Archivio tag | università del Salento

Taranto. Al museo Archeologico nazionale si celebrano la Giornata mondiale dell’Alimentazione e la prima Giornata del Mediterraneo con un convegno in presenza e on line in streaming

Il 40% della popolazione mondiale non è in grado di garantirsi una dieta sana. Nel contempo, sono circa 2 miliardi gli individui obesi o sovrappeso. Il 14% degli alimenti viene buttato via a causa di difetti di produzione e il 17% è sprecato dal consumatore finale. È quanto ha ricordato la FAO in occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione 2021, lo scorso 16 ottobre. Quest’anno il CIHEAM (Mediterranean Agronomic Institute) di Bari e il museo Archeologico nazionale di Taranto – MArTA organizzano l’evento dedicato alle celebrazioni della Giornata mondiale dell’Alimentazione e alla prima Giornata del Mediterraneo nella sede del museo, lunedì 29 novembre 2021, alle 10, in presenza e on line. Per partecipare in diretta Zoom all’evento è necessario registrarsi al link: https://events.iamb.it/p/event/gmed. Al convegno, organizzato in stretta collaborazione con Regione Puglia, fondazione “L’Isola che non c’è” e con la partecipazione del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo, si parlerà di agricoltura, alimentazione e benessere, di patrimonio storico e archeologico. A dare il benvenuto agli ospiti saranno Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia; Maurizio Raeli, direttore del CIHEAM Bari; Mauro Massoni, capo ufficio II – Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo del MAECI; Eva Degl’Innocenti, direttrice del MArTa; Barbara Davidde, soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo; Franco Giuliano, presidente della fondazione “L’Isola che non c’è”. Interverranno, tra gli altri, Felice Ungaro, direttore della struttura di coordinamento Health Marketplace della Regione Puglia; Gianluigi Cardone e Roberta Callieris del CIHEAM Bari. L’iniziativa del Museo virtuale del Mediterraneo, un viaggio alla scoperta delle antiche civiltà agricole del Mediterraneo, sarà illustrata da Girolamo Fiorentino, archeobotanico del dipartimento di Beni Culturali dell’università del Salento. All’evento parteciperanno anche le delegazioni di Albania, Egitto, Libano, Montenegro e Tunisia. Le conclusioni saranno affidate a Teodoro Miano, delegato italiano e vicepresidente del consiglio di amministrazione del CIHEAM, e a Luigi De Luca, responsabile dei Poli Biblio-Museali di Puglia. Modererà Lino Patruno, giornalista e scrittore. Durante il meeting, inoltre, sarà presentato il Progetto Ci.Bu.S.- Cibo buono per tutti: uno “start” per l’Human Pole Puglia.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA” appuntamento on line con l’archeologa Grazia Semeraro (università del Salento) su “Tra medicina ed archeologia. Nuove ricerche a Hierapolis di Frigia”, introdotto da Eva Degl’Innocenti direttrice del museo Archeologico nazionale

taranto_mercoledì-del-marta_medicina-nell-antichita_locandina

Locandina dell’incontro on line “Tra medicina e archeologia. Nuove ricerche a Hierapolis di Frigia”

“Tra medicina ed archeologia. Nuove ricerche a Hierapolis di Frigia” è il titolo dell’appuntamento on-line di mercoledì 3 novembre 2021, alle 18, nell’ambito della rassegna dei “Mercoledì del MArTA”. A relazionare in diretta on line sui canali YouTube e Facebook del Museo, sarà Grazia Semeraro, ordinario di Archeologia classica dell’università del Salento e direttrice della Missione Archeologica Italiana a Hierapolis di Frigia in Turchia, introdotta dalla direttrice del MArTA, Eva Degl’Innocenti.  

Il teatro romano di Hierapolis di Frigia in Turchia (foto marta)
grazia-semeraro

Grazia Semeraro (università del Salento)

“Cosa sappiamo sui modi in cui nell’antichità si affrontavano le malattie? Cosa ci può dire l’archeologia sui sistemi di cura ed in particolare sui farmaci?”, dice la prof.ssa Grazia Semeraro. “L’intervento si focalizzerà su questi temi attraverso un aggiornamento relativo alle ricerche interdisciplinari condotte in una delle grandi città romane dell’Asia Minore, Hierapolis di Frigia, dove la Missione Archeologica Italiana guidata dall’Università del Salento ha appena terminato i lavori della campagna di scavo 2021. Il tema della cura della salute è presente in molti aspetti della documentazione archeologica di Hierapolis, dall’epigrafia alle pratiche rituali messe in evidenza dalla ricerca nei luoghi di culto della città romana e bizantina. Di notevole interesse sono le innovative ricerche su una classe di oggetti che, grazie al contributo delle analisi chimiche, risultano essere impiegati per il commercio di balsami ed unguenti per uso farmacologico, prodotti in Asia Minore ed ampiamente distribuiti su scala mediterranea.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA” appuntamento on line con l’archeologo Paolo Gull (Università del Salento) su “Convenzione di Faro: una sfida fra locale e globale”, introdotto da Eva Degl’Innocenti direttrice del museo Archeologico nazionale

La locandina dell’incontro on line “Convenzione di Faro: una sfida tra locale e globale”

A quasi un anno dalla ratifica italiana della “Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società”, stipulata nella città portoghese di Faro il 27 ottobre del 2005, se ne torna a discutere in un luogo come il museo Archeologico nazionale di Taranto che dei processi partecipati ha fatto una sua mission. Appuntamento il 27 ottobre 2021, alle 18, nell’ambito dei “Mercoledì del MArTA”, con la relazione del prof. Paolo Gull, professore associato di Metodologia e tecnica della ricerca archeologica dell’università del Salento, su “Convenzione di Faro: una sfida fra locale e globale” che si terrà on-line, in diretta sui canali YouTube e Facebook del MArTA. “La Convenzione di Faro”, chiarisce la direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti, che curerà l’introduzione dell’appuntamento, “stabilisce un concetto chiave per il patrimonio culturale di un paese perché incoraggia a riconoscere che gli oggetti e i luoghi sono importanti per i significati e gli usi che le persone attribuiscono loro e per i valori che rappresentano. Essa offre una struttura per coinvolgere la società civile nei processi decisionali e di gestione relativi al contesto del patrimonio culturale”.

Il ricostruito ponte vecchio di Mostar in Bosnia-Erzegovina (foto MArTa)
paolo-gull

Paolo Gull (università del Salento)

La “convenzione” venne approvata nel 2005 nella città portoghese di Faro con l’intenzione di fare della cultura uno strumento di pace in linea di pensiero con le Convenzioni UNESCO del 2003 sulla protezione del patrimonio culturale immateriale e la promozione della diversità delle espressioni culturali. Il retroterra storico è rappresentato dalla guerra combattuta tra i paesi dell’ex Jugoslavia dal 1991 al 2001, durante la quale ricchezze del patrimonio culturale, come il ponte di Mostar o la Biblioteca di Sarajevo, vennero distrutte, in quanto simbolo della storia e dell’identità dell’etnia da debellare. E il prof. Gull: “La Convenzione quadro sul valore del patrimonio culturale per la società (Faro 2005) contiene numerosi concetti innovativi che hanno avuto però, nel nostro Paese, un’accoglienza contrastata. Tali principi sono in realtà profondamente radicati nei presupposti teorici e metodologici delle nostre discipline e pongono una serie di problemi rispetto alla gestione tradizionale dei beni culturali italiani (e non solo) che vanno affrontati, pena la perdita di contatto tra il patrimonio culturale e la società civile. Tuttavia, fare propri i principi della convenzione non può ridursi ad una loro accettazione acritica perché questi vanno a definire una nuova frontiera di sollecitazioni ponendo questioni inedite in cui la dimensione locale e territoriale del patrimonio culturale si confronta con lo scenario globale disegnato dal mondo del XXI secolo”.

Premio Francovich 2021. La commissione ha scelto i sei musei-siti da votare. Ecco l’elenco e le modalità di voto

A Tourisma 2020 la delegazione di Sant’Eulalia e la commissione Sami del premio Francovich (foto Graziano Tavan)
francovich-riccardo

Riccardo Francovich, l’iniziatore dell’archeologia medievale in Italia: a lui è dedicato il premio Sami

Sono aperte le votazioni per il Premio Francovich 2021. La Società degli Archeologi Medievisti Italiani (SAMI) ha bandito la IX edizione del premio intitolato alla memoria dell’archeologo medievista Riccardo Francovich (1946 – 2007), conferito al museo o parco archeologico italiano che, a giudizio dei partecipanti alla votazione, rappresenta la migliore sintesi fra rigore dei contenuti ed efficacia nella comunicazione. La Commissione Giudicatrice, presieduta da Paul Arthur (presidente SAMI, professore di Archeologia medievale, università del Salento), composta da Eva Degl’Innocenti (direttrice museo Archeologico nazionale di Taranto – MArTA), Francesca Morandini (musei Civici d’Arte e Storia di Brescia – Fondazione Brescia Musei), Fabio Pagano (direttore parco archeologico dei Campi Flegrei – MIC), Piero Pruneti (direttore Archeologia Viva), Giuliano Volpe (professore di Metodologia della ricerca archeologica, università di Bari), Anna Maria Visser (professore di Museologia, università di Ferrara). La Commissione ha selezionato i seguenti sei musei-siti: chiesa inferiore di San Sepolcro a Milano; Castel Lagopesole, Potenza; museo di Classe a Ravenna; parco rupestre “Lama D’Antico” – Fasano (Br); museo dell’Opera del Duomo di Pisa; museo medievale di Montalbano Elicona, Messina. È possibile votare una sola volta (fornendo un massimo di 2 preferenze). Votazioni aperte sino al 12 settembre 2021. La premiazione avverrà durante il prossimo “tourismA” (17-19 dicembre 2021): la foto del post si riferisce alla passata edizione. Leggi e vota: http://archeologiamedievale.unisi.it/…/premio-riccardo… 

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, nuovo appuntamento con il progetto FISH. & C.H.I.P.S. Conferenza on line su “Le vie del commercio marittimo” con Rita Auriemma (università del Salento) e Giacomo Disantarosa (università di Bari)

Quali erano le rotte commerciali, cosa si trasportava e quali erano i collegamenti con le aree del mar Mediterraneo? Sarà ancora il mare il protagonista dell’appuntamento con “I mercoledì del MArTA” previsto nell’ambito del progetto FISH. & C.H.I.P.S. il 14 luglio 2021. La prof.ssa Rita Auriemma dell’università del Salento e il professore Giacomo Disantarosa dell’università “Aldo Moro” di Bari parleranno de “Le vie del commercio marittimo”. La conferenza on line sarà introdotta dalla direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti. L’appuntamento è alle 18 di mercoledì 14 luglio 2021 in diretta sui canali Facebook e YouTube del MArTA.

Un’anfora conservata al museo Archeologico nazionale di Taranto (foto MArTa)
auriemma-rita_unisalento

La professoressa Rita Auriemma dell’università del Salento

Giacomo-Disantarosa

Giacomo Disantarosa dell’università “Aldo Moro” di Bari

“Tra le principali funzioni che il porto di Taranto dovette svolgere nel mondo antico vi erano quelle della sosta, del riparo e dello svolgimento del carico/scarico delle merci trasportate all’interno delle imbarcazioni”, dice il prof. Giacomo Disantarosa. “Le anfore erano i contenitori da trasporto per eccellenza e spesso costituivano il carico delle navi che approdavano a Taranto. Rappresentano per questo una delle tracce meglio interrogabili per poter ricostruire la rete delle mobilità e delle connessioni marittime, dei circuiti commerciali e delle esigenze delle comunità locali legate al consumo di derrate alimentari. Da una prima ricostruzione delle attestazioni delle anfore nei contesti di scavo urbano, oltre che dai siti subacquei, è possibile ottenere dettagli della storia economica dell’insediamento urbano di Taranto relativi ad un lungo periodo di ca. 19 secoli, che va dall’età arcaica fino a quella medievale, e che consente di tracciare il mercato del consumo delle derrate alimentari importate e insieme accertare l’attività ricettiva del porto”.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con Katia Mannino e Maria Margherita (università del Salento) su “Il Teatro Romano di Lecce tra vecchi scavi e nuove ricerche” introdotto da Eva Degl’Innocenti direttrice del museo Archeologico nazionale con l’intervento della soprintendente Barbara Davidde Petriaggi

Locandina dell’incontro dei “Mercoledì del MArTA” con Katia Mannino e Maria Margherita (università del Salento) su “Il Teatro Romano di Lecce tra vecchi scavi e nuove ricerche”

Incastonato nel cuore del centro storico di Lecce, il teatro romano costituisce – insieme con l’anfiteatro – la testimonianza più rappresentativa dell’antica Lupiae. Dell’edificio, messo in luce tra la fine degli anni Venti e il 1940, si conservano le parti ricavate nel banco roccioso (settore inferiore della cavea, orchestra, aditus orientale, palcoscenico) e il ricchissimo complesso di statue e rilievi di marmo che decoravano l’edificio scenico. Sarà “Il Teatro Romano di Lecce tra vecchi scavi e nuove ricerche” il primo appuntamento di maggio con i “Mercoledì del MArTA”. La conferenza con la prof.ssa Katia Mannino (università del Salento) e la dott.ssa Maria Margherita Manco (università del Salento), introdotte dalla direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva degl’Innocenti, e con l’ intervento di Barbara Davidde Petriaggi, soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo, si svolgerà il 5 maggio 2021, alle 18, in diretta live sui canali Facebook e YouTube del MArTA.

Il teatro romano di Lecce (foto MArTa)
katia-mannino_unisalento

L’archeologa Katia Mannino (università del Salento)

A Katia Mannino e Maria Margherita dell’università del Salento saranno affidati i resoconti dei recenti studi condotti proprio dall’università salentina che a partire dagli anni Novanta hanno chiarito quale fosse l’immagine dell’edificio in età imperiale quando gli spettatori, affollando le gradinate per assistere agli spettacoli, ammiravano i capolavori della scultura antica che trasformavano la fronte scena in uno straordinario museo all’aperto. I risultati prodotti dall’analisi sia dei vecchi scavi e dei dati d’archivio sia delle indagini archeologiche sviluppate dalla soprintendenza nel periodo 1998-2002 consentono oggi di cogliere appieno il significato e l’importanza che il teatro di Lupiae rivestiva nella città romana come luogo, per eccellenza, del consenso imperiale.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con Rita Auriemma (Università del Salento) su “Trasporti pesanti. Le vie liquide del marmo e della pietra” introdotta da Eva Degl’Innocenti e Barbara Davidde. Con Italo Spada (Cetma) presentazione dell’app interattiva “Nave delle colonne di Porto Cesareo: il viaggio incompiuto”

Locandina dell’incontro dei “Mercoledì al MArTa” con Rita Auriemma sulle vie liquide del marmo e della pietra

Numerosi relitti sulle coste pugliesi, calabre e siciliane attestano l’esistenza di una “via del marmo” diretta principalmente a Roma, ma anche l’Adriatico restituisce carichi analoghi, destinati ai programmi monumentali, e non solo, delle città prossime alle sue rive. Il 14 aprile 2021 nell’ambito dei “Mercoledì del MArTA”, incontro on line dal museo Archeologico nazionale di Taranto con la professoressa Rita Auriemma (università del Salento) che darà vita a un racconto avvincente “Trasporti pesanti. Le vie liquide del marmo e della pietra”. Introdurranno i lavori la direttrice del museo di Taranto, Eva Degl’Innocenti, e Barbara Davidde Petriaggi, soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo. Vi sarà anche la presentazione dell’app immersiva e interattiva sulla “Nave delle colonne di Porto Cesareo: il viaggio incompiuto” a cura di Rita Auriemma e Italo Spada. L’appuntamento è mercoledì 14 aprile 2021, alle 18, in diretta sui canali Facebook e YouTube del MArTA.

La Nave delle Colonne di Porto Cesareo (Lecce) (foto MArTa)
auriemma-rita_unisalento

La professoressa Rita Auriemma dell’università del Salento

Il mare di Puglia conserva evidenze archeologiche sia lungo le sue coste, che sott’acqua. Ne sono validi esempi gli antichi luoghi di culto e le ville che sorgono sui litorali, ma anche i reperti che per secoli sono stati accolti dalle acque cristalline dello Ionio. È il segno di quel ponte, istmo tra Oriente e Occidente, che la regione del tacco d’Italia da sempre rappresenta. “Il relitto di Porto Cesareo racconta la storia di un tragico naufragio a largo delle coste del Salento ionico di una nave proveniente dall’Egeo tra il II e III sec. d.C. e quella di un prosperoso e prezioso commercio di marmi”, spiega Rita Auriemma. “Il mare è la via più adatta ai “trasporti pesanti”, come pietre e marmi per l’edilizia, l’arredo, la statuaria, le sepolture. Sebbene fosse praticato anche in età più antica, il commercio dei marmi, sia grezzi (semplici blocchi di cava), sia semilavorati o ultimati (colonne, capitelli, sarcofagi, lastre di rivestimento, statue, vasche, bacini, ecc.), assume in età romana, soprattutto imperiale, dimensioni considerevoli: fin dal I sec. d.C. si riscontra un’organizzazione statale per la raccolta e l’uso del marmo, che faceva capo all’imperatore. Le imbarcazioni impiegate per questi trasporti speciali (naves lapidariae) raggiungevano portate eccezionali; la nave che aveva trasportato dall’Egitto l’obelisco per il circo Vaticano (alto 26 metri, attualmente a piazza S. Pietro) fu affondata e riempita di calcestruzzo per creare le fondazioni del Faro del porto ostiense di Claudio. Da Assuan, sempre in Egitto, l’imperatore dalmata Diocleziano aveva fatto venire le colonne di granito rosso che decoravano il suo palazzo a Spalato, vanto dell’Adriatico”.

italo-spada_cetma

Italo Spada del consorzio Cetma

Nel corso della conferenza di mercoledì 14 aprile 2021, Rita Auriemma con l’ausilio di Italo Spada (Area Manager per il gruppo di ricerca di Produzioni Virtuali e Design della Comunicazione della Divisione di Disegno Industriale del Consorzio CETMA) presenterà anche l’app interattiva, realizzata per raccontare in maniera immersiva e coinvolgente l’ultimo viaggio delle colonne di Porto Cesareo.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con Flavia Frisone, dell’università del Salento, sulla storia del colosso di Eracle: “Un eroe per la Magna Grecia. Eracle, Taranto e la politica dell’immagine”

Locandina dell’incontro dei “Mercoledì al MArTa” con Flavia Frisone sulla storia del colosso di Eracle

Storia del colosso di Eracle e di una identità da ritrovare: è il tema affrontato il 31 marzo 2021 per l’ultimo appuntamento di marzo dei “Mercoledì del MArTa”. Alle 18, sul canale YouTube e sulla pagina Facebook del museo Archeologico nazionale di Taranto la prof.ssa Flavia Frisone, dell’università del Salento, introdotta dalla direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti, parlerà di “Un eroe per la Magna Grecia. Eracle, Taranto e la politica dell’immagine”. “La conferenza”, anticipa la direttrice Eva Degl’Innocenti, “permetterà di mettere in luce i processi socio-culturali e geo-politici della costruzione identitaria della città di Taranto in diverse fasi della sua storia”.

Testa di Eracle conservata al museo Archeologico nazionale di Taranto (foto MArTa)
flavia-frisone

La prof.ssa Flavia Frisone dell’università del Salento

I leoni di San Marco a Venezia, il Colosseo a Roma, o l’Arena a Verona, ma anche la statua della libertà a New York e l’Opera House di Sidney. Da sempre le città vengono riconosciute soprattutto grazie ai simboli iconici espressi attraverso la statuaria o l’architettura. Accadde anche a Taranto, che – va ricordato – tra IV e III sec. a.C. è stata la capitale culturale del Mediterraneo occidentale: ebbene, nel IV a.C. i tarantini commissionarono proprio ad uno dei più grandi maestri di arte statuaria, Lisippo, la grande statua in bronzo di Eracle, alta circa 5 metri e posizionata sull’acropoli. L’Eracle bronzeo fu per tanto tempo il simbolo di una città che seppe raggiungere splendore e potenza, fino alla definitiva conquista da parte dei Romani con il generale Quinto Fabio Massimo: con la caduta sotto i Romani, Taranto fu spogliata anche di numerosi monumenti e ricchezze. Fu proprio in quegli anni che la statua dell’eroe, simbolo e immagine della potenza tarantina, finì per adornare l’area del Campidoglio, prima di arrivare con le crociate a Costantinopoli ed essere rifusa. “Seguiremo le testimonianze di quella che costituisce una vera e propria costruzione identitaria della città in diverse fasi della sua storia”, spiega Flavia Frisone, “per divenire, attraverso culti, nomi, immagini, una precisa strategia comunicativa e diplomatica che accompagnò l’affermazione di Taranto come città egemone dell’Italia meridionale greca e non greca. Il tema è solo apparentemente erudito e “antiquario” – conclude –. Esso pur parlandoci della specificità di linguaggio delle relazioni politiche e diplomatiche antiche, rivela la modernità di alcuni percorsi storici o, forse, il cuore antico di quelli che oggi chiamiamo processi di globalizzazione”.

Dantedì on line al museo Archeologico nazionale di Taranto: al mattino concerto, al pomeriggio Beatrice Stasi parlerà de “Il vate e i vaticini: su Inferno XX” sul rapporto tra il Sommo Poeta e il mito di Anfiarao

taranto_marta_dantedì_locandinaAl museo Archeologico nazionale di Taranto tutto pronto per l’incontro con Dante. Anche il museo Archeologico nazionale di Taranto celebra il 700.mo anniversario della morte di Dante Alighieri con la ricorrenza del DanteDì del 25 marzo 2021. Per l’occasione, nella giornata celebrativa istituita nel 2020 dal MiBACT, i versi di Dante Alighieri incontrano i miti e le storie, raccontate all’interno del museo Archeologico nazionale di Taranto. “Non c’è un reperto riferito direttamente a Dante”, dice Eva Degl’Innocenti, direttrice del MArTA, “ma c’è di più. C’è il richiamo alla storia che il sommo poeta amava tanto, la stessa che ispirò i suoi versi, e che crea un collegamento straordinario tra la sua scrittura e le nostre collezioni”. Così il MArTA sceglie gli Inferi per celebrare il padre della lingua italiana, ma anche l’uomo e lo studioso che raccontò meglio le virtù e le debolezze degli umani nella sua Divina Commedia.

Il monumentale cratere a mascheroni a figure rosse attribuito al Pittore di Dario restituito nel 2009 dal Cleveland Museum of Art (foto MArTa)

“Tra Dante e il Museo si staglia la figura di Anfiarao, l’indovino di Argo che tentò inutilmente di opporsi alla spedizione dei Sette contro Tebe perché ne aveva previsto l’insuccesso”, spiega la direttrice. “Dante lo incontra nel Canto XX dove tratta di indovini, sortilegi e incantatori. Ma Anfiarao è anche al centro della Sala IX al primo piano del museo Archeologico nazionale di Taranto, in uno dei capolavori assoluti della ceramografia apula: ovvero il monumentale cratere a mascheroni a figure rosse attribuito al Pittore di Dario databile intorno al 330 a.C. Dante racconta, anche grazie alle informazioni assunte dalla Tebaide di Stazio, dell’arrivo all’Inferno al cospetto del giudice Minosse di Anfiarao. Il cratere, rientrato in Italia nel 2009 grazie a una restituzione del Cleveland Museum of Art, è invece la fotografia della sua partenza. Qui il mitico guerriero e indovino indossa l’armatura, impugna la lancia e lo scudo e sale sulla quadriga che lo porterà alla guerra, ma anche alla morte. L’inizio e la fine di una storia che Dante stigmatizzerà ponendo proprio l’indovino di Argo, tra coloro che sono costretti per contrappasso a guardare solo indietro “perché volse veder troppo davante” (v. 37). Due capolavori saranno in correlazione – specifica la direttrice del museo, Eva Degl’Innocenti – fornendo alle celebrazioni dantesche anche un ulteriore elemento di approfondimento e rarità narrativa”.

La locandina dell’incontro al MArTA per il Dantedì su “Il vate e i vaticini: su Inferno XX” con Beatrice Stasi

Sotto gli hashtag ufficiali #DanteDì e #IoLeggoDante, nella giornata del 25 marzo 2021, a partire dalle 11 del mattino e fino alla serata, il museo Archeologico nazionale di Taranto predispone una programmazione di eventi digitali che lo stesso MiBACT a livello nazionale ha voluto riconoscere. La mattina alle 11 in diretta dal primo piano del Museo, e sui canali Facebook e YouTube del MArTA, ci sarà un breve omaggio musicale ispirato alla figura e ai versi di Dante offerto dalle giovani musiciste del Conservatorio “Giovanni Paisiello” di Taranto, Giovanna Delfino (chitarra), Gabriella Caroli (flauto) e Flora Contursi (voce). Alle 18 sarà la volta, invece, dell’approfondimento che vuole mettere in evidenza possibili ambiguità e complicazioni del giudizio dantesco, che condanna agli Inferi chi ha la pretesa di profetizzare il futuro, oggetto della conferenza della professoressa Beatrice Stasi, docente di letteratura italiana all’università del Salento che  parlerà de “Il vate e i vaticini: su Inferno XX”. La relazione si terrà nella sala conferenze del Museo. La conferenza sarà trasmessa in diretta sul canale Facebook e YouTube del museo Archeologico nazionale di Taranto.

Templari. L’arcivescovo di Tarragona consente l’esame del Dna di Guillem de Torroja: sarà la prova decisiva per provare che nel sarcofago di San Fermo a Verona ci sono le spoglie del fratello, Arnau de Torroja, Maestro Generale dell’Ordine del Tempio morto nel 1184 a Verona. Finora le ricerche scientifiche multidisciplinari hanno fornito indizi che portano tutti ad Arnau: i risultati presentati in anteprima in un convegno a Verona

Il sarcofago di San Fermo a Verona sorvegliato dall’associazione Templari cattolici d’Italia (foto Graziano Tavan)

La cattedrale di Tarragona dove è conservato il sarcofago di Guillem de Torroja (foto Graziano Tavan)

Mauro Giorgio Ferretti, Magister Templi dell’associazione Templari cattolici d’Italia (foto Graziano Tavan)

Martedì 24 aprile 2018 per l’associazione Templari cattolici d’Italia è una data storica: gli esperti hanno avuto il permesso a procedere al prelievo di un campione osseo dalle spoglie di Guillem de Torroja, conservate da novecento anni in un sepolcro nella cattedrale di Tarragona, da inviare all’Harward Medical School di Boston per l’estrazione del Dna, dove già è stato sequenziato il campione dell’individuo conservato nel sarcofago ritrovato a San Fermo di Verona. L’arcivescovo di Tarragona ha infatti finalmente consentito, dopo alcune domande respinte, all’operazione che nelle speranze del Magister Mauro Giorgio Ferretti, presidente dei Templari cattolici d’Italia, dovrebbe essere la prova decisiva per affermare che nel sarcofago, da lui scoperto più di tre anni fa negli spazi dell’ex sala capitolare benedettina della chiesa di San Fermo a Verona, ci sono proprio i resti del Maestro Generale dell’Ordine del Tempio, Arnau de Torroja, morto proprio a Verona nel 1184 dove, in una delicata missione diplomatica con il Patriarca di Gerusalemme e il Maestro Generale degli Ospitalieri, avrebbe dovuto incontrare papa Lucio III e l’imperatore Federico Barbarossa e convincerli a mandare più aiuti in Terrasanta accerchiata dalle truppe di Saladino, condottiero e sultano, che solo tre anni dopo avrebbe assediato e conquistato Gerusalemme portando al collasso il regno crociato. “Ormai non ci speravo più. Ora per fortuna il clima è cambiato”, ammette mons. Fiorenzo Facchini, antropologo, professore emerito dell’università di Bologna, presidente del Coordinamento scientifico per le Ricerche sugli Ordini militari-religiosi, che dal giorno della scoperta del sarcofago ha seguito il complesso e ambizioso progetto di ricerche multisciplinari per accertare, con i migliori esperti internazionali ognuno del proprio settore, a chi appartenesse veramente quel singolare sarcofago di San Fermo. E sono stati proprio questi studi, con il loro rigore storico-scientifico, i cui risultati sono stati presentati sabato 21 aprile 2018 a Verona nel convegno storico-scientifico “Il sarcofago ritrovato a Verona e i Templari” a convincere le autorità ecclesiastiche catalane a dare l’assenso al prelievo di un campione osseo dalle spoglie di Guillem de Torroja (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/04/20/templari-il-magister-ferretti-ricorda-la-scoperta-del-sarcofago-di-san-fermo-la-figura-di-arnau-de-torroja-e-anticipa-le-linee-del-convegno-storico-scientifico-di-verona-ce-l/).

L’antropologo mons. Fiorenzo Facchini al convegno di Verona (foto Graziano Tavan)

“Una notizia bomba! La scoperta di Verona è una notizia bomba”: mons. Facchini, alla tavola rotonda che ha chiuso il convegno, si lascia andare, superando la proverbiale sobrietà e prudenza dello scienziato antropologo. “Ora aspetto fiducioso. Ma è certo che se finora tutti gli studi effettuati, con metodi diversi e discipline diverse, ci hanno fornito indizi che portano tutti a confermare che quella sia la tomba di Arnau de Torroja, è evidente che il Dna di un fratello, Guillem, arcidiacono di Urgell, vescovo di Barcellona e arcivescovo di Tarragona, dove morì nel 1171, darebbe una certezza al 100 per cento. Quindi tra qualche mese speriamo di poter dire al mondo che Verona conserva la tomba di un Maestro Generale, il nono dei 23 che si sono succeduti nei 183 anni di vita dell’ordine templare. E questa sarebbe l’unica sopravvissuta alla damnatio memoriae e giunta fino a noi attraverso i secoli”. È lo stesso Facchini a riassumere gli indizi che portano ad Arnau de Torroja:  innanzitutto i documenti storici, che confermano come Arnau sia morto proprio a Verona nel 1184; ci sono poi i dati archeologici che spiegano che quel sarcofago presenta scolpita la croce templare e ha restituito frammenti di stoffe pregiate: tutti elementi che ci portano alla presenza di un personaggio di rango dell’Ordine del Tempio; le analisi antropologiche fanno luce sull’inumato: un uomo di età adulta avanzata dalle caratteristiche mediterranee; mentre le analisi genetiche non solo hanno ribadito che si tratta di un individuo di sesso maschile ma che presenta somiglianze genomiche con i Catalani; infine, la datazione calibrata dei reperti con il radiocarbonio C14 restituisce un arco di tempo compatibile tra il 1020 e il 1220 d.C. E allora vediamo meglio le diverse ricerche presentate a Verona.

Una raffigurazione di Arnau de Torroja, Maestro generale dell’Ordine del Tempio (foto Graziano Tavan)

La Catalogna nel XII secolo con l’indicazione di Solsona, Torroja e Barcellona (foto Graziano Tavan)

Arnau de Torroja, soldato, religioso, templare, amministratore e diplomatico. È Giampiero Bagni, archeologo e storico della Nottingham Trent University, a tratteggiare la figura del catalano, la sua carriera rapidissima, fino alla sua morte a Verona a 66 anni. “Arnau de Torroja”, racconta Bagni, “nasce a Solsona da una famiglia di signori locali nel 1118. La famiglia si era già messa in luce fin dal 990 grazie al suo avo Mirò, valoroso cavaliere alla corte del conte di Urgell. Siano in piena Reconquista, quando i cavalieri spagnoli erano impegnati sul fronte iberico contro i musulmani. La famiglia prese il nome di Torroja con la conquista del vicino omonimo castello da parte del nonno di Arnau alla fine dell’XI secolo. Mentre il papà di Arnau, Bernat Ecard de Torroja ampliò i possedimenti entrando nell’entourage del conte di Barcellona. Quando morì nel 1143 lasciò cinque figli, quattro dei quali sarebbero arrivati alla piena età adulta con carriere importanti: Berenguer fu signore di Torroja,  Guillem fu arcivescovo di Tarragona, e Pietro vescovo di Saragozza”. Prima Bernat e poi i suoi figli fecero cospicue donazioni all’Ordine del Tempio, situazione che facilitò di sicuro la carriera di Arnau che, dopo aver partecipato fin dal 1133 alle campagne di Reconquista,  nel 1166, dopo solo quattro anni dalla sua entrata nell’Ordine, divenne Maestro di Catalogna e Provenza, e rimase tale fino al 1180 quando divenne Maestro generale, alla morte di Oddone di Saint-Amand, nelle carceri di Saladino, Maestro generale del Tempio catturato in battaglia l’anno prima. “Serviva uno stratega e fu scelto Arnau, nonostante non si trovasse in Terrasanta, non fosse francese, fosse anziano, e infine fosse più un diplomatico che un condottiero”.

Il prof. Giampiero Bagni mostra la chiesa templare di San Vitale a Verona, in un cabreo del 1698 (foto Graziano Tavan)

La sua instancabile attività diplomatica porta Arnau  all’ambasceria del 1184 per cercare nuovi aiuti per gli Stati crociati, un’ambasceria – per l’epoca – ai massimi livelli: con il Maestro generale del Tempio c’erano infatti il Patriarca di Gerusalemme e il Maestro generale degli Ospitalieri. I tre salparono dalla Terrasanta nel giugno 1184. Ma siamo sicuri che Arnau arrivò vivo a Verona? Bagni ha trovato riscontri nei documenti di archivio. “Baldovino IV, re di Gerusalemme, rimasto in Terrasanta perché molto malato, segue con attenzione l’evolversi della missione diplomatica”, spiega Bagni, “e in una sua lettera si felicita per il buon esito del viaggio in mare e dell’arrivo dei tre a Brindisi, da dove proseguono via terra fino a Verona. I documenti parlano invece di due delegati solo nel tragitto verso Parigi e Londra”. Quindi Arnau arrivò a Verona e dagli studi di Ligato sappiamo che incontrò il papa Lucio III (che sarebbe morto anche lui a Verona l’anno dopo, nel 1185: sepolto in cattedrale), meno certo è invece l’incontro con l’imperatore Barbarossa. Il 30 settembre 1184, come registra l’obituario di Reims, Arnau morì a Verona. Dove poteva essere sepolto un Maestro generale dei Templari? “Sappiamo”, continua Bagni, “che la chiesa dei Templari era San Vitale nell’Oltreadige, la quale alla soppressione dell’Ordine nel 1314 passò agli Ospitalieri”. Ma perché la tomba a San Fermo? Una risposta l’ha data Loredana Imperio, presidente Larti – Libera associazione dei ricercatori templari italiani: “Di certo San Fermo, che apparteneva ai benedettini, aveva rapporti stretti con i templari: la chiesa sorgeva in riva all’Adige, fuori dalle mura, quindi soggetta a scorrerie. Niente di più probabile che i templari, che erano vicinissimi, sull’altra sponda del fiume, fornissero la difesa armata ai monaci di San Fermo. Non stupisce quindi che, alla soppressione dell’Ordine, al passaggio dei beni agli Ospitalieri qualcosa – come la tomba del Maestro generale – sia stato portato a San Fermo. È anche vero che alcuni documenti farebbero pensare che nel 1184 i templari non fossero in pieno possesso della chiesa di San Vitale, coinvolta in controversie ancora aperte con i canonici della cattedrale. In questo caso San Fermo potrebbe essere stata scelta perché su di essa ci sarebbe stato uno jus patronatus dei templari”.

Croce patente con ardiglione tipica dei cavalieri dell’Ordine del Tempio (foto Graziano Tavan)

Croce templare dipinta nella chiesa di Santa Maria di Norbello (Oristano) (foto Graziano Tavan)

Il sarcofago di San Fermo, in pietra locale molto friabile delle colline veronesi, reca iscrizioni ormai illeggibili, ma presenta sui lati corti, meglio conservati, una bella croce patente (o croix pattèe, ovvero la croce a bracci uguali che si allargano nella parte esterna) con puntale (ardiglione), tipica dei templari. Lo studio è stato approfondito da Sergio Sammarco, responsabile del Centro italiano di Documentazione sull’Ordine del Tempio alla biblioteca statale di Casamari. “Sappiamo che nei secoli sono stati usati diversi tipi di croce, a iniziare da quella greca”, precisa Sammarco, “ma sono pochi i casi in cui possiamo associare queste croci con cavalieri templari, e tutti presentano l’ardiglione, come  a Verona, che potrebbe ricordare la spada del cavaliere”. La croce con ardiglione la troviamo rappresentata nei sigilli dei capitani templari di Aquitania. Ma la troviamo anche nella chiesa di Tempio di Ormelle in provincia di Treviso, realizzata dai templari nel XII secolo lungo la via per Oderzo. “Qui sono rappresentate alcune croci templari, purtroppo mal conservate”, continua lo studioso, ma in due si vede molto bene l’ardiglione”. E non possiamo dimenticare la chiesa di Santa Maria di Norbello, in provincia di Oristano: ci sono ben dieci croci con ardiglione. “Il sarcofago di San Fermo presenta una croce patente greca in cui è ben visibile l’ardiglione. È evidente che non è una prova decisiva, ma è un indizio importante”.

Schema delle analisi sul colore delle fibre del tessuto A presentato dal prof. Arobba (foto Graziano Tavan)

Stoffe pregiate degne di un personaggio di rango Sul fondo del sarcofago sono stati trovati due piccoli frammenti di tessuto affidati a uno dei massimi esperti, il prof. Daniele Arobba, direttore del museo Archeologico del Finale a Finale Ligure Borgo, in provincia di Savona. Il frammento A misura 32 x 60 millimetri, in buono stato di conservazione, presenta la cimosa su un bordo, i fili di trama sono colorati, i fili di ordito sono ritorti e doppi (reps di ordito). La manifattura con un’armatura a tela, prevede un telaio speciale a 4 licci, di solito usato da artigiani esperti. “Il risultato è un tessuto leggero, ma resistente”, spiega Arobba. “Le analisi hanno rivelato che si tratta di fili di seta, quindi filati che nel XII secolo erano riservati a tessuti di pregio, e i fili della trama sono colorati. Alcuni di questi fili colorati, che oggi a noi sembrano di un verde scuro, in origine erano blu intenso, un colore che nel Medioevo era difficile da ottenere, ricavato dalle cosiddette piante da blu come l’indaco. Quindi era un colore distinguente per chi lo portava, ed era su un tessuto pregiato”. Più piccolo il frammento B: 14 x 30 millimetri, in discreto stato di conservazione, senza cimosa, e con colore uniforme. Il filo è sempre di seta, con un’armatura a tela semplice, telaio a due licci, che danno un tessuto molto coprente. “Il tessuto A risulta molto vissuto, quindi potrebbe essere stato un vessillo usato come sudario nella sepoltura di un uomo di rango del XII secolo. Anche questo è un indizio che ci porta ad Arnau”.

Le ossa dei tre individui inumati nel sarcofago ritrovato a San Fermo di Verona (foto Graziano Tavan)

Ma cosa c’era dentro il sarcofago? L’ispezione è stata fatta dal prof. Bagni, con l’antropologo mons. Facchini e archeologa medievista Paola Porta, e all’interno sono stati trovati i resti di tre inumati, tumulati uno sopra l’altro in momenti successivi, segno di un probabile riutilizzo del sarcofago. “Abbiamo provveduto a studiarli e datarli”, interviene Bagni: “si tratta di un uomo anziano (sul fondo del sarcofago) inumato per primo, di una donna dell’inizi del Trecento e, al di sopra, di un giovane uomo del Quattrocento. Il campione dell’uomo anziano, che si riteneva appartenente alla sepoltura più antica, sottoposto a datazione col radiocarbonio C14 nel Centro di datazione e diagnostica dell’università del Salento, diretto dal prof. Lucio Calcagnile, è risultato databile tra il 1020 e il 1220 d.C., con la maggiore percentuale di risultanza tra il 1140 e il 1190: una datazione compatibile con la morte di Arnau”.

L’antropologa Maria Elena Pedrosi (Foto Graziano Tavan)

Schema delle ossa appartenute all’uomo anziano (foto Graziano Tavan)

“Le ossa recuperate dell’uomo anziano hanno permesso di ricostruire gran parte dello scheletro, con le parti più importanti come cranio, bacino e ossa lunghe”, illustra Maria Elena Pedrosi, antropologa dell’università di Bologna. “Lo studio delle ossa del cranio e del bacino ha stabilito che si tratta di un individuo di sesso maschile di un’età avanzata tra i 50 e i 60 anni. Doveva essere alto tra 160 e 170 e centimetri, e dallo studio paleopatologico si può affermare che soffrisse di dolori alla schiena e di dolori ai denti”. E mons. Facchini: “Le analisi genetiche hanno trovato il cromosoma Y confermano che si tratta di un uomo, il cui genoma somiglia più a quello dei catalani che non degli italiani. Quindi nuovi indizi sempre più stringenti sulla figura di Arnau. Ora non ci resta che aspettare il confronto con il Dna del fratello”.