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Comacchio. Il 1° maggio riapre il museo del Delta Antico che illustra l’evoluzione del territorio e degli insediamenti umani dell’antico delta del Po

Il museo del Delta Antico a Comacchio riapre il 1° maggio

“È con immensa gioia che vi annunciamo ufficialmente la riapertura del museo del Delta Antico a Comacchio. Vi aspettiamo sabato 1° e domenica 2 maggio 2021 dalle 9.30 alle 13 e dalle 15 alle 18.30. La prenotazione è obbligatoria. Chiamateci allo 0533-311316 oppure scriveteci a info@museodeltaantico.com”. Orari. Da marzo a giugno e da settembre a ottobre: aperto dal martedì alla domenica, dalle 9.30 alle 13 e dalle 15 alle 18.30; luglio e agosto: aperto tutti i giorni dalle 9.30 alle 13 e dalle 15 alle 18.30. Da novembre a febbraio: da martedì a sabato, 9.30-13 e 14.30-18; domenica e festivi, orario continuato 10-17. L’ingresso nei giorni di sabato e domenica richiede la prenotazione con almeno 24h di anticipo. Tariffe. Ingresso: 6 euro adulti, 3 euro ridotto (11-18 anni, over 65, gruppi min 20 pax); supplemento visita guidata serale: 4 euro intero, 2 euro ridotto (da 11 a 18 anni).

Il museo del Delta Antico illustra l’evoluzione del territorio e degli insediamenti umani che hanno caratterizzato la storia dell’antico delta del Po. Il museo (vai al sito ufficiale) trova spazio nell’imponente architettura neoclassica del Settecentesco Ospedale degli Infermi (1771/1784), realizzata da Antonio Foschini e Gaetano Genta. Esso costituisce uno degli edifici più significativi e monumentali del suggestivo centro storico di Comacchio. Vi è esposto un ricco patrimonio di beni archeologici provenienti dal territorio, dalle prime testimonianze di epoca protostorica sino al medioevo. Attraverso l’esposizione di quasi duemila reperti e grazie a suggestive ricostruzioni, agili apparati di guida e con momenti di interazione e coinvolgimento del pubblico, il museo narra la storia dell’antica foce del Po che, con i numerosi canali navigabili e le vie di terra, è stata nei secoli un importante snodo di commerci e di civiltà che collegava il mondo Mediterraneo e l’Europa continentale. Di particolare rilievo le sezioni dedicate alla città etrusca di Spina, con gli oggetti provenienti dall’abitato e i ricchi corredi delle tombe, al mondo romano, alla nascita di Comacchio nell’alto medioevo come emporio commerciale e sede vescovile. Nel museo è stato trasferito, con un nuovo suggestivo allestimento, il prezioso carico della nave romana di Comacchio, un’autentica Pompei del mare che è uno spaccato del mondo globalizzato dell’impero romano.

“SPINA. La scrittura nel porto adriatico”: è il tema sviluppato dal progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con le iscrizioni etrusche su reperti del museo Archeologico nazionale di Ferrara

“SPINA. La scrittura nel porto adriatico” è il tema sviluppato dagli studenti del laboratorio di Epigrafia etrusca dell’università Alma Mater di Bologna studiando i reperti conservati al museo Archeologico nazionale di Ferrara con iscrizioni etrusche nel percorso multimediale “Scrittura e società nelle città dell’Etruria padana” nell’ambito del progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con la direzione del professor Andrea Gaucci. I cinque approfondimenti proposti sono articolati con grafiche e scritti disponibili anche in podcast audio. Autori: Jacopo Bellezza, Francesca Bonsanto, Jessica Ghini, Michela Martino, Lucia Scandellari (podcast https://anchor.fm/andrea-gaucci/episodes/Spina-sullAdriatico–Un-porto–molte-genti-egv51p).

Sulla copertina dello studio “Spina sull’Adriatico. Un porto, molte genti” nell’ambito del progetto Zich, il ciotolo con l’inscrizione “mi tular” (foto unibo)

Spina sull’Adriatico. Un porto, molte genti. Spina, città di fondazione etrusca degli ultimi decenni del VI secolo a.C., sviluppò sin dalla nascita una fisionomia che la distingue da tutte le altre città etrusche. La sua collocazione presso la foce del Po, a pochi chilometri dal mar Adriatico, ne favorì la funzione di scalo marittimo e lo sviluppo di una intensa attività commerciale tra il mondo greco, in particolare Atene, e quello etrusco dell’entroterra padano che aveva come fulcro Felsina. Dopo la metà del IV sec. a.C., la città diventò un polo di attrazione per gli etruschi in fuga dagli altri centri padani a seguito dell’occupazione gallica. Per far fronte alla crisi economica diventò protagonista di una nuova rete commerciale tra i porti dell’Adriatico, intraprendendo anche azioni di pirateria. Il corpus epigrafico di Spina, conosciuto come il più ampio dell’Etruria Padana, registra molte centinaia d’iscrizioni, di cui la maggior parte databile all’ultima fase di vita della città. La scrittura segue le tendenze evolutive comuni a tutta l’Etruria. Le iscrizioni sono tutte graffite su vasi e riportano perlopiù nomi di persona, ad eccezione di una realizzata su un ciottolo di pietra, recante il testo “mi tular” (cioè “io sono il confine”). Questo documento viene considerato di notevole importanza poiché documenta il rituale di fondazione etrusco della città e l’organizzazione dello spazio urbano. Nella fase antica, un significativo numero di iscrizioni attesta la presenza di Greci, attirati a Spina dalle prospettive di commercio con gli Etruschi della pianura padana. La definizione di polis hellenis data dagli scrittori antichi a questa città e anche altre evidenze archeologiche sono riprova di questa radicata presenza. Se nella fase più antica la maggior parte delle iscrizioni etrusche provengono dall’abitato, dopo il IV sec. a.C. aumentano considerevolmente le iscrizioni da necropoli, segno di pratiche rituali che coinvolgevano maggiormente la scrittura. I testi mostrano la diffusa etruschizzazione di nomi italici e greci, a dimostrazione della natura di porto della città ancora nei decenni anteriori alla sua fine, databile prima del 200 a.C.

Ciotola a vernice nera con iscrizione dalla Tomba 1057 della necropoli di Valle Trebba di Spina conservata nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto archeofe)
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Grafica dell’iscrizione sulla ciotola dalla Tomba 1057 della necropoli Valle Trebba di Spina (foto unibo)

Una famiglia molto antica. Il testo esprime solo un nome maschile, nel quale il suffisso –nalo denota chiaramente come un gentilizio. Questo appartiene all’importante famiglia dei Per(e)kena/Perkna, nota dal VII sec a. C. fino all’età romana. Originaria della zona della Valdelsa (la più antica attestazione risale al VII sec a.C.), e da lì diffusasi verso Chiusi e Cortona, arrivò ad insediarsi a Marzabotto, nella prima metà del V sec a.C., e poi a Spina, dove è documentata nel IV e III sec. a.C. A dimostrazione del profondo radicamento della famiglia nel territorio, abbiamo numerose attestazioni del termine Perkna dalle iscrizioni rinvenute nelle aree funerarie di Valle Trebba e di Valle Pega a Spina, in gruppi di tombe che dimostrano la scelta di un medesimo spazio sepolcrale da parte degli stessi membri, cioè veri e propri recinti. I ricchi corredi sembrano appartenere ad individui di una élite sociale coesa, che si autorappresenta attraverso rituali comunitari di consumo del vino, testimoniati dal numeroso vasellame deposto assieme al defunto. È assai probabile quindi che si trattasse di un’influente famiglia all’interno del panorama socio-politico della città, in quanto la frequenza di rinvenimento di iscrizioni che fanno riferimento a questo gentilizio rimarca l’appartenenza a questa gens del defunto o di chi offriva il dono funebre.

Piattello a vernice nera con iscrizione dalla Tomba 623 della necropoli di Valle Trebba di Spina, conservato nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto archeofe)
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Grafica dell’iscrizione sul piattello dalla Tomba 623 della necropoli Valle Trebba di Spina (foto unibo)

Un etrusco dalle radici greche. L’iscrizione è stata rinvenuta nel corredo della Tomba 623 nella Necropoli di Valle Trebba sul piede di un piatto in argilla databile attorno al 300 a.C. Si tratta di una formula di possesso, che permetteva al proprietario di rimarcare la proprietà dell’oggetto. È possibile tradurre come “io (sono) di Venu Platunalu”, dove al pronome personale mi, tradotto “io”, segue il prenome maschile Venu e infine il gentilizio Platunalu. Venu, il nome proprio dell’uomo, è attestato in Etruria settentrionale, a Bologna già dal periodo orientalizzante, e poi ad Adria e nella stessa Spina diffuso in periodo ellenistico. Il gentilizio Platunalu non ha altre attestazioni ed è formato con il suffisso di ambito padano –alu. In esso si riconosce una formazione dal nome greco Πλάτων, che registra la storia di un Greco, immigrato in Etruria padana e integrato in una delle comunità etrusche con un atto formale che prevedeva l’assegnazione di un gentilizio. Il nome di famiglia è estraneo al sistema onomastico greco, che perciò in questi casi veniva costruito ex novo. È incerto se la cittadinanza fosse stata acquisita proprio da Venu Platunaluo da un suo antenato, ma si può dire che il personaggio fosse pienamente integrato nella compagine civica di Spina. Questa iscrizione è un’ulteriore prova del traffico di genti e di prodotti caratteristico della città, tanto che, a volte, c’era chi, per ragioni commerciali, politiche o sociali, rimaneva a vivere fino ad essere pienamente integrato.

Piatto in argilla grigia con iscrizione da contesto domestico di Spina distrutto da un incendio conservato nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto archeofe)
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Grafica dell’iscrizione sul piatto da contesto domestico di Spina (foto unibo)

Una donna etrusca dalle radici greche. Un caso unico nel contesto dell’abitato di Spina è quello di un gruppo di iscrizioni apposte su un intero servizio di vasi di tipo diverso (sei piatti e dodici ciotole), rinvenute all’interno di una casa distrutta da un incendio avvenuto nel IV sec a.C. Le iscrizioni contengono la medesima formula onomastica, formata da un prenome e un gentilizio con desinenza –i  che identifica Tata Kephlei come una donna. La struttura onomastica è chiaramente etrusca, anche se il nome di famiglia, a tutt’oggi privo di riscontri, tradisce un’origine greca. Anche il nome proprio Tata è attestato fino ad ora solo a Spina. Nei corredi rinvenuti all’interno delle tombe delle aree funerarie della città questo si caratterizza per identificarsi in alcuni casi come femminile in altri come maschile. Questa eccezionale condizione e la distribuzione dei gentilizi derivati da esso, come l’orvietano Tatana, ha portato ad ipotizzare che Tata sia stato acquisito da un ambiente linguistico non etrusco. Non a caso, le attestazioni dei gentilizi si contano fin dal periodo arcaico ad Orvieto, a Perugia e in Campania, città e luoghi con fortissime interazioni tra popolazioni e lingue diverse. Le iscrizioni di Tata Kephlei dunque, ci ricordano una cittadina di Spina di origine greca, che marcò con il suo nome un intero set da mensa.

Askòs con duplice iscrizione dalla Tomba 1026 della necropoli di Valle Trebba di Spina, conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto archeofe)
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Grafica delle due iscrizioni sull’askos dalla Tomba 1026 della necropoli Valle Trebba di Spina (foto unibo)

Scrivere in etrusco o scrivere in greco? Il nome Herine è usato come gentilizio a Chiusi e in altre città dell’Etruria settentrionale. È probabile che questo trovi la sua origine nel mondo italico, diffondendosi poi in Etruria. Riguardo a Spina, si hanno due testimonianze di questo nome, entrambe su un askos all’interno della Tomba 1026 della Necropoli di Valle Trebba di IV sec a.C. La prima iscrizione, “mi herineś”, è stata rinvenuta sul corpo del vaso, al di sotto dell’ansa, mentre la seconda, “herines”, sul piede. Nel primo caso il possesso è indicato attraverso l’espediente dell’oggetto parlante: il pronome “mi” ha funzione di soggetto (“io”), ed è proprio il vaso stesso che si definisce come proprietà di “Herine”, il cui nome è declinato al genitivo. Nella seconda iscrizione invece abbiamo il solo genitivo che può essere tradotto come “di Herine”. È interessante notare che, sebbene le due iscrizioni riportino lo stesso nome, la prima è scritta le caratteristiche scrittorie tipiche di Spina, mentre la seconda sembra presentare alcune lettere di aspetto greco come in particolare il sigma finale a quattro tratti , suggerendo la competenza di più scritture e forse lingue di chi l’ha realizzato. Sempre nella seconda iscrizione, l’ acca a cerchiello tagliato esplicita la ricezione di una riforma grafica elaborata a Spina e influenzata dalla città greca di Taranto, a dimostrazione dello stretto legame culturale tra questi mondi nella fase tarda della città.

Il Laboratorio di Epigrafia etrusca dell’università di Bologna realizza il percorso multimediale “Scrittura e società nelle città dell’Etruria padana” attraverso alcune opere dei musei etruschi di Bologna, Marzabotto, Spina e Adria

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Andrea Gaucci dell’università di Bologna

Si chiama “Scrittura e società nelle città dell’Etruria padana” il percorso multimediale, un vero e proprio museo virtuale, realizzato dagli studenti del laboratorio di Epigrafia etrusca dell’università Alma Mater di Bologna nell’ambito del progetto “Zich. Scrivere etrusco all’università di Bologna” con la direzione del professor Andrea Gaucci. Il percorso multimediale propone una panoramica della scrittura etrusca nelle principali città dell’Etruria padana: Felsina-Bologna, Kainua-Marzabotto, Spina, Adria. Tema privilegiato che guiderà chi esplora questo percorso sarà la società etrusca e come questa si manifesta attraverso la scrittura. La variegata natura delle città interpreterà una diversa faccia di questa società: l’élite della metropoli a Felsina-Bologna, il rapporto con il sacro a Kainua-Marzabotto, la varietà multietnica nel porto di Spina, la mobilità delle persone nella più settentrionale città di Adria. Il percorso è stato realizzato dagli studenti del laboratorio di Epigrafia etrusca nel 2020 durante il lockdown, a contrasto della pandemia Covid-19. L’obiettivo è quello di rendere partecipi i visitatori del patrimonio storico dei Musei dell’Etruria padana attraverso oggetti iscritti, molto importanti per il loro valore documentario ma spesso difficilmente apprezzabili senza gli opportuni strumenti.

Il museo nazionale Etrusco di Marzabotto inserito nel percorso multimediale “Scrittura e società nelle città dell’Etruria padana”

Il percorso è concepito come una rete che unisce i principali musei dell’Etruria padana: il museo civico Archeologico di Bologna, il museo nazionale Etrusco “P. Aria” di Marzabotto, i musei Archeologici nazionali di Ferrara e di Adria,  importanti istituzioni che hanno supportato questa iniziativa e hanno concesso l’uso delle immagini. Tutti gli oggetti iscritti che si incontreranno, sono esposti nei rispettivi musei. L’invito è ad apprezzarli dal vivo, dopo averne approfondito la conoscenza con il percorso multimediale. Intanto nei prossimi giorni presenteremo le ricerche realizzate all’interno dei quattro musei etruschi, articolate in testi e grafiche, e i racconti audio.

Ritrovare l’antica città etrusca di Spina (le vaste necropoli sono state una delle scoperte più importanti del Novecento): è l’obiettivo del progetto Eos (Etruscans on the Sea) dell’università di Bologna all’interno del progetto interreg Value. A Comacchio la presentazione in streaming della prima campagna di scavo e le attività future. Intanto a Stazione Foce sta nascendo la ricostruzione dell’abitato di Spina

Locandina dell’evento in streaming da Comacchio “L’università di Bologna a Spina. Progetto Value. Prima campagna di indagini”

È stata una delle scoperte più importanti per l’archeologia italiana del Novecento. L’antico centro etrusco di Spina, situato nel Delta del Po, è rimasto sommerso per secoli nelle lagune. Poi, in seguito alle bonifiche che sono state realizzate in quella zona fra gli anni Venti e Sessanta del secolo scorso, sono venute alla luce vaste e ricche necropoli, insieme a parti dell’abitato. Ma le ricerche sono riprese col progetto EOS (Etruscans on the Sea) dell’Alma Mater Studiorum, università di Bologna volto alla riscoperta di Spina. Per saperne di più venerdì 23 ottobre 2020, alle 17.30, appuntamento in streaming con il Comune di Comacchio (basta collegarsi al sito comunale www.comune.comacchio.fe.it) per la Conversazione sull’archeologia “L’Università di Bologna a Spina e la prima campagna della missione archeologica EOS”. Interverranno Emanuele Mari, assessore comunale alla Cultura, che porterà i saluti da parte della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena Reggio Emilia e Ferrara; Roberto Cantagalli, dirigente Cultura e Turismo; Andrea Gaucci, dipartimento di Storia Culture Civiltà università di Bologna; e l’equipe Alma Mater Studiorum università di Bologna: Giacomo Mancuso, Enrico Zampieri, Anna Serra e Carlotta Trevisanello. Nell’incontro a cura di Andrea Gaucci e dell’equipe Unibo oltre alla presentazione dello studio della vasta necropoli di Valle Trebba, la chiusura della prima campagna della missione archeologica nel territorio dell’antica città etrusca permette di affrontare un preliminare bilancio e programmare le future attività nel sito.

Abitato di Spina: ricerche di superficie dell’equipe dell’università di Bologna nell’ambito del progetto Eos (Etruscan on the Sea)

Una nuova missione archeologica per riscoprire la città etrusca di Spina. Tre settimane di indagini archeologiche nelle valli attorno a Spina per riscoprire il tessuto urbano dell’antica città etrusca che dominava il mare Adriatico e aveva rapporti privilegiati con la Grecia. È la prima tappa del nuovo progetto EOS (Etruscans On the Sea), guidato dal dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna. “Obiettivo primario di questa nuova missione archeologica è la comprensione dell’articolazione dell’antica città portuale di Spina, di cui oggi sappiamo ancora poco, a partire dalla localizzazione del porto e degli edifici sacri”, spiega la professoressa Elisabetta Govi, titolare della cattedra di Etruscologia dell’Alma Mater e direttrice della missione. “I dati raccolti consentiranno di programmare nuove attività di ricerca in aree mirate: questa è infatti solo la prima tappa, mentre un secondo intervento è già in programma per il prossimo inverno”. In questa prima campagna archeologica sono state infatti realizzate indagini preliminari e propedeutiche allo scavo vero e proprio, possibili grazie alla concessione di indagine autorizzata dalla soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara. “Queste indagini permetteranno di individuare tracce di strutture sepolte all’interno di un’area vastissima, ampia circa 28 chilometri quadrati”, dice il professor Andrea Gaucci, che coordina la missione sul campo. “Saranno realizzate ricognizioni sui campi con percorsi all’interno di griglie rigide, un’indagine geofisica e l’acquisizione di fotografie multispettrali attraverso l’utilizzo di droni: metodi oggi imprescindibili all’interno della più aggiornata ricerca archeologica”. Le operazioni sono realizzate in collaborazione con il Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara e con l’università di Ferrara. La missione coinvolge ricercatori e tecnici di laboratorio, assegnisti di ricerca, dottorandi, allievi della scuola di specializzazione in Beni archeologici e studenti del corso di laurea magistrale in “Archeologia e culture del mondo antico” dell’Alma Mater.

Le Valli di Comacchio che conservano le tracce dell’antica città etrusca di Spina

L’università di Bologna ha una lunga tradizione di studi e ricerche nelle valli di Comacchio: dall’opera di Nereo Alfieri, prima direttore del Museo di Ferrara e poi professore di Topografia antica all’Alma Mater, fino alla recente impresa di studio e di edizione delle 1215 tombe della necropoli di Valle Trebba, progetto avviato dalla Cattedra di Etruscologia sotto il coordinamento del professor Giuseppe Sassatelli e continuato da Elisabetta Govi. Un impegno che prosegue ora con il progetto EOS (Etruscans On the Sea), che punta a far tornare alla luce in tutta la sua estensione l’antica città etrusca di Spina. L’iniziativa nasce all’interno di VALUE – enVironmental And cuLtUral hEritage development, progetto europeo Interreg che coinvolge cinque partner italiani (il Comune di Comacchio in qualità di capofila, la Regione Veneto, la Regione Emilia-Romagna, il Parco del Delta del Po regionale del Veneto e l’agenzia di sviluppo territoriale DELTA 2000) e tre partner croati (i comuni di Kastela, Korcula e Cres).

Progetto Value: ricostruzione dell’antico abitato di Spina a Stazione Foce nel parco delle Valli di Comacchio (foto http://www.rivadelpo.it)

Intanto col Progetto VALUE nelle Valli di Comacchio sta nascendo una ricostruzione di abitazioni dell’antica città di Spina (vedi www.rivadelpo.it). Nell’area di Stazione Foce, nelle Valli di Comacchio, sta nascendo un vero e proprio Parco Open Air, dove turisti, appassionati e cittadini potranno ammirare dal vivo la ricostruzione di uno spaccato dell’antica Spina. Il progetto, coordinato dal dipartimento Storia Culture Civiltà dell’Alma Mater Studiorum università di Bologna, e seguito dal prof. Antonio Gottarelli, già esperto di queste ricostruzioni nell’abitato etrusco di Monte Bibele (Monterenzio, BO), permetterà, per la prima volta, di “apprezzare dal vivo” quello che un tempo doveva essere Spina. Si potrà infatti passeggiare tra due grandi abitazioni, in scala reale, interamente realizzate in legno e canne palustri, edificate seguendo gli indizi offerti dalle indagini archeologiche, mostrando così quello che nell’antica città giace oggi sepolto sotto 4 metri di terra e di storia. Il punto scelto dagli esperti per ricreare queste installazioni museali non è casuale. Il paesaggio che oggi si apprezza visitando le Valli di Comacchio, si avvicina molto all’ambiente che 2500 anni fa un greco o un etrusco potevano ammirare visitando il grande emporio Spinetico. Inoltre, l’attrattiva delle Valli, con un pubblico annuale che si aggira attorno alle 35.000 presenze, potrà fungere da attrattore per il museo Delta Antico a Comacchio. Non appena il Parco sarà ultimato il percorso di visita per le Valli inizierà proprio attraversando questa installazione, in un percorso immersivo che trasporterà i turisti in un vero e proprio viaggio nel tempo.

Comacchio. Il museo del Delta Antico compie due anni: week end speciale con inaugurazione della nuova sezione “Uomini, territorio e storie del Delta”, visite guidate e laboratori per bambini e famiglie

Il museo del Delta Antico di Comacchio compie due anni

Fine settimana speciale per il museo del Delta Antico di Comacchio. Sabato 23 marzo 2019 alle 11 inaugura la nuova sezione “Uomini, territorio e storie del Delta” dedicata alla storia del settecentesco Ospedale degli Infermi e alle trasformazioni del territorio del Delta, risultato di un particolare rapporto tra uomo e ambiente nel corso dei secoli. E domenica 24 marzo 2019 a partire dalle 11, grande festa di compleanno del Museo, che spegne la sua seconda candelina dopo due anni intensi e pieni di successi e riconoscimenti. Per l’occasione l’ingresso al percorso espositivo sarà scontato per tutti. La speciale visita guidata partirà alle 11, mentre alle 15.30 sarà la volta dei laboratori per bambini e famiglie sotto il colonnato del monumentale ex Ospedale degli infermi, sede del Delta Antico. Il clou della festa, alle 17, sarà accompagnato da una torta gigante di compleanno.

L’Ospedale degli Infermi, a Comacchio, prestigiosa e monumentale sede del nuovo museo del Delta antico

Il museo del Delta Antico di Comacchio trova spazio nell’imponente architettura neoclassica del settecentesco Ospedale degli Infermi (1771-1784), realizzata da Antonio Foschini e Gaetano Genta. Esso costituisce uno degli edifici più significativi e monumentali del suggestivo centro storico di Comacchio. Vi è esposto un ricco patrimonio di beni archeologici provenienti dal territorio, dalle prime testimonianze di epoca protostorica sino al medioevo. Attraverso l’esposizione di quasi duemila reperti e grazie a suggestive ricostruzioni, agili apparati di guida e con momenti di interazione e coinvolgimento del pubblico, il museo narra la storia dell’antica foce del Po che, con i numerosi canali navigabili e le vie di terra, è stata nei secoli un importante snodo di commerci e di civiltà che collegava il mondo Mediterraneo e l’Europa continentale. Di particolare rilievo le sezioni dedicate alla città etrusca di Spina, con gli oggetti provenienti dall’abitato e i ricchi corredi delle tombe, al mondo romano, alla nascita di Comacchio nell’alto medioevo come emporio commerciale e sede vescovile. Nel museo è stato trasferito, con un nuovo suggestivo allestimento, il prezioso carico della nave romana di Comacchio, un’autentica Pompei del mare che è uno spaccato del mondo globalizzato dell’impero romano.

Invito all’inaugurazione della nuova sezione “Uomini, territorio e storie del Delta”

E sabato 23 marzo 2019 il museo si arricchisce di una nuova sezione: “Uomini, territorio e storie del Delta”. Alle 11, la cerimonia inaugurale al piano nobile di Palazzo Bellini. Interverranno Alice Carli, assessore alla Cultura; Caterina Cornelio, direttore museo Delta Antico; Franco dalle Vacche, presidente Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara; Marco Fabbri, sindaco di Comacchio; e Marcella Zappaterra, consigliere regionale Emilia-Romagna. L’incontro sarà moderato da Roberto Cantagalli, dirigente del Settore Turismo-Cultura del Comune di Comacchio. Il nuovo spazio è dedicato alla storia del settecentesco Ospedale degli Infermi e dell’utilizzo che, nel tempo, ne è stato fatto da parte della comunità comacchiese. Un luogo interattivo che presenterà contenuti multimediali dedicati alle trasformazioni del territorio del Delta e al rapporto tra uomo e ambiente nel corso dei secoli. La sezione presenta documentazione storico testimoniale e apparati iconografici delle storie, degli uomini e del territorio che costituiscono il percorso, attraverso i secoli, dello sviluppo e delle mutazioni idrografiche della laguna.

Al museo Archeologico nazionale di Ferrara la presentazione degli Atti del convegno “Spina- Neue Perspektiven archaeologischen Erforshcung / Nuove prospettive della ricerca archeologica” (Zurigo, 2012): un libro di grande importanza per la conoscenza dell’antica città di Spina

La copertina del volume sugli Atti del convegno di Zurigo “Spina- Neue Perspektiven archaeologischen Erforshcung / Nuove prospettive della ricerca archeologica”

A sei anni dal convegno “Spina- Neue Perspektiven archaeologischen Erforshcung / Nuove prospettive della ricerca archeologica”, tenutosi a Zurigo il 4 e 5 maggio 2012, il museo Archeologico nazionale di Ferrara presenta gli Atti del Convegno di Zurigo, solo recentemente pubblicato (2017) dopo la lunga gestazione richiesta dall’importanza dei temi trattati, “un libro di grande importanza per la conoscenza dell’antica città di Spina”, sottolinea il direttore del Polo Museale dell’Emilia-Romagna Mario Scalini.

Le ricche necropoli della città di Spina furono scoperte nel 1922

La città etrusca di Spina sul bordo meridionale dell’attuale delta del fiume Po è stata a lungo oggetto di ricerca per le necropoli scoperte nel 1922 e scavate successivamente. Le loro parecchie migliaia di tombe contenevano uno dei più grandi complessi di reperti di ceramica attica in tutto il Mediterraneo. Dal 2007, nell’ambito di un progetto di ricerca internazionale, il centro storico della città è stato esplorato in termini di urbanistica, architettura residenziale, spazio naturale, stratigrafia e cronologia assoluta, i cui ricchi risultati sono contenuti per la prima volta in 15 articoli negli Atti del convegno di Zurigo. Questi studi riguardano la fase ellenistica e la produzione di sale evaporativo a Spina, le strutture del IV secolo a.C., le prospettive future della ricerca, il contesto geo-archeologico e la stratigrafia dell’insediamento etrusco, l’evidenza paleobotanica, la tecnica costruttiva e la vita di tutti i giorni. nelle case in legno e in rovere del VI-IV secolo e nei tipi di ceramica grezza e fine.

Le sale dedicate alle necropoli di Spina nel museo Archeologico nazionale di Ferrara

L’appuntamento al museo Archeologico nazionale di Ferrara giovedì 13 settembre 2018, alle 16, per la presentazione degli Atti del Convegno. Dopo i saluti di Mario Scalini, direttore del Polo Museale, e del direttore del museo Archeologico Paola Desantis, intervengono Luigi Malnati, soprintendente emerito della soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna; Cristina Ambrosini, soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città Metropolitana di Bologna e per le Province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Giuseppe Sassatelli, professore ordinario di Etruscologia e Archeologia Italica; Christoph Reusser, professore ordinario di Archeologia Classica all’università di Zurigo. L’iniziativa è realizzata con la collaborazione del Gruppo Archeologico Ferrarese.

Comacchio inaugura il nuovo museo del Delta antico: 2mila reperti per raccontare la storia del delta del Po, del territorio e degli insediamenti, dall’antichità al Medioevo. Notevoli i tesori da Spina e il carico della nave romana del I sec d.C.

L’Ospedale degli Infermi, a Comacchio, prestigiosa e monumentale sede del nuovo museo del Delta antico

Le Giornate Fai di primavera 2017 a Comacchio, nel Ferrarese, saranno particolarmente significative. Sabato 25 marzo 2017, alle 11, si inaugura alla presenza del ministro Dario Franceschini, e grazie all’intensa collaborazione tra il Comune di Comacchio, la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio e Ferrara e il Polo Museale dell’Emilia-Romagna, il nuovo museo del Delta antico, che trova spazio nell’antico Ospedale degli Infermi di Comacchio, bellissima e preziosa testimonianza del riformismo pontificio settecentesco. Eretto tra il 1778 e il 1784 dalla comunità comacchiese su impulso di papa Clemente XIV, l’ospedale era stato concepito come luogo a carattere “sacro”, come tuttora evoca l’austero prospetto anteriore in stile neoclassico, realizzato dall’architetto ferrarese Antonio Foschini, che richiama l’immagine di una cattedrale, ed è stato attivo nella sua funzione nosocomiale fino alla metà degli anni Settanta del Novecento. Qui oltre 2mila reperti archeologici raccontano la storia dell’antica foce del Po, l’evoluzione del territorio e degli insediamenti umani,  terra che, con i numerosi canali navigabili e le vie di terra, è stata nei secoli un importante snodo di commerci e di civiltà tra il Mediterraneo e l’Europa continentale.

Il nuovo museo del Delta antico di Comacchio in un rendering

Oggi, grazie a un sofisticato intervento di restauro architettonico, l’Ospedale degli Infermi, inserito nel centro storico di Comacchio, diventa il palcoscenico ideale per accogliere ed esporre il grande patrimonio archeologico del territorio, dall’antichità al Medioevo. L’allestimento è organizzato in quattro sezioni: ripercorrerà, anche grazie a reperti finora mai esposti in pubblico, l’evoluzione delle civiltà preistoriche, dall’antica città di Spina all’età romana, nonché l’origine del centro di Comacchio. I reperti, in buona parte restaurati per l’occasione, sono valorizzati da innovativi ausili digitali che creano percorsi visivi, uditivi e anche olfattivi di sicuro impatto per i visitatori. “Di particolare rilievo”, sottolineano gli organizzatori, “le sezioni dedicate alla città etrusca di Spina, con gli oggetti provenienti dall’abitato e i ricchi corredi delle tombe, al mondo romano, alla nascita di Comacchio nell’alto medioevo come emporio commerciale e sede vescovile. Nel museo è stato trasferito, con un nuovo suggestivo allestimento, il prezioso carico della nave romana di Comacchio, un’autentica Pompei del mare che è uno spaccato del mondo globalizzato dell’impero romano”. Il museo del Delta Antico rientra nel Protocollo d’intesa siglato tra il Comune di Comacchio e il Mann (museo Archeologico nazionale di Napoli), che prevede un impegno alla reciproca promozione tra i due musei cittadini, allo scambio di reperti per la realizzazione di esposizioni, alla condivisione di esperienze e pratiche virtuose in ambito scientifico e nella gestione di strutture museali, inaugurando di fatto un nuovo modello virtuoso di collaborazione tra grandi musei e piccole realtà espositive come Comacchio, importante per lo studio degli equilibri europei in tempi in cui le vie mediterranee di contatto e commercio non si erano interrotte come si pensava.

La famosa stele degli Attili tra i 2mila reperti esposti nel nuovo museo del Delta antico

La nave di età augustea, l’eccezionale ritrovamento di Valle Ponti a Comacchio

Breve visita guidata. Apre il percorso la sezione dedicata al territorio che studia i cambiamenti dell’ambiente del delta nel corso dei millenni, dalla formazione della pianura padana sino ai giorni nostri, caratterizzati da cicli alterni di glaciazioni e di invasioni marine, ambienti diversissimi dalle praterie alle tundre, alle foreste, alle lagune, sino all’insediamento umano e alle modificazioni naturali e artificiali dell’ambiente in epoca storica. Segue la sezione dell’età del Bronzo finale e primo Ferro espone i rinvenimenti archeologici più antichi della zona, che evidenziano insediamenti umani e reperti simili a quelli di Frattesina (Rovigo), centro ben conosciuto per i commerci tra il Mediterraneo e l’Europa continentale in quest’epoca, che precede in questo ruolo Adria e Spina. A questi tempi remoti nell’immaginario greco risale il mito della caduta di Fetonte nell’antico Eridano e della ricerca dell’ambra. Il percorso porta poi a scoprire l’età arcaica e classica, caratterizzata dalla vicenda della città etrusca di Spina, porto commerciale e avamposto etrusco per il commercio verso l’Oriente mediterraneo. Interessanti i rapporti di Spina con Atene e la civiltà greca e con le popolazioni etrusche, venete, celtiche. E si arriva all’età romana quando l’area deltizia entra nell’orbita di Ravenna, sede della flotta imperiale adriatica. Una terra di produzioni agricole e industriali, di allevamento del pesce e produzione del sale, e ancora una volta centro fondamentale di collegamento via acqua e terra tra Roma e il nord Italia, l’Adriatico e le regioni balcaniche. È in questa sezione che incontriamo la nave romana, eccezionale ritrovamento a Valle Ponti, testimonianza dell’epoca di Augusto e del mondo globalizzato di Roma. Chiude il percorso museale l’età tardo medievale che vede sorgere una serie di insediamenti lungo la costa nord adriatica, protetti da fiumi e lagune, in una zona contesa tra Goti, Bizantini e Longobardi.

Una sala del nuovo museo del Delta antico che apre a Comacchio il 25 marzo

L’invito per l’inaugurazione del museo del Delta antico

L’inaugurazione.  Appuntamento sabato 25 marzo 2017 alle 11 in piazzetta Trepponti a Comacchio per la presentazione ufficiale del museo Delta Antico, alla presenza del ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini , del sindaco Marco Fabbri, dell’assessore alla cultura Alice Carli, e del vice presidente Fai Marco Magnifico. Alle 12 all’Ospedale degli Infermi, l’inaugurazione del museo, con il taglio del nastro e la benedizione dell’arcivescovo di Ferrara mons. Luigi Negri. Alle 19, davanti all’Ospedale degli Infermi, spettacolo piro-teatrale “Pioggia di fuoco” curato da Made Eventi. Infine sabato 25 e domenica 26, alcuni degli spazi più suggestivi del centro storico di Comacchio si trasformano in un vero palcoscenico in stile antica Roma, grazie alle scenografie dell’associazione archeologica Sperimentale Legio I Italica di Villadose (Rovigo): l’arena di Palazzo Bellini ospita un accampamento di legionari, l’antica pescheria una sorta di antica cucina, mentre sulla piazzetta Trepponti lo spazio per esibizioni di combattimento tra gladiatori. In occasione delle Giornate Fai di primavera, il museo Delta Antico è visitabile gratuitamente, con ingressi di gruppi di 20 persone ogni 15 minuti, con accompagnamento di una guida. La struttura sarà aperta sabato 12-18.30 e 20-24. Domenica invece, l’orario sarà continuato, dalle 10 alle 22. I residenti del Comune di Comacchio potranno accedere al museo del Delta Antico gratuitamente fino a fine aprile. Sarà necessario presentarsi alla biglietteria con un documento valido di identità.

“Una notte con l’ammiraglio etrusco Vel Kaikna al museo di Marzabotto”: visita guidata all’area archeologica e spettacolo sulla stele felsinea col Gruppo Archeologico Bolognese e i rievocatori di Methlum Kainual

Al museo nazionale etrusco di Marzabotto appuntamento con l'ammiraglio Vel Kaikna

Al museo nazionale etrusco di Marzabotto appuntamento con l’ammiraglio Vel Kaikna

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d'Italia

Il Gruppo archeologico bolognese iscritto ai Gruppi archeologici d’Italia

Vi siete mai chiesti – indagano gli amici del Gruppo archeologico bolognese (Gabo) attirando la nostra curiosità – vi siete mai chiesti come mai in una stele funeraria etrusca conservata al museo civico Archeologico di Bologna, un tale Vel Kaikna, etrusco padano, fece scolpire a Felsina, molti secoli fa, una nave da guerra completamente equipaggiata che solcava il mare? La risposta la darà personalmente l’interessato, Vel Kaikna, intervistato da Giuseppe Mantovani per la serie “Le interviste impossibili. Incontri con i personaggi della storia”. L’appuntamento è al museo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto, sabato 19 luglio 2014 alle 18 per “Una notte con l’ammiraglio etrusco Vel Kaikna al museo di Marzabotto: le interviste impossibili”. Testi di Giuseppe Mantovani. Interpreti: Piergiorgio Iacobelli (ammiraglio Vel Kaikna) intervistato da Davide Giovannini (presidente Gruppo Archeologico Bolognese). Saranno presenti i rievocatori di Methlum Kainual. L’ “intervista impossibile” all’ammiraglio etrusco sarà preceduta alle 17 da una visita guidata al museo e alla fonte sacra a cura del direttore Paola Desantis sul tema “Le merci e le idee venute d’oltremare”.Visita guidata e spettacolo sono gratuiti.Ingresso al museo e area archeologica 3 euro, ridotto 1,50 euro; ingresso gratuito per under 18, studenti e docenti di facoltà umanistiche, di architettura e delle Accademie di Belle Arti, previa esibizione del tesserino; giornalisti; soci GABO.

La stele funeraria di Vel Kaikna raffigura una grande nave etrusca da guerra che naviga in mare

La stele funeraria di Vel Kaikna raffigura una grande nave etrusca da guerra che naviga in mare

Una grafica della stele di Vel Kaikna con la nave etrusca

Una grafica della stele di Vel Kaikna con la nave etrusca

“La stele funeraria di Vel Kaikna”, spiega Paola Desantis, “è eccezionale sia per le dimensioni (è alta m. 2,42) che per la raffigurazione che presenta sul lato principale. Vi è infatti scolpita l’immagine di una grande nave etrusca da guerra che naviga in mare. A poppa il timoniere regge il timone, seguono due guerrieri con corazza ed una figura con mantello; dalla chiglia della nave sbucano sette remi, anche se sono solo tre i rematori di cui si vedono le teste. Probabilmente la scena si riferisce all’attività esercitata dal defunto, di cui si conosce il nome grazie all’iscrizione incisa sull’altro lato della stele: (io sono) la tomba di Vel Kaikna”. È stato ipotizzato che questo personaggio bolognese rivestisse la carica di comandante di una flotta etrusca sull’Adriatico, preposta alla difesa delle rotte commerciali da e per la Grecia che facevano capo al porto di Spina. “L’altro lato della stele è diviso in quattro fasce da listelli, che comprendono, in alto, il viaggio su carro del defunto nell’aldilà, e più sotto scene di solenni giochi sportivi celebrati in onore del defunto stesso, alla presenza di personaggi pubblici eminenti”. La stele, in arenaria, risale alla seconda metà del V secolo a.C. ed è stata rinvenuta nella necropoli dei giardini Margherita a Bologna.

I rievocatori di Methlum Kainual che saranno presenti all'intervista impossibile con l'ammiraglio etrusco Vel Kaikna

I rievocatori di Methlum Kainual che saranno presenti all’intervista impossibile con l’ammiraglio etrusco Vel Kaikna

Il programma.Ore 17, visita guidata al Museo e al santuario fontile dell’antica città di Marzabotto a cura di Paola Desantis sul tema “Le merci e le idee venute d’Oltremare nella città etrusca”; ore 18, inizio dello spettacolo con una breve introduzione di Giuseppe Mantovani sulle interviste impossibili, un inquadramento storico-archeologico del personaggio Vel Kaikna e del suo tempo a cura di Paola Desantis. “Membro di un’importante famiglia di Felsina”, interviene Giuseppe Mantovani, “Vel Kaikna era probabilmente un ammiraglio o un navarca: lo indizia la sua stele funeraria, esposta nel Museo Civico Archeologico di Bologna, su cui si staglia una nave da guerra etrusca”. Grazie alla collaborazione con il Gruppo Archeologico Bolognese, di cui fanno parte sia l’autore che l’intervistatore, viene “messa in scena” l’intervista impossibile a Vel Kaikna che la raffigurazione funebre collega a Spina e al suo porto. Evocati dall’ammiraglio felsineo, lo assisteranno nell’intervista anche alcuni abitanti dell’antica Kainua (interpretati da Gianni Passini e Luca Pontoni), espressamente arrivati per ricongiungersi allo spirito etrusco che in questa serata rivivrà fra le vestigia della vetusta Marzabotto. La serata è realizzata dalla soprintendenza ai Beni archeologici dell’Emilia Romagna in collaborazione con il Gruppo Archeologico Bolognese e i rievocatori di Methlum Kainual che saranno presenti all’intervista impossibile con l’ammiraglio etrusco Vel Kaikna e accompagneranno il pubblico per l’intera serata. Termine previsto per le 19.30.

I Veneti snobbarono la ceramica con rappresentati i miti dei Greci, estranei ai propri valori e cultura

Frammento di ceramica greca al museo di Adria

Frammento di ceramica greca al museo di Adria

I Veneti antichi sapevano bene chi erano i Greci dei quali ebbero modo di apprezzare la produzione artistica. Ma dei Greci snobbarono, se non addirittura rifiutarono,  la mitologia, lontana ed estranea alle culture dei popoli delle terre che si affacciavano sull’Alto Adriatico. A queste conclusioni giungono Lorenzo Braccesi, professore emerito già ordinario di Storia antica all’Università di Padova, e Francesca Veronesi , una dei curatori della mostra “Venetkens” (chiude domenica 17 novembre con un successo di pubblico inaspettati: quasi 90mila spettatori), in un saggio scritto proprio per il catalogo dell’esposizione patavina.

braccesi

Il prof. Lorenzo Braccesi

Che i Greci conoscessero  e fossero in contatto con le terre bagnate dall’Alto Adriatico lo aveva già scritto nel V sec. a.C. il greco Erodoto nelle sue “Storie”, sostenendo che erano stati i Focei a indicare agli altri Greci le particolarità dell’Adriatico, descritto con il termine Adrias, cioè proprio la parte alta dell’Adriatico. Ma quell’attestazione da sempre aveva fatto discutere e dubitare gli studiosi. Infatti, diversamente delle coste meridionali della penisola, lungo le coste delle terre dei Veneti antichi non c’è traccia di colonie greche, quasi che tra Micenei ed età classica, vale a dire tra il X e il VI sec. a.C., ci sia stata una cesura tra due periodi di frequentazioni ampiamente attestate. Invece i rinvenimenti archeologici più recenti sembrano dissipare ogni dubbio: l’Adriatico sarebbe stato abitualmente solcato da traffici commerciali ad ampio raggio senza soluzione di continuità. E i Veneti antichi ebbero modo di conoscere e apprezzare  le merci greco-asiatiche . La ceramica greca la troviamo praticamente ovunque: nei centri abitati, nelle necropoli, nei santuari. Ma i Veneti antichi mostrano anche di valutare – prima di scegliere – nella ricca produzione non solo la tipologia, in base all’utilizzo cui quegli oggetti erano destinati, ma anche i soggetti decorativi. Alle rappresentazioni del mito greco si preferiscono le scene di guerra e le decorazioni a motivi vegetali e floreali. “Si può ipotizzare un preciso rifiuto da parte dei Veneti antichi nei confronti del patrimonio mitologico greco”, afferma Francesca Veronese, “forse sentito come troppo interferente  con i propri valori. Ciò comunque non porta al rifiuto di altri aspetti culturali: ne è un esempio la pratica del simposio, che viene accettato e assimilato dai Veneti nella sue duplice valenza quotidiana e funeraria. Non a caso le forme di ceramica attica attestate in Veneto sono principalmente kylikes, skyphoi, kantharoi e crateri” .

Canali e barene nella laguna di Venezia

Canali e barene nella laguna di Venezia

Ma come e dove i Veneti antichi venivano in contatto con le merci greche ed egeo-orientali? A meridione delle lagune venete sorgevano gli empori di Adria, città etrusco-venetica a nord del delta del Po, meta di traffici greci già in epoca arcaica, e di Spina, città etrusca a sud del delta del Po, terminal di traffici attici per tutta l’età classica. Al centro delle lagune c’era l’emporio di Altino preromana. “A settentrione – precisa Braccesi – non conosciamo per ora l’esistenza di empori, ma è presumibile ce ne fosse uno al Caput Adriae, vicino alle risorgive del Timavo”. Questi empori erano raggiungibili attraverso una navigazione interna protetta o endolagunare: una via scavata dall’uomo in età preromana che consentiva, con tagli e canali trasversali (fossae), il collegamento del delta con le lagune venete. “I Romani – ricorda Braccesi – non fecero per buona parte che consolidare e ampliare una rete di tagli artificiali preesistenti”. Così seguendo le descrizioni fatte dagli storici romani, da Plinio a Livio, abbiamo un’idea di cosa fosse stato realizzato prima di loro. “In età augustea scavano la fossa Augusta, per collegare Ravenna a Spina,  ma in realtà riattano la fossa Messanica. Nella prima età imperiale, la fossa Flavia per unire il Po di Spina ad Adria, lavorando su un canale etrusco. E poi la fossa Clodia, per immettere il Po di Adria nell’Adige e da Chioggia in laguna, canale che semplicemente amplia la fossa Philistina”. Quindi, sono gli idronimi a confermarlo,  non furono solo gli Etruschi  a realizzare le canalizzazioni preromane, ma anche i Siracusani, che ricolonizzarono Adria con il tiranno Dionigi: fossa Philistina omaggia il politico e storico siracusano Filisto, la Messanica la sicelota città di Messina.

Secondo Plinio il “sistema delle fossae conferisce nella laguna veneta dove defluisce in mare il Medoaco (Meduacus Maior, il fiume di Padova) , formando con la sua foce la bocca di porto di Malamocco: qui infatti esisteva un “grande porto” che traeva nome dal fiume e che era invisibile dal mare perché a fronte della laguna, come assicura lo storico greco Strabone.  “Dal grande porto – continua Braccesi – le navi antiche potevano raggiungere per via interna gli empori a nord e a sud, costituendo quindi uno svincolo decisivo per le rotte endolagunari che in età preromana attraversavano la laguna di Venezia”.

Frammento di ceramica greca al museo di Adria

Frammento di ceramica greca al museo di Adria

Non è un caso che proprio da qui parta in epoca storica il generale spartano Cleonimo alla volta di Padova. Percorso seguito anche nella leggenda dell’eroe troiano Antenore che risalendo il fiume andò a fondare Padova. Entrambi vengono dal mare, ricorda Braccesi, entrambi risalgono la via del Medoaco, entrambi sono personaggi immortalati dal medesimo autore antico, quel Tito Livio che ben conosceva la natura dei luoghi per essere nativo di Padova. Ma nell’immaginario locale, si chiede lo studioso, dove approda l’eroe della leggenda, dove sbarca Antenore?   “Probabilmente nello stesso luogo dove Livio fa sbarcare Cleonimo. Cioè, spalle al mare, sul fronte simmetricamente opposto al litorale, dove sorgeva il grande porto del Medoaco. E quel luogo a un certo punto è stato chiamato Troia!”. Al sito lagunare dove era sbarcato Antenore probabilmente quel toponimo fu dato in epoca storica sull’onda della veicolazione attica (Sofocle, Strabone) della saga troiana. La leggenda antenorea, col tempo, diviene patrimonio delle stesso mondo veneto. Ma perché allora è assente nel repertorio figurativo della ceramica attica qui destinata all’esportazione? “Perché – conclude Braccesi – le immagini del mito, così diffuso nella ceramica attica, tra i Veneti antichi non paiono proprio trovare udienza”.

Dallas restituisce sei reperti trafugati dall’Italia

L'interno del Dallas Museum of Art negli Usa

L’interno del Dallas Museum of Art negli Usa

I dubbi che fossero oggetti antichi – etruschi e italici – di provenienza illegale il direttore del Dallas Museum of Art li aveva avuti fin dal suo insediamento, un po’ perché non era ben chiaro dove fossero stati trovati un po’ perché offerti da mercanti d’arte come Almagià, Becchina e Symes che avevano avuto guai con la giustizia proprio per la loro attività. Così due anni fa il direttore del Dma, Maxwell  L. Anderson, decise di restituire all’Italia scudi, crateri, antefisse, in tutto sei capolavori provenienti da vari siti archeologici italiani. E in questi giorni si è concretizzato l’accordo di cooperazione tra Dallas e il nostro ministero per i Beni culturali  che intensifica e promuove lo scambio interculturale tra gli Stati Uniti e l’Italia.

Antefissa etrusca del V secolo a.C. in terracotta policroma

Antefissa etrusca del V secolo a.C. in terracotta policroma

Non è la prima volta che le istituzioni americane ci restituiscono reperti trafugati dalla nostra penisola. Lo hanno fatto il Paul Getty di Los Angeles, il Metropolitan di New York, i musei di Boston, Princeton e Cleveland, alla fine – spesso – di un lungo braccio di ferro con le autorità italiane. Stavolta invece si tratta di una restituzione spontanea, premiata dall’Italia con un prestito lungo a Dallas di alcuni reperti da una tomba della necropoli di Spina, conservati nel museo Archeologico Nazionale di Ferrara. A dare l’annuncio lo stesso ministro per i Beni culturali, Massimo Bray: “Sono particolarmente soddisfatto per la felice risoluzione dei negoziati sia per la restituzione di sei oggetti di provenienza italiana che per lo splendido prestito da Spina, fruibile dal pubblico americano. Ringrazio, inoltre, il direttore del Museo di Dallas per la sua comprensione e anche tutti coloro che hanno contribuito alla felice conclusione di questo importante accordo culturale”. L’accordo prevede la restituzione di una coppia di scudi bronzei con testa di Acheloo; due crateri a volute; un cratere a calice e un’antefissa etrusca a testa femminile. Le opere rientreranno in Italia al termine di un periodo di prestito prolungato di 4 anni. Una volta tornate a casa, saranno consegnate alla direzione generale per le Antichità per essere sottoposte a studi scientifici e dopo saranno restituite ai territori di provenienza.

Scudo in bronzo etrusco arcaico del VI sec. a.C.

Scudo in bronzo etrusco arcaico del VI sec. a.C.

I tesori tornano a casa Tre delle opere verrebbero dall’Etruria. Per i due scudi di bronzo (del VI sec. a.C.) quasi mezzo metro di diametro, venduti al museo nel 1988, decorati con la testa di Acheloo – divinità fluviale della mitologia greca, che sfidò Eracle per contestargli il diritto di sposare Deianira, figlia di Eneo re degli Etoli, come narra Ovidio nelle Metamorfosi – la provenienza è incerta. Ma potrebbero provenire da Tarquinia dove una tomba ha restituito oggetti simili. Mentre l’antefissa, risalente al 500 a. C. circa, ancora policroma alta un palmo di mano, sarebbe riconducibile al contesto dell’Etruria meridionale, visto che l’immagine ha numerosi riscontri nell’area di Cerveteri. Sono invece dall’Italia meridionale  due vasi restituiti: un grande cratere apulo a volute del IV secolo a.C. attribuito al pittore di Underworld e alto quasi un metro; un cratere apulo a calice del IV secolo e un coevo cratere a calice campano.

Coppa attica a figure rosse dalla tomba 512 di Spina

Coppa attica a figure rosse dalla tomba 512 di Spina

Prestito lungo a Dallas Gli oggetti in mostra a Dallas, prestati dal museo Archeologico Nazionale di Ferrara, provengono dalla tomba 512 del V sec. a.C. scavata a Spina ai primi del Novecento: ne fanno parte vasi attici a figure rosse, una fibula d’argento, una statuetta di bronzo e un vaso di alabastro. In tutto una trentina di opere (il museo ne possiede tantissime: è quindi una privazione che quindi non inficia le collezioni ferraresi) che saranno esposte fino al 2017 nelle gallerie al secondo piano del museo di Dallas. Il complesso 512 fu scoperto nell’estate del 1926 in una delle quattromila tombe della necropoli di Spina. “Siamo onorati ed entusiasti di continuare la nostra collaborazione  – commenta il direttore del Museo di Dallas, Maxwell L. Anderson – con i nostri colleghi italiani. È una rara opportunità poter ammirare questi oggetti tutti insieme, ed evidenziare il loro ruolo combinato nelle pratiche funerarie antiche”.