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Forlì. La mostra ”Ulisse. L’arte e il mito” è candidata alla settima edizione del Global Fine Art Awards (GFAA) in competizione con le esposizioni di British, Paul Getty, Metropolitan. A una settimana dalla chiusura ripercorriamo il viaggio di Ulisse dall’Odissea ai nostri giorni

La presentazione delle mostre in nomination nella sezione “Best ancient” del premio GFAA con “Ulisse. L’arte e il mito” di Forlì

La mostra ”Ulisse. L’arte e il mito” è candidata alla settima edizione del Global Fine Art Awards (GFAA). L’annuncio della nomination è arrivato nella serata del 18 ottobre 2020 in diretta Facebook da Parigi e New York, durante la quale sono stati presentati i 118 eventi artistici selezionati in rappresentanza di 6 continenti, 31 paesi e 68 città di tutto il mondo (vedi il video dell’annuncio https://www.facebook.com/watch/?v=790005045109144). L’esposizione forlivese, allestita fino al 31 ottobre 2020 ai musei San Domenico di Forlì, a cura della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, è stata nominata nella categoria ”Best Ancient”, al pari del British Museum di Londra (“Troy: Myth and reality”), del J. Paul Getty Museum di Los Angeles (“Mesopotamia: Civilization Begins”), del Metropolitan Museum di New York (“Crossroads”), del Museu d’Arqueologia de Catalunya di Barcellona (“Art primer. Artistes de la prehistoria”) e del Louvre di Abu Dhabi (“Furusiyya: The Art of Chivalry between East and West”), anch’essi in corsa per la stessa sezione. Il Global Fine Art Awards è il concorso internazionale d’arte che dal 2014 premia le mostre e le rassegne culturali più innovative e rilevanti dell’anno, attraverso una giuria internazionale di curatori e storici dell’arte. Il principio e l’obiettivo del programma GFAA è quello di sviluppare interesse e passione per le belle arti e di promuoverne il ruolo educativo nella società.

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La locandina della mostra “Ulisse. L’arte e il mito” a Forlì dal 19 maggio al 31 ottobre 2020

Ancora una settimana per visitare la mostra “Ulisse. L’arte e il mito” che chiude il 31 ottobre 2020 (e data la grande affluenza di pubblico, l’ultimo giorno la mostra sarà visitabile fino alle 23). Per chi non ce la farà ad andare a Forlì, e per chi – pur avendola vista – vuole ripercorrerla idealmente, ecco una piccola visita guidata nelle diverse sezioni in cui si articola l’esposizione forlivese: un grande viaggio dell’arte, non solo nell’arte. Una grande storia che gli artisti hanno raccontato in meravigliose opere. La mostra narra un itinerario senza precedenti, attraverso capolavori di ogni tempo: dall’antichità al Novecento, dal Medioevo al Rinascimento, dal naturalismo al neo-classicismo, dal Romanticismo al Simbolismo, fino alla Film art contemporanea. Il protagonista dell’Odissea è il più antico e il più moderno personaggio della letteratura occidentale. Egli getta un’ombra lunga sull’immaginario dell’uomo, in ogni tempo. L’arte ne ha espresso e reinterpretato costantemente il mito. Raccontare di Ulisse ha significato raccontare di sé, da ogni riva del tempo e raccontarlo utilizzando i propri alfabeti simbolici, la propria forma artistica, attribuendogli il significato del momento storico e del proprio sistema di valori.

Sezione: L’antefatto. Il Concilio degli dei. Troia è distrutta. Dopo dieci anni di guerra si cantano i nòstoi (i ritorni) degli eroi greci superstiti. Ogni re, ogni principe salpa con i suoi soldati verso il ritorno. L’Odissea è l’unico poema del ciclo dei ritorni che rimane. E conserva al suo interno le tracce di altri racconti. Nestore racconta a Telemaco, giunto a Pilo alla ricerca di notizie del padre, da dieci anni disperso, degli eroi cui gli dei e la guerra negarono il ritorno. Giacciono sulla piana di Troia Achille, Aiace, Patroclo, Antiloco. Felice ritorno hanno fatto Idomeneo, Filottete, Neottolemo (figlio di Achille), Menelao con Elena, sua sposa. Tragico il ritorno di Agamennone, ucciso nella casa da Clitennestra, sua sposa, e dal rivale Egisto. Di Ulisse (Odisseo) non si sa. La sua fama di distruttore di Troia è giunta ovunque. Egli è ripartito. È disperso. “Un dolce ritorno tu cerchi, glorioso Odisseo; amaro invece te lo farà un Dio”. Così gli ha profetizzato l’indovino Tiresia nell’Ade. Dopo l’ultimo naufragio, perduti tutti i compagni, Ulisse è da lungo tempo nell’isola di Ogigia, trattenuto dall’amore della ninfa Calipso. Atena, al Concilio degli dei, implora Zeus di farlo tornare, poiché il suo cuore piange il ritorno e la casa. Del Concilio degli dei si dice due volte nell’Odissea, all’avvio del libro primo e del quinto. Il dibattito attiene in primo luogo alla questio se sia lecito attribuire agli dei il destino nefasto degli uomini o se essi, protagonisti fondamentali del loro destino, non attribuiscano alla volontà degli dei una sventura colpevole. L’esempio è quello della sorte di Agamennone. Ma Atena solleva la causa di Ulisse e del suo ritorno. In quella terra incognita che è il mito si incontrano uomini e dei.

Il Concilio degli dei, oggi al castello di Praga, realizzato da Rubens per i Gonzaga, apre la mostra “Ulisse. L’arte e il mito” (foto Graziano Tavan)

L’arte si è occupata fin dall’antico del tema, sia in riferimento all’episodio omerico, sia come illustrazione delle principali divinità dell’Olimpo. L’occasione della mostra forlivese ha così consentito di mostrare alcuni capolavori tra le sculture dell’antichità: dall’Atena partenopea (copia romana da un originale greco del V secolo a.C.), raffigurata con l’elmo in testa e l’egida sul petto con gorgoneion centrale; alla Venere di Venafro; al Marte e alla Demetra in marmo nero (oggi agli Uffizi), copia romana di stupenda fattura di età imperiale; alla Era dei Capitolini; alla Venere callipigia del museo Archeologico di Napoli. E di particolare pregio è il Dodekatheon. Si tratta di un’ara circolare raffigurante le dodici divinità racchiuse tra due kymation. L’opera del I sec. a.C. è derivata da un originale di Prassitele. Dialoga con queste opere dell’antico la grande tela, realizzata da Rubens nei primi anni del soggiorno mantovano, presso la corte di Vincenzo I Gonzaga (oggi al castello di Praga). Rubens rielabora il Concilio degli dei dipinto da Raffaello sulla volta della loggia di Psiche a villa Farnesina.

Sezione: la nave e il viaggio. I Greci furono dei grandi viaggiatori, tutta la loro vita è proiettata sul mare, e Ulisse nell’immaginario collettivo di tradizione umanistica, incarna il viaggiatore per eccellenza. La sua peregrinazione è tutta sul mare. Quando lascia l’isola di Calipso lo fa su una zattera che costruisce lui stesso. E naviga seguendo in mare le vie indicategli dagli astri. Le fonti storiche e archeologiche per la ricostruzione degli aspetti e delle conquiste compiute dall’ars nautica nell’antichità non sono poche; e tuttavia, il loro reperimento è privo di sistematicità. Non disponendo per la nautica antica di un trattato tecnico al pari di quelli per l’agricoltura (Varrone e Columella) e per l’architettura (Vitruvio). I relitti – una parte irrisoria rispetto alle imbarcazioni realizzate – ne sono la fonte privilegiata. La Sicilia, per la sua posizione privilegiata, fu partecipe sin dalla preistoria delle principali rotte che attraversano il Mediterraneo. Le fonti letterarie, a partire da Omero, tramandano di figure mitologiche che segnano le tappe di questi primi viaggi pioneristici nel continente nesiotico siceliota: dai ciclopi ai Lestrigoni, a Eracle, a Minosse in cerca della reggia di Cocalo sulle tracce di Dedalo…

La nave greca arcaica di Gela, eccezionale reperto, tra i più antichi, qui in mostra per la prima volta grazie alla generosa collaborazione della Regione Siciliana, attesta sia l’intensità politico- commerciale dei rapporti, sia la qualità tecnica di realizzazione di una imbarcazione di 17 metri. Se i relitti rinvenuti nelle acque di Lilibeo (la nave punica e quella romana di Marausa di cui in mostra sono esposti i rostra), Camarina e Gela forniscono puntuali indicazioni circa i carichi e, quindi, i commerci e le rotte e la vita di bordo.

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Omero tipo “cieco ellenistico”, busto del II sec. d.C., conservato ai musei Capitolini di Roma (foto Graziano Tavan)

Sezione: Omero e l’elaborazione del mito nell’antichità. Sin dal primo verso dell’Odissea Ulisse è definito polytropos, cioè versatile. La sua figura sfugge a quella ristretta casistica di virtù guerriere nella quale sono incasellati tutti gli eroi greci venuti a combattere sotto le mura di Troia. Anche il suo fisico, minuto, ma imponente e largo di spalle, sembra rispecchiare il carattere contraddittorio di un uomo goffo e incerto nell’andare che però “quando faceva uscire dal petto la voce profonda / e le parole come fiocchi di neve d’inverno” (Il., 3, 221-223) non era secondo a nessuno. Ulisse sa essere un guerriero forte sul campo di battaglia, ma al suo carattere sono di gran lunga più congeniali le azioni compiute in notturna insieme a Diomede, come, ad esempio, il ratto del palladio. Il suo ruolo diventa indispensabile solo nel caso di ambasciate, riconciliazioni e mediazioni, occasioni nelle quali all’Ulisse aristocratico si sostituiva l’Ulisse politico che, nell’arte retorica, aveva la sua arma migliore. Se restituire in immagini le gesta di un guerriero è un’impresa relativamente facile, fare lo stesso con un eroe signore degli inganni e dell’arte della parola è assai più complesso. Non fu un caso che la prima impresa del re di Itaca a essere rappresentata nell’arte greca sia stata l’accecamento del ciclope. Seconda, in termini cronologici e di diffusione, fu la fuga di Ulisse e dei compagni legati sotto il vello degli arieti di Polifemo. La produzione ceramica attica a figure nere e rosse del VI e V secolo a.C. dette vita, infatti, a una produzione seriale di vasi ornati con questo motivo. Nella tradizione pittorica arcaica tanto l’episodio del ciclope che quello della fuga dall’antro sono un’azione corale nella quale la figura di Ulisse non è riconoscibile con certezza. Sarà, infatti, solo nella prima metà del V secolo a.C. che comincerà a definirsi un’iconografia di Ulisse costruita con attributi e caratteristiche fisionomiche ricorrenti: un aspetto maturo e barbato, una capigliatura mossa da riccioli, in testa un pileo, il berretto usato dai marinai e viaggiatori, e, come veste, l’exomide, una semplice tunica corta.

Sezione: la ripresa dei modelli antichi e l’eredità romana. La fortuna di Ulisse e del suo mito nella cultura romana coincide con la nascita stessa della letteratura latina. Il primo poema epico latino di cui si abbia notizia certa è infatti l’Odusia di Livio Andronico. Perché, sul finire del III secolo a.C., questo tarantino naturalizzato romano, abbia deciso di realizzare una traduzione d’autore proprio delle vicende di Ulisse, non è semplice spiegarlo. Forse una società come quella romana di quegli anni, in piena espansione commerciale e militare nel Mediterraneo centrale e orientale, era istintivamente propensa a identificarsi con un eroe che quelle terre e quei mari aveva attraversato affrontando ogni genere di pericoli e sfide. Sarà soprattutto l’episodio di Polifemo a suggestionare gli artisti che, forse già in età tardo-ellenistica, dettero vita a un modello figurativo destinato a influenzare profondamente il gusto di età successiva. Ad esempio, nella villa di Sperlonga, buen retiro dell’imperatore Tiberio, l’accecamento del ciclope era parte di una vera e propria antologia in scultura delle imprese di Ulisse, di cui faceva parte il gruppo detto del Pasquino, in questo contesto interpretato come Ulisse con il corpo di Achille, il ratto del palladio e la lotta dell’eroe contro i mostri marini Scilla e Cariddi. Il re di Itaca fu il primo motore di quella concatenazione dei tragici eventi troiani (i fatalia troiana) grazie ai quali Enea fu costretto ad abbandonare la sua patria e a dar inizio a quella stirpe Iulia di cui Tiberio era membro adottivo. Nella figura dell’imperatore sembravano confluire due destini strettamente legati fin dalla notte dei tempi: quello di Ulisse, il cui figlio Telegono avrebbe appunto fondato la città d’origine della gens claudia, e quello di Enea, ai cui discendenti era stato affidato lo scettro di Roma.

Sezione: le sirene del Medioevo. Cosa cantano le sirene? E come sono? Omero non lo dice. Né lo dice, l’altra grande tradizione, quella ebraica, Isaia: “Le sirene e i demoni staranno in Babilonia” (Is 13,21). Per i Greci erano donne-uccello. Donne seducenti con zampe e code d’uccello. Così sono raffigurate nell’antichità. L’analogia con gli uccelli deriva forse dalla melodia del canto. Nella mitologia, esse sono il risultato di una metamorfosi punitiva occorsa alle ninfe, distratte giovani ancelle, che vegliavano su Persefone il giorno che Plutone la rapì. Di certo, da Omero in poi esse cantano la morte. Una precisa menzione delle donne-pesce la troviamo nel Liber monstrorum de diversis generibus, un repertorio mitografico composto tra il VII e l’VIII secolo d.C., forse da Aldelmo di Malmesbury: donne-pesce bellissime che seducono i marinai. Molti bestiari si sono incaricati di tramandarne il mito: dal Physiologus alessandrino del II secolo d.C., a quello latino, appena successivo al Liber monstrorum, al Bestiaire di Gervaise, al Bestiaire d’Amours, fino ai componimenti di Brunetto Latini e Cecco d’Ascoli. Siamo nella visione medievale. Seduzione sessuale e minaccia mortale. Nell’arte romanica sono riprodotte ovunque, dai capitelli delle chiese, ai bassorilievi, ai mosaici, ai sarcofagi. Di solito sono bicaudate. I capelli sciolti, con la doppia coda aperta, alzata ai lati del corpo, in un atteggiamento sensuale. Di quella secolare visione del fantastico e del mostruoso che minaccia gli uomini si fa carico ancora Dante, che nel XIX canto del Purgatorio (vv. 19-24) ne mantiene la simbologia: “‘Io son’, cantava, ‘io son dolce serena / che’ marinai in mezzo mar dismago; / tanto son di piacere a sentir piena! / Io volsi Ulisse del suo cammin vago / al canto mio; e qual meco s’aùsa, / rado sen parte; sì tutto l’appago”.

Sezione: Dante, Inferno – XXVI Canto. Dante, che scrive duemila anni dopo il cosiddetto Omero, non usa direttamente la tradizione greca, ma quella latina (Cicerone, Stazio, Virgilio, Orazio, Ovidio), che a differenza dei post-omerici ha rivalutato le qualità umane di Ulisse. Nel canto XXVI dell’Inferno, Dante può conferire per questo a Ulisse una nuova e diversa centralità. Fino a sovrapporre il suo Ulisse a quello di Omero. Il suo Ulisse non appartiene più al ciclo dei nostoi, dei ritorni da Troia. Egli è semmai una figura aperta al nuovo mondo. Il suo protagonista non è spinto dalla nostalgia del ritorno, né, come l’Enea virgiliano, da una missione; egli è un viandante, spinto dall’ardore “a divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore”, e si lancia “per l’alto mare aperto”, verso il “folle volo”. Storia potente e controversa la versione dantesca di Ulisse, nella quale i due destini (Dante e Ulisse) si incontrano e si sovrappongono, poiché anche la Commedia è un viaggio – che coinvolge la visione cristiana del destino dell’uomo proprio nel confronto con l’etica antica. L’influsso di Dante e del suo Ulisse sull’arte è strettamente legato alla realizzazione dei cicli illustrati (tra manoscritti e prime edizioni a stampa) della Commedia. È inizialmente un interesse testuale, legato al corredo illustrativo, ma col passare del tempo si fa interpretativo. I capolavori illustrativi di Mariotto di Nardo e Guglielmo Giraldi della Biblioteca Apostolica Vaticana, o il Miniatore della Marciana, fino al Dante istoriato e illustrato di Botticelli e poi di Zuccari, segnano un influsso che autonomamente la pittura si incaricherà dapprima di accompagnare e in seguito, soprattutto nell’Ottocento (il vero secolo di Dante nell’arte), di sviluppare autonomamente, facendo vivere i singoli personaggi di storia propria, in una vicenda quasi staccata dal poema dantesco.

Il Trionfo della Castità, dipinto quattrocentesco su tela incollata su tavola, di Liberale da Verona, conservato al museo di Castelvecchio di Verona (foto Graziano Tavan)

Sezione: la visione moralizzata del Quattrocento. Nella vastità degli intrecci culturali e delle stratificazioni simboliche che l’arte e la cultura di ogni tempo hanno legato alla figura iconica di Ulisse, non si potevano non mostrare le narrazioni omeriche dipinte sui cassoni del Quattrocento. Essi appartengono in molta parte ancora al gusto di una letteratura tardo-gotica ed epi-cocortese, assai prossima ai poemi cavallereschi destinati a una fruizione d’evasione, e intenti a celebrare eventi nuziali di ricche famiglie mercantili (si tratta infatti per lo più di cassoni dotali), menzionati dallo stesso Huizinga nel suo Autunno del Medioevo. Se il Medioevo sedimenta nel Cristianesimo quella cultura di imitazione dei modelli classici, quali archetipi già avviati dalla letteratura e dall’arte della tarda latinità pagana, il Quattrocento porta a compimento un percorso integrativo e rinnovativo dei medesimi. Qui le storie di Ulisse, la figura di Penelope, la partenza e il ritorno dalla guerra di Troia, l’attesa fedele della sposa assurgono a modelli di una vicenda che è proposta, a un tempo, come familiare e sociale: la virtù d’amore e le responsabilità civiche, assieme.

Il giudizio di Paride e il Ratto di Elena nei due olii su tavola cinquecenteschi di Lambert Sustris conservati nel Musei Reali di Torino (foto Graziano Tavan)

Sezione: la virtù del Principe. Ulisse e l’ideale rinascimentale. Nella variegata tradizione interpretativa che i secoli hanno costruito intorno alla figura di Ulisse, l’arte nel Cinquecento – confortata dalla ripresa della lettura diretta di Omero, dal riaccostarsi alle fonti latine (Ovidio sopra tutti), dal permanere dell’esegesi dantesca e dalla stagione porfiriana del neoplatonismo – ne riscopre la figura come allegoria morale e politica. La sua odissea è una vasta prova che insegna a evitare il vizio e conduce alla virtù. Se il debito con la letteratura, quella antica e i revival contemporanei, rimane, gli artisti vedono in Ulisse, così come in Ercole, un simbolo affine alla loro arte: quello della faticosa ricerca della verità. La sapienza, la prudenza, l’astuzia vengo assurte a virtù generali, ma sono i tratti ideali della formazione del principe e del suo operare, in una corrispondenza inedita. Francesco I ed Enrico II di Francia, Cosimo de’ Medici, Ercole II d’Este e i Farnese, scienziati come l’Aldrovandi o cardinali come il Poggi: tutti si rispecchiano nel mito di Ulisse. Mitografia classica e mitologizzazione del proprio destino. Le storie di Ulisse divengono veri e propri programmi iconografici nelle realizzazioni di cicli pittorici delle loro dimore.

Laocoonte a confronto nella mostra di Folrì: davanti quello di Vincenzo De Rossi che si ispira al gruppo scultoreo del I sec. d.C. (qui un calco in gesso dell’originale ai Musei Vaticani) ritrovato a Roma nel

All’avvio del secolo, il ritrovamento a Roma (1506) del gruppo del Laocoonte – copia in marmo di un originale ellenistico in bronzo del 140 a.C., voluta da Tiberio prima del 31 d.C., legato al mito di Ulisse e all’inganno del cavallo, alla distruzione di Troia e alla nascita di Roma – rivoluzionerà le forme della scultura e influenzerà profondamente la pittura successiva. Il confronto tra il calco vaticano e l’opera di Vincenzo De Rossi, i disegni di Filippino Lippi e di Parmigianino ci portano a intendere la profondità che in alcuni passaggi storici ha avuto il rapporto tra l’arte e il mito ulissiaco. In questo caso la fortuna iconografica e l’ispirazione formale attraversano i secoli fino a percorrere il Novecento. Ma oltre alla rivoluzione formale che esso innesca (le versioni nuove di Bandinelli e De Rossi, il calco in bronzo di Primaticcio per Fontainebleau), il gruppo vaticano attesta anche il legame diretto col passato, in particolare attraverso i suoi autori – Atanadoro, Agesandro e Polidoro di Rodi –, che furono anche gli autori delle sculture del gruppo di Scilla della grotta di Tiberio a Sperlonga, presente in mostra con il volto di Ulisse.

La sala nella mostra “Ulisse. L’arte e il mito” dedicata al mito di Ulisse nell’arte del Seicento (foto Graziano Tavan)

Sezione: umane passioni e natura ideale nel mito seicentesco. Con il passaggio dal Cinquecento al Seicento e alla temperie barocca l’interesse per i testi omerici crebbe notevolmente, in particolar modo per l’Odissea e i suoi protagonisti. Anche sulla scorta della fortuna della moderna epica cavalleresca dell’Orlando furioso e della Gerusalemme liberata, le trame avvincenti del viaggio di Ulisse tornarono a sollecitare fortemente l’immaginazione degli artisti. Come nella pittura da cavalletto, anche nell’affresco le vicende dell’Odissea trovarono un certo successo. Nella grande decorazione l’atto d’inizio di questa moda rinnovata, al passaggio dal vecchio al nuovo secolo, è rappresentato dagli affreschi del camerino di palazzo Farnese a Roma, realizzati da Annibale Carracci tra 1595 e 1597 per volere del cardinale Odoardo. Nelle intenzioni di Fulvio Orsini, bibliotecario di casa Farnese artefice del programma iconografico, le due lunette dedicate a Ulisse (al suo incontro con le sirene e con Circe) si intrecciavano al tema di Ercole in una fitta rete di rimandi allegorici che alludevano alle virtù del committente. Sulla scorta dei Carracci e del camerino Farnese le Storie di Ulisse furono affrescate anche in terra emiliana, dal Guercino in casa Pannini a Cento. I temi ulissiaci riscontrarono molta popolarità anche nel mondo fiammingo. Nelle Fiandre fu Pietro Paolo Rubens a inaugurare la mania di Ulisse con una serie di dipinti a soggetto omerico, tra cui l’Ulisse nell’isola dei Feaci. Ripercorrendo la fortuna dell’Odissea nel corso del Seicento si resta però davvero colpiti dalla quantità di opere che hanno trattato la figura di Circe. È come se il secolo delle scienze – il secolo di Galileo – avesse paradossalmente riscoperto il potere avvincente, misterioso e iniziatico del mondo della magia.

Sezione: dei ed eroi. le forme neoclassiche del mito. Il Parnaso, affrescato nel 1761 da Mengs su una volta di villa Albani a Roma, è considerato il manifesto del Neoclassicismo sia per il suo programmatico rigore formale, ispirato all’antico, nell’evidente ripresa dell’Apollo del Belvedere, sia perché la celebrazione delle Muse appare come l’invito a esplorare con un nuovo impegno morale i territori del mito e della storia in polemica con il disimpegno della pittura Rococò. I poemi omerici hanno rappresentato una inesauribile fonte di ispirazione per lo stile, la forza e la nobiltà dei loro contenuti. Ancora prima della diffusione della riforma neoclassica, un artista che la ha anticipata come Batoni ha esaltato, rappresentandone la fuga da Troia, la pietà filiale di Enea che porta in salvo il padre. Rispetto ai tradizionali temi dell’Odissea emergono quelli relativi al recupero dei legami familiari con il ritorno di Ulisse a Itaca. Un grande rilievo assumono le vicende di Telemaco. Rispetto alle peripezie del viaggio, relative a personaggi antagonisti come Circe che viene progressivamente a perdere dell’interesse goduto nei secoli precedenti, prevale il faticoso travaglio anche morale del ritorno a Itaca. Ma a questo punto entra in scena la figura di Penelope, che, individuata come esempio di fedeltà e virtù, diventa la “deuteragonista”. Pure la commovente vicenda della nutrice Euriclea che riconosce il padrone ha conosciuto una certa fortuna. Ma a questo Neoclassicismo sentimentale, basato sull’esaltazione degli affetti familiari attraverso un registro formale caratterizzato dalla grazia, si contrappone quella ricerca del sublime. I personaggi e le vicende dell’Odissea diventano occasione per esplorare i territori dell’irrazionale, specchio di un’umanità tormentata che si interroga sul proprio destino come nell’episodio privilegiato di Ulisse nell’Ade che chiede a Tiresia il suo futuro. Un altro grande interprete del mondo omerico è stato Hayez, quando ha rappresentato l’atroce ed eroica fine di Laocoonte o di Ajace, o quando ha preferito rendere la commozione di Ulisse alla narrazione di Demodoco sulla guerra di Troia.

La Sirena, olio su tela (1900) di John William Waterhouse conservata alla Royal Academy of Arts di LOndra (foto Graziano Tavan)

Sezione: il canto delle sirene. seduzione e morte. Nel mondo simbolista le sirene per metà donna e per metà pesce – una evoluzione dell’originario ibrido donna-uccello della Grecia antica – divennero le figure più popolari di una serie di creature femminili marine (nereidi, ondine, oceanine) in cui l’arretramento verso l’elemento acquatico rispondeva al nostalgico desiderio di una simbiosi totale tra l’uomo, liberato dalle costrizioni borghesi, e una natura rigeneratrice e immemorabile, ancorata ai miti semplici delle origini. Era poi nell’acqua, in cui Freud avrebbe visto una metafora dell’inconscio, che l’estetica simbolista individuava l’elemento in cui potevano concentrarsi traslati allegorici profondi, in bilico tra la vita e la morte. C’è un altro aspetto da considerare. Svincolate dalle trame narrative del mito, isolate in contesti enigmatici, alle soglie della modernità le sirene pisciformi, ma anche gli altri ibridi marini femminili, si fecero portatrici della multiforme complessità di un nuovo universo femminile in cui coesistevano il desiderio sessuale, la potenza dell’eros, la seduzione ingannevole, l’attrazione e la repulsione, l’elemento materno, la fierezza – talvolta crudele – della donna moderna, in grado di amare con libertà e consapevolezza e di soggiogare l’uomo.

Calypso, marmo del 1853 di Célestin-Anatole Calmels conservato al Musées d’Amiens

Sezione: dal Romanticismo alle inquietudini simboliste. Per quanto riguarda i temi privilegiati dell’Odissea esiste una continuità tra la grande stagione neoclassica e il nuovo clima del Romanticismo che impone in realtà nuove tematiche estranee al patrimonio figurativo e letterario dell’antichità. Per trovare un nuovo naturalismo romantico bisogna confrontarsi con un episodio, già molto rappresentato nel secolo precedente ma ora oggetto di un rinnovato e sempre più vivo interesse, che è il drammatico e commovente riconoscimento di Ulisse da parte della sua vecchia nutrice Euriclea. Un altro ricongiungimento fatale è quello tra Ulisse e Telemaco che ritroviamo tra i temi riproposti sino agli anni ottanta dell’Ottocento dall’École des Beaux-Arts di Parigi per il prestigioso Prix de Rome. Ma gli esiti più convincenti si devono alla scultura, che esalta il fascino di alcuni personaggi come la Calipso di Calmels rappresentata seduta sulla riva del mare, mentre esprime come una sorta di incarnazione romantica della malinconia tutto il suo struggimento per l’abbandono da parte di Ulisse; o che ferma nel bronzo di Grandi il protagonista nella tensione eroica della incipiente vendetta da cui sarà coronato il ritorno a Itaca e compiuto il suo riscatto. Ma nel clima decadente di fine secolo è inevitabile che ritrovi una prepotente attualità la figura di Circe destinata a diventare un tema emblematico della poetica e dell’ideologia del Simbolismo proprio per quanto riguarda la concezione della donna e la sua emancipazione. La Circe di Chalon, evocata in un dipinto che risente del linguaggio visionario e dell’atmosfera senza tempo di Moreau, appare come un idolo crudele e distante capace di annientare ogni volontà con la forza terribile della sua seduzione.

La grotta delle ninfe della tempesta, olio su tela del 1902 di Edward John Poynter conservato all’Hermitage Museum di Norfolk (foto Graziano Tavan)

Sezione: illustrare il mito. La cultura grafica europea a partire dal Neoclassicismo aveva distillato grandi interpreti dei poemi omerici, primo fra tutti John Flaxman le cui illustrazioni, dal contorno quasi cesellato e privo di volume e di profondità, determinarono fra la fine del Settecento e i primi del XIX secolo una rivoluzione dell’incisione e del disegno. La suggestione della tecnica flaxmaniana, senza chiaroscuri, avrà una rapida diffusione in tutta Europa stimolando ulteriori versioni incise dei poemi omerici, specialmente in ambito tedesco, la cui eco è riscontrabile in alcune incisioni del principale protagonista della grafica simbolista europea: Max Klinger. La maggior parte degli artisti europei tra Ottocento e Novecento perseguì però un approccio rabdomantico alle fonti classiche traducendo graficamente la narrazione omerica in una immagine stereotipata della grecità. Tracciando una sorta di geografia iconografica le avventure di Ulisse rivestirono infatti un ruolo relativamente defilato, suscitando una serie di reazioni profondamente individuali basate sull’eco della ricezione di Omero nelle diverse aree nazionali. In area francese emerse, ad esempio, un considerevole caleidoscopio di immagini collegate ad alcune mitiche figure femminili dell’Odissea che ben si adattavano al nuovo ideale di donna e la cui raffigurazione divenne il pretesto per l’identificazione con la femme fatale, sanguinaria e passionale: Circe e le sirene furono le portavoci di un’idea di femminilità ferina, crudele e malvagia, consentendo altresì di permeare i versi omerici di un’aurea di sottile e raffinato erotismo.

Sezione: narrami, o musa. Durante il XX secolo la rivisitazione del personaggio di Ulisse da parte di artisti e intellettuali si sviluppa lungo diverse trame, allineandosi perfettamente con lo spirito irrequieto tempi. Grazie al forte richiamo esercitato dall’ambiente artistico monacense, e alla presenza sul territorio italiano di molti artisti di area germanica, le letture tedesche del mito di Odisseo non faticano a diffondersi tra gli artisti italiani. Sono però i fratelli De Chirico, Giorgio e Alberto Savinio, a rinnovare considerevolmente tali modelli, con numerose opere a tema odisseico, spesso costruite d’après le invenzioni di Arnold Böcklin ma aggiornate sulla loro ricerca stilistica, e caricate di un tono fortemente autobiografico. La continua fascinazione per i personaggi femminili dell’Odissea più oscuri, poi, come Circe o le sirene, testimonia il perdurare dei modelli decadentisti della femme fatale, seducente e distruttiva, a fianco di esempi muliebri più malinconici e lirici, come Nausicaa, allusione all’amore sofferto e non detto. Ulisse sarà eletto a metafora della propria inquietudine esistenziale e artistica da molti artisti durante il Novecento. Nel 1922 l’Ulysses di Joyce fornirà un esempio cardinale di come un grande classico possa essere riformato con un linguaggio stilisticamente nuovo e audace, e calato nella quotidianità più contemporanea. Esiste nel Novecento una cultura, quella che si è riconosciuta sotto le insegne del cosiddetto “ritorno all’ordine”, che non si identifica e anzi rifugge dalle seduzioni della modernità e si proietta in un’antichità nostalgica, dove le antiche Muse e il canto di Omero diventano una guida nel faticoso viaggio dell’uomo contemporaneo, dopo lo smarrimento della Grande Guerra, alla ricerca della propria identità. Le silenziose divinità della pittura metafisica, le Muse inquietanti di De Chirico che si affacciano con i loro paludamenti classici su un palcoscenico in bilico, sullo sfondo delle torri del Castello Estense di Ferrara e delle ciminiere industriali, e la Musa borghese, anch’essa senza volto, di Carrà ci invitano, moderni Ulisse, a un nuovo viaggio di cui non appare ancora la meta. Il suo approdo non può essere che una terra desolata, quella che circonda la Solitudine di Sironi, intenta a fissare un punto lontano, al di là delle mitiche Colonne d’Ercole violate dall’eroe troppo umano, quello che ci appare nella antica testa di Sperlonga, la più iconica delle sue multiformi apparizioni. Lo sguardo che emerge potente dalle orbite incavate e la bocca socchiusa appaiono come una invocazione tremendamente attuale verso un recupero del senso della vita in un momento in cui sembra irrimediabilmente smarrito.

“Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta…”: a Comacchio la mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” in collaborazione con il Mann. Prima parte: dai versi di Omero alla scoperta di Troia, passando per il giudizio di Paride, la bella Elena, l’inascoltata Cassandra e il mito di Telefo

Locandina della mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” a Comacchio fino al 27 ottobre 2019

Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆως οὐλομένην, ἥ μυρί Ἀχαιοῖς ἄλγε’ ἔθηκε… “Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta, che (infiniti) lutti addusse agli Achei…”. Chi non ricorda dai tempi della scuola la traduzione di Vincenzo Monti del proemio dell’Iliade del poeta Omero? Anzi, del “primo poeta” come lui stesso scrive: “Il mio nome è Omero, il primo poeta. Canto la madre di tutte le guerre”. E la madre di tutte le guerre è la guerra di Troia, alla quale è dedicata un’interessante mostra aperta fino al 27 ottobre 2019 a Palazzo Bellini di Comacchio. Curata da Carla Buoite e Lorenzo Zamboni, da un’idea di Paolo Giulierini, Alice Carli e Roberto Cantagalli, la mostra “Troia. La fine della città. La nascita del mito” conferma la collaborazione tra il Comune di Comacchio e il museo Archeologico nazionale di Napoli, offrendo la possibilità di ammirare alcuni capolavori del patrimonio archeologico mondiale. Dopo la mostra “Lettere da Pompei. Archeologia della scrittura”, Palazzo Bellini ospita una nuova esposizione temporanea, ispirata alla più antica opera scritta dell’Occidente: l’Iliade. Sulla scia delle parole di Omero, la mostra “Troia. La fine della città, la nascita del mito” presenta, in una cornice evocativa, sculture, affreschi e vasi figurati originali che raccontano i miti e i personaggi dell’epico scontro. L’esposizione è ulteriormente arricchita da un prezioso reperto della raccolta cumana del museo Archeologico nazionale di Napoli, ora custodito nel suggestivo museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia.

Skyphos calcidese a figure nere, provenienza sconosciuta, 540 a.C. circa. Duello tra Achille (a sinistra) e Memnone (a destra), re degli Etiopi, alla presenza delle rispettive madri, la dea Teti e la dea Aurora. Conservato al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

E allora riprendiamo le parole di Omero prima di addentrarci nel percorso della mostra. “Seguitemi – scrive Omero – tra gli dei e gli eroi di un’epoca remota: vi canterò degli Achei armati di lancia: di Agamennone, crudele signore di popoli, e di suo fratello Menelao, dal grido possente; vi canterò di Achille piè veloce, simile a un dio, splendente nelle sue armi infallibili, e dell’amato Patroclo, guidatore di carri; ecco l’ingegnoso Ulisse, dalla mente fina, tessitore di inganni, e l’aitante Diomede, domatore di cavalli, dalla forza sovrumana; ed ecco i due Aiaci, il gigante Telamonio, e l’empio Oileo. Vi canterò l’eterno scontro con i Troiani, domatori di cavalli: ecco il vecchio re Priamo, nobile cuore, e accanto a lui Ettore, campione di Troia, sterminatore di uomini, dall’elmo lucente; ed ecco Paride, bello come un dio, abile con l’arco, ma dal cuore pavido, e al suo fianco Elena, la più bella delle donne, che ammalia al solo sguardo. Per lei le case bruciano, e le città cadono… Vi canterò di Enea, il figlio di Afrodite, la dea capricciosa le cui promesse d’amore portano gli uomini alla rovina; vi canterò di Cassandra, inascoltata profetessa di sventure, che con occhi dolenti già vede le fiamme lambire le mura di Troia. E nella mischia furibonda ecco scendere dall’Olimpo persino gli dei, schierati a fianco degli eroi: insieme ai Troiani combattono la celeste Afrodite, il saettante Apollo e il sanguinario Ares, mentre Era e Atena, potenti e vendicative, sono favorevoli ai Greci, e per loro Efesto, dio del fuoco, forgia armi invincibili… E al di sopra di tutti il Destino possente, che inesorabile decide le sorti degli uomini…”. I corpi degli eroi sono fredda cenere ormai – intervengono i curatori -, svanita è la memoria degli dei, ma il mito di Troia continua. Ecco la mostra.

Busto in marmo di Omero, Collezione Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Replica antonina (150-174 d.C.) da originale greco del I secolo a.C. (foto Giorgio Albano, Mann)

Omero, chi era veramente? Omero non è il nome di un poeta. È il nome di un collettivo di artisti, di una lunga schiera di aedi e cantori che per secoli hanno tramandato per via orale, arricchendola, un’antica materia epica. Omero, personaggio di cui non sappiamo nulla di certo, fu forse colui che per primo, verso l’VIII secolo a.C., fissò una parte di quel poema, componendo l’Iliade così come è arrivata fino a noi. L’Iliade è un’opera poetica che si ispira a vicende e personaggi risalenti a molti secoli indietro, ai periodi della civiltà micenea e della prima età del Ferro, tra la metà del II e gli inizi del I millennio a.C. Non racconta l’intera guerra di Troia, dalle premesse alla convulsa fine, ma, con una scelta narrativa sorprendente, solo una manciata di eventi che si svolgono nell’ultimo anno di conflitto: si concentra su alcuni episodi cruciali, legati ai principali eroi dei due schieramenti, Achille ed Ettore, e al loro rapporto con l’onore e la vergogna. Da un lato assistiamo al momentaneo ritiro di Achille dallo scacchiere bellico, offeso per un’ingiustizia subita che rischia di costare ai Greci la sconfitta definitiva. Dall’altro seguiamo la sorte tragica di Ettore, baluardo di Troia, ucciso e umiliato da Achille, quando finalmente costui tornerà in battaglia per vendicare la morte dell’amato Patroclo. Oltre all’Iliade, il ciclo troiano è composto da molti altri poemi, in parte oggi perduti, che narrano quello che accadde dopo l’uccisione di Ettore: la morte dello stesso Achille, la caduta di Troia, i viaggi di ritorno degli eroi. Da tremila anni i personaggi omerici continuano a popolare tragedie, poesie, romanzi, fumetti e film, rinnovando, nei secoli, la loro immortalità.

Cratere a figure rosse di produzione campana, da Frignano (Caserta), IV secolo a.C. La nascita di Elena dall’uovo, tra la madre Leda e un perplesso Tindaro, re di Sparta. Conservato al Mann (foto Patrizio Lamagna, Mann)

Tutta colpa della bella Elena… Il giudizio di Paride è a tutti gli effetti il primo concorso di bellezza della storia. Durante la festa di nozze di Peleo e Teti, futuri genitori di Achille, tra i divini convitati scoppia una grande contesa: una mela d’oro con la frase alla più bella rotola tra i piedi di tre invitate d’eccezione, Atena, Era e Afrodite. Subito tutte e tre si sentono chiamate in causa, pretendendo ognuna di essere la più bella. Il giudizio viene demandato ad un mortale, il bel Paride, ancora lontano dagli onori di corte e dal futuro di perdizione che lo attende. Il giovane non è però del tutto imparziale: pesa sulla sua scelta la promessa da parte di Afrodite dell’amore di Elena di Sparta, la cui bellezza era famosa in tutto il mondo. Elena ha tutto quello che rende una donna irresistibile secondo i canoni dell’epoca: bianche braccia, bella chioma, lungo peplo, ed è brava a tessere. La sua nascita ha del divino e prodigioso: dall’unione di Zeus con l’affascinante regina di Sparta, Leda (o secondo altre versioni del mito, con la dea Nemesi), emerse da un uovo, forma perfetta e simbolo di fecondità e rinascita. Icona dell’eterno femminino della cultura occidentale, Elena è in realtà una figura tragica, dotata di un fascino irresistibile, oggetto dei desideri e delle gelosie degli uomini, pedina nelle mani degli dei. La più bella tra le donne viene offerta come premio di un futile gioco tra dee capricciose, e scatenerà, suo malgrado, la crudele guerra, che infiniti lutti addusse agli Achei.

Affresco della Profezia di Cassandra, prima metà del I secolo d.C., da Pompei, Casa della Grata Metallica, Grande Triclinio. Al centro Cassandra, a sinistra, seduto, Priamo, con Paride col pomo della discordia, a destra Ettore, con la lancia. Conservato al Mann (foto Patrizio Lamagna, Mann)

La profetessa inascoltata. “Giungerà qui un’armata di guerra, e navi con le vele al vento riempiranno i lidi…”, scrive Quinto Ennio nel II sec. a.C. nella tragedia “Alexander”. Alle porte di Troia Cassandra, la più bella delle figlie del re Priamo, già vede le fiamme che avvolgeranno le mura della città. Il pomo della discordia, la promessa di Afrodite, l’incontro tra Paride ed Elena, la fuga dei due amanti a Troia, la guerra, la morte di Ettore, lo stratagemma del cavallo, la caduta della città: la triste fanciulla conosce già la sorte di ognuno, ma nessuno le darà credito. A Cassandra Apollo concesse in dono la capacità di vedere il futuro. La giovane non volle però cedere al suo amore, e il dio, offeso, si vendicò, privando di credibilità le sue profezie. Fiera e superba, Cassandra andrà incontro al proprio destino, lontano da Troia, da principessa ridotta a schiava, condannata, fino alla fine, a non essere creduta.

Rilievo neoattico in marmo pentelico, fine del I secolo a.C – inizi del I d.C., da Pompei, Casa del rilievo di Telefo. A sinistra, Achille consulta l’oracolo; a destra, Achille cura la ferita di Telefo. Conservato al Mann (foto Giorgio Albano, Mann)

Telépheion tráuma / La ferita di Telefo. “…così od’io che solea far la lancia / d’Achille e del suo padre esser cagione / prima di trista e poi di buona mancia…” scrive Dante nel Canto XXXI (4-6) dell’Inferno. Telefo, figlio di Eracle, è il sovrano di Misia, regione confinante con il territorio di Troia, e sposo di una delle innumerevoli figlie del re Priamo. I Greci, salpati alla volta di Troia, approdano per sbaglio in Misia, e subito infuria lo scontro. Telefo guida i suoi con successo, ma viene ferito dalla micidiale lancia di Achille, un’arma creata dal centauro Chirone. La ferita è terribile e sembra non guarire mai, lasciando Telefo in preda al tormento. Ancora una volta è una profezia, un oracolo a svelare la soluzione: “Solo chi ha inferto la ferita la potrà curare”. Achille acconsentirà così a guarire Telefo che, grato, indicherà finalmente agli Achei la strada per Troia. Quello di Telefo è un mito secondario nelle vicende della guerra di Troia, ma ne rappresenta una fondamentale premessa. Telefo divenne oggetto di culto eroico nella città di Pergamo, in Misia, e le sue gesta sono raffigurate sul fregio del celebre, omonimo Altare conservato a Berlino.

Heinrich Schliemann con gli scavatori che stanno riportando alla luce l’antica Troia sulla collina di Hisarlik in Turchia

Heinrich Schliemann

Veduta d’insieme delle sale espositive del nuovo museo di Troia (foto dunyabizim.com)

La scoperta di Troia. Secondo la tradizione, il sito archeologico di Troia fu scoperto nel 1868 da Heinrich Schliemann, uno dei padri dell’archeologia, guidato solo dal suo intuito e con l’Iliade di Omero in mano, che lo aveva folgorato fin dall’età di 8 anni… In realtà la collina di Hisarlik (“il luogo della fortezza”), nell’attuale Turchia nordoccidentale, fu identificata come una possibile sede dell’antica Troia prima da Charles Maclaren e poi da Frank Calvert, viceconsole britannico e antiquario, che acquistò metà della collina e iniziò gli scavi nel 1865. Successivamente Schliemann venne a sapere degli scavi di Calvert, e decise di contribuire personalmente con le sue ingenti ricchezze. Schliemann era infatti un ricco mercante e uno spregiudicato uomo d’affari, oltre ad essere un grande appassionato di antichità greche. La sua “naturale inclinazione verso tutte le cose misteriose e meravigliose” delinea però più un romantico visionario che uno scienziato, cui va riconosciuta al più un’incrollabile determinazione. I suoi scavi a Hisarlik, dal 1870 al 1890, furono piuttosto dei brutali sterri, condotti con schiere di operai armati di pala, e delle rocambolesche ‘cacce al tesoro’, come quella del famoso “tesoro di Priamo”. Solo grazie all’opera dell’architetto Wilhelm Dörpfeld (1853-1940) si riuscì a trarre un primo spaccato sintetico del sito identificato con la Troia di Omero. Ma è soprattutto con l’avvento dell’archeologia moderna, prima con Carl Blegen (1887-1971) e poi con Manfred Korfmann (1942-2005) e gli scavi delle rispettive università di Cincinnati e Tubinga, che l’archeologia troiana ha compiuto enormi passi in avanti. Oggi gli scavi a Hisarlik sono ripresi sotto la direzione di Rüstem Aslan. Nel 1998 Troia è stata inserita nei siti del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, e nel 2018 è stato inaugurato a Çanakkale un grandioso nuovo museo (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2018/11/20/a-troia-aperto-il-nuovo-museo-dellantica-ilio-il-2018-e-stato-dichiarato-dalla-turchia-lanno-di-troia-nel-ventennale-delliscrizione-nella-lista-del-patrimonio-dell/). Dopo 3000 anni di storia, e 150 anni di scavi, Troia non smette di attrarre la nostra attenzione.

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi rivive nell’incontro al museo Egizio di Torino con Paolo Matthiae che presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La locandina dell’incontro con l’archeologo Paolo Matthiae al museo Egizio di Torino

L’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi, dalla decifrazione delle due scritture più antiche dell’umanità alle prime epiche imprese alla ricerca di Ninive, alle grandi scoperte nella Valle dei Re a Tebe, da Ebla, Qatna e Aleppo in Siria a Nimrud e Sippar in Mesopotamia, a Troia e Hattusa in Anatolia, ad Abido e Amarna in Egitto, fino a Gerusalemme in Palestina. Sarà un incontro particolarmente appassionante quello con Paolo Matthiae, il noto archeologo del Vicino Oriente, che mercoledì 20 marzo 2019, alle 12, nella sala conferenze del museo Egizio di Torino, nell’ambito del ciclo “Incontro con gli autori”, presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” (Einaudi). Come il titolo del volume fa intendere, Matthiae parte dalle evidenze archeologiche (e anche dalle fonti testuali) per ricostruire la storia culturale, politica ed economica dell’intera area vicino orientale: Anatolia, Siria, Mesopotamia e Levante, e anche l’Egitto. Il volume è suddiviso in dodici capitoli, ognuno dei quali è dedicato ad un sito chiave; la scelta di questi siti non è casuale, ma si tratta di luoghi che sono stati al centro di grandi scoperte archeologiche e continuano ad essere oggetto di nuove analisi e studi anche recenti. Tre siti sono egiziani, rispettivamente Abido, Avaris e Amarna, tre si trovano in Siria, Ebla, Qatna e Aleppo, due sono anatolici, Hattusa e Troia, uno è nel Levante, Gerusalemme, e tre si riferiscono all’area mesopotamica, Nimrud, Babilonia e Sippar. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti. Al termine della conferenza sarà possibile acquistare il libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” di Paolo Matthiae.

Il sito di Ebla in Siria: dal 2011, con lo stop alle missioni archeologiche a causa della guerra, non c’è più manutenzione. La città del III millennio a.C. si sta distruggendo

Miliziani dell’Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

Il cosiddetto Grande diadema con pendenti dal Tesoro di Priamo, oggi al museo Puskin di Mosca

Dialogheranno con Paolo Matthiae il direttore Christian Greco, il prof. Stefano de Martino e la prof.ssa Clelia Mora. Paolo Matthiae è accademico dei Lincei, già professore di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Roma “La Sapienza”. Dal 1963 ha diretto lo scavo nel sito siriano di Tell Mardikh, l’antica città di Ebla. Matthiae è autore di moltissimi volumi e saggi scientifici. Dopo le distruzioni operate dall’Isis in Siria e Iraq, Matthiae si è molto impegnato sul tema della protezione del patrimonio culturale in aree di guerra, pubblicando recentemente anche il volume “Distruzione, Saccheggi e Rinascite”, o organizzando mostre e convegni. Stefano de Martino è professore ordinario al dipartimento di Studi storici dell’università di Torino, dove insegna Ittitologia e Civiltà dell’Anatolia preclassica. È direttore scientifico del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia. È coordinatore del dottorato dell’università di Torino “Technology Driven Sciences: Technologies for the Cultural Heritage”. È autore di saggi e volumi sulla storia, la civiltà e la lingue degli Ittiti e dei Hurriti; fa parte del team internazionale che studia e pubblica le tavolette in lingua hurrita rinvenute nel sito di Ortaköy (Turchia). Clelia Mora è professore ordinario al dipartimento di Studi umanistici dell’università di Pavia, dove insegna Storia del Vicino Oriente antico e Storia, epigrafia e sistemi di scrittura nel Vicino Oriente antico. Dal 2000 al 2010 ha collaborato con la missione archeologica francese attiva a Terqa in Siria e dal 2010 è responsabile del Progetto Kinik Höyük, nell’ambito del quale sono condotte indagini archeologiche in Cappadocia in sinergia con la New York University.

Il famoso busto della regina Nefertiti, scoperto ad Amarna, conservato al Neues Museum di Berlino

Locandina della mostra sulle scoperte a Qatna, promossa dall’università di Udine a Homs (Siria)

La ricostruzione di Ninive in una stampa antica dà un’idea della magnificenza della capitale assira

Uno dei maggiori protagonisti dell’archeologia orientale rievoca origini, sviluppi e risultati delle più affascinanti imprese degli ultimi decenni. Sempre attento a rilevare, nel passaggio suggestivo dalla terra dello scavo all’interpretazione della storia, l’inestimabile contributo che le scoperte recano alla ricostruzione di un lontano passato fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana, che vide il sorgere e l’affermarsi delle prime città, dei primi stati territoriali, dei primi imperi a vocazione universale nella storia mondiale. “Le scoperte rievocate e illustrate nelle pagine di questo libro hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali. In primo luogo, sono il frutto, in modi certo diversi, di esplorazioni archeologiche sistematiche di lungo periodo. In secondo luogo, sono state realizzate, approssimativamente, nell’ultimo mezzo secolo. In terzo luogo, a un giudizio oggettivo e di nuovo in modi diversificati, hanno avuto un significato rivoluzionario. Il loro valore leggendario dipende, da un lato, dal forte impatto di innovazione che è tipico di tutte e, dall’altro, dal loro carattere inatteso e sorprendente. La notevole varietà di queste scoperte, in ambiti differenziati della ricerca storica, ha inciso, volta a volta, sulla storia politica, sulla storia religiosa, sulla storia sociale, sulla storia economica, sulla storia artistica, sulla storia letteraria e, in diversi casi, su più di una di esse…Se è vero che non v’è nulla di più concreto e reale di una scoperta archeologica, è altrettanto vero che le interpretazioni prime di quella scoperta, che sono un’esperienza esaltante, non hanno nulla di definitivo perché esse sono solo un contributo, primario e fondamentale, alle innumerevoli valutazioni storiche future. Le interpretazioni che per ciascuna delle scoperte raccolte in questo saggio sono qui presentate, spesso già oggetto di accesi dibattiti negli ambienti scientifici, nella maggior parte dei casi sono di questo tipo ed esprimono solo una parte iniziale del lungo loro tragitto, di fatto inesauribile, dalla terra alla storia”.

A Troia aperto il nuovo museo dell’antica Ilio: il 2018 è stato dichiarato dalla Turchia l’anno di Troia, nel ventennale dell’iscrizione nella lista del Patrimonio dell’Umanità. L’anniversario ricordato alla XXI Bmta di Paestum, altro sito Unesco sempre dal 1998

Il 2018 è stato proclamato dalla Turchia “l’anno di Troia” (foto haberizlenim.com)

Il direttore degli scavi di Troia, Rustem Aslan (al centro) con la targa ricevuta alla XXI Borsa mediterranea del Turismo archeologico (a sinistra il segretario Ugo Picarelli) per il ventennale dell’iscrizione nella lista dei siti Unesco

Il 2018 è stato proclamato dalla Turchia l’anno di Troia. Una scelta non casuale perché quest’anno ricorre il ventennale dall’inserimento del sito di Troia nella Lista del Patrimonio Mondiale Unesco. La ricorrenza è stata ricordata nel corso della XXI Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, sito possiamo dire “gemello” perché diventato Patrimonio dell’Umanità nello stesso anno: il 1998. “Troia, tra l’Asia e l’Europa, tra il mar Egeo e il mar Nero, importantissima nell’età del Bronzo”, è stato sottolineato a Paestum, “riporta ai poemi di Omero e lascia aperto l’interrogativo sulla sua distruzione o una delle sue distruzioni: che sia stato il cavallo oppure no, è oggetto ancora di discussione”. L’area archeologica di Troia ha appena inaugurato un nuovo museo dal design moderno, e continua a essere interessata da scavi archeologici, soprattutto dopo l’arrivo del nuovo direttore Rustem Aslan, che proprio alla XXI Bmta – nell’ambito dell’incontro in collaborazione con l’Ufficio Cultura e Informazioni dell’Ambasciata di Turchia – ha ricevuto una targa per celebrare i vent’anni del sito nella lista dell’Unesco.

Un’affascinante visione del nuovo museo di Troia a Çanakkale (foto troya2018.com)

Per tutto il 2018 sono state molte le iniziative, nazionali e internazionali, culturali, scientifiche e sportive, patrocinate dal ministero della Cultura e del Turismo turco per sensibilizzare il turismo verso l’antica città di Troia nella provincia nord-occidentale di Çanakkale. E i numeri sono stati confortanti: nel primo semestre del 2018 il numero di turisti è più che raddoppiato rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente. Ma di certo l’evento destinato a rinnovare l’attenzione sul sito di Troia è stata l’apertura, ai primi di novembre 2018, del museo dedicato all’antica città di Ilio, al confine del villaggio di Tevfikiye. Il progetto, scelto tra i 150 presentati al National Architectural Design Competition, è stato quello sviluppato dall’architetto Omer Selcuk Baz della Yalın Architecture. I lavori furono avviati nel 2013. L’area archeologica dista dal museo un migliaio di metri che si percorrono, a piedi o con una navetta, su una stradina – immersa in un grande giardino – pavimentata con blocchi di pietra che ricorda molto quelle delle antiche città ellenistiche.

L’archeologo tedesco Manfred Osman Korfmann, per 17 anni direttore degli scavi a Troia (foto arkeologjihaber)

Il cosiddetto Grande diadema con pendenti dal Tesoro di Priamo, oggi al museo Puskin di Mosca

Aprire un museo sul sito archeologico di Troia è stato il sogno a lungo accarezzato dall’archeologo tedesco Manfred Osman Korfmann, morto nel 2005 per un tumore all’età di 63 anni, il quale era divenuto famoso nel suo Paese, la Germania, per aver promosso nuovi scavi nell’antica Troia. Infatti dal 1988, anno in cui il governo turco gli aveva rilasciato un permesso di scavo esclusivo, al 2005, anno della sua morte, Korfmann ha diretto lo scavo di 13mila mq di superficie con l’aiuto di 370 archeologi, portando alla luce – tra l’altro – la parte inferiore della città di Troia e parte delle mura difensive. Ma il sogno di Korfmann era di riportare a Troia le testimonianze più significative del sito, conservate da decenni fuori dalla Turchia, come il famoso Tesoro di Priamo, scoperto da Heinrich Schliemann, e che oggi, dopo varie vicissitudini, è esposto al museo Puskin di Mosca. Ovviamente il sogno di Korfmann è rimasto tale. Delle tante richieste di rimpatrio inoltrate solo il Penn Museum (Pennsylvania) ha risposto affermativamente restituendo nel 2012 24 oggetti in oro.

Reperti in oro esposti nelle vetrine del nuovo museo di Troia (foto Arkeofili)

Veduta d’insieme delle sale espositive del nuovo museo di Troia (foto dunyabizim.com)

Sculture provienti dal sito archeologico di Troia esposte nel nuvo museo

Ma allora cosa possiamo ammirare nel nuovo museo di Troia? La maggior parte dei reperti esposti nel nuovo museo proviene da quattro musei turchi: solo il museo di Istanbul e quello di Topkapi hanno rifiutato il trasferimento dei pezzi originali proponendo delle copie, ma il ministero della Cultura ha respinto al mittente la proposta, ribadendo l’importanza di garantire ai visitatori solo il meglio, “per poter essere di esempio – è stato scritto – ai sette musei esteri che conservano i reperti contrabbandati della leggendaria Troia”. Il Museo, costruito su un’area coperta di circa 11mila metri quadrati, ha la forma di un grande cubo rivestito in pannelli di acciaio color ruggine, “colore che ricorda – spiegano gli architetti progettisti – le ceramiche riportate alla luce dal vicino sito archeologico e rimanda ad una storia vissuta: materiale e design architettonico che evocano quindi una connessione tra passato e presente. La struttura – continuano – è accessibile tramite una rampa che conduce al piano interrato; si ha come l’impressione di accedere alle sale espositive attraverso una spaccatura del sottosuolo: man mano che ci si avvicina alla struttura, che si vede però all’orizzonte, il paesaggio e la terra scompaiono gradualmente, lasciando alla vista solo porzioni di cielo. All’interno, una rampa elicoidale conduce il visitatore agli spazi espositivi e alla terrazza sul tetto. La verticalità riprodotta dalla rampa rappresenta la stratificazione archeologica. Dai punti di risalita interni, attraverso delle aperture sulle facciate, si può godere della bellissima vista del paesaggio circostante ricco di campi e reso suggestivo dalle rovine di Troia”.

Al via a Paestum la XXI Borsa mediterranea del Turismo archeologico: 100 espositori di cui 20 Paesi esteri, circa 60 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 120 operatori dell’offerta. Ecco i momenti da non perdere nel ricco programma

Dodicimila visitatori, 100 espositori di cui 20 Paesi esteri, circa 60 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 120 operatori dell’offerta, 100 giornalisti accreditati: ecco i numeri della XXI edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma a Paestum da giovedì 15 a domenica 18 novembre 2018, promossa e sostenuta da Regione Campania, città di Capaccio Paestum, parco archeologico di Paestum. La Bmta, ideata e organizzata dalla Leader srl con la direzione di Ugo Picarelli, si conferma un evento originale nel suo genere: luogo di approfondimento e divulgazione di temi dedicati al turismo culturale e al patrimonio; occasione di incontro per gli addetti ai lavori, gli operatori turistici e culturali, i viaggiatori, gli appassionati; un format di successo testimoniato dalle prestigiose collaborazioni di organismi internazionali quali Unesco e Unwto. La location per il Salone Espositivo, il Programma Conferenze e il Workshop ENIT e AIDIT sarà il centro espositivo del Savoy Hotel, a soli 2 km dal parco archeologico, dal museo e dalla basilica, dove avranno luogo le altre sezioni (ArcheoExperience, ArcheoLavoro, la mostra ArcheoVirtual, le Visite Guidate). Vediamo un po’ il ricco programma.

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

A Paestum l’international archaeological discovery Award intitolato a Khaled al-Asaad

Eventi al centro espositivo del Savoy Hotel. Giovedì 15 novembre 2018, “Buone pratiche di orientamento e alternanza scuola-lavoro per la promozione del turismo culturale”, a cura della direzione generale Ufficio scolastico regionale per la Campania Miur; “Le regioni e le nuove camere di commercio insieme per la valorizzazione dei beni culturali e la promozione del turismo”, incontro pubblico tra assessori regionali – turismo e beni e attività culturali – con i presidenti delle Camere di Commercio, in collaborazione con Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e Unioncamere; “Ecosistema digitale per la cultura della Regione Campania: esperienze, buone prassi e programmi in corso”, a cura della direzione generale per le politiche culturali e il turismo della Regione Campania. Venerdì 16 novembre 2018, “Il patrimonio culturale in Africa Orientale. La Farnesina e le ricerche italiane in Etiopia ed Eritrea”, a cura della direzione generale per la promozione del Sistema Paese del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale; “Gemellaggio tra Paestum e Palmira”, alla presenza di Paolo Matthiae che portò alla luce l’antica città di Ebla e di una delegazione siriana, tra cui Talal al-Barazi governatore di Homs e Mohamad Saleh ultimo direttore per il Turismo di Palmira, per suggellare il legame con la “Sposa del Deserto” che tornerà fruibile dal 2019, come da poco annunciato (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/09/07/palmira-riaprira-ai-turisti-entro-lestate-2019-lannuncio-del-governatore-di-homs-a-un-anno-e-mezzo-dalla-sua-definitiva-liberazione-dallisis-a-montereale/); “Il dialogo interculturale valore universale delle identitá e del patrimonio culturale #pernondimenticare il Museo del Bardo, 18 marzo 2015 e #unite4heritage for Palmyra”, con Moncef Ben Moussa direttore del museo del Bardo di Tunisi all’epoca dell’attentato del marzo 2015 (attuale direttore per lo Sviluppo dei musei), Irina Bokova già direttore generale Unesco e Mounir Bouchenaki consigliere speciale del direttore generale Unesco; 4a edizione dell’International archaeological discovery award “Khaled al-Asaad”, alla presenza di Omar Asaad, figlio dell’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale, la consegna del premio alla scoperta archeologica più significativa del 2017: la “piccola Pompei francese” di Vienne (sulle sponde del Rodano, a circa 30 km a sud di Lione), una città romana di circa 7mila mq abitata dal I sec. d.C., con ville di lusso arredate con mosaici, statue monumentali e uffici pubblici, esistita per tre secoli e distrutta da una serie di incendi improvvisi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/11/05/vienne-la-piccola-pompei-francese-e-la-scoperta-archeologica-dellanno-premiata-con-linternational-archaeological-discovery-award-khaled-al-asaad-2018-pr/); “Distretti turistici: sviluppo del territorio tra zona a burocrazia zero e politiche comunitarie”, a cura dell’assessorato Sviluppo e promozione del Turismo della Regione Campania e del coordinamento regionale Distretti turistici della Campania; “Incontro con i buyer esteri selezionati dall’Enit e nazionali dell’Aidit”, in collaborazione con Enit, Aidit di Federturismo e Trenitalia; venerdì 16 e sabato 17 novembre 2018, “20 anni di Paestum e Troia quali siti Unesco”, celebrazione del 20° anniversario dell’iscrizione nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità dell’Unesco delle aree archeologiche di Paestum e Troia.

Rüstem Aslan, responsabile dell’area archeologica di Troia

Gli incontri con i protagonisti, dedicati ai siti archeologici del mondo. Sabato 17 novembre 2018: Rüstem Aslan, responsabile dell’area archeologica di Troia (in collaborazione con l’ufficio cultura e informazioni dell’ambasciata di Turchia); Dan Bahat, per decenni l’archeologo ufficiale di Gerusalemme (in collaborazione con l’Ufficio nazionale israeliano del Turismo); Marie Bardisa, conservatrice Grotta di Chauvet; Azedine Beschaouch, segretario scientifico del comitato internazionale di Coordinamento per la Salvaguardia e lo Sviluppo di Angkor – Cambogia; Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo.

La famosa lastra di copertura della Tomba del Tuffatore esposta al museo Archeologico nazionale di Paestum

Il Workshop Enit e Aidit al centro espositivo del Savoy Hotel

Premio Paestum Archeologia “Mario Napoli”. Assegnato a quanti contribuiscono, con il loro impegno, alla valorizzazione del patrimonio culturale, alla promozione del turismo archeologico e al dialogo interculturale. Dal 2018, in coincidenza del 50° anniversario della scoperta della Tomba del Tuffatore, il premio è intitolato all’archeologo Mario Napoli che, il 3 giugno 1968, data del ritrovamento dell’unica testimonianza in ambito greco di pittura non vascolare, dirigeva la soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino e Benevento. Ricevono il Premio per il 2018: Irina Bokova, già direttore generale Unesco; Sackona Phoeurng, ministro della Cultura del Regno di Cambogia; Paolo Verri, direttore generale Fondazione Matera-Basilicata 2019. Da non perdere il Salone Espositivo, l’unico al mondo dedicato al patrimonio archeologico con la presenza di istituzioni, enti, Paesi Esteri, Regioni, organizzazioni di categoria, associazioni professionali e culturali, aziende e consorzi turistici. La stretta collaborazione con le Regioni ha determinato una notevole partecipazione: Abruzzo, Basilicata (APT Agenzia Promozione Territoriale), Calabria, Campania, Lazio (Agenzia Regionale per il Turismo), Sicilia (assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e assessorato del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo). Rappresentate anche altre regioni italiane: Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna. Da sottolineare l’autorevole presenza del MiBAC, con uno stand di oltre 300 mq nel quale è previsto un ricco programma di incontri, e la partecipazione per la prima volta di Roma Capitale. Tra i 100 espositori, previsti come ogni anno numerosi Paesi esteri: Albania, Azerbaigian, Cambogia, Croazia, Ecuador, Estonia, Etiopia, Georgia, Giordania, Grecia, Israele, Mongolia, Montenegro, Perù, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Tunisia, Turchia, Uzbekistan. Inoltre, come in passato, la Borsa ha ritenuto di dare attenzione rilevante a Palmira dedicandole uno spazio nel Salone Espositivo. Per quanto riguarda l’aspetto economico, nel rispetto del nome Borsa, il Workshop di sabato 17 novembre dedicato al turismo culturale si arricchisce dei buyer nazionali dell’Aidit Associazione Italiana Distribuzione Turistica di Federturismo Confindustria, che si aggiungono a quelli europei selezionati dall’Enit provenienti da 7 Paesi (Austria, Belgio, Germania, Olanda, Regno Unito, Spagna, Svizzera).

La mostra di ArcheoVirtual al museo Archeologico di Paestum presenterà lo stato dell’arte del digitale nei musei archeologici

Eventi alla Basilica, Parco e Museo Archeologico di Paestum. Attraverso i Laboratori di archeologia sperimentale nei pressi del Museo Archeologico, ArcheoExperience permette di rivivere le antiche tecniche utilizzate per creare gli oggetti adoperati dai nostri lontani antenati e ora conservati nelle vetrine dei musei archeologici, testimoni della cultura materiale che ha accompagnato l’evoluzione dell’uomo: la lavorazione dell’ambra nella Preistoria, la vita delle Legioni romane, l’arte del vasaio dalla Magna Grecia ad oggi, la produzione di calzature in pelle, lucerne in terracotta e gioielli nell’antichità. La mostra di ArcheoVirtual al museo Archeologico presenterà lo stato dell’arte del digitale nei musei archeologici in collaborazione con l’Itabc Istituto per le Tecnologie applicate ai Beni culturali Cnr e la direzione generale Musei del ministero per i Beni e le attività culturali. La mostra vuole essere un laboratorio interattivo e stimolante in cui le applicazioni siano strumento di comunicazione culturale e di promozione turistica ad ampio spettro, abbracciando il pubblico più eterogeneo e gli ambiti più diversi. I visitatori potranno, solo per fare alcuni esempi, camminare nei templi di Paestum all’epoca della loro costruzione, sorvolare la Valle del Tevere in un viaggio attraverso il tempo, o difendere il Castello Sforzesco nei panni di un arciere virtuale. ArcheoVirtual, attraverso la mostra e il workshop di sabato 17 novembre, intende valorizzare le soluzioni tecnologiche che hanno reso i luoghi della cultura più appetibili per il grande pubblico e più leggibili in termini di comprensione e sensibilità culturale.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco e del museo di Paestum

Archeolavoro presso la Basilica da giovedì 15 a sabato 17 novembre 2018: orientamento post diploma e post laurea con presentazione dell’offerta formativa a cura delle università presenti nel Salone: Alma Mater Studiorum università di Bologna, università Cattolica del Sacro Cuore, università di Salerno, università Europea di Roma, università Giustino Fortunato, Universitas Mercatorum; presentazione delle figure professionali e incontri con i protagonisti dedicati a scuole e università con la partecipazione di Ciro Buonajuto, sindaco di Ercolano; Mario Caligiuri, direttore del Master in Intelligence università della Calabria: Lorenzo Nigro, archeologo e associato dipartimento di Scienze dell’Antichità – Sezione di Orientalistica “Sapienza” università di Roma; Francesco Scoppola, direttore generale Educazione e Ricerca MiBAC; Giusy Sica, Founder Re-Generation (Y)outh e Dina Galdi consulente in politiche del turismo; Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano; Luigi Vicinanza, presidente della Fondazione Cives; Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Paestum; ArcheoTeatro, workshop di orientamento e formazione a cura dell’Accademia Magna Graecia di Paestum con la direzione artistica di Sarah Falanga. E ancora: giovedì 15 e venerdì 16 novembre, Masterclass a cura di Universitas Mercatorum riservate ai diplomati; venerdì 16 novembre, premio “Antonella Fiammenghi” per la migliore tesi di laurea sul turismo archeologico.

Alla XXI edizione della Borsa mediterranea del turismo archeologico a Paestum, i 20 anni dei siti Unesco di Paestum e Troia, le Grotte di Chauvet e Lascaux, il sito cambogiano di Angkor, il lancio dell’associazione internazionale “Amici di Palmira”, il Premio alla scoperta archeologica dell’anno intitolato a Khaled al-Asaad

Il parco Archeologico di Paestum che ospita la Borsa mediterranea del turismo archeologico

12mila visitatori, 120 espositori di cui 25 Paesi esteri, circa 60 tra conferenze e incontri, 400 relatori, 120 operatori dell’offerta, 100 giornalisti accreditati: sono i numeri della XXI edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma da giovedì 15 a domenica 18 novembre 2018 a Paestum al Centro Espositivo Ariston (Salone Espositivo e Conferenze) e al Parco Archeologico (le altre sezioni). Sarà l’occasione per celebrare il 20° anniversario dell’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO di Paestum (alla presenza di Gabriella Battaini Dragoni, vice segretario generale del Consiglio d’Europa, Irina Bokova già direttore generale UNESCO, Mounir Bouchenaki consigliere speciale del direttore generale UNESCO e Taleb Rifai già segretario generale UNWTO) e di Troia (con Rüstem Aslan responsabile dell’area archeologica).

La Grotta di Chauvet tra i protagonisti alla 21.ma Bmta di Paestum

Protagonisti, inoltre, saranno le Grotte di Chauvet e Lascaux a rappresentare il grande successo della preistoria in Francia con le conservatrici Marie Bardisa e Muriel Mauriac e il sito di Angkor con Azedine Beschaouch segretario scientifico dell’ICC-Angkor, il comitato internazionale di coordinamento per la Salvaguardia e lo Sviluppo. “La BMTA si conferma un evento originale nel suo genere”, sottolineano gli organizzatori: “sede dell’unico Salone Espositivo al mondo delle destinazioni turistico-archeologiche (quest’anno al Centro Espositivo Ariston, sede delle prime 15 edizioni); luogo di approfondimento e divulgazione di temi dedicati al turismo culturale e alla valorizzazione; occasione di incontro per gli addetti ai lavori, gli operatori turistici e culturali, i viaggiatori, gli appassionati; opportunità di business con il Workshop tra la domanda estera europea selezionata dall’ENIT e l’offerta del turismo culturale e archeologico”.

A Paestum l’international archaeological discovery Award intitolato a Khaled al-Asaad

Nell’ambito del dialogo interculturale, sarà presentata ufficialmente l’associazione Internazionale “Amici di Palmira” e Paestum salderà il suo legame con la città siriana attraverso un gemellaggio e l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, alla 4a edizione, premierà la scoperta archeologica dell’anno alla presenza di Omar archeologo e figlio di Khaled al-Asaad. ArcheoVirtual, Mostra e Workshop internazionali dedicati alle tecnologie multimediali, interattive e virtuali in collaborazione con CNR ITABC Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali, presenterà lo stato dell’arte del digitale nei musei e nei parchi archeologici.

Incontri, conferenze, workshop: ricchissimo il programma della XXI borsa mediterranea del turismo archeologico

Numerose le sezioni speciali: ArcheoExperience Laboratori e Rievocazioni nella più grande rassegna di Archeologia Sperimentale in Italia; ArcheoIncontri conferenze stampa e presentazioni di progetti culturali e di sviluppo territoriale; ArcheoLavoro orientamento post diploma e post laurea con presentazione dell’offerta formativa a cura delle Università presenti nel Salone; ArcheoStartUp in cui si presentano nuove imprese culturali e progetti innovativi nel turismo culturale e nella valorizzazione dei beni archeologici; Incontri con i Protagonisti nei quali il grande pubblico interviene con importanti archeologi e i noti divulgatori della TV; Premio “Antonella Fiammenghi” per la migliore tesi di laurea sul turismo archeologico; Premio “Paestum Archeologia” assegnato a coloro che contribuiscono alla valorizzazione del patrimonio culturale; visite guidate ed educational per giornalisti e visitatori.

A Karkemish, città-stato ittita al confine tra Turchia e Siria, torna a risuonare al voce di Sargon II zittita da Nabucodonosor II. La missione italo-turca guidata da Nicolò Marchetti dell’università di Bologna ha scoperto in fondo a un pozzo tre tavolette del grande re assiro fatte sparire dal sovrano babilonese

Un leone in marcia scolpito su un ortostato della città-stato ittita di Karkemish, al confine tra Turchia e Siria

Un leone in marcia scolpito su un ortostato della città-stato ittita di Karkemish, al confine tra Turchia e Siria

Sargon II, grande re assiro

Sargon II, grande re assiro

Nabucodonosor II lo sapeva. La conquista di Karkemish, la potente città in posizione strategica tra l’Anatolia ittita e la Mesopotamia assira, non sarebbe bastata a cancellare il ricordo del grande re assiro Sargon II (721-705 a.C.) che più di cento anni prima, sul finire dell’VIII sec. a.C., aveva costruito un impero in Vicino Oriente, nella Mezzaluna Fertile, conquistando Samaria, Damasco, Gaza e, nel 717, anche Karkemish, città-stato ittita che sorgeva sul corso dell’Eufrate, dove oggi corre il confine tra Siria e Turchia. Lo spettro di Sargon aleggiava ancora. Le sue parole sembravano ancora vive nella memoria della gente. Lui che sintetizzava così la sua vita: “Io sono Sargon, re forte, re di Akkad. Mia madre era una sacerdotessa; mio padre non lo conosco; era uno di quelli che abitano le montagne. Il mio paese è Azupiranu sull’Eufrate. La sacerdotessa mia madre mi concepì e mi generò in segreto; mi depose in un paniere di giunco, chiuse il coperchio con del bitume, mi affidò al fiume che non mi sommerse. I flutti mi trascinarono e mi portarono da Aqqui, l’addetto a raccogliere acqua. Aqqui, immergendo il suo secchio, mi raccolse. Aqqui, l’addetto a raccogliere l’acqua, mi adottò come figlio e mi allevò. Aqqui, l’addetto a raccogliere l’acqua, mi fece suo giardiniere. Durante il periodo in cui ero giardiniere la dea Ishtar mi amò. Per… anni io fui re”. Quella voce doveva essere spenta. Così Nabucodonosor fece distruggere tutti i documenti di Sargon affidandoli all’oblio del tempo. Fino all’arrivo degli archeologi. E la voce di Sargon è tornata a risuonare.

Una delle tavolette di argilla con testi in cuneiforme celebrativi di Sargon II trovata dalla missione archeologica dell'università di Bologna a Karkemish

Una delle tavolette di argilla con testi in cuneiforme celebrativi di Sargon II trovata dalla missione archeologica dell’università di Bologna a Karkemish

Tre preziosi frammenti di tavolette d’argilla, che riportano incisi in caratteri cuneiformi gli scritti del sovrano assiro Sargon II, sono stati scoperti in fondo a un pozzo (a 14 metri di profondità), nel sito di Karkemish, dalla missione archeologica italo-turca avviata nel 2011 dall’università di Bologna insieme agli atenei turchi di Gaziantep e Istanbul. Le tavolette furono gettate in fondo a un pozzo su ordine del re babilonese Nabucodonosor II, per essere per sempre dimenticate. Scrive Sargon: “Ho costruito, aperto nuovi corsi d’acqua, incrementato la produzione di grano, rinforzato le porte con cerniere di bronzo, allargato i granai, costituito un esercito con 50 carri, 200 cavalli, tremila fanti. E ho reso il popolo felice, fiducioso in se stesso”.

La mappa del sito archeologico di Karkemish studiato dalla missione archeologica italo-turca guidata dall'università di Bologna

La mappa del sito archeologico di Karkemish studiato dalla missione archeologica italo-turca guidata dall’università di Bologna

Spesso paragonata a città gloriose come Troia, Ur, Gerusalemme, Petra e Babilonia, Karkemish è stato un centro di straordinaria importanza. Abitato almeno dal VI millennio a.C., a partire dal 2300 acquista un ruolo centrale nella regione e diviene contesa da ittiti, assiri e babilonesi. Solo con l’impero romano inizia il suo declino, che termina nell’Alto Medioevo, attorno al X secolo, quando la città viene definitivamente abbandonata e dimenticata. Ricompare solo alla fine dell’800. Fu allora che una serie di campagne esplorative promosse dal British Museum (ci lavorò anche Lawrence d’Arabia) riportarono per la prima volta alla luce le tracce del suo grande passato. Un’opera di riscoperta che oggi è passata nelle mani dell’Alma Mater, con un progetto di scavo guidato dal prof. Nicolò Marchetti che, al suo quinto anno di attività, è finito – letteralmente – in fondo a un pozzo. Per riemergere con le parole ritrovate del re Sargon II.

L'archeologo Nicolò Marchetti, direttore della missione a Karkemish

L’archeologo Nicolò Marchetti, direttore della missione a Karkemish

Tre frammenti di tavolette d’argilla”, ricorda Marchetti, “che riportano incisi in caratteri cuneiformi gli scritti del sovrano assiro. Frasi autocelebrative, che esaltano le vittorie militari e le misure a favore della popolazione. Frasi che, proprio per il loro carattere propagandistico, furono fatte sparire, gettate in fondo a un pozzo su ordine di Nabucodonosor II, il re babilonese che nel 605, dopo un lungo assedio, strappò Karkemish al controllo assiro. Cancellare le tracce e i simboli del nemico sconfitto è una pratica che attraversa tutta la storia dell’umanità e che ancora oggi, purtroppo, viene praticata”.

Il pozzo di Karkemish in fondo al quale sono stati trovati i frammenti di tre tavolette con testi celebrativi di Sargon

Il pozzo di Karkemish in fondo al quale sono stati trovati i frammenti di tre tavolette con testi celebrativi di Sargon

Il pozzo è stato rinvenuto dalla missione italo-turca nell’area dove un tempo sorgeva il palazzo di re Katuwa, costruito attorno al 900 a.C. e ampliato e modificato da Sargon II. Gli archeologi dell’Alma Mater si sono calati nella stretta imboccatura, scendendo fino a 14 metri sotto al livello del suolo. Lì, sul fondo, è stata trovata una fitta serie di oggetti e utensili di ambito amministrativo, letterario e decorativo: gettoni d’argilla (tokens) per la contabilità, recipienti di bronzo e di pietra, un’armatura di ferro e i tre frammenti di tavolette d’argilla con le parole di Sargon II. Oltre al pozzo, i lavori della missione archeologica dell’Alma Mater hanno portato alla luce anche tre ortostati, lastre di pietra con funzioni sia di sostegno che decorative, in ottime condizioni. In uno è rappresentato un leone in marcia, mentre nelle altre due sono incisi un toro alato e un dio-ibex alato, con un volto umano. Quest’ultimo, in particolare, rappresenta un caso unico nel campo dell’arte neo-ittita. Puliti e restaurati, gli ortostati sono stati lasciati nell’area del palazzo di re Katuwa, ed è stato inoltre completata la rilevazione digitale ad alta precisione della mappa dell’antica città. Tutti interventi che puntano a far nascere un parco archeologico che possa attirare turisti e visitatori a Karkemish, coinvolgendoli in un’esperienza immersiva tra storia e attualità.

 

Gli archeologi dell’università di Bologna dopo oltre 80 anni tornano a scavare in Albania nell’antica Butrinto, centro ellenistico e colonia romana dell’Epiro che sorge a pochi chilometri dal confine con la Grecia

Il teatro romano di Butrinto, antica città dell'Epiro, oggi in Albania davanti a Corfù

Il teatro romano di Butrinto, antica città dell’Epiro, oggi in Albania davanti a Corfù

Secondo Virgilio venne fondata dal profeta troiano Eleno, figlio del re Priamo, che dopo la caduta di Troia sposò Andromaca e si spostò a occidente. Lo storico Dionigi di Alicarnasso ricorda invece che lo stesso Enea visitò la città dopo che anche lui era fuggito dalla distruzione di Troia. Parliamo dell’antica città di Butrinto, centro ellenistico e romano a pochi chilometri dal confine con la Grecia in quella regione che in antico si chiamava Epiro e oggi appartiene all’Albania.  È qui che da settembre scaveranno gli archeologi italiani dell’università di Bologna: il Consiglio Nazionale di Archeologia del Ministero della Cultura della Repubblica di Albania ha infatti approvato il progetto dell’ateneo felsineo per lo studio e lo scavo di un importante edificio sacro della città ellenistica e romana di Butrinto. Qui aveva condotto ricerche importanti e molto fruttuose, fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, un altro “bolognese”: Luigi Ugolini, laureato in Archeologia proprio a Bologna nel 1921. Poi la seconda guerra mondiale pose fine a quei lavori, ripresi successivamente da archeologi albanesi, inglesi e americani.

Il sito archeologico di Butrinto posto in posizione strategica nel braccio di mare dell'isola di Corfù

Il sito archeologico di Butrinto posto in posizione strategica nel braccio di mare dell’isola di Corfù

Il battistero paleocristiano di Butrinto, uno dei più grandi dell'epoca: risale al VI secolo

Il battistero paleocristiano di Butrinto, uno dei più grandi dell’epoca: risale al VI secolo

Butrinto in origine era una città dell’Epiro, con contatti con la colonia greca di Corfù e le tribù dell’Illiria a nord. I resti archeologici più antichi datano ad un periodo compreso fra il X e l’VIII secolo a.C. Dal IV secolo a.C. crebbe in importanza: di questo periodo sono un teatro, un tempio ad Asclepio ed un’agorà. Nel 228 a.C. Butrinto divenne protettorato romano insieme a Corfù, e successivamente divenne parte della provincia dell’Illyricum. Nel 44 a.C. Cesare designò Butrinto come colonia per ricompensare i soldati che avevano combattuto per lui contro Pompeo, tuttavia il proprietario terriero locale Tito Pomponio Attico si oppose al suo corrispondente Cicerone, che stava agendo nel Senato romano, contro il piano. Come risultato, pochi coloni si spostarono a Butrinto. Nel 31 a.C. L’imperatore Augusto, fresco vincitore della Battaglia di Azio contro Marco Antonio e Cleopatra, rimise in vigore il piano per fare di Butrinto una colonia di veterani. I nuovi residenti espansero la città e, fra l’altro, costruirono un acquedotto, le terme, un foro e un ninfeo. Nel III secolo d.C. gran parte della città venne distrutta da un terremoto, che rase al suolo parecchi edifici del foro e dei dintorni. Gli scavi archeologici hanno rivelato che la città era già in declino e stava diventando un centro manifatturiero, anche se la città sopravvisse comunque e divenne un porto molto importante. All’inizio del VI secolo Butrinto divenne un vescovato e vennero costruiti nuovi edifici come il battistero (uno dei più grandi dell’epoca paleocristiana) e la basilica. L’imperatore Giustiniano rafforzò le mura della città, che però venne saccheggiata nel 550 dagli Ostrogoti guidati dal re Totila. Gli scavi evidenziano che le importazioni di beni dal Vicino Oriente continuarono fino agli inizi del VII secolo, quando i Bizantini persero il controllo della zona. Butrinto segue così la stessa sorte di gran parte delle città balcaniche dell’epoca, dove la fine del VI e l’inizio del VII secolo sono uno spartiacque fra l’età romana e il medioevo.

Le cosiddette "porte scee" di Butrinto scavate da Luigi Ugolini tra il 1928 e il 1936

Le cosiddette “porte scee” di Butrinto scavate da Luigi Ugolini tra il 1928 e il 1936

La basilica romana della colonia di Butrinto

La basilica romana della colonia di Butrinto

I primi scavi archeologici cominciarono nel 1928 quando il governo fascista di Mussolini mandò una spedizione verso Butrinto. Gli scopi oltre che scientifici avevano anche ragioni geopolitiche, puntando ad estendere l’egemonia italiana nella zona. La spedizione era condotta da un archeologo italiano, Luigi Maria Ugolini, che fece un ottimo lavoro. Ugolini morì nel 1936, ma gli scavi continuarono fino al 1943, quando furono fermati dalla seconda guerra mondiale. Vennero riportate alla luce la città romana e la città ellenistica, comprese la porta dei leoni e le porte scee, chiamate così da Ugolini in ricordo delle famose porte di Troia nominate nell’Iliade di Omero. Dopo che il governo comunista di Enver Hoxha prese il potere nel 1944, le missioni archeologiche straniere vennero bandite. Il lavoro venne proseguito da archeologi albanesi, fra i quali Hasan Ceka. Negli anni Settanta l’Istituto Albanese di Archeologia intraprese una campagna di scavi su larga scala. A partire dal 1993 un’equipe di archeologi inglesi, guidati dal prof. Richard Hodges (University of East Anglia, Penn Museum) ha ripreso le ricerche archeologiche all’interno della città di Butrinto e nel vicino suburbio di Vrina. Gli scavi hanno riportato alla luce i resti del Triconch Palace, l’area capitolina e forense, una torre tardoantica riusata nel periodo altomedievale come residenza, numerosi cimiteri urbani tra cui si segnala quello presso il pozzo di Junia Rufina, assieme a numerose altre strutture. Le indagini presso la pianura di Vrina hanno dimostrato l’esistenza di una colonia romana databile ad età augustea, attraversata da un imponente acquedotto che riforniva la città.

La mappa del sito archeologico di Butrinto dove da settembre torna l'università di Bologna

La mappa del sito archeologico di Butrinto dove da settembre torna l’università di Bologna

La necropoli di Phoinike in Albania

La necropoli di Phoinike in Albania

Gli archeologi della Sezione di Archeologia del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Alma Mater, in continuità ideale con quelle passate ricerche, tornano dunque in questo sito importante e bellissimo, visitato da decine di migliaia di turisti ogni anno, soprattutto meta delle visite dei passeggeri delle molte crociere in navigazione nel mar Ionio che approdano all’isola di Corfù. La missione dell’Alma Mater è diretta da Sandro De Maria, ordinario di Archeologia Classica al Dipartimento di Storia Culture Civiltà, che da quindici anni lavora con i suoi collaboratori in un altro importante sito archeologico albanese: Phoinike (Fenice), città sorta nel IV secolo a.C. e abbandonata al tempo della conquista turca dell’Albania, nella prima metà del XVI secolo. I risultati ottenuti con le ricerche di Phoinike sono stati numerosi e importanti: scavi all’agorà della città ellenistica, al teatro antico, in quartieri di case ellenistiche e romane, nella basilica paleocristiana, nelle necropoli, nei siti minori del territorio. Grazie a questi lunghi anni di intenso lavoro il progetto dell’Alma Mater, che ha come partner l’Istituto Archeologico Albanese di Tirana, si estende ora alla vicina Butrinto, centro santuariale importantissimo in età ellenistica (destinato al culto di Asklepios/Esculapio) e colonia romana dell’età di Augusto.

L'area a ridosso del teatro sarà oggetto degli scavi degli archeologi italiani

L’area a ridosso del teatro sarà oggetto degli scavi degli archeologi italiani

La nuova zona archeologica a Butrinto sarà oggetto di un progetto di studio e recupero di un’area sacra che sorge al di sopra del teatro, fino ad oggi mai indagata a fondo. Le attività si estenderanno poi a progetti di ricerca, scavo e valorizzazione di più ampio respiro. Gli scavi a Butrinto partiranno il prossimo settembre, in contemporanea con quelli di Phoinike, dove nel corso degli anni sono già passati diverse centinaia di studenti dell’Alma Mater, assieme a loro colleghi albanesi e di altre nazionalità europee, in un progetto di ricerca e formazione specialistica che fin dall’inizio ha goduto del sostegno del Ministero degli Affari Esteri Italiano, nell’ambito delle Missioni Archeologiche Italiane all’estero. Proprio il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, con la Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, assicura il sostegno finanziario alla campagna di scavo, a cui si aggiunge il contributo dell’Università di Bologna e del suo Campus di Ravenna, che agevola la partecipazione degli studenti iscritti ai corsi legati alla conservazione dei beni culturali.

Il Cratere di Eufronio, capolavoro del V secolo, torna con una mostra a Cerveteri a 40 anni dal trafugamento: ora è accanto all’altro capolavoro di Eufronio: la kylix. E si pensa farlo restare per l’Expo

Il Cratere di Eufronio, capolavoro del V sec. a.C., trafugato nel 1971 da Cerveteri dove ora è tornato in mostra

Il Cratere di Eufronio, capolavoro del V sec. a.C., trafugato nel 1971 da Cerveteri dove ora è tornato

Il ministro Dario Franceschini all'inaugurazione della mostra "I capolavori di Eufronio" a Cerveteri

Il ministro Dario Franceschini all’inaugurazione della mostra “I capolavori di Eufronio” a Cerveteri

Il Cratere di Eufronio è tornato nella “sua” Cerveteri. Il capolavoro dell’arte attica del V secolo di uno dei più importanti pittori del mondo antico, dopo una quarantennale avventura di scavi di frodo, trafficanti internazionali e trattative con gli Stati Uniti, dove è stato conservato per anni, è esposto al museo nazionale Cerite fino al 20 gennaio nella mostra di Cerveteri “I Capolavori di Eufronio” accanto alla kylix (coppa da vino) dello stesso autore. A inaugurare l’eccezionale mostra il ministro per i Beni culturali e turismo Dario Franceschini e il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, accolti dal sindaco Alessio Pascucci.  Proprio il sindaco della cittadina laziale, che sui beni culturali della città ha grandi progetti e che ha visto triplicare i biglietti del museo da quando vi è esposta la kylix di Eufronio, anch’essa tornata in Italia dopo aver percorso le vie del traffico illegale, aveva esplicitamente e a più riprese chiesto al ministro che il cratere (attualmente parte della collezione di Villa Giulia a Roma) rimanesse a Cerveteri. E Franceschini, a Cerveteri, ha lasciato intendere di non essere contrario a una collocazione definitiva del capolavoro nella cittadina laziale da cui era stato strappato, accendendo le speranze del giovane sindaco Alessio Pascucci: “Il patrimonio culturale deve essere distribuito nel Paese. Credo che questa mostra sul Cratere di Eufronio vada prolungata anche nel periodo di Expo, che va da maggio a ottobre. E poi, chissà…”.  E ha continuato: “Expo sarà, ne siamo certi, un successo enorme, che avrà numeri incredibili. In Cina sono già stati venduti un milione di biglietti e altri 500mila saranno venduti a breve. La nostra sfida è evitare che tutti si concentrino su Roma e Milano e sui grandi musei di queste città”.

La kylix di Eufronio a Cerveteri da maggio, era stata restituita nel 1999 dal Getty Museum di Malibu

La kylix di Eufronio a Cerveteri da maggio, era stata restituita nel 1999 dal Getty Museum di Malibu

Il Cratere di Eufronio esposto al museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma

Il Cratere di Eufronio esposto al museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma

Ritenuto unanimemente “l’opera più importante” fra le pochissime che ci sono rimaste, 27 in tutto, del grande maestro greco del V secolo a. C., il Cratere di Eufronio, cratere a calice decorato a figure rosse, alto 45.7 cm con un diametro di 55.1 cm, modellato dal ceramista Euxitheos e dipinto dal ceramografo Eufronio intorno al 515 a.C., e ornato con scene dell’episodio omerico del trasporto del corpo dell’eroe Sarpedonte, era stato trafugato nel 1971 dai tombaroli che lo avevano strappato da una tomba di Greppe Sant’Angelo, alle porte di Cerveteri. Il cratere fu venduto per un milione di dollari dal mercante d’arte svizzero Robert Hecht Jr. e dal mercante d’arte italiano Giacomo Medici al Metropolitan Museum of Art di New York. Solo grazie a una indagine della procura di Roma e dei carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale, e all’impegno del governo, che aprì un canale diplomatico con gli Usa, l’inestimabile reperto riuscì nel 2008 a rientrare in Italia, accolto nel museo nazionale etrusco di Villa Giulia. La kylix decorata con storie della caduta di Troia, invece, è stata restituita dal Getty Museum di Malibu, in California, nel 1999: proviene, hanno ricostruito gli studiosi, dal Santuario di Ercole di Cerveteri. Ecco dunque perché, per la soprintendente all’Etruria meridionale Alfonsina Russo Tagliante, la mostra di Cerveteri “è il simbolo della lotta contro il traffico illecito di reperti archeologici”, terzo mercato nero mondiale dopo armi e droga. Per l’assessore alla Cultura del Lazio, la scrittrice Lidia Ravera, “è come se i fregi del Partenone tornassero ad Atene”. Ma è anche una occasione per il territorio: “Cerveteri – spiega il governatore Zingaretti – sta entrando a far parte di una rete di promozione in Italia e nel mondo: bisogna lavorare in vista di Expo 2015 affinché si arrivi all’appuntamento con l’idea dell’esistenza del ‘bel Lazio’”.

La scena, tratta dall’Iliade, narra della morte di Sarpedonte, figlio di Zeus e di Laodamia, alleato dei Troiani nella guerra contro gli Achei

La scena, tratta dall’Iliade, narra della morte di Sarpedonte, figlio di Zeus e di Laodamia, alleato dei Troiani nella guerra contro gli Achei

Gruppo di giovani raffigurato nell'atto di indossare le armi prima di una battaglia

Gruppo di giovani raffigurato nell’atto di indossare le armi prima di una battaglia

Già numeroso il pubblico accorso a Cerveteri per ammirare i capolavori di Eufronio

Già numeroso il pubblico accorso a Cerveteri per ammirare i capolavori di Eufronio

L’opera è conservata al Museo Etrusco di Villa Giulia, a Roma: ha una capacità di 45 litri ed è l’unico cratere di Eufronio arrivato completo, è stato spiegato.  Le anse dividono la superficie in due aree decorate con scene differenti. La scena sul lato principale è tratta dall’Iliade e narra della morte di Sarpedonte, figlio di Zeus e di Laodamia, alleato dei Troiani nella guerra contro gli Achei. Le personificazioni del Sonno, Hypnos e della Morte, Thanatos, ne riportano il corpo in patria, trascinandolo via dal campo, il dio Hermes, al centro della scena, dirige l’operazione. “La composizione – spiegano gli storici dell’arte antica – è dominata dal grande corpo di Sarpedonte che evidenzia la padronanza raggiunta da Euphronios nella rappresentazione dello scorcio e nella comprensione della struttura anatomica; le due figure allegoriche, chine sul giovane, sono rappresentate, a parte le ali, come guerrieri, in pose naturalistiche e con anatomia precisa. Due altri guerrieri chiudono la scena alle estremità; sono figure stanti, osservatori, tradizionalmente presenti ad indicare l’esemplarità della rappresentazione, forse un collegamento tematico con il gruppo di giovani che, sul lato opposto del cratere, vengono raffigurati nell’atto di indossare le armi prima di una battaglia: una scena di genere, non necessariamente collegata ad eventi identificabili. Si tratta di giovani ateniesi contemporanei, ma identificati con nomi tratti dalla mitologia dalle iscrizioni che accompagnano ciascuna figura. La scelta di unire scene storiche a vicende mitologiche, sullo stesso vaso e con lo stesso stile, crea un legame tra l’attualità e il mito”.

Così i Veneti Antichi respinsero l’incursione del principe spartano Cleonimo: a Dolo la ricostruzione-spettacolo della battaglia e la presentazione della trilogia di Federico Moro

A Dolo la ricostruzione-spettacolo gli “Antichi Veneti contro gli Spartani del Principe Cleonimo”

A Dolo la ricostruzione-spettacolo gli “Antichi Veneti contro gli Spartani del Principe Cleonimo”

Il manifesto della manifestazione "Cleonimo di Sparta contro i Veneti"

Il manifesto della manifestazione “Cleonimo di Sparta contro i Veneti”

Sabato 6 settembre 2014, alle 20.45 a Dolo (Ve), in piazza Cantiere, tornano gli “Antichi Veneti contro gli Spartani del Principe Cleonimo”: la ricostruzione-spettacolo della battaglia combattuta in terra veneta nel 301-302 a.C. sarà preceduta alle 19.30 dall’intervento di Federico Moro con il “racconto dei fatti”, sulla base del volume “Il coraggio degli Antichi Veneti” (Helvetia Editrice), che ha ispirato l’evento. Ingresso libero. Lungo via Cantiere, sarà ricostruito un villaggio dei Veneti antichi con banchi di ogni tipo (apertura alle 10; didattica e giochi per bambini alle 10.30 e 15.30).

Una fase della battaglia tra veneti e spartani nella ricostruzione-spettacolo

Una fase della battaglia tra veneti e spartani nella ricostruzione-spettacolo

Della battaglia le fonti antiche non ci danno certezze; ne parlano Tito Livio e Diodoro Siculo, e non sono neppure tra loro concordanti. Lo ha ben spiegato lo storico Lorenzo Braccesi qualche anno fa – L’ avventura di Cleonimo (a Venezia prima di Venezia), Padova 1990 – riportando alla ribalta la remota vicenda adriatica dello spartano Cleonimo, esautorato dalla successione al trono e venuto, nell’anno 302/301 a.C., a guerreggiare con i suoi prodi in terra italica (veneta in particolare). Braccesi racconta – seguendo soprattutto Livio – la sfortunata campagna italiota (probabilmente la seconda) del principe lacóne che, nella memoria dell’antica storiografia, sarebbe stato “il primo navigante che avvisti le acque di Venezia al di là di un esile cordone sabbioso delimitante la laguna (l’arenile del Lido?), il primo condottiero, inoltre, che trovi sicuro ormeggio per la flotta nel porto fluviale del Medóakos (l’approdo di Malamocco?), il primo aggressore straniero, infine, che di qui risalga il Brenta per predare in territorio patavino”.  Ma lo scontro in terra padana – per altro non attestato da ulteriori fonti né confermato da evidenze archeologiche – assume presso Livio (ma già forse nella sua fonte – magari un antico cantare popolare) i toni di un epico conflitto, culminante con la misera, ingloriosa fuga degli invasori sulle poche navi superstiti (appena un quinto della poderosa flotta) e la consacrazione delle armi sottratte al nemico nel tempio padovano di Reitia (in aede Iunonis veteri fixa). Un’operazione propagandistica, quella di Tito Livio, che ben s’inserisce nel contesto cultural-politico maturato sotto Augusto, allo scopo di accreditare una derivazione di Padova dalla Troia di Priamo sulla scorta del mitico sbarco, alle foci del Meduaco-Brenta, di Antenore fuggiasco assieme agli Enetoi di Paflagonia. Si crea così un parallelismo tra Padova e Roma: entrambe vantano nella tradizione una comune origine troiana, e se i romani, discendenti di Enea, hanno vendicato la distruzione di Troia sottomettendo le città dei re achei, i patavini, discendenti di Antenore, hanno lavato nel sangue l’antica offesa sconfiggendo il principe spartano Cleonimo già prima di essere romanizzati.

Lo studioso Federico Moro intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica e teatrale

Lo studioso Federico Moro intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica e teatrale

"Il coraggio degli Antichi Veneti" di Federico Moro

“Il coraggio degli Antichi Veneti” di Federico Moro

È in questo contesto storico (in cui nulla dimostra che la battaglia abbia davvero avuto luogo) che si muove la ricerca di Federico Moro, nato a Padova, ma che vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, Moro intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica e teatrale. A Dolo presenta “Il coraggio degli Antichi Veneti: L’avventura. L’epopea. L’eredità perduta” (Collana Rosso Veneziano) che raccoglie la trilogia completa dei thriller storici ambientati nel Veneto del III sec. a.C., costruiti sulla misteriosa figura di Nerka Trostiaia, la Gran Sacerdotessa del Santuario di Pora-Reitia di Ateste, diventata punto di riferimento per i Veneti nella loro lotta contro i Celti grazie alle estasi mistiche che la rendono la “voce della Dea”. In questo romanzo Federico Moro sfrutta a pieno tutte le sue potenti armi di scrittore: la verosimiglianza nella ricostruzione storica e la velocità adrenalinica nei combattimenti. In “L’avventura” le nazioni dei Celti sono riunite con l’obbiettivo di distruggere l’Armata e le città dei Veneti. La flotta dello spartano Cleonimo risale il Medoacus verso il Santuario di Lova seminando dolore e devastazione, spetterà a Nerka Trostiaia assumere il comando della pericolosa missione per salvare il popolo veneto. In “L’epopea” la morte corre lungo il fiume Plavis, falciando guerrieri veneti e scompaginando l’avanzata delle centurie romane. Toccherà al giovane Lucio Decimo Mure svelare i retroscena dei delitti che si diramano dal Santuario di Trumusiate a Lagole. In “L’eredità perduta” siamo nell’anno 452 d.C.: gli Unni di Attila sono sotto le mura di Altino ed esigono la consegna del misterioso Tesoro di Reitia. Solo “l’uomo senza paura”, Orso Galbaio, può salvare la città dall’attacco risolvendo l’arcano che sta dietro alla scritta “In Altino occultus est”.

La rievocazione-spettacolo della battaglia contro Cleonimo all'interno del villaggio dei Veneti Antichi

La rievocazione-spettacolo della battaglia contro Cleonimo all’interno del villaggio dei Veneti Antichi

All’incontro con Federico Moro segue la rievocazione storica – spettacolo “Gli Antichi Veneti contro gli Spartani del Principe Cleonimo?” che – come detto – vuole ricordare i fatti accaduti nel 302 a.C., quando Cleonimo, spintosi con le sue navi nell’alto Adriatico, entrò nella laguna di Venezia e risalì il Brenta/Meduacus per predare in territorio patavino. Cleonimo però venne ricacciato in mare dai Patavini, che sconfissero le sue truppe e gli distrussero i quattro quinti della flotta. In scena in piazza Cantiere un centinaio di figuranti rappresentanti l’esercito venetico e i soldati spartani con combattimenti rituali preceduti dalla presentazione del procuratore. E nel villaggio dei Veneti Antichi sarà possibile immergersi nel clima culturale, economico, artistico dell’epoca, grazie alle accurate ricostruzioni storiche, che spaziano dall’abbigliamento, all’alimentazione, dalle arti ai mestieri, dalla musica alle armature.