Archivio tag | università di Bologna

All’Antico Porto di Classe (Ra) la terza edizione del Festival del Cinema archeologico di Ravenna – Premio “Olivo Fioravanti”: tre serate con conversazioni e film

All’Antico Porto di Classe (Ra) la terza edizione del Festival del Cinema archeologico di Ravenna

Tutto è pronto all’Antico Porto di Classe (Ra) per la terza edizione del Festival del Cinema Archeologico di Ravenna – Premio “O. Fioravanti” in programma dal 7 al 9 agosto 2018: tre conversazioni, sei film selezionati da Dario Di Blasi dall’archivio di Firenze Archeofilm, voce narrante Davide Sbrogiò, edizioni video Fine Art produzioni S.r.l-Augusta (SR), traduzioni a cura di Gisella Rigotti, Stefania Berutti, Carlo Conzatti. Tre serate a ingresso libero, con inizio sempre alle 21. L’evento è organizzato da Parco Archeologico di Classe, Fondazione RavennAntica, Porto di Ravenna, Archeologia Viva.

Il film “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Angès Molia, Raphaël Licandro

Il prof. Pierfrancesco Callieri sul sito di Tol-e Ajori, a tre chilometri e mezzo da Persepoli

Martedì 7 agosto 2018, il festival apre con la prima conversazione. Pierfrancesco Callieri, professore di Archeologia e Storia dell’Arte dell’India e dell’Asia Centrale all’università di Bologna, interviene su “Le recenti scoperte a Persepoli”. Alle 21.30, al via le proiezioni: “Le acque segrete di Palermo” di Stefania Casini (Italia, 52’). Palermo cela nelle sue viscere un affascinante segreto: i qanat. Canali sotterranei scavati dall’uomo che raccolgono acque sorgive: le acque segrete di Palermo. Un sorprendente incrocio di culture aveva fatto di Palermo la capitale del Mediterraneo, dove l’acqua era la grande ricchezza di cui restano le tracce visibili nelle architetture, nella toponomastica, nella organizzazione urbanistica e nelle tecniche di ripartizione e gestione. Il documentario svela fra storia, scienza e leggenda le vie segrete dell’acqua. “Enquêtes archéologiques. Persépolis, le paradis perse / Indagini archeologiche. Persepoli, il paradiso persiano” di Agnès Molia et Raphaël Licandro (Francia, 26’). Sugli altopiani iraniani vi è la culla di una delle più grandi civiltà di costruttori dell’antichità: i Persiani, che ci hanno lasciato un capolavoro di architettura, Persepoli. Finora si pensava che il sito fosse limitato alla sua imponente terrazza, utilizzata dai re persiani qualche mese all’anno. Ma recenti scoperte rivelano un volto del tutto diverso di Persepoli, quello di una delle città più opulente del mondo antico: un Eden sulle montagne.

Il film “Roma Outside Rome” di Alessandro Furlan, Pietro Galifi, Stefano Moretti

L’archeologa Federica Guidi

Mercoledì 8 agosto 2018, seconda giornata, apre la conversazione con Federica Guidi, archeologa del museo civico Archeologico di Bologna su “Lo sviluppo delle città romane”. Alle 21.30, le proiezioni: “Marly, le Chateau disparu du Roi Soleil / Marly, il castello scomparso del Re Sole” di Laurent Marmol e Fèdèric Lossignol (Francia, 52’). Nel maggio 2015 nuovi scavi archeologici condotti da Annick Heitzmann e Bruno Bentz nella tenuta di Marly, vicino a Versailles, mirano a individuare, all’interno dei resti delle stanze al piano terra e degli interrati, tracce della vita e della storia di questa meraviglia architettonica. Qui Luigi XIV passava il tempo con famiglia e amici, lontano dagli sfarzi di Versailles. Un’occasione unica per scoprire la storia di una residenza reale dall’architettura unica e ricostruire la vita privata del Re Sole. “Roma Outside Rome” di Alessandro Furlan, Pietro Galifi, Stefano Moretti (Italia, 20’). Cinque importanti siti archeologici romani in Italia, al di fuori delle Mura Aureliane, ricostruiti in computer grafica 3D: Mutina (Modena) romana, Ostia antica e il Porto di Traiano, la Basilica Costantiniana di Aquileia, la Domus di Colombarone nel Parco Regionale Naturale del Monte San Bartolo (Pesaro), il Foro di Brixia (Brescia).

Il film “A la Dècouverte du Temple d’Amenhophis III / Alla scoperta del tempio di Amenhophis III” di Antoine Chènè

Il prof. Maurizio Cattani

Giovedì 9 agosto 2018, serata finale aperta dalla conversazione con Maurizio Cattani, professore di Preistoria e protostoria all’università di Bologna, su “Le ultime scoperte in area romagnola”. Alle 21.30, le proiezioni. “A la Dècouverte du Temple d’Amenhophis III / Alla scoperta del tempio di Amenhophis III” di Antoine Chènè (Francia, 54’). A Luxor, i colossi di Memnone, sulla riva sinistra del Nilo, segnavano l’ingresso di quello che era il più grande tempio mai costruito da un faraone: quello di Amenophis III. Dall’inizio degli anni 2000, un team internazionale guidato da Hourig Sourouzian, un egittologo specializzato in sculture faraoniche, ridona vita a questo tempio di cui ben poche vestigia erano visibili oltre ai due colossi di Memnone. “El Reino de la Sal. 7000 Años de Hallstatt / Il regno del sale. 7000 anni di Hallstatt” di Domingo Rodes (Spagna, 23’). Hallstatt è un piccolo villaggio situato sulle sponde dell’Hallstatter See, nel cuore delle Alpi austriache. Da tempi immemori, la sua esistenza è legata allo sfruttamento, continuato nei secoli, delle miniere di sale scavate in queste montagne. In ogni caso è stata la sua importanza per la preistoria europea a portare fama e notorietà mondiale ad Hallstatt e a far sì che meritasse di essere dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO nel 1997. Alla fine della proiezione si assegna il Premio “Olivo Fioravanti” al film più gradito al pubblico.

L’Antico Porto di Classe al chiaro di luna: per due mesi il parco archeologico Antico porto di Classe (Ravenna) animato con visite guidate, concerti, food- truck, laboratori per bambini, conversazioni, degustazioni dell’antica cucina romana, anteprime del museo Classis Ravenna che apre a dicembre

La magia del parco archeologico dell’Antico Porto di Classe (Ravenna) al calar del sole

“Antico Porto al chiaro di luna” è la rassegna estiva che torna ad animare il Parco Archeologico Antico Porto di Classe (Ravenna) dal 2 Luglio al 2 Settembre 2018 con visite guidate, concerti, food- truck, laboratori per bambini, conversazioni, degustazioni dell’antica cucina romana e molto altro ancora! Tutti gli eventi della rassegna saranno un’anticipazione di “CLASSIS Ravenna. Museo della Città e del Territorio”, il nuovo museo che aprirà il 1° dicembre 2018, dando vita a un vero e proprio nuovo circuito archeologico della città. “Classis Ravenna sarà il punto di partenza necessario per ogni visita a Ravenna. Non solo al Circuito Classe, dalla contigua Basilica all’Antico Porto, ma verso l’intera città”, annuncia Giuseppe Sassatelli, presidente della Fondazione Ravenna Antica, cui il Comune ha demandato la realizzazione e la gestione del nuovo Museo. “Attraverso materiali archeologici il cui valore intrinseco viene esaltato dall’essere proposto in un’ottica unitaria qui si potranno rivivere tutti gli snodi principali della storia del territorio, dalla preistoria all’antichità romana, dalle fasi gota e bizantina all’alto Medio Evo”. Ecco, allora, facilmente individuato il filo conduttore di una rassegna estiva che giunge alla sua tredicesima edizione e che, come sempre, si avvarrà di numerose collaborazioni messe in campo per la costruzione di un programma realmente ricco e versatile. Dalle suggestioni in musica e danza con Associazione Cantieri e Istituto Musicale Verdi, alle conversazioni sulle grandi civiltà del mare con studiosi e docenti dell’Università di Bologna, dalle grandi elaborazioni drammaturgiche del Ravenna Festival alla musica jazz e pop del Moog Slow Bar e del Teatro Socjale di Piangipane, senza dimenticare il Festival del Cinema Archeologico realizzato in collaborazione con Archeologia Viva e Firenze Archeofilm, le degustazioni di cibi antichi a cura di Claudio Cavallotti e le numerose serate dedicate ai più piccoli.

L’Acchiugainviaggio di Matteo Salbaroli all’Antico Porto di Classe

Una delle novità di questa edizione saranno i Food Truck! A partire dalle 19, sui famosi camioncini del cibo da strada, abili cuochi prepareranno sul momento specialità gastronomiche regionali e piatti tipici di street food. Alternandosi nelle varie serate potrete assaporare i cappelletti di Casa Spadoni, le birre artigianali e le stuzzicherie del MOOG Slow Bar, i vini e i piatti a km zero di Vino al Vino Street, le delizie del mare dello chef stellato Matteo Salbaroli de L’Acciugainviaggio e le buonissime piadine Gourmet dell’Imprevisto food project!

Due mesi di eventi all’Antico Porto di Classe per l’estate 2018

La serata inaugurale del 2 luglio 2018 è stata un omaggio al mitico ’68 e alla rivoluzione culturale giovanile che proprio quest’anno celebra il suo cinquantenario. Per rievocare le musiche, le parole e l’atmosfera di un’epoca che si è fatta mito si sono esibiti in concerto The Windstones con il loro repertorio da summer of love e atmosfere beat e rock proponendo brani dei Beatles, Rolling Stones e i classici italiani degli anni ‘60. Martedì 3 Luglio 2018, invece, il Parco si immergerà in un’atmosfera magica con Invito alla Danza. Danzando Verso Classis. A partire dalle 18 all’interno del sito archeologico si realizzeranno delle performance di danza in collaborazione con Cantieri Danza e il coinvolgimento delle scuole di danza e i gruppi informali del territorio: Passi di danza, Ravenna Ballet Studio, Beat Ballet, OFFicina delle ARTi, Centro Professionale Danza, La Torre fitness group, Idea Danza, Urban Academy, Altunpàs, Paola Ponti e Marcus Circus, Rec Project, Vere Sustanze.

Il duo ravennate Mateo Pozzi e Diego Pasini, in arte Cacao, in scena il 18 luglio

Ma vediamo meglio il programma dell’estate. Mercoledì 4 luglio 2018 spazio alla musica con il Moog Slow Bar che vede protagonisti Max Penombra & Dj Nersone, duo rap di Alessandria composto da Napo e Rico, ispirati a Lucio Dalla e Uochi Tochi, duo dallo stile artistico basato sulla “narrativa rap”. Gli appuntamenti proseguono mercoledì 18 luglio con CACAO, duo ravennate formato da Matteo Pozzi e Diego Pasini e Giacomo Toni e la 900 Band, cinque maestri con un talento da solisti e la capacità di fondersi con il pianoforte del loro frontman, mentre mercoledì 25 luglio sono invece di scena I Camillas, finalisti di Italia’s Got Talent 2015. Il Teatro Socjale di Piangipane propone invece martedì 17 luglio il concerto dei Like Black holes in the sky”, cover band dei Pink Floyd; martedì 24 luglio il cantautore ravennate Giacomo Scudellari con il suo ultimo disco “Lo stretto necessario” ed Emanuelle Sigal con “Table Rase” il suo nuovo album; martedì 31 luglio The Faber’s Social Club, viaggio tra i capolavori di Fabrizio De Andrè; mercoledì 1° agosto Vansconvolti, i migliori pezzi della storia di Vasco Rossi che hanno segnato la scena musicale italiana attraverso gli strumenti e la voce di sei giovani musicisti; martedì 21 agosto è la volta di Martha e i Blue Jacket il rock made in Italy, dai Queen agli Skiantos. Giovedì 2 agosto jazz con contaminazioni etniche, latin e funk con il concerto GB Project: Alessandro Scala (sax), Gilberto Mazzotti (piano), Piero Simoncini (contrabbasso) e Michele Iaia (batteria) con il nuovo album “Magip”.

Mariangela Galatea Vaglio (foto Diego Landi)

Giovedì 5 luglio 2018 il presidente di RavennAntica Giuseppe Sassatelli, inaugura il ciclo di conversazioni “Le grandi civiltà del mare”, in collaborazione con Università degli Studi di Bologna, sul tema “Gli Etruschi tra Mediterraneo ed Europa”. Si prosegue giovedì 12 luglio con Mariangela Galatea Vaglio intervistata dal giornalista Marco Melluso su “La ballerina che conquistò un impero”; giovedì 19 luglio Giovanna Montevecchi intervistata dalla giornalista Annamaria Corrado sulla Vita portuale in età romana. Attività commerciale e flotte militari in collaborazione con il G.R.A. Gruppo Ravennate Archeologico; giovedì 26 luglio Enrico Cirelli intervistato dalla giornalista Elena Nencini racconta “I Goti e la tentazione imperiale”. Tutte le conversazioni, con inizio alle 21, sono precedute, alle 19, dalle visite guidate con incursioni musicali a cura dell’Istituto Musicale G. Verdi.

Martedì 10 e mercoledì 11 luglio 2018, alle 19, è di scena il Ravenna Festival con “Antigone”, drammaturgia, regia e interpretazione di Elena Bucci e Marco Sgrosso in collaborazione con Ravenna Manifestazioni, mentre sabato 14 luglio, sempre alle 19, è in programma Alle porte dei sogni, con la partecipazione di Elena Bucci e Maurizio Bettini. Da lunedì 9 luglio 2018, e per gli otto lunedì successivi fino al 27 agosto, spazio ai più piccoli con Antico Porto for Kids: laboratori, visite guidate animate, spettacoli, caccia al tesoro con le torce rivolti ai bambini dai 7 anni di età.

La rassegna del Cinema Archeologico di Ravenna all’Antico Porto di Classe

Dal 7 al 9 agosto, per gli appassionati di cinema ed archeologia, ma non solo, viene proposta la terza edizione della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Ravenna – Premio Olivo Fioravanti in collaborazione con Archeologia Viva. I documentari, selezionati da Dario Di Blasi, uno dei massimi esperti del settore, presentano paradisi perduti, antiche residenze, sculture faraoniche e miniere di sale per un affascinante viaggio nel passato. Ciascuna delle tre serate vede protagonisti importanti studiosi: martedì 7 agosto Pierfrancesco Callieri, professore di Archeologia e Storia dell’Arte dell’India e dell’Asia Centrale /università di Bologna), presenta le recenti scoperte presso Persepoli; mercoledì 8 agosto Federica Guidi, archeologa (museo Civico ed Archeologico di Bologna) racconta la città romana; giovedì 9 agosto Maurizio Cattani, professore di Preistoria e protostoria (università di Bologna), illustra le recenti scoperte in area romagnola.

Claudio Cavallotti propone “A tavola con gli Antichi”

Visto il grande successo dello scorso anno, venerdì 13 luglio, venerdì 20 luglio, venerdì 3 agosto e venerdì 24 agosto, alle 20 torna A tavola con gli Antichi, conversazioni e degustazioni di pietanze dell’Antica Roma a cura di Claudio Cavallotti, cuoco ed esperto di cucina antica. Durante le serate sarà possibile degustare i menù e le offerte enogastronomiche realizzate in esclusiva da vari food truck che si alterneranno nel corso delle serate: Casa Spadoni con i menù a base di mora romagnola e cappelletti, L’acciuga dello chef Salbaroli con specialità di pesce, Vino al Vino con selezioni di vini e aperitivi a km 0, Soul Kitchen e i suoi burger vintage gourmet, il Moog Slow Bar con le sue rinomate birre artigianali. Le iniziative in programma sono a pagamento. Unica eccezione le tre serate della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Ravenna – premio Olivo Fioravanti (7, 8 e 9 agosto) per le quali l’ingresso è gratuito.

Alla scoperta di Adria etrusca: pubblicate tutte le tutte le testimonianze scrittorie in lingua etrusca della città di Adria e dei siti del suo territorio. Nella Festa dei Musei si presenta il volume del Corpus Inscriptionum Etruscarum su “Atria et Ager Atrianus” a cura di Andrea Gaucci

Il IV volume del Corpus Inscriptionum Etruscarum dedicato ad Adria e al suo territorio, a cura di Andrea Gaucci

Adria etrusca svela i suoi segreti. Pubblicate finalmente tutte le testimonianze scrittorie in lingua etrusca della città di Adria e dei siti del suo territorio, dagli ultimi decenni del VI sec. a.C. fino al II sec. a.C. quando la città passò gradatamente nella sfera culturale di Roma. Un lavoro, durato anni, che ha letteralmente passato al setaccio il materiale esposto e tutto quello contenuto nei ricchissimi depositi del museo Archeologico nazionale di Adria. L’opera, che viene presentata sabato 19 maggio 2018 fa parte di un più vasto lavoro di raccolta di tutta la documentazione epigrafica dell’Etruria padana coordinato dal prof. Giuseppe Sassatelli inserito all’interno del progetto editoriale del Corpus Inscriptionum Etruscarum, il cui primo volume fu edito nel 1893-1902. L’importante appuntamento, dunque, sabato 19 maggio al museo Archeologico nazionale di Adria che così parteciperà alle iniziative previste nell’ambito della Festa dei musei 2018 e della Notte dei musei 2018, in occasione dell’ Anno Europeo del Patrimonio.

Festa e notte dei musei 2018 ad Adria: il manifesto con gli eventi

Il prof. Andrea Gucci

Adria Etrusca: finalmente la spiegazione e la pubblicazione delle iscrizioni sui vasi etruschi del museo che ci rivelano il nome degli antichi abitanti di Adria, l’origine delle loro famiglie, gli Dei da loro onorati, le pratiche di scambio e di commercio con il mondo greco, veneto, celtico e, poi, romano. I testi graffiti sui vasi rinvenuti nell’abitato e nelle sepolture dell’antica città di Adria ci danno una fervida e concreta testimonianza del passato di uno dei più importanti porti dell’Adriatico dalle sue più antiche vicende del VI secolo fino alla completa romanizzazione della comunità nel II-I sec. a.C. Il programma. Dalle 16.30 alle 18.30,  Archeonautica, attività di scavo stratigrafico in cassone per bambini e famiglie. Evento per bambini e ragazzi dai 7 ai 12 anni e le loro famiglie, a cura di Street Archaeology. Info costi e prenotazioni: 349 1703284, oppure presso il museo: 0426 21612. Alle 17, presentazione del Corpus di Iscrizioni Etrusche di Adria  (CIE Atria et Ager Atrianus, di Andrea Gaucci, Università di Bologna). Evento speciale di Archeologia a due voci a cura  delle professoresse Anna Marinetti e Giovanna Gambacurta (università di Venezia Ca’ Foscari). Introduce Giuseppe Sassatelli. Ingresso gratuito all’evento. Seguirà una visita guidata a cura del prof. Gaucci. Dalle 19.30 alle 22.30, apertura straordinaria serale e guida ai depositi del museo, a cura della direzione. Ingresso al costo simbolico di 1 euro.

Templari. L’arcivescovo di Tarragona consente l’esame del Dna di Guillem de Torroja: sarà la prova decisiva per provare che nel sarcofago di San Fermo a Verona ci sono le spoglie del fratello, Arnau de Torroja, Maestro Generale dell’Ordine del Tempio morto nel 1184 a Verona. Finora le ricerche scientifiche multidisciplinari hanno fornito indizi che portano tutti ad Arnau: i risultati presentati in anteprima in un convegno a Verona

Il sarcofago di San Fermo a Verona sorvegliato dall’associazione Templari cattolici d’Italia (foto Graziano Tavan)

La cattedrale di Tarragona dove è conservato il sarcofago di Guillem de Torroja (foto Graziano Tavan)

Mauro Giorgio Ferretti, Magister Templi dell’associazione Templari cattolici d’Italia (foto Graziano Tavan)

Martedì 24 aprile 2018 per l’associazione Templari cattolici d’Italia è una data storica: gli esperti hanno avuto il permesso a procedere al prelievo di un campione osseo dalle spoglie di Guillem de Torroja, conservate da novecento anni in un sepolcro nella cattedrale di Tarragona, da inviare all’Harward Medical School di Boston per l’estrazione del Dna, dove già è stato sequenziato il campione dell’individuo conservato nel sarcofago ritrovato a San Fermo di Verona. L’arcivescovo di Tarragona ha infatti finalmente consentito, dopo alcune domande respinte, all’operazione che nelle speranze del Magister Mauro Giorgio Ferretti, presidente dei Templari cattolici d’Italia, dovrebbe essere la prova decisiva per affermare che nel sarcofago, da lui scoperto più di tre anni fa negli spazi dell’ex sala capitolare benedettina della chiesa di San Fermo a Verona, ci sono proprio i resti del Maestro Generale dell’Ordine del Tempio, Arnau de Torroja, morto proprio a Verona nel 1184 dove, in una delicata missione diplomatica con il Patriarca di Gerusalemme e il Maestro Generale degli Ospitalieri, avrebbe dovuto incontrare papa Lucio III e l’imperatore Federico Barbarossa e convincerli a mandare più aiuti in Terrasanta accerchiata dalle truppe di Saladino, condottiero e sultano, che solo tre anni dopo avrebbe assediato e conquistato Gerusalemme portando al collasso il regno crociato. “Ormai non ci speravo più. Ora per fortuna il clima è cambiato”, ammette mons. Fiorenzo Facchini, antropologo, professore emerito dell’università di Bologna, presidente del Coordinamento scientifico per le Ricerche sugli Ordini militari-religiosi, che dal giorno della scoperta del sarcofago ha seguito il complesso e ambizioso progetto di ricerche multisciplinari per accertare, con i migliori esperti internazionali ognuno del proprio settore, a chi appartenesse veramente quel singolare sarcofago di San Fermo. E sono stati proprio questi studi, con il loro rigore storico-scientifico, i cui risultati sono stati presentati sabato 21 aprile 2018 a Verona nel convegno storico-scientifico “Il sarcofago ritrovato a Verona e i Templari” a convincere le autorità ecclesiastiche catalane a dare l’assenso al prelievo di un campione osseo dalle spoglie di Guillem de Torroja (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/04/20/templari-il-magister-ferretti-ricorda-la-scoperta-del-sarcofago-di-san-fermo-la-figura-di-arnau-de-torroja-e-anticipa-le-linee-del-convegno-storico-scientifico-di-verona-ce-l/).

L’antropologo mons. Fiorenzo Facchini al convegno di Verona (foto Graziano Tavan)

“Una notizia bomba! La scoperta di Verona è una notizia bomba”: mons. Facchini, alla tavola rotonda che ha chiuso il convegno, si lascia andare, superando la proverbiale sobrietà e prudenza dello scienziato antropologo. “Ora aspetto fiducioso. Ma è certo che se finora tutti gli studi effettuati, con metodi diversi e discipline diverse, ci hanno fornito indizi che portano tutti a confermare che quella sia la tomba di Arnau de Torroja, è evidente che il Dna di un fratello, Guillem, arcidiacono di Urgell, vescovo di Barcellona e arcivescovo di Tarragona, dove morì nel 1171, darebbe una certezza al 100 per cento. Quindi tra qualche mese speriamo di poter dire al mondo che Verona conserva la tomba di un Maestro Generale, il nono dei 23 che si sono succeduti nei 183 anni di vita dell’ordine templare. E questa sarebbe l’unica sopravvissuta alla damnatio memoriae e giunta fino a noi attraverso i secoli”. È lo stesso Facchini a riassumere gli indizi che portano ad Arnau de Torroja:  innanzitutto i documenti storici, che confermano come Arnau sia morto proprio a Verona nel 1184; ci sono poi i dati archeologici che spiegano che quel sarcofago presenta scolpita la croce templare e ha restituito frammenti di stoffe pregiate: tutti elementi che ci portano alla presenza di un personaggio di rango dell’Ordine del Tempio; le analisi antropologiche fanno luce sull’inumato: un uomo di età adulta avanzata dalle caratteristiche mediterranee; mentre le analisi genetiche non solo hanno ribadito che si tratta di un individuo di sesso maschile ma che presenta somiglianze genomiche con i Catalani; infine, la datazione calibrata dei reperti con il radiocarbonio C14 restituisce un arco di tempo compatibile tra il 1020 e il 1220 d.C. E allora vediamo meglio le diverse ricerche presentate a Verona.

Una raffigurazione di Arnau de Torroja, Maestro generale dell’Ordine del Tempio (foto Graziano Tavan)

La Catalogna nel XII secolo con l’indicazione di Solsona, Torroja e Barcellona (foto Graziano Tavan)

Arnau de Torroja, soldato, religioso, templare, amministratore e diplomatico. È Giampiero Bagni, archeologo e storico della Nottingham Trent University, a tratteggiare la figura del catalano, la sua carriera rapidissima, fino alla sua morte a Verona a 66 anni. “Arnau de Torroja”, racconta Bagni, “nasce a Solsona da una famiglia di signori locali nel 1118. La famiglia si era già messa in luce fin dal 990 grazie al suo avo Mirò, valoroso cavaliere alla corte del conte di Urgell. Siano in piena Reconquista, quando i cavalieri spagnoli erano impegnati sul fronte iberico contro i musulmani. La famiglia prese il nome di Torroja con la conquista del vicino omonimo castello da parte del nonno di Arnau alla fine dell’XI secolo. Mentre il papà di Arnau, Bernat Ecard de Torroja ampliò i possedimenti entrando nell’entourage del conte di Barcellona. Quando morì nel 1143 lasciò cinque figli, quattro dei quali sarebbero arrivati alla piena età adulta con carriere importanti: Berenguer fu signore di Torroja,  Guillem fu arcivescovo di Tarragona, e Pietro vescovo di Saragozza”. Prima Bernat e poi i suoi figli fecero cospicue donazioni all’Ordine del Tempio, situazione che facilitò di sicuro la carriera di Arnau che, dopo aver partecipato fin dal 1133 alle campagne di Reconquista,  nel 1166, dopo solo quattro anni dalla sua entrata nell’Ordine, divenne Maestro di Catalogna e Provenza, e rimase tale fino al 1180 quando divenne Maestro generale, alla morte di Oddone di Saint-Amand, nelle carceri di Saladino, Maestro generale del Tempio catturato in battaglia l’anno prima. “Serviva uno stratega e fu scelto Arnau, nonostante non si trovasse in Terrasanta, non fosse francese, fosse anziano, e infine fosse più un diplomatico che un condottiero”.

Il prof. Giampiero Bagni mostra la chiesa templare di San Vitale a Verona, in un cabreo del 1698 (foto Graziano Tavan)

La sua instancabile attività diplomatica porta Arnau  all’ambasceria del 1184 per cercare nuovi aiuti per gli Stati crociati, un’ambasceria – per l’epoca – ai massimi livelli: con il Maestro generale del Tempio c’erano infatti il Patriarca di Gerusalemme e il Maestro generale degli Ospitalieri. I tre salparono dalla Terrasanta nel giugno 1184. Ma siamo sicuri che Arnau arrivò vivo a Verona? Bagni ha trovato riscontri nei documenti di archivio. “Baldovino IV, re di Gerusalemme, rimasto in Terrasanta perché molto malato, segue con attenzione l’evolversi della missione diplomatica”, spiega Bagni, “e in una sua lettera si felicita per il buon esito del viaggio in mare e dell’arrivo dei tre a Brindisi, da dove proseguono via terra fino a Verona. I documenti parlano invece di due delegati solo nel tragitto verso Parigi e Londra”. Quindi Arnau arrivò a Verona e dagli studi di Ligato sappiamo che incontrò il papa Lucio III (che sarebbe morto anche lui a Verona l’anno dopo, nel 1185: sepolto in cattedrale), meno certo è invece l’incontro con l’imperatore Barbarossa. Il 30 settembre 1184, come registra l’obituario di Reims, Arnau morì a Verona. Dove poteva essere sepolto un Maestro generale dei Templari? “Sappiamo”, continua Bagni, “che la chiesa dei Templari era San Vitale nell’Oltreadige, la quale alla soppressione dell’Ordine nel 1314 passò agli Ospitalieri”. Ma perché la tomba a San Fermo? Una risposta l’ha data Loredana Imperio, presidente Larti – Libera associazione dei ricercatori templari italiani: “Di certo San Fermo, che apparteneva ai benedettini, aveva rapporti stretti con i templari: la chiesa sorgeva in riva all’Adige, fuori dalle mura, quindi soggetta a scorrerie. Niente di più probabile che i templari, che erano vicinissimi, sull’altra sponda del fiume, fornissero la difesa armata ai monaci di San Fermo. Non stupisce quindi che, alla soppressione dell’Ordine, al passaggio dei beni agli Ospitalieri qualcosa – come la tomba del Maestro generale – sia stato portato a San Fermo. È anche vero che alcuni documenti farebbero pensare che nel 1184 i templari non fossero in pieno possesso della chiesa di San Vitale, coinvolta in controversie ancora aperte con i canonici della cattedrale. In questo caso San Fermo potrebbe essere stata scelta perché su di essa ci sarebbe stato uno jus patronatus dei templari”.

Croce patente con ardiglione tipica dei cavalieri dell’Ordine del Tempio (foto Graziano Tavan)

Croce templare dipinta nella chiesa di Santa Maria di Norbello (Oristano) (foto Graziano Tavan)

Il sarcofago di San Fermo, in pietra locale molto friabile delle colline veronesi, reca iscrizioni ormai illeggibili, ma presenta sui lati corti, meglio conservati, una bella croce patente (o croix pattèe, ovvero la croce a bracci uguali che si allargano nella parte esterna) con puntale (ardiglione), tipica dei templari. Lo studio è stato approfondito da Sergio Sammarco, responsabile del Centro italiano di Documentazione sull’Ordine del Tempio alla biblioteca statale di Casamari. “Sappiamo che nei secoli sono stati usati diversi tipi di croce, a iniziare da quella greca”, precisa Sammarco, “ma sono pochi i casi in cui possiamo associare queste croci con cavalieri templari, e tutti presentano l’ardiglione, come  a Verona, che potrebbe ricordare la spada del cavaliere”. La croce con ardiglione la troviamo rappresentata nei sigilli dei capitani templari di Aquitania. Ma la troviamo anche nella chiesa di Tempio di Ormelle in provincia di Treviso, realizzata dai templari nel XII secolo lungo la via per Oderzo. “Qui sono rappresentate alcune croci templari, purtroppo mal conservate”, continua lo studioso, ma in due si vede molto bene l’ardiglione”. E non possiamo dimenticare la chiesa di Santa Maria di Norbello, in provincia di Oristano: ci sono ben dieci croci con ardiglione. “Il sarcofago di San Fermo presenta una croce patente greca in cui è ben visibile l’ardiglione. È evidente che non è una prova decisiva, ma è un indizio importante”.

Schema delle analisi sul colore delle fibre del tessuto A presentato dal prof. Arobba (foto Graziano Tavan)

Stoffe pregiate degne di un personaggio di rango Sul fondo del sarcofago sono stati trovati due piccoli frammenti di tessuto affidati a uno dei massimi esperti, il prof. Daniele Arobba, direttore del museo Archeologico del Finale a Finale Ligure Borgo, in provincia di Savona. Il frammento A misura 32 x 60 millimetri, in buono stato di conservazione, presenta la cimosa su un bordo, i fili di trama sono colorati, i fili di ordito sono ritorti e doppi (reps di ordito). La manifattura con un’armatura a tela, prevede un telaio speciale a 4 licci, di solito usato da artigiani esperti. “Il risultato è un tessuto leggero, ma resistente”, spiega Arobba. “Le analisi hanno rivelato che si tratta di fili di seta, quindi filati che nel XII secolo erano riservati a tessuti di pregio, e i fili della trama sono colorati. Alcuni di questi fili colorati, che oggi a noi sembrano di un verde scuro, in origine erano blu intenso, un colore che nel Medioevo era difficile da ottenere, ricavato dalle cosiddette piante da blu come l’indaco. Quindi era un colore distinguente per chi lo portava, ed era su un tessuto pregiato”. Più piccolo il frammento B: 14 x 30 millimetri, in discreto stato di conservazione, senza cimosa, e con colore uniforme. Il filo è sempre di seta, con un’armatura a tela semplice, telaio a due licci, che danno un tessuto molto coprente. “Il tessuto A risulta molto vissuto, quindi potrebbe essere stato un vessillo usato come sudario nella sepoltura di un uomo di rango del XII secolo. Anche questo è un indizio che ci porta ad Arnau”.

Le ossa dei tre individui inumati nel sarcofago ritrovato a San Fermo di Verona (foto Graziano Tavan)

Ma cosa c’era dentro il sarcofago? L’ispezione è stata fatta dal prof. Bagni, con l’antropologo mons. Facchini e archeologa medievista Paola Porta, e all’interno sono stati trovati i resti di tre inumati, tumulati uno sopra l’altro in momenti successivi, segno di un probabile riutilizzo del sarcofago. “Abbiamo provveduto a studiarli e datarli”, interviene Bagni: “si tratta di un uomo anziano (sul fondo del sarcofago) inumato per primo, di una donna dell’inizi del Trecento e, al di sopra, di un giovane uomo del Quattrocento. Il campione dell’uomo anziano, che si riteneva appartenente alla sepoltura più antica, sottoposto a datazione col radiocarbonio C14 nel Centro di datazione e diagnostica dell’università del Salento, diretto dal prof. Lucio Calcagnile, è risultato databile tra il 1020 e il 1220 d.C., con la maggiore percentuale di risultanza tra il 1140 e il 1190: una datazione compatibile con la morte di Arnau”.

L’antropologa Maria Elena Pedrosi (Foto Graziano Tavan)

Schema delle ossa appartenute all’uomo anziano (foto Graziano Tavan)

“Le ossa recuperate dell’uomo anziano hanno permesso di ricostruire gran parte dello scheletro, con le parti più importanti come cranio, bacino e ossa lunghe”, illustra Maria Elena Pedrosi, antropologa dell’università di Bologna. “Lo studio delle ossa del cranio e del bacino ha stabilito che si tratta di un individuo di sesso maschile di un’età avanzata tra i 50 e i 60 anni. Doveva essere alto tra 160 e 170 e centimetri, e dallo studio paleopatologico si può affermare che soffrisse di dolori alla schiena e di dolori ai denti”. E mons. Facchini: “Le analisi genetiche hanno trovato il cromosoma Y confermano che si tratta di un uomo, il cui genoma somiglia più a quello dei catalani che non degli italiani. Quindi nuovi indizi sempre più stringenti sulla figura di Arnau. Ora non ci resta che aspettare il confronto con il Dna del fratello”.

L’antico sarcofago rinvenuto nella chiesa di San Fermo a Verona appartenne veramente a un Maestro Generale dei Templari? Lo svelerà il convegno “Il sarcofago ritrovato a Verona e i Templari” con le prime risultanze delle analisi scientifiche condotte sui reperti rinvenuti e i risultati degli studi archivistici, archeologici e storici sulla presenza dell’Ordine del Tempio a Verona

Cerimonia dei Templari cattolici in piazza Bra a Verona

La chiesa di San Fermo Maggiore a Verona

L’antico sarcofago di San Fermo appartenne veramente a un Maestro dei Templari?  È vero che la “scoperta” della tomba come sepoltura di un templare importante è avvenuta ancora diversi anni fa grazie all’intuizione del Magister Templi dell’associazione Templari Cattolici d’Italia, Mauro Giorgio Ferretti. E sappiamo che da li sono partite le ricerche e le analisi sul sarcofago per cercare di inquadrarlo storicamente e attribuire un’identità al defunto. Ma ora siamo a una svolta storica che potrebbe dirimere una volta per tutte ogni dubbio o riserva storica. Basta aspettare solo qualche giorno. Sabato 21 aprile 2018, alle 9, all’auditorium della chiesa di San Fermo Maggiore in via Dogana 2 a Verona, è in programma il convegno storico-scientifico “Il sarcofago ritrovato a Verona e i Templari”, organizzato dall’associazione Templari Cattolici d’Italia e dal Coordinamento scientifico per le Ricerche sugli Ordini religiosi-militari insieme al museo Diocesano d’Arte di San Fermo Maggiore e alla Diocesi di Verona, in collaborazione con LARTI – Libera Associazione Ricercatori Templari Italiani, il museo della Beata Vergine di San Luca e la Society for the Study of the Crusades and the Latin East, rappresentata, quest’ultima, dal prof. Jonathan Phillips della Royal Holloway di Londra e dal prof. Nicholas Morton della Nottingham Trent University.

L’antico sarcofago conservato in un chiostro di San Fermo a Verona: potrebbe essere la sepoltura di un Maestro generale dei Templari

Sabato 21 aprile saranno presentati ufficialmente, in anteprima mondiale, i risultati degli studi archivistici, archeologici e storici sulla presenza dell’Ordine del Tempio a Verona e le prime risultanze delle analisi scientifiche condotte sui reperti rinvenuti in un sarcofago antico custodito nel chiostro della chiesa di San Fermo Maggiore di Verona. Il programma del convegno su invito e prenotazione (info e prenotazioni: tomba.arnau.verona@gmail.com) prevede l’apertura dei lavori alle 9 all’interno dell’auditorium della chiesa di San Fermo Maggiore. In mattinata si svolgerà la sessione storico-archivistica e archeologica, e dalle 14.30 si entrerà nel vivo del convegno che terminerà con una tavola rotonda tra i vari relatori che riassumeranno i risultati degli studi e delle analisi svolte. Gli studi storici, archivistici, archeologici e antropologici sono stati coordinati dall’antropologo e professore emerito dell’università di Bologna, monsignor Fiorenzo Facchini assieme all’archeologo Giampiero Bagni. Il gruppo di studiosi è composto da esperti italiani e stranieri collegati con le università di Bologna, Nottingham Trent e Barcellona.

Liturgia dei Templari cattolici sul sarcofago di San Fermo a Verona

L’importanza di questo evento è data dal fatto che il sarcofago potrebbe essere l’unica tomba al mondo riconducibile a un Maestro Generale del Tempio. Uno dei motivi che porterebbe a questa identificazione, tra gli altri, risiederebbe nella particolare e ben chiara riproduzione della croce patente incisa su uno dei due lati corti del sarcofago realizzato in pietra veronese. La croce, inoltre, presenta una spada stilizzata nel braccio inferiore. Una simbologia tradizionalmente attribuita ai Maestri Generali, che hanno “guidato” i cavalieri dal 1118 al 1314. Di questi ventitré, solo uno è morto a Verona. Si tratta di Arnau de Torroja, cavaliere templare di origine catalana scomparso nella città scaligera il 30 settembre 1184 ma di cui non è mai più stato rinvenuto il luogo di sepoltura. Tutte le altre sepolture fatte a Parigi o in Terrasanta sono andate perdute.

“Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”: otto conferenze per conoscere meglio il popolamento dell’area padana da parte degli Etruschi dalla prima età del Ferro fino all’invasione storica dei Celti. Il ciclo è preparatorio all’apertura il 14 giugno degli scavi nell’area archeologica di Kainua

Il museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” e l’area archeologica di Marzabotto ospita parte del ciclo di incontri su Kainua

Otto incontri per conoscere meglio Kainua, l’odierna Marzabotto (Bo), una delle città-stato più importanti dell’Etruria padana, e importante snodo commerciale tra l’Etruria tirrenica e la Pianura Padana, fino ad oltralpe. Così da essere preparati alla vigilia dell’apertura dello scavo nell’area archeologica di Kainua, prevista per giovedì 14 giugno 2018. Il ciclo di conferenze “Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”, è promosso da Elisabetta Govi del dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna, in collaborazione con il Polo Museale dell’Emilia-Romagna e la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e con il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Marzabotto. Gli incontri affronteranno il tema del popolamento dell’area padana da parte degli Etruschi dalla prima età del Ferro fino all’invasione storica dei Celti. Oltre ad approfondimenti sui porti costieri con particolare riguardo a Spina, e sui culti di questo ambito territoriale, ampio spazio verrà dato alla città Kainua-Marzabotto, della quale si esporranno gli aspetti della vita quotidiana, le più recenti scoperte e il rapporto con il mondo greco. Le conferenze si terranno alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto e al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Il ciclo – come detto – si concluderà il 14 giugno con un evento legato allo scavo archeologico dell’università di Bologna nell’area sacra del tempio tuscanico dedicato alla dea Uni (romana Giunone), eccezionale scoperta avvenuta negli scorsi anni.

“Kainua-Marzabotto e l’Etruria padana”: ciclo di conferenze a Marzabotto

Gli incontri iniziano sabato 7 aprile 2018, alle 16, alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto; Elisabetta Govi, professore di Etruscologia e Antichità italiche dell’università di Bologna, parla di “Kainua. La nuova città. Le ultime scoperte e la ricostruzione virtuale”. Il sabato successivo, 14 aprile 2018, ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto. Alle 15.30, Tiziano Trocchi, archeologo della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, responsabile dell’area archeologica di Marzabotto, interviene su “I precedenti della prima Età del ferro tra Bologna e la Valle del Reno”. Sabato 21 aprile 2018, alle 16.30, si torna alla Casa della Cultura, con Giuseppe Sassatelli, presidente dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, che offrirà un quadro articolato del sistema urbano sviluppato dagli Etruschi in questo settore strategico dell’Italia: “Le città etrusche dell’Etruria padana: storia, economia, società”. Quarto incontro, sabato 28 aprile 2018, alle 16.30, ancora alla Casa della Cultura, su “L’urbanistica di Marzabotto sullo sfondo delle esperienze greco-coloniali di Italia Meridionale e Sicilia” con Rosario Maria Anzalone,
archeologo del Polo Museale dell’Emilia-Romagna, direttore del museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto.

Ricostruzione del tempio tuscanico dedicato alla dea Uni a Marzabotto

Sabato 5 maggio 2018, alle 15.30, ci si sposta al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, con Bojana Gruška, dottoranda dell’università di San Marino, su “La vita quotidiana degli Etruschi di Kainua”. Sabato 12 maggio 2018, alle 16.30, alla Casa della Cultura, è la volta di Federica Timossi, dottoranda dell’università di Ferrara, su “La città etrusca di Spina e l’Adriatico”. Per il settimo incontro, sabato 19 maggio 2018, alle 16.30, di nuovo al museo di Marzabotto, con Riccardo Vanzini, dottorando dell’università di Bologna, su “I Celti a Marzabotto e nei territori etruschi”. Il ciclo di conferenze chiude sabato 26 maggio 2018, alle 15.30, ancora alla Casa della Cultura, con Giacomo Mancuso, dottorando dell’università La Sapienza di Roma, su “I culti religiosi in Etruria padana”. Meno di due settimane di attesa, e finalmente giovedì 14 giugno 2018 alle 16, appuntamento al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto per “Scavo aperto: visita al museo e all’area archeologica con dimostrazione della realtà virtuale” accompagnati da Elisabetta Govi, Chiara Mattioli, Simone Garagnani e Andrea Gaucci, dell’università di Bologna.

“…nel sotterraneo Mondo. La frequentazione delle grotte in Emilia-Romagna tra archeologia, storia e speleologia”: a Brisighella raccolti in un volume gli atti del convegno di ottobre

Archeologi e speleologi fianco a fianco nelle grotte dell’Emilia-Romagna

“…nel sotterraneo Mondo”: atti del convegno di Brisighella del 2017

Geologi, archeologi, antropologi, speleologi, archeozoologi e archeobotanici si sono confrontati a tutto campo a Brisighella sulla frequentazione delle grotte in Emilia-Romagna: il fascino emanato dal mondo incontaminato e in apparente equilibrio delle grotte trova nuovi spunti di interesse dalla frequentazione speleologica e dalla conoscenza delle testimonianze archeologiche che nelle varie epoche le società umane hanno lasciato all’interno di tali luoghi. Due giorni di convegno, nell’ottobre 2017,  che hanno fornito nuovi percorsi e opportunità alla valorizzazione del territorio (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/10/01/archeologia-storia-e-archeologia-nelle-grotte-dellemilia-romagna-convegno-e-mostre-a-brisighella-ra/). Sono passati pochi mesi e quei lavori sono stati raccolti nel volume “…nel sotterraneo Mondo. La frequentazione delle grotte in Emilia-Romagna tra archeologia, storia e speleologia” a cura di Paolo Boccuccia, Rossana Gabusi, Chiara Guarnieri e Monica Miari, che sarà presentato venerdì 6 aprile 2018, alle 17.30, nel municipio di Brisighella (Ra). Ingresso libero. Intervengono: Davide Missiroli, sindaco di Brisighella; Massimiliano Costa, direttore Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola; Massimo Ercolani, presidente Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna; Paolo Boccuccia, Rossana Gabusi, Chiara Guarnieri, Monica Miari, soprintendenza Archeologia, belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Maurizio Cattani, docente di Preistoria e protostoria all’università di Bologna. Conclude: Manuela Rontini, consigliere regionale, presidente Commissione Territorio, Ambiente, Mobilità. L’iniziativa è promossa da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini; soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna; parco regionale della Vena del Gesso Romagnola e Comune di Brisighella, con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria.

Ingresso grotta dei gessi (foto Francesco Grazioli)

Nella storia dell’uomo le grotte hanno sempre costituito un ambiente del tutto particolare: dall’assidua frequentazione nel periodo preistorico (con svariati utilizzi, abitazione, ricovero temporaneo o luogo di sepoltura), a una connotazione più prettamente religiosa dalla protostoria all’età romana, fino al rispetto sacrale (e talora magico) di cui erano ammantate in età medievale. Dal punto di vista archeologico, lo studio delle grotte si è intrecciato fin dall’Ottocento con le ricerche geologiche e ancor più speleologiche, contribuendo a perfezionare il metodo stratigrafico ormai imprescindibile anche in campo archeologico. Compito delle Soprintendenze è identificare i siti che conservano depositi archeologici e provvedere alla loro tutela; altrettanto importante sarebbe realizzare un sistema di controllo che le protegga dalle manomissioni di clandestini o persone non attrezzate per la ricerca archeologica e magari, dove possibile, valorizzarle.

A Brisighella il convegno “Frequentazione delle grotte in Emilia-Romagna tra archeologia, storia e speleologia”

Curato dagli archeologi di SABAP-BO Paolo Boccuccia, Rossana Gabusi, Chiara Guarnieri e Monica Miari, il volume  “…nel sotterraneo Mondo. La frequentazione delle grotte in Emilia-Romagna tra archeologia, storia e speleologia” pubblica gli atti dell’omonimo convegno di Brisighella del 6 e 7 ottobre 2017. Raccogliendo le testimonianze, gli studi e i dati più recenti di geologi, archeologi, antropologi, speleologi, archeozoologi e archeobotanici sulla frequentazione delle grotte in Emilia-Romagna, l’opera riflette sul rapporto intercorso nei secoli tra l’uomo e le grotte dando conto del lavoro svolto dagli speleologi nelle grotte dei Gessi reggiani, bolognesi e nella Vena del Gesso romagnola e diventando quindi valido strumento di lavoro per chiunque intendesse avvicinarsi a questo argomento. Il volume fa parte della collana DEA, Documenti ed Evidenze di Archeologia, curata dalla soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara.

“Faragola siamo noi”: dal palco di TourismA Giuliano Volpe ripercorre le tappe della scoperta e della valorizzazione dell’importante sito pugliese con grande villa tardo-antica fino alla sua distruzione dolosa nel settembre 2017. E lancia l’appello: “La ricostruiremo. Tutti insieme”

Notte tra il 6 e il 7 settembre 2017: un incendio distrugge la copertura e danneggia il sito archeologico di Faragola nel comune di Ascoli Satriano (Foggia)

Il prof. Giuliano Volpe, presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del MiBACT,

La villa romana di Faragola dopo il rogo

Lamiere contorte dal rogo: saranno riutilizzate per un’opera d’arte contemporanea

Era la notte tra il 6 e il 7 settembre 2017 quando nella fertile valle del Carapelle, a pochi chilometri dal comune foggiano di Ascoli Satriano, alte fiamme squarciarono l’oscurità. Un incendio, attizzato da mano vile e malavitosa, stava letteralmente distruggendo la copertura del sito di Faragola, una delle aree archeologiche più belle e suggestive della Puglia. “Quattordici anni di ricerche e interventi, e più di mille anni di storia, andati in fumo in una notte”: Giuliano Volpe, archeologo, oggi presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del MiBACT, direttore delle missioni archeologiche a Faragola, nel rivivere quei momenti davanti alla platea, ammutolita e sgomenta di TourismA, ha la voce rotta dalla commozione. Sono passati alcuni mesi dallo scempio che ha infierito su Faragola, esteso insediamento di età romana e tardo antica, dove sono stati portati parzialmente alla luce alcuni ambienti residenziali di una ricca villa di cui è stata finora documentata soprattutto la fase tardoantica (IV-VI secolo d.C.), eppure quelle immagini di distruzione che passano sul grande schermo del palazzo dei congressi di Firenze hanno ancora l’effetto di un pugno nello stomaco. “Ci indignamo quando vediamo in tv le vergognose distruzioni delle milizie dell’Isis. Ma quanto abbiamo visto a Faragola non è molto diverso. A volte l’Isis è tra noi”. Ma non tutto è perduto. Faragola può e deve risorgere dalle sue ceneri, come l’araba fenice. Lo ha ribadito a Firenze nel suo intervento “Risorgere dalla cenere: la villa tardo antica di Faragola (Ascoli Satriano). Dopo l’incendio, la ricostruzione” Giuliano Volpe, nella doppia veste di ambasciatore della Daunia e presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali: accogliendo l’appello dell’Archeoclub di Ascoli Satriano, ha acceso i riflettori sulla Villa di Faragola, e sul suo futuro. Probabilmente di proprietà di un ricco senatore romano che possedeva grandi quantità di terreni agrari nel Mezzogiorno, la villa di Faragola conobbe il periodo di massimo fulgore tra il IV e il VI secolo dopo Cristo, quando venne adornata con terme e marmi policromi, una grande sala da pranzo con un divano per banchetto che era tra i meglio conservati al mondo. La rinascita del gioiello archeologico foggiano è la mission del prof. Volpe.

Il prof. Giuliano Volpe mostra dal palco di TourismA il gruppo Generazione Faragola (foto Graziano Tavan)

Faragola siamo noi: parte la campagna di crowdfunding “I danni sono ingenti. Si parla di 3-4 milioni di euro”, spiega Volpe. “Ma qui non si tratta solo di rifare la copertura e la musealizzazione del sito. Le stesse strutture antiche sono state molto compromesse. Molti mosaici sono esplosi per il calore, mentre le pietre si sono calcificate. Il restauro durerà almeno due anni. Con le lamiere contorte si realizzerà un’opera d’arte contemporanea”. E mentre il Mibact annuncia un intervento di somma urgenza per 500mila euro, la Regione Puglia mette a disposizione un fondo da 1 milione 600mila euro, la Fondazione Apulia Felix, guidata dallo stesso Volpe, mobilita l’opinione pubblica e lancia una raccolta fondi per consentire la rinascita di questo autentico gioiello archeologico. “Il cantiere di restauro sarà un cantiere aperto per lavori: una sfida per non far dimenticare Faragola, come sta facendo il gruppo Generazione Faragola”. L’obiettivo è allestire – nel giro di un paio di mesi – un prefabbricato che ospiterà i laboratori di restauro su campo con il sostegno del Mibact. Il progetto di ripristino si svilupperà attraverso un cantiere aperto per consentire di non interrompere la fruizione di uno dei siti più suggestivi del Mezzogiorno: nei mesi di lavoro, l’insediamento rurale di età romana e tardoantica – negli intendimenti dell’archeologo foggiano – sarà arricchito da postazioni multimediali e persino da un plastico.

Volpe è anche il protagonista del bel video di Antonio Forterezza a sostegno della campagna di crowdfunding: “Dobbiamo reagire, non è possibile accettare supinamente quanto è successo a Faragola. Dobbiamo restaurare, ricostruire, restituire il parco archeologico ai cittadini alla comunità locale, alla comunità scientifica internazionale, ai tanti visitatori che sono già venuti e che verranno per conoscere questo straordinario sito archeologico”. E lancia l’appello: “Devono impegnarsi prima di tutto le istituzioni, a tutti i livelli, ma deve esserci anche un impegno del mondo delle associazioni, delle imprese, dei professionisti, di tutti i cittadini perché Villa Faragola è un patrimonio di tutti, e tutti devono sentirsi partecipi. È necessario per ripartire. È un atto di amore, un atto di partecipazione, un impegno di cittadinanza attiva”. Si può partecipare alla raccolta fondi con un bonifico alla Fondazione Apulia Felix (IBAN: IT84I0335901600100000066451) oppure utilizzando la piattaforma Meridonare.

Veduta panoramica della fertile valle del Carapelle con il sito archeologico di Faragola (Ascoli Satriano)

Agli scavi archeologici a Faragola hanno partecipato gli studenti di molte università

La villa antica di Faragola L’impatto emotivo sul pubblico di TourismA è stato tanto più forte perché le immagini devastanti della violenza perpetrata sul sito del Foggiano, seguivano quelle solari, positive, entusiastiche delle ricerche, scoperte e restauri portati avanti in 14 anni di scavi, dal 2003 al 2014, durante i quali sono stati indagati circa 6mila metri quadri, in 350 giornate lavorative, per un costo di 300mila euro, pari a 857 euro al giorno; e sono stati approntati interventi di musealizzazione per un costo di un milione e mezzo di euro. “Il sito di Faragola è posto a circa tre chilometri a sud-ovest di Ascoli Satriano nella fertile valle del Carapelle”, ricorda Volpe. “Il complesso edilizio fu edificato in una posizione strategica, a metà strada tra i due importanti centri abitati di Ausculum e Herdonia, e in una zona ricca di acqua, grazie alla presenza del fiume Carapelle e di numerose sorgenti”. Noto da tempo, era già stato segnalato nel corso delle ricognizioni archeologiche condotte agli inizi degli anni ’90 dall’università di Bologna. In seguito sono state condotte indagini preliminari da Francesco Paolo Maulucci della soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, che hanno portato al vincolo dell’area, poi parzialmente acquistata dal Comune di Ascoli Satriano. Nel luglio del 2003 ha avuto inizio una campagna di scavi archeologici, preceduta da prospezioni geofisiche, sotto la direzione scientifica del prof. Giuliano Volpe dell’università di Foggia, in collaborazione con la soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia e la Città di Ascoli Satriano.

Veduta zenitale della villa romana di Faragola nel 2004, quando gli scavi archeologici erano solo all’inizio

Planimetria della villa romana di Faragola

Il sito di Faragola fu occupato per molti secoli, con diverse modalità di vita. Le ricerche archeologiche hanno finora consentito di ricostruire le seguenti fasi: villaggio daunio (dal VI-V  sec. a.C. al IV-III a.C. circa); fattoria romana (I a.C. – II d.C. circa); villa tardoantica 1 (III – metà IV d.C. circa); villa tardoantica 2 (fine IV – fine VI d.C. circa); villaggio altomedievale (VII – IX d.C. circa); uso agricolo (IX – XXI d.C.). “I risultati conseguiti sono di grande interesse”, fa presente Volpe, e la rabbia aumenta sapendo il danno subito dal sito. “In località Faragola è stato, infatti, indagato un esteso e articolato insediamento rurale di età romana e tardoantica, che si segnala per le notevoli manifestazioni di lusso. Sono stati parzialmente portati alla luce alcuniambienti residenziali di una ricca villa, di cui è stata finora documentata soprattutto la fase tardoantica (IV-VI secolo d.C.), e in particolare un grande vano, identificabile verosimilmente con una cenatio estiva, dotato di una fontana decorata da un rilievo databile alla prima età imperiale con la raffigurazione di un personaggio femminile danzante e di un serpente e di un pavimento di lastre di marmo, tutte di reimpiego, arricchito dall’inserzione di lussuosi tappeti in opus sectile realizzati con lastrine di vari marmi colorati e di pasta vitrea. A pochi metri da questa lussuosa sala da pranzo sono stati individuati altri vani del settore residenziale, pavimentati con pregevoli mosaici policromi a decorazione geometrica. La villa risulta dotata anche di un settore artigianale: è stata, infatti, indagata anche una fornace per la cottura di laterizi, parte di un più ampio gruppo di strutture produttive. Si tratta di una scoperta di grande importanza per la conoscenza dell’organizzazione delle campagne non solo nel territorio di Ausculum ma dell’intera Puglia: infatti, pur essendo note numerose altre villae romane e tardoantiche nel territorio daunio, quella di Faragola si presenta come una delle più lussuose manifestazioni di questo tipo di edificio rurale finora note in Italia meridionale. È evidente che la villa sia appartenuta a un personaggio di alto rango, proprietario di ampie tenute terriere nella zona, a ulteriore dimostrazione della vitalità dell’economia agraria dell’Apulia in età tardo-antica”.

Ricostruzione della cenatio nella villa tardo-antica di Faragola

Mirabile esempio di opus sectile dalla villa di Faragola

La villa del V secolo d.C. “La villa conobbe il momento di massimo splendore nel V secolo”, scrive Volpe, “quando il settore residenziale e le terme furono oggetto di importanti interventi edilizi: sulle strutture preesistenti e sui resti degli edifici crollati probabilmente a seguito di terremoti, fu costruita una sontuosa sala da pranzo (cenatio) e le terme furono notevolmente ampliate e abbellite. Le trasformazioni principali riguardarono il pavimento e la sistemazione di un tipo particolare di divano per banchetto (stibadium) in muratura, provvisto di una fontana. Il pavimento, sovrapposto al precedente mosaico, fu realizzato con lastre di marmo di vario tipo e colore. Particolare rilievo avevano tre tappeti in opus sectile, inseriti nella pavimentazione marmorea. Caratterizzati dalla complessa combinazione di forme geometriche, dalla successione di cornici riccamente decorate e da elementi del repertorio vegetale”. L’elemento di maggior spicco della cenatio era costituito dallo stibadium, “il divano in muratura per il banchetto, collocato in posizione dominante della sala. Di forma semicircolare, aveva lo spazio centrale occupato da una vaschetta. Il rivestimento della struttura era costituito da lastre di marmo bianco e da ricercate decorazioni in opus sectile marmoreo, mosaico ed elementi scultorei figurati. Al di sopra della vasca, posta al centro del divano in muratura, era sistemata una mensa di marmo bianco molto pregiata e rara, caratterizzata dalla presenza di lobi circolari per l’alloggiamento dei piatti per il banchetto. È molto probabile che l’acqua fuoriuscisse a cascata dalla vaschetta, andando a riempire la parte centrale della sala da pranzo, ribassata rispetto ai corridoi laterali, formando, con i tappeti in opus sectile, uno straordinario effetto scenografico grazie al gioco di riflessi che enfatizzava la cromia dei marmi, oltre a garantire una piacevole frescura durante i banchetti estivi”. La cura del corpo, la caccia, il banchetto fanno parte dell’ideologia dell’aristocrazia tardo-antica.

Lo stibadium e la sua ricostruzione: una delle opere più importanti della villa di Faragola

“Nel VI secolo spariscono gli aristocratici e arrivano i longobardi che la trasformano in una grande azienda agricola (curtis) alle dipendenze del ducato di Benevento”. La fase altomedievale fu altrettanto importante: dopo la fine della villa, furono realizzati nuovi ambienti residenziali e strutture produttive (fornaci, vasche di decantazione dell’argilla, fosse per la fusione di metalli, ecc.), e furono riutilizzati gli ambienti della precedente villa, con capanne lignee disposte nell’area della antica villa. Faragola era diventata un centro di produzione artigianale: ceramiche e oggetti di metallo.

La copertura della villa di Faragola prima del rogo di settembre 2017

Il progetto di copertura della villa di Faragola

Dal 2008 è stato avviato il progetto di musealizzazione, con fondi della Regione Puglia, di Arcus e del MiBACT, per complessivi 3 milioni di euro circa: un’innovativa copertura in legno lamellare e teli di gore-tex, che attribuiva agli spazi non solo un’adeguata protezione e una splendida luminosità ma offriva anche ai visitatori una percezione dei volumi e una migliore comprensione del sito. “L’operazione è stata concepita nell’ottica del completamento cercando di suggerire al visitatore del parco la spazialità antica, rispettando il rapporto con il paesaggio, accostandosi e mai sovrapponendosi alle superfici lapidee e musive, prevedendo luoghi di sosta attrezzati con sistemi didattico-informativi, e in generale assicurando anche l’estendibilità del sistema su altre aree in fase di scavo”. Nell’ambito del cantiere in corso, si stavano sia completando le strutture, con un centro servizi, biglietteria, spazio didattico, sia allestendo innovativi sistemi multimediali e, finalmente, anche un impianto di allarme e videosorveglianza. “Ancora poche settimane e l’intervento di musealizzazione sarebbe stato ultimati, e il sito aperto al pubblico in tutta la sua potenzialità”, conclude amaro Giuliano Volpe. “È finito tutto divorato dalle fiamme”.

Archeologie “alibi”: l’università di Bologna approfondisce l’archeologia degli archivi e dei depositi attraverso il caso Reggio Emilia e Modena

L’aula “Giorgio Prodi” ospita l’incontro “Archeologie alibi: Reggio Emilia e Modena” promosso dall’università di Bologna

Il termine tecnico è archeologie “alibi”: si tratta dell’insieme delle pratiche archeologiche che non avvengono sul campo, ma rappresentano comunque una componente fondamentale nel percorso di conoscenza e di valorizzazione per tutti quei siti che abbiano alle spalle una lunga storia di indagini, scavi, interventi di recupero e musealizzazione. “Si tratta in particolare”, spiegano all’università di Bologna, “di un’archeologia degli archivi, custodi della documentazione prodotta, e dei depositi, custodi dei reperti. Questa preziosa mole di dati non in situ viene oggi riscoperta e riletta  stratigraficamente per essere utilmente organizzata in nuovi archivi digitali, le cui potenzialità – in particolare quelle derivanti dall’archeologia virtuale che consente di produrre modelli tridimensionali – si configurano come interfacce per la gestione dei dati della ricerca, dai dati primari ai metadati e paradati”. Proprio “Archeologie alibi: i casi di Modena e Reggio Emilia” è il titolo del quinto appuntamento della serie “Discorsi sul Metodo”, dedicato al tema delle archeologie “alibi”, promosso nell’ambito dell’accordo di collaborazione didattico-scientifica di recente sottoscritto tra l’Istituto Centrale per l’Archeologia e il Dipartimento di Storie Culture Civiltà dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, e si pone all’inizio di una serie di iniziative dedicate proprio alle archeologie “alibi” curate dagli organizzatori in varie sedi, in Italia e all’estero.

Luigi Malnati, soprintendente archeologo

Appuntamento venerdì 23 Marzo 2018, alle 10.30, nell’aula “Giorgio Prodi” dell’università di Bologna, in piazza San Giovanni in Monte 2, a Bologna. Ingresso libero. Ai saluti istituzionali di Nicolò Marchetti, direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici; Antonella Coralini, dipartimento di Storia Culture Civiltà; Elena Calandra, direttore dell’Istituto Centrale per l’Archeologia / Dirigente ad interim del Servizio II – Scavi e tutela del patrimonio archeologico, Direzione Generale Archeologia, belle arti e paesaggio; seguono gli interventi:  Luigi Malnati, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e per le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, su “Conoscenza, tutela, conservazione: il ruolo dei musei archeologici civici e di quelli di Stato nel dopo riforma Franceschini”; Fiamma Lenzi, Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia Romagna, su “L’Istituto per Beni Culturali, le politiche regionali e i musei civici: il distretto emiliano”.

Il manifesto della mostra “On the road. La Via Emilia, 187 a.C. – 2017” al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia

Si entra poi nel caso specifico di Reggio Emilia. Elisabetta Farioli, direttore dei musei civici di Reggio Emilia, interviene su “I Musei Civici di Reggio Emilia e l’eredità dell’antico”; Roberto Macellari, responsabile delle collezioni Archeologiche dei musei civici di Reggio Emilia, su “La lezione di Don Gaetano”; Georgia Cantoni, responsabile comunicazione dei musei civici di Reggio Emilia, su “Tra conoscenza ed emozione: comunicare e condividere la Storia per connettersi al futuro”; Giada Pellegrini, responsabile Educazione del settore Archeologia dei musei civici di Reggio Emilia, su “Educare all’antico / educare al futuro”; Annalisa Capurso, funzionario archeologo della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e per le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, su “On the Road: dietro le quinte di una mostra”.

Il manifesto della mostra “Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità” al Foro Boario di Modena dal 25 novembre 2017 all’8 aprile 2018

Per il caso Modena, intervengono: Francesca Piccinini, direttore dei musei civici di Modena, su “I progetti di ricerca dei Musei Civici di Modena: risultati e prospettive”; Cristiana Zanasi, funzionario archeologo dei musei civici di Modena, su “Le ricerche di pre-protostoria”; Silvia Pellegrini, funzionario archeologo dei musei civici di Modena, su “L’età romana, dalla Carta Archeologica a Mutina Splendidissima”; Donato Labate, funzionario archeologo della soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e per le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, su “Modena e territorio: l’impegno della Soprintendenza. Un bilancio”. Chiude la discussione coordinata da Elena Calandra e Antonella Coralini.

“Tutto è contemporaneo, attualità dell’antico. Dialoghi intorno a On the road – Via Emilia 187 a.C.-2017”: al via a Reggio Emilia un ciclo di incontri con esperti, da Eva Cantarella ad Andrea Carandini, seguito dalla visita guidata alla mostra sulla Via Emilia e da un “light simposium”

A Reggio Emilia al via il ciclo di incontri “Tutto è contemporaneo, attualità dell’antico. Dialoghi intorno a On the road – Via Emilia 187 a.C.-2017”

Prima un approfondimento con storici dell’antichità, geografi, architetti, latinisti, esperti d’arte, archeologi, poi una visita guidata speciale della mostra “On the road. Via Emila 187 a.C.-2017” al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, e per finire un “light simposium” a cura di ArcheoCucina. Reggio Emilia lancia “Tutto è contemporaneo, attualità dell’antico. Dialoghi intorno a On the road – Via Emilia 187 a.C.-2017”, un ciclo di incontri tra marzo e maggio per avvicinare in modo originale il pubblico alla mostra aperta al Palazzo dei Musei fino all’8 luglio 2018 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/14/on-the-road-la-mostra-di-reggio-emilia-propone-una-riflessione-sulla-storia-della-via-emilia-e-sul-suo-fondatore-sul-significato-della-strada-nella-contemporaneita-in-un-itinerari/). Tutti gli incontri si tengono alle 18 nella Sala del Tricolore in piazza Prampolini n.1 a Reggio Emilia. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. La visita guidata alla mostra inizia alle 19.30. Al termine, il light simposium.

Apre gli incontri di Reggio Emilia la storica dell’antichità e del diritto antico Eva Cantarella

“Come uccidere il padre” di Eva Cantarella

Il ciclo “Tutto è contemporaneo, attualità dell’antico. Dialoghi intorno a On the road – Via Emilia 187 a.C.-2017” inizia venerdì 16 marzo 2018 con Eva Cantarella su “Tra passato e presente: i conflitti di generazione”. La storica dell’antichità e del diritto antico dialoga con Tommaso Ricci, caporedattore cultura del Tg2 RAI. “Eva Cantarella”, spiegano i promotori, “entra subito in medias res, per dirla all’antica, trattando un tema – quello dei conflitti generazionali – che ci sembra appartenere solo all’oggi ma che l’illustre studiosa dimostra essere invece una costante della storia”. Quante volte leggiamo sui giornali che i disagi e i crimini tra le mura di casa derivano dalla crisi della famiglia, una crisi tutta moderna? Come se la famiglia fosse sempre stata un luogo di riparo, di protezione da una società ostile. Ma è davvero così? Eva Cantarella, che al tema ha dedicato il recente, fortunato studio “Come uccidere il padre. Genitori e figli da Roma a oggi” (Feltrinelli Editore) sfata, dati alla mano, questa nostra errata sensazione. “Con gli strumenti di studiosa del diritto e della storia antica, che le sono propri, ricostruisce costumi e abitudini delle famiglie romane, risalendo fino alle origini della civiltà che ha creato i fondamenti della nostra cultura giuridica. Dimostra così che, a partire dai Sette Re di Roma, a metà dell’ottavo secolo a.C., fino al sesto secolo d.C. e alla stesura del Corpus iuris civilis di Giustiniano, il potere di vita e di morte dei padri sui figli è assoluto e l’uccisione del padre appartiene con impressionante frequenza alla realtà sociale di ogni famiglia romana. Cantarella si interroga sulla natura ansiogena e conflittuale dei rapporti tra padri e figli nell’antica Roma e, con una ricerca che guarda al passato per parlare del presente, mostra che le famiglie infelici non appartengono solo al nostro tempo. Da Cicerone a Ovidio, da Seneca a Giustiniano, racconta le norme che regolavano l’abbandono dei figli, la facoltà di venderli come schiavi o addirittura di ucciderli, evocando episodi di sconcertante violenza. Quella che svela è una storia tanto sconosciuta quanto decisiva per le nostre radici culturali, che ci spinge a riflettere sul carattere atavico e profondamente umano dello scontro tra le generazioni”.

L’architetto Italo Rota curatore della mostra “On the road. Via Emila 187 a.C.-2017” a Reggio Emilia

L’archeologo Andrea Carandini, tra i massimi esperti di Roma antica, oggi presidente del Fai

Il ciclo continua venerdì 23 marzo 2018, con Franco Farinelli dell’università di Bologna. Geografo, presidente dell’Associazione dei Geografi italiani, Farinelli parlerà de “L’invenzione dello spazio”. Venerdì 6 aprile 2018, tocca all’architetto milanese Italo Rota, architetto milanese, che a Reggio Emilia ha curato l’allestimento della mostra “On the road – Via Emilia 187 a.C.-2017” con Luigi Malnati e Roberto Macellari. L’architetto, cui si devono – tra l’altro – la promenade del Foro Italico a Palermo (2005), il tempio indù di Lord Hanuman, il padiglione Ciudades de Agua per l’Expo di Saragozza del 2008, l’allestimento del Triennale Design Museum nel 2007, e il Museo del Novecento a Milano inaugurato nel dicembre 2010, dimostrerà come “Tempo e memoria sono oggetti”. Venerdì 13 aprile 2018, sarà la volta del latinista Ivano Dionigi, già Magnifico rettore dell’Alma Mater Studiorum dell’università di Bologna, con “Tra notum e novum. Il destino della parola”. Invece è da confermare l’incontro di venerdì 4 maggio 2018, con Andrea Viliani, curatore di molti musei di Arte dal Castello di Rivoli al MamBo di Bologna, dal Centro di ricerca sulla contemporaneità a Trento al museo Madre di Napoli. Gran finale venerdì 11 maggio 2018 con Andrea Carandini, in un incontro promosso dalla delegazione Fai di Reggio Emilia e da Insieme per i Musei di Reggio Emilia. Il grande archeologo, famoso per i suoi scavi e le ricerche sul Palatino di Roma, oggi presidente del Fondo per l’Ambiente Italiano, dialogherà su “La casa degli Aemilii Scauri a Roma”.