Via Egnazia e gli itinerari storici culturali: parte dallo Iuav di Venezia un progetto internazionale di riqualificazione della importante strada consolare romana tra Durazzo e Costantinopoli. Convegno e mostra

Albania, Macedonia, Grecia, Turchia: le bandiere dei quattro Paesi attraversati oggi dalla Via Egnatia
Oggi per percorrerla in tutta la sua interezza si dovrebbero attraversare quattro Paesi: Albania Grecia Macedonia e Turchia. Ma nel 146 a.C. quando fu voluta da Gaio Ignazio, proconsole di Macedonia, la Via Egnazia, che da Epidamnos-Dyrrachium (l’odierna Durazzo in Albania) arrivava fino alla foce del fiume Evros (l’odierno Maritsa) nel mar Egeo era una potente asse di penetrazione nei Balcani delle legioni romane, asse che in periodo imperiale fu allungata fino a Costantinopoli creando così, grazie alla via Appia, un collegamento diretto con Roma. La funzione e il percorso della Via Egnatia è oggi ricalcata, anche se leggermente più a sud nella parte iniziale rispetto alla strada storica, dall’autostrada Egnatia Odos, un progetto iniziato nel 1990 e completato nel 2009: va dal porto di Igoumenitsa alla frontiera tra Grecia e Turchia passando per le regioni greche dell’Epiro, della Macedonia e della Tracia, per una lunghezza complessiva di 670 km.
A lanciare un progetto di riqualificazione della storica Via Egnatia ci ha pensato lo Iuav di Venezia promuovendo in laguna, nell’ambito dell’iniziativa “Vent’anni di cammini storici 1999/2019” a cura dell’associazione culturale FuoriVia (Ex LaboratorioFrancigena), mercoledì 10 maggio 2017, alle 9, nell’Aula Magna Tolentini (Santa Croce 191 Venezia) il primo convegno internazionale “Via Egnatia and Historical Cultural Routes: Bridges Between Europe and the Mediterranean” con i rappresentanti di municipalità, istituzioni culturali, universitari ed esperti. E il giorno dopo, giovedì 11 maggio, alle 12 nel chiostro dei Tolentini, viene inaugurata la mostra “Back and Forth: Camino de Santiago, Via Francigena, Via Egnatia”. “Back and Forth” è un’esposizione rivolta al passato e insieme al futuro: da una parte ripercorre la lunga esperienza del Laboratorio di Ecologia della Città e del Paesaggio “I cammini storici” dell’Università Iuav di Venezia, iniziato nel 1999 sul Cammino di Santiago e proseguito fino al 2014 lungo la Via Francigena e la Via Appia; dall’altra presenta il progetto di riqualificazione della Via Egnatia, e vede la partecipazione di enti e istituzioni dei territori interessati dal percorso. Un’occasione per condividere l’esperienza costruita dal Laboratorio, con gli oltre 1000 studenti coinvolti negli anni, e investirla nel nuovo progetto Via Egnatia. La mostra resterà visibile fino al 9 giugno 2017.

L’associazione culturale FuoriVia con l’università Iuav di Venezia ha iniziato l’esplorazione della Via Egnatia
Nel 2015 FuoriVia e l’università Iuav di Venezia hanno iniziato l’esplorazione della Via Egnatia, proponendosi di percorrere a piedi nell’arco di cinque anni i 1100 km che dividono Durazzo e Istanbul attraverso l’Albania, FYR Macedonia, Grecia e Turchia. Via Egnatia (2015-2019) rappresenta la fase intermedia di un progetto di ricerca a lungo termine iniziato molti anni fa. Ogni estate, infatti, a partire dal 2000, lo Iuav ha avviato un laboratorio itinerante a piedi lungo gli itinerari culturali storici in Europa e nella regione del Mediterraneo. In questi anni il progetto ha coperto il Camino de Santiago (2000-2006) e da Roma a Canterbury lungo la Via Francigena (2007-2012), prima di seguire la via Appia da Roma a Brindisi (2013-2014).
L’obiettivo principale della prima conferenza internazionale “Via Egnatia e itinerari culturali storici: un ponte tra l’Europa e il Mediterraneo” è quello di creare un dialogo tra i diversi attori e istituzioni interessate alla rigenerazione della Via Egnatia. Durante la conferenza si discuterà con esperti, rappresentanti locali e ricercatori sull’importanza del recupero della Via Egnatia. Prendendo in esame le analoghe esperienze europee verrà analizzato il progetto Via Egnatia per la riqualificazione del percorso come già successo per altri itinerari culturali, Cammino di Santiago e la Via Francigena. La conferenza vuole essere dunque un punto di partenza per costruire un dialogo e di una efficace collaborazione con le università, le istituzioni culturali, le amministrazioni locali e nazionali, associazioni e comunità locali lungo la strada.
A Karkemish, città-stato ittita al confine tra Turchia e Siria, torna a risuonare al voce di Sargon II zittita da Nabucodonosor II. La missione italo-turca guidata da Nicolò Marchetti dell’università di Bologna ha scoperto in fondo a un pozzo tre tavolette del grande re assiro fatte sparire dal sovrano babilonese

Un leone in marcia scolpito su un ortostato della città-stato ittita di Karkemish, al confine tra Turchia e Siria
Nabucodonosor II lo sapeva. La conquista di Karkemish, la potente città in posizione strategica tra l’Anatolia ittita e la Mesopotamia assira, non sarebbe bastata a cancellare il ricordo del grande re assiro Sargon II (721-705 a.C.) che più di cento anni prima, sul finire dell’VIII sec. a.C., aveva costruito un impero in Vicino Oriente, nella Mezzaluna Fertile, conquistando Samaria, Damasco, Gaza e, nel 717, anche Karkemish, città-stato ittita che sorgeva sul corso dell’Eufrate, dove oggi corre il confine tra Siria e Turchia. Lo spettro di Sargon aleggiava ancora. Le sue parole sembravano ancora vive nella memoria della gente. Lui che sintetizzava così la sua vita: “Io sono Sargon, re forte, re di Akkad. Mia madre era una sacerdotessa; mio padre non lo conosco; era uno di quelli che abitano le montagne. Il mio paese è Azupiranu sull’Eufrate. La sacerdotessa mia madre mi concepì e mi generò in segreto; mi depose in un paniere di giunco, chiuse il coperchio con del bitume, mi affidò al fiume che non mi sommerse. I flutti mi trascinarono e mi portarono da Aqqui, l’addetto a raccogliere acqua. Aqqui, immergendo il suo secchio, mi raccolse. Aqqui, l’addetto a raccogliere l’acqua, mi adottò come figlio e mi allevò. Aqqui, l’addetto a raccogliere l’acqua, mi fece suo giardiniere. Durante il periodo in cui ero giardiniere la dea Ishtar mi amò. Per… anni io fui re”. Quella voce doveva essere spenta. Così Nabucodonosor fece distruggere tutti i documenti di Sargon affidandoli all’oblio del tempo. Fino all’arrivo degli archeologi. E la voce di Sargon è tornata a risuonare.

Una delle tavolette di argilla con testi in cuneiforme celebrativi di Sargon II trovata dalla missione archeologica dell’università di Bologna a Karkemish
Tre preziosi frammenti di tavolette d’argilla, che riportano incisi in caratteri cuneiformi gli scritti del sovrano assiro Sargon II, sono stati scoperti in fondo a un pozzo (a 14 metri di profondità), nel sito di Karkemish, dalla missione archeologica italo-turca avviata nel 2011 dall’università di Bologna insieme agli atenei turchi di Gaziantep e Istanbul. Le tavolette furono gettate in fondo a un pozzo su ordine del re babilonese Nabucodonosor II, per essere per sempre dimenticate. Scrive Sargon: “Ho costruito, aperto nuovi corsi d’acqua, incrementato la produzione di grano, rinforzato le porte con cerniere di bronzo, allargato i granai, costituito un esercito con 50 carri, 200 cavalli, tremila fanti. E ho reso il popolo felice, fiducioso in se stesso”.

La mappa del sito archeologico di Karkemish studiato dalla missione archeologica italo-turca guidata dall’università di Bologna
Spesso paragonata a città gloriose come Troia, Ur, Gerusalemme, Petra e Babilonia, Karkemish è stato un centro di straordinaria importanza. Abitato almeno dal VI millennio a.C., a partire dal 2300 acquista un ruolo centrale nella regione e diviene contesa da ittiti, assiri e babilonesi. Solo con l’impero romano inizia il suo declino, che termina nell’Alto Medioevo, attorno al X secolo, quando la città viene definitivamente abbandonata e dimenticata. Ricompare solo alla fine dell’800. Fu allora che una serie di campagne esplorative promosse dal British Museum (ci lavorò anche Lawrence d’Arabia) riportarono per la prima volta alla luce le tracce del suo grande passato. Un’opera di riscoperta che oggi è passata nelle mani dell’Alma Mater, con un progetto di scavo guidato dal prof. Nicolò Marchetti che, al suo quinto anno di attività, è finito – letteralmente – in fondo a un pozzo. Per riemergere con le parole ritrovate del re Sargon II.
“Tre frammenti di tavolette d’argilla”, ricorda Marchetti, “che riportano incisi in caratteri cuneiformi gli scritti del sovrano assiro. Frasi autocelebrative, che esaltano le vittorie militari e le misure a favore della popolazione. Frasi che, proprio per il loro carattere propagandistico, furono fatte sparire, gettate in fondo a un pozzo su ordine di Nabucodonosor II, il re babilonese che nel 605, dopo un lungo assedio, strappò Karkemish al controllo assiro. Cancellare le tracce e i simboli del nemico sconfitto è una pratica che attraversa tutta la storia dell’umanità e che ancora oggi, purtroppo, viene praticata”.

Il pozzo di Karkemish in fondo al quale sono stati trovati i frammenti di tre tavolette con testi celebrativi di Sargon
Il pozzo è stato rinvenuto dalla missione italo-turca nell’area dove un tempo sorgeva il palazzo di re Katuwa, costruito attorno al 900 a.C. e ampliato e modificato da Sargon II. Gli archeologi dell’Alma Mater si sono calati nella stretta imboccatura, scendendo fino a 14 metri sotto al livello del suolo. Lì, sul fondo, è stata trovata una fitta serie di oggetti e utensili di ambito amministrativo, letterario e decorativo: gettoni d’argilla (tokens) per la contabilità, recipienti di bronzo e di pietra, un’armatura di ferro e i tre frammenti di tavolette d’argilla con le parole di Sargon II. Oltre al pozzo, i lavori della missione archeologica dell’Alma Mater hanno portato alla luce anche tre ortostati, lastre di pietra con funzioni sia di sostegno che decorative, in ottime condizioni. In uno è rappresentato un leone in marcia, mentre nelle altre due sono incisi un toro alato e un dio-ibex alato, con un volto umano. Quest’ultimo, in particolare, rappresenta un caso unico nel campo dell’arte neo-ittita. Puliti e restaurati, gli ortostati sono stati lasciati nell’area del palazzo di re Katuwa, ed è stato inoltre completata la rilevazione digitale ad alta precisione della mappa dell’antica città. Tutti interventi che puntano a far nascere un parco archeologico che possa attirare turisti e visitatori a Karkemish, coinvolgendoli in un’esperienza immersiva tra storia e attualità.
Scoperto in fondo al mare nel Canale di Sicilia un monolito di 9500 anni fa: svela capacità e conoscenze dei cacciatori-raccogliori che vivevano nell’arcipelago di Pantelleria, sommerso alla fine della glaciazione
I segreti dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori dell’età della pietra sono sepolti in fondo al mare: lì dove oggi c’è il Canale di Sicilia, 10mila anni fa – quando il livello delle acque era più basso di 40 metri – pullulava la vita sulle molte isole tra Pantelleria e la Sicilia, abitate da uomini che – diversamente dal pensare comune – erano già tecnologicamente avanzati. Solo teorie? Ora qualcosa in più dopo l’eccezionale scoperta di un monolito di 12 metri di lunghezza, con chiare tracce di lavorazione umana, adagiato sul fondo del mare a circa 40 metri di profondità e a 60 chilometri dalla costa, dove si trova il banco di Pantelleria vecchia, una delle isole (ora sommersa) che costituivano un antico arcipelago oggi identificato nel Plateau Avventura. Il monolito è stato trovato dai sub nella zona del Canale di Sicilia grazie agli indizi raccolti dai geologi dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs) di Trieste. La scoperta di questo grosso blocco di pietra lavorato, che presenta fori regolari su alcuni dei suoi lati e un foro che lo attraversa per intero in una sua estremità, testimonia la presenza di antiche popolazioni in questo lembo del Mediterraneo, circa 9500 anni fa, quando il livello globale del mare era più basso di oltre 40 metri. Il sito identificato nel Canale di Sicilia è uno dei siti sommersi più antichi finora conosciuti, di età Mesolitica, coevo alle strutture di Göbekli Tepe in Turchia, il primo esempio noto di tempio in pietra, e di diversi millenni anteriore ad esempio a Stonhenge.

Il monolito è stato trovato grazie agli indizi raccolti dai geologi dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs) di Trieste
I dati, recentemente pubblicati sul Journal of Archaeological Science: Reports, dimostrano che già nel Mesolitico erano abitate alcune isole che, sino a circa 9mila anni fa, punteggiavano l’odierno settore nord-occidentale del Canale di Sicilia. L’arcipelago, che un tempo si estendeva tra le coste della Sicilia e l’Isola di Pantelleria, fu progressivamente inghiottito dall’innalzamento del mare seguito allo scioglimento della calotta di ghiaccio che copriva buona parte dell’odierna Europa settentrionale, durante l’Ultimo Massimo Glaciale (circa 18mila anni fa). “La scoperta di questo sito sommerso nel Canale di Sicilia”, spiegano gli archeologi, “consente di espandere in modo significativo le nostre conoscenze sulle prime civiltà nel Bacino del Mediterraneo e in materia di innovazione tecnologica e di sviluppo conseguiti dagli abitanti mesolitici.
Grazie agli studi guidati dall’Ogs, con la collaborazione dell’università di Tel Aviv, dell’Arma dei Carabinieri e di un gruppo di sub professionisti della Global Underwater Explorers, è stato possibile ricostruire la storia del suo insediamento umano. “Attraverso l’analisi dei dati raccolti (batimetria ad alta risoluzione, campionamenti, osservazioni fotografiche e video) e il confronto con l’andamento della variazione del livello del mare, abbiamo potuto ricostruire la storia dell’abbandono di questo sito, avvenuta intorno a 9500 anni fa”, spiega Emanuele Lodolo, ricercatore dell’Ogs e coordinatore dello studio. “Le prime osservazioni risalgono alle attività di ricerca nel Canale di Sicilia che abbiamo iniziato nel 2009 con la nave Ogs-Explora, ma solo oggi siamo riusciti a ricostruire la storia di questo sito archeologico”. Il monolite scoperto ha richiesto taglio, estrazione, trasporto e installazione che rivelano importanti competenze tecniche e ingegneristiche, tali da dover abbandonare la convinzione che i nostri antenati non avessero le conoscenze, l’abilità e la tecnologia per sfruttare le risorse naturali e fare traversate marittime. Le recenti scoperte di archeologia sommersa hanno definitivamente eliminato il concetto di “primitivismo tecnologico” spesso attribuito ai cacciatori-raccoglitori delle zone costiere.
“Una vasta documentazione archeologica dei primi insediamenti umani è ancora sepolta nelle aree di mare basso delle nostre piattaforme continentali, che erano emerse durante l’ultimo massimo glaciale. Quasi tutto ciò che sappiamo delle culture preistoriche deriva principalmente dagli studi condotti sugli insediamenti a terra”, conclude Lodolo. “Per trovare le radici della civiltà nella regione del Mediterraneo, è necessario concentrare la ricerca nelle aree di mare basso ora sommerse: questa sarà la sfida della moderna archeologia”.
È morta Halet Cambel, “la Signora degli Ittiti”: prima archeologo donna turco, scoprì Karatepe
È morta “la Signora degli Ittiti”. Halet Cambel, l’archeologa turca cui si deve la scoperta di importanti testimonianze del regno degli Ittiti, si è spenta nei giorni scorsi a Istanbul all’età di 97 anni. Halet era nata a Berlino nel 1916, terzogenita di Hasan Cemil Cambel l’addetto militare turco per la Germania e un buon amico di Atatürk, e di Remziye Cambel, figlia dell’ex Gran Visir e all’epoca ambasciatore turco a Berlino, Ibrahim Hakki Pasha. In Turchia sarebbe tornata solo dopo la fondazione della Repubblica turca. E proprio la vicinanza del padre con Atatürk avrebbe modellato anche la famiglia della Cambel: Halet diventerà una donna cosmopolita, poliglotta e tollerante.
“Tutto è cominciato durante un soggiorno in Francia”, racconta nelle sue memorie, “avrei dovuto tornare a Istanbul, ma poi sono stata chiamata a Budapest per partecipare ai giochi di Berlino”: Halet Cambel è stata infatti anche la prima schermitrice turca, che alle Olimpiadi di Berlino del 1936 rappresentò la Turchia. Dopo i Giochi, Halet Cambel dedicò tutta la sua vita alla carriera accademica. Alla Sorbona di Parigi studiò archeologia e lingue del Vicino Oriente (ittita, assiro, ebraico), all’epoca in Turchia quasi monopolio degli studiosi tedeschi. Tornata in Turchia, sposò Nail Cakirhan noto poeta di sei anni più vecchio di lei, con il quale avrebbe trascorso 70 anni della sua vita. Cominciò a lavorare come assistente alla facoltà di Lettere di Istanbul dove nel 1940 conseguì il dottorato. “Mi sarebbe piaciuto avere più tempo”, racconta sempre Halet. “Dall’università sono passata direttamente alla vita professionale. Mi è mancato il tempo per fare qualcosa di diverso”.
Halet Cambel è senza dubbio il più noto archeologo turco, oltre a essere stata il primo archeologo donna del Paese di Ataturk. Ha decifrato decine di iscrizioni ittite e ha diretto numerosi scavi diventando la massima specialista mondiale di ittitologia, che le hanno fatto guadagnare il soprannome di “signora degli Ittiti”. Insieme all’archeologo tedesco Helmuth Bossert dal 1947 diresse lo scavo di Karatepe, nel territorio di Adana (Turchia) ai confini della Cilicia orientale. Karatepe (la “Collina nera”, in turco) ha restituito le rovine dell’antica Azatiwataya, cittadella di frontiera del regno tardoittita di Adana, sorta a controllo di una via carovaniera.
Il sito conserva le rovine di un insediamento fortificato poligonale datato al IX-VIII secolo a.C., caratterizzato da una possente cinta muraria e due monumentali porte decorate con rilievi e iscrizioni. L’importanza di Karatepe sta proprio nelle sue iscrizioni. All’inizio degli scavi è stato scoperto un lungo testo fenicio. È stato scoperto che le porte presentavano versioni dello stesso testo in caratteri fenici e in geroglifici ittiti. Confrontando le due iscrizioni, gli archeologi hanno potuto comprendere meglio la scrittura e la lingua ittita. Secondo il testo di queste iscrizioni, il fondatore e governatore della città era Asitawandas, re dei Danuniani, vassallo di Awarikus di Adana. Asitawandas dichiarava di discendere dalla “casa di Mopso”, che secondo la mitologia greca sarebbe un indovino al seguito della spedizione degli Argonauti e avrebbe fondato – tra l’altro – in Cilicia la città di Mopsuestia (moderna Misis), distrutta dagli Assiri nel 700 a.C.
Negli anni Sessanta l’archeologa si batté per la conservazione in loco dei reperti, impedendo il loro trasferimento in museo come invece voleva il governo turco. Ad aiutarla fu proprio il marito Nail Cakirhan che negli anni ’50 l’aveva raggiunta a Karatepe. I manufatti scavati avevano infatti bisogno di un ampio spazio coperto, dove poter essere restaurati, protetti ed esposti. Il progetto, disegnato da Turgut Cansever venne consegnato a Nail Cakirhan che realizzò il primo museo turco all’aperto. Mentre per il marito lavorare su Karatepe significò una sfida e l’inizio di una nuova carriera di architetto di successo, per Halet quello scavo sarebbe diventato l’opera della sua vita. Oggi un nuovo edificio del museo è stato costruito accanto al museo a cielo aperto originale, a maggiore protezione dei manufatti più delicati.
Mezzo secolo di lavoro e di scavo sono stati condensati nel libro “Karatepe-Aslantas” che Halet Cambel ha scritto a quattro mani con un giovane collega Asli Ozizyar non solo documentando la scoperta e la conservazione delle porte monumentali con la realizzazione del museo a cielo aperto, ma inserendo anche un catalogo completo e commentato di tutte le sculture e rilievi, insieme ai risultati delle ricerche iconografiche sulle figure e scene rappresentate. “Senza dubbio questo volume è una delle più importanti pubblicazioni nel campo della ricerca sul tardo ittita”, assicurano gli archeologi.































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