Al museo dell’Ara Pacis di Roma la mostra “Aquileia 2.200. Porta di Roma verso i Balcani e l’Oriente” celebra l’anniversario della fondazione della colonia romana con reperti dal Man, calchi storici e immagini suggestive di Ciol

La “Testa di Vento” testimonial della mostra “Aquileia 2.200. Porta di Roma verso i Balcani e l’Oriente” al museo dell’Ara Pacis di Roma

Reperti dal museo Archeologico nazionale di Aquileia nella mostra all’Ara Pacis di Roma (foto Leonardo Becuzzi)
Tra i prestigiosi spazi dell’Ara Pacis a Roma fa capolino l’iconica “testa di Vento” bronzea, di ascendenza ellenistica; più in là la testa di vecchio, improntata a forte realismo; e poi la bellissima stele funeraria del gladiatore; due eccezionali mosaici (raffiguranti uno “pesci adriatici”, l’altro uno stupendo pavone); rilievi marmorei e statue. Sono solo alcuni degli eccezionali reperti dal museo Archeologico nazionale di Aquileia con i quali, per i 2200 anni dalla fondazione dell’antica città di Aquileia, Roma Capitale e il museo dell’Ara Pacis ne celebrano la storia nella mostra “Aquileia 2.200. Porta di Roma verso i Balcani e l’Oriente” in programma dal 9 novembre al 1° dicembre 2019 che intende ripercorrere le numerose “trasformazioni” della Città nei suoi momenti storicamente più significativi: l’antica città romana, l’Aquileia bizantina e medioevale e il Patriarcato, sino a giungere al periodo in cui la città fu parte dell’Impero Asburgico e infine agli anni della Prima Guerra Mondiale e del successivo dopoguerra.

Il suggestivo percorso espositivo della mostra “Aquileia 2.200. Porta di Roma verso i Balcani e l’Oriente” all’Ara Pacis di Roma (foto Leonardo Becuzzi)
Aquileia porta di Roma verso i Balcani e l’Oriente: il porto più settentrionale del Mediterraneo, una posizione privilegiata e una proiezione quasi obbligata verso il suo entroterra centroeuropeo, un punto d’arrivo di disparate ed indipendenti influenze culturali e religiose, soprattutto dall’Africa, dal Vicino Oriente, dalla Grecia, dai territori danubiani. Tutto questo concorre a fare di Aquileia una Roma diversa, un luogo suggestivo e degno di essere visitato e apprezzato. Promossa da Roma Capitale, assessorato alla Crescita culturale – sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e realizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con il Polo museale del Friuli Venezia Giulia e il museo Archeologico nazionale di Aquileia, prestatore di alcune opere d’arte di eccezionale valore, e con il patrocinio del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il turismo, la mostra “Aquileia 2200. Porta di Roma verso i Balcani e l’Oriente”, curata da Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia, e da Marta Novello, direttrice del museo Archeologico nazionale di Aquileia, con un contributo di don Alessio Geretti, che segue le iniziative culturali di Illegio, pone l’accento sull’importanza del rapporto Aquileia-Roma e sulla straordinaria capacità di rigenerarsi di una città, più volte risorta dopo invasioni, spoliazioni, guerre e terremoti.

La testa di anziano (I sec. a.C.) uno dei volti più celebri della galleria di ritratti funerari del museo di Aquileia (foto Man)
Fondata nel 181 a.C., fu avamposto di Roma nel lembo estremo nord-orientale della penisola, porto commerciale di primissimo piano, fu una città ricca e popolosa, tanto da essere ricordata dal poeta Ausonio (IV secolo d.C.) come la quarta d’Italia, dopo Roma, Milano e Capua. Nello stesso periodo divenne un importante centro d’irradiazione del Cristianesimo nelle regioni contermini del centro ed Est Europa, e nei secoli successivi rappresentò la diocesi metropolitica di un amplissimo territorio, che andava dal lago di Como al lago Balaton, in Ungheria. Per secoli Aquileia è stata porto commerciale di primissimo piano dell’intero Mediterraneo e ha costituito la porta d’entrata non solo di derrate e di merci, ma anche di arte e idee provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente che, rielaborate e metabolizzate, si sono poi diffuse nell’Italia Settentrionale, nei Balcani e nel Noricum. Fu anche sede di un principato ecclesiastico e di uno Stato Patriarcale, a partire dal 1077 e fino alla conquista veneziana nel 1420, mentre il Patriarcato come entità ecclesiastica fu soppresso solo nel 1751, avendo come eredi le Arcidiocesi di Udine, per la parte veneta, e di Gorizia, per la parte imperiale. Passata sotto l’Impero degli Asburgo, vi rimase fino alla prima guerra mondiale, assumendo nel contesto bellico un ruolo fortemente simbolico. Il ruolo che Aquileia ha svolto per due millenni ha avuto un significato non solo militare, politico ed economico, ma anche culturale e ideale nel bacino del Mediterraneo e nel rapporto tra Oriente e Occidente. Mettere in rilievo questa “specialità” di Aquileia a livello nazionale ed europeo è l’obbiettivo primario della mostra “Aquileia 2200”.

Il restauro dei calchi realizzati nel 1937 e conservati al museo nazionale della Civiltà romana (foto Man)
La storia di Aquileia, in particolare quella del periodo romano, si dipana attraverso un suggestivo percorso che narra, anche grazie al supporto di strumenti multimediali, la fondazione della colonia latina, lo sviluppo della città nel primo impero, la società e l’artigianato artistico, l’evoluzione urbanistica nella tarda antichità e quella del primo complesso basilicale cristiano. Chiudono l’esposizione due spaccati storici sul Patriarcato di Aquileia e sul viaggio del milite Ignoto da Aquileia al Vittoriano di Roma nel 1921. Della mostra fanno parte dei 23 calchi di reperti aquileiesi realizzati nel 1937 in occasione della mostra Augustea della Romanità (dove Aquileia era la città più rappresentata, insieme a Ostia e Pompei), oggi custoditi al museo della Civiltà Romana e alcuni di essi restaurati per l’occasione grazie alla Fondazione Aquileia. E trenta reperti fra i più preziosi del museo Archeologico nazionale di Aquileia, alcuni dei quali abbiamo già ricordato: la stupenda testa bronzea di Vento, di ascendenza ellenistica; la testa di vecchio, improntata a forte realismo; il mosaico con raffigurazione di pesci “adriatici”; la bellissima stele funeraria del gladiatore; la stele raffigurante un torchio (testimonianza della produzione vitivinicola che, in epoca romana come oggi, caratterizza la zona di Aquileia); un ampio repertorio di oggetti in ambra, espressione di quell’artigianato artistico che si era sviluppato nella città, punto d’arrivo dell’antichissima via dell’Ambra proveniente dal Baltico, dove questa resina fossile veniva raccolta. E poi, nella sezione del Cristianesimo, un bassorilievo in pietra calcarea del IV secolo raffigurante l’abbraccio tra Pietro e Paolo, commovente testimonianza della vitalità e della ricchezza della grande Chiesa Aquileiese, e lo stupendo mosaico del pavone, prestato per l’occasione dall’Arcidiocesi di Gorizia. Chiudono il percorso due spaccati storici sul Patriarcato di Aquileia e sul Milite Ignoto. In quest’ultima sezione in particolare sarà esposto per la prima volta il tricolore, recentemente donato allo Stato, che avvolse, nella cerimonia in Basilica ad Aquileia nel 1921, il feretro del soldato scelto dalla madre di un soldato caduto e disperso, Maria Bergamas, per rappresentare tutte le vittime disperse in guerra.
Ad arricchire la mostra, al centro del percorso espositivo, sono collocate 43 splendide fotografie del grande Maestro friulano Elio Ciol, che da decenni coglie l’essenza degli antichi oggetti e dei resti monumentali tuttora visibili, fornendo un formidabile apporto documentario, emozionante e vivido, di Aquileia. Questi e altri lavori del maestro Ciol sono stati esposti quest’estate al MAMM di Mosca e prossimamente daranno vita a un’altra mostra a Ekaterinburg. Sono vere rivelazioni, non semplici documenti, questi scatti in bianco e nero con i quali, quarant’anni fa, il fotografo friulano Elio Ciol seppe intercettare – con poetica analoga a quella del neorealismo cinematografico – la radiazione di mistero e grandezza che ad Aquileia pietre, viali, colonne, iscrizioni, oggetti, architetture, sculture, mosaici ed affreschi emanano da 2200 anni a questa parte. Le fotografie di Elio Ciol narrano che il destino di Aquileia è scritto nella pietra. Sta scritto nelle pietre grandi del Foro o del porto fluviale come in Basilica nelle pietre minuscole e policrome del mosaico paleocristiano più vasto al mondo; nella lapide fondativa della colonia romana, istituita nel 181 a.C., come nel solco dell’aratura dei buoi; nei colonnati e nelle statue di una metropoli connotata da un rango e da una vitalità tipici di una vera e propria altra Roma, rivolta all’Adriatico e al mondo nordafricano, ai Balcani e all’Oriente; nella fioritura impressionante di una Chiesa culturalmente e teologicamente originalissima, tra le più missionarie di quelle seminate in età subapostolica; nelle tracce lasciate da devastazioni e spoliazioni e migrazioni e rinascite lungo l’epoca tardoantica e altomedioevale, per culminare nella singolare istituzione dello stato patriarcale aquileiese tra il 1077 e il 1420. Tutto ciò che attraversò Aquileia e che da essa si irradiò, cultura, arti, fede, scambi di merci preziose, connessioni politiche e vicissitudini militari, segnò profondamente il cuore dell’Europa e l’identità di diversi popoli che oggi possono comprendersi anche perché conservano nel proprio patrimonio genetico qualche tratto di quella comune madre.
Roma, domenica 5 febbraio 2017 riunificati il foro romano con i fori imperiali: nasce un unico grande percorso nel cuore archeologico della Capitale, una nuova occasione per immergersi senza soluzione di continuità nella storia e nelle emozioni della Roma Antica. E lo sarà ogni prima domenica del mese, con ingresso gratuito, per tutto il 2017
Il cuore di Roma antica nuovamente unificato la prima domenica del mese. Quando al primo gennaio, aprendo simbolicamente il cancello che divideva due mondi e due proprietà, di qua il foro romano (dello Stato), di là i fori imperiali (del Comune), nessuno avrebbe scommesso che quella “promessa di matrimonio” (cioè di collaborazione) tra la sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e la soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’Area archeologica centrale di Roma si sarebbe concretizzata in tempi brevi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/12/31/capodanno-speciale-a-roma-fori-senza-confini-aperti-gratuitamente-i-fori-imperiali-del-comune-e-il-foro-romano-dello-stato-in-ununica-passeggiata-grazie-a-un-accordo-tra-sovrintendenza/). Siamo stati smentiti. Con domenica 5 febbraio 2017, quindi alla domenica gratuita del primo mese successivo, le due aree archeologiche sono state unificate. E così sarà ogni prima domenica del mese, almeno per tutto il 2017. Nasce un unico grande percorso nel cuore archeologico della Capitale, una nuova occasione per immergersi senza soluzione di continuità nella storia e nelle emozioni della Roma Antica. Una passeggiata senza barriere architettoniche e all’insegna dell’abbattimento di ogni cancello in grado di interrompere la continuità del racconto storico. Dai Fori Imperiali al Foro Romano e Palatino si può passare liberamente da un sito a un altro e percepire, nella ritrovata unitarietà, la grandezza di un passato che ci appartiene. L’accesso ai siti è consentito dalle 8.30 alle 16.30, con ultimo ingresso alle 15.30. “Il percorso che attraversa l’area archeologica dei Fori”, spiegano all’assessorato alla Cultura di Roma Capitale, “può essere compiuto indifferentemente partendo dall’accesso all’area di competenza capitolina, da piazza Santa Maria di Loreto, presso la Colonna Traiana, o da uno degli ingressi della soprintendenza di Stato, a largo Corrado Ricci, all’Arco di Tito, o a via di San Gregorio. Partendo da uno degli ingressi al Foro Romano e Palatino della soprintendenza si può accedere alle residenze imperiali palatine, alla Basilica di Massenzio, all’area monumentale della piazza del Foro, dove si affacciano i grandi Templi e le grandi Basiliche Iulia ed AEmilia, per arrivare alla Curia (sede del senato romano), da dove si passa nell’area della sovrintendenza comunale. Qui si aprono i Fori di Nerva e di Cesare e, passando al di sotto di via dei Fori imperiali, attraverso le cantine delle antiche abitazioni del quartiere Alessandrino, si arriva al Foro di Traiano, con la spettacolare visuale sulla Colonna e sui Mercati traianei”.

I soprintendenti Prosperetti e Parisi Presicce col vicesindaco di Roma, Bergamo, il 1° gennaio 2017, al cancelletto che divide il foro romano (Stato italiano) dai fori imperiali (Comune di Roma)
“In occasione dell’apertura congiunta del primo dell’anno”, spiega il soprintendente Francesco Prosperetti, “avevamo preso un impegno per continuare a offrire ai romani e ai turisti l’opportunità di visitare senza barriere il centro più antico della Capitale. La promessa è stata mantenuta nel segno di un ampliamento dell’offerta culturale. È questo solo un primo passo per integrare sempre di più la città con il suo cuore archeologico, rimuovendo steccati ideologici, divisioni amministrative, barriere architettoniche”. E il sovrintendente Parisi Presicce: “Consentire a tutti di immergersi nell’atmosfera della Roma antica e di passeggiare tra i Fori dimenticando, per un momento, quale porzione di arte e di memoria sia sotto la tutela dello Stato e quale sotto quella del Comune costituisce un piccolo, ma significativo atto di amore per la città di Roma nell’esclusivo interesse per i valori che condividiamo”.
“Dopo lo straordinario successo dell’apertura simbolica del cancello che separava le due aree, statali e comunali, avvenuta lo scorso primo gennaio per festeggiare nel migliore dei modi il nuovo anno”, conclude il vicesindaco di Roma e assessore alla Crescita culturale, Luca Bergamo, “oggi siamo contenti di mantenere l’impegno preso in quella occasione nei confronti di cittadini e turisti che amano questa città e vogliono sempre più che l’eredità della sua storia entri a far parte della quotidianità. Questo lavoro ribadisce ancora una volta quanto sia fondamentale per il bene di Roma e dell’intero Paese la collaborazione istituzionale e l’apertura degli spazi che possono essere tutelati solo se ognuno di noi li sente anche propri. Sono molto soddisfatto, a nome di tutta l’amministrazione, di consegnare al mondo in modo continuativo un pezzo prezioso e unico del nostro patrimonio con la certezza che si continuerà in questa direzione”.
Capodanno speciale a Roma: fori senza confini. Aperti gratuitamente i fori imperiali (del Comune) e il foro romano (dello Stato) in un’unica passeggiata grazie a un accordo tra sovrintendenza capitolina e soprintendenza ministeriale. Prova generale per il futuro?

Panoramica dell’area archeologica dei fori di Roma: il 1° gennaio aperti gratis per una passeggiata “senza confini”
È solo un piccolo cancello, ma riesce a dividere due mondi: di qua il Comune di Roma, di là lo Stato italiano; di qua la soprintendenza capitolina, di là la soprintendenza speciale; di qua i fori imperiali, di là il foro romano-palatino. Sì, avete letto bene: la più grande area archeologica del mondo nel cuore di Roma è divisa in due. Cioè due padroni, due gestioni, due biglietti. Ma non il 1° gennaio 2017: per la prima volta si potranno visitare i fori “senza confini”, con un percorso unico che collega il Foro Romano e i Fori Imperiali. E gratis. L’Area Archeologica Centrale aprirà dunque le sue porte per un unico grande percorso all’insegna dell’abbattimento di ogni tipo di cancello in grado di limitare e interrompere la continuità del racconto storico, in un percorso attrezzato senza barriere architettoniche. A presentare l’iniziativa, veramente “storica”, il vicesindaco e assessore alla Cultura di Roma Luca Bergamo, il sovrintendente capitolino ai Beni culturali Claudio Parisi Presicce e il soprintendente per il Colosseo e l’area archeologica centrale Francesco Prosperetti, che si sono ritrovati proprio al famoso cancelletto.

Prosperetti, Parisi Presicce e Bergamo al cancelletto che divide il foro romano (Stato italiano) dai fori imperiali (Comune di Roma)
“Tutti coloro che trascorreranno il Capodanno a Roma avranno l’occasione unica di attraversare 25 secoli di storia”, interviene soddisfatto Parisi Presicce. “È un fatto storico vedere finalmente il Foro Romano e i Fori Imperiali senza soluzione di continuità e senza preoccuparsi di divisioni di competenze tra Stato e Comune. Le normative esistono ed esiste lo strumento che consente una gestione unificata tra Roma Capitale e lo Stato e il risultato è sotto gli occhi di tutti: siamo davanti a un complesso monumentale che tutti ci invidiano, credo che la giornata del primo gennaio sarà ricordata da tutti coloro, turisti e romani, che saranno a Roma quel giorno. È anche una sorta di promessa alla città: un piccolo passo per l’archeologia di Roma ma anche una grande idea che rappresenta il progetto per il futuro di quest’area archeologica centrale”. E Bergamo: “C’è un accordo di valorizzazione tra Roma e lo Stato che ha subito rallentamenti ed è stato messo in discussione, ma fin dal nostro insediamento sono state riprese le fila di questo discorso e lo possono vedere tutti: siamo probabilmente in uno di posti più belli del mondo, un posto che a causa di una certa interpretazione burocratica dell’organizzazione dello Stato italiano non è ancora oggi possibile vivere come un corpo unitario. Il primo gennaio facciamo un passo importante, un passo che non risolve il problema ma penso e auspico che faccia capire a tutti il valore aggiunto della cooperazione istituzionale che rende visitabile quest’area a chiunque voglia vederla. Con questo atto mettiamo un tassello che costituisce una pedina importante in un progetto di proiezione di questa città nel mondo e nel futuro. Non solo si rompe una barriera ma la si rompe per ricostruire una crescita culturale di un patrimonio unico al mondo”.
Addio dunque a barriere e cancelli. Un esperimento che durerà solo per il primo giorno dell’anno ma che amministrazione capitolina e soprintendenza speciale contano di poter continuare a realizzare. Dai Fori Imperiali al Foro Romano e Palatino: si potrà passare liberamente e gratuitamente da un sito a un altro. L’accesso ai siti sarà consentito dalle 10 alle 16, con ultimo ingresso alle 15. Il percorso che attraversa l’area archeologica dei Fori potrà essere compiuto indifferentemente partendo dall’area di competenza capitolina, da piazza Santa Maria di Loreto, presso la Colonna Traiana, o da uno degli ingressi della soprintendenza di Stato, a largo Corrado Ricci, all’Arco di Tito, o a via di San Gregorio, per una passeggiata archeologica unica. Partendo dalla Colonna Traiana seguendo la passerella presente nel sito, la visita toccherà una parte del Foro di Traiano, passerà sotto via dei Fori Imperiali percorrendo le cantine delle antiche abitazioni del Quartiere Alessandrino, attraverserà il Foro di Cesare e del Foro di Nerva per proseguire nell’area statale, senza la barriera divisoria che obbligava a uscire dai Fori imperiali per rientrare al Foro Romano. Il passaggio dall’area comunale a quella statale avverrà dietro la Curia Julia, antica sede del Senato romano, e permetterà di accedere nel fulcro della piazza del Foro, all’altezza della Basilica Æmilia, sulla Sacra Via. Di qui si articolano percorsi in diverse direzioni: Basilica Julia, Tempio del Divo Giulio, Casa delle Vestali, Lacus Iuturnæ, Tempio di Antonino e Faustina, per arrivare all’Arco di Tito e fino ai palazzi imperiali sul Palatino, dove per l’occasione resterà aperto il Museo.
“È un evento storico dal forte valore simbolico”, conferma Prosperetti. “Con questa iniziativa riusciamo a cogliere la possibilità di dare corpo a un progetto che avevamo in testa da anni, accompagnato da un accordo con il ministero ma che stentava a trovare attuazione: i Fori senza barriere architettoniche, visive ed economiche. Si apre il “confine” di Stato che separa il Foro Romano dai Fori Imperiali. Un risultato tangibile di una politica culturale portata avanti insieme verso l’obiettivo, che è di tutti noi romani, di ridare il senso di centro della città a questo luogo rimasto troppi anni separato e visto più dai turisti che dai romani, e che deve ritrovare la sua centralità rispetto alla città di Roma”. E nel 2017 quali sono le prospettive per il cuore antico di Roma? “Da luglio 2016 è in corso una situazione del tutto inedita che ci consente di intervenire sul patrimonio monumentale, almeno per le competenze di manutenzione, restauro e tutela che ricadono sullo Stato, su un patrimonio monumentale di Roma con risorse che questa città non ha mai più avuto dai tempi del grande Giubileo del 2000. Io quando ho preso in luglio la soprintendenza ai monumenti di Roma ho trovato le casse vuote, il programma di lavori azzerato e ritengo sia stato un mio preciso dovere di dare corso a una programmazione nuova per cui nel 2017 porto 10 milioni di euro sui monumenti di Roma, cosa che la città non aveva mai avuto negli ultimi 15 anni, e lo faccio grazie alle risorse della soprintendenza autonoma speciale del Colosseo e dell’area centrale di Roma. Mi auguro che questa possibilità mi sia confermata dalla riforma che ci sarà, perché sarebbe esiziale per la nostra città ritornare a una situazione come la precedente in cui i monumenti avevano risorse zero”.
Il Mausoleo dell’imperatore Augusto a Roma aperto eccezionalmente al pubblico nei sabati di giugno. Poi finalmente inizierà il restauro nell’ottantesimo anno della sua chiusura
L’annuncio della soprintendenza Capitolina non può che far piacere: il mausoleo di Augusto a Roma nel mese di giugno 2016 sarà aperto eccezionalmente al pubblico per un ciclo di visite guidate. “L’iniziativa”, spiegano, “che si inserisce nell’ambito delle attività didattiche promosse dalla soprintendenza Capitolina nei monumenti e nelle aree archeologiche di Roma Capitale, costituisce una opportunità unica offerta ai cittadini per vedere il Mausoleo prima che l’imminente restauro ne rinnovi l’antico splendore per riportarlo a nuova vita”. L’ingresso al monumento e le visite guidate saranno gratuite e verranno effettuate, tutti i sabati di giugno alle 11, da funzionari archeologi della soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Le date previste per le visite sono: 4, 11, 18 e 25 giugno sempre alle 11. La prenotazione è obbligatoria allo 060608 (max 30 persone per ciascun gruppo), a partire dalla settimana precedente la data prevista per la visita. Il sito presenta barriere architettoniche.

Il Mausoleo con il suo diametro di 300 piedi romani (circa m 87) è il più grande sepolcro circolare che si conosca
Dunque sembra proprio che stavolta il restauro del più grande mausoleo circolare giuntoci dall’antichità parta davvero. Sembrava infatti già fatta a ottobre 2015 quando, dopo anni di annunci, si era aperta la gara per la prima tranche di lavori al Mausoleo di Augusto. Forte dei 6 milioni di euro messi a disposizione dalla Fondazione Telecom – in aggiunta ai 4,2 milioni di fondi comunali e statali già stanziati -, il Campidoglio aveva annunciato l’inizio del cantiere per “gennaio 2016” e l’apertura al pubblico “nel marzo 2017”. Ma un nuovo “ostacolo” aveva fatto slittare ora a data da destinarsi dell’avvio dei lavori, per un restauro che aveva già mancato clamorosamente – nonostante le promesse – l’appuntamento con le celebrazioni del bimillenario della morte di Augusto, nell’agosto del 2014 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2014/08/17/bimillenario-di-augusto-il-19-agosto-ara-pacis-a-colori-aperta-fino-a-mezzanotte-insieme-alla-mostra-larte-del-comando/). Per il sepolcro del primo imperatore gli anni del degrado e dell’abbandono, insomma, continuano, nell’ottantesimo anniversario della sua chiusura al pubblico. In una “maledizione” già evocata il 19 agosto 2014 quando, proprio nel giorno del bimillenario e delle visite guidate straordinarie al Mausoleo che ne avrebbero dovuto ricordare i fasti, una conduttura dell’acqua si ruppe e allagò il fossato intorno al monumento, portando tristemente a galla, davanti agli occhi del mondo, erbacce e rifiuti.
La costruzione del Mausoleo nell’area settentrionale del Campo Marzio (all’epoca non ancora urbanizzato, ma già in precedenza occupato dai sepolcri di alcuni uomini illustri) fu iniziata da Ottaviano Augusto nel 28 a.C., al ritorno dalla campagna militare in Egitto, conclusasi con la vittoria di Azio del 31 a.C. e la sottomissione di Cleopatra e Marco Antonio. Lo storico greco Strabone descrisse il monumento come “un grande tumulo presso il fiume su alta base di pietra bianca, coperto sino alla sommità di alberi sempreverdi; sul vertice è il simulacro bronzeo di Augusto e sotto il tumulo sono le sepolture di lui, dei parenti, dietro vi è un grande bosco con mirabili passeggi”. Il Mausoleo con il suo diametro di 300 piedi romani (circa m 87) – spiegano gli archeologi della soprintendenza capitolina -, è il più grande sepolcro circolare che si conosca. Il monumento si componeva di un corpo cilindrico rivestito in blocchi di travertino, al centro del quale si apriva a sud una porta preceduta da una breve scalinata; in prossimità dell’ingresso, forse su pilastri, erano collocate le tavole bronzee con incise le Res Gestae, ovvero l’autobiografia dell’imperatore, il cui testo è trascritto sul muro del vicino Museo dell’Ara Pacis. Nell’area antistante erano collocati due obelischi di granito, poi riutilizzati uno in piazza dell’Esquilino, alle spalle di S. Maria Maggiore (1587), l’altro nella fontana dei Dioscuri in piazza del Quirinale (1783). “All’interno del sepolcro”, conclude la nota della soprintendenza, “vennero deposte le ceneri dei membri della famiglia imperiale: il generale Marco Agrippa, secondo marito di Giulia figlia di Augusto, Druso Maggiore, i due bimbi Lucio e Gaio Cesare figli di Giulia, Druso Minore, Germanico, Livia, seconda moglie di Augusto, Tiberio, Agrippina, Caligola, Britannico, Claudio, e Poppea, moglie di Nerone; quest’ultimo fu invece escluso dal Mausoleo per indegnità, come già Giulia, la figlia di Augusto. Per breve tempo il Mausoleo ospitò le ceneri di Vespasiano e infine di Nerva e dopo oltre un secolo dall’ultima deposizione si riaprì per ospitare le ceneri di Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo”.
Cibo e alimentazione nell’antichità. In un convegno a Roma cento specialisti su “Preistoria del cibo”, dal Paleolitico alla prima Età del Ferro
Cibo e alimentazione nell’antichità. Come si nutrivano i nostri antenati? Qual era la dieta dell’uomo cacciatore-raccoglitore, nel Paleolitico? Come è cambiata nei millenni quando l’uomo è diventato sedentario, coltivatore e allevatore? Domande importanti cui sta tentando di dare una risposta in questi giorni a Roma al museo nazionale Preistorico etnografico “Luigi Pigorini” il convegno, che chiude il 9 ottobre 2015, su “Preistoria del cibo” durante il quale la presentazione e la discussione di ricerche e studi di carattere specialistico si alternano a conferenze dedicate a un pubblico più ampio tenute da archeologi, archeozoologi, antropologi, geo-archeologi, nutrizionisti ed etnologi.
Oltre cento studiosi italiani e stranieri con i loro risultati di ricerche sul tema dell’alimentazione in una prospettiva pluridisciplinare che propone visioni di sintesi accanto ai risultati di nuove ricerche. Nel convegno promosso promosso dall’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria che vi dedica la sua 50ma Riunione Scientifica e organizzato in collaborazione con la soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dal Polo Museale del Lazio – museo nazionale Preistorico Etnografico “L. Pigorini”, si va dalla preistoria più antica, a partire dal Paleolitico, fino all’età del Ferro e alle soglie dell’età storica. Le sessioni di studio riguardano soprattutto l’Italia, anche se non mancano interventi sull’area vicino-orientale. L’obiettivo del convegno è illustrare la ricchezza delle risposte messe in essere dalle comunità del passato più antico in rapporto con il ciclo dell’alimentazione, proponendosi come spunto per un dibattito attuale. La scelta di dedicare la 50ma Riunione Scientifica dell’IIPP all’alimentazione nella preistoria e nella protostoria è stata dettata dall’attualità del tema: l’Expo Universale in corso a Milano sul tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita” ha creato infatti un’occasione imperdibile per mettere in relazione un argomento di interesse generale con i temi della ricerca pre-protostorica, coniugando il consueto profilo scientifico dei convegni dell’IIPP con l’intento di interessare anche un pubblico più ampio.
“Nutrire l’impero”: nella mostra all’Ara Pacis di Roma si racconta la prima “globalizzazione dei consumi”, cosa e come mangiavano gli antichi romani e come si approvvigionavano
Cosa e come mangiavano gli antichi romani? Come trasportavano migliaia di tonnellate di provviste dai più remoti angoli della terra? Come facevano a farle risalire lungo il Tevere fin nel cuore della città? E come le conservavano durante tutto l’anno? A queste e a tante altre curiosità risponde la mostra “Nutrire l’Impero. Storie di alimentazione da Roma e Pompei”, al museo dell’Ara Pacis di Roma fino al 15 novembre 2015, che traccia un affresco complessivo sull’alimentazione nel mondo romano grazie a rari e prestigiosi reperti archeologici, plastici, apparati multimediali e ricostruzioni. L’esposizione, ideata in occasione di Expo 2015, è promossa dall’assessorato alla Cultura e al Turismo di Roma – soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dall’assessorato a Roma produttiva e Città Metropolitana e da Expo con la cura scientifica della soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e della soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia, di nuovo insieme a 25 anni di distanza dalla fortunata esperienza della mostra “Riscoprire Pompei” (1993). L’ideazione e il coordinamento scientifico sono di Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini. Ricostruzioni multimediali e catalogo (con testi di C. Parisi Presicce, M. Osanna, E. Lo Cascio, F. Coarelli, P.Arnaud, C. Virlouvet, S. Keay, P. Braconi, C. Cerchiai, G. Stefani, M. Borgongino, M.P. Guidobaldi, A. Lagi) sono a cura di l’Erma di Bretschneider.
A seguito della pax romana, intorno al bacino del Mediterraneo si determinò quella che oggi chiameremmo la prima “globalizzazione dei consumi” con relativa “delocalizzazione della produzione” dei beni primari. In età imperiale i romani bevevano in grandi quantità vini prodotti in Gallia, a Creta e a Cipro, oppure, se ricchi, i costosi vini campani; consumavano olio che giungeva per mare dall’odierna Andalusia; amavano il miele greco e soprattutto il garum, il condimento che facevano venire dall’Africa, dall’Oriente mediterraneo, dal lontano Portogallo, ma anche dalla vicina Pompei. Ma, soprattutto, il pane che mangiavano ogni giorno era un prodotto d’importazione, fatto con grano trasportato via mare su grandi navi dall’Africa e dall’Egitto. “Nell’arco di tempo che va da Augusto a Costantino (27 a.C. – 337 d.C. )”, spiegano i curatori Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini, “Roma è stata una metropoli di circa 1 milione di abitanti, alla testa di un impero che, secondo le stime correnti, ne contava 50/60 milioni. Nessuna città raggiunse più questa grandezza fino alle soglie della rivoluzione industriale. Nutrire Roma, alimentare una tale concentrazione umana, soprattutto di grano, costituì un’ impresa di cui furono diretti responsabili gli imperatori. Facendosi carico dell’annona di Roma, ovvero del suo fabbisogno alimentare, il principe stabiliva un rapporto diretto e personale con il suo popolo. Soprattutto con i cittadini romani, maschi, adulti e residenti – la plebs urbana et romana, detta anche “plebe frumentaria” – che ogni mese ricevevano dallo stato, a titolo gratuito, 5 moggi di grano a testa, circa 35 Kg di frumento, una quantità che, trasformata in pane, risultava più che sufficiente per il sostentamento individuale. Si trattava – continuano – di un diritto/privilegio, a seconda dei punti di vista, del “popolo dominante”, riconosciuto ad un massimo di 200mila beneficiari, limite fissato da Augusto. Traducendo in cifre, vediamo che le sole distribuzioni gratuite di grano, le frumentationes, comportavano l’importazione di quantità di frumento oscillanti tra i 9 e i 12 milioni di moggi l’anno, vale a dire fino a 84mila tonnellate. Se poi si considera il rifornimento alimentare necessario all’intera città, la quantità di grano importata sale a cifre che gli storici, non concordi per carenza di fonti, stimano tra i 50 milioni di moggi, ovvero 350mila tonnellate, e i 60 milioni di moggi, ovvero 420mila tonnellate ogni anno. Alla fine della Repubblica il grano consumato a Roma veniva dall’Africa, dalla Sicilia e dalla Sardegna, come ricorda Cicerone. Le cose mutarono con la conquista dell’Egitto e la politica di espansione agricola che Roma attuò in Africa: durante l’alto impero, il tributo granario venne prodotto e pagato per 1/3 dall’Egitto e per i restanti 2/3 dall’Africa, soprattutto le province corrispondenti alle odierne Tunisia, Algeria e Libia. Il risultato – concludono – fu una produzione “delocalizzata” e monoculture estensive specializzate. Nonché forme di consumo che, forse per la prima volta nella storia, possiamo considerare “globalizzate”. Tutto ciò fu realizzato grazie all’efficienza della macchina amministrativa statale, che da una parte favoriva il libero commercio e dall’altra riscuoteva il grano quale imposta in natura (ma anche il vino, l’olio e altri alimenti), garantiva il suo trasporto su grandi navi mercantili che attraversavano il Mediterraneo, e ne seguiva il percorso fino ai monumentali magazzini (gli horrea) del grande Emporium romano, nell’odierno quartiere di Testaccio”.

La gran parte delle derrate alimentari viaggiava per nave all’interno delle anfore la cui forma variava a seconda del contenuto
Il percorso espositivo ripercorre le soluzioni adottate dai romani per il rifornimento e la distribuzione del cibo, con i mezzi di trasporto via terra e soprattutto lungo le rotte marine. Si affrontano, inoltre, i temi della distribuzione “di massa” e del consumo alimentare nei diversi ceti sociali in due luoghi per molti versi emblematici: Roma, la più vasta e popolosa metropoli dell’antichità, e l’area vesuviana, con particolare riguardo a Pompei, Ercolano e Oplontis, fiorenti centri campani. Il visitatore è introdotto al tema del movimento delle merci da una grande carta del Mediterraneo realizzata con tecnica cinematografica. Qui si animeranno i principali flussi alimentari dei beni a lunga conservazione – grano, olio, vino e garum – e si visualizzano le rotte marine dai porti più grandi del Mediterraneo, Alessandria e Cartagine. In questa prima sezione è anche affrontato il problema della lavorazione degli alimenti primari, della loro confezione in anfore caratteristiche per ogni prodotto, dell’immagazzinamento e della distribuzione del cibo. “Diversamente dagli alimenti solidi, come il grano, il trasporto delle derrate liquide o semiliquide come il vino, l’olio e le salse di pesce, è affidato a contenitori in terracotta, spiegano ancora Parisi Presicce e Rossini, “in particolare alle anfore (dal termine greco amphìphèro, porto da entrambe le parti, riferito alle due anse dei contenitori). Questo genere di recipienti rappresenta il mezzo più efficace per garantire la conservazione e la spedizione di grandi quantitativi di merci per via marittima o fluviale. Nelle navi lo stivaggio delle anfore avveniva impilandole le une sulle altre con un sistema “a scacchiera”, in modo che quelle dello strato superiore si inserissero fra tre colli delle anfore sottostanti. I contenitori si adeguavano alla forma della carena e venivano fissati e protetti dagli urti con ramaglie di ginepro, di erica, giunchi, paglia ed altro. Le anfore venivano fabbricate nelle regioni di produzione delle merci, con forme diverse a seconda della provenienza, della cronologia e del contenuto. In età romana circolavano in tutto il Mediterraneo, spingendosi fino alla Britannia e al Bosforo, testimoniando l’unificazione commerciale, oltre che politica, dell’impero”.

Il porto di Traiano nella ricostruzione della soprintendenza di Ostia e dell’Università di Southampton
Nella seconda sezione le merci arrivano a Roma e a Pompei attraverso i porti di Pozzuoli e di Ostia. Qui è presentata la ricostruzione in grafica digitale del porto di Traiano, con i risultati inediti degli scavi recentissimi condotti dalla soprintendenza di Ostia e dall’Università di Southampton per la ricostruzione del complesso portuale romano. Chiude questa parte della mostra il tema della grande distribuzione gratuita dei beni principali di sostentamento ai cittadini romani adulti, la plebe urbana e romana alla quale era riconosciuto un privilegio unico: quello di condividere i beni della conquista, dapprima solo grano, ma dal III secolo d.C. anche olio, vino e carne. “Nell’anno 42 l’imperatore Claudio – ricordano i curatori – volle dare a Roma un porto alla sua altezza, che ovviasse alla complicata logistica dei trasporti da Pozzuoli. Diede perciò il via alla realizzazione di un’imponente “opera pubblica”, forse la più grande del tempo. Il Porto di Claudio fu scavato 3 km a nord di Ostia, in parte nella terra ferma, in parte chiudendo un bacino di 200 ettari con due moli convergenti. L’ingresso era segnalato da un faro paragonabile per dimensioni a quello di Alessandria d’Egitto. Ma si vide che la stessa vastità del bacino ne minacciava la sicurezza e le correnti che portavano il limo dalla foce del Tevere al nuovo porto ne provocavano l’insabbiamento. Fu Traiano a ridisegnare, tra il 100 e il 113 d.C., l’assetto definitivo del porto di Claudio, inaugurato appena quarant’anni prima, aggiungendo un bacino esagonale interno. Traiano faceva anche scavare un nuovo canale largo 40 metri, il Canale Romano, che univa il suo bacino esagonale al canale di Fiumicino e quindi al Tevere”.
La terza sezione illustra il consumo delle merci e dei prodotti alimentari che poteva avvenire sia in luoghi pubblici, come le popinae e i thermopolia, gli antichi “bar” o “tavole calde” in cui romani e pompeiani consumavano il “cibo di strada”, sia nei raffinati triclinia (sale da pranzo in cui i commensali mangiavano stando semidistesi su tipici lettini da banchetto) del ceto abbiente. Esposizioni di resti di cibo da Ercolano aiuterano a comprendere la qualità dei consumi in un ricco centro campano. Grazie al contributo scientifico e ai prestiti provenienti da Pompei, Ercolano e Oplontis, è possibile ammirare corredi da tavola provenienti sia da contesti di estrema ricchezza – come il cosiddetto “tesoro di Moregine”, un completo da tavola in argento di ritorno da cinque anni di esposizione al Metropolitan Museum di New York – sia raffinate suppellettili in ceramica, in vetro e in bronzo, sia infine il vasellame utilizzato in contesti quotidiani più popolari. Sono proprio i curatori a ricostruire l’eccezionale ritrovamento.
“Nell’ottobre del 2000, durante la realizzazione della terza corsia dell’autostrada A3, in località Moregine, nel comune di Pompei, è stata rinvenuta una gerla di vimini. Si trovava in una latrina posta nell’area di passaggio tra il nucleo neroniano di un edificio e le sue terme. La gerla appariva riposta da qualche fuggitivo, nelle ore convulse che precedettero l’eruzione, sotto altri oggetti di uso comune. Era ben conservata, chiusa da un coperchio e ricolma di terra e cenere compattata. Portata in laboratorio fu oggetto di analisi radiografiche quindi svuotata con un’operazione di microscavo. Al suo interno, stipato con accuratezza, un piccolo ma completo servizio di argenti da tavola di 20 pezzi: è infatti rappresentato sia l’argento da portata (escarium) che quello per i liquidi (potorium). I pezzi erano riposti impilati, in modo da sfruttare al massimo lo spazio disponibile e forse avvolti in un panno, così da rivelarsi in ottimo stato di conservazione, fatta eccezione per la lanx usata come contro chiusura della gerla. Con un peso complessivo di 3850 grammi, il servizio rappresenta l’ultimo del genere rinvenuto in area vesuviana. I grafiti sul fondo degli argenti ci restituiscono, tra altre informazioni, il nome del proprietario: Erastus (Erasti sum). La maggior parte dei pezzi sembra databile all’età augustea, mentre i due canthari e la lanx paiono attribuibili ad un periodo antecedente: essi potrebbero rappresentare l’argentum vetus di famiglia”.
Due approfondimenti concludono la mostra: uno dedicato ai diversi alimenti consumati in epoca romana con la loro diffusione e il relativo prezzo (esemplificato dalla preziosa testimonianza dell’Edictum de pretiis rerum venalium dell’imperatore Diocleziano, il più famoso dei “calmieri” dell’antichità) e uno dedicato alla “filosofia del banchetto”, laddove l’amore profondo per la vita e la festa alimentare che la celebra si mescola con la malinconica consapevolezza della fugacità di ogni piacere.
Roma. Il foro di Traiano rinascerà grazie al magnate uzbeco Usmanov: si raddrizzano le colonne e si pongono gli architravi. Con i due milioni donati si restaura anche la sala degli Orazi e Curiazi ai musei Capitolini
Fu l’ultimo dei Fori imperiali ad essere costruito. Lo volle l’imperatore Traiano, che lo inaugurò nel 112 d.C.: sarà il più grande e maestoso mai edificato e per quasi tre secoli fece bella mostra di sé. Poi la decadenza. Diciannove secoli dopo, il foro di Traiano torna prepotente sulla scena di Roma. “Grazie a un mecenate”, annuncia il sindaco di Roma, Ignazio Marino, “potremo alzare di nuovo le sei colonne del Foro di Traiano che non erano più alzate dal 350 d.C., così cambierà di nuovo lo scenario di questo spettacolare posto della città”. E il mecenate ha un nome: Alisher Usmanov; e un obiettivo: destinare una cospicua somma di denaro al restauro della Sala degli Orazi e Curiazi nei musei Capitolini e della fontana del Quirinale e, come detto, all’anastilosi del Foro di Traiano che tornerà così al suo antico splendore. Il magnate uzbeco ha donato complessivamente a Roma due milioni di euro. L’accordo di mecenatismo è stato siglato in Campidoglio tra Usmanov e Marino. Un accordo che prevedeva all’inizio una donazione di 900mila euro. Cifra che poi, a sorpresa, è aumentata: “Usmanov ha visionato il progetto completo del Foro di Traiano ed ha deciso di finanziarlo per intero facendo salire la donazione a 2 milioni di euro cambiando così a mano il contratto siglato», spiega il primo cittadino. “Ciò che riceviamo questa sera è per me il modo con cui dobbiamo raccogliere denaro per restaurare il nostro patrimonio archeologico”, dice Marino, “e sono molto orgoglioso della scelta fatta da Usmanov”. E il magnate uzbeco: “Amo molto l’Italia e quando abbiamo tenuto il congresso della nostra federazione a Roma (Usmanov è presidente della Federazione internazionale scherma, ndr) ci siamo incontrati con il sindaco. Con questa donazione ho voluto dimostrare la mia gratitudine per l’ospitalità dimostratami dal sindaco. Sono rimasto colpito da come il popolo italiano è riuscito a conservare la propria storia e con molto piacere sponsorizzerò questi progetti. È un grande onore”. E a chi gli chiede se fosse pronto ad altre donazioni Usmanov risponde: «Se mi indicheranno altre opere, sì”.
“Il progetto del Campidoglio – spiegano dalla soprintendenza capitolina – vuole restituire al pubblico l’idea dello sviluppo verticale del Foro di Traiano attraverso un intervento di ricomposizione e ricostruzione degli ordini architettonici, che dalla visione frammentaria dei reperti passi a un’unità visiva comprensibile”. Quattro colonne, già complete con il loro capitello antico, saranno restaurate e ancorate secondo i criteri antisismici, in grado di reggere in una prima fase la ricostruzione del fregio architrave con figure di Vittorie (ottenuta attraverso riprese al laser scanner degli originali conservati a Roma e a Monaco di Baviera), e in una seconda fase le tre colonne in cipollino, smontate, restaurate, integrate, ancorate in sicurezza. Il progetto statico, antisismico, di restauro e conservazione, nonché di ricostruzione e ricomposizione, architettonico-scultoreo sarà curato dalla soprintendenza Capitolina ai beni culturali, avvalendosi di esperti nei diversi settori professionali.
Il Foro di Traiano, celebre per la sua piazza dominata dalla statua equestre di Traiano (alta quattro volte quella di Marco Aurelio oggi in Campidoglio) e per la Colonna Traiana, un nastro scolpito che con 2500 figure racconta le gesta dell’imperatore in Dacia (odierna Romania), ospitava il più grande edificio civile dell’antichità, la Basilica Ulpia, grande quanto la basilica di S. Paolo fuori le mura. La Basilica Ulpia si articolava in cinque navate, delle quali la centrale era molto ampia e delimitata da colonne in granito (denominato «del Foro»), sostenenti un alto fregio-architrave con la decorazione famosa che vede alternate le vittorie che uccidono il toro a quelle che adornano candelabri: soggetti mitici e sacrali. Al di sopra svettava un secondo ordine di colonne in prezioso e splendente marmo cipollino, verde smeraldo, raggiungendo così circa 23 metri di altezza. Di questa maestosa struttura, sepolta nei secoli dopo l’Impero, fu scavata tra l’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento un’ampia area oggi visibile con colonne in granito rialzate e in parte estesa anche sotto i giardini lungo via dei Fori Imperiali. Tre colonne in cipollino ricomposte furono collocate fuori posto in corrispondenza dell’attuale sottopassaggio verso i Mercati di Traiano, perdendo così il loro ruolo di secondo ordine architettonico. Un tratto del fregio-architrave fu collocato nell’area sotterranea, oggi esteso deposito archeologico.
Bimillenario di Augusto. Mostre ed eventi a Roma dal’Ara Pacis (L’arte del comando) ai Mercati Traianei (La città di Augusto) e al foro di Augusto rivive la romanità con Piero e Alberto Angela
A Roma si susseguono mostre ed eventi per celebrare il bimillenario di Augusto. “L’arte del comando. L’eredità di Augusto”, al Museo dell’Ara Pacis fino al 7 settembre, è una tappa fondamentale per approfondire le principali politiche culturali e di propaganda messe in atto da Augusto nel suo principato e replicate nei secoli per il loro carattere esemplare. Le 12 sezioni della mostra, articolate per temi ed epoche storiche differenti, illustrano in che modo imperatori come Carlo Magno, Federico II, Carlo V o Napoleone, per citarne solo alcuni, nel corso della storia abbiano reinterpretato “l’arte del comando” di Augusto a volte con formule molto vicine o identiche. Sono esposti incisioni, dipinti, monete, mosaici, acqueforti, oli, sculture e gemme grazie ai prestiti di prestigiosi istituti culturali, dagli Uffici ai Musei Vaticani, dal museo di Capodimonte alla Galleria Borghese, da Palazzo Barberini al museo etrusco di Villa Giulia, solo per citarne alcuni. “La propaganda augustea si basava sulla discendenza della gens Julia dall’eroe troiano Enea, il figlio di Anchise e della dea Venere già noto dalla tradizione epica greca e romana e protagonista nel Lazio di antichi miti di fondazione”, spiegano i curatori della mostra Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini. “Il principe ebbe però l’abilità di commissionare una serie di opere che sistematizzavano le origini troiane di Roma e al tempo stesso quelle della sua stessa famiglia, in modo tale che la sua ascesa al potere apparisse agli occhi dei contemporanei non solo legittima ma predestinata. A questo scopo commissionò opere come l’Eneide, l’arredo simbolico del suo Foro e l’Ara Pacis, facendo della propaganda un’arte e affidando alle creazioni delle migliori menti del suo tempo la sua stessa immagine. Augusto seppe scegliere i suoi collaboratori e con loro adattò al suo regime il mito dell’età dell’oro, quando il tempo ricomincia il suo ciclo e riporta tra gli uomini semplicità di costumi, prosperità e pace universale”. Queste due leve, usate dal circolo augusteo per gettare le basi dell’immaginario imperiale, furono così efficaci che la discendenza divina dell’imperatore e la pace augustea saranno fonte d’ispirazione nei secoli per gli assolutismi a venire.
L’evento “Keys To Rome”, ai Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali dal 24 settembre 2014 al 12 aprile 2015 ha come tema centrale della mostra “Le Chiavi di Roma. La città di Augusto”. L’esposizione, ideata e curata dalla soprintendenza Capitolina e dal CNR, è un evento organizzato dalla più grande rete di eccellenza europea sui Musei Virtuali, V-MUST, coordinata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche. Quattro città forniranno quattro prospettive diverse sulla cultura romana: il cuore di Roma, con il Museo dei Fori Imperiali; Alessandria d’Egitto, nelle splendide sale della Biblioteca Alessandrina; Amsterdam con l’innovativo Museo Allard Pierson e, infine, Sarajevo all’interno della storica biblioteca, sede del municipio, da poco restaurata. Le quattro città, che simboleggiano i “quattro angoli” del mondo romano, sono alla base dell’idea della mostra europea e saranno un’occasione senza precedenti per guardare all’Impero da punti di osservazione storici, geografici, culturali e umani molto diversi. Al centro dell’esperienza museale, un percorso fatto di filmati, di sistemi di interazione naturale e applicazioni mobili, guiderà il visitatore a ripercorrere la storia romana, grazie a due protagonisti, un vecchio mercante e suo nipote, che dovranno ritrovare gli oggetti appartenuti alla famiglia e svelarne i segreti, usando le chiavi di Roma, nell’unico giorno in cui il dio Giano consentirà di aprire le porte del tempo. Nella Grande Aula del Museo, una mappa della città darà al visitatore la sensazione di “camminare” nella Roma di duemila anni fa. Il Foro di Augusto, il suo Mausoleo, l’Ara Pacis e gli altri monumenti, “emergeranno” dalla mappa e racconteranno la propria storia. Due busti di Augusto e Agrippa – il suo “braccio destro” – si animeranno e parleranno delle strategie e degli avvenimenti storici che hanno permesso l’irresistibile ascesa del princeps e la trasformazione della città. Infine, videopannelli presenti lungo il percorso espositivo illustreranno le novità scientifiche sugli ultimi scavi, testimoniando la continua ricerca e la presenza sul territorio degli archeologi della soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Nell’ambito delle attività collaterali che arricchiranno ulteriormente l’evento, verrà anche organizzata la “Digital Museum Expo”, esposizione e workshop rivolti a professionisti e operatori del settore, che presenteranno le soluzioni tecnologiche più recenti, create per i musei del futuro. L’Expo sarà visitabile a Roma, sempre all’interno del Museo dei Fori Imperiali, per una settimana, dal 24 al 28 settembre 2014. Verrà poi spostato a turno nelle altre quattro sedi di “Keys to Rome” tra ottobre e dicembre.
Ma si potrà anche «camminare» nella Roma Augustea scoprendo luoghi suggestivi e testimonianze architettoniche importanti dell’azione innovatrice di Augusto. “Foro di Augusto. 2000 anni dopo” è un progetto spettacolare ideato e curato da Piero Angela e Paco Lanciano con la storica collaborazione di Gaetano Capasso. Grazie ad appositi sistemi audio con cuffie gli spettatori (durata 40 minuti; max 200 persone; le giornate di pioggia saranno recuperate) possono ascoltare la musica, gli effetti speciali e il racconto di Piero Angela in 6 lingue, italiano, inglese, francese, russo, spagnolo e giapponese, tutte le sere fino al 27 settembre in tre repliche alle 21, alle 22 e alle 23 da via Alessandrina, proprio affacciati sul Foro di Augusto. “Utilizzando le tecnologie più all’avanguardia”, spiega Renzo De Simone, “il progetto illustra in modo puntuale il sito archeologico situato lungo via dei Fori Imperiali e adiacente a via Alessandrina partendo da pietre, frammenti e colonne presenti. Gli spettatori sono accompagnati dalla voce di Piero Angela e da magnifici filmati e ricostruzioni che mostrano i luoghi così come si presentavano all’epoca di Augusto: una rappresentazione emozionante ed allo stesso tempo ricca di informazioni dal grande rigore storico e scientifico”. Le tribune ideate per ospitare il pubblico e l’impianto tecnico necessario (luci, proiettori, computer ecc.) sono stati realizzati, in accordo con la soprintendenza Capitolina, con l’obiettivo di ridurre al minimo l’impatto visivo sull’area archeologica. Disposte su due file parallele, le tribune sono contenute interamente dal marciapiede di via Alessandrina e composte da 7 moduli interrotti dalle scale a doppia rampa per un’altezza totale di circa 2,60 metri più il parapetto alto 1 metro. “Pur spaziando su vari aspetti di quel fenomeno unico che fu la romanità”, continua De Simone, “il racconto è sempre ancorato al sito di Augusto, utilizzando in modo creativo i resti del Foro per cercare di far parlare il più possibile le pietre. Oltre alla ricostruzione fedele dei luoghi, con effetti speciali di ogni tipo, il racconto si sofferma sulla figura di Augusto, la cui gigantesca statua, alta ben 12 metri, dominava l’area accanto al tempio. Con Augusto Roma ha inaugurato un nuovo periodo della sua storia: l’età imperiale è stata, infatti, quella della grande ascesa che, nel giro di un secolo, ha portato Roma a regnare su un impero esteso dall’attuale Inghilterra ai confini con l’attuale Iraq, comprendendo gran parte dell’Europa, del Medio Oriente e tutto il Nord Africa. È questa dunque un’occasione – conclude – anche per raccontare che quella conquista significò l’espansione non solo di un impero, ma anche di una grande civiltà, che ha portato con sé cultura, tecnologia, regole giuridiche, arte. In tutte le zone dell’Impero ancora oggi sono rimaste le tracce di quel passato, con anfiteatri, terme, biblioteche, templi, strade”. Dopo Augusto, del resto, molti altri imperatori lasciarono la loro traccia nei Fori Imperiali costruendo il proprio Foro. “Roma – ricorda Alberto Angela – a quel tempo contava più di un milione di abitanti: nessuna città al mondo aveva mai avuto una popolazione di quelle proporzioni; solo Londra nell’800 ha raggiunto queste dimensioni. Era la grande metropoli dell’antichità: la capitale dell’economia, del diritto, del potere e del divertimento”.
Infine c’è lo spettacolo d’eccezione ‘Tyrtarion”: per celebrare Augusto andrà in scena nella cornice suggestiva dei Mercati di Traiano il 30 agosto alle 19 con replica il 31 agosto. I poeti di età augustea “cantati” e musicati dagli studenti dell’Accademia Vivarium Novum: Virgilio, Orazio, Ovidio, Catullo torneranno a essere recitati e cantati per celebrare l’Imperatore Augusto nella lingua dell’antica Roma: il latino.















































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