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La capanna-granaio in legno di quercia del II sec. a.C. scoperta a Capannori (Lucca), reperto unico in Italia, sarà esposta nel locale museo archeologico Athena: emersa dal limo 10 anni fa, è stata salvata con un lungo e delicato restauro che si sta concludendo in queste settimane

La capanna in legno di quercia, granaio di 2200 anni fa, scoperto a Capannori di Lucca

La capanna in legno di quercia, granaio di 2200 anni fa, scoperto a Capannori di Lucca

Sono passati dieci anni dal suo ritrovamento. Ma non sono passati invano. Quella capanna in legno di 2200 anni fa scoperta a Capannori di Lucca nel 2006, che fin da subito apparve come un reperto archeologico di straordinario valore, un unicum in Italia per il suo stato di conservazione, probabilmente uno spazio adibito al deposito delle granaglie – un granaio, quindi -, è ormai pronta per essere presentata al grande pubblico. La lunga e delicata opera di consolidamento e restauro dei ‘legni’ che compongono l’edificio ipogeo, resa possibile grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, sta per terminare e il prossimo autunno sarà collocato all’interno del museo archeologico ed etnografico Athena di via Carlo Piaggia a Capannori (Lucca). “L’eccezionalità del reperto ci ha spinto a contribuire al suo recupero”, spiega Maido Castiglioni, vicepresidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, “affinché un patrimonio storico e culturale di grande valore non andasse disperso e fosse fruibile dal pubblico. Il sostegno alla cultura è infatti uno degli obiettivi della nostra fondazione. Siamo soddisfatti che il restauro dell’opera sia quasi concluso e che tra alcuni mesi possa essere esposta al pubblico”.

La rimozione delle parti lignee della capanna di Capannori per il loro restauro

La rimozione delle parti lignee della capanna di Capannori per il loro restauro

Tecnici, archeologi e amministratori presentano al museo Athena il restauro e la museaizzazione dell'eccezionale ritroovamento

Tecnici, archeologi e amministratori presentano al museo Athena il restauro e la musealizzazione dell’eccezionale ritrovamento

L’edificio in legno di quercia risalente al II secolo a.C., fu ritrovato – come si diceva – nel 2006 durante gli scavi per la costruzione del nuovo casello autostradale del Frizzone. Si tratta di una “capanna” quadrangolare con i lati di 4 e 5 metri di cui è rimasta in ottimo stato di conservazione la parte interrata, alta circa un metro e mezzo, che riporta una gradinata su di un lato. La “capanna”, secondo gli esperti, faceva parte di un piccolo villaggio e con tutta probabilità fu costruita da liguri che si erano integrati con la colonia latina di Lucca. Al suo interno sono stati ritrovati resti di granaglie per cui è molto probabile che la struttura svolgesse la funzione di granaio. “L’edificio ligneo”, spiegano gli archeologi, “è stato costruito con la tecnica Blockau (o alternis trabibus, con terminologia vitruviana) che prevede che i tronchi o travi siano sovrapposti orizzontalmente fino a formare delle pareti, con l’aggancio ottenuto agli angoli, dove vengono ricavate delle connessioni che permettono l’incasso e l’irrigidimento della struttura”. Le tecniche e il processo di restauro del granaio ipogeo e la sua futura musealizzazione sono stati illustrati al museo Athena dall’assessore alla Cultura, Silvia Amadei, Giulio Ciampoltrini della soprintendenza Archeologia della Toscana, Alessandro Giannoni direttore del museo Athena, Maido Castiglioni vicepresidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Mauro Lazzaroni presidente del Gac (gruppo archeologico capannorese) e Marcello Piacenti del Centro Restauro Piacenti di Prato che ha recuperato il reperto archeologico.

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I restauri sono stati affidati al Laboratorio della Piacenti spa di Prato, specializzata in interventi di recupero dii siti archeologici

I restauri sono stati affidati al Laboratorio della Piacenti spa di Prato, specializzata in interventi di recupero dii siti archeologici

l restauro. “Dalla conclusione delle operazioni di scavo, nel 2007”, spiegano i tecnici, “il reperto è stato estratto dal manto limoso che lo rivestiva completamente grazie all’asportazione del terreno circoscritto ed una prima pulitura dello spessore di fango superficiale. Si è poi provveduto a smontare la struttura e disporla in casse di materiale permeabile (legno di abete) con segatura di essenze, senza tannino, per permettere un trasporto più sicuro in laboratorio. Dopo il trasporto nel Laboratorio della Piacenti spa, le travi sono state asportate dalle casse di abete e sono state adagiate su carrelli mobili, dove è stato possibile asportare la maggior parte dei fanghi e dei residui terrosi depositati sulla superficie. Una serie di cicli di pulitura effettuati hanno avuto come obiettivo principale la fuoriuscita della maggior parte del fango. Le travi lignee sono state sottoposte ad una depurazione continua nel tempo, preparando apposite vasche con acqua in cui immergerle. Con un sistema particolare di filtri e scambiatori, si è riusciti nel tempo, ad ottenere un buon livello di pulitura. Il trattamento successivo ha visto lo studio e l’esecuzione del consolidamento mediante un’aggiunta nelle medesime vasche, di prodotto zuccherino in soluzione. Attualmente sono in corso i test per l’ultimo step della metodologia, che prevede l’essiccazione”.

Il rinnovato museo archeologico ed etnografico Athena di Capannori di Lucca

Il rinnovato museo archeologico ed etnografico Athena di Capannori di Lucca

La musealizzazione. In autunno dunque la “capanna” sarà collocata al piano terra del museo Athena in uno spazio creato appositamente dove ora ci sono tre piccoli locali. Attraverso l’abbattimento di alcune pareti sarà ricavato un ambiente unico, grande circa 60 metri quadrati, dove troverà appunto posto il reperto. I lavori, che prenderanno il via il prossimo 20 giugno per concludersi entro il mese di luglio, prevedono anche l’installazione di una particolare illuminazione adatta a preservare l’opera. Questo spazio ospiterà anche una serie di pannelli illustrativi che ricreeranno l’ambiente dell’opera esposta. “Mentre il ciclo di consolidamento del legno è in fase di completamento, la modulazione degli spazi del museo civico di Capannori sta per offrire una sede adeguata, per condizioni climatiche e di accesso, alla conservare e alla fruizione pubblica della struttura che consentirà un magico viaggio nel territorio capannorese del II secolo a.C.”, afferma Giulio Ciampoltrini della soprintendenza Archeologia della Toscana che ha anche ricostruito la storia dell’importante ritrovamento risalente ormai a dieci anni fa. “Il granaio ipogeo è un unicum in Italia”, spiega Alessandro Giannoni, direttore del museo Athena, “e la sua collocazione all’interno di Athena porterà lustro a questo polo museale. Saranno così valorizzati anche i reperti già presenti provenienti dall’area del Frizzone e dagli scavi di via Martiri Lunatesi, la sezione etnografica dedicata a Carlo Piaggia, nonché quella sulla civiltà contadina”. E l’assessore alla Cultura, Silvia Amadei: “Il nostro obbiettivo è rendere fruibile al pubblico un reperto archeologico di grande valore storico unico in Italia. La sua collocazione nella sede di Athena farà certamente acquistare prestigio a questa realtà museale e di valorizzare le altre collezioni presenti nella struttura. Ringrazio la soprintendenza insieme al Gruppo archeologico capannorese per l’indispensabile collaborazione fornita al Comune nel portare a compimento questo nuovo progetto culturale e naturalmente la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca senza il cui contributo li recupero di quest’opera non sarebbe stato possibile”.

Primo maggio speciale a Chiusi: aperta eccezionalmente la Tomba del Granduca nella “passeggiata archeologica” proposta dal museo nazionale Etrusco nelle necropoli etrusche

La Tomba del Granduca a Chiusi è aperta eccezionalmente il Primo Maggio 2016

La Tomba del Granduca a Chiusi è aperta eccezionalmente il Primo Maggio 2016

Primo Maggio 2016 speciale a Chiusi. Nella “passeggiata archeologica” proposta dal museo nazionale Etrusco di Chiusi, sarà visitabile eccezionalmente la Tomba del Granduca, di proprietà privata, proprio grazie alla generosa disponibilità del suo proprietario, ingegner Silvio Baldetti. Ne dà notizia il notiziario della soprintendenza Archeologia della Toscana (vedi https://archeotoscana.wordpress.com/2016/04/29/1-maggio-2016-visita-eccezionale-alla-tomba-del-granduca-di-chiusi/). La tomba del Granduca scoperta il 6 febbraio 1818 in alcuni terreni di proprietà del Granduca di Toscana, da cui trae il nome, si trova a circa 2 chilometri a nord-est di Chiusi, su una collinetta vicina alla casa colonica della Paccianese, che all’epoca faceva appunto parte della fattoria Granducale di Dolciano, a breve distanza dalla strada per il lago di Chiusi. Il dromos, del quale non rimane traccia, fu messo in luce nel 1858. “Il sepolcro”, spiegano in soprintendenza, “è formato da una camera rettangolare con volta a botte e banchine lungo le pareti, scavata nell’arenaria e interamente rivestita con blocchi di travertino secondo una tecnica costruttiva ben attestata in epoca ellenistica in area chiusina. L’ingresso è costituito da una porta in pietra a doppio battente. All’interno furono trovate otto urne in travertino appartenenti a membri dell’illustre famiglia dei Pulfna Peris, che utilizzò l’ipogeo tra gli inizi e il terzo quarto del II secolo a.C.”.

L'anello stradale creato negli anni '20 del '900 per visitare le tombe etrusche delle necropoli di Chiusi

L’anello stradale creato negli anni ’20 del ‘900 per visitare le tombe etrusche delle necropoli di Chiusi

Affreschi nella Tomba della Scimmia di Chiusi

Affreschi nella Tomba della Scimmia di Chiusi

Come si diceva, la visita straordinaria della tomba del Granduca rientra nella “Passeggiata archeologica”, una visita guidata alle necropoli etrusche lungo un “anello” stradale aperto alla fine degli anni ’20 del ‘900 che tocca le più importanti tombe note del Chiusino, tra cui le tombe dipinte della Scimmia e del Colle, del V sec. a.C., e la tomba del Pozzo (o del Leone) che purtroppo conserva solo poche tracce degli affreschi originali. Le visite guidate sono dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18.

A Cortona la mostra “Etruschi maestri di scrittura. Cultura e società nell’Italia antica”. Per la prima volta assieme i più importanti testi in etrusco: dalla mummia di Zagabria alla Tabula Cortonensis, dalla Tegola di Capua alle lamine auree di Pyrgi, dal Cippo di Perugia al fegato di Piacenza. Tutte le novità su una scrittura in parte ancora avvolta dal mistero

L'ospite d'onore della mostra: la mummia di Zagabria e il Liber Linteus

L’ospite d’onore della mostra: la mummia di Zagabria e il Liber Linteus

Palazzo Casali, sede del Maec a Cortona (Arezzo)

Palazzo Casali, sede del Maec a Cortona (Arezzo)

Il Cippo di Perugia con il testo di un arbitrato su possedimenti terrieri

Il Cippo di Perugia con il testo etrusco di un arbitrato su possedimenti terrieri

A scorrere l’elenco dei “pezzi pregiati” ti sembra di sfogliare una pagina di un qualsiasi manuale di Etruscologia alla voce “Scrittura etrusca”: dal Liber Linteus della Mummia di Zagabria (200 righe, 1200 parole leggibili, la testimonianza più estesa arrivata ai giorni nostri) alla Tegola di Capua (un calendario di cerimonie funerarie), dalla Tabula Cortonensis (atto giuridico riguardante una compravendita, o forse un’eredità), alle lamine auree di Pyrgi (testo bilingue etrusco/fenicio), dal Cippo di Perugia (arbitrato su possedimenti terrieri), al Fegato di Piacenza (un modellino in bronzo di fegato di ovino utilizzato dagli aruspici per l’arte divinatoria), fino al Piombo di Magliano (una lamina a forma di cuore che riporta indicazioni di preghiere). Ci sono proprio tutti i principali testi in etrusco. Ma qui non si tratta di ripercorrere le straordinarie quanto scarne testimonianze epigrafiche della civiltà etrusca giunte fino a noi, quanto di vederle tutte insieme eccezionalmente. Succede nella mostra “Etruschi maestri di scrittura. Cultura e società nell’Italia antica” aperta al Maec di Cortona (Arezzo) dal 19 marzo al 21 luglio 2016. L’ospite di riguardo più atteso, una delle testimonianze più importanti dell’epigrafia etrusca, la Mummia di Zagabria, il testo etrusco finora conosciuto più lungo al mondo, è già arrivato in questi giorni al museo dell’Accademia etrusca e della Città di Cortona. Per la Mummia è la prima volta in Italia: ad accoglierla il sindaco Francesca Basanieri con Laurent Haumesser, curatore del museo del Louvre, e alcuni funzionari della soprintendenza Archeologia della Toscana e del Museo di Zagabria. L’esposizione “Etruschi maestri di scrittura”, spiegano i curatori, intende dimostrare, con il nuovo catalogo, i progressi negli studi nella sintassi e nella grammatica, attraverso una rilettura e una nuova interpretazione di molti epigrafi e alcune novità assolute. Le iscrizioni (siano esse su oggetti di uso quotidiano, su oggetti di culto, su statue o su atti) saranno classificate in mostra per settori di appartenenza: dalla sfera del rito a quella del sacro, dall’ambito funerario a quello giuridico.

La Tabula Cortonensis, atto giuridico, la terza iscrizione etrusca per lunghezza finora conosciuta

La Tabula Cortonensis, atto giuridico, la terza iscrizione etrusca per lunghezza finora conosciuta

Il manifesto del progetto-mostra "Etruschi maestri di scrittura"

Il manifesto del progetto-mostra “Etruschi maestri di scrittura”

Il Fegato di Piacenza, modellino in bronzo di fegato di ovino usato dagli aruspici

Il Fegato di Piacenza, modellino in bronzo di fegato di ovino usato dagli aruspici

Sono più di trent’anni che non si organizzano mostre internazionali sulla scrittura etrusca. È per questo che, alla luce delle recenti scoperte di epigrafi etrusche vicino a Montpellier e al ritrovamento a Cortona del terzo più lungo testo etrusco esistente, la Tabula cortonensis, il museo del Louvre, il museo Henri Prades di Lattes (dove la mostra è rimasta fino al 29 febbraio) e il Maec di Cortona hanno deciso di progettare questo grande evento archeologico che illustra ai visitatori, come mai prima d’ora era stato fatto, la diversità dei supporti e delle tecniche di scrittura, così come le scoperte degli ultimi anni di studi in materia. Sono 77 testimonianze epigrafiche, provenienti da 18 musei italiani ed esteri (tra cui Louvre, Villa Giulia e Museo di Zagabria), lasciate in eredità su anfore di bucchero, tegole di terracotta, lamine d’oro, specchi bronzei, cippi in pietra, e perfino sull’unico libro di lino pervenuto dall’antichità, utilizzato per avvolgere una mummia e contenente un calendario rituale che potrebbe — stando a recenti scoperte ermeneutiche — avere elementi cerimoniali comuni alla liturgia cristiana. Tutte queste testimonianze hanno contribuito a districare il mistero che avvolge le parole degli Etruschi che restano per certi versi ancora misteriose. Sono infatti irrisolti i significati specifici di molte parole, in particolare quelle che non presentano parentele con le lingue antiche più note. La difficoltà di comprensione della scrittura etrusca dipende infatti essenzialmente dalla scarsità di testi lunghi e dalla ripetitività dei testi brevi in nostro possesso, spesso di natura funeraria, giuridica o commerciale. “Cortona”, sottolinea la vicepresidente e assessore alla Cultura della Regione Toscana, Monica Barni, “è il polo attrattore regionale della rete toscana di un centinaio di musei archeologici nell’ambito del programma di valorizzazione del patrimonio storico-artistico che vogliamo completare nei prossimi anni. Sono convinta che le lingue rappresentino un legame di comprensione e sentimento tra i popoli fuori dai canoni; distrutto nel racconto della Torre di Babele, quel legame si potrà riallacciare a partire dalla rinascita della comprensione reciproca anche attraverso il confronto linguistico e la conoscenza delle radici”.

Le lamine auree di Pyrgi con un testo bilingue: etrusco e fenicio

Le lamine auree di Pyrgi con un testo bilingue: etrusco e fenicio

Un'anfora con un'iscrizione in etrusco

Un’anfora con un’iscrizione in etrusco

Un'iscrizione etrusca in mostra a Cortona

Un’iscrizione etrusca in mostra a Cortona

“Da sempre”, spiegano gli organizzatori, “un alone di mistero — creato spesso intenzionalmente — avvolge il mondo degli Etruschi, che vissero in Italia 2700 anni fa, prima di venire assorbiti dai Romani, a seguito di una profonda contaminazione sociale, culturale e religiosa. In realtà, dei cosiddetti Rasenna sappiamo molto: da dove provenivano (dalla Lidia, nel rispetto della versione tramandata da Erodoto), cosa mangiavano, cosa commerciavano, quali divinità veneravano. Sappiamo che erano tanto raffinati nelle manifatture e nelle arti figurative quanto feroci nelle imprese per mare (e pare ovvio, visti i coinquilini europei del I Millennio avanti Cristo). Inoltre, siamo a conoscenza del fatto che scrivevano: utilizzavano un alfabeto di derivazione greca e una struttura sintattica elementare simile al latino, e ci hanno consegnato qualche migliaio di vocaboli (soprattutto toponimi, antroponimi e appellativi) dei quali troviamo corrispondenza nella lingua dell’antica Roma, come fa notare il noto linguista sardo Massimo Pittau”. “Con l’arrivo della scrittura in Etruria”, interviene l’etruscologo Giovannagelo Camporeale, “siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione antropologica e la mostra vuole esaltare questa eccezionalità. Ancora conosciamo poco la lingua etrusca, perciò i pannelli illustrativi sono di carattere generale e si limitano a fornire un inquadramento storico- culturale dei testi”. Ma per Massimo Pittau, che da 35 anni studia i testi etruschi e che recentemente ha avanzato due proposte di traduzione per il complicatissimo Liber Linteus e per il Piombo di Magliano, “la lingua etrusca non è un mistero. Possediamo un patrimonio lessicale di oltre 200mila voci latine e greche, ed è un’assurdità pensare che un popolo che è stato in contatto con i greci e i latini, non abbia condiviso questo rapporto di reciproca influenza linguistica”. Grande attenzione è stata riservata all’allestimento della mostra nelle sale di Palazzo Casali, un’esposizione che vuole trasformare il segno della scrittura etrusca in una forma d’arte, al limite del design, con una grafica innovativa e coinvolgente. Di qui a luglio saranno numerose le iniziative culturali previste: conferenze, convegni, mostre di arte contemporanea. “Etruschi maestri di scrittura” rappresenta un appuntamento imperdibile per chi ama gli etruschi nonché una delle più importanti mostre archeologiche in Italia nel 2016. Il catalogo della mostra è di Silvana Editoriale e rappresenta un approfondimento fondamentale per una comprensione della lingua etrusca.

Toscana. Nella villa romana dell’Oratorio nel Comune di Capraia e Limite scoperti pavimenti a mosaico con caccia al cinghiale, figure di animali e motivi geometrici e vegetali

Il grande pavimento musivo con la caccia al cinghiale trovato nella villa romana dell'Oratorio

Il grande pavimento musivo con la caccia al cinghiale trovato nella villa romana dell’Oratorio in provincia di Firenze

Il progetto prevedeva il restauro e la musealizzazione del sito della villa romana dell’Oratorio, nel Comune di Capraia e Limite in provincia di Firenze, ma il risultato ha superato le aspettative dell’èquipe dell’università di Pisa, diretta dal professore Federico Cantini del dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, in collaborazione con la soprintendenza Archeologia della Toscana: scoperto un nuovo pavimento musivo caratterizzata da diversi tipi di decorazioni, tra le quali spiccano ottagoni con al centro figure animali e un busto umano, e cornici composte da motivi geometrici e vegetali.

Ottagono musivo con figure animali dalla villa romana dell'Oratorio

Ottagono musivo con figure animali dalla villa romana dell’Oratorio

“La grande villa romana dell’Oratorio è un sito di eccezionale importanza che getta nuova luce sulle residenze delle ultime aristocrazie senatorie vissute tra il IV e il V secolo”, spiega Cantini. “Il complesso ha avuto una importante fase di monumentalizzazione in età tardo antica, quando, come testimonia il frammento di un’iscrizione, doveva appartenere alla famiglia dei Vetti e probabilmente allo stesso Vettio Agorio Pretestato, che fu corrector Tusciae et Umbriae prima del 362 e praefectus urbi nel 384, anno della sua morte”. Durante le precedenti campagne di scavo condotte dal 2010 al 2014, i ricercatori avevano scoperto una grande aula absidata con pavimento musivo policromo, al centro del quale è collocato un pannello con una scena di “venatio apri”, cioè una caccia al cinghiale. Quest’ultimo ritrovamento, avvenuto a fine agosto, consente di ricostruire la pianta di una nuova parte della villa, che doveva essere costituita da una struttura esagonale con sale che si affacciavano su un ambiente centrale.

Il busto umano raffigurato all'interno di una cornice ottagona sul pavimento musivo della villa dell'Oratorio

Il busto umano raffigurato all’interno di una cornice ottagona sul pavimento musivo della villa dell’Oratorio

“Questa nuova scoperta”, sottolinea Lorella Alderighi della soprintendenza, “rafforza la valenza culturale ed economica in età romana, come già in età etrusca, di un’area considerata fino a poco tempo fa di limitata importanza per tutto il periodo imperiale, ma che, a seguito di una recente e intensa attività di ricerca sul campo e degli studi sul commercio e sui trasporti di merci e suppellettili nel medio Valdarno, sta dimostrando la propria centralità soprattutto nel periodo del tardo impero, considerato a torto un’epoca di decadenza commerciale e culturale”. “Siamo orgogliosi di queste nuove scoperte seguite alla campagna di scavi sul sito Le Muriccia di Limite sull’Arno”, conclude Alessandro Giunti sindaco del Comune Capraia e Limite. “Già il ritrovamento del mosaico policromo intatto di alcuni anni fa, ci aveva dato numerose soddisfazioni. Adesso lavoreremo nel tempo per tutelare, valorizzare e rendere fruibile alla cittadinanza il sito, che è un patrimonio storico, artistico e culturale di prim’ordine”.

Preistoria. Alle origini dell’alimentazione: in mostra a Firenze la prima farina dell’uomo del Paleolitico. 30mila anni fa l’Homo Sapiens cacciatore-raccoglitore seguiva una dieta mediterranea, cioè 20mila anni prima della nascita dell’agricoltura nel Vicino Oriente

A Firenze la mostra “30.000 anni fa la prima farina. Alle origini dell'alimentazione”

A Firenze la mostra “30.000 anni fa la prima farina. Alle origini dell’alimentazione”

Lo scavo in località Bilancino nel Mugello in Toscana

Lo scavo in località Bilancino nel Mugello in Toscana

Una macina e un macinello in pietra stanno rivoluzionando le conoscenze sull’alimentazione dei primi Homo sapiens. Vi ricordate? Ne avevamo già parlato in occasione delle giornate preparatorie a Expo 2015 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=glutine). In quell’occasione, a Firenze, si era annunciata la scoperta in Toscana da parte di un gruppo di ricerca archeologica guidato da Biancamaria Aranguren della soprintendenza Archeologia della Toscana, in collaborazione con Anna Revedin, dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, della farina più antica del mondo, un fatto che potrebbe rivoluzionare le attuali conoscenze sull’alimentazione e la conoscenza agricolo/tecnologica degli uomini del Paleolitico. Ciò rivelerebbe infatti che l’uomo preistorico era più vegetariano di quanto fino ad ora fosse noto e che già 30.000 anni fa si nutriva di farine ricavate macinando varie piante selvatiche; potremmo dire che già “seguiva” una dieta (quasi) mediterranea! E ora quelle scoperte e quelle conclusioni sono documentate nella mostra “30.000 anni fa la prima farina. Alle origini dell’alimentazione” allestita fino al 3 gennaio allo Spazio Mostre dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze (via Bufalini 6) a cura di Anna Revedin dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, Biancamaria Aranguren della soprintendenza Archeologia della Toscana e di Fabio Santaniello dell’Università di Trento. Si tratta della rappresentazione, con un forte taglio divulgativo e anche scenografico, dei primi risultati del progetto di ricerca dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria “Le risorse vegetali nel Paleolitico” condotto da Revedin in collaborazione con la soprintendenza Archeologia della Toscana e con il Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze e reso possibile dal contributo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

La mappa dei rinvenimenti di pestelli preistorici: due in Italia, a Bilancino e Grotta Paglicci

La mappa dei rinvenimenti di pestelli preistorici: due in Italia, a Bilancino e Grotta Paglicci

Archeologia sperimentale: la produzione di farina con la macina paleolitica del Bilancino

Archeologia sperimentale: la produzione di farina con la macina paleolitica del Bilancino

Tutto è nato dalla scoperta di una macina, usata per produrre la più antica farina della storia, e di un macinello-pestello avvenuta nel 1992, tra le migliaia di manufatti rinvenuti in uno scavo in località Bilancino, nel Mugello, oggi sommerso da un invaso artificiale che fornisce l’acqua a Firenze. Il colpo di genio è stato quello di non lavare questi antichissimi strumenti e di analizzare le pietre e i resti del focolare preistorico al microscopio elettronico e al carbonio 14, è così che è venuto fuori che sulle pietre c’erano tracce di amido risalenti a 30mila anni fa. Le analisi condotte su questi oggetti, e sui sedimenti che ancora erano presenti, hanno infatti rivelato che i nostri progenitori del Paleolitico superiore erano già in grado di trasformare, elaborare e consumare prodotti derivati dalla raccolta dei vegetali selvatici, creando in qualche modo le premesse tecniche per un processo che diventerà parte integrante della “invenzione” dell’agricoltura, circa 10mila anni fa. “Grazie alle analisi condotte fra il 2005 e il 2007 dal Dipartimento di biologia vegetale dell’università di Firenze”, ricordano le ricercatrici, “si è scoperto che gli amidi sugli utensili appartengono a varie piante ma soprattutto alla Typha (Tifa), detta anche stiancia o mazza sorda, pianta palustre molto comune da cui si ricavavano gallette o farinate ad alto valore nutritive. Fino a pochi anni fa dalle foglie della Tifa si ricavavano fibre per l’intreccio di corde, stuoie e “sporte”, mentre i rizomi erano utilizzati a scopo alimentare in molti paesi extra-europei”. Il gruppo archeologico ha anche raccolto i rizomi di tifa, li ha seccati, macinati e, su di un focolare ricostruito come quello scoperto negli scavi di Bilancino, con questa farina, ha cucinato della “gallette” che sono risultate di gusto gradevole. “Le implicazioni di questa scoperta sono sotto molti aspetti rivoluzionarie”, sottolineano Aranguren e Revedin. “Per la prima volta l’uomo aveva a disposizione un prodotto elaborato facilmente conservabile e trasportabile, ad alto contenuto energetico perché ricco di carboidrati complessi, che permetteva maggiore autonomia soprattutto in momenti critici dal punto di vista climatico e ambientale. La scoperta dimostra inoltre che l’abilità tecnica necessaria per la produzione di farina e quindi per preparare un cibo, gallette o una farinata, era già acquisita in Toscana molto prima della nascita dell’agricoltura nel Neolitico, legata ai cereali, che si sviluppò in Medioriente”.

L'ingresso di Grotta Paglicci a Rignano Garganico

L’ingresso di Grotta Paglicci a Rignano Garganico

Il pestello dell'uomo paleolitico trovato a Grotta Paglicci

Il pestello dell’uomo paleolitico trovato a Grotta Paglicci

Un’altra importante scoperta, presentata nella mostra fiorentina, e appena pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica “Proceedings of the National Academy of Sciences” (Usa) e legata a questo progetto, aggiunge importanti elementi sulla dieta dei nostri antenati. A Grotta Paglicci, in Puglia, dove Annamaria Ronchitelli dell’Università di Siena conduce le ricerche, su un pestello di 33mila anni fa (quindi più antico della macina del Bilancino) sono state trovate tracce di amidi di varie piante selvatiche. Per la prima volta è testimoniato l’utilizzo di un cereale – l’avena – che sarà coltivato solo migliaia di anni dopo e ancora molto utilizzato in Nord Europa, ad esempio il porridge, e che sta suscitando grande interesse da parte dei nutrizionisti per le sue molteplici proprietà alimentari, compresa l’assenza di glutine e il basso indice glicemico. “La maggior parte dei granuli di amido è stata attribuita a poaceae, cioè graminacee, e molti di essi ad avena, molto probabilmente avena barbata, una pianta che cresce spontanea in Italia”, spiega Annamaria Ronchitelli, direttrice degli scavi a Grotta Paglicci. “Si tratta al momento della prima testimonianza dell’uso di questo cereale. Sono stati rinvenuti anche pochi amidi riconducibili a farina di ghiande di quercia. Dagli studi è stato possibile comprendere che gli antichi cacciatori-raccoglitori di Grotta Paglicci, che sono vissuti in un periodo climatico più freddo dell’attuale, avevano sviluppato tecnologie complesse di lavorazione della pianta prima della macinazione. Per la prima volta, infatti, è stata trovata prova di un pretrattamento termico delle cariossidi – come ancora oggi viene fatto, per migliorarne le proprietà alimentari e organolettiche -, non si sa se attraverso bollitura, tostatura o arrostimento, al fine di rendere più agevole la macinazione, facilitando l’allontanamento del rivestimento esterno dei grani e garantendo una maggiore conservabilità della farina e, nel caso dell’avena, sviluppando il particolare aroma che non è presente nel prodotto fresco”.

Annamaria Ronchitelli dell'università di Siena all'interno della Grotta Paglicci

Annamaria Ronchitelli dell’università di Siena all’interno della Grotta Paglicci

Cambia così lo scenario delle conoscenze sull’economia e la vita di 30mila anni fa e molte sono le implicazioni di questa scoperta. Dalla possibilità di conservare e trasportare un alimento altamente energetico, alla elaborazione di «ricette», necessarie per rendere digeribili i carboidrati attraverso vari tipi di cottura, fino a ricostruire una complessa gestione delle risorse del territorio. Queste scoperte mettono anche in evidenza l’importanza della raccolta, attività tradizionalmente svolta dalle donne, e quindi degli alimenti vegetali nella dieta umana fin dal Paleolitico. Si ridimensiona così il ruolo finora attribuito alla caccia dovuto al fatto che gli animali costituivano il soggetto principale dell’arte rupestre paleolitica e che le loro ossa si conservano molto meglio dei resti vegetali. “Questo studio, nell’anno dell’EXPO – conclude la professoressa Ronchitelli – espande le nostre informazioni sulle piante alimentari utilizzate per la produzione di farina in Europa durante il Paleolitico e sulle origini di una tradizione alimentare, cioè l’utilizzo dell’Avena e delle ghiande, che persiste fino ad oggi nel bacino del Mediterraneo”.

In mostra a Firenze “Il mondo che non c’era”: viaggio alla scoperta delle civiltà precolombiane del Centro e Sud America con i tesori mai visti della collezione Ligabue in dialogo con i reperti delle antiche raccolte dei Medici

Un'eccezionale scultura precolombiana della collezione Ligabue proveniente dal Messico e in mostra a Firenze

Un’eccezionale scultura precolombiana della collezione Ligabue proveniente dal Messico e in mostra a Firenze

Aztechi, Maya, Incas, tanto per citare le civiltà precolombiane oggi più famose, fino a cinque secoli fa erano dei grandi popoli sconosciuti. Oltre le “colonne d’Ercole” c’era l’ignoto o il mito: è “Il mondo che non c’era”. Per disvelare quel mondo bisognerà attendere il 1492, quando l’Europa sarà scossa da una scoperta epocale: le ”Indie”. Un evento che scardina la visione culturale del tradizionale asse Roma – Grecia – Oriente: “L’incontro di un nuovo continente è l’evento forse più importante nella storia dell’umanità”, ha affermato l’antropologo Claude Lévi-Strauss. In realtà si sarebbe dovuto attendere ancora qualche anno, per comprendere che le terre incontrate da Cristoforo Colombo nel 1492 non erano isole indiane al largo del Cipango (Giappone) e neppure le ricercate porte dell’Eden, ma un “Mundus Novus”: la scoperta della scoperta fu un’intuizione di un altro italiano, Amerigo Vespucci, ed è proprio in suo onore che pochi anni dopo alcuni geografi che lavoravano a Saint-Denis des Voges vollero chiamare il nuovo continente “America”. E i Medici, signori di Firenze, furono i primi governanti europei a decidere di conservare nelle loro collezioni alcuni degli affascinanti e spesso enigmatici manufatti arrivati dalle “Indie” come quelli dei Taino – gli indigeni incontrati da Colombo – che i conquistadores avevano portato in Europa. Invece fu Albert Dürer tra i primi a considerare quegli oggetti vere opere d’arte: di fronte ai regali di Montezuma a Cortes, giunti a Bruxelles nel 1520, scrisse: “Queste cose son più belle che delle meraviglie […] Nella mia vita non ho mai visto cose che mi riempissero di gioia come questi oggetti”.

Dal 19 settembre 2015 al 6 marzo 2016 il museo Archeologico di Firenze ospita la mostra "Il mondo che non c'era"

Dal 19 settembre 2015 al 6 marzo 2016 il museo Archeologico di Firenze ospita la mostra “Il mondo che non c’era”

Ora il “Mondo che non c’era” prende forma non a caso a Firenze in una mostra unica ed eccezionale in cui per la prima volta vengono esposti capolavori mai visti della Collezione Ligabue, preziose testimonianze delle antiche raccolte dei Medici e prestiti internazionali: 230 opere d’arte ci accompagnano in uno spettacolare viaggio nelle civiltà precolombiane a raccontare vita, costumi e cosmogonie delle culture del Centro e Sudamerica prima dell’arrivo di Colombo. Alle tante e diverse civiltà precolombiane che avevano prosperato per migliaia di anni in quella terra è appunto dedicata la spettacolare mostra che si terrà a Firenze dal 19 settembre 2015 al 6 marzo 2016 al museo Archeologico nazionale, con un corpus di capolavori – quasi tutti mai visti prima d’ora – espressione delle grandi civiltà della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e delle Ande (Panama, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina): dagli Olmechi ai Maya, agli Aztechi; dalla cultura Chavin, a quelle Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca.

La mostra di Firenze è un omaggio a Giancarlo Ligabue fondatore e anima del Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia

La mostra di Firenze è un omaggio a Giancarlo Ligabue fondatore e anima del Centro studi e ricerche Ligabue di Venezia

Promossa dal Centro Studi e Ricerche Ligabue di Venezia e dalla soprintendenza Archeologia della Toscana -museo Archeologico nazionale, prodotta da Ligabue SpA, con il patrocinio della Regione Toscana e del Comune di Firenze, la mostra presenta pezzi eccezionali e unici appartenuti proprio alle collezioni medicee, così come opere preziose del Musée du Quai Branly di Parigi e di prestigiose collezioni internazionali. Ma il nucleo centrale è costituito da una vasta selezione di opere delle antiche culture americane – mai esposte prima d’ora – appartenenti alla Collezione Ligabue. A pochi mesi dalla sua scomparsa, questa mostra vuole essere infatti anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue (1931- 2015) da parte del figlio Inti, che continua l’impegno nella ricerca culturale e scientifica e nella divulgazione, attraverso il Centro Studi fondato oltre 40 anni fa dal padre Giancarlo: paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore illuminato, appassionato collezionista. Oltre ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni – con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi – Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture. Una parte di questa collezione è il cuore della mostra, curata da Jacques Blazy specialista delle arti preispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud. Tra i membri del comitato scientifico ci sono André Delpuech capo conservatore al Quai Branly e l’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig.

Una veduta del sito archeologico di Teotihuacan, la città dove si fanno gli dei, in Messico

Una veduta del sito archeologico di Teotihuacan, la città dove si fanno gli dei, in Messico

Le maschere funerarie sono tra i pezzi forti della mostra di Firenze

Le maschere funerarie sono tra i pezzi forti della mostra di Firenze

“La mostra Il mondo che non c’era”, spiega Inti Ligabue, che ha raccolto l’eredità del padre Giancarlo, “narra di quella parte dell’umanità che apparirà all’Europa solo dopo i viaggi di Colombo e degli altri navigatori ed esploratori. Il percorso tematico prevede di partire proprio da dove arrivarono i primi scopritori del continente americano e proseguire verso sud, scoprendo la bellezza ed il fascino delle culture andine. L’accento è posto sui due punti salienti della collezione Ligabue: la cultura della regione che gli archeologi denominano Mesoamerica, vale a dire, una gran parte del Messico, Guatemala e America centrale, da una parte, e le culture delle Ande ed in particolare Perù e Bolivia, dall’altro. A fianco dei pezzi provenienti dalle civiltà più conosciute come gli Aztechi, i Maya e gli Incas, altri altrettanto importanti evidenziano le culture occidentali del Messico, di Vera Cruz, di Guerrero o ancora degli Olmechi per il Mesoamerica, le culture Chavin, Moche, Nazca, Tiwanaku per le Ande centrali o ancora di Quimbaya, e di Tairona per la Colombia. Uno dei punti più alti della mostra prevede al centro del percorso la brillante civiltà Teotihuacan, la città più grande dell’America precolombiana, sviluppatasi nel Messico centrale durante i primi sei secoli dopo Cristo. La presenza di diverse maschere di pietra Teotihuacan è un vero e proprio evento: quelle delle vecchie collezioni di Jacob Epstein, Pierre Matisse, sono presentate insieme alla storica maschera della collezione dei Medici”.

Statuetta femminile seduta (Cultura Xochipala, stile Xalitla) dallo Stato di Guerrero in Messico (Preclassico medio, 900-600 a.C.)

Statuetta femminile seduta (Cultura Xochipala, stile Xalitla) dallo Stato di Guerrero in Messico (Preclassico medio, 900-600 a.C.)

Il viaggio, affascinante, nel cuore delle civiltà Mesoamericane prende dunque il via dalle testimonianze delle cultura Tlalica e Olmeca (dal 1200 al 400 circa a.C.), con esempi di quelle figurine antropomorfe di ceramica cava provenienti da necropoli, per lo più rappresentazioni femminili, con un evidente deformazione cranica, elaborate acconciature e il corpo appena abbozzato. La cultura Olmeca si diffuse attraverso tutta la Mesoamerica fino alla Costa Rica, compresa la regione di Guerrero (Xochipala) famosa per le statuine di donne nude, giocatori della palla, coppie o danzatori dai corpi modellati e realistici e, in genere, per la produzione lapidea (tra il 500 a.C e il 500 d.C.), che si svilupperà anche nella cosiddetta scultura Mezcala. Tra il 300 a.C. e il 250 d.C. l’Occidente del Messico si distinse per la realizzazione di tombe a pozzo collocate sotto le abitazioni. Il viatico funebre di queste tombe – formato da ceramiche a forma di granchio, cane, armadillo, rospo – è eccezionale e offre importanti informazioni sulla vita quotidiana e la religione. Tra le varie culture associate a questa regione, quella di Chupicuaro (il cui apogeo si situa tra il 400 e il 100 a.C.) è conosciuta per le statuette policrome di ceramica cava, delle quali sono in mostra alcuni notevoli esemplari, come la Grande Venere con la mani congiunte sul ventre, la testa deformata e gli occhi aperti a mandorla appartenuta alla collezione Guy Joussemet e ora in quella Ligabue. Quindi Teotihuacan: il primo vero centro urbano del Messico centrale, letteralmente “la città dove si fanno gli dei” e dove furono costruiti monumenti emblematici come la Piramide del Sole, quella della Luna e la Piramide del Serpente piumato. Leggendaria l’abilità dei tagliatori di pietra di Teotihuacan; l’arte lapidaria appare molto stilizzata, persino geometrizzata e ha prodotto pezzi monumentali ma anche le famose ed inconsuete maschere di Teotihuacan. Concepite secondo un modello standardizzato, con il volto a forma di un triangolo rovesciato, fronte e naso larghi, labbra spesse e sopracciglia marcate, le opere esposte in questa occasione (tra cui alcune provenienti dalle collezioni antiche di André Breton e di Paul Matisse) potrebbero essere servite come maschere funerarie. Una di queste, La maschera in onice verde, conservata al Museo degli Argenti è appartenuta alla collezione dei Medici ed è un esemplare davvero notevole di quella produzione. Interessanti per la perizia tecnica dell’ampia decorazione, sono i due punteruoli realizzati in ossa di giaguaro, animale emblematico del mondo mesoamericano associato alle più alte funzioni politiche e sacre. I due strumenti, originari di Michoacan – ma con un’iconografia tipica di Teotihuacan, glifi, testa di felino, fiamme- sono di probabile uso rituale, destinati per l’autosacrificio o a pratiche che implicavano la perforazione della carne: è incisa l’immagine del destinatario divino al quale il penitente offriva il suo sangue.

Le piramidi di Monte Alban, capitale religiosa del popolo Zapateco

Le piramidi di Monte Alban, capitale religiosa del popolo Zapateco

Della cultura Zapoteca – che si diffonde nel Centro del Messico nella regione di Oaxaca dal 500 a.C. al 700 d.C. e vede il suo centro nella città di Monte Albàn – sono altresì in mostra alcune delle famose urne cinerarie che appaiono dal 200 a.C. al 200 d.C. (II fase). Con la loro effige spesso antropomorfa, rappresentante un personaggio seduto con le gambe incrociate e le mani sulle ginocchia – probabilmente Cocijo, dio zapoteco della pioggia, del fulmine e del tuono – sono state trovate in differenti inumazioni; e resta da chiarire ancora la loro funzione. A introdurci nella cultura e nelle società dei Maya sono i sacerdoti, le divinità, gli animali addomesticati come i tacchini, i nobili riccamente adornati negli abiti e con bellissimi gioielli (spettacolare la collana di giada esposta) raffigurati in piatti, sculture o stele. Ma sono soprattutto i bellissimi e preziosi vasi Maya d’epoca classica, riccamente decorati, che forniscono informazioni sulla società e sulla scrittura di questa civiltà. Le divinità dell’inframondo, i giocatori della palla, i signori-cervidi e signori-avvoltoi, il drago celeste, il dio K’awiil o giovani signori dai copricapi piumati sono i protagonisti che popolano i vasellami in mostra. Sono Aztechi invece gli importanti  propulsori o atlati – utilizzati per lanciare frecce – provenienti dalle wunderkammer medicee e ora nel museo di Antropologia di Firenze: sono tra i pochissimi strumenti di questo tipo decorati in oro.

Una Venere ecuadoriana di Valdivia, in ceramica policroma, dalla collezione Ligabue

Una Venere ecuadoriana di Valdivia, in ceramica policroma, dalla collezione Ligabue

Il viaggio continua con le testimonianze dal Sud America: dalla spettacolare produzione delle prime ceramiche delle Veneri ecuadoriane di Valdivia, agli oggetti degli Inca; dal mondo dell’antico Chavin, dai tessuti e vasi della regione di Nazca, all’affascinante cultura Moche. Ma sarà l’oro – come quello dei Tairona (puro o in una lega con rame chiamata “tumbaga”) – a spingere nelle Ande spagnoli ed avventurieri alla ricerca dell’El Dorado, uno dei grandi miti, vero motore della Conquista. L’America, che aveva stupito e affascinato con i suoi “strani” indigeni, la natura così diversa e le sue meravigliose opere, in breve viene considerata solo per le tonnellate d’oro e d’argento che giungono sui galeoni in Europa. E se i Medici a Firenze conservano nelle loro raccolte le testimonianze del Mondo che non c’era – tra i capolavori in mostra anche un collier Taino del XIV-XV secolo – gli Spagnoli fondono quegli oggetti in metallo prezioso per usarlo poi come moneta.

Una maschera proveniente dal Messico e portata in mostra dal centro studi e ricerche Ligabue

Una maschera proveniente dal Messico e portata in mostra dal centro studi e ricerche Ligabue

“Questa mostra”, continua Inti Ligabue, “arriva in un momento molto particolare della mia vita. Mio padre, che ha dato inizio alla nostra importante collezione più di quarant’anni fa, è venuto a mancare alla fine di gennaio. Per me mettere mano agli oggetti che lui ha raccolto, scelto e in alcuni casi quasi letteralmente inseguito, rappresenta il modo migliore per ricordarlo attraverso una delle sue passioni. In un certo senso, per me, ne conferisce un valore e significato maggiore. È stato un grande privilegio poter condividere con mio padre l’amore per queste culture lontane e ancora poco conosciute, da lui ho imparato che il collezionismo non è solo il piacere di possedere opere d’arte ma anche, e direi quasi soprattutto, la curiosità ed il fascino verso la loro origine, i loro luoghi di provenienza, il contesto che li ha visti nascere e le storie di chi negli anni li ha studiati, conosciuti e raccolti. La passione e la conoscenza di un collezionista-viaggiatore nasce all’inizio anche dall’estetica, dal voler riportare attraverso gli oggetti le emozioni che essi hanno potuto suscitare nel momento della loro scoperta. Prima di rendere scientifica una passione c’è l’afflato del cuore, il segreto del disvelamento di oggetti che a poco a poco divengono intellegibili, si offrono ad una conoscenza graduale, raccontando vite passate, mondi lontani e differenti orizzonti. Il rigore scientifico nasce dopo l’irrazionalità dell’amore, della grande seduzione che opere dell’uomo di un tempo passato esercitano su chi vive il presente, sapendo che esse sono destinate anche al futuro. Il mecenatismo aiuta a diffondere la conoscenza evitando che oggetti importanti possano impolverarsi in dimore sontuose ma inaccessibili, la cultura è condivisione, non chiusura, e va favorita. Mi auguro – conclude – che questa mostra possa fornire una fresca prospettiva sull’arte dell’antico mondo precolombiano e che la fascinazione verso queste antiche e importanti civiltà possa trovare un numero sempre maggiore di appassionati”.

Firenze capitale dell’Egittologia mondiale: dal 23 al 30 agosto ospita l’11° congresso internazionale di Egittologia. Rinnovato il museo Egizio di Firenze

Dal 23 al 30 agosto Firenze diventa capitale mondiale dell'Egittologia con l'XI congresso internazionale

Dal 23 al 30 agosto Firenze diventa capitale mondiale dell’Egittologia con l’XI congresso internazionale

La presentazione dell'XI congresso internazionale di Egittologia

La presentazione dell’XI congresso internazionale di Egittologia

Da Mamdouh El Damathy a Abdel-Wahed El Nabawi, cioè dal ministro egiziano alle Antichità che apre al collega alla Cultura che chiude: in mezzo 700 egittologi provenienti da oltre 30 paesi di Europa, Asia, Africa, Americhe e Oceania attesi a Firenze per l’XI International Congress of Egyptologists. Società, religione, linguaggio, testi sacri, storia, archeologia e patrimonio: l’egittologia dalla A alla Z. Dal 23 al 30 agosto 2015 Firenze si immerge nell’affascinante mondo dell’antico Egitto, ospitando l’undicesimo Congresso internazionale di Egittologia, organizzato dall’International Association of Egyptologists, la soprintendenza Archeologia della Toscana, il Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies del capoluogo toscano e il museo Egizio di Firenze. Un grande appuntamento per gli egittologi di tutto il mondo che a Firenze si confronteranno sulle proprie ricerche sull’Antico Egitto. La manifestazione è tanto più importante in quanto si svolge nell’Anno della cultura egiziana in Italia, con approfondimenti dei rapporti culturali tra Italia ed Egitto. E per la Toscana è un “fiore all’occhiello” nel palinsesto degli eventi promossi nel 2015 “anno del’archeologia in Toscana” (vedi post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/02/26/2015-anno-dellarcheologia-in-toscana-a-tourisma-il-soprintendente-pessina-anticipa-il-ricco-programma-di-eventi/). A presentarlo il vicesindaco Cristina Giachi, il soprintendente archeologo della Toscana Andrea Pessina, il direttore del museo Egizio di Firenze Maria Cristina Guidotti, la professoressa Gloria Rosati egittologa dell’università di Firenze, Stefano Anastasio della soprintendenza Archeologia della Toscana, i co-direttori del CAMNES Stefano Valentini e Guido Guarducci. “Questo convegno di rilevanza internazionale quest’anno ha un significato particolarmente importante”, spiega Giachi, “perché l’egittologia mondiale, che da tempo non si riuniva, trova a Firenze il luogo per fare il punto sugli studi, la scienza e la condizione della conservazione del patrimonio culturale in un momento in cui questi temi non hanno solo rilevanza scientifica o culturale, ma sollecitano anche una riflessione sulla nostra condizione umana alla luce dei drammatici fatti che stanno avvenendo in questo periodo in Egitto e in tutto l’Oriente mediterraneo”. L’evento fiorentino costituisce infatti il primo incontro dopo una lunga pausa: la IAE – International Association of Egyptologists, si era riunita infatti l’ultima volta a Rodi, nel 2008, in occasione del ICE – International Congress of Egyptologists X. Allora era stato deciso che il successivo congresso sarebbe stato ospitato dall’Egitto, ma i noti fatti politici intervenuti nel paese hanno costretto ad annullare il progetto e a cercare un’altra sede. A seguito di una votazione a cui hanno partecipato tutti gli aderenti all’associazione, presenti in tutti i continenti, la candidatura di Firenze è stata dunque scelta come sede di questo appuntamento fondamentale per le ricerca egittologica internazionale vista la presenza dei maggiori esperti del settore. “Siamo orgogliosi di ospitare il convegno”, continua Giachi. “In città l’egittologia ha forti radici: il nostro museo egizio è il secondo in Italia, secondo solo a quello di Torino, c’è una soprintendenza molto attiva e un tessuto culturale scientifico rappresentato dall’Università di Firenze è da realtà come l’associazione CAMNES, tra i più rilevanti nella ricerca e nella diffusione dei risultati della ricerca archeologica in generale ed egittologica in particolare. Il convegno che si apre sabato però non sarà solo una festa, ma anche un momento di riflessione profonda che dovremo fare sul piano culturale e umanitario per i gravi fatti che stanno colpendo l’Egitto”.

Per una settimana a Firenze si confrontano 700 egittologi negli incontro dell'XI congresso

Per una settimana a Firenze si confrontano 700 egittologi negli incontro dell’XI congresso

Intenso il programma. La cerimonia di apertura, domenica 23 agosto, alle 17, nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, con gli interventi del ministro delle Antichità dell’Egitto Mamdouh el-Damaty (L’antico Egitto e l’egittologia contemporanea. Valutazioni, problemi e prospettive future”) e Fathi Saleh, della Biblioteca di Alessandria e consigliere culturale del Primo ministro (“Il patrimonio culturale nell’era digitale”). Dal mattino di lunedì 24 agosto al Giardino dei Semplici dell’Orto Botanico iniziano i lavori congressuali. Mercoledì nel tardo pomeriggio ci sarà una visita guidata al museo Egizio di Firenze. In Sala Battilani, giovedì pomeriggio workshop di e-gittologia con l’intervento di Jean Winand su “Un nuovo dizionario per l’Antico Egitto”; e venerdì pomeriggio sessione plenaria con John Baines (“Bibliografia egizia on-line: gli sviluppi”) e Paolo Sabbatini (“Egittologia e diplomazia: gli italiani e la nascita delle grandi collezioni”). Il congresso si chiude sabato 29 agosto, alle 19, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, con il concerto dell’Ensamble NESMA (Musicisti dell’Opera del Cairo) alla presenza dell’assessore alla Cooperazione e alle relazioni internazionali Nicoletta Mantovani e del ministro egiziano alla Cultura Abdel-Wahed El-Nabawi.

La sala VIII del museo Egizio di Firenze riallestita in occasione dell'XI congresso di Egittologia

La sala VIII del museo Egizio di Firenze riallestita in occasione dell’XI congresso di Egittologia

Le teche con le mummie, tra i reperti che raccolgono il maggior interesse all'Egizio di Firenze

Le mummie, tra i reperti che raccolgono il maggior interesse all’Egizio di Firenze

Il Congresso Internazionale di Egittologia è anche l’occasione per presentare al pubblico il rinnovato allestimento di alcune sale del museo Egizio di Firenze (vedi post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/05/29/al-museo-egizio-di-firenze-lavori-in-corso-in-vista-dellxi-international-congress-of-egyptologists-di-agosto/ ). In particolare la sala VIII, da sempre destinata all’esposizione delle mummie e degli oggetti di vita quotidiana in materiale deperibile, è stata oggetto di un efficace intervento di riallestimento e nuova illuminazione, che rende oggi decisamente suggestivo quest’ambiente, unico ad aver mantenuto, volutamente, gli arredi dell’allestimento originale di fine ‘800, con le vetrine in stile egittizzante e il soffitto dipinto a volta stellata. Tra i reperti esposti nella sala VIII, quelli che destano maggiore interesse, specie nelle scolaresche, sono le mummie. Oltre alle mummie umane (tra cui quella di un bambino, il piccolo Callisto) che si trovano nelle teche al centro della stanza, è oggi esposta in una vetrina la piccola mummia di un coccodrillo. Le vetrine centrali espongono invece oggetti in legno e in vimini di uso quotidiano in ottimo stato di conservazione: notevoli le ceste, una delle quali contiene ancora frutti di palma dum, le corde e le intelaiature di sgabelli e tavolini. La vetrina sull’altro lato della sala accoglie invece il corredo di Tjesraperet, nutrice della figlia del Faraone Taharqa (XXV Dinasia, 690-664 a.C.): tra i vari oggetti è degno di attenzione lo specchio, con tanto di custodia in legno, appartenuto alla donna, che era di alto livello sociale; nella sala è poi esposto il grande sarcofago con la cassa, entrambi in legno e dipinti, appartenuto alla nutrice.