana e del Comune di Montevarchi, proprietario di gran parte della struttura in cui il nuovo museo può finalmente valorizzare le sue ricchezze, ovvero l’ex convento trecentesco di San Lodovico: una delle più interessanti raccolte europee di fossili, tutti estratti da quell’immensa “miniera” che è il territorio del Valdarno. Qui tra il Pliocene superiore e il Pleistocene inferiore, ovvero tra 5,332 e 2,588 milioni di anni fa, una giungla equatoriale si trasformò gradualmente in una tundra sotto la quale, per una singolare fortunata combinazione chimico fisica, i resti degli antichi animali si fossilizzarono perfettamente. Le scoperte datano già in epoca medicea ma il sottosuolo continua a offrire sempre nuove sorprese. “Le potenzialità del rinnovato museo Paleontologico sono fortissime”, assicurano i responsabili dell’accademia Valdarnese, titolare del museo. “Fortissime soprattutto in ambito didattico, vista la possibilità e l’ambizione di proporre numerose attività anche in orario extrascolastico per bambini e famiglie. Ma siamo anche convinti che il “nuovo” Paleontologico con la storia naturalistica di un territorio come il Valdarno avrà un grande appeal turistico soprattutto all’estero”.

Una delle gallerie del museo Paleontologico di Montevarchi nell'allestimento ottocentesco

Una delle gallerie del museo Paleontologico di Montevarchi nell’allestimento ottocentesco

Il museo Paleontologico di Montevarchi, che – come detto – appartiene all’accademia Valdarnese del Poggio, nasce intorno al 1809 da una raccolta donata dal monaco di Vallombrosa Luigi Molinari. Poco dopo Georges Cuvier, fondatore della paleontologia moderna, studiò questi primi reperti che erano allora conservati nei locali del convento dei Minori Francescani di Figline Valdarno. Nel 1818 la raccolta, assieme alla sede dell’accademia e al fondo librario nel frattempo costituitosi, fu trasferita nei locali attuali di Montevarchi e fu aperta al pubblico ufficialmente nel 1829. Mezzo secolo dopo, fra il 1873 e il 1880, il prof. Paolo Marchi di Firenze e il prof. Forsyth Major di Glasgow classificarono i 732 reperti fino allora raccolti e iniziarono a compilare il relativo catalogo. Fu poi il prof. Giovanni Capellini, geologo e paleontologo cui è dedicato il museo Geologico e Paleontologico dell’università di Bologna, a continuare la catalogazione mentre il museo si arricchiva di nuovi pezzi. La raccolta nel tempo si è ampliata con nuove scoperte per lo più in ambito locale, cui hanno sostanzialmente contribuito le segnalazioni da parte di contadini e abitanti del territorio.

Il paesaggio del Valdarno superiore ben diverso da quello di tre milioni di anni fa

Il paesaggio del Valdarno superiore ben diverso da quello di tre milioni di anni fa

La ricostruzione del paesaggio del Valdarno nel Pleistocene

La ricostruzione del paesaggio del Valdarno nel Pleistocene

L’allestimento originale, che rispecchiava il concetto ottocentesco di esposizione museale, articolato in quaranta vetrine disposte in tre gallerie, è stato sostituito da un allestimento moderno che disegna un percorso didattico in grado di stimolare l’interesse e arricchire la conoscenza del visitatore. Dopo un primo corridoio in cui si ripropone un saggio dell’allestimento ottocentesco, si passa al nuovo, in cui ogni reperto esposto nelle vetrine è illustrato da didascalie. Ci sono poi pannelli su alcuni aspetti peculiari del territorio come le trasformazioni delle faune, delle flore e delle condizioni climatico – ambientali che hanno accompagnato la storia del Valdarno negli ultimi tre milioni di anni.

Il nuovo allestimento del museo di Montevarchi con pannelli didattici e supporti multimediali

Il nuovo allestimento del museo di Montevarchi con pannelli didattici e supporti multimediali

Il museo di

Un fossile di mammifero conservato al museo Paleontologico

Un fossile di mammifero conservato al museo Paleontologico

Montevarchi accoglie circa 2600 reperti. Fra essi si distinguono fossili vegetali, come le noci di Juglans tephrodes e le foglie di Platanus aceroides e una ricca collezione di fossili animali, provenienti quasi esclusivamente dal Valdarno Superiore e di età compresa fra il Pliocene superiore e il Pleistocene inferiore. Tra gli esemplari più interessanti del museo un gigantesco scheletro di elefante – Mammuthus meridionalis – quasi completo con enormi zanne di oltre tre metri di lunghezza di 320 cm, popolarmente noto come “Gastone l’elefantone”, il cranio della tigre dai denti a sciabola – Homotherium crenatidens -, chiamata così per le dimensioni dei canini superiori, i crani di Hystrix etrusca, e il cranio del Canis etruscu, il “Tipo”, cioè il primo che ha dato origine ad una nuova specie. Una delle ultime acquisizioni sono i resti fossili di Palaeoloxodon antiquus, giovane elefantessa divenuta subito popolare col nomignolo di “La Giulia”. Questo ritrovamento, avvenuto nel 2001 nell’Aretino in località Campitello, vicino a Bucine, è particolarmente importante perché associato a tre strumenti litici con ancora i resti delle legature originali.

Il moderno allestimento del museo Paleontologico ricco di informazioni

Il moderno allestimento del museo Paleontologico ricco di informazioni

Numerosi sono i disegni, le tavole di confronto e soprattutto le ricostruzioni paleoambientali che si articolano lungo il percorso. Il visitatore può approfondire dinamicamente la storia del Valdarno Superiore soffermando la sua attenzione su una serie di video, dislocati lungo il tracciato, nei quali vengono ricostruite le cause e gli effetti delle oscillazioni glaciali-interglaciali, i caratteri della foresta equatoriale caldo-umida diffusa nel Valdarno 3.1 milioni di anni fa e infine altri video nei quali sono approfonditi i caratteri delle singole specie rinvenute nella argille e nelle ligniti della fase a foresta. Prospettive scenografiche in cui le figure si compongono e si scompongono a seconda del punto di osservazione, ricostruzioni di uomini primitivi e multimedialità fanno da cornice capace di suggestionare il visitatore e di incantare soprattutto i più piccoli.

I semi di uva recuperati da Alvaro Tracchi nel sito etrusco-romano di Cetamura del Chianti

I semi di uva recuperati da Alvaro Tracchi nel sito etrusco-romano di Cetamura del Chianti

Il percorso del museo Paleontologico è completato da una nuova sezione archeologica dedicata allo studioso locale Alvaro Tracchi, con reperti etruschi provenienti dal territorio del Valdarno, ma anche dalla zona del Viterbese. “Gli apparati didattici e la multimedialità”, spiegano in accademia, “permetteranno di proporre una didattica archeologica innovativa, capace di approfondire tematiche sulla vita quotidiana in età lontanissime”. Infine la nascita di un laboratorio di restauro interno, che permetterà di monitorare lo stato di conservazione del materiale e di intervenire tempestivamente, ma anche di svolgere attività didattiche per bambini per lo sviluppo della manualità o corsi di formazione per adulti.