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Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel quattordicesimo e penultimo appuntamento il viaggio parte dalla Loggia Mattei sul Palatino e arriva alla Loggia di Galatea nella Villa Farnesina oltre Tevere, alla scoperta di Muse e Segni zodiacali

La Loggia Mattei sul Palatino. Dettaglio della vela che termina la volta con raffigurazioni di Muse all’interno di edicole, piccole strutture architettoniche che potevano avere pianta circolare o rettangolare. Ai lati sono visibili le lunette con medaglioni con segni zodiacali su fondo blu (foto PArCo)

Quattordicesimo, e penultimo, appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), Palazzo Barberini al Quirinale, il parco archeologico di Priverno (residenze private), il parco archeologico di Ostia Antica (Sinagoga), Santa Maria Maggiore a Ninfa (Lt), il complesso di Massenzio sulla via Appia, Palazzo Farnese a Caprarola (Vt), le gallerie nazionali Barberini Corsini, il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte ancora una volta dal Palatino, precisamente dalla Loggia Mattei, per giungere ad ammirare un’altra Loggia, quella di Galatea nella Villa Farnesina, tra Muse e Segni zodiacali.

La loggia Stati-Mattei sul Palatino. Sulla sinistra sono visibili in parte i materiali di reimpiego: i fusti di colonna in granito bigio sormontati da capitelli in travertino del XVI secolo. La decorazione pittorica della Loggia è suddivisa geometricamente con lunette laterali a forma di vela triangolare; sul soffitto un fregio di colore giallo, incornicia altri elementi decorativi e riquadri con scene mitologiche. Al centro della volta lo stemma della famiglia Mattei; sopra di esso la scena con Amore e le Muse, sotto la scena con Ercole e Zeus (foto PArCo)

Il colle Palatino viene ricordato soprattutto per lo splendore dell’epoca dei Cesari ma anche nei secoli successivi fu scelto come dimora da importanti famiglie. In questa penultima tappa del percorso proposto dal parco archeologico del Colosseo si parte dalla Loggia Stati-Mattei costruita nei primi anni del Cinquecento proprio sul colle sfruttando spazi esistenti della Domus Augustana, parte della residenza imperiale. La Loggia è ciò che resta della Villa fatta erigere dalla famiglia Stati sul colle Palatino e doveva affacciarsi sul giardino, secondo lo schema tipico delle abitazioni romane extraurbane della fine del Quattrocento. “Ancora oggi possiamo ammirarla con le forme di un tempo”, spiegano gli archeologi del PArCo: “un portico con tre colonne ioniche di reimpiego su cui si impostano quattro archi a tutto sesto, decorata con grottesche su fondo bianco chiaramente ispirate al mondo classico ed alle decorazioni della Domus Aurea (vedi la mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” Roma. Il ministro Franceschini ha aperto ufficialmente la Domus Aurea e la mostra multimediale “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”. L’intervento dei curatori. Via libera al pubblico dal 23 giugno | archeologiavocidalpassato).

La Loggia Mattei sul Palatino. Dettaglio della lunetta affrescata con grottesche su fondo bianco, al centro medaglioni con segni zodiacali su fondo blu: in questa scena l’ariete. Ai lati della lunetta, parzialmente visibili le vele a forma triangolare con raffigurazioni di Muse (foto PArCo)

“La composizione pittorica, geometricamente scompartita per il necessario adattamento ad uno spazio già esistente”, continuano gli archeologi del PArCo, “adottò soluzioni prospettiche ben studiate: nelle lunette troviamo raffigurazioni di Apollo, Atena e delle Muse, mentre nelle vele sono inseriti medaglioni con i dodici segni zodiacali su fondo blu. Staccati e venduti intorno al 1856-1860, essi furono ricollocati in situ solo nel 1989 grazie ad un accordo con il Metropolitan Museum of Art di New York. Le pareti della Loggia erano ornate da otto scene mitologiche che riprendevano racconti delle Metamorfosi di Ovidio e narravano il mito di Venere: esse furono asportate a partire dal 1846 e vendute all’Ermitage di San Pietroburgo dove si trovano tuttora”.

Dettaglio degli affreschi della volta della Loggia Mattei sul Palatino (foto PArCo)

“Gli affreschi risalgono con molta probabilità al 1520, momento in cui Cristoforo Stati si interessò alla costruzione e decorazione della Loggia affidandola, come testimoniano diverse fonti scritte, a Baldassarre Peruzzi che, all’inizio della sua carriera, fu collaboratore di Raffaello. Dal maestro colse il linguaggio utilizzato nella stufetta vaticana del cardinal Bibbiena, realizzata pochi anni prima dalla scuola di Raffaello, come risulta particolarmente evidente nelle scene raffiguranti Venere. La famiglia Mattei entra nella storia della Loggia nel 1560 dopo aver acquistato dagli Stati la vigna, con lo scopo di formare un unico grande possedimento. Il passaggio di proprietà determinò modifiche strutturali anche agli affreschi della Loggia come testimonia la sostituzione dello stemma Stati con quello dei nuovi proprietari Mattei”.

L’esterno di Villa Farnesina. Oggi proprietà dell’Accademia Nazionale dei Lincei, è una delle più nobili e armoniose realizzazioni del Rinascimento italiano. Nel nome conserva la memoria dei Farnese a cui pervenne nel 1579 in violazione del vincolo ereditario posto dal suo committente ma, in realtà, dovrebbe essere intitolata ad Agostino Chigi, primo vero committente (foto PArCo)

“Curiosamente Peruzzi, circa un decennio prima, era già stato incaricato di progettare l’architettura e la decorazione ad affresco”, ricordano gli archeologi del PArCo, “di un’altra Loggia non lontana da qui, sull’altra sponda del Tevere: la Loggia di Galatea a Villa Farnesina. Commissionata agli inizi del Cinquecento dal banchiere di origine senese Agostino Chigi, essa rappresenta una delle più nobili e armoniose realizzazioni del Rinascimento italiano”.

La loggia di Galatea di Villa Farnesina nel Cinquecento era nota come ‘Loggia del Giardino’ in quanto due finestre si affacciavano sul giardino segreto meridionale, mentre le cinque arcate della parete orientale originariamente si aprivano sull’ampio giardino, sulla loggia del Tevere e quindi sul fiume (foto PArCo)

“Nella Loggia di Galatea il committente volle amplificare la sua immagine realizzando una ideale autobiografia: così il Peruzzi raffigurò sulla volta l’oroscopo di Agostino Chigi e il suo tema natale con divinità planetarie e costellazioni extra-zodiacali, lasciando intuire il fausto destino del committente nella favorevole congiuntura degli astri. Le lunette con sfondo blu e scene mitologiche furono invece affrescate da Sebastiano del Piombo e i motivi decorativi tratti in prevalenza dalle Metamorfosi di Ovidio; un altro punto in comune con la Loggia Palatina che, nelle scene raffiguranti Venere, si ispirava alla stessa fonte antica”.

La Ninfa Galatea di Raffaello, particolare della parete della Loggia di Galatea a Villa Farnesina. La ninfa si trova ancora vicino alla riva e sembra salire solo ora sul cocchio di conchiglia per fuggire da Polifemo. Prima che allenti le redini, indirizza ancora una volta lo sguardo indietro perché sente il canto di Polifemo. È circondata da ninfe e tritoni, vittime di amorini volanti che obbediscono al dio dell’amore, nascosto dietro alle nuvole mentre punta le frecce (foto PArCo)

“L’augurio di un nuovo amore, invece, si ritrova nella scena con ciclope Polifemo innamorato della bella Galatea – che dà anche il nome alla Loggia – rispettivamente realizzati da Sebastiano del Piombo e Raffaello”.

I lavori di digitalizzazione della Loggia Mattei al Palatino, avviati nell’ambito dell’accordo quadro tra il Parco archeologico del Colosseo e l’Accademia Nazionale dei Lincei (foto PArCo)

“I legami storico culturali che già nel Cinquecento intercorrevano tra le due Logge sono stati oggi ulteriormente valorizzati dall’accordo firmato tra il PArCo e l’Accademia nazionale dei Lincei. Le due istituzioni si sono impegnate a collaborare per 4 anni per la ricerca, la promozione e la fruizione del proprio patrimonio con progetti condivisi. Una delle prime iniziative, già in corso, è proprio la digitalizzazione ad alta risoluzione delle due Logge. Per informazioni sulla Accademia Nazionale dei Lincei vi invitiamo a visitare il sito ufficiale https://www.lincei.it/it.

“Sardegna isola megalitica: dai menhir ai nuraghi. Storie di pietra nel cuore del Mediterraneo”: Berlino, San Pietroburgo, Salonicco e Napoli sono le tappe (dal 1° luglio 2021 all’11 settembre 2022) di una straordinaria mostra dedicata alle antichissime culture megalitiche della Sardegna, compresa quella nuragica, per la prima volta al centro dell’attenzione internazionale. La presentazione dei promotori e dei direttori dei musei coinvolti

Prendete una cartina dell’Europa, segnate con delle bandierine la posizione di Berlino, San Pietroburgo, Salonicco e Napoli. Poi idealmente collegatele con una linea. Si formerà un arco il cui fuoco finisce su una grande isola nel cuore del Mediterraneo: la Sardegna, cui oggi sempre più viene riconosciuto dagli studiosi internazionali un ruolo di primo piano in età preistorica e protostorica nei contatti e negli incroci di civiltà, sia nell’ambito del Mare Nostrum, sia nei rapporti con il Centro e Nord Europa e con il Levante. Un’isola che ha visto svilupparsi, millenni or sono, culture e civiltà originali, capaci di dar vita a testimonianze ed evidenze monumentali. Berlino, San Pietroburgo, Salonicco e Napoli sono state scelte come tappe di una straordinaria mostra dedicata alle antichissime culture megalitiche della Sardegna, compresa quella nuragica, per la prima volta al centro dell’attenzione internazionale: “Sardegna Isola Megalitica. Dai menhir ai nuraghi: storie di pietra nel cuore del Mediterraneo” è la mostra-evento promossa dalla Regione Sardegna-assessorato del Turismo, Artigianato e Commercio con il museo Archeologico nazionale di Cagliari e la Direzione Regionale Musei della Sardegna, con il patrocinio del MAECI e del MIC, la collaborazione della Fondazione di Sardegna e il coordinamento generale di Villaggio Globale International. La mostra ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica. È questa l’ultima tappa di un articolato progetto di Heritage Tourism finanziato dall’Unione Europea, sull’archeologia sarda nel contesto del Mediterraneo, preparata nel 2017 da un ampio convegno internazionale sul tema (vedi “Le civiltà e il Mediterraneo”: in un eccezionale convegno internazionale i grandi musei si confrontano a Cagliari sul Mediterraneo, per secoli crocevia di culture culla delle più significative civiltà antiche. Così la Sardegna riafferma il suo ruolo centrale nella storia del Mediterraneo e la ricchezza della civiltà nuragica | archeologiavocidalpassato) e nel 2019 dall’esposizione a Cagliari “Le Civiltà e il Mediterraneo” (vedi Apre a Cagliari la mostra “Le Civiltà e il Mediterraneo”: 550 reperti tra ceramiche, armi e utensili, oggetti di culto e antichi idoli, monili e, soprattutto, straordinari oggetti in bronzo, a documentare come il bacino del Mediterraneo non sia stato un luogo chiuso ma contaminante e in continua evoluzione | archeologiavocidalpassato), presenti i musei che ora ospiteranno la nuova importante mostra: il museo nazionale per la Preistoria e Protostoria di Berlino (dal 1° luglio 2021 al 30 settembre 2021), il museo statale Ermitage di San Pietroburgo (dal 19 ottobre 2021 al 16 gennaio 2022), il museo Archeologico di Salonicco (dall’11 febbraio 2022 al 15 maggio 2022) e il museo Archeologico nazionale di Napoli (dal 10 giugno 2022 all’11 settembre 2022).

La locandina della mostra “Sardegna isola megalitica”: prima tappa a Berlino dal 1° luglio al 30 settembre 2021
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Giovanni Chessa, assessore della Regione Sardegna

“C’è una certezza che da tanti anni abbiamo dentro di noi”, interviene Giovanni Chessa, assessore del Turismo, Artigianato e Commercio, Regione Autonoma della Sardegna. “E ogni qualvolta guardiamo alla nostra regione, alla sua storia, alla sua dimensione culturale, ai suoi musei, ai suoi parchi archeologici questa sensazione si rafforza e diviene realtà. La Sardegna è il cuore della civiltà del Mediterraneo. E non lo è in maniera statica o isolata. Non lo è soltanto per la “propria” dimensione. È punto di riferimento nel grande mare che bagna le coste dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia. Ma è anche luogo di relazioni che contaminano il Centro ed il Nord Europa con il Levante. Questa coscienza non è solo antica, non è storia sepolta degna del pensiero e della ricerca degli studiosi. Questo modo di vedere la Sardegna è nel senso della vita di ciascuno di noi, è nell’aspirazione ad un futuro importante che veda le nostre genti protagoniste di un nuovo sviluppo. È per questo che abbiamo voluto questa mostra”.

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Francesca Lissia della Regione Sardegna

E Francesca Lissia, Autorità di Gestione PO FESR Sardegna 2014-2020: “Il Progetto espositivo La Civiltà Nuragica e millenaria della Sardegna, che nei prossimi mesi e fino al mese di settembre del 2022 sarà visitabile in quattro tra le più importanti e suggestive città europee, segna il ritorno dell’isola e del suo immenso patrimonio archeologico, tra i più numerosi al mondo se rapportato alla popolazione e alla sua dimensione geografica, all’interno dei cartelloni culturali internazionali. Lo fa ancora una volta, e lo sottolineo non senza orgoglio, grazie al contributo decisivo delle risorse comunitarie – in particolare del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale – che consentiranno alla Regione Autonoma della Sardegna di rafforzare il quadro delle iniziative culturali promosse dall’Italia all’estero in una fase di ripresa, di rilancio e di grande entusiasmo”.

L’eccezionale panorama che si gode dall’alto della torre di Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)
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Il soprintendente Bruno Billeci

“Attualità e fragilità del patrimonio nuragico in Sardegna. La meraviglia accompagna ogni descrizione delle testimonianze antiche di Sardegna”, assicura Bruno Billeci, soprintendente per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio per le Province di Sassari e Nuoro, “esse vengono collocate in un passato lontano statico e sostanzialmente sospeso rispetto alle processualità successive. In modo lapidario Tacito ha affermato sui resti del passato: omnia […] quae nunc vetustissima creduntur, nova fuere, ma questa considerazione non sembra trasparire nelle parole di nessuno degli storici antichi o dei viaggiatori che, tra Ottocento e Novecento, hanno descritto i resti archeologici dell’isola e tra i primi lo Spano, importante esponente della cultura sarda nell’epoca della nascita dell’interesse verso la storia antica locale. E questa meraviglia è oggi intatta e presente ogni volta che siamo al cospetto delle architetture e dei manufatti preistorici e nuragici che costituiscono una delle peculiarità del paesaggio culturale sardo denso di stratificazioni e di testimonianze”.

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Francesco Muscolino, direttore del museo Archeologico nazionale di Cagliari

Il museo Archeologico nazionale di Cagliari, autonomo dal dicembre 2019, ma attivo come nuovo istituto solo dal novembre 2020, ha “ereditato” e portato avanti alcuni progetti già avviati dalla Direzione Regionale Musei Sardegna, cui il Museo afferiva prima dell’autonomia. Tra questi progetti, emerge per importanza la mostra – promossa dalla Regione Autonoma della Sardegna – che, nonostante il comprensibile ritardo causato dalla pandemia, trova finalmente coronamento con la pubblicazione del catalogo. “Per il “nuovo” Museo di Cagliari”, sottolinea Francesco Muscolino, direttore del museo Archeologico nazionale di Cagliari e direttore ad interim della Direzione Regionale Musei Sardegna, “sarà un’ottima occasione per avviare e, in alcuni casi, corroborare e continuare i rapporti con altri prestigiosi musei, anche in vista di future iniziative comuni di esposizione e di ricerca. In un anno che si spera possa segnare l’avvio della progressiva uscita dalla crisi pandemica, un’iniziativa culturale come questa, complessa e di alto profilo, in fattiva condivisione di intenti con altre istituzioni, può sicuramente offrire un importante apporto alla auspicabile ripresa, contribuendo a far conoscere sempre meglio lo straordinario patrimonio archeologico sardo, anche nei suoi aspetti meno noti al grande pubblico. È importante sottolineare come il Museo di Cagliari non sia solo un ente prestatore, che contribuisce in maniera determinante alla mostra con centinaia di reperti, ma abbia predisposto e coordinato, grazie all’impegno dei suoi funzionari e in collaborazione con la Direzione Regionale Musei, il progetto scientifico del catalogo e dell’esposizione, oltre a curare le necessarie procedure amministrative e i delicati aspetti conservativi”.

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Matthias Wemhoff, direttore del museo per la Preistoria e Protostoria di Berlino

La mostra “Sardegna – Isola Megalitica” segna un’altra tappa significativa della collaborazione tra il museo nazionale per la Preistoria e Protostoria, gli Staatliche Museen zu Berlin (Musei nazionali di Berlino) e i Musei Archeologici della Sardegna e la Regione Autonoma della Sardegna. “In questo progetto, sostenuto dall’Unione Europea e dalla Regione Autonoma della Sardegna, il nostro museo non solo ha partecipato con prestiti, insieme ad altri musei di fama internazionale”, sottolinea Matthias Wemhoff, direttore del museo per la Preistoria e Protostoria di Berlino e Archeologo di Stato, “ma ha anche messo a disposizione uno dei due curatori di questa mostra, Manfred Nawroth, che desidero ringraziare di cuore per il suo grande impegno profuso anche per la realizzazione della tappa espositiva di Berlino. È un piacere che il museo nazionale per la Preistoria e Protostoria di Berlino possa non solo partecipare alla mostra, ma addirittura essere il primo museo ad ospitare l’esposizione. E, in fin dei conti, il nostro museo è legato alla Sardegna da decenni. Da questo punto di vista resta indimenticabile la mostra “Kunst und Kultur Sardiniens vom Neolithikum bis zum Ende der Nuraghenzeit” (“Arte e cultura della Sardegna dal Neolitico alla fine del periodo nuragico”), in cui quasi 300 prestiti, tra cui alcuni provenienti dai musei di Cagliari e Sassari, furono presentati nel 1980 nell’allora museo nazionale per la Preistoria e per la Protostoria di Berlino Ovest, e in occasione della quale fu pubblicato un catalogo riccamente illustrato. Ad oltre 40 anni di distanza, rivolgiamo nuovamente uno sguardo più ampio a questo paesaggio culturale così speciale. Per mostrare anche fattivamente il nostro apprezzamento per il progetto abbiamo liberato per questa esposizione speciale alcune delle nostre sale storiche più belle, in cui normalmente presentiamo reperti importanti quali la collezione di antichità troiane di Heinrich Schliemann. Al Neues Museum intendiamo non solo far conoscere la cultura della Sardegna nell’estate del 2021 alla gente di Berlino, ma ci auguriamo – se la situazione pandemica lo permetterà – di presentarla nuovamente anche a un pubblico internazionale”.

Arzachena (SS), le tombe di giganti di Li Lolghi (foto Teravista di Giovanni Alvito)
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Michail Piotrovsky, direttore generale del museo dell’Ermitage

“Il mar Mediterraneo, con le sue isole, sembrerebbe essere stato attraversato, solcato dalle navi in lungo e in largo, studiato e descritto in ogni sua parte”, sottolinea Michail Piotrovskj direttore generale del Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo. “Tuttavia, fortunatamente, oggi, sia nelle isole famose che in quelle dimenticate, l’immaginazione di visitatori e studiosi è risvegliata da monumenti poco o per niente conosciuti, pieni di fascino oscuro, che emanano mistero per viaggiatori e ricercatori. La Sardegna è un luogo che in particolar modo crea suggestioni, che incanta e fa sorgere molteplici teorie sulla natura e sull’origine delle sue antiche culture, sui destini dei popoli del mare. A volte sembra sorprendente che non tutti i libri di testo scolastici raccontino delle meraviglie dell’età del Bronzo mediterranea: delle gigantesche tombe di pietra, delle enormi statue di guerrieri in pose da combattimento e di quelle incredibili torri monumentali, i nuraghi, antenati dei castelli medievali. Per non parlare di piccole statuette di bronzo aggraziate, probabilmente ispirate agli dei, di guerrieri con scudi, arcieri, donne con bambini, animali con le corna, brocche dalle forme incomprensibili… La grazia severa della ‘cultura nuragica’, di recente nuovamente glorificata dai ritrovamenti e dal restauro di statue monumentali (una delle quali vedremo esposta a San Pietroburgo), è diventata oggetto di studio ed esposizione in una splendida mostra realizzata dagli sforzi di esperti e leader museali provenienti da Italia, Germania, Grecia e Russia. E la Russia – conclude – ha una sua tradizione nazionale di studio della storia antica della Sardegna, che riceve attraverso questa mostra un nuovo stimolo tangibile per il suo sviluppo, e che le torri di pietra e il bronzo ricorderanno ancora una volta l’archeologia esotica del mar Nero e del Caucaso. Il nostro mondo è tanto unito, quanto variegato”.

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Angeliki Koukouvou, vicedirettore del museo Archeologico di Salonicco

E Angeliki Koukouvou, vicedirettore del museo Archeologico di Salonicco: “Accogliamo con grande piacere e soddisfazione l’organizzazione di una grande mostra che rinnova la consolidata sinergia creativa tra il museo Archeologico di Salonicco e la Regione Autonoma e i musei archeologici della Sardegna. La mostra verrà presentata in quattro importanti musei, affiancandosi alle loro collezioni e mettendo in evidenza le affinità eclettiche delle antiche civiltà che un tempo si incrociavano nei porti del Mediterraneo, il grande mare di comunicazione e coesione. Il museo archeologico di Salonicco è particolarmente grato al ministero della Cultura italiano, alla Regione Autonoma della Sardegna e ai suoi musei che ci hanno affidato molti dei loro più celebri tesori. Sia i capolavori già famosi che i ritrovamenti più recenti saranno messi in risalto dal più ampio contesto archeologico in cui vengono presentati. Siamo entusiasti che il nostro museo sia stato scelto come sede in Grecia di questo evento senza pari. Auspichiamo che il magico universo sardo e il suo profumo mediterraneo catturino i nostri cuori e ispirino molti altri emozionanti viaggi”.

Soldato con stocco e scudo; bronzetto dell’Età del Ferro conservato al museo Archeologico nazionale di Cagliari (foto man cagliari)
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Il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini (foto mann)

“Abbiamo tutti abbastanza presente la classica suddivisione della storia della Sardegna”, esordisce Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli: “la fase prenuragica e quella dei nuraghi e delle tombe dei giganti; il successivo periodo in cui si concentra la produzione di raffinati bronzetti nuragici, forse la più rappresentativa espressione dell’ethnos sardo, e il successivo arrivo dei Fenici e dei Cartaginesi che perfezionano nell’isola il modello dei centri urbani; la romanizzazione finale, a prezzo anche di gravi episodi di violenza da parte dell’Urbe e di una scarsa integrazione delle popolazioni dell’interno. Nel corso di studi consolidati nel tempo e di una bella mostra intitolata “Le Civiltà e il Mediterraneo”, alla quale anche il Mann ha partecipato, si è anche chiarito la posizione baricentrica della Sardegna per tutti coloro che, fin dall’età del Bronzo, dovessero intraprendere rotte o scali commerciali da Oriente a Occidente: fossero essi mercanti Micenei, Fenici, Ciprioti e, più tardi, Cartaginesi o Etruschi, avidi soprattutto di metalli. Forse è meno chiaro al grande pubblico – continua Giulierini – come, nel corso di molti millenni, il popolo sardo si riplasmi di continuo, assorbendo i nuovi arrivati e rielaborando, talora attivamente, talora in forma coercitiva, ulteriori stimoli culturali. L’idea di formazione del popolo etrusco, rispetto ai rigidi criteri della provenienza in blocco di un popolo da una sola area geografica, sviluppata da Massimo Pallottino, potrebbe in effetti tranquillamente allargarsi ai Sardi ma, a ben vedere, un po’ a tutti i popoli dell’Italia antica. Basti pensare alla stessa Campania che vede, dopo sporadiche incursioni micenee nell’età del Bronzo che avviano connessioni con le popolazioni locali, un arrivo massiccio, a partire dal IX secolo a.C., di Greci lungo le coste, Etruschi, Campani e altri popoli italici in molti centri dell’interno. E, a ben guardare, anche le stesse cornici geografiche, pur determinando con i fiumi, le fonti, le risorse naturali in genere o le conformazioni geologiche alcune caratteristiche di base degli insediamenti, mutano in parte e vengono riplasmate da questo infinito numero di uomini e donne che, conoscendosi, incrociandosi, talora combattendosi, formano quegli ethnoi che, pur se costretti a parlare nel tempo la lingua dei nuovi padroni, in realtà conservano “sotto traccia” caratteristiche definite fino ai giorni nostri. Andare alla scoperta dei mattoncini di questo DNA culturale – conclude – è, credo, la cosa più stimolante che possa fare una mostra”.

Sesto appuntamento con “Storie di vita”: la rubrica prodotta da Streamcult, in streaming e on demand, condotta da Dario Di Blasi che stavolta incontra il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, che ha fatto del Mann un centro di promozione culturale per la città, il territorio, il Paese, dialogando con il mondo

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Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, è il protagonista del sesto appuntamento con la rubrica “Storie di vita” da seguire on line in streaming e on demand giovedì 22 aprile 2021, alle 17. La rubrica si basa sulle relazioni e i rapporti di conoscenza acquisiti nel mondo dell’archeologia e del cinema da Dario Di Blasi, direttore del Firenze Archeofilm, curatore per più di 30 anni di manifestazioni cinematografiche dedicate all’archeologia, all’etnografia e all’antropologia culturale. Prodotta da StreamCult in collaborazione con la Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, “Storie di vita” è un format di approfondimento culturale che vede importanti personalità del campo dell’archeologia, della cinematografia e della cultura raccontarci le loro esperienze, le loro passioni e il loro lavoro.

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I direttori Paolo Giulierini (Mann) e Michail Piotrovsky (Ermitage) a San Petroburgo

“Alcuni anni fa – spiega Dario Di Blasi – mi sentivo più o meno agente di commercio, o meglio rappresentante di cinema archeologico perché, in un’ottima iniziativa della Regione Toscana Le notti dei musei, giravo nei piccoli musei toscani di Chianciano, Murlo, Pisa, Siena, Cetona, Sarteano e Cortona per presentare l’archeologia, appunto, attraverso il cinema. In quell’occasione conobbi Paolo Giulierini direttore all’epoca del museo dell’Accademia etrusca di Cortona, un museo piccolo ma significativo, a parer mio, anche solo per lo splendido e unico lampadario etrusco. Come abbia fatto Paolo Giulierini con l’esperienza di un piccolo museo – continua Di Blasi – a trasferirsi al museo Archeologico nazionale di Napoli, forse il più bello e ricco di patrimonio in reperti al mondo, lo voglio proprio chiedere in questa conversazione. Forse sarò impertinente, ma vorrò capire anche come abbia fatto a entrare così in sintonia con Napoli e a imprimere una vertiginosa sequenza di eventi al Mann e a trovare un giusto e dignitoso equilibrio nello scambio internazionale di reperti archeologici e d’arte con grandi e prestigiose istituzioni culturali internazionali, come l’Ermitage di San Pietroburgo, riuscendo a dimostrare come sia importante il Patrimonio storico e culturale del nostro paese, l’Italia! Il museo Archeologico di Napoli, con  le iniziative di Giulierini, non potrà più essere identificato come il museo di Pompei, Ercolano o Stabia. È il museo che raccoglie e presenta tutto il Mondo Antico con le sue sale e con i ricchissimi magazzini chiamati confidenzialmente Sing Sing”.

L’arco trionfale fulcro della mostra “DEI, UOMINI, EROI. Dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei” al museo Ermitage di San Pietroburgo (foto Paolo Soriani)

“Questa conversazione con Paolo Giulierini – anticipa Di Blasi – risponde anche alla polemica avviata giorni fa da Tommaso Montanari al seguito di un’interrogazione parlamentare su prestiti e scambi di opere d’arte che il Mann fa e mette in opera con importanti istituzioni culturali internazionali e sul supporto di privati di cui in alcuni casi si avvale per poterli realizzare. Io penso, in poche parole, che il Mann faccia bene a diffondere cultura e conoscenza permettendo di far conoscere la ricchezza storico archeologica del nostro Paese, l’Italia, attraverso mostre internazionali in cui viene precisato il contesto da cui provengono le opere e in cui viene garantita la sicurezza nel trasporto. In qualche misura questi scambi internazionali consegnano nuovamente dignità al nostro Paese che ha permesso, anni addietro, scambi capestro di opere, mascherati da restituzioni come nel caso della collezione degli argenti di Morgantina, restituiti, si fa per dire, dal Metropolitan Museum di New York. Un’obiezione potrebbe essere plausibile nel caso in cui il prestito di un’opera privasse il Mann o qualsiasi altro museo di un qualche cosa di identitario per la stessa istituzione o per il luogo vedi Il Caravaggio di Siracusa”. 

Forlì. Ai musei San Domenico la grande mostra “Ulisse. L’arte e il mito”. Un viaggio nell’arte mai raccontato che ripercorre, con 250 opere attraverso i secoli, le vicende del più antico e moderno personaggio della letteratura occidentale: Ulisse

La locandina della mostra “Ulisse. L’arte e il mito” a Forlì dal 19 maggio al 31 ottobre 2020

Dall’Odissea alla Commedia dantesca, da Tennyson a Joyce e a tutto il Novecento, di volta in volta, Ulisse è l’eroe dell’esperienza umana, della sopportazione, dell’intelligenza, della parola, della conoscenza, della sopravvivenza e dell’inganno. È “l’uomo dalle molte astuzie e “dalle molte forme”. Dopo la Guerra di Troia, quando affronta le sue avventure nel viaggio del lungo ritorno, egli è già un personaggio famoso. Ma quel viaggio è anche la faticosa riconquista di sé, della propria identità, attraverso il recupero narrativo della sua vicenda alla corte di Alcinoo, attraverso la memoria del ritorno. Così come accade all’arte, che narra narrandosi, che racconta l’oggetto e la sua forma stilistica. All’eroe omerico, eroe dell’esperienza umana, è dedicata la grande mostra “Ulisse. L’arte e il mito”, ospitata ai musei San Domenico di Forlì fino al 31 ottobre 2020, a cura della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e sotto l’egida di Gianfranco Brunelli, direttore dei progetti espositivi, e del comitato scientifico presieduto dal prof. Antonio Paolucci e con la main partnership di Intesa Sanpaolo. Una nuova, ambiziosa sfida. Un viaggio nell’arte mai raccontato che ripercorre, attraverso i secoli, le vicende del più antico e moderno personaggio della letteratura occidentale: l’uomo dal “multiforme ingegno”, Ulisse. La vasta ombra di Ulisse si è distesa infatti sulla cultura d’Occidente. Dal Dante del XXVI dell’Inferno allo Stanley Kubrick di 2001 – Odissea nello spazio, dal capitano Acab di Moby Dick alla città degli Immortali di Borges, dal Tasso della Gerusalemme liberata alla Ulissiade di Leopold Bloom l’eroe del libro di Joyce che consuma il suo viaggio in un giorno, al Kafavis di Ritorno ad Itaca là dove spiega che il senso del viaggio non è l’approdo ma è il viaggio stesso, con i suoi incontri e le sue avventure. È il mito che si è fatto storia e si è trasmutato in archetipo, idea, immagine. E che oggi, come nei millenni trascorsi, trova declinazioni, visuali, tagli di volta in volta diversi. Specchio delle ansie degli uomini e delle donne di ogni tempo.

La mostra era inizialmente prevista dal 15 febbraio al 21 giugno 2020. Ma la chiusura temporanea per decreto governativo legata alla pandemia da coronavirus di tutti i luoghi della cultura, compresi teatri e musei, ha costretto gli organizzatori a riprogrammare la mostra dal 19 maggio al 31 ottobre 2020. Per venire incontro a quanti avrebbero avuto piacere a visitare l’esposizione forlivese, durante il lockdown per iniziativa della Regione Emilia Romagna, è stato realizzato da LepidaTv un video sulla mostra “Ulisse, l’arte e il mito”. “Il più grande viaggio nell’arte”, spiegano i curatori del programma, “raccontato in un video documentario che affronta il tema di Ulisse e del suo mito, che da tremila anni domina la cultura dell’area mediterranea ed è oggi universale. La mostra illustra un itinerario senza precedenti, attraverso capolavori di ogni tempo: dall’antichità al Novecento, dal Medioevo al Rinascimento, dal naturalismo al neo-classicismo, dal Romanticismo al Simbolismo, fino alla Film art contemporanea”. Il documentario di Lepida Tv è stato curato da Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, in collaborazione con Comune di Forlì, IBC, APT Emilia-Romagna, e Regione Siciliana.

Il “Concilio degli dei” del Rubens conservato al castello di Praga (foto museo Praga)

Fin dall’antichità gli artisti non hanno cercato di illustrare in forma puramente didascalica l’intera Odissea. Se l’età arcaica privilegia gli episodi di Polifemo, di Circe, di Scilla e delle Sirene, l’età classica aggiunge gli incontri e i riconoscimenti: l’incontro con Tiresia, Atena, Nausicaa e Telemaco, il dolore e l’inganno della tela di Penelope, il riconoscimento della nutrice Euriclea, la strage dei Proci. L’ellenismo aggiunge l’incontro domestico e commovente con il cane Argo, l’abbraccio e il riconoscimento tra Ulisse e Penelope, l’arte romana infine, oltre a ripetere i modelli precedenti, raffigura, quale epilogo consolatorio, l’abbraccio tra Ulisse e il padre Laerte. L’arte antica non è interessata a mettere in scena il poema epico, quanto un uomo che attraverso le sue molteplici e dolorose esperienze ha imparato a conoscere se stesso. Dante, che scrive 2000 anni dopo Omero, usa gli autori latini che sottolineano le qualità di Ulisse. Così nel canto XXVI dell’Inferno egli conferisce a Ulisse una nuova e diversa centralità. L’Ulisse di Dante non è spinto dalla nostalgia del ritorno, né, come l’Enea virgiliano, è mosso da una missione, egli è un viandante spinto dall’ardore “a divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore”, e si lancia “per altro mare aperto”, verso il “folle volo”.

La testa di Ulisse dal museo Archeologico nazionale di Sperlonga, simbolo della mostra di Forlì (foto museo Sperlonga)

Le sale del San Domenico (formato dalla chiesa di San Giacomo, da un primo chiostro ad essa adiacente e completamente chiuso e da un secondo chiostro, aperto su un lato) ospitano 250 opere tra le più significative, dall’antico al Novecento, suddivise in 16 sezioni, in un percorso museale che comprende pittura, scultura, miniature, mosaici, ceramiche, arazzi e opere grafiche, e che si snoda attraverso i più grandi nomi di ogni epoca. A partire dall’Ulisse di Sperlonga, opera in marmo del I sec. d.C., immagine simbolo della mostra, e dall’Afrodite Callipigia dell’antichità. Nella suggestiva cornice del San Giacomo è possibile ammirare il Concilio degli dei di Rubens, e via via la Penelope del Beccafumi, la Circe invidiosa di Waterhouse arrivata dall’Australia, fino a Le Muse inquietanti di De Chirico, all’Ulisse di Arturo Martini e al cavallo statuario di Mimmo Paladino. Di assoluto prestigio le collaborazioni con i più importanti musei nazionali e internazionali, tra i quali il Musée d’Orsay di Parigi, la Royal Academy di Londra, il museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, il Metropolitan Museum of Art di New York, i musei Vaticani, le Gallerie degli Uffizi di Firenze, le Gallerie d’Italia, e l’università di Ginevra.

Il film “Ermitage. Il potere dell’arte” ha vinto il Nastro d’Argento 2020 – Sezione Documentari ed eventi d’Arte. Prodotto tra 3D Produzioni e Nexo Digital con la collaborazione di Villaggio Globale International e di Sky Arte, è diretto da Michele Mally su soggetto di Didi Gnocchi, con la partecipazione straordinaria di Toni Servillo

Il manifesto del film “Ermitage. Il potere dell’arte” diretto da Michele Mally su soggetto di Didi Gnocchi

Il film “Ermitage. Il potere dell’arte” ha vinto il Nastro d’Argento 2020 – Sezione Documentari ed eventi d’Arte. Dopo i Nastri d’Argento assegnati nei giorni scorsi per i lungometraggi, è stato annunciato il palmarès dei documentari 2020, che ha visto primeggiare il film dedicato al museo statale Ermitage, prodotto tra 3D Produzioni e Nexo Digital con la collaborazione di Villaggio Globale International e di Sky Arte. “Ermitage. Il potere dell’arte” diretto da Michele Mally su soggetto di Didi Gnocchi, che firma la sceneggiatura con Giovanni Piscaglia, con la partecipazione straordinaria di Toni Servillo, è stato realizzato con la piena collaborazione del museo statale Ermitage di San Pietroburgo e del suo direttore Michail Piotrovskij per raccontare il grande museo sulla Neva in maniera inedita ed emozionante, attraverso i secoli della storia russa e le vicende culturali che hanno portato allo sviluppo delle sue collezioni nel cuore della città.

Il film “Ermitage. Il potere dell’arte” con la partecipazione straordinaria di Toni Servillo

“Ermitage. Il potere dell’arte”: un luogo e un racconto straordinari raccontati in modo magistrale in un docufilm che ha saputo affascinare anche una giuria di “addetti ai lavori”. Dal 1946, il premio Nastro d’Argento è assegnato dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici italiani (SNGCI) premiando ogni anno i migliori film, autori, interpreti, produttori e tecnici. Il documentario dedicato al grande museo russo, presentato nell’ottobre scorso in anteprima assoluta a Venezia, aveva ottenuto un successo strepitoso nei 3 giorni di programmazione a novembre 2019 nei cinema italiani – ponendosi al terzo posto dietro due Blockbuster come Jocker e Maleficent – per poi essere distribuito a livello internazionale. Grande successo anche la sua presentazione su Sky Arte. Selezionato nelle scorse settimana per la cinquina finalista della sezione documentari ed eventi d’arte della competizione, è stato premiato come vincitore del Nastro d’Argento in un’edizione del premio caratterizzata, a detta degli organizzatori, da una “qualità eccezionale, difficile persino da giudicare per gli spunti di approfondimenti e il racconto su arte, cinema, cultura, società”.

“Le Passeggiate del Direttore”: col 25.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci porta nel nuovo Egitto, quello successivo alla conquista di Alessandro Magno: con l’epoca greco-romana è l’Egitto di Cleopatra e dei Tolomei

Nel 332 a.C., con l’esercito di Alessandro Magno che conquista la terra dei faraoni, l’Egitto entra in una nuova fase che affronta il 25.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore”. Christian Greco ci spiega “Cleopatra e l’Egitto dei Tolomei”. Al museo Egizio di Torino c’è un reperto molto interessante che introduce questa nuova fase: è un elmo macedone, probabilmente appartenuto a uno dei soldati che erano al seguito di Alessandro Magno nella conquista del Paese. “Questo elmo a pilos”, spiega Greco, “ha un’iscrizione sulla parte frontale in cui leggiamo “Alexandrou tou Nikanoros”, ovvero “di Alessandro, il figlio di Nikanore” dove il nome con il patronimico indica appunto il soldato a cui questo elmo apparteneva”. Quando nel 332 a.C. Alessandro Magno entra in Egitto, conquista il Paese, va all’Oasi di Siwa e si fa dichiarare figlio del dio Amon. “E lui stesso si farà raffigurare poi come vero faraone, nella cappella della barca al tempio di Luxor dove, come un vero faraone, fa l’offerta al dio Amon. Sappiamo che nella conquista di Alessandro Magno di quello che allora era il mondo conosciuto, la conquista procede a tappe forzate, ma Alessandro morirà nel 323 a.C. Coloro che poi avranno il potere in Egitto saranno i diadokoi, i suoi successori, e nella fattispecie la famiglia dei Tolomei”.

Tolomeo II Filadelfo nelle fattezze di faraone e in quelle ellenistiche: teste conservate al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il nuovo Egitto è ben rappresentato da due teste di Tolomeo II Filadelfo, quello che rimane di due statue. “È interessante perché vediamo le modalità in cui esse potevano essere rappresentate”, fa notare Greco: “Da una parte la testa del faraone con la corona nemes con l’ureo al centro, quindi qui Tolomeo II si mostra come il vero faraone d’Egitto. Il faraone – ricordiamolo – dalla IV dinastia è “sa Ra”, figlio del dio Sole, è l’intermediario tra gli dei e gli uomini, è colui che è responsabile del mantenimento del maat, dell’ordine sulla terra. Nell’altra testa invece sempre Tolomeo Filadelfo è rappresentato con fattezze ellenistiche: sono le due culture che diventano ibride e che si influenzano l’una con l’altra”.

Particolare del busto della principessa tolemaica (Cleopatra?) al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

La principessa tolomaica: è la famosa Cleopatra? Vicino alle due teste di Tolomeo Filadelfo, vi è un busto di una principessa del quale si è molto parlato negli ultimi anni. “Nella didascalia”, sottolinea Greco, “scriviamo semplicemente “regina tolemaica” senza sbilanciarci. Perché? Perché alcuni ritengono che essa possa essere identificata come Cleopatra VII, la famosa Cleopatra, l’ultima regina tolemaica, colei che ebbe una relazione con Cesare e, dopo la morte di Cesare nel 44 a.C., con Marco Antonio. Colei che con Marco Antonio aveva un disegno importante di egemonia del Mediterraneo, disegno che venne a finire con la battaglia di Azio del 31 a.C. e la vittoria di Ottaviano. Momento che segna definitivamente la fine di qualsiasi forma di indipendenza dell’Egitto. Perché l’attribuzione è controversa? Si gioca tutto sul copricapo dove vediamo sembrano essere raffigurati tre urei. In realtà non siamo sicuri che si tratti di tre urei o di tre cobra perché forse quello centrale potrebbe essere stato la parte iniziale del volto di un avvoltoio. Infatti vediamo che ai lati della parrucca ci sono le piume di un avvoltoio. Ebbene, se fossero tre urei probabilmente questa statua potrebbe essere identificata con Cleopatra VII, o Cleopatra I o Arsinoe II. Quelle principesse e regine tolemaiche che avevano portato territori aggiuntivi all’Egitto stesso. Però su questo non siamo certi e vi è anche un altro elemento che pone alcuni dubbi: la resa del busto, con una veste molto attillata che invece sembrerebbe dare come indicazione cronologica l’inizio del regno dei Tolomei e non la fine. Però anche su questo elemento non c’è unanimità: una statua identificata come Cleopatra, conservata oggi all’Ermitage di San Pietroburgo, presenta una veste molto aderente, molto simile a quella che vediamo a Torino. Allora studi aggiuntivi sono necessari per capire se qui davanti a noi abbiamo Cleopatra VII o un’altra regina tolemaica. In ogni caso di sicuro abbiamo una rappresentante di questi diadokoi, di questi successori di Alessandro Magno che dominano nel Paese”.

Il direttore Christian Greco indica la figura di Cleopatra sulla stele cosiddetta di Callimaco (foto museo Egizio)

Un altro elemento interessante che ci attesta questo periodo è la cosiddetta stele di Callimaco, in cui da una parte è rappresentata Cleopatra VII, e dall’altra parte una rappresentazione di Cesarione, il figlio che lei ebbe con Cesare: Cleopatra fa un’offerta a Ra-Horakhti, mentre Cesarione fa un’offerta ad Amon. “Ebbene anche questo è un pezzo molto interessante. La superficie della stele non è omogenea: una parte è levigata invece una parte arretra. Che cosa è successo? Semplicemente questa era una stele più antica che è stata poi riutilizzata. È stata ridecorata dove sono state aggiunte le raffigurazioni di Cesarione e di Cleopatra, e dove è stata abbassata la superficie è stato aggiunto un testo in greco e in demotico. C’è dunque un’iscrizione bilingue e al contempo però c’è anche un’iscrizione geroglifica che si riferisce alle offerte votive che vengono fatte agli dei e che sono di un’età precedente. Ecco un tipo di esempio di come un oggetto possa raccontarci diverse storie, di come racchiude in sé la sua biografia che ci parla anche di un’evoluzione cronologica. Ci parla di un Egitto faraonico che entra in una nuova fase, in quella fase che noi chiamiamo greco-romana, interessantissima perché ci sono vari elementi di ibridazione con quella che è la cultura dominante, che è la cultura greca, e di cui l’Egitto diventerà uno dei centri propulsori, perché sarà proprio Alessandria, la nuova capitale, a diffondere la cultura greca in tutto il mondo”.

“Italy to the Hermitage”: l’Italia ricambia a San Pietroburgo e alla Russia la solidarietà dimostrata nel lockdown, con tre speciali visite on line in russo, realizzate da Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Nazionale dell’Umbria, e MANN di Napoli, e postate sui siti dei tre musei e rilanciate in Russia dall’Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo

L’imponenza del Palazzo d’Inverno del museo Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

Venezia per il Nord, Perugia per il Centro, Napoli per il Sud, ricambiano a San Pietroburgo e alla Russia la solidarietà dimostrata all’Italia durante l’emergenza coronavirus. Così dopo “L’Ermitage all’Italia” arriva “Italy to the Hermitage”. Un simbolico ponte culturale tra l’Italia e la Russia: alle suggestive visite web promosse dal ciclo “L’Ermitage all’Italia”, con cui il prestigioso istituto russo ha omaggiato la nostra nazione durante il periodo di lockdown, da mercoledì 3 giugno 2020 (alle 17.30, ora italiana) saranno in rete, su Youtube e Facebook, i cortometraggi intitolati “L’Italia all’Ermitage”. Il progetto, che nel titolo richiama quello scelto dall’Istituzione russa per l’omaggio all’Italia (“L’Ermitage all’Italia”), è promosso da Ermitage Italia, è stato realizzato in collaborazione con Villaggio Globale International, e ha coinvolto tre istituzioni fortemente rappresentativi del Nord, del Centro e del Sud Italia: la Fondazione Muve-Musei Civici di Venezia diretta da Gabriella Belli, città dalle fortissime relazioni storiche con San Pietroburgo e sede di Ermitage Italia, “filiale” italiana dell’Ermitage; la Galleria nazionale dell’Umbria diretta da Marco Pierini, in collaborazione con la Fondazione CariPerugia Arte, e il MANN-museo Archeologico nazionale di Napoli diretto da Paolo Giulierini, che ha stretto da alcuni anni un importante rapporto di collaborazione con il museo di San Pietroburgo e che ha coinvolto per questa iniziativa anche l’università L’Orientale di Napoli.

Ciascuno dei musei della rete ha predisposto un tour virtuale in russo (postati rispettivamente il 3, l’8 e il 15 giugno 2020 sui canali YouTube di ciascun museo), alla scoperta della bellezza del proprio patrimonio culturale: filo conduttore di tutti i video, non soltanto l’omaggio alla Russia e all’Ermitage di San Pietroburgo, ma anche l’idea che la cultura unisce, al di là delle distanze fisiche e dei confini geografici. E se la solidarietà, a causa dell’emergenza coronavirus, corre sul web, saranno i direttori dei tre musei, Paolo Giulierini (Mann), Gabriella Belli (musei civici di Venezia) e Marco Pierini (Galleria nazionale dell’Umbria), ad inaugurare il video del proprio museo con un messaggio di speranza: l’Istituto Italiano di Cultura di San Pietroburgo e l’Ermitage “riposteranno” i corti sui propri canali Youtube in Russia. L’iniziativa “Italy to the Hermitage” vede, infatti, la collaborazione dell’Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo e ha l’appoggio dell’Ambasciata italiana in Russia e del Mibact.

Il museo Archeologico nazionale di Napoli è ospitato in un palazzo borbonico che è stato sede dell’Università fino al 1777 e dal 1816 sede del Real Museo Borbonico

Si parte mercoledì 3 giugno 2020 (alle 17.30 ora italiana) con il Mann di Napoli che condurrà tra le sale del museo alla scoperta delle sue prestigiose collezioni – dalle sezioni Egizia e della Magna Grecia di recente riapertura, alla famosissima Collezione Farnese, fino ai reperti delle città vesuviane di Pompei ed Ercolano – soffermandosi su tanti pezzi iconici di questo “tempio” dell’arte antica, come il famoso Vaso blu, il Mosaico di Alessandro Magno, la Tazza Farnese, i Corridori o i reperti del Gabinetto Segreto. Voci narranti saranno alcuni studenti dell’università L’Orientale di Napoli (Corso di Laurea in Lingue e Culture comparate), che hanno curato per l’occasione non solo la traduzione e la lettura dei testi in russo ma anche un particolare lessico archeologico italo-russo da sviluppare in futuro.

Il team del corso di laurea in Lingue e culture comparate dell’università degli Studi di Napoli “L’Orientale” che ha curato le traduzioni in russo (mosaico Mann)

I direttori Paolo Giulierini (Mann) e Michail Piotrovsky (Ermitage) a San Petroburgo

I direttori Paolo Giulierini (Mann) e Michail Piotrovsky (Ermitage) a Napoli

“I legami che intrecciano la storia di San Pietroburgo e Napoli sono almeno pari a quelli che uniscono l’Ermitage e il museo Archeologico nazionale”, commenta il direttore Paolo Giulierini: “Oggi omaggiamo l’istituto di San Pietroburgo e ringraziamo per i tanti momenti di bellezza, che l’Ermitage ha regalato al popolo italiano con splendidi filmati andati in rete nell’ultimo mese. E, con questo nostro cortometraggio, cementiamo il ricordo delle esposizioni realizzate in collaborazione con San Pietroburgo: penso alla meravigliosa mostra su Canova qui a Napoli ed al percorso -Pompei, Dei, eroi, uomini- in Russia”. Peculiarità del filmato dedicato al Mann e realizzato da ArsInvicta, non sarà soltanto la possibilità di percorrere, grazie alle immagini, le sale dell’Archeologico, spaziando dalla Collezione Farnese ai Mosaici, dal Tempio di Iside alla Villa dei Papiri, dalla Collezione Magna Grecia alla sezione Preistoria e Protostoria, per citare soltanto alcune delle tappe dell’itinerario video. Significativo, infatti, che il filmato del Mann nasca anche da un importante rete territoriale e intergenerazionale: le traduzioni, il doppiaggio del messaggio del direttore e le traduzioni dei testi sono a cura della prof. Michela Venditti e di quattro allievi del corso di laurea in Lingue e culture comparate dell’università di Napoli “L’Orientale”. Un segnale di cooperazione che, come sottolinea ancora Paolo Giulierini, “conferma il necessario apporto delle Accademie alla vita dei Musei, donando rigore scientifico e giovani energie a progetti di rilievo internazionale”. Appassionato ed attento il lavoro di Francesca Alifuoco, Esmira Asadova, Tommaso Di Maria ed Anna Kondrya che, insieme alla coordinatrice del corso, hanno dato voce, letteralmente, al racconto del Mann; l’entusiasmo e lo spirito di squadra non si fermano qui e guardano al futuro: “con questa esperienza, il nostro gruppo si è talmente coeso che abbiamo deciso di lavorare ancora insieme per creare un glossario inedito russo-italiano di termini archeologici. E, per questo, il dialogo con il Mann continuerà”, commenta la prof. Venditti.

La Sala Maggiore di Palazzo dei Priori, sede della Galleria nazionale dell’Umbria a Perugia

L’8 giugno 2020, sempre alle 17.30 ora italiana, l’omaggio arriva da Perugia dallo storico Palazzo dei Priori, dove è ospitata la Galleria nazionale dell’Umbria, la quale dedica all’Ermitage e alla Russia una visita esclusiva agli highlights della raccolta, con alcuni dei massimi artisti dell’Italia centrale tra il XIV e il XVII secolo: da Arnolfo di Cambio a Gentile da Fabriano, da Duccio di Buoninsegna a Beato Angelico e Piero della Francesca, fino ai capolavori del Perugino con la celeberrima Adorazione dei Magi (1475 circa), a Pinturicchio e al barocco romano di Pietro da Cortona. Nell’occasione anche la Fondazione CariPerugia Arte aprirà le porte di Palazzo Baldeschi al Corso consentendo di scoprire il magnifico edificio e parte delle prestigiose raccolte.

Palazzo Ducale a Venezia, parte dei musei civici

Tocca infine alla Serenissima, con la Fondazione Musei Civici di Venezia (15 giugno 2020) concludere l’iniziativa e omaggiare in particolare San Pietroburgo e il suo Museo, ricordando la vicinanza della città lagunare alla storia e alla cultura russe. Il legame, in questo caso, sarà nel nome di un grandissimo esponente dell’arte universale e del Rinascimento veneziano, Tiziano, che muore in laguna nel 1576 per un’altra pandemia di quel tempo: la peste. A Palazzo Ducale grazie al comodato pluriennale di un importante collezionista belga, sarà possibile ammirare anche il Doppio Ritratto di Tiziano: un’opera piana di fascino legata anche alla Russia, raffigurante forse l’amante e la figlia del pittore riemerse, solo in epoca moderna, sotto l’effige di un più consono “Tobiolo e l’Angelo”. Un dipinto che il grande Maestro conservò presso la sua abitazione fino alla morte ma che a metà del XIX secolo – ormai camuffato da opera sacra – giunse, attraverso la Collezione Barbarigo, a San Pietroburgo, per alcuni anni nelle straordinarie raccolte dello zar Nicola I.

San Pietroburgo. Nuovo appuntamento dal museo Ermitage a sostegno dell’Italia dedicato alla pittura veneta nel Rinascimento da Cima da Conegliano a Giorgione e Tiziano con Irina Artemieva

“Annunciazione” di Cima da Conegliano conservata al museo Ermitage di San Pietroburgo

“Fuga in Egitto” di Tiziano Vecellio conservata al museo Ermitage di San Pietroburgo

Si rinnova l’impegno del museo Ermitage nel raccontare la grande arte italiana custodita nel museo russo di San Pietroburgo. Tra le numerose opere italiane conservate all’Ermitage un nucleo straordinariamente importante è quello dedicato alla pittura del Rinascimento veneto, che rappresenta un fenomeno originale e indipendente del Rinascimento italiano. È una scuola particolare e diversa dal resto dell’Italia. Questo grazie alle condizioni storiche ed allo sviluppo autonomo di Venezia, capitale della ricchissima Repubblica di San Marco che raggiunse il suo apice verso la metà del XV secolo. A partire da questo momento lo studio dei Bellini diventa un punto di riferimento per la nuova cultura Veneziana educando molti pittori di talento ed influenzando tutti i maestri dell’arte contemporanea. Dai dipinti di Bartolomeo Vivarini e Cima da Conegliano ai quadri di Giorgione e Tiziano: in soli dieci anni la Scuola Venete ne fece di strada. Partendo dai quadri veneziani Irina Artemieva, curatrice del Dipartimento della Pittura Veneta della Sezione Arte Figurativa dell’Europa Occidentale all’Ermitage, e condirettore di Ermitage Italia, presenta una selezione dei maggiori capolavori veneti del periodo.

1° maggio social al museo Archeologico nazionale di Napoli: dal mosaico fotografico “Mann at work” tra passato e presente, al Menologium rusticum Colotianum

Una squadra osserva l’obiettivo in un attimo di riposo, durante le operazioni di trasporto della statua di Ferdinando I, scolpita da Antonio Canova: foto del 1927 dall’Archivio Fotografico del Mann

Impegno, attenzione, spirito di squadra: valori caratteristici del lavoro, ieri come oggi. Il museo Archeologico nazionale di Napoli celebrerà il 1° maggio 2020 in versione social: e sceglierà di presentare, agli appassionati di Facebook ed Instagram, un interessante viaggio per immagini tra passato e presente. Risale al 1927, infatti, un suggestivo scatto dischiuso dall’Archivio Fotografico del Mann: una squadra osserva l’obiettivo in un attimo di riposo, durante le operazioni di trasporto della statua di Ferdinando I, scolpita da Antonio Canova. A questa splendida immagine d’epoca, in un mosaico che diviene una sorta di melting pot temporale, saranno abbinate tre istantanee del reportage fotografico di Paolo Soriani, che ha seguito le attività di spostamento dei reperti dal Mann all’Ermitage di San Pietroburgo, in occasione della grande mostra “Pompei. Uomini, dei, eroi”, allestita al museo russo: le immagini di Soriani hanno corredato l’Annual Report 2018 del Mann. Le composizioni fotografiche, che saranno postate venerdì 1° maggio 2020 sui canali social del MANN, sottolineeranno quanto, alle soglie del terzo millennio, l’evoluzione tecnologica debba essere accompagnata da fattori di perenne importanza: la passione, l’intelligenza e la cooperazione degli uomini. A conclusione della giornata, sempre sulle piattaforme online dell’Istituto, sarà possibile ammirare un reperto valorizzato in occasione della mostra “Mann on the moon”, organizzata al museo Archeologico nazionale di Napoli per i cinquant’anni dallo sbarco sulla luna: si tratta del Menologium rusticum Colotianum, un particolarissimo parallelepipedo del I sec. d.C. (appartenente alla Collezione Farnese), che riportava, per ogni mese, il numero dei giorni, definendo la durata delle ore di luce e della notte, le fasi lunari, l’elenco delle divinità celebrate, le feste religiose ed anche le lavorazioni agricole (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/07/18/mann-on-the-moon-il-museo-archeologico-di-napoli-celebra-i-cinquantanni-dallo-sbarco-sulla-luna-con-una-mostra-tra-archeologia-e-scienza/).

San Pietroburgo. Terzo appuntamento dal museo Ermitage a sostegno dell’Italia dedicato all’arte rinascimentale italiana da Simone Martini a Leonardo con Olga Macho

È nelle superbe sale dell’arte Rinascimentale italiana che ci conduce la terza puntata on line dedicata all’Italia dal museo statale Ermitage di San Pietroburgo, trasmessa giovedì 9 aprile 2020, sempre in lingua italiana. Dopo una brevissima introduzione con alcuni operatori scientifici e tecnici del museo in lingua russa, chiusa con l’intervento del direttore Michail Piotrovskij, continua l’omaggio del museo Ermitage al Bel Paese e l’abbraccio virtuale agli italiani. Dalla “Madonna annunciata” di Simone Martini fino ai capolavori di Leonardo, con la “Madonna Benois” e la “Madonna Litta”, accompagnati da Olga Macho, capo del settore per l’Educazione pubblica all’Ermitage.