“A tavola con gli Etruschi di Marzabotto”: al museo “Pompeo Aria”, collegata a Expo 2015, mostra-viaggio tra usi, costumi e rituali degli abitanti di Marzabotto di 2500 anni fa con un testimonial d’eccezione, il dio del vino Fufluns
Su tutto vegliava Fufluns, divinità degli alberi e della fecondità, signore del vino e del delirio mistico. Il suo regno, il simposio; la sua icona, una coppa da vino (il kantharos). Fufluns per gli Etruschi, Dionysos per i Greci, Bacco per i Romani: il più gaudente degli Dei testimonia quanto da sempre il cibo, al di là della sua funzione nutritiva, abbia espresso altri valori, simbolici e sociali. E proprio il bronzetto etrusco raffigurante il dio del vino Fufluns, una statuetta rinvenuta nell’Ottocento vicino a Sasso Marconi e poi entrata nelle Collezioni del museo nazionale di Firenze, è l’icona della mostra “A tavola con gli Etruschi di Marzabotto. Aspetti reali e simbolici del cibo nella città etrusca”, aperta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto fino al 10 gennaio 2016: il bronzetto-testimonial è così tornato nella sua terra d’origine grazie al prestito concesso dalla soprintendenza Archeologia della Toscana. Il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto partecipa al progetto SEMI (Musei in Emilia-Romagna per Expo 2015) con questa mostra che illustra con pannelli, didascalie e schede ad hoc tre aspetti specifici dell’alimentazione degli etruschi: le risorse dell’ambiente, le modalità del consumo del cibo in epoca etrusca con particolare riguardo alla città etrusca di Marzabotto-Kainua, le stoviglie e i manufatti d’uso quotidiano, l’acqua, l’olio, il vino e gli aspetti simbolici del cibo, dai banchetti e servizi da simposio in Etruria ai culti di Dioniso-Fufluns, signore degli alberi e della fecondità, dio del vino e del delirio mistico: ecco un viaggio tra usi, costumi e rituali degli abitanti di Marzabotto di 2500 anni fa.
Lo straordinario bronzetto raffigurante Fufluns è dunque il testimonial della mostra “A tavola con gli Etruschi di Marzabotto”, promossa da soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna, museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, in collaborazione con dipartimento di Storia, culture civiltà e archeologia dell’università di Bologna e Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese, mostra che è un viaggio alla scoperta di un popolo raffinato descritto dagli antichi come godereccio e mondano, perennemente a tavola mentre stuoli di schiavi servono cibi succulenti versando vino in grandi coppe. Il viaggio parte dalla terra, non a caso generosa, come attesta la sezione dedicata alle risorse alimentari integrata da recenti studi paleobotanici. A Marzabotto si coltivavano orzo, farro e grano in quantità, si producevano fichi e legumi, si allevavano maiali e ovini, si cacciavano cervi e selvaggina, si importavano olio e vino. Sulle tavole dei ricchi regnava l’abbondanza. I cuochi preparavano carne arrostita o bollita condita con salse a base di cereali, verdure e spezie. La carne, cibo di lusso il cui consumo era legato e precisi rituali, si mangiava con focacce, uova e verdure e il pasto era chiuso da frutta e dolciumi. Il vino era miscelato con acqua e insaporito con spezie, miele o formaggio grattugiato. Il tutto servito in raffinato vasellame da mensa, piatti, vassoi e stoviglie addobbavano la tavola, il vino era attinto da grandi crateri e versato nei calici e nelle tazze dei singoli commensali. Accanto ai vasi etruschi, la mostra concentra l’attenzione sui preziosi vasi attici decorati e sui servizi in bronzo poi deposti nelle tombe per consentire al defunto di banchettare nella sua nuova vita nell’aldilà. Vengono dalle necropoli di Kainua le ceramiche attiche e a vernice nera di VI-IV sec. a. C. tra cui spiccano crateri, kylikes (coppe) e uno straordinario kantharos bifronte con teste di menade e satiro.
Cuore della sezione dedicata al simposio sono le due sepolture di V secolo a.C. rinvenute nel 1969 a Sasso Marconi. Arricchite per l’occasione di pannelli che illustrano gli aspetti simbolici della complessa ideologia del banchetto dell’aldilà, le due tombe presentano corredi dotati di tutti gli elementi più significativi del servizio da vino, dalla ceramica attica ai grandi recipienti e utensili in bronzo. “Mutuato integralmente dalla pratica greca -salvo che per la presenza delle donne”, spiega il direttore del museo Pompeo Aria, Paola Desantis, “l’adesione all’ideologia del banchetto è ampiamente attestata a Marzabotto nel suo valore simbolico, legato in particolare al culto di Dioniso, che si esprimeva nella ritualità della preparazione e del consumo del vino, e in intermezzi di musica, danza, poesia e giochi. Oltre alle testimonianze della fine ceramica d’importazione, restano i contenitori come tazze e brocche in ceramica comune prodotte in abbondanza nei laboratori della città, usati nel quotidiano specie per il consumo del più tipico dei loro piatti a base di fava, piselli o ghiande”. Il percorso tra le varie sale del museo evidenzia l’uso dei diversi recipienti fittili di produzione locale, di forma chiusa o aperta, utilizzati per contenere o consumare alimenti liquidi e solidi. Alcune anfore commerciali venute da oltremare e una macina per il grano consentono di approfondire i temi dei prodotti d’importazione e della lavorazione delle materie prime mentre la presenza di pozzi e bacili (louteria) introducono alle modalità di sfruttamento domestico delle risorse idriche. Al vino e alla sua divinità emblematica, Dionysos, è dedicata la vetrina della sala III contenente la statuetta in bronzo raffigurante Fufluns (il Dioniso etrusco) nudo e con il kantharos in mano, rinvenuta nell’Ottocento a Sasso Marconi, e alcuni vasi attici dalle necropoli della città etrusca di argomento dionisiaco.
La mostra è articolata in tre sezioni. Quella dedicata alle risorse ambientali illustra il paesaggio vegetale e il repertorio faunistico nell’età del Ferro passando in rassegna una serie di reperti faunistici rinvenuti nel corso degli scavi affiancati dai risultati di più recenti analisi paleobotaniche. L’interazione tra i risultati di vecchi e nuovi studi consente di tracciare un quadro più completo e circostanziato dell’habitat e delle risorse dell’antica città etrusca di Marzabotto-Kainua. La seconda sezione tratta il modo di consumare il cibo esponendo gli utensili e le stoviglie usati quotidianamente per mangiare. Il percorso che si snoda tra le varie sale del museo evidenzia l’uso dei diversi recipienti fittili di produzione locale, di forma sia chiusa che aperta, che servivano per contenere o consumare alimenti liquidi e solidi. Alcune anfore commerciali e una macina per il grano consentono di approfondire i temi dei prodotti d’importazione e della lavorazione delle materie prime mentre la presenza di pozzi e bacili introduce il tema delle modalità di sfruttamento delle risorse idriche. Il cuore della terza sezione è situato nella IV sala del museo dove sono esposte le due sepolture di V secolo a.C. rinvenute nel 1969 a Sasso Marconi. Dotate di pannelli informativi che illustrano gli aspetti simbolici che compongono la complessa ideologia del banchetto dell’aldilà, le due tombe hanno restituito corredi forniti di tutti gli elementi più significativi del servizio da vino, dalla ceramica attica ai grandi recipienti ed utensili in bronzo tra cui spicca, per eccezionale stato di conservazione, un capiente stamnos in bronzo, un recipiente utilizzato per miscelare l’acqua e il vino da consumare durante il banchetto. L’itinerario tematico che si snoda in tutte le quattro sale del museo pone l’accento sui vasi attici che rimandano all’ideologia del simposio corredati da didascalie e pannelli che spiegano gli usi specifici delle diverse forme di vasi greci rinvenuti nelle necropoli di Marzabotto. Nella II sala questo itinerario si apre sulle problematiche simboliche del vino dedicando una vetrina all’immagine di Dioniso, il dio del vino, quale appare sulla ceramica attica restituita dagli scavi di Marzabotto. La mostra si conclude illustrando i vari aspetti del cibo e dell’alimentazione nel mondo etrusco con una serie di pannelli didattici tratti dalla pubblicazione “Tutti a tavola”, curata dai Servizi educativi della soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna.

Nell’area archeologica di Marzabotto ripristino dei filari di vite maritata esistenti e semina di parcelle di lino, orzo e favino (foto Fabio Lambertini)
Ambiente e paesaggio nella città etrusca, il 28 giugno e il 4 ottobre 2015. Legati sia alla mostra che all’Expo 2015, e in concomitanza con il raccolto di orzo e favino (a giugno) e dell’uva (a ottobre), sono proposti due eventi tesi a far conoscere il ciclo agronomico e l’importanza di alcune colture antiche e riflettere sulla economia dell’epoca etrusca. “Per meglio visualizzare il paesaggio rurale degli Etruschi all’interno dell’area archeologica”, spiega Desantis, “è stato realizzato un intervento che ripropone le colture dell’epoca: coltivazioni di cui si trovano tracce e testimonianze sia nella documentazione archeologica che in quella archeobotanica. Sono stati ripristinati due filari di vite maritata, comunemente detti “Piantate”, da tempo esistenti, e sono state seminate parcelle di lino, orzo e favino”. I due eventi proposti il 28 giugno e il 4 ottobre renderanno possibile rievocare queste storie e immaginare con laboratori ed esperienze dirette gli utilizzi di queste produzioni. Infine, a margine della mostra sono previste visite guidate gratuite alle 16 nelle domeniche del 24 maggio (Matteo Tirtei), 31 maggio (Malik Franzoia), 7 giugno (Siriana Zucchini), 14 giugno (Riccardo Vanzini) e nelle domeniche del 21 e 28 giugno (Paola Desantis).
“…comunicare l’archeologia…”: il Gruppo archeologico bolognese nel ciclo del secondo trimestre dedica un focus alla distruzione del patrimonio archeologico nel Vicino Oriente
La distruzione del patrimonio archeologico del Vicino Oriente sotto i colpi dei miliziani dello Stato Islamico sarà tra i temi forti affrontati nel ciclo di conferenze del secondo trimestre 2015, “…comunicare l’archeologia…”, fiore all’occhiello del Gruppo archeologico bolognese. L’appuntamento è alle 16.30 di giovedì 16 aprile nell’aula cesare Gnudi della Pinacoteca Nazionale di Bologna, in viale delle Belle Arti, per l’incontro con il prof. Paolo Brusasco, docente di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico alla Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università di Genova, su “Futuro senza passato: l’estinzione del patrimonio culturale in Siria e Iraq”. L’ingresso all’Aula Gnudi per partecipare esclusivamente alla conferenza è gratuito. Si emetterà comunque biglietto gratuito per le persone che intendono accedere alla conferenza, solo a partire dalle 16. Continua così l’impegno dei soci del Gabo, tra cui insegnanti di scuole medie superiori, studenti universitari, archeologi ed appassionati di vario tipo, accomunati dal medesimo interesse per la storia della cultura e dell’arte antica, di organizzare cicli di lezioni, incontri e visite guidate “col fine di supportare la conoscenza e la tutela del patrimonio archeologico, storico ed artistico, locale e non solo”.
Ma vediamo meglio nel dettaglio il programma del ciclo di incontri del secondo trimestre. Si inizia martedì 14 aprile, alle 21, al centro sociale G.Costa, via Azzo Gardino 48, con Gianni Garzaroli, archeologo dell’università di Bologna, impegnato nella missione “Samaipata” in Bolivia, il quale parlerà proprio de “La roca esculpida di Samaipata (Bolivia)”. Due giorni dopo, giovedì 16, come anticipato, alle 16.30, ma alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, il prof. Paolo Brusasco, docente di Archeologia e Arte del Vicino Oriente Antico all’Università di Genova, affronta un tema di drammatica attualità: “Futuro senza passato: l’estinzione del patrimonio culturale in Siria e Iraq”. Domenica 26 aprile ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto dove, alle 17, dove si ripropone l’intervista impossibile a Vel Kaikna di Giuseppe Mantovani con Marco Mengoli nei panni di Vel Kaikna e Davide Giovannini in quelli dell’intervistatore. L’etrusco Vel Kaikna, membro di un’importante famiglia di Felsina, era probabilmente un ammiraglio o un navarca: lo fa capire la sua stele funeraria, esposta nel museo civico Archeologico di Bologna, su cui si staglia una nave da guerra etrusca. Si potrà conoscere Vel Kaikna proprio grazie all’intervista “Impossibile” scritta da Giuseppe Mantovani e realizzata in collaborazione con il Gruppo Archeologico Bolognese.
Da martedì 5 maggio gli appuntamenti tornano al centro sociale G.Costa dove alle 21ci sarà una serata a disposizione dei soci (relazioni di viaggio, esperienze archeologiche, tutto quanto fa storia), in attesa dell’incontro di martedì 12, sempre al Costa, sempre alle 21, con la prof.ssa Mariangela Vaglio, dottore in Storia Antica alla Sapienza di Roma, giornalista e scrittrice, che – dopo il successo del libro-saggio “Didone, per esempio. Nuove storie dal passato“, biografie non convenzionali dei grandi personaggi – mitici o storici – del mondo greco-romano, a Bologna anticiperà il nuovissimo secondo volume “Socrate, per esempio”, che dovrebbe essere in libreria per la fine di maggio, soffermandosi su “I filosofi presocratici tra divulgazione e fonti antiche”. Martedì 19 maggio, ancora al Costa alle 21, con Valentina Manzelli, archeologa della soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, si avrà la presentazione della mostra “Brixia, Roma e le genti del Po”, prevista a Brescia, al museo di Santa Giulia e area archeologica, dal 9 maggio 2015 al 17 gennaio 2016. Il progetto scientifico della mostra è di Luigi Malnati, già soprintendente per l’Archeologia dell’Emilia Romagna, e Filli Rossi.
Alla fine di maggio l’appuntamento è il 28, un giovedì, alle 21, alla Mediateca di San Lazzaro, in via Caselle 22, a S. Lazzaro, vicino Bologna, per un’altra “Intervista impossibile”, questa volta ad Attilio Regolo, a cura di Umberto Eco. Introduce la serata Erika Vecchietti, assegnista di ricerca al dipartimento di Storia culture e civiltà dell’università di Bologna, con Marco Mengoli nella parte di Attilio Regolo e Davide Giovannini in quella dell’intervistatore. Questo secondo ciclo di “…comunicare l’archeologia…” chiude martedì 9 giugno, alle 21, al Costa, con “Principi etruschi a Cerveteri. Le tombe orientalizzanti in località S. Paolo” illustrati dalla prof.ssa Maria Antonietta Rizzo, docente di Etruscologia e Antichità Italiche all’università di Macerata.
Chi ha costruito la porta monumentale di Tol-e Ajori e il palazzo di Firuzi5 prima di Persepoli (Iran)? Gli indizi portano a Ciro. Ma è presto per dirlo. Il giallo continua…

La porta di Ishtar a Babilonia (oggi al Pergamon museum di Berlino) presa a modello a Tol-e Ajori (Iran)

Alireza Askari Chaverdi, co-direttore della missione irano-italiana, mostra i rilievi del monumento di Tol-e Ajori
La porta monumentale di Tol-e Ajori, copia della Porta di Ishtar di Babilonia, è anteriore la costruzione della terrazza di Persepoli. Sembrano infatti più che indizi i dati raccolti dalla missione congiunta irano-italiana nella piana di Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MIUR e del MAE. Askari Chaverdi e Callieri sul fatto che si tratti di un edificio proto-achemenide non avrebbero dubbi (vedi post su archeologiavocidalpassato https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/02/02/a-cosa-dava-accesso-la-porta-di-tol-e-ajori-vicino-persepoli-iran-forse-al-complesso-di-firuzi5-anteriore-a-persepoli-il-giallo-archeologico-continua/). Ma questo non li tranquillizza, anzi. Proprio la mancanza di elementi che possano portare a una datazione assoluta attendibile solleva problematiche che al momento non sembrano facilmente superabili. Perché la grossa eredità che lascia l’ultima campagna di scavo che si è conclusa nel novembre scorso è una domanda ben precisa: quando e chi ha realizzato a Tol-e Ajori quella straordinaria, monumentale porta?

I corsi di mattoni invetriati trovati in situ nella porta monumentale di Tol-e Ajori vicino Persepoli (Iran)
Il complesso scoperto a Tol-e Ajori – come si diceva – è molto diverso da Persepoli. A cominciare dalla presenza del drago-serpente (mushkhusshu), animale totalmente estraneo a Persepoli (per i mazdei il serpente è una creatura malvagia). Addirittura la distruzione del monumento potrebbe essere stata la conseguenza dell’ideologia zoroastriana. Questi sono tutti elementi che portano a datare il monumento prima di Persepoli. Ma quanto prima di Persepoli? “Di quanto anteriore? È difficile dirlo”, ammette Callieri. “Se imita la Porta di Ishtar (costruita intorno al 580 a.C.) la porta di Tol-e Ajori è postuma anche alla conquista di Babilonia da parte di Ciro nel 539. Quindi al momento è arduo stabilire se risale al regno di Ciro, di Cambise, o dei primi anni di Dario. L’iconografia e la tecnica di costruzione a mattoni insieme al raffronto con la porta di Ishtar ci porta a una ambientazione più mesopotamica che persiana”, spiega l’archeologo dell’ateneo bolognese. “Quindi è più probabile una attribuzione al regno di Ciro. Ma al momento non ci sono elementi decisivi”. A detta degli archeologi è più plausibile che sia dell’epoca di Ciro che ha conquistato Babilonia (come ricorda il “cilindro di Ciro”: il re persiano si definisce devoto al dio Marduk del quale ripristina il culto. Ciro quindi è stato nelle condizioni di poter essere influenzato dall’arte babilonese e ispirato a riprodurre in Persia una copia della Porta di Ishtar). Cambise è noto per la conquista dell’Egitto. Dario poi inizia a costruire quasi subito Persepoli (518-515) e il Palazzo di Susa. Si dovrebbe ipotizzare che poco prima avesse posto mano anche al Palazzo di Firuzi5 e alla porta di Tol-e Ajori. Ma ci sarebbe stato troppo poco tempo per un’opera così monumentale.
Monumento dell’epoca di Ciro? Per ora è solo un’ipotesi, ovviamente. Sarà l’obiettivo proprio della prossima campagna di scavo, nell’autunno del 2015 quello di acquisire elementi per giungere con una maggiore sicurezza alla datazione del monumento e alla sua attribuzione, anche se le possibilità sono molto limitate. “Un aiuto potrebbe arrivare tra qualche mese”, anticipa Callieri, “quando dovremmo avere a disposizione i risultati archeometrici sui materiali. Le datazioni al C14 non ci possono aiutare molto a capire la data di costruzione (l’oscillazione +/- alcuni decenni è in questo caso per noi troppo ampia: ci stanno dentro tutti e tre i re achemenidi). Ma il C14 ci può invece aiutare a capire la data di distruzione: gli eventi distruttivi registrati nello scavo sono più di uno e potrebbero già essere iniziati in antico. Il C14 viene fatto in Italia sulle ossa. L’università di Urbino e di Isfahan studiano i mattoni cotti con la termoluminescenza”. Ma quello della datazione non è l’unico problema rimasto aperto. “Nella campagna 2015 dovremo cercare di chiarire soprattutto l’esistenza di un muro di recinzione. Finora nelle ricognizioni effettuate non c’è traccia di questo muro. Il lato della porta è di 40 metri: quindi apriremo una trincea intorno ai 20 metri. Non ci resta che attendere la prossima campagna di scavo. Il giallo di Tol-e Ajori continua.
(5 – fine. Precedenti post il 14, 19, 25 gennaio e 2 febbraio)
A cosa dava accesso la porta di Tol-e Ajori, vicino Persepoli (Iran)? Forse al complesso di Firuzi5, anteriore a Persepoli. Il giallo archeologico continua
Un “cancello” nel nulla. Come quelli che ancora oggi possiamo vedere nella campagna padano-veneta: sembrano aperti verso un qualcosa di non ben definito, o che comunque non si vede, quasi un “segnacolo” che non apre/varca un muro di cinta materiale ma indica l’ingresso a una proprietà che porta alla villa padronale, a una dimora prestigiosa. Ecco, è stato più o meno questo l’effetto che la porta monumentale, copia della porta di Ishtar a Babilonia (vedi post di archeologiavocidalpaassato https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/25/a-tol-e-ajori-vicino-a-persepoli-iran-trovata-una-porta-monumentale-copia-della-porta-di-ishtar-a-babilonia-la-presenza-del-drago-serpente-ne-fa-il-piu-antico-esempio-di-architettura-achemenide/ ) scoperta a Tol-e Ajori ha fatto agli archeologi della missione congiunta irano-italiana nella piana di Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MIUR e del MAE. “L’aver capito che l’edificio di Tol-e Ajori è una porta monumentale non chiude il caso”, smorza gli entusiasmi il prof. Callieri, “ma apre e pone all’archeologo altri interrogativi”. Il giallo archeologico di Tol-e Ajor non è ancora del tutto svelato.
Nel mondo achemenide la porta monumentale è abbastanza frequente: a Pasargade c’è l’Edificio R (ambiente di ingresso a un complesso di rappresentanza e residenziale rappresentato dagli edifici S e P); a Persepoli la Porta di Serse o delle Nazioni (l’accesso principale ai palazzi sulla Terrazza, fu costruita da Serse, e attraversata da un’unica strada che ancora è visibile e che percorreva la base del Monte della Misericordia); a Susa i Propilei di Dario (sul fianco orientale della Città Reale di cui è l’accesso: edificio quadrato di 24 m di lato in mattoni crudi, comprendente due portici collocati ai due lati opposti di una sala centrale tetrastila. Il percorso prosegue tramite un ponte che conduce alla Porta di Dario, costruzione rettangolare di 40 X 28 m, con sala centrale a quattro colonne su basi quadrate). La Porta di Ishtar era a sua volta la porta di accesso alla città di Babilonia. Ma a Tol-e Ajori, per quanto se ne sa dalle indagini e dalle prospezioni finora effettuate, non c’è traccia di un muro di cinta. Quindi potrebbe trattarsi della porta di un complesso monumentale come a Pasargade. “È evidente, con queste premesse, che il monumento di Tol-e Ajori da solo non significa niente: la porta serve per accedere a qualcosa di importante che viene segnalato appunto dalla presenza della porta. E noi crediamo di averlo trovato”. Vediamo come si è giunti a questa convinzione.
Trovata la porta gli archeologi si erano posti subito il problema: che rapporto c’è tra la porta di Tol-e Ajori e altri edifici non troppo lontani il cui accesso sarebbe stato possibile proprio attraverso la porta? “È a quel punto”, ricorda Callieri, “che abbiamo realizzato che forse avevamo già trovato quello che cercavamo: nel 2011 infatti avevamo trovato traccia di un grande complesso architettonico nel cosiddetto sito Firuzi 5 che si trova a circa 300 metri da Tol-e Ajori e per quello che si riesce a capire ha un orientamento compatibile con quello della porta”. L’asse della porta sembra proprio perpendicolare con l’asse principale di questo edificio, dove con le indagini geofisiche è stata individuata una sala ipostila a colonne. Purtroppo di questo edificio si sono conservate solo le sottofondazioni delle basi delle colonne. L’edificio comunque è di notevoli dimensioni: l’ambiente colonnato, quadrato, misura 55 metri di lato. “Potrebbe essere l’edificio principale del complesso”, ipotizza Callieri. “Una sorta di palazzo preceduto a NW da una porta monumentale. Ma rispetto a Persepoli, dove la porta di Serse è a NE del Palazzo, qui la porta si colloca a NW, cioè nella direzione opposta. È diverso anche l’orientamento che a Tol-e Ajori non coincide con quello della Terrazza di Persepoli che segue l’andamento della montagna cui si appoggia. Quindi questo complesso è anteriore alla costruzione della Terrazza di Persepoli”. Ne è convinto anche il collega iraniano Askari Chaverdi che ricorda come “tra questo palazzo e la porta monumentale sono state trovate tracce dei famosi giardini persiani, con il sistema di irrigazione”. Attorno a Persepoli sono stati infatti trovati 12 siti del periodo achemenide. “Ci sono riscontri con la pianta del palazzo trovato a Firouzi5: quindi questa parte della città di Parse (cioè l’abitato di Persepoli) esisteva anche nel periodo di Ciro. Siamo sicuri che questi monumenti sono precedenti Persepoli”.
(4 – continua nei prossimi giorni. Precedenti post il 14, 19 e 25 gennaio)
A Tol-e Ajori, vicino a Persepoli (Iran), trovata una porta monumentale copia della Porta di Ishtar a Babilonia: la presenza del drago-serpente ne fa il più antico esempio di architettura achemenide

Lo scavo di Tol-e Ajori, in Iran, vicino a Persepoli, ha portato alla scoperta di mattoni invetriati dipinti e a rilievo con motivi mesopotamici
Una porta monumentale del primo periodo achemenide: ora non ci sono più dubbi. È il risultato più significativo (vedi post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/19/svelato-il-giallo-delledificio-di-tol-e-ajori-vicino-persepoli-iran-callieri-cosi-abbiamo-capito-che-era-una-porta-monumentale/) della quarta campagna di scavo, conclusasi il 5 novembre 2014, della missione congiunta irano-italiana nella piana di Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MIUR e del MAE. Ma come doveva presentarsi questo singolare edificio scoperto a Tol-e Ajori? A venirci in aiuto sono sempre i due responsabili dello scavo, Alireza Askari Chaverdi e Pierfrancesco Callieri.

I segni-codici trovati sui mattoni invetriati di Tol-e Ajori per un loro corretto e rapido assemblaggio
“Nel corso dello scavo”, ricordano i due archeologi responsabili, “sono stati trovati molti frammenti di mattoni invetriati che presentano rilievi di grande interesse artistico”. Già nelle campagne di scavo precedenti erano stati trovati i mattoni con i segni-codici per il loro assemblaggio. Infatti, proprio per il fatto che i singoli mattoni dovevano andare a realizzare un soggetto ben preciso (il leone, il toro, il drago-serpente), ognuno di essi era quindi diverso dall’altro e, soprattutto, doveva occupare una posizione ben precisa. Di qui la necessità di indicare, su un lato non visibile del mattone, con segni convenzionali di facile interpretazione la posizione esatta del mattone invetriato e a rilievo. Nel 2013 era stato trovato anche il frammento di una iscrizione babilonese coperta con l’invetriatura, quindi originale e coeva al monumento. “Un segno suggerirebbe la parola [RE]”, spiega Callieri, “ma al momento, purtroppo, non abbiamo trovato traccia del nome del sovrano che per noi sarebbe un elemento di datazione certo importantissimo”. È questo, infatti, uno dei problemi rimasti insoluti (come spiegheremo in un prossimo post) e che sarà oggetto di ricerca nelle prossime campagne di scavo. “La scoperta più importante”, sottolinea Askari Chaverdi, “sono i disegni sui mattoni a rilievo che rappresentano animali mitologici: una trentina di pezzi con tracce di animali con le ali che sono un misto tra gli animali mitologici del periodo elamita-achemenide con quelli di riscontrati a Susa e in Mesopotamia”. C’è infatti una certa somiglianza tra i mattoni invetriati e con rilievi di Tol-e Ajori e i mattoni usati a Susa, la città-capitale sorta nell’antica provincia dell’Elam, non sull’altopiano iranico dunque come Pasargade e Persepoli, ma nella piana mesopotamica. Però questi mattoni sono diversi per la tecnica di lavorazione adottata: a Susa i mattoni sono a base di silicio, a Tol-e Ajori di argilla; elementi che potrebbero suggerire una diversa datazione per la loro realizzazione.
“In questa campagna si è continuato lo studio dei frammenti di mattoni invetriati dipinti con motivi a rosette, e a rilievo con la rappresentazione del toro, del drago-serpente (mushkhusshu) e del leone. E abbiamo potuto stabilire che a una prima fascia di mattoni invetriati monocromatici seguiva fascia di rosette dipinte che costituiva una specie di marcapiano. Sopra, probabilmente, si articolavano i pannelli a rilievo con il toro e il drago-serpente (mushkhusshu). Particolarmente interessante è il frammento di mascella di leone, la cui tipologia di realizzazione è ricorda la strada processionale della porta di Ishtar a Babilonia”. A livello di iconografia la campagna 2014 ha quindi confermato quello che già si era capito nel 2013: sono stati riscontrati gli stessi soggetti che si ritrovano sulla porta di Ishtar a Babilonia. Perciò ha preso sempre più forma e consistenza la cosiddetta “ipotesi babilonese”. E la missione ha cercato di dimostrarlo.

Il rilievo del drago-serpente (mushkhusshu) sulla porta di Ishtar a Babilonia con sovrapposti i frammenti dello stesso soggetto trovati a Tol-e Ajori (Iran)

Alireza Askari Chaverdi mostra un frammento di mattone invetriato con figure trovato a Tol-e Ajori (Iran)
Ipotesi babilonese. La prova? “Abbiamo fatto un rilievo grafico dei pannelli figurati della porta di Ishtar a Babilonia e su questo abbiamo cercato riscontri con i rilievi ipotizzati a Tol-e Ajori posizionandovi sopra i frammenti da noi recuperati. Ebbene, la risposta è stata sorprendentemente eccezionale: i frammenti di Tol-e Ajori si posizionano e si sovrappongono perfettamente su quelli della porta di Ishtar. C’è una precisa corrispondenza non solo del motivo iconografico ma anche del modo della articolazione della composizione”. È in questi pannelli babilonesi che troviamo non solo il leone e il toro (animali che vengono ripresi e inseriti anche nella iconografia ufficiale achemenide) ma anche il drago-serpente (mushkhusshu), simbolo del dio Marduk, che a Babilonia aveva un ruolo protettivo positivo. Ebbene, il drago-serpente (mushkhusshu) è presente solo a Tol-e Ajori, e non negli altri monumenti achemenidi del re Dario e dei suoi successori. “Su questo dettaglio”, precisa Callieri, “possiamo anche dare una spiegazione che ha motivazioni storiche: la cultura zoroastriana, che permea la visione della vita nel mondo achemenide, non poteva accogliere il drago-serpente (mushkhusshu) che è ritenuto un simbolo del Male. Quindi a Tol-e Ajori la decorazione ripete quella della porta di Ishtar: quindi non ci troviamo di fronte a un edificio che imita i motivi del più noto edificio babilonese, ma si tratta proprio di una copia della Porta di Ishtar realizzata utilizzando le stesse matrici o matrici prodotte sullo stesso monumento. Quella di Tol-e Ajori – conclude Callieri – è il primo esempio nel periodo achemenide di una architettura con manufatti provenienti dalla Mesopotamia”.
(3 – continua nei prossimi giorni. Precedenti post il 14 e 19 gennaio)
Svelato il giallo dell’edificio di Tol-e Ajori, vicino Persepoli (Iran). Callieri: “Così abbiamo capito che era una porta monumentale”

Alireza Askari Chaverdi mostra la pianta dell’edificio di Tol-e Ajori: il giallo è svelato, si tratta di una porta monumentale nella piana di Persepoli
L’edificio di Tol-e Ajori non è più un mistero. Abbiamo visto (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/01/14/svelato-il-giallo-delledificio-di-ciro-vicino-a-persepoli-nel-fars-iran-non-e-unapadana-ne-una-torre-ne-un-tempio-ne-un-centro-cerimoniale-ma-e-int/) che la quarta campagna di scavo, conclusasi il 5 novembre 2014, della missione congiunta irano-italiana nella piana di Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MIUR e del MAE, ha stabilito che l’edificio di Tol-e Ajori è una porta monumentale. Ma come si è giunti a queste conclusioni? Seguiamo passo passo lo sviluppo della campagna 2014 attraverso le testimonianze dei suoi protagonisti: Askari Chaverdi e Callieri.
Tre trincee “strategiche” in altrettante situazioni da verificare. “Con la prima trincea”, spiega il prof. Callieri, “è stato finalmente individuato e portato alla luce quell’angolo NW del monumento che nel 2013 ci era sfuggito”. Questa prima scoperta ha confermato l’allineamento con il muro SW. “Purtroppo il monumento è risultato molto saccheggiato: sono stati trovati in situ solo 6-7 corsi di mattoni di fondazione che, rispetto al muro esterno “sopra terra” non hanno il paramento esterno invetriato”. Ma la vera novità data dallo scavo di questa trincea è stata la scoperta di un contrafforte, realizzato in mattoni crudi misti a qualche mattone cotto attorno all’angolo. Il contrafforte, proprio per la sua natura (ricordiamo che è realizzato in mattoni crudi: ed è finora l’unico caso, a Tol-e Ajori, dell’uso di mattoni crudi all’esterno del muro) è apparso molto degradato: la sommità del contrafforte è stata chiusa o, meglio, sigillata da mattoni cotti. “Questo contrafforte è sicuramente un elemento aggiunto per rinforzare l’angolo, a meno che non sia un resto di un muro di recinzione che chiudeva l’area interna, ma non siamo in grado di dire quando: se cioè è coevo o successivo al muro d’angolo. Comunque la sua funzione è sicuramente quella di sostenere e rafforzare l’angolo”. Per ora la trincea è ancora troppo piccola per permettere di individuare i limiti esterni del contrafforte, ma ha già dato un contributo importante per sciogliere il giallo “dell’edificio di Tol-e Ajori”: l’individuazione dell’angolo NW del monumento permette infatti di definire le misure del monumento nella sua interezza: ora sappiamo che è largo 30 metri e lungo 40. “La campagna 2014 era partita bene. Il monumento cominciava a rivelarsi. Presto – lo sentivamo – ci avrebbe fatto capire cos’era veramente”.

L’angolo del secondo corridoio interno: questa scoperta ha rivelato la natura del monumento di Tol-e Ajori: è una porta monumentale
“Così abbiamo aperto la seconda trincea – continuano gli archeologi della missione irano-italiana – e ci siamo concentrati all’interno del monumento per verificare se il vano interno era chiuso o se ci fosse un altro passaggio/corridoio e, quindi, un secondo ingresso. Siamo stati fortunati: abbiamo intercettato i due lati di un secondo corridoio di accesso, e su uno dei due lati anche l’angolo con il vano interno”. Non poteva andare meglio. È stata questa una scoperta molto importante perché ha chiarito senza alcun dubbio la natura dell’edificio di Tol-e Ajori: “A quel punto mi era tutto chiaro”, confessa Callieri. “Quel monumento non era un edificio con uno spazio chiuso interno, ma un edificio con uno spazio interno di passaggio. Quindi non poteva essere un centro cerimoniale, quell’edificio era una porta monumentale”. A questo punto questa scoperta, oltre a farci capire di che monumento si tratta, ci qualifica anche il monumento che proprio in quanto porta ci fa capire che deve dipendere da un centro di interesse che ovviamente non può essere la porta, ma un qualcosa cui la porta conduce. “Quindi l’edificio di Tol-e Ajori”, sottolinea Callieri, “non è più da considerarsi il centro di interesse, ma un luogo di accesso al centro di interesse”. I due lati del corridoio NW sono conservati in modo diverso: il lato N risulta molto saccheggiato quasi fino al terreno di base. Ci sono solo alcuni corsi inferiori di mattoni cotti e parte del nucleo interno di mattoni crudi. Il lato S, invece, è stato in parte risparmiato dai saccheggiatori. Ma all’angolo con il muro interno si possono ancora vedere i mattoni di fondazione con sopra l’alzato di 11 filari di mattoni invetriati in situ che finiscono in alto con una fascia di rosette aperte (Chaverdi le chiama “fior di loto”). Ciò permette agli archeologi di collocare correttamente i frammenti di rosette recuperati nel corso dello scavo perché ora si conosce a quale reale altezza correvano lungo le pareti del monumento. Le rosette sono aperte.
Tutto ok? Non proprio. Il monumento presentava ancora molti lati oscuri, e la terza trincea – nelle intenzioni degli archeologi – avrebbe dovuto dare risposte importanti. “Anche qui”, riprende Callieri, “sul livello del pavimento è venuta fuori la fossa di fondazione, che era uno degli obiettivi che ci ripromettevamo di raggiungere proprio con questa trincea. Quindi la porta ha le fondazioni costruite con un cavo di fondazione. Cioè la parte inferiore della struttura era interrata. E il pavimento era in terra battuta. Così abbiamo potuto studiare la stratigrafia al di sopra del pavimento e fare un’indagine nella fossa di fondazione. Quindi – conclude – possiamo dire che dal punto di vista architettonico abbiamo ottenuto risultati soddisfacenti”.
(2 – continua nei prossimi giorni. Precedente post: 14 gennaio)
Svelato il giallo dell’edificio “di Ciro” vicino a Persepoli, nel Fars (Iran): non è un’apadana, né una torre, né un tempio, né un centro cerimoniale, ma è… Intervista a Callieri e Askari Chaverdi

I direttori di scavo Askari Chaverdi e Callieri mostrano i risultati della missione a Tol-e Ajori vicino a Persepoli (Fars, Iran meridionale)
Non è un’apadana, né una torre, né un tempio, né un centro cerimoniale. Ora è tutto più chiaro. Il giallo dell’edificio cosiddetto “di Ciro” trovato vicino a Persepoli, nel Fars, Iran meridionale, è finalmente a una svolta, anche se restano ancora dei misteri da risolvere: gli archelogi della missione congiunta irano-italiana nella piana di Persepoli diretta da Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz e da Pierfrancesco Callieri dell’università di Bologna, nel quadro dell’accordo tra il dipartimento dei Beni culturali (DBC) dell’università di Bologna e l’istituto di Ricerca dei Beni culturali dell’Iran (RICHHTO) col contributo economico dell’Università di Bologna, del MIUR e del MAE, ora sanno che cos’è esattamente il monumento di Tol-e Ajori: una porta monumentale.

Alireza Askari Chaverdi dell’università di Shiraz, co-direttore della missione irano-italiana, mostra i rilievi del monumento di Tol-e Ajori nel Fars (Iran meridionale)
Proprio il prof. Callieri da Tehran, nell’ottobre 2014, in occasione del rinnovo all’università di Bologna della concessione di scavo nella piana di Persepoli (vedi il post su archeologiavocidalpassato: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/11/02/tempio-di-ciro-vicino-a-persepoli-il-giallo-archeologico-potrebbe-essere-a-una-svolta-con-la-quarta-campagna-di-scavo-a-tol-e-ajori-rinnovata-per-altri-cinque-anni-alluniversita-di-bologna/) e mentre era ancora in corso la quarta campagna di scavo, aveva fatto capire che i dati acquisiti con la nuova missione erano molto, molto interessanti. Per questo archeologiavocidalpassato si era impegnato a informare quanto prima sui risultati raggiunti. Ciò è stato possibile con un’intervista diretta al prof. Callieri in occasione dell’incontro culturale promosso in dicembre a Bologna dal Gruppo archeologico bolognese, e a una video-intervista rilasciata dal prof. Askari Chaverdi al canale culturale iraniano CHN, intervista che ci ha gentilmente fatto avere (la pubblicheremo in uno dei prossimi post) e che una collega iraniana ha tradotto dal Farsi. “Già nel 2013 si era capito che c’erano corrispondenze tra Tol-e ajori e Babilonia”, conferma Askari Chaverdi. “Ma ora siamo sicuri che questo di Tol-e Ajori è il primo esempio di architettura usata nei palazzi achemenidi prima di Persepoli”.

Il prof. Pierfrancesco Callieri, alla fine della campagna 2013, aveva ipotizzato che il monumento di Tol-e Ajori fosse un centro cerimoniale prima di Persepoli
Ma come si era arrivati alla quarta campagna di scavo, quella del 2014, che si è conclusa il 5 novembre? “Nel 2013, alla fine della campagna”, ricorda Callieri, “ci mancavano alcuni dati per avere certezze sul monumento che stavamo riportando alla luce: non avevamo infatti raggiunto uno degli obiettivi importanti, cioè l’individuazione dell’angolo settentrionale per stabilire la lunghezza del monumento. Secondo i dati forniti dalle prospezioni l’angolo N doveva trovarsi dove avevamo scavato, e invece non c’era. Avevamo capito che il muro proseguiva verso NW, ma avevamo ancora una misura incompleta: 35.60 metri di lunghezza. E soprattutto non sapevamo come finiva, se il muro era continuo o se c’era un secondo ingresso speculare al primo”. Migliori informazioni erano venute dal lato SE del monumento, dove è stato individuato l’ingresso che ha fatto superare l’ipotesi della torre maturata nel 2012 per far passare l’idea che quello di Tol-e Ajori fosse un edificio per cerimonie.

I risultati della campagna di scavo 2014 a Tol-e Ajiori sono stati determinanti per definire la natura del monumento portato alla luce: una porta monumentale
E dall’ipotesi “centro cerimoniale” è partita la campagna 2014 che è stata preparata accuratamente. “I tempi disponibili per la missione sono troppo ristretti per procedere senza un piano preciso”, ricorda il professore dell’ateneo bolognese. “Così, prima di iniziare la campagna 2014, abbiamo valutato di procedere con alcuni sondaggi aprendo tre trincee in altrettanti punti che ritenevamo strategici in base alle informazioni in nostro possesso”. La prima trincea doveva individuare l’angolo che mancava per completare le informazioni sulle dimensioni reali del monumento. “Ma stavolta abbiamo puntato l’attenzione a W, scavando lungo i limiti conservati della collinetta artificiale, risparmiati dagli sventramenti per realizzare la canalizzazione in tempi moderni”. La seconda trincea, una volta individuato il perimetro del monumento con la prima trincea, doveva verificare se il monumento presentava un secondo corridoio. La terza trincea, invece, è stata pensata per acquisire maggiori informazioni sull’ambiente interno (gli archeologi lo chiamano “vano interno”), di cui era stato portato alla luce solo una piccola parte: “Qui purtroppo il pavimento era danneggiato da tane di animali che avevano reso difficile capire non solo la stratigrafia e la tecnica di costruzione, ma anche le caratteristiche del pavimento”. E conclude: “Alla fine della campagna 2014 possiamo dire che tutte e tre le trincee sono state utili perché hanno dato risposte importanti “ai fini della corretta analisi e interpretazione del monumento che, ne sono sempre più convinto anche se mi mancano ancora le prove, è anteriore alla costruzione della Terrazza di Persepoli”. È stato infatti individuato l’angolo N del monumento, risultato che permette di definire le misure del monumento nella sua interezza: ora sappiamo che è largo 30 metri e lungo 40. Inoltre è stato trovato all’angolo del muro perimetrale un contrafforte di mattoni crudi e cotti che è successivo alla fase di costruzione. In questa parte il muro si è conservato a livello di zoccolo di fondazione pari a 6-7 corsi di mattoni cotti non invetriati: il contrafforte è molto saccheggiato e pone problemi interpretativi. A questi problemi interpretativi e a come si è giunti alle conclusioni – sintetizzate da Askari Chaverdi e Callieri – con le ricerche sul campo che hanno permesso di dipanare poco alla volta il giallo dell’edificio di Tol-e Ajori, saranno dedicati i prossimi post.
(1 – continua nei prossimi giorni)
Tra mammuth e tigri dai denti a sciabola: riapre il museo Paleontologico di Montevarchi, uno dei più antichi d’Europa: allestimento innovativo multimediale per conoscere il Valdarno tre milioni di anni fa

L’impressionante fossile di Mammuthus meridionalis “simbolo” del museo Paleontologico di Montevarchi in Valdarno
Il Valdarno si distende tra il massiccio di Pratomagno e le dolci colline ridisegnate ad arte dai vigneti del Chianti, con l’orizzonte mosso da filari di cipressi che impettiti resistono al vento, e la base dei poggi ricca di opifici tra le moderne vie di comunicazione: un paesaggio accogliente valorizzato dai molti agriturismi, oasi di relax e di tentazioni per il palato. Ma ora chiudiamo gli occhi e prepariamoci a un viaggio indietro nel tempo di alcuni milioni di anni. Quando li riapriremo, davanti ai nostri occhi apparirà un mondo fantastico: una giungla equatoriale che lascia via via il posto a una tundra popolata di animali terrificanti, come l’immenso mammuth o la temibile tigre dai denti a sciabola. Non siamo su set di un sequel di Jurassik Park, ma all’ingresso del rinnovato museo Paleontologico di Montevarchi in Valdarno, uno dei più antichi d’Europa con quasi due secoli di vita, museo che sabato 6 dicembre riapre al pubblico dopo oltre sei anni di chiusura impiegati per dotare la celebre istituzione di un allestimento al passo con i tempi. Il restauro si deve a un forte impegno economico della Regione Toscana e del Comune di Montevarchi, proprietario di gran parte della struttura in cui il nuovo museo può finalmente valorizzare le sue ricchezze, ovvero l’ex convento trecentesco di San Lodovico: una delle più interessanti raccolte europee di fossili, tutti estratti da quell’immensa “miniera” che è il territorio del Valdarno. Qui tra il Pliocene superiore e il Pleistocene inferiore, ovvero tra 5,332 e 2,588 milioni di anni fa, una giungla equatoriale si trasformò gradualmente in una tundra sotto la quale, per una singolare fortunata combinazione chimico fisica, i resti degli antichi animali si fossilizzarono perfettamente. Le scoperte datano già in epoca medicea ma il sottosuolo continua a offrire sempre nuove sorprese. “Le potenzialità del rinnovato museo Paleontologico sono fortissime”, assicurano i responsabili dell’accademia Valdarnese, titolare del museo. “Fortissime soprattutto in ambito didattico, vista la possibilità e l’ambizione di proporre numerose attività anche in orario extrascolastico per bambini e famiglie. Ma siamo anche convinti che il “nuovo” Paleontologico con la storia naturalistica di un territorio come il Valdarno avrà un grande appeal turistico soprattutto all’estero”.
Il museo Paleontologico di Montevarchi, che – come detto – appartiene all’accademia Valdarnese del Poggio, nasce intorno al 1809 da una raccolta donata dal monaco di Vallombrosa Luigi Molinari. Poco dopo Georges Cuvier, fondatore della paleontologia moderna, studiò questi primi reperti che erano allora conservati nei locali del convento dei Minori Francescani di Figline Valdarno. Nel 1818 la raccolta, assieme alla sede dell’accademia e al fondo librario nel frattempo costituitosi, fu trasferita nei locali attuali di Montevarchi e fu aperta al pubblico ufficialmente nel 1829. Mezzo secolo dopo, fra il 1873 e il 1880, il prof. Paolo Marchi di Firenze e il prof. Forsyth Major di Glasgow classificarono i 732 reperti fino allora raccolti e iniziarono a compilare il relativo catalogo. Fu poi il prof. Giovanni Capellini, geologo e paleontologo cui è dedicato il museo Geologico e Paleontologico dell’università di Bologna, a continuare la catalogazione mentre il museo si arricchiva di nuovi pezzi. La raccolta nel tempo si è ampliata con nuove scoperte per lo più in ambito locale, cui hanno sostanzialmente contribuito le segnalazioni da parte di contadini e abitanti del territorio.
L’allestimento originale, che rispecchiava il concetto ottocentesco di esposizione museale, articolato in quaranta vetrine disposte in tre gallerie, è stato sostituito da un allestimento moderno che disegna un percorso didattico in grado di stimolare l’interesse e arricchire la conoscenza del visitatore. Dopo un primo corridoio in cui si ripropone un saggio dell’allestimento ottocentesco, si passa al nuovo, in cui ogni reperto esposto nelle vetrine è illustrato da didascalie. Ci sono poi pannelli su alcuni aspetti peculiari del territorio come le trasformazioni delle faune, delle flore e delle condizioni climatico – ambientali che hanno accompagnato la storia del Valdarno negli ultimi tre milioni di anni.
Il museo di
Montevarchi accoglie circa 2600 reperti. Fra essi si distinguono fossili vegetali, come le noci di Juglans tephrodes e le foglie di Platanus aceroides e una ricca collezione di fossili animali, provenienti quasi esclusivamente dal Valdarno Superiore e di età compresa fra il Pliocene superiore e il Pleistocene inferiore. Tra gli esemplari più interessanti del museo un gigantesco scheletro di elefante – Mammuthus meridionalis – quasi completo con enormi zanne di oltre tre metri di lunghezza di 320 cm, popolarmente noto come “Gastone l’elefantone”, il cranio della tigre dai denti a sciabola – Homotherium crenatidens -, chiamata così per le dimensioni dei canini superiori, i crani di Hystrix etrusca, e il cranio del Canis etruscu, il “Tipo”, cioè il primo che ha dato origine ad una nuova specie. Una delle ultime acquisizioni sono i resti fossili di Palaeoloxodon antiquus, giovane elefantessa divenuta subito popolare col nomignolo di “La Giulia”. Questo ritrovamento, avvenuto nel 2001 nell’Aretino in località Campitello, vicino a Bucine, è particolarmente importante perché associato a tre strumenti litici con ancora i resti delle legature originali.
Numerosi sono i disegni, le tavole di confronto e soprattutto le ricostruzioni paleoambientali che si articolano lungo il percorso. Il visitatore può approfondire dinamicamente la storia del Valdarno Superiore soffermando la sua attenzione su una serie di video, dislocati lungo il tracciato, nei quali vengono ricostruite le cause e gli effetti delle oscillazioni glaciali-interglaciali, i caratteri della foresta equatoriale caldo-umida diffusa nel Valdarno 3.1 milioni di anni fa e infine altri video nei quali sono approfonditi i caratteri delle singole specie rinvenute nella argille e nelle ligniti della fase a foresta. Prospettive scenografiche in cui le figure si compongono e si scompongono a seconda del punto di osservazione, ricostruzioni di uomini primitivi e multimedialità fanno da cornice capace di suggestionare il visitatore e di incantare soprattutto i più piccoli.
Il percorso del museo Paleontologico è completato da una nuova sezione archeologica dedicata allo studioso locale Alvaro Tracchi, con reperti etruschi provenienti dal territorio del Valdarno, ma anche dalla zona del Viterbese. “Gli apparati didattici e la multimedialità”, spiegano in accademia, “permetteranno di proporre una didattica archeologica innovativa, capace di approfondire tematiche sulla vita quotidiana in età lontanissime”. Infine la nascita di un laboratorio di restauro interno, che permetterà di monitorare lo stato di conservazione del materiale e di intervenire tempestivamente, ma anche di svolgere attività didattiche per bambini per lo sviluppo della manualità o corsi di formazione per adulti.





































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